GIOVANNI POLLIDORI

SCHEMA SINOTTICO DELLE BATTAGLIE DELLA II GUERRA PUNICA.

INDEX --> BELLUM HANNIBALICUM

RETRO <-- I

(PER LA NOSTRA ACCURATA SCELTA DELLE MIGLIORI RICOSTRUZIONI DOBBIAMO PARTICOLARMENTE RINGRAZIARE LO STUDIOSO GIOVANNI BRIZZI - CITATO SPESSO CON AMPI SUI BRANI DA OPERE SULLA TATTICA MILITARE O DA RIVISTE CON ARTICOLI SU ANNIBALE E SCIPIONE- OLTRE A LIDDELL HART, GAETANO DE SANCTIS, WERNER SCHUR, CARLO PISACANE, KROMAYER ecc.). I numeri che precedono i titoli sono: se due, anni dalla fondazione di Roma (ab Urbe cÚndita) e dalla nascita di Cristo; se tre, viene prima il numero delle SCHEDE SINOTTICHE (TABULAE)

536 218 LOMELLO (LOMELLUM, TRA SESIA E TICINO)(ANCHE BATTAGLIA DEL TICINO) Scontro di cavallerie in ricognizione.

In Italia Annibale da Eporedia (Ivrea) chiese anche ai Taurini la loro alleanza; rifiutarono. Li attaccò, prese la loro città principale, sparse il terrore ma non ottenne ancora l'amicizia dei barbari. Gli Insubri dubitavano, essi attendevano i suoi primi vantaggi sulle armi romane per dichiararsi. In questo frattempo Scipione era giunto in Italia, aveva passato il Po e saliva lungo il fiume facendosene spalla a sinistra preceduto dalla cavalleria. Con pari ordinanza, ma avendo il fiume a destra, discendevano i Cartaginesi. Annibale aveva conseguito la vittoria strategica perché era in Italia; ma bisognava confermarla almeno con una battaglia. Le cavallerie dei due eserciti scontrandosi si azzuffano; i Cartaginesi più numerosi distendono la fronte ed i Numidi alle ali inviluppano il nemico, vincono. Scipione dopo il combattimento si ritirò a Piacenza. Ricostruzione A dicembre- metà ottobre- Annibale lungo la riva sinistra del Po dal vercellese andava verso il Ticino. Scipione passato verso il Nord il Po tra Piacenza e Pavia e risalendo la vita gettò un ponte sul Ticino per assicurarsi la ritirata; passato il Ticino risalì la riva sinistra del Po con Annibale che gli veniva incontro lungo la stessa sponda. Pur avendo poche truppe e senza attendere l'esercito consolare di Tito Sempronio Longo che da settembre era in marcia verso Rimini e Piacenza, Scipione voleva contrastare l'esercito cartaginese prima che esso suscitasse una rivolta contro Roma in tutta la Gallia Cisalpina. Il console guidò la sua cavalleria e la fanteria leggera per una forte ricognizione e le due cavallerie comandate dai due generali si incontrarono; ne seguì un aspro combattimento. La superiore velocità, mobilità e capacità aggirante della cavalleria numida si imposero e i romani furono battuti. Infatti Scipione aveva posto la sua fanteria leggera schierata davanti alla fronte dei suoi cavalli, ma essa fu travolta dall'urto della cavalleria catafratta -pesante- nemica e mentre questa attaccava di fronte la massa della cavalleria romana, la cavalleria leggera numida, dopo aver fatto sgombrare dal campo le sbaragliate schiere della fanteria, attaccò la cavalleria romana ai fianchi e alle spalle; questo decise il combattimento. Il console Scipione ferito fu salvato, si dice, da un fedele schiavo ligure o secondo altri dal figlio di 17 anni Publio, il futuro Africano Maggiore. Scipione, accertate in questo combattimento le forze del nemico, si accorse dell'errore commesso occupando con un esercito di forze inferiori una pianura con il fiume alle spalle e decise quindi di ritirarsi. Così mentre Annibale si disponeva ad una battaglia campale Scipione con una marcia rapidamente concepita ed eseguita con sicurezza, ripassò il Ticino tanto rapidamente che nel rompere il ponte lasciò indietro i 600 uomini incaricati di coprire quell'operazione e che furono fatti prigionieri da Annibale. Publio fu costretto a ritirarsi prima a est del Ticino poi a sud del Po nella pianura di fronte a Piacenza e infine -raggiunto subito da Annibale con un ponte di barche sul Po - ancora più indietro a est della Trebbia, poiché oltretutto i Galli Cisalpini, passando ora in massa con Annibale, rendevano quella l'unica linea difensiva per salvare la colonia di Piacenza: ed era infatti posizione fortissima colla sinistra appoggiata all' Appennino, la destra al Po e alla fortezza di Piacenza e la fronte protetta dalla Trebbia allora rigonfia di acque. E lì di fronte andò ad accamparsi Annibale.

536 218 BATTAGLIA DELLA TREBBIA (Trebia) ad Ancarano

Il 25 dicembre "Annibale provoca il nemico con i Numidi, si azzuffano i fanti leggeri. Sempronio, da inesperto capitano, senza curare i corpi schiera l'esercito, attraversa il fiume gonfio da recenti piogge e neve liquefatta -era il solstizio d'inverno- si avanza nel piano e lascia non esplorato dietro la sua destra un sito folto di cespugli. Annibale, che in quel sito aveva imboscato forte mano di guerrieri, schierò il suo esercito, minore in numero, ma di gente riscaldata ai fuochi del campo ed irrobustita dal cibo; mentre i romani digiuni e assiderati dal freddo male reggevano le armi con le membra intirizzite. Sparisce il campo, i fanti romani rompono il centro del nemico. Ma alle ali la cavalleria cartaginese messa in fuga la romana li ferisce di costa mentre gli imboscati li assalgono alle spalle. Così Annibale vinse Sempronio. La campagna si decise in favore dell'africano" (PISACANE). Vedere ricostruzioni e cartine nei nostri capitoli sugli eserciti.

537 217 TRASIMENO (PASSIGNANO, VICINO AL MONTE GUALANDRO)

Nella primavera, dopo la vittoria della campagna precedente alla Trebbia, Annibale giunge ad Arezzo. Se attraverso le paludi della Toscana- come sostengono i più tra cui il GUAZZESE- o attraverso le paludi del parmigiano, del modenese o del bolognese -come sostiene Pisacane, che nega vi fossero a quell'epoca paludi in Toscana- non muta la qualità della marcia per quattro giorni e tre notti; attraversando paludi dove i guerrieri furono quasi immersi nell'acqua e dove Annibale sebbene viaggiasse sull' unico elefante rimastogli, per la prolungata insonnia e le esalazioni pestifere vi perdé un occhio. La falsa puntata verso Rimini per ingannare Servilio e la deviazione improvvisa verso Arezzo per sorprendere e provocare Flaminio, sono molto probabili. Ma Flaminio evitò lo scontro e Annibale temette di non raccogliere più il frutto della divisione del nemico: se non combatteva ora con Flaminio avrebbe poi dovuto combattere i due consoli uniti; quindi decise di tenersi pronto ad impedire il loro concentramento e nel tempo stesso provocare il nemico. Con passo lento, devastando le terre, mosse fra la città di Cortona e il Trasimeno. Flaminio inorgoglisce vedendo quanto sia favorevole in quella direzione un avvicinamento di Servilio con le sue legioni da Rimini e spiega l'esercito in doppia colonna sulle due coorti del centro, le segue ed incauto marcia lungo le sponde del Trasimeno, stretto fra il lago e le rupi che accerchiandolo vi sovrastano. Qui Annibale, che spiava ogni opportunità, aveva imboscato l'esercito ed inaspettato gli è sopra, lo assale: l'angustia del luogo non permette ai romani di schierarsi, la voce dei capi è tronca dal ferro nemico, superata dal fragore della battaglia, una densa nebbia nasconde gli assalitori ed aumenta la strage occultandola. Così per inesperienza di Flaminio, morto nella spugna, viene macellato l'esercito romano ed Annibale ottiene una seconda vittoria. (parafrasi da PISACANE)

IL LAGO TRASIMENO

GIOVANNI BRIZZI - LE GRANDI BATTAGLIE DELL'ANTICHITA'- DOSSIER (Archeo 6 (88) 1992)

… Presso Arezzo lo attendeva il console Caio Flaminio Nepote. A questo personaggio, leader (democratico) riformatore delle piccole borghesie contadine, una tradizione concordemente ostile ha attribuito ogni sorta di colpe ed errori: empietà e leggerezza, temerità e incompetenza. Soprattutto, fatale a lui e al suo esercito si sarebbe rivelata - secondo le fonti - l'ansia di giungere ad ogni costo allo scontro con Annibale. I fatti evidenziano tuttavia una realtà ben diversa.

Inferiore di forze al nemico (di 25.000 uomini circa constava il suo esercito, mentre le forze puniche ammontavano ad oltre 40.000 soldati, la metà circa dei quali formata di Galli), Flaminio avrebbe potuto affrontarlo vittoriosamente solo se lo avesse colto impacciato all'uscita dalle valli appenniniche o dalle paludi dell'Arno; non essendogli riuscito di prevenirne le mosse, mandò ad informare il collega, Cn. Servilio Gemino, perché venisse a raggiungerlo e gli spedisse frattanto (da Rimini, dov'era accampato) i suoi cavalieri, preziosi contro un avversario assai superiore nella componente montata.

Flaminio, tuttavia, non era affatto ansioso di venire a battaglia: ben lo sapeva Annibale, che per provocarlo si diede a devastare i campi d'Etruria. Neppure quando il nemico passò in vista di Arezzo, prestandogli il fianco, Flaminio si risolse a tentare lo scontro. Decise invece di uscire dal campo, tallonando il Cartaginese che scendeva verso Cortona, per far mostra di qualche attività al cospetto dei malcontenti alleati Etruschi e più ancora per evitare che l'ignaro Servilio, in marcia da Rimini, incappasse nel nemico con il rischio di esserne annientato.

Il compito che Flaminio si era assunto era però superiore alle sue forze. Vistosi seguito dal console, Annibale - che fino ad allora aveva marciato verso sud, per la Val di Chiana - mutò di colpo direzione, puntando ad oriente, verso le propaggini dell'Appennino; e giunto in prossimità del Lago Trasimeno, tenendo i monti di Cortona sulla sinistra, scomparve all'improvviso, attraversando una strettoia lungo la costa del lago. Quando Flaminio, che era in ritardo di alcune ore, giunse allo stesso punto, le ultime schiere dell'esercito punico erano da tempo scomparse; e al comandante romano non rimase che accamparsi, in attesa di riprendere l'inseguimento la mattina dopo.

Abbandonando la stretta piana a mezzogiorno di Arezzo, la sola adatta a consentire la manovra, Annibale dimostra di avere rinunciato alla speranza di costringere Flaminio allo scontro campale. Poiché non è pensabile che sperasse di far perdere le proprie tracce al nemico semplicemente cambiando direzione, pare evidente che, avventurandosi tra i monti sotto Cortona, egli cercasse un ambiente in grado di velare le sue mosse; e che, pertanto, già meditasse l'insidia. La moderna critica ha collocato il sito della battaglia dapprima lungo la sponda nord-orientale del lago, tra Montigeto, Passignano, Torricella e Montecolognolo; poi, più opportunamente, sulla riva settentrionale, entro la cerchia di alture compresa tra Monte Gualandro e Montigeto, dove si è cercato di individuare l'accampamento punito.

Di recente l'archeologia ha scoperto nella conca di Tuoro, alle prime pendici dei colli, una serie di ustrina, cavità all'interno delle quali furono quasi certamente bruciati i cadaveri dei caduti. Scavate nella pietra calcarea queste fosse circolari venivano ricoperte con una catasta di legna, la cui combustione era consentita da un cunicolo obliquo. Quando i resti bruciati precipitavano sul fondo, si sistemava una nuova catasta ed un nuovo strato di corpi; e così di seguito, fino al riempimento della fossa. Si sono rinvenuti anche i resti di alcuni inumati (forse ufficiali dell'esercito punito), disposti entro tombe alla cappuccina.

 

DATAZIONE CONFERMATA

La struttura degli ustrina umbri presenta sicure analogie tipologiche con esemplari del III secolo a.C. scoperti in Africa; ed anche l'analisi radiometrica dei resti rinvenuti al loro interno conferma la datazione proposta. L'esame osteologico dei corpi non bruciati ha rilevato poi tracce pressoché generali di morte traumatica; mentre senza dubbio d'origine punica sono alcuni degli oggetti (armi, finimenti) trovati entro le sepolture.

L'evidenza archeologica ha dunque identificato senza alcun dubbio il teatro dello scontro. Questo, tuttavia, va limitato al tratto di piana costiera compreso tra la strettoia oltre Borghetto e Tuoro. La topografia della regione è infatti profondamente mutata rispetto all'antichità. L'intervento di Braccio Fortebraccio, allora vicario pontificio, che fece scavare nel 1421 un condotto artificiale destinato a por fine alle periodiche piene del Trasimeno, ha infatti profondamente modificato la costa, soprattutto a ponente di Tuoro. I materiali più pesanti trasportati dal fosso Macerone e dai rivi in esso confluenti hanno formato una serie di cordoni litoranei che racchiudevano specchi palustri; e questi si sono poi gradualmente colmati, fino a formare l'attuale struttura deltizia. La fotografia aerea ha evidenziato le tracce del processo e ha consentito di individuare l'antica linea di costa: la traccia di un reticolato centuriale romano, che si dipartiva dalla sponda del lago, conferma i rilievi fotografici.

Al di là della strettoia imboccata da Annibale, oltre Borghetto, che un erudito del XVI secolo ha chiamato il Malpasso, la costa del lago si disponeva in antico quasi ad angolo retto, con il vertice sotto Tuoro, formando un'ampia rientranza nel tratto fra Tuoro e Pieve Confini. Quella che oggi appare all'osservatore come un'unica piana allungata fino a Montigeto era, nell'antichità, divisa in due piane contigue: la propaggine collinare di Tuoro si protendeva infatti fino quasi a toccare il lago, lasciando solo uno stretto passaggio, che divideva in due la sponda settentrionale del Trasimeno. Alla prima delle due conche - quella tra Borghetto, Sanguineto e Tuoro - piuttosto che alla seconda - fra Tuoro e Montigeto - come sito della battaglia fa pensare anche l'accenno delle fonti ai montes Cortonenses, identificabili con quelli che separano il lago appunto da Cortona.

In questo anfiteatro naturale, probabilmente il giorno stesso, mentre Flaminio stava accampandosi per la notte, Annibale predispose l'agguato. Al centro, come esca, egli collocò l'accampamento, ben visibile e in posizione elevata sui colli fra Tuoro, il Palazzo, Le Rogaie e le prime pendici del Castelluccio, nell'intento di polarizzare l'attenzione dei Romani in marcia; qui presso schierò la fanteria pesante veterana, Iberi e Libi. Sugli stessi colli, da Tuoro a Castelluccio, ai lati del campo, pose i Balearici e gli altri armati alla leggera: infine, lungo la cerchia dei colli, sino al Malpasso, appostò i Celti, che costituivano l'altro braccio della tenaglia, e i cavalieri, che dovevano chiudere la trappola.

 

NEBBIA FITTA

Il giorno seguente (il 22 giugno del 217 a.C.?) Flaminio mosse il campo sul fare dell'alba. Quando i legionari superarono in colonna il Malpasso, una fitta nebbia incombeva sulla pianura; all'esercito romano, che procedeva verso nord-est, lungo una via nel primo tratto parallela al lago, apparve ben presto visibile - compiendo appieno la sua funzione di richiamo - il campo di Annibale, mentre rimasero nascoste le truppe appiattate sul fianco.

Quando fu sicuro che la maggior parte dell'esercito romano era entrata nella sacca, il Barcide ordinò l'attacco. Mentre la fanteria pesante punica scendeva in ordine di battaglia, sulla lunga e sottile colonna dei legionari si avventò da ogni parte il nemico. Prima ancora d'aver visto i Punici, le truppe di Flaminio sentirono dal repentino clamore di essere circondate; col lago alle spalle e disanimate dalla sorpresa, svantaggiate dalla posizione e gravemente inferiori di numero, esse compresero che la battaglia era perduta prima ancora di cominciare. Impediva qualsiasi difesa efficace l'ordine stesso di marcia, con l'esercito romano completamente allungato nella valle, che rendeva problematica la trasmissione dei comandi; malgrado ciò, gli ufficiali e soprattutto il console si prodigarono il più possibile, riordinando le file e portando ovunque il conforto della parola e dell'esempio.

Attorno al console, insigne per le sue armi, si sviluppò più feroce la mischia; e, nell'ora della fine, Flaminio trovò col suo coraggio il riscatto da una tradizione costantemente ostile. Egli cadde- secondo il racconto di Livio - sotto la lancia di un Gallo, a nome Ducario, che votò ai Mani (divinità protettrici) dei concittadini massacrati da Roma l'anima del console. Al nemico valoroso Annibale avrebbe voluto dare onorata sepoltura; ma il corpo di Flaminio, pur fatto cercare con ogni cura, non venne trovato.

L'episodio ha forse una spiegazione plausibile. Al crollo del fronte romano il console, caduto nel settore in cui operavano i Celti, fu probabilmente non solo spogliato delle armi, ma anche - secondo una costumanza ancestrale di quel popolo - decapitato con molti dei suoi. Per i Galli la testa dell'odiato massacratore, che aveva suggerito la loro cacciata dalla Valle Padana, dovette infatti costituire un trofeo particolarmente ambito.

Nella congiuntura disperata, anche i legionari seppero dimostrare appieno il loro valore, resistendo per ben tre ore al nemico. Essi tentarono di dispiegarsi nella valle. Nello sforzo di battersi o di fuggire alcuni raggiunsero le pendici dei colli, dove una serie di ustrina segna il punto in cui perirono combattendo le schiere più avanzate. Altri cercarono scampo nel lago; e furono in parte trascinati a fondo dalle armature, in parte raggiunti e massacrati dalla cavalleria punica, che spinse i cavalli ad inseguirli nelle acque basse.

Seimila uomini dell'avanguardia riuscirono addirittura a rompere il fronte avversario, aprendosi la via con le armi, probabilmente nel punto in cui erano schierati i Baleari; e ripararono su una collinetta alle spalle del campo di battaglia, sulla quale sorgeva un villaggio etrusco. Il solo di cui si abbia traccia archeologica e toponomastica si trova nel luogo designato dagli umanisti con il nome di Trasimena. Qui, il giorno dopo, raggiunti e circondati dagli Iberi e dalle truppe leggere comandate da Maarbale, i superstiti dovettero arrendersi. Annibale liberò gli Italici, ribadendo di essere venuto in Italia a combattere contro Roma per la loro libertà.

Attingendo forse i suoi dati da una fonte cartaginese, la quale riteneva che l'esercito di Flaminio fosse stato completamente annientato, Polibio fa ascendere le perdite romane a 15.000 caduti ed altrettanti prigionieri: cifra che, da sola, supera la consistenza totale dell'armata romana. Non pochi dovettero essere poi i legionari che riuscirono a filtrare attraverso le maglie dell'esercito cartaginese. Più verosimili sono quindi le cifre proposte da Livio: 10.000 circa furono coloro che risposero all'appello in Roma; mentre i rimanenti, 15.000 circa, caddero sul campo o rimasero prigionieri. Dei Cartaginesi perirono - secondo le differenti versioni - 1500 o 2500 uomini, per la maggior parte Galli.

ARCHEOLOGIA STORICA SULLA BATTAGLIA DEL TRASIMENO (Giancarlo Susini)

… Va da sé che la dottrina, dall'Umanesimo in poi, si allineò sull'uno o sull'altro resoconto: di più sul primo, che contemplava l'esercito romano in marcia aggredito da sinistra e quindi senza riparo sulla destra cioè verso le acque del lago, mentre l'altro disegno strategico, appena accennato da qualche fonte certamente diretta, ravvisava la trappola cartaginese su tre lati (fronte, sinistra e destra) e le acque alle spalle.

Un contributo decisivo all'identificazione del teatro della battaglia è stato apportato dalla ricerca compiuta tra il 1958 e il 1961. È stato anzitutto accertato l'assetto morfologico del terreno nell'antichità e sino ad un certo momento del Medioevo avanzato: sia l'analisi aerofotogrammetrica sia il recupero dei microtoponimi hanno accertato che la sponda settentrionale del lago si è dilatata a partire dal tardo Medioevo, specialmente lungo il cono deltizio del rio Macerone. Nell'antichità risultava, quindi, impossibile scorrere in piano verso levante, sino a Passignano (come invece la dottrina supponeva, allargando il teatro della battaglia a tutta la riviera settentrionale), poiché lo sprone sul quale è collocato l'abitato di Tuoro chiudeva l'accesso a est.

Fatti salvi episodi periferici (già sul Malpasso, poi sui crinali collinari di nord e di nord-est, là dove la tradizione umanistica colloca e conosce le "gorghe di Annibale" e "la città vecchia" detta anche "Trasimena", luogo supposto dell'ultimo scontro dell'avanguardia romana sbucata dalla trappola), l'apporto determinante alla circoscrizione dello scontro è costituito dalla scoperta dell'immensa necropoli ad incinerazione collettiva, consistente in almeno (tanti ne furono identificati e quasi tutti furono esplorati) 118 ustrina, quasi tutti a pozzo cavo nel terreno, verosimilmente di mano locale. Essi sono in posizione per lo più utile alla combustione di strati successivi e sovrapposti di salme umane e di carogne animali (cavalli): da bocche aperte sui declivi si appiccava il fuoco al fasciame ligneo sottostante ai corpi, dopodiché altro fasciame veniva gettato, disteso ed incendiato sino a colmare la voragine, solitamente profonda dai cinque agli undici metri.

Tra le ceneri si sono recuperate parti di armi da taglio e da getto, assegnabili all'età medio- repubblicana. … Alcuni dei reperti sono sicuramente classificabili tra gli armamenti punici, numidi e celtici. L'ispezione effettuata nel 1961 da studiosi di Paesi diversi ha portato all'identificazione di tre dei 118 ustrina come manufatti numidi, soprattutto per la stereometria dell'incavo (tale fu il parere di Charles Picard).

Quanto al numero delle vittime, si convenne su alcune decine di migliaia: ogni più precisa definizione (anche perché l'esplorazione sulle pendici collinari poteva apportare nuovi dati) fu giudicata impropria. Restò così accertato che la battaglia si consumò nella non ristretta vallata del rio Macerone; che la trappola cartaginese si delineò a tenaglia da ponente, cioè dal Malpasso, a settentrione e a levante, cioè sino allo sprone di Tuoro; che l'esercito romano si trovò con il lago alle spalle, proprio come affiorava dal racconto nell'annalistica di osservatori indubbiamente superstiti. (Giancarlo Susini)

 

538 216 CANNE

2 agosto del calendario di Numa Pompilio (tra il 10 e il 14 giugno del nostro calendario). La fortezza di Canne già presa in precedenza da Annibale e vicino alla quale si svolge la battaglia è a 65 metri dalla riva destra del fiume OFANTO a 14 chilometri a sud ovest di BARLETTA e 5 chilometri da Canosa. Secondo il DEVAUDONCOURT, STUERENBURG e DE SANCTIS la battaglia si svolge sulla sinistra del fiume con lo schieramento di Annibale vicino a Coppa Malva. Secondo lo HESSELBARTH e il KROMAYER essa si svolge alla destra del fiume con lo schieramento destro di Annibale non lontano da monte ALTINO. Per la collocazione dello schieramento ci atteniamo alla tesi della riva destra.

I Romani hanno 87.000 soldati. Come dice Mommsen, Annibale ha 41.000 Punici e 4000 cavalieri Numidi. In tutto ha 45.000 soldati. Lunga è stata la polemica su queste cifre ma esse ci paiono le più attendibili. Per fare un piccolo esempio: nella storia di Roma vol. I di CARY e SCULLARD, dove si abbassa il numero dei combattenti a 50.000 romani e 40.000 cartaginesi, ci si contraddice affermando subito dopo che le perdite romane dall'inizio della guerra erano di 100.000 soldati, mentre si parla alla Trebbia di soli 3000 romani morti o prigionieri. Lo stesso KOVALIOV, per lo più avaro nelle cifre, crede nella sua storia di Roma ai 70.000 romani caduti di Polibio anche se riduce a 6000 le perdite cartaginesi (di cui 4000 Galli).

Disposizione: cavalleria pesante di Gallia e spagnola sulla sinistra con Asdrubale -5.000 cavalieri contro 2.400 cavalieri romani di Emilio-, Numidi (cavalleria leggera) sulla destra con Maarbale contro i 3.600 cavalieri soci di Varrone, al centro Annibale e Magone con più deboli Galli e Spagnoli (20.000) a Cuneo e molto allungati in ampiezza (contro 68.000 fanti di otto legioni con i proconsoli Servilio e Attilio al posto di Flaminio), divisi dalle cavallerie alle ali da Africani e Spagnoli- Cartaginesi allenati e veterani, in rettangoli molto allungati in profondità nota 1). La linea cartaginese è dunque a mezza luna (o forse a èchelon anche se Polibio non lo dice). Il ripiegare del cuneo, travolto dalla terribile potenza delle legioni a falange (alla Trebbia solo la prima fila di 10.000 si salvò interamente -sebbene accerchiata- per la tremenda potenza d'urto delle legioni, nota 2), fece una gabbia completa aumentata dalla potenza aggirante della cavalleria Numida e da fattori di terreno, clima e orario (vento e sole: in faccia il sole di quelle zone in una delle giornate più calde dalla illuminazione più lunga; il vento, il tipico Favonio o Volturno o Vulturino di quelle contrade, da ovest - cfr. A. Aprea e gen. Ludovico, cit.). 68.400 i caduti romani, 10.000 i prigionieri. Caduti in campo il console Emilio Paolo, il proconsole Servilio, il comandante di cavalleria Minucio Rufo, 80 senatori, due questori e 21 tribuni. Le cifre di Polibio relative ai caduti di Canne (cifre sia pure attendibili solo se integrate con quelle di Livio) danno 70.000 perdite romane e 8.500 cartaginesi su un totale di 116.000 fanti e 16.000 cavalieri delle due parti nota 3). Per annoverare in un evento  bellico così tanti morti in una sola giornata dall'alba al tramonto bisogna arrivare, come osserva Aprea, alla data del 6 agosto 1945 nell'isola giapponese di Honshu, a Hiroshima, quasi interamente distrutta dal lancio della prima bomba atomica: 78.150 morti, dispersi 13.083, feriti 37.425 nel bilancio ufficiale di quel giorno. Ma è una strage "simultanea e collettiva", non tra soli soldati combattenti uccisi col ferro. Perì a Canne l'equivalente di una moderna città italiana. Il tragico bilancio complessivo della seconda guerra unica sarà comunque di alcune centinaia di migliaia di caduti romani e anche questo spiegherà le tante e durature conseguenze analizzate dal Toynbee nella sua opera sull'eredità di Annibale.

nota 1 Così Pisacane: "Varrone, capitanando esercito maggiore, avrebbe dovuto rincalzare la sua sinistra minacciata dai numerosi e velocissimi Numidi i cui larghi movimenti favoreggiava la pianura ove combattevasi; ma egli, per converso, adattò l'estensione della sua fronte restringendola a quella del nemico ed affoltate le insegne fece tornare a discapito dell'esercito la sua numerica superiorità, col rendere non solo inutile parte delle sue forze ma d'impaccio al libero evolvere delle altre. Primo Annibale mosse il centro ed assottigliando gli ordini formò un convesso della forma di mezza luna: così Polibio. Ma bisogna credere che i traduttori non militari male abbiano interpretato il testo; essendo cosa difficile e dannosa disporre in tal modo un grande stuolo di combattenti: ogni guerriero, obbligato ad avanzare la spalla più prossima al centro, presenterebbe il fianco al nemico. Annibale dovette, scalonandosi sulle ali, portare innanzi il centro e si approssimò alla detta figura facendo scaloni di ristrettissima fronte ed a brevissima distanza, forse alla misura delle armi da mano. L'attacco di Annibale fu respinto, egli l'aveva preveduto: Spagnoli e Galli piegarono dinanzi ai romani che li incalzavano, perdé il centro dei cartaginesi il terreno percorso, ritornò in linea con le ali; urtato ancora retrocedè e la linea intera prese un ordine inverso al primitivo; il centro risultò scalonato, indietro, sulle ali.

I Romani, incalzando il nemico che rifiutava il centro e stava con le ali, dovettero spingere innanzi il mezzo delle loro schiere; ogni guerriero cartaginese o drappelli di guerrieri avanzando per combattere, la spalla opposta al centro, la linea cartaginese risultò concava; mentre i romani avrebbero dovuto naturalmente spiegarsi a ventaglio; ma il modo vizioso in cui Varrone aveva collocato le schiere, impedì tale evoluzione e le ordinanze si confusero nel tempo stesso che la cavalleria nemica, vittoriosa in ambo i lati, investendo i romani alle spalle, conseguiva la vittoria".

nota 2 Scipione sarà il primo a ottenere gli stessi effetti anche con lo schieramento manipolare e con il corpo distinto dei veliti.

Nota 3 Armando Aprea, che parla in uno dei suoi due differenti volumi su Canne di 86.000 romani e 40.000 punici, riconosce infine come effettivi 120.000 fanti e 16.000 cavalli dei due eserciti (6000 in meno o 10.000 in più?), così come per la percentuale di perdite cartaginesi deve riferirsi ora al 20 e ora al 25% del totale punico

CANNE

GIOVANNI BRIZZI - LE GRANDI BATTAGLIE DELL'ANTICHITA'- DOSSIER (Archeo 6 (88) 1992)

Sul far dell'estate del 216 a.C., da Gereonio, dove aveva trascorso l'inverno precedente, Annibale mosse verso la piana dell'Ofanto; e con un audace colpo di mano si impadronì di Canne, il centro dell'Apulia sede di un importante deposito di vettovaglie. Il Cartaginese raggiunse così un teatro - la vasta piana a mezzogiorno del Tavoliere - adatto alle caratteristiche del suo esercito. Qui si portarono Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, i consoli dell'anno, i quali - forse non lontano da Arpi - avevano già unito le loro forze a quelle veterane di Attilio Regolo e Servilio Gemino, che da tempo sorvegliavano Annibale.

L'armata così raccolta era davvero imponente. Si levarono infatti quattro nuove legioni e si mantennero in servizio le quattro già alle armi, aumentando in ciascuna l'organico delle fanterie a 5000 uomini; e si arruolò naturalmente una forza pari di alleati, portando il numero complessivo dei fanti ad 80.000 circa. Invariate rimasero le cavallerie che - tra Romani e alleati, alquanto più numerosi - ascendevano forse a 6 o 7000 uomini in tutto.

Tra i magistrati dell'anno precedente rimasero con Paolo e Varrone, per incontrare il loro destino, lo stesso Servilio e Marco Minucio Rufo. Venne invece quasi certamente congedato Attilio Regolo, forse per raggiunti limiti di età, o forse - come pare più probabile - perché seguace convinto della dottrina di Fabio Massimo, che predicava di evitare lo scontro.

Purtroppo per Roma era invece volontà unanime di giungere al più presto ad una battaglia risolutiva. Dopo una scaramuccia avvenuta durante la marcia, con i fanti leggeri e con i cavalieri punici vittoriosamente respinti, l'armata romana si accampò sulla sinistra dell'Ofanto, a 9 km circa dal nemico, presso l'attuale Trinitapoli. Sulla destra del fiume Emilio Paolo costruì un campo minore, destinato ad ospitare un terzo circa delle forze romane: si proponeva così di proteggere i propri foraggiatori e di insidiare quelli delle milizie leggere, schierandosi a sua volta a battaglia. Il Cartaginese disponeva di circa 40.000 fanti - di cui poco oltre 11.000 erano armati alla leggera - e di 10.000 cavalieri: soprattutto con le fanterie egli doveva affrontare un nemico numericamente preponderante.

La tattica prescelta mirava ad attirare i Romani contro il centro della sua formazione, trattenendoli fino a poterli attaccare sui fianchi e alle spalle. Così egli divise i veterani libici - forse 10.000 uomini in tutto -in due unità di pari forza, schierate in ranghi più profondi del consueto, su un fronte corrispondente a quello di due legioni romane; e li dispose alle estremità dello schieramento. Il resto delle fanterie di linea, Celti ed Iberi, fu disposto in modo singolare.

Secondo quanto afferma Polibio, infatti, Annibale schierò l'esercito su un'unica linea; ma avanzò poi il centro - composto appunto di Celti ed Iberi - e dispose altri reparti, congiunti a quelli, in modo proporzionalmente meno profondo, così da costituire un arco convesso, a forma di mezzaluna, rivolto verso il nemico. Con ciò egli volle far sì che i Libi formassero durante la battaglia un corpo di riserva e che fossero invece le altre truppe a dare inizio all'azione.

II passo dello storico greco sottintende forse una semplice realtà. Il centro dell'esercito punico era numericamente inferiore rispetto a quello romano e composto di milizie almeno in parte meno valide; esso sarebbe stato, quindi, costretto comunque a ripiegare di fronte alla pressione dei legionari. Occorreva tuttavia contenere lo slancio dei nemici per poter far scattare a tempo opportuno le mascelle della trappola, costituite dai due corpi di fanteria libica, tenuti in posizione arretrata; e perciò era necessario che il centro dell'armata punica arretrasse senza spezzarsi.

Così Annibale venne progressivamente assottigliando la profondità dei ranghi verso le estremità dello schieramento, dove - come egli acutamente prevedeva - l'urto del nemico sarebbe stato meno violento e diretto, con l'istintivo convergere dei Romani verso il centro anche dai fianchi non impegnati: così facendo diede a queste schiere una disposizione vagamente simile ad un crescente lunare, con la convessità rivolta verso il nemico.

CAVALLERIA CELTICA

Con altrettanta cura egli dispose poi i suoi cavalieri. Sull'ala sinistra, lungo il corso dell'Ofanto, egli schierò le cavallerie celtica ed iberica, al comando di Asdrubale; e sulla destra i soli Numidi, agli ordini di Annone. Il gruppo numericamente più consistente - 6000 uomini circa - fronteggiava così la cavalleria romana, forte di 2400 uomini appena; mentre i cavalieri numidici - forse 4000 uomini in tutto -erano opposti alla cavalleria italica, di forza circa uguale alla loro.

Tale scelta tattica stupisce solo ad un esame superficiale: sul lato aperto, dove potevano sfruttare la loro agilità, i Numidi potevano tenere a bada i socii fino a che il contingente di Asdrubale non avesse schiacciato i cavalieri romani col numero e non fosse venuto in soccorso. Per sé il Cartaginese tenne il comando delle fanterie, al centro, dove assai delicato appariva il compito di tenere insieme Galli e Spagnoli di fronte all'attacco romano.

La battaglia si aprì con lo scontro tra le milizie leggere, senza che alcuna parte prendesse il sopravvento. Mentre gli ausiliari, esaurito il loro compito, si ritiravano negl'intervalli tra le file, già cominciava sulle ali la zuffa tra i cavalieri e avanzavano le fanterie di linea. I velites romani passarono probabilmente alle spalle dello schieramento; e qui rimasero, avulsi dal combattimento. Ben diversa fu invece la funzione dei fanti leggeri punici, riorganizzati dai loro ufficiali e condotti poi a sostegno del centro quando Celti ed Iberi apparvero in difficoltà.

Sulla sinistra punica le forze di Asdrubale furono trattenute per qualche tempo dai cavalieri romani: nello spazio ristretto, che precludeva ogni possibilità di manovra, la lotta si trasformò ben presto in una mischia furiosa, nel corso della quale molti dei combattenti smontarono da cavallo, affrontandosi in selvaggi corpo a corpo. Infine, travolti dal numero, i cavalieri romani si sbandarono e piegarono in disordine lungo la sponda del fiume. Solo il console Emilio Paolo, abbandonando i fuggiaschi, raggiunse le fanterie.

Al centro dello schieramento, frattanto, Galli e Spagnoli delle linee più avanzate erano giunti a contatto con il nemico; e, malgrado l'impeto iniziale, non potendo reggere l'urto possente dei legionari, avevano cominciato poco a poco a cedere, incalzati dappresso dalle pesanti colonne nemiche, convergenti - come Annibale aveva previsto - anche dai fianchi non impegnati. Al loro lento ma continuo ripiegare lo schieramento punico mantenne sostanzialmente la sua conformazione; ma venne mutandone l'aspetto, fino a presentare al nemico - che premeva come un formidabile cuneo - il cavo e non più la convessità della falce.

 

VETERANI LIBICI

Ad impedire che il fronte punico, ormai pericolosamente teso, si rompesse, intervennero tempestivamente i veterani libici, che per l'inconsulta avanzata dei Romani erano venuti a trovarsi sui lati del nemico, ormai ammassato al centro. Ad un preciso comando, quasi fossero in manovra, essi eseguirono una conversione mirabile, attaccando con energie intatte lo schieramento romano sui fianchi. Mancava ai legionari l'addestramento necessario a fronteggiare la minaccia; e mentre il loro impeto si esauriva, riprendevano fiato le malconce fanterie celtiche ed iberiche, rincuorate da Annibale e dai loro ufficiali, che provvidero ad infoltirne i ranghi con l'apporto prezioso delle milizie leggere.

All'ala destra dello schieramento punico i cavalieri numidici avevano tenuto in scacco, con le loro cariche ripetute e le loro repentine ritirate, gli alleati a cavallo. Frattanto Asdrubale aveva mirabilmente controllato la cavalleria pesante cartaginese, vittoriosa sulla sinistra, impedendole di disperdersi ad inseguire senza frutto il nemico allo sbando; e l'aveva condotta, passando alle spalle delle fanterie in lotta, a sostegno della sua ala destra. Ai socii non rimase allora altro scampo che la fuga; e mentre essi si perdevano nella piana, inseguiti dai Numidi, Asdrubale condusse i suoi cavalieri ad aggredire da tergo le legioni, completandone l'accerchiamento.

Cominciò allora il massacro. Provati dalla lotta sostenuta in precedenza, i veterani di Servilio e Minucio non erano più adeguatamente sorretti nell'azione dalle file seguenti, costrette a loro volta ad una disperata difesa; mentre, con l'ammassarsi delle legioni sul centro, anche la totale chiusura dei varchi tra i manipoli soffocava la manovra e impediva qualsiasi ricambio alle truppe di prima linea.

Queste avevano ormai esaurito lo slancio; e non erano perciò più in grado di spezzare le file che li fronteggiavano, dove i Celti e gli Iberi erano gradualmente rafforzati da Annibale con i fanti leggeri. Mentre i Libi bloccavano le legioni sui fianchi, la cavalleria di Annibale le martoriava a tergo: venne così a mancare persino lo spazio per una efficace difesa.

 

CERCHIO DI FERRO

Scomparve, infine, ogni parvenza di ordine e subentrò il panico: agli sventurati Romani, chiusi senza scampo in un cerchio di ferro, non riuscì neppure, stavolta, di vendere cara la vita. Nella peggiore disfatta della storia di Roma cadde il console Emilio Paolo; cadde il console dell'anno precedente Servilio Gemino; cadde il maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e, con essi, tra la folla dei morti anonimi, perirono entrambi i questori, 29 tribuni militari - vale a dire gran parte dell'ufficialità legionaria -, 80 senatori ed un numero immenso di cavalieri.

La grande armata romana inviata per distruggere l'esercito di Annibale aveva cessato di esistere. Afferma Polibio che 70.000 fanti caddero sul campo e che solo 370 dei cavalieri riuscirono a scampare. Più credibili, le cifre di Livio sono ugualmente spaventose: 47.500 fanti e 2700 cavalieri rimasero uccisi, oltre 19.000 furono i prigionieri, mentre solo 15.000 uomini riuscirono a sfuggire al nemico. Per questa splendida vittoria il Cartaginese pagò un prezzo irrisorio: poco meno, pare, di 6000 uomini, ancora una volta in maggioranza Celti, che egli sacrificò come sempre senza scrupolo alcuno.

 

539 215 BATTAGLIA DELL'EBRO vicino a Dertosa (Tortosa; Hibera)

Asdrubale Barca fratello di Annibale e comandante supremo delle forze cartaginesi in Spagna decise di sferrare una grande offensiva contro i due Scipioni. I Cartaginesi raccolsero un esercito di circa 25.000 uomini, numericamente equivalente più o meno a quello comandato dai due Scipioni. La battaglia si svolse sulla riva settentrionale del fiume Ebro. Asdrubale ritentò la stessa manovra tattica che aveva consentito ad Annibale di distruggere gli eserciti romani alla Trebbia e a Canne. Dispose perciò sulla prima linea del centro del suo schieramento la parte più fragile del suo esercito, in modo che le legioni romane potessero prima respingerla indietro e poi trovarsi accerchiate dall'avanzata delle due ali della cavalleria cartaginese. Ma questa tattica presupponeva al centro dello schieramento una seconda linea capace di fermare l'avanzata del nemico dopo che questi avesse superato la prima linea. Asdrubale d'altra parte non aveva tra i suoi mercenari frettolosamente reclutati tra le tribù spagnole soldati valorosi ed esperti come quelli che Annibale aveva potuto schierare in seconda linea e che a Canne avevano arrestato l'urto tremendo dei legionari romani pur numericamente superiori. Così nella battaglia dell'Ebro i legionari romani travolsero non solo la prima ma anche la seconda linea della fanteria di Asdrubale e spezzarono in due al centro l'esercito cartaginese prima ancora che la cavalleria cartaginese fosse riuscita a impostare la sua manovra di accerchiamento. Fu quindi la fanteria cartaginese ad essere accerchiata e spinta contro il fiume e poi massacrata. La grande vittoria romana nella battaglia dell'Ebro fu molto importante. Infatti, nonostante si trattasse di una vittoria ottenuta lontano dal teatro principale della guerra che era allora l'Italia, essa impedì che su quel teatro Annibale potesse ricevere rinforzi e consolidò il controllo romano sulle coste mediterranee. Poiché i mercanti delle città greche dell'Italia meridionale avevano rilevanti interessi lungo le coste spagnole rimaste sotto il controllo romano, diventava meno sicura in prospettiva la stessa adesione della Magna Grecia alla causa di Annibale.

Inoltre la vittoria romana alla battaglia dell'Ebro lasciò gravemente indebolite le forze armate cartaginesi in Spagna. Perciò i due Scipioni negli anni successivi (539 215 - 541 213) poterono avanzare fin nel cuore della Spagna cartaginese. Vediamo come commenta Pisacane la battaglia: "I due Scipioni appena seppero del disegno di Asdrubale di voler passare in Italia in soccorso del fratello congiunsero i loro eserciti e lo costrinsero a battaglia nelle vicinanze di Tortosa. Asdrubale imitò l'evoluzioni di Annibale a Canne sperando il risultato medesimo: collocò alle ali le più esperte e valorose schiere, le fiacche al centro, rifiutò questo e ricevette quasi nel grembo della sua linea di battaglia il nemico. Ma il suo avversario non era Varrone: i romani avanzando il centro gradatamente si spiegarono a ventaglio: non sono gli ordini romani affollati come a Canne, essi conservano la mirabile mobilità ed i cartaginesi, fronteggiati alle ali da pari forze, sono rotti al centro e perciò vinti... Dopo questa disfatta rimasero ai cartaginesi tre eserciti che il disastro congiunse mentre i due Scipioni si divisero".

543 211 BATTAGLIA DELL'Alto Baetis e BATTAGLIA vicino A CARTAGENA (ILICI?)

Le due pesanti sconfitte dei due Scipioni una dietro l'altra in Spagna, con la morte degli stessi generali, saranno un durissimo colpo per la presenza romana in Spagna, che si era fino a quel momento ottimamente stabilizzata. I due consoli erano stati uniti nella grande vittoria sul fiume Ebro, a Hibera (Dertosa); ora dividono il loro eserciti anche perché i Cartaginesi hanno diviso i loro eserciti in un vasto territorio spagnolo da Gadir (Cadice) alla Celtiberia. Le legioni V e VI (urbane nel 219) avevano 24.000 fanti e quasi 2.000 cavalieri a cui si aggiungevano 20.000 Celtiberi da poco reclutati e altri aiuti di popolazioni spagnole da poco alleate. Le basi stabili di Emporiae, Tarraco e la ripresa di Sagunto, più la supremazia navale romana che consentiva sbarchi e rifornimenti assidui, non facevano supporre un simile rovescio. A nord di Ilici e a sud dello Jucar i due consoli avranno diviso equamente le loro forze. Asdrubale Barca, proveniente proprio dal fiume Baetis e dal territorio dei Turduli, avrà incontrato Gneo Scipione a Ilici - la località è una supposizione- a nord di Cartagena e sicuramente, secondo le fonti, vicino a questa capitale cartaginese della Spagna. Sull'alto corso del Baetis, probabilmente al confine tra il territorio dei Bastetani e quello dei Turduli, Publio Scipione si è incontrato con l'altro esercito proveniente dalla Guadiana, al comando di Magone - fratello di Annibale e di Asdrubale e anche egli genio militare che meglio spiega la vittoria- con circa un terzo delle complessive forze cartaginesi allora in Spagna. Non si hanno descrizioni delle due battaglie. Sono sicure le zone (non le località) in cui avvennero. E' sicuramente vero che si salvarono le cavallerie- romani soci e qualche alleato spagnolo e greco di Spagna. E' forse esagerata la cifra di 25.000 fanti scampati- sono forse caduti unicamente i Celtiberi e gli altri alleati?-, comunque sia la ricostruzione più realistica tiene conto della ricomposizione, ricostituzione e reintegrazione delle legioni subito dopo in Spagna, sulla linea del fiume Ebro scelta come difensiva. I Cartaginesi dal canto loro scelsero certo di ricontrollare e riorganizzare la Spagna per future spedizioni in Italia, da Annibale, suddividendo l'esercito nelle tre zone strategiche precedenti e vittoriose, con gli stessi generali. Sentiamo cosa dice il Pisacane che già precorre l'arrivo in Spagna del giovane Scipione (il futuro Africano) e le sue folgoranti vittorie.

"Dopo la disfatta degli Scipioni, gli avanzi dei romani, 25.000 fanti e 2.000 cavalli, elessero a condottiero Marcio, cavaliere romano, che, dopo splendidi combattimenti abilmente diretti, rinfrancò gli abbattuti spiriti... Dopo la disfatta dei due Scipioni, i tre eserciti cartaginesi si erano di nuovo divisi: Asdrubale figlio di Amilcare guardava con un esercito la valle del Baetis (Guadalquivir); Magone quella dell'Anas (Guadiana); Asdrubale figlio di Giascone campeggiava l'alto Tago. Cadice e Cartagine nuova (Cartagena) erano gli estremi della loro base; la loro fronte d'operazione risultava perpendicolare ad essa estendendosi dal mare all'alto Tago. Cartagine nuova, loro emporio principale, sporgeva innanzi a questa fronte ed era distante dal nemico sette giornate e 10 dal più prossimo esercito cartaginese. Non sfuggì al giovane Scipione (figlio di Publio, uno dei due Scipioni morti in battaglia) il vizio di tale  dispositura: sorprese Cartagine nuova e se ne impadronì."

35 545 209 Presa di Cartagena da parte di Scipione

Magone era a Gibilterra, Asdrubale di Giscone alla foce del Tago, Asdrubale Barca assediava vicino Madrid una città. Scipione era a sette giorni di marce forzate da Cartagena -considerata comunque imprendibile -i Punici a dieci giorni di marce forzate. Scipione lasciò a Tarraco 3000 fanti più 300 cavalieri con Marco Silano. Lui stesso con 25.000 fanti e 2500 cavalieri marcia via terra dall'Ebro a Cartagena, mentre Caio Lelio guida per via mare la flotta tagliando le comunicazioni dal porto. Questo era a forma di bottiglia, a sagoma circolare, la cui imboccatura era quasi tappata da un'isola mentre la stessa Cartagena si presentava come un candeliere sistemato sul fondo della bottiglia, costruita com'era su una sottile striscia rocciosa che sporgeva dalla terraferma a mo' di stretta penisola dalla notevole somiglianza con Gibilterra. L'istmo che collegava la città alla terraferma misurava in larghezza meno di 400 metri. La città era protetta su due lati dal mare e a ovest da una laguna. La sua conquista appariva quindi un'impresa poco meno che impossibile, a meno di ricorrere a un'azione di assedio. Ma il tempo a disposizione impediva di prendere in esame l'idea di un assedio. Scipione provvide innanzitutto a rafforzare la sua sicurezza tattica costruendo a difesa del lato esterno dell'accampamento una palizzata e una doppia trincea che andavano da una riva all'altra del mare. Sul lato interno, quello che fronteggiava l'istmo, non eresse difese, in parte perché la natura stessa del terreno forniva protezione, in parte allo scopo di non intralciare il libero movimento delle sue truppe d'assalto. Per contrastarle il comandante cartaginese Magone armò 2000 dei cittadini più robusti e li accostò per un eventuale sortita nei pressi della porta che dava sulla terraferma. Il resto delle forze lo distribuì per difendere le mura quanto meglio potessero, mentre delle sue truppe regolari dislocò 500 armati nella rocca all'estremità della penisola e altri 500 sul colle orientale della città. Il giorno seguente Scipione fece circondare la città dalla parte del mare con tutte le sue navi e la sottopose al lancio di ogni tipo di proiettili. Poi verso l'ora terza -le otto di mattina- fece avanzare lungo l'istmo 2000 uomini scelti affiancati da portatori di scale poiché la ristrettezza della penisola impediva l'uso di forze più massicce. Comprendendo le difficoltà di manovra di questi uomini in caso di contrattacco da parte dei difensori, egli fece astutamente in modo da volgere questa stessa debolezza a proprio esclusivo vantaggio. La prevista sortita nemica iniziò non appena Scipione fece dare dalle trombe il segnale dell'assalto e ne nacque un furioso corpo a corpo. "Ma non era uguale l'aiuto che proveniva alle due parti perché ai Cartaginesi giungevano da una sola porta e da una distanza di quasi due stadi mentre ai Romani gli aiuti giungevano molto da vicino e da molti luoghi. Infatti Scipione aveva collocato a ragion veduta i suoi presso il campo per indurre a battaglia i nemici dalla maggior distanza possibile (Livio dice che la prima linea romana retrocesse, secondo gli ordini ricevuti, allo scopo di risultare più vicina ai rinforzi), ben sapendo che se avesse sterminato quelli che erano l'elemento più valido della popolazione avrebbe provocato il panico generale e nessuno più degli assediati avrebbe osato uscire dalla porta" (Polibio X,12). Questa ultima circostanza fu essenziale per la libertà di manovra della sua mossa decisiva.

Grazie alla sapiente immissione di riserve fresche nella battaglia l'azione cartaginese fu dapprima arrestata e poi respinta in disordine e i soldati romani incalzarono i nemici "con tale vigore nella loro fuga che se Scipione non avesse fatto suonare la ritirata sarebbero forse irrotti nella città misti coi fuggiaschi " (Livio XXVI,44). Poggiate le scale alle mura, queste si rivelarono talmente alte da respingere gli scalatori e l'assalto fu dunque sospeso. Ma Scipione aveva così raggiunto il suo primo obiettivo: abbattere il morale dei difensori e scongiurare la possibilità che i Cartaginesi con nuove sortite ostacolassero l'attuazione dei suoi piani. In questo modo egli sgombrò il terreno in vista della mossa decisiva, per l'attuazione della quale doveva solamente aspettare la bassa marea; piano, questo, che aveva ideato molto tempo prima a Tarragona, dove grazie a notizie raccolte da pescatori che conoscevano Cartagena, Scipione aveva appreso che con l'acqua bassa la laguna era guadabile. Per quest'azione egli radunò 500 uomini con scale sulla riva della laguna, rinforzando nel frattempo le sue forze sull'istmo sia con uomini sia con scale, in numero sufficiente a far sì che " tutto il muro fosse circondato da uomini pronti a dare la scalata " (Polibio X,14). Così Scipione ci fornisce il primo esempio del moderno assioma tattico per cui un attacco finalizzato a impegnare l'avversario dovrebbe sempre svolgersi sul fronte in più ampio possibile, allo scopo di occupare interamente l'attenzione del nemico e impedirgli così di far fronte al colpo decisivo sferrato altrove. Scipione lanciò dunque il suo assalto simultaneamente a un attacco di sbarco della flotta, e quando la lotta ebbe raggiunto il suo culmine "il mare cominciò ad abbassarsi; l'acqua abbandonava a poco a poco le punte estreme della laguna e dalla bocca la corrente si riversava abbondantemente ed impetuosa nel mare contiguo, così che coloro i quali, ignari della natura, del luogo guardavano ciò che stava accadendo, credevano di vedere un fatto straordinario. Publio, avendo pronte le guide, esortava quei soldati che aveva preparato allo scopo a entrare coraggiosamente in acqua: era un uomo nato particolarmente per infondere coraggio e per far vibrare in chi gli era vicino i medesimi impulsi che gli concepiva nell'animo. Poiché i soldati fecero allora quello che gli aveva comandato, guadando a gara la laguna, tutto l'esercito pensò che una volontà divina aveva fatto verificare quell'avvenimento" Polibio X,14. I 500 soldati superarono senza difficoltà la laguna, raggiunsero le mura e le scalarono senza incontrare opposizione, poiché i difensori si erano spostati in altri luoghi e specialmente verso l'istmo e la porta, non supponendo che il nemico si sarebbe avvicinato al muro dalla parte della laguna. In seguito "i romani, occupate le mura, dapprima le percorsero buttandone giù i nemici che incontravano, molto aiutati in ciò dal tipo della loro armatura " Polibio X,15. Erano chiaramente consapevoli del fatto che un'avanzata deve prontamente svilupparsi in estensione prima ancora che in profondità: un principio questo che nella guerra 1914-18 fu appreso dalle truppe dell'Intesa solo dopo le dure lezioni ricevute a Loos e in altri luoghi. Poi i romani irruppero verso la porta che dava sulla terraferma e che già era attaccata dall'esterno e cogliendo i difensori di sorpresa alle spalle sopraffecero ogni resistenza e aprirono la via al grosso degli attaccanti. Impadronitosi così delle mura Scipione sfruttò subito il suo successo. Mentre gli scalatori si davano al saccheggio e gli si occupò di persona di mantenere in formazione regolare le truppe che entravano dalla porta e le guidò all'attacco della rocca. Qui Magone " quando vide pieno tutto di nemici e vana ogni speranza, si arrese con la rocca e col presidio " Livio XXVI,46.

37 546 208 BAECULA (oggi BAILEN) vicino a Castulo

Nel battere Asdrubale Barca Scipione dimostra tutte le sue grandi capacità manovriere. Egli pone un velo di truppe leggere e una linea di fanteria al centro per sostenere il centro di Asdrubale: poi fa scorrere ai fianchi gli altri suoi legionari, intorno al colle su cui era asserragliato il nerbo dei nemici, con una grande azione avvolgente. Gravi le perdite di Asdrubale che pure riesce a sganciarsi e a puntare a nord verso i Pirenei e per l'Italia. Che dopo questa battaglia Scipione non inseguisse Asdrubale che andava verso i Pirenei ha dato luogo a molte discussioni. Ma si può dire che sarebbe stato un inseguimento all'anatra selvatica: la sua inferiorità nelle forze a cavallo gli avrebbe impedito di agganciare Asdrubale che allo stesso tempo non avrebbe potuto custodire tutti i valichi dei Pirenei (Asdrubale punta molto a Nord per valichi non presidiati dai romani). Si noti che il Senato non pensò necessario farlo tornare per mare così come aveva fatto nel 218 con Sempronio, richiamato dalla Sicilia: la sua provincia restava la Spagna, dove c'erano ancora intatti due eserciti cartaginesi e dove egli era stato acclamato re dai suoi ausiliari iberici (titolo subito rifiutato) e "imperator" dai legionari, subito dopo la battaglia.

Già nell'inverno tre dei più importanti capi spagnoli, Edecone, Indibile e Mandonio, erano passati dalla parte di Scipione e gran parte delle tribù iberiche seguì il loro esempio. Asdrubale Barca, posto di fronte a questo mutamento dell'equilibrio delle forze, si sentì costretto a prendere l'offensiva. Scipione fece tirare in secco le navi a Tarragona e unì gli equipaggi all'esercito. Del resto il mare era stato liberato dalle navi cartaginesi ed egli voleva marciare verso l'interno. I cantieri  e le officine di Cartagena gli offrivano ricca scorta di armi per i nuovi contingenti. L'esercito di Asdrubale si trovava nel distretto di Castulone -Cazlona-, presso la città di Becula sulle rive settentrionali del fiume Baetis - Guadalquivir. Indibile e Mandonio si unirono a Scipione con le loro truppe ed egli restituì loro le figlie trovate a Cartagena: i due capi spagnoli accettarono di obbedire ai comandanti romani prendendo da loro ordini. All'avvicinarsi dei romani, Asdrubale Barca spostò il campo in ottima posizione difensiva: un saliente formante un piccolo ma alto pianoro abbastanza elevato per essere sicuro e abbastanza ampio per lo spiegamento delle truppe, protetto alle spalle da un fiume e di difficile accesso sui fianchi. Su questo, inoltre, la formazione era disposta su due terrazzi, sul più basso Asdrubale piazzò le truppe leggere di copertura, cavalieri della Numidia e frombolieri delle Baleari, mentre sul più alto dispose il suo campo trincerato. Scipione rimase indeciso lì per lì sul modo migliore per avere ragione di una simile postazione, ma non osando attendere troppo nel timore che gli altri due eserciti cartaginesi si facessero vivi, escogitò un piano. Inviò i veliti e altra fanteria leggera a scalare il primo terrazzo della postazione nemica e nonostante le difficoltà opposte dal terreno scosceso e dalla pioggia di dardi e pietre, la determinazione e la pratica di questi soldati nel tenersi al coperto permisero loro di guadagnare la cresta. Non appena ebbero stabilito una specie di testa di ponte le loro armi superiori e il loro migliore addestramento del combattimento ravvicinato ebbero la meglio su avversari più addestrati al lancio di proiettili e bisognosi di ampio spazio a disposizione per una lotta di movimento. Così le truppe leggere cartaginesi furono sospinte in disordine sul terrazzo superiore. Allora Scipione che aveva tenuto il resto del suo esercito pronto all'interno del campo, " lanciò addosso ai nemici tutta la fanteria leggera con l'ordine di portare aiuti a quelli che avevano dato inizio la battaglia " Polibio X,39. Poi, suddivisa la sua fanteria pesante in due gruppi, ne guidò di persona uno intorno al fianco sinistro della postazione nemica e inviò Lelio con l'altro gruppo sul lato opposto del costone con l'incarico di individuare un punto praticabile per la scalata. Dovendo compiere il percorso più breve gli uomini condotti da Scipione salirono per primi sul costone e attaccarono il fianco dei cartaginesi prima ancora che questi potessero spiegarsi a difesa, poiché Asdrubale, fidando nella sicurezza della sua posizione, aveva ritardato nel far uscire dal campo le sue forze principali. Intrappolati dunque prima di aver assunto da loro formazione e mentre ancora si stavano movendo i cartaginesi furono messi in rotta. E durante la confusione che ne seguì comparve Caio Lelio ad attaccare l'altro fianco. Stiamo parafrasando Liddell Hart che essendo stato comandante della fanteria leggera dello Yorkshire nell'impero britannico è militarmente attendibile. E abbiamo qui un attacco di truppe manipolarli a un ordine cartaginese quasi certamente serrato, allenato cioè, nel nerbo principale e "pesante", all'ordine chiuso di tipo ellenistico. E' da rilevare che Livio, contraddicendo Polibio, sostiene che Scipione guidò l'ala sinistra e Lelio la destra, divergenza evidentemente dovuta al punto di vista prescelto, quello degli attaccanti o dei difensori. Polibio afferma che il piano stabilito da Asdrubale in caso di sconfitta prevedeva una ritirata in Gallia allo scopo di reclutare quanti più nativi possibili e unirsi poi al fratello Annibale in Italia. Sia che si tratti di congettura o di realtà rimane il fatto è Asdrubale non appena si rese conto che la battaglia era perduta fuggì dal pianoro con il denaro e gli elefanti raccogliendo durante la ritirata il maggior numero possibile di fuggitivi e risalendo lungo il fiume Tago in direzione dei Pirenei. Ma la doppia manovra avvolgente di Scipione e ancor più la sua lungimiranza nel mandare tempestivamente innanzi due coorti -sei manipoli- per bloccare le due principali linee di ritirata, valse a catturare come in una rete il grosso delle truppe cartaginesi: 8000 nemici furono uccisi 12.000 caddero prigionieri. E mentre i prigionieri africani furono poi venduti come schiavi, Scipione seppe mostrare di nuovo la sua sagacia politica rimandando alle loro case e senza alcun riscatto in prigionieri spagnoli.

Per la fuga di Asdrubale Polibio aggiunge che: " Scipione non giudicò opportuno lanciarsi all'inseguimento perché temeva che gli altri comandanti potessero sopraggiungere e attaccarlo " X,39. Al critico militare la ragione suona convincente. Sarebbe stata follia spingersi ancora oltre nell'interno montagnoso con il rischio che i due restanti eserciti nemici superiori in forze potessero convergere su di lui e tagliarlo fuori dalla sua base. Qui la nuda e cruda esposizione del problema militare basta a dare risposta a quanti, per lo più storici non militari, rimproverano a Scipione di aver permesso che Asdrubale abbandonasse la Spagna e accorresse in Italia in aiuto di Annibale. Asdrubale seguì la stessa strada poi utilizzata da Wellington dopo Vitoria nel 1813, spingendosi fino alla costa settentrionale della Spagna, passando per la zona dell'attuale San Sebastiano e attraversando poi il valico a occidente dove il Pirenei digradano verso il mare. Sostenere che se Scipione fosse rimasto sulla difensiva avrebbe potuto bloccare la ritirata di Asdrubale è assurdità, poiché egli aveva la sua base sulla costa orientale. Inoltre uno degli altri due eserciti cartaginesi avrebbe potuto impegnarlo consentendo a Asdrubale di sganciarsi attraverso uno dei numerosi passi occidentali. Qualora poi egli, distante com'era dalla sua base, avesse tentato qualche altra mossa in un territorio così impervio, non solo avrebbe messo a repentaglio la sua base ma si sarebbe cacciato nei guai tra i monti. Se non fosse stato per l'offensiva di Scipione e la sua vittoria a Becula Asdrubale sarebbe potuto entrare in Gallia con tutte le sue forze ed evitare così il ritardo di due anni -in verità fatale alla causa cartaginese -ritardo dovuto alla necessità di reclutare nuove truppe di organizzarle prima di proseguire (addestrarle). La saggezza di Scipione nel non voler inseguire Asdrubale fu confermata dal fatto che, pochi giorni dopo la battaglia di Becula, Asdrubale di Giscone e Magone raggiunsero Asdrubale Barca e si unirono a lui. Quest'incontro servì loro per decidere i piani futuri. Essendo chiaro che Scipione, con diplomazia e vittorie, aveva guadagnato le simpatie di quasi tutta la Spagna, essi decisero che Magone avrebbe trasferito il comando delle sue forze a Asdrubale Barca e sarebbe andato nelle Baleari per raccogliervi truppe ausiliarie fresche: Asdrubale Barca si sarebbe spostato in Gallia al più presto, prima che le restanti sue truppe spagnole disertassero, e avrebbe poi marciato sull'Italia.. Asdrubale di Giscone si sarebbe di ritirato nella regione più remota della Lusitania (Portogallo) vicino a Cadice -Gades-, l'unica zona in cui i cartaginesi potevano ancora sperare di trovare aiuti spagnoli. Massinissa infine, con un corpo di 3000 cavalieri, aveva piena libertà di movimento per devastare e saccheggiare le regioni dei romani e dei loro alleati spagnoli

39 547 207 CASTULO -Castulone in Celtiberia

Un nuovo comandante, Annone, era giunto da Cartagine con un esercito fresco per rimpiazzare Asdrubale Barca partito per Gallia e Italia. Anche Magone era tornato dalle Baleari e dopo aver raccolto rinforzi indigeni in Celtiberia, la regione che comprendeva parte della moderna Aragona e della vecchia Castiglia, fu raggiunto da Annone. La minaccia non giungeva comunque da una sola direzione, poiché Asdrubale di Giscone era avanzato da Cadice fin nella Betica- l'odierna Andalusia. Se Scipione si fosse spostato verso l'interno contro Annone e Magone avrebbe corso il rischio di trovarsi Asdrubale alle spalle. Perciò egli distaccò il suo luogotenente Marco Giunio Silano con 10.000 fanti e 500 cavalieri inviandolo contro i primi due mentre egli se ne rimase all'apparenza a sorvegliare le mosse di Asdrubale. Nonostante le strette gole e i fitti boschi incontrati sulla sua strada Silano marciò con tanta velocità da piombare addosso ai cartaginesi prima che un solo messaggero o qualche anche vaga informazione potesse metterli in guardia. Il vantaggio della sorpresa equilibrò la sua forza numerica inferiore e piombato dapprima sul campo dei Celtiberi privo di guardie e sentinelle, li mise in rotta prima che i cartaginesi fossero in grado di dare loro soccorso. Magone con quasi tutta la cavalleria e 2000 fanti fuggì dal campo non appena fu chiaro l'esito della battaglia e si ritirò verso la regione di Cadice. Ma Annone e quei cartaginesi che giunsero sul campo di battaglia quando ormai le sorti dello scontro erano decise furono presi prigionieri, e i rinforzi celtiberi furono completamente dispersi in modo da troncare sul nascere il pericolo che altre tribù potessero imitare il loro esempio e unirsi cartaginesi. Dopo essersi in questo modo garantito la sicurezza per una avanzata verso sud, Scipione mosse contro Asdrubale di Giscone il quale non solo fu veloce a sganciarsi con poco onorevole ritirata, ma, nel timore che l'esercito unito potessi tirargli addosso Scipione, lo divise in piccole guarigioni subito insediate in altrettante cittadine fortificate. Il romano, vedendo il nemico in una difensiva sterile e passiva, rinunciò ad assedi inconcludenti e mandò solo il fratello Lucio a devastare la città di Orongis -Orinx, che serviva ad Asdrubale come base strategica per compiere incursioni negli stati dell'interno. Poi, avvicinandosi l'inverno, raccolse le legioni nei quartieri d'inverno e mandò il fratello a Roma con Annone e altri prigionieri di alto rango.

41 547 207 Battaglia del fiume METAURO vicino alla foce e a Fano

Asdrubale, osservando attentamente il nemico, intese nel campo del console che il segnale che riuniva le schiere suonava due volte, quindi due erano i consoli, essendo privilegio consolare far suonare il "classicum". Ormai sicuro di una trappola levò il campo, cominciò a risalire lungo il fiume, onde evitare la battaglia nota 1.

Il frutto delle brillanti operazioni dei romani andava perduto se Asdrubale fuggiva ed il legato di Claudio Nerone -rimasto in Apulia NdR- non era certo troppo sicuro pur con 34.000 fanti e 1000 cavalieri, vicino un nemico come Annibale. I romani lo inseguono: i cavalieri comandati dal console Claudio fanno testa alle schiere, il pretore Porcio con i veliti viene dopo, da ultimo il console Livio conduce i fanti in ordine di battaglia. Asdrubale, volendo porre il fiume fra sé e il nemico, cerca un guado, ma i romani gli sono addosso, la battaglia è inevitabile, egli si arresta, volge loro la fronte e schierasi: a manca, su un sito forte per natura, colloca i Galli, nel centro i Liguri, alla destra le sue migliori schiere, Africani e Spagnoli, ed egli con essi. Incontro a questi trovasi il console Livio; era Porcio al centro; reggeva Claudio la destra fronteggiando i Galli. Appiccasi la battaglia, alla sinistra dei romani sanguinosissima, ivi combattono di persona Asdrubale e Livio, ivi le migliori schiere, ivi aperto il terreno non impedisce in nessun modo la mischia; intanto, alla destra, Claudio Nerone scorgendo tra sé e il nemico un terreno impraticabile, lascia la sua prima fronte incontro ad esso e con le altre due muove verso la sinistra dell'esercito, lo oltrepassa, corre a circuire la destra del nemico, lo investe di costa ed alle spalle; e la vittoria è decisa. L'esercito di Asdrubale è rotto, uccisi quelli che resistono; muore Asdrubale sul campo da prode guerriero come si era mostrato abile capitano.

Nota 1 Sebbene il suo esercito ammontasse ancora a quei 48.000 fanti e 8000 cavalieri con cui era disceso in Italia, le forze corrispondenti a quasi due eserciti consolari erano certamente temibili, aggiungendovi truppe pretorie di Porcio e molti reparti scelti ed "extraordinarii".

43 548 206 AMBASCIATA di Scipione e di Asdrubale Giscone da Siface a Siga, in Numidia

Scipione si rimette all'opera sul piano diplomatico. Massinissa, che dopo la sconfitta di Ilipa era passato con i romani, fu inviato in Africa per indurre i Numidi a seguire il suo esempio. Inoltre Scipione inviò Lelio come ambasciatore per saggiare la disponibilità di Siface, re dei Masessili, il cui territori abbracciava gran parte della moderna Algeria. Siface, pur esprimendo la propria disponibilità a rompere con Cartagine, rifiutò di stipulare qualsiasi contratto se non con Scipione in persona. Sia pur con la promessa di un salvacondotto, i rischi di un simile viaggio erano immensi: le salvaguardie diplomatiche compivano allora i primi passi; un inviato correva grossi pericoli. I rischi erano ancora maggiori quando l'inviato era un condottiero romano vittorioso, un uomo la cui esistenza costituita una sempre crescente minaccia per Cartagine ed i suoi alleati. Ma Scipione, emanate le disposizioni necessarie a garantire la sicurezza della Spagna, salpò da Cartagena con due quinqueremi. Scipione giunse in vista del porto di arrivo subito dopo che Asdrubale, cacciato dalla Spagna, vi aveva gettato la ancora durante il suo viaggio di ritorno a Cartagine. Asdrubale aveva con sé 7 triremi e scorgendo quelle due navi romane che si avvicinavano tentò in tutta fretta di preparare le triremi e di levare l' ancora per poter assalire, sopraffare le quinqueremi prima che potessero entrare nel porto neutrale. Ma una vigorosa brezza dal mare aiutò le navi romani a entrare nel porto prima che la flotta di Asdrubale potesse salpare e non appena Scipione si trovò in quelle acque i cartaginesi non ebbero più il coraggio di interferire. Allora sia Asdrubale che Scipione chiesero udienza al re, che si sentì molto lusingato da questo riconoscimento della propria importanza. Siface offrì ospitalità a entrambi, e dopo qualche iniziale perplessità i due comandanti superarono i rispettivi scrupoli e accettarono di sedere insieme alla tavola di Siface. In una situazione così delicata, l'ascendente e le doti diplomatiche di Scipione seppero avere la meglio. Non soltanto Siface ma pure lo stesso Asdrubale fu soggiogato dal suo fascino, fino al punto che il cartaginese ammise apertamente che: "Scipione era apparso ancora più ammirabile in quell'incontro che nella sua opera di guerra e che senza alcun dubbio Siface e il suo regno già erano in potere dei romani: tale arte aveva egli di conciliarsi gli animi " Livio 28,18. Asdrubale fu buon profeta, poiché Scipione riprese il mare con un trattato di alleanza ratificato. (Parafrasato da Liddell Hart cit.)

43 548 206 ILIPA vicino Siviglia

in Spagna Asdrubale di Giascone corre al rischio di misurarsi con Scipione. 50.000 cartaginesi contro 48.000 romani. Magistrale la manovra di Scipione: egli attua un doppio aggiramento del nemico con fanteria leggera e cavalieri mentre il centro inferiore di numero al nemico riusciva a contenere ed agganciare il grosso delle forze avversarie. Nel corso dell'azione Scipione annientò le ali dell'esercito nemico e ne inseguì i resti con tanto vigore che i cartaginesi rimasero privi di forze terrestri in tutto il suolo iberico

Ricostruzione: dopo la sconfitta del 548 206 a Baecula i cartaginesi decisero di limitarsi alla difesa della Spagna e di rincalzare Annibale per ripigliare l'offesa in Italia. Dei tre eserciti cartaginesi di Spagna se ne composero due: uno quello di Magone Barca in partenza per l'Italia, l'altro con Asdrubale figlio di Giascone sull'alto Tago. Ma Scipione guadagnava sempre di più la stima degli spagnoli e Asdrubale vedendo che molte popolazioni abbracciavano la causa romana, si decise ad attaccare. Con 50.000 uomini di fanteria- in parte riportati dall'Africa, in parte arruolarti in Spagna - 4000 cavalli e 32 elefanti marciò alle rive del Baetis, Massinissa con lui. Scipione con esercito minore, 45.000 fanti e 3000 cavalli, destreggiava, onde staccarlo da Cadice, unica sua base possibile; i due campi erano l'uno contro l'altro: Asdrubale tutti i giorni traeva l'esercito dallo steccato e lo schierava: gli africani al centro e a destra e a sinistra di questi gli spagnoli, alle ali la cavalleria, davanti a questa gli elefanti. Scipione imitavalo opponendo i Romani agli Africani, gli Spagnoli agli Spagnoli. Per vari giorni, senza combattere, così pompeggiarono. Primo a schierarsi e primo a rientrare nello steccato era Asdrubale. Scipione, bene osservati gli ordini nemici, decise di venire ai fatti; stende il suo disegno di battaglia e la sera si bandiscono gli ordini: cavalli e fanti leggeri pronti per la dimane a sortire dallo steccato, l'esercito tutto per tempissimo prendesse nutrimento. Albeggia, ed i cavalli e i veliti assalgono il campo nemico mentre, da essi celato e protetto, Scipione si schiera a battaglia: gli Spagnoli al centro, a destra e a manca le legioni romane ed invertì così l'ordine usato nei giorni precedenti. Sorpresi, i cartaginesi spiccano dallo steccato anche essi cavalieri e lanciatori, e con la disposizione medesima dei giorni precedenti si apprestano a combattere. Senza che una delle due parti accennasse a piegare, continua la lotta fra i veliti; Scipione suona a raccolta: si ritirano di scaramuccianti per la radità degli ordini e si bipartiscono dietro le ali, collocandosi a tergo delle legioni romane i veliti e dietro a questi i cavalieri. Era perciò angustissima la fronte dell'esercito di Scipione, e perché avea minor gente e perché i cavalieri ed i veliti si nascondevano dietro le ali dei fanti. Per converso, Asdrubale quanto più poteva distendevasi, minacciando con le sue ali di circondarlo. Muove Scipione lentamente. A passo celere gli viene incontro il nemico. Scipione dà il segnale, l'evoluzione comincia, egli regge l'ala dritta, la sinistra Giulio Salino: gli Spagnoli (il centro) continuano la lenta e diretta marcia; raddoppiano il passo le ali, ed ogni manipolo di fanti, ogni drappello di veliti, ogni turma di cavalieri eseguono una mezza girata sinistra o a destra, secondo che si trovano al manco o al destro corno, e, muovendo su di una linea parallela alla fronte nemica, guadagnano esteriormente terreno; così, mentre le ali si scalonano, avanti, sul centro distendesi la fronte; non appena con tale movimento diventa uguale a quella del nemico, la marcia obliqua delle ali cangiasi in marcia diretta per i manipoli dei fanti; i drappelli dei veliti e le turme dei cavalieri compiono la girata e si schierano quelli dell'ala destra sulla sinistra in battaglia e quelli della sinistra sulla destra in battaglia, arringandosi coi fanti, ed alternando un drappello di veliti e una turma di cavalieri; spunta così le ali del nemico che da attorniante si vede attorniato. I fanti romani attaccano gli Spagnoli; i veliti fugano gli elefanti che scompigliano gli ordini cartaginesi, ed i cavalieri feriscono in fronte e di costa i cavalieri nemici. I Cartaginesi vennero sconfitti, le loro migliori schiere, gli Africani, rimasti inoperosi al centro della battaglia, protessero la ritirata. Questa fu la famosa battaglia di Ilipa o di Linga, presso la moderna Siviglia. (da Pisacane, cit.)

Ecco dunque questa battaglia da altra angolazione: Scipione avanzò verso Ilipa con una forza complessiva fra romani alleati di 45.000 fanti e 3000 cavalieri (Liddell Hart 58) e quando giunse in vista dei cartaginesi fece porre il campo su alcune basse colline che fronteggiavano la posizione nemica questa avanzata di Scipione avvenne il lungo una linea che in caso di sua vittoria avrebbe tagliato fuori i cartaginesi dalla più vicina via di comunicazione con Cadice, via che correva lungo la riva meridionale del fiume Baetis. Magone ritenendo che il momento fosse opportuno per un subitaneo attacco inteso a disorganizzare gli avversari, prese con sé quasi tutta la sua cavalleria e quella di Massinissa e attaccò i romani impegnati nei lavori di fortificazione del campo. Ma Scipione, fedele come sempre al principio della propria massima sicurezza, aveva previsto una simile possibilità e disposto la cavalleria romana al coperto dietro una collina. I cavalieri di Scipione caricarono sul fianco la punta più avanzata della cavalleria nemica e li dispersero in breve tempo, e per quanto i successivi scaglioni cartaginesi sopraggiunti a sostenere l'attacco riuscissero momentaneamente a riequilibrare la situazione, il risultato venne deciso da un folto gruppo di legionari che si lanciò in una sortita dal campo romano. Sulle prime i cartaginesi si ritirarono ordinatamente ma quando l'incalzare dei legionari si fece più massiccio, i cavalieri ruppero le file e corsero disordinatamente a cercare rifugio nel loro accampamento. Il risultato diede quindi a Scipione un vantaggio iniziale, se non altro sul piano psicologico.

I due campi stavano uno di fronte all'altro, nella parte bassa dei due opposti pendii di una vallata. Nei giorni che seguirono Asdrubale condusse fuori il suo esercito molte volte offrendo battaglia. Ogni volta Scipione attese che i cartaginesi avessero iniziato la manovra prima di fare altrettanto. Così da nessuna delle due parti si dava inizio al combattimento. Al calar del sole entrambi gli eserciti, stanchi dell'attesa, rientravano al campo: e i cartaginesi erano senza i primi a farlo. Considerando il risultato finale non è possibile dubitare che nel caso di Scipione tale manovra avesse i suoi buoni motivi. Ogni volta le legioni romane venivano disposte al centro, schierate cioè contro le truppe regolari cartaginesi e africane, mentre gli alleati spagnoli occupavano i fianchi di ognuno dei due schieramenti. In entrambi i campi divenne quindi opinione diffusa che tale spiegamento di forze fosse definitivo e Scipione aspettò finché quest'opinione divenne certezza per tutti. Allora egli agì. Aveva osservato che i cartaginesi facevano il loro ingresso sul campo di battaglia ogni mattina a tarda ora, e di proposito aveva atteso a schierare i suoi perché questa abitudine si radicasse nella mente dell'avversario. Una sera, sul tardi, ordinò che per il giorno dopo i soldati consumassero il rancio e fossero armati di tutto punto prima dell'alba, e che per la stessa ora la cavalleria disponesse delle sue cavalcature pronte. Poi alle prime luci del giorno mandò la cavalleria e la fanteria leggera ad attaccare gli avamposti nemici e li seguì con le sue legioni. Questo fu il suo primo colpo a sorpresa e gli valse come risultato il fatto che i cartaginesi, colti mentre ancora sonnecchiavano dall'incalzare della cavalleria romana e dei fanti leggeri, dovessero armarsi e uscire dal campo senza consumare il rancio. Inoltre il mutamento inaspettato fece sì che Asdrubale non avesse il tempo necessario per modificare il suo schieramento iniziale anche se ciò gli fosse venuto in mente. Perché il secondo colpo a sorpresa di Scipione fu l'inversione del suo precedente ordine di battaglia, con la sistemazione degli spagnoli al centro e delle legioni sui fianchi. Per alcune ore la fanteria romana non compì seri tentativi per avanzare e ciò in conformità alla precisa intenzione di Scipione di lasciare che i suoi nemici affamati avvertissero gli effetti della mancata colazione. Il suo secondo mutamento a sorpresa non correva alcun rischio anche con tale comportamento poiché una volta schierati in ordine di battaglia i cartaginesi non avrebbero mai osato mutare lo schieramento di fronte a un nemico pronto a incalzare. Le scaramucce fra le opposte cavallerie e le fanterie leggere rimasero a lungo inconcludenti poiché se incalzate da vicino entrambe le forze erano in grado di rifugiarsi dietro il riparo delle rispettive fanterie. Infine, quando Scipione ritenne che il momento era maturo, fece suonare la ritirata e le truppe che erano in prima linea filtrando attraverso gli intervalli tra coorte e coorte andarono a disporsi di riserva dietro ogni ala, i veliti dietro la fanteria pesante e la cavalleria dietro di veliti. La compattezza di schieramento della fanteria pesante qui come in tutta la guerra punica seguiva l'impostazione e la solidità di quello falangitico- ellenistico sia che prevalesse in questi casi la formazione a falange sia che prevalesse quella a manipoli. In effetti era il modo di combattimento di questi ultimi nello scontro ravvicinato successivo a modificare i moduli tradizionali di schieramento e di avanzata della fanteria pesante -oplitica-. Era già passato il mezzogiorno quando Scipione ordinò alle sue truppe di avanzare con l'avvertenza che il centro formato dagli spagnoli procedesse più lentamente. Arrivato a circa 800 metri dal nemico Scipione piegò verso destra con la sua ala destra e ruotando poi a sinistra iniziò l'avanzata obliqua con i manipoli che si succedevano in colonna. In precedenza aveva avvertito Silano e Marcio al comando dell'ala sinistra di manovrare in modo analogo. Avanzando rapidamente, in modo che il centro, più lento nei movimenti, non venisse in contatto con i nemici, i manipoli della fanteria romana, a mano a mano che si avvicinavano dal nemico, si piegavano in linea e andavano a colpire direttamente i fianchi degli avversari, i quali, se non fosse stato per questa manovra, avrebbero investito frontalmente lo schieramento romano. Mentre la fanteria pesante esercitava così una violenta pressione frontale sulle ali nemiche, la cavalleria e i veliti, piegando verso l'esterno secondo gli ordini ricevuti, aggirarono parzialmente i fianchi e li presero d'infilata. Questo attacco convergente su entrambe le ali, già di per sé bastevole a a disunire l'avversario poiché obbligava i difensori a fronteggiare un assalto proveniente simultaneamente da due direzioni, fu reso decisivo dal fatto che esso andò a colpire le truppe irregolari spagnole. A moltiplicare i guai di Asdrubale concorse la cavalleria, che con i suoi attacchi sui fianchi rese folli di terrore gli elefanti, i quali si dispersero verso il centro dello schieramento cartaginese seminando confusione. Per tutto questo tempo il centro cartaginese rimase praticamente inattivo, impossibilitato a soccorrere i fianchi per timore di un attacco degli spagnoli di Scipione che incalzavano minacciosi senza tuttavia giungere mai al confronto ravvicinato. Le attente previsioni di Scipione gli avevano permesso di immobilizzare il centro del nemico con un dispendio minimo di forze, lasciandogli così il modo di concentrare il suo attacco nella doppia manovra decisiva. Quando le ali dello schieramento nemico furono distrutte, il centro, esausto per la fame e la fatica, ripiegò, dapprima in buon ordine; ma ben presto, sotto la costante pressione dei romani, i cartaginesi ruppero i ranghi e fuggirono verso il campo trincerato. Un acquazzone torrenziale, mutando in fango il terreno sotto i piedi dei combattenti, fornì loro una temporanea tregua e impedì che i romani giungessero fino a devastare il campo dei nemici alle loro calcagna. Durante la notte Asdrubale evacuò il campo ma poiché l'avanzata strategica di Scipione aveva ormai condotto i romani oltre la linea di ritirata per Cadice, egli fu costretto a ripiegare lungo la riva occidentale del fiume Baetis verso l'Atlantico. Quasi tutti i suoi alleati spagnoli lo abbandonarono. Le truppe leggere di Scipione eseguirono il loro compito che consisteva nel mantenere in contatto con il nemico e Publio fu informato della partenza di Asdrubale già alle prime luci dell'alba. Subito cominciò a inseguirlo inviando avanti la cavalleria e il suo inseguimento fu tanto rapido che sebbene egli venisse sviato da alcune guide nel tentativo di trovare una scorciatoia per tagliare la nuova linea di ritirata di Asdrubale, la sua cavalleria e i suoi fanti leggeri (rorarj e accensj, Hart dice veliti) raggiunsero il nemico. Disturbandolo senza tregua con attacchi ai fianchi e alla retroguardia, imposero all'esercito cartaginese tante soste forzate quante bastarono a permettere l'arrivo delle legioni. " Da quel momento fu non più un combattere ma una specie di macello " (Livio XXXVIII,16), finché solo Asdrubale e 6000 uomini quasi disarmati -vale a dire quanto restava dei 70.000 e più uomini che avevano combattuto a Ilipa  (54.000 e la cifra più attendibile che noi seguiamo per l'esercito di Asdrubale a Ilipa, e 6000 più 12.000 Spagnoli-Cartaginesi gli stampati; a Cadice-Gades solo 6000 arrivano con Asdrubale) riuscirono a trovare scampo sulle colline vicine. I cartaginesi si affrettarono a fortificare una cima del colle più alto, ma anche se l'inaccessibilità del luogo rendeva vanno ogni assalto, la mancanza di vettovaglie provocava un continuo flusso di disertori. Infine Asdrubale una notte abbandonò le truppe superstiti e raggiunse il mare non lontano; qui si imbarcò per Cadice e ben presto anche Magone lo seguì. Allora Scipione lasciò Silano con un contingente armato in attesa dell'inevitabile resa dei scampo e fece ritorno a Tarragona.

La storia militare non offre, in tema di conduzione tattica, secondo lo storico militare Sir Basil Liddell Hart, un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori. Questo risultato fu dovuto ad una perfetta applicazione dei principi di sorpresa e concentrazione, applicazione che nella sua essenza costituisce un esempio per ogni epoca. Il tanto celebrato ordine obliquo di Federico il Grande di Prussia appare quanto mai rozzo a confronto della doppia manovra obliqua e avvolgente di Scipione, il quale seppe effettuare una schiacciante concentrazione delle sue forze migliori in corrispondenza dei punti deboli dell'avversario, mentre il centro del nemico era accuratamente immobilizzato. Scipione non lasciò al suo avversario alcuna possibilità di cambiar fronte: cambiamento che a Kolin doveva costar tanto caro a Federico II (in Boemia il 18 giugno 1757, durante la guerra dei sette anni). E se magistrale fu la sua tattica bellica, ancor più notevoli furono le doti di risolutezza e tempestività con la quale Scipione seppe sfruttarla: doti di cui non esistono paralleli nella storia militare finché Napoleone non giungerà a sviluppare l'inseguimento del nemico come il vitale complemento di ogni battaglia. Eccezionali dunque il cambiamento d'ora e di schieramento, il centro tenuto arretrato, il doppio ordine obliquo e il doppio attacco convergente sui fianchi a Ilipa. Come fa notare il colonnello Denison G.T. nella sua "History of Cavalry", Ilipa è "generalmente considerata l'apice dell'abilità tattica nella storia bellica romana ". Secondo il comandante di compagnia Hart, lo studioso di arte militare, se considera questa battaglia nella sua totalità, dalle mosse progettuali d'apertura fino all'attuazione pratica dell'inseguimento finale, non può che reputarla senza pari in tutta la storia delle guerre.

44 548 206 RIBELLIONE di soldati romani sullo Jucar -Sucro- e degli Spagnoli sul fiume Ebro.

La notizia della grave malattia di Scipione prima di una sua marcia rapida contro Cadice (per conquistarla a Magone che aveva radunato lì le sue navi, raggiungendo Marcio già inviato con truppe leggeri e Lelio con 7 triremi e una quinquereme, per un attacco congiunto terra- mare) si trasformò in quella della sua morte, provocando in Spagna tale e tanta agitazione che " non fedeli rimasero i soci, non fermo al suo compito l'esercito " Livio 28,24. Mandonio e Indibile, insoddisfatti perché dopo l'espulsione dei cartaginesi i romani non avevano dimostrato alcuna intenzione di andarsene e di lasciarli padroni della situazione, innalzarono la bandiera della rivolta e incominciarono a devastare il territorio delle tribù fedeli ai romani. Fra le stesse truppe romane nel campo sul fiume Sucro, a mezza strada lungo le linee di comunicazione tra Cartagena e Tarragona, scoppia una sedizione. Le truppe dislocate lungo le linee di comunicazione sono le meno fidate, le più inclini allo scontento e ai disordini. L'inazione e la forzata astinenza dal saccheggio furono aggravati allora dalla mancata corresponsione delle paghe. Dapprima si ebbe indisciplina e inosservanza degli ordini, poi i soldati ammutinati cacciarono i tribuni dal campo e misero al comando della rivolta due soldati semplici, Caio Albio Caleno e Caio Atrio Umbro. Avevano calcolato che nel disordine generale conseguente alla supposta morte di Scipione sarebbe stato possibile saccheggiare ed esigere tributi a loro piacere, senza dar troppo nell'occhio. Ma quando si seppe che Scipione non era morto le acque già si calmavano e giunsero sette tribuni militari inviati da Scipione. Essi, secondo ordini precisi, assunsero una linea morbida, informandosi sulle lamentele degli insorti anziché rimproverarli e parlando loro a gruppi anziché riunirli tutti insieme. Scipione inviò in tutto il territorio esattori per i tributi già imposti alle varie città per il mantenimento dell'esercito e fece in modo che si sapesse che era per saldare gli arretrati delle paghe. Poi emanò un proclama nel quale stabiliva che i soldati dovevano recarsi a Cartagena per riscuotere la paga, tutti insieme o a gruppi separati, come essi preferivano. Nel contempo ordinò all'esercito di stanza a Cartagena di prepararsi a marciare contro Mandonio e Indibile -che già si erano ritirati nei loro confini per paura di Scipione, e gli ammutinati già si sentivano privi di eventuali alleati. Giunti gli 8000 ammutinati a Cartagena al tramonto furono ben accolti e tranquillizzati dalla prevista partenza delle altre truppe di Cartagena, partenza che avvenne all'alba con l'intero bagaglio. Ma giunti alle porte ebbero l'ordine di fermarsi e deporre gli equipaggiamenti; fu ordinato alle guardie di sbarrare ogni uscita dal campo e al resto delle truppe di circondare gli ammutinati. Allora si presentò Scipione, ben sano, innanzi a tutti e fece un lungo discorso riportato dal Livio, uno più coinciso riferito da Polibio, che così si concluse, dopo un commovente paragone fra la propria recente malattia fisica e il disturbo che aveva colpito le menti dei soldati: " Perciò in questo momento io e tutti i comandanti dell'esercito ci riconciliamo con voi ed impegniamo la nostra parola che in noi, d'ora in avanti, non rimarrà più alcun ricordo del passato; ma saremo inesorabili contro i promotori di questa rivolta ai quali faremo pagare la giusta pena per questo delitto consumato contro la patria e contro di noi" Polibio XI,29. Non appena ebbe finito di parlare le truppe fedeli che circondavano l'assemblea presero a battere le loro spade sugli scudi per incutere terrore negli ammutinati; poi s'udì la voce dell'araldo che leggeva i nomi dei sobillatori condannati; questi ultimi furono trascinati, nudi e legati, al centro dell'assemblea e qui giustiziati sotto gli occhi di tutti. Un piano perfettamente concertato e tempestivo e gli ammutinati restarono così sbigottiti che nessuno osò alzare una mano o mormorare una protesta. Terminate le esecuzioni, la truppa fu assicurata del perdono e prestò un nuovo giuramento di fedeltà ai tribuni. Ognuno dei soldati ammutinati ricevette l'intero ammontare della sua paga subito per appello nominale. Intanto Lelio e Marcio tornavano da Cadice, avendo abbandonato l'impresa.

44 548 206 SORGENTI DELL'EBRO

Scipione marciò subito contro i ribelli spagnoli. In dieci giorni raggiunse il fiume Ebro -a ben 300 miglia di distanza- e dopo altri quattro giorni pose il campo in vista del nemico. I due campi erano separati da un avvallamento a forma circolare e proprio qui Scipione fece spingere un certo numero di capi di bestiame, protetto solamente da truppe leggere, al fine di eccitare la bramosia degli spagnoli. Nel contempo piazzò Lelio e la cavalleria al riparo dietro uno sperone di roccia. L'esca funzionò, e mentre fra le opposte forze nel vallone iniziavano le scaramucce Lelio emerse dal suo nascondiglio caricando con parte dei cavalieri gli spagnoli di fronte e inviando un secondo gruppo sull'altro lato della collina per tagliare ai nemici la via di ritorno al campo. La sconfitta che ne risulto fu talmente irritante per gli spagnoli che l'indomani all'alba il loro esercito marciò fuori del campo per offrire battaglia. Questa mossa fu gradita a Scipione, poiché la scarsa ampiezza della valle obbligava gli spagnoli a un combattimento estremamente ravvicinato; la peculiare attitudine dei romani per questo tipo di confronto forniva loro un buon vantaggio iniziale su truppe più abituate a combattere sulle colline e a una certa distanza. Senza contare poi che, allo scopo di lasciare spazio alla cavalleria, di spagnoli dovettero escludere dalla battaglia un buon terzo della loro fanteria, relegandolo sul declivio retrostante. Scipione escogitò un nuovo espediente. La valle era tanto stretta che gli spagnoli non potevano appostare la cavalleria sui fianchi della fanteria, il cui schieramento occupava tutto lo spazio disponibile. Scipione si rese conto che i fianchi della sua fanteria erano automaticamente al sicuro e inviò Lelio con la cavalleria a compiere un ampio movimento accerchiante intorno alle colline. Poi, sempre conscio della vitale importanza di rendere sicure le sue manovre con vigoroso attacco capace di tenere impegnato il nemico, avanzò a sua volta nella valle con la fanteria, disponendo sul davanti della linea quattro reparti (manipoli) il massimo di forze che quel fronte ristretto gli consentiva di usare efficacemente. Questa mossa come aveva previsto occupò interamente l'attenzione degli spagnoli e impedì loro di accorgersi della manovra compiuta dalla cavalleria, almeno fino a quando il colpo decisivo inferto da quest'ultima alle loro retrovie non fu chiaramente avvertibile. Allora gli spagnoli furono costretti a combattere due battaglie separate, con la loro cavalleria che non era in grado di aiutare la fanteria e viceversa, condannate entrambe a udire fino alla sconfitta il frastuono demoralizzante del combattimento alle loro spalle, influenzandosi negativamente a vicenda. Assalita da combattenti ben addestrati alla lotta ravvicinata e disposti in formazione che consentiva loro il vantaggio di operare in profondità per sferrare colpi successivi, la fanteria spagnola fu fatta a pezzi. La cavalleria, circondata e sottoposta non solo alla pressione dei fuggiaschi ma altresì all'attacco della fanteria romana sul davanti e della cavalleria romana alle spalle, non riuscì a usare la propria mobilità: costretta a una lotta di posizione fu massacrata fino all'ultimo uomo dopo una valorosa ma disperata resistenza. La durezza degli scontri e l'accanimento spagnolo, soprattutto quando ormai di ogni speranza era perduta, trovano conferma nelle perdite romane: 1200 uomini uccisi e più di 3000 feriti. I soli superstiti spagnoli furono costituiti da quel terzo di truppe leggere che erano rimaste appostate sulla collina spettatrici potenti della tragedia che si svolgeva nella valle. Solo queste truppe, insieme con i loro capi, riuscirono a fuggire in tempo. Se l'inseguimento dopo Ilipa segna un passo avanti nell'arte della guerra, anche l'ampio e ben dissimulato movimento avvolgente di quest'ultima battaglia alle sorgenti del fiume Ebro contro Indibile resta da manuale (Liddell Hart 77-80) nello sviluppo della tattica, sviluppo che supera ampiamente le ristrette manovre di accerchiamento sui fianchi che fino a quel momento erano considerate il punto più alto della abilità tattica.

Questa vittoria su indibile e Mandonio è non solo il punto culminante della carriera militare di Scipione in Spagna, ma anche della conquista politica del paese. Dopo una sconfitta così definitiva, Indibile si rese conto che era impensabile resistere oltre e inviò il fratello Mandonio a chiedere pace senza porre condizioni.

48 551 203 SBARCO DI SCIPIONE IN AFRICA E CAMPAGNA D'AFRICA

Cartagine adottò misure difensive d'emergenza come se Scipione fosse alle porte, ma il primo passo dei romani fu invece quello di rassicurarsi una solida base operativa e la mossa preliminare fu quindi contro Utica. Scipione vi inviò la flotta e iniziò l'avanzata per terra con l'esercito, quando la sua cavalleria mandata in avanscoperta incontrò un gruppo di 500 cavalieri cartaginesi inviati a loro volta in ricognizione e per disturbare lo sbarco. Dopo un breve scontro, i cartaginesi furono messi in fuga. Ma un auspicio anche migliore fu dato dall'arrivo di Massinissa, fedele alla parola data. Livio precisa al proposito che le fonti alle quali egli attinge hanno cifre diverse e ne cita due secondo cui i cavalieri numidi erano 200 oppure 2000. Livio accetta la prima stima per l'ottima ragione che Massinissa, dopo il ritorno dalla Spagna, era stato scacciato dal regno (del padre) ad opera degli sforzi congiunti di Siface e dei cartaginesi e che per l'intero anno precedente e anche più aveva eluso gli inseguimenti nemici grazie a ripetuti cambiamenti di base. E' infatti improbabile che un esule scampato alla sua ultima battaglia con 60 cavalieri avesse potuto raccogliere intorno a sé un numeroso seguito di sostenitori. Nel frattempo i cartaginesi inviarono un altro corpo di 4000 cavalieri, in massima parte Numidi, contro Scipione con lo scopo di ostacolare la sua avanzata e di guadagnare tempo nell'attesa che Siface e Asdrubale giungessero in loro aiuto. Avevano infatti mandato pressanti messaggi al loro principale alleato e al loro comandante in capo in Africa. I 4000 cavalieri guidati da Annone occuparono la città di Saleca, a circa 15 miglia dal campo romano ormai prossimo a Utica. Scipione comandò a Massinissa, mandandolo avanti coi suoi cavalieri, di muovere contro le porte della città e di provocare i nemici a battaglia; quando tutti si fossero riversati fuori e nello scontro  fossero divenuti troppo prevalenti perché si potessero facilmente respingere, avrebbe dovuto cedere poco a poco terreno; egli sarebbe intervenuto al momento opportuno. E, dopo aver atteso fin che gli parve che Massinissa avesse ormai provocato il nemico, avanzò con la cavalleria romana, riparato dalle alture che, con suo vantaggio, sorgevano lungo le svolte della strada. Si appostò accanto alla cosiddetta Torre di Agatocle, sul pendio settentrionale di una della tra due costoni! Massinissa seguì il piano di Scipione e fece ripetute avanzate e ritirate. Attirò così all'aperto piccoli gruppi e subito li contrattaccò, costringendo Annone a inviare rinforzi; finse poi ancora una ritirata e ripeté l'operazione. Infine Annone, irritato da quei trucchi tattici- così tipici dei Parti e più tardi dei Mongoli- avanzò con tutte le sue forze, e allora Massinissa prese ad arretrare lentamente, attirando i cartaginesi lungo il lato meridionale dei costoni e oltre la sella dove era appostata la cavalleria romana. Al momento opportuno la cavalleria di Scipione accerchiò il fianco e le spalle della cavalleria nemica mentre Massinissa, facendo dietrofront, l'attaccava sul davanti. La prima linea costituita da un migliaio di cavalieri fu accerchiata e annientata, e dei restanti nemici altri 2000 vennero catturati o uccisi con un vigoroso inseguimento. Scipione, dopo questi successi, fece scorrerie per sette giorni nelle campagne, saccheggiando bestiame e vettovaglie e creando una vasta zona spoglia e devastata come barriera in caso di attacco. Garantitosi la sicurezza, concentrò gli sforzi all'assedio di Utica.

49 551 203 CAMPI DI ASDRUBALE E DI SIFACE INCENDIATI DA SCIPIONE

Con un nuovo colpo a sorpresa Scipione previene Asdrubale e Siface che volevano indurlo al confronto diretto, possibilmente in un posto pianeggiante. Gli ordini diramati alle truppe da Scipione parlarono infatti di un attacco a sorpresa diretto contro Utica; Scipione fece salpare le sue navi secondo queste istruzioni e caricò a bordo macchine da assedio come se avesse intenzione di assalire Utica dal mare, e ancora distaccò 2000 fanti mandandoli a prendere possesso di una collima che sovrastava la città. Questa mossa ebbe due effetti: quello di convincere il nemico che il suo piano era diretto contro Utica e quello di tenere impegnata la guarnigione della città e impedirle ogni sortita contro il campo romano quando lui lo avrebbe lasciato per attaccare i campi nemici. In questo modo Scipione riuscì a economizzare la massimo le proprie forze, concentrando il grosso delle truppe nel colpo decisivo e lasciando solo poche scolte a custodire il campo: anche quando si trattava di colpire a sorpresa, il generale romano non trascurava la sicurezza. Ora aveva impegnato l'attenzione del nemico nella direzione sbagliata. Verso mezzogiorno radunò i suoi tribuni più abili e fidati e confidò loro il suo piano; a tale riunione fece intervenire anche gli uomini e gli ufficiali che erano stati nei campi nemici. Citiamo da ora tra virgolette parole di Polibio a proposito: "studiò e analizzò accuratamente quello che essi gli riferirono intorno alle vie di ingresso dei campi nemici, giovandosi del consiglio e dei suggerimenti di Massinissa che aveva pratica di quei luoghi". Inoltre ordinò ai tribuni "che facessero consumare il rancio per tempo e conducessero le legioni fuori del campo, non appena tutti i trombettieri insieme, come al solito, avessero dato il segnale". A questo punto Polibio aggiunge una nota interessante "infatti i romani usano che i trombettieri suonino presso la tenda del comandante affinché vengano collocate le guardie notturne ciascuna al proprio posto". Verso la fine del primo turno di guardia- e cioè poco prima delle nove di sera- le truppe erano già disposte in ordine di marcia e partirono quindi per la loro avanzata di sette miglia, raggiungendo verso la mezzanotte i dintorni dei due campi nemici che distavano tra loro poco più di un miglio. Allora Scipione divise le sue forze, ponendo tutti i numidi e metà dei suoi legionari sotto il comando di Lelio e Massinissa, con l'ordine di attaccare il campo di Siface. "Poi trasse in disparte, l'uno dopo l'altro, Lelio e Massinissa e li scongiurò di supplire con la loro diligenza e la loro attività a tutti gli imprevisti che poteva creare l'ora notturna" Livio 30, 5. li informò anche che avrebbe atteso a sferrare l'attacco al campo di Asdrubale finché Lelio non avesse incendiato l'altro campo, e a questo scopo si incamminò lentamente con i suoi uomini. Lelio e Massinissa, dopo essersi suddivise le truppe, attaccarono simultaneamente il campo da due direzioni diverse, con una manovra convergente, e inoltre Massinissa dispose i suoi numidi, privilegiati dalla loro conoscenza del campo, nei punti più idonei a bloccare ogni via di fuga. Come era stato previsto, non appena i romani delle prime file ebbero appiccato l'incendio, si sparsero le fiamme in brevissimo tempo all'intero accampamento, a causa della eccessiva vicinanza fra le capanne e per la mancanza di adeguati intervalli fra le file. Convinti che si trattasse di una disgrazia accidentale, gli uomini di Siface uscirono dai loro rifugi disarmati e fuggirono in preda alla confusione. Molti di loro perirono nelle loro capanne ancora semiaddormentati e molti altri furono calpestati a morte anella disperata corsa verso le uscite, mentre quelli che riuscirono a sfuggire alle fiamme vennero abbattuti dai numidi appostati agli sbocchi del campo. Nel frattempo i soldati del campo cartaginese, svegliati dalle sentinelle e veduta l'ampiezza dell'incendio nel campo alleato, si affrettarono a uscire per andare a prestare il loro aiuto nella estinzione del fuoco, convinti a loro volta che si trattasse di un incidente e che Scipione si trovasse a sette miglia di distanza. Il che era quanto Scipione aveva sperato e previsto, ed egli piombò allora addosso a quella folla disordinata, dando ordine di non lasciarsi sfuggire un sol uomo che potesse dare l'allarme ai compagni ancora nel campo. E immediatamente lanciò un assalto contro gli ingressi dell'accampamento, sguarniti in seguito alla confusione. Grazie al sagace accorgimento di attaccare il campo di Siface per primo, Scipione aveva trasformato in netto vantaggio il fatto che diverse delle capanne di quest'ultimo si trovavano al di fuori delle fortificazioni e quindi facilmente accessibili, ed aveva così creato la premessa di poter forzare le porte del campo cartaginese, assai meglio protetto. Le prime truppe che posero piede all'interno incendiarono le capanne più vicine e ben presto l'intero campo fu in fiamme, dando luogo alle stesse scene di confusione e distruzione che si verificavano in quello di Siface; i nemici che riuscivano a guadagnare una uscita trovavano ad aspettarli i soldati romani appostati a tale scopo. "Asdrubale rinunziò subito all'idea di opporsi all'incendio appena capì, dai fatti, che esso non si era sviluppato per caso presso i numidi, come prima aveva pensato, ma che si trattava di un insidioso9 e audace atto di guerra del nemico". Perciò si aprì una via di scampo e fuggì con soli 200 fanti e 500 cavalieri, molti dei quali semiarmati, feriti o ustionati. Con queste forze ridotte si rifugiò in una cittadina non lontana, ma quando le truppe di Scipione lanciate all'inseguimento si fecero pericolosamente vicine, vedendo che gli abitanti del luogo non avevano intenzione di prestargli aiuto, riprese la sua fuga verso Cartagine. Anche Siface riuscì a fuggire (probabilmente con forze maggiori -è la tesi di Liddell hart e di altri autori, che noi non condividiamo) e si ritirò in una posizione fortificata ad Abba, una cittadina non molto lontana. Secondo Livio circa 40.000 uomini rimasero uccisi o perirono tra le fiamme, e quasi 5000 furono catturati, fra cui molti nobili cartaginesi.

50 551 203 CAMPI MAGNI a nord di Thougga, sul Bagradas, 120 km a sud-ovest di Utica

Dopo aver provocato l'incendio e la distruzione dei due campi cartaginesi, Scipione dà battaglia ad Asdrubale Giascone e Siface (che hanno rinnovato le loro truppe) ai Campi Magni sulla vallata del Bagrades.

Scipione dispone la 2. e 3. linea (Principi e Triarii) indietro: a destra e a sinistra pone gli Hastati che fecero velo alle sopravvenienti colonne lanciate all'attacco. Già in precedenza i manipoli di 2. e 3. linea erano stati portati a rinforzare la 1. linea; tuttavia vennero ora usati come unità indipendenti, pronte a entrare in azione e a prolungare lo schieramento del fronte a questa o quella estremità

I Celtiberi, che resistevano al centro, furono abbattuti fino all'ultimo uomo e Siface ebbe perdite talmente enormi che un reparto volante di Romani bastò a cacciarlo fino alla sua capitale Cirta (nella Numidia Minore) e a fare Massinissa re sia della Numidia Maggiore che di quella Minore.

I Campi Magni sarebbero la pianura di Suk el Kremis, a 120 km da Utica. "Una localizzazione più precisa del combattimento nella vasta estensione di essa (25 km in lunghezza per 20 di larghezza) non pare possa tentarsi (De Sanctis III, 2, p.531).

La acies triplex (schieramento triplice), qui confermata (Livio 30,8) come in Polibio (14,8,5), era lo schieramento più consueto su tre linee: cioè i manipoli di hastati, poi di principes, infine di triarii, in tre linee una dietro l'altra a scacchiera (come ricambio e rincalzo vicendevole, sia in attacco che in ritirata). La acies simplex invece era la disposizione su una sola linea con le tre schiere affiancate, cioè con astati, principi e triari affiancati (a Zama avremo invece la repentina, equa bipartizione di principi e triari su entrambi i lati degli astati). Ma qui ai Campi Magni la novità tattica, che Scipione copia da quella di Annibale a Canne, era prolungare comunque la fronte con riserve tratte dai principi e dai triarii, circondando il nemico. Noi per comodità di ricostruzione assimiliamo la acies simplex alla distinta "formazione e falange", nonostante appunto le non piccole differenze "manipolari" (eccezione: l'acies triplex a falange a Canne).

Netta è anche ai Campi Magni la vittoria di Scipione. Riguardo al complesso di inferiorità navale dei cartaginesi verso i Romani durante la II guerra punica, altrove trattato, ha ragione Dal Pozzo (cit., p.52) a osservare che "l'errore dei cartaginesi fu nel non aver fatto coincidere nel 203 l'attacco navale di Utica con la battaglia dei Campi Magni". La flotta oneraria romana è danneggiata, pur difendendo sulla riva le navi lunghe (da guerra) rostrate, ma questo vantaggio cartaginese resta minimo, perché Scipione prende Tunisi e vi fortifica dei nuovi castra più vicini a Cartagine. Un po' quindi per la mancata combinazione cartaginese, un po' per la genialità di Scipione, non sortisce nessun effetto la BATTAGLIA NAVALE DEL 203 A UTICA (su cui più avanti).

A Cartagine sopraggiunsero più di 4000 mercenari celtiberi dalla Spagna. Per mezzo di energici arruolamenti Asdrubale e Siface furono in grado,nel giro di trenta giorni, di riprendere le ostilità; congiunte le loro forze, si disposero in una grande accampamento fortificato sui cosiddetti Campi Magni. La loro armata consisteva di 30 o 35.000 uomini (32.500 nella nostra ricostruzione computerizzata). Scipione, dopo aver disperso gli eserciti nemici con il precedente attacco a sorpresa, aveva rivolto di nuovo la sua attenzione all'assedio di Utica allo scopo di assicurarsi una solida base in vista delle successive operazioni. È evidente che egli evitò di proposito un ulteriore inseguimento di Siface, poiché una simile pressione avrebbe indotto il sovrano numida a combattere e così si sarebbe versato nuovo combustibile su un fuoco che sembrava in via di estinzione per conto proprio. La speranza di Scipione veniva comunque delusa da Siface.

Quando Scipione fu informato che le forze dei Numidi e dei Cartaginesi si erano riunite e si avvicinavano, lasciato un piccolo distaccamento per conservare le apparenze di un assedio per mare e per terra, si mise in marcia verso il nemico con il grosso dell'esercito munito di equipaggiamento leggero: evidentemente riteneva che la rapidità fosse la soluzione migliore per aver ragione di questa nuova minaccia, soluzione che gli avrebbe permesso di colpire prima che in nemici potessero fondere le rispettive forze in un'armata troppo potente. Il quinto giorno raggiunse i Campi Magni e fece fortificare un campo su una collina che distava circa tre miglia e mezzo da quello nemico. Nei due giorni successivi fece avanzare l'esercito e provocò scaramucce con gli avamposti avversari in modo da indurli a dare battaglia. L'esca funzionò il terzo giorno, allorché l'armata congiunta dei nemici scese in campo e si dispose in ordine di battaglia. I celtiberi, che costituivano le loro truppe scelte, furono disposti al centro, con i n umidi sulla sinistra e i cartaginesi sulla destra. "Publio, secondo l'uso romano, collocò nelle prime file gli astati, dietro di loro i principi e in terza fila i triari" (Polibio 14,8). Dispose poi sull'ala destra la cavalleria italica, di fronte ai numidi di Siface, e la cavalleria numidica di Massinissa alla propria sinistra, dinanzi ai cavalieri cartaginesi. Al primo scontro le ali dei nemici furono fatte arretrare da quella italica e da quella di Massinissa. La rapidità della marcia e la previdenza di Scipione si dimostrarono efficaci nell'impedire che Siface e Asdrubale consolidassero le loro fresche leve e oltretutto nel campo romano il morale delle truppe era rinvigorito dal recente successo, in quello punico era abbattuto per il disastro precedente. Nel centro dello schieramento, i celtiberi invece combatterono gagliardamente, sapendo che ogni fuga era vana per la loro completa ignoranza dei luoghi,e che la resa era altrettanto disutile a causa del tradimento compiuto venendo dalla Spagna a schierarsi contro i Romani. Sembrerebbe che Scipione abbia usato la sua seconda e terza linea -principi e triari- come riserva mobile per attaccare i fianchi dei celtiberi, invece di usarle per rinforzare direttamente gli astati come d'abitudine. Circondati quindi da ogni lato, i celtiberi furono fatti a pezzi sul posto ma solo dopo una ostinata resistenza che consentì ai comandanti, Asdrubale e Siface, di porsi in salvo con un buon numero di soldati. Asdrubale trovò rifugio a Cartagine con i superstiti cartaginesi, mentre Siface si ritirò nella propria capitale, Cirta, con la sua cavalleria. La notte pose fine alla carneficina e il giorno dopo Scipione inviò Lelio e Massinissa all'inseguimento di Siface, mentre egli personalmente rastrellava la regione circostante e occupava le città d'importanza strategica, come preliminare di una mossa contro Cartagine. Scipione inoltre, dopo aver alleggerito l'esercito con l'invio del bottino di guerra al campo presso Utica, raggiunse e occupò Tunisi, incontrando una scarsa resistenza nonostante le solide fortificazioni della città. Tunisi si trovava a sole 15 miglia da Cartagine, da qui chiaramente visibile.

I CAMPI MAGNI

GIOVANNI BRIZZI - LE GRANDI BATTAGLIE DELL'ANTICHITA'- DOSSIER (Archeo 6 (88) 1992)

… Meditando attentamente sia le generali vicende della guerra, sia le proprie personali esperienze, Publio Cornelio Scipione, il futuro Africano, riuscì a penetrare i segreti dell'avversario cartaginese; sicché si può ben dire che di Annibale egli fu, ad un tempo, il rivale più degno e l'allievo più valente. Dopo le prime vittorie in Spagna (Baecula, Ilipa), Scipione perfezionò il proprio modulo tattico in Africa; non a Zama, tuttavia, dove la sua pur straordinaria abilità venne offuscata dal genio di Annibale, superiore a lui malgrado la sconfitta, ma nella battaglia dei Campi Magni.

Nella primavera del 203 Siface e Asdrubale Gisgonio, che avevano allora il comando delle forze puniche, raccolsero un esercito di 20.000 uomini circa, il cui nerbo era composto di mercenari celtiberici. Con le loro truppe essi posero le tende ai Campi Magni - una piana a cinque giorni da Utica, che Scipione stava assediando - e si diedero ad ulteriori arruolamenti. Per impedir loro di rafforzarsi Publio mosse dalla costa con una parte della sue forze - 12 o 15.000 uomini - lasciando il resto a bloccare la città. Fiduciosi nella loro superiorità numerica e nella migliore conoscenza del terreno, Siface ed Asdrubale offrirono allora battaglia al Romano. Scipione dispose al centro i legionari, articolati come al solito su tre linee; all'ala destra schierò la cavalleria italica, comandata dal suo luogotenente Lelio; alla sinistra i cavalieri numidici che il principe Masinissa, alleato di Roma, aveva portato con sé. I Cartaginesi opposero i Celtiberi e la fanteria nazionale ai legionari, la cavalleria punica di Asdrubale ai Numidi di Masinissa, i Numidi di Siface ai cavalieri italici.

 

MANOVRA RIVOLUZIONARIA

Male addestrati e meno saldi moralmente, i Punici furono travolti su entrambe le ali e fuggirono, lasciando scoperti i fianchi della fanteria italica. I Celtiberi, al contrario, che non conoscevano la regione e avevano ben poche speranze di salvarsi se fossero caduti prigionieri, tennero fermo, battendosi con ostinato valore contro i legionari. Fu a questo punto che Scipione attuò la sua rivoluzionaria manovra. Mentre gli hastati impegnavano il nemico, i principes e i triarii, coperti dalla prima linea, mossero in colonna gli uni verso destra, gli altri verso sinistra, allungando il fronte ed avvolgendo le fanterie puniche sui fianchi rimasti scoperti. Completamente accerchiate, queste vennero distrutte.

Scipione, che fino ad allora si era sforzato - sia pur con crescente successo - soltanto di imitare le tattiche di Annibale, aveva compreso che quello di cui disponeva era uno strumento in potenza molto più efficiente di qualsiasi armata del tempo: forza nazionale, di leva, essa era più omogenea e duttile di ogni altra. L'articolazione interna in manipoli era infatti impossibile per le truppe mercenarie del nemico, condizionate dalla consistenza variabile dei contingenti etnici che ne facevano parte - Mauri e Baleari, Libi ed Iberi, Numidi e Cartaginesi, Sanniti e Liguri - i quali non potevano essere mescolati perché armati, equipaggiati ed avvezzi a combattere secondo le caratteristiche nazionali. Le componenti delle legioni dovevano tuttavia operare non solo a livello di unità tattiche elementari, ma anche a livello di coorti e persino di scaglioni. Una modifica in tal senso poteva consentire innovazioni importanti.

Così, nella nuova concezione di Scipione, principes e triarii non costituiscono più un'appendice della prima linea romana, non sono più destinati a rafforzarla, avanzando singolarmente i manipoli, o a rilevarla nell'urto frontale; ma sono organizzati come unità tattiche indipendenti, capaci di agire con tutte le loro forze insieme. Rispetto alla manovra annibalica il progresso è evidente. La tattica scipionica ha il vantaggio di una maggiore semplicità di esecuzione; per di più, mentre al Punico era necessario l'apporto della cavalleria per completare l'accerchiamento del nemico, l'intuizione di Publio conferiva alle legioni la capacità di eseguire la manovra per intero anche da sole.

Questa tattica poteva rivelarsi ideale contro la falange, che veniva ora destinata alla forma più elementare di cozzo frontale. Anche Polibio è chiaramente conscio di ciò. Tra la fine del III secolo e la metà del II, nel mondo greco, fioriscono in gran numero gli estimatori e i nostalgici della falange, convinti, malgrado le ripetute sconfitte, che tale strumento possa da solo sfidare con successo anche le legioni. Questa tesi deve aver trovato vasti consensi nella pubblicistica del tempo ed esser stata abbracciata dai sempre più numerosi circoli antiromani, desiderosi di riscatto.

 

SENSAZIONE ILLUSORIA

Polibio entra nel dibattito tra gli ultimi; ma la sua posizione è ben diversa da quella degli altri. Se infatti, almeno su un terreno uniforme, la falange pare in grado di travolgere qualsiasi ostacolo, tale sensazione è del tutto illusoria contro la legione manipolare, la quale - com'egli ricorda - può impegnare il fronte avversario con uno solo dei suoi scaglioni, mentre gli altri restano liberi di colpire il nemico sui fianchi e alle spalle. E' probabile che in questo passo Polibio pensi precisamente alla battaglia dei Campi Magni.

Lo scenario proposto è di per sé evidente. Al nemico che avanza a passo cadenzato per mantenere la compattezza dei ranghi i manipoli del primo scaglione, agilissimi e capaci di manovre autonome, opporranno naturalmente una resistenza elastica, ripiegando senza perdere contatto; a rallentare l'avanzata dei falangiti fino ad impedir loro lo sfondamento del fronte romano basteranno, se necessario, le salve dei pesanti pila legionari, armi ben più micidiali di quelle in uso nel mondo greco. Questa manovra darà il tempo al secondo e al terzo scaglione di aprirsi sui lati indifesi della falange, stringendola in una morsa mortale. Dopo averne smembrato la formazione, i legionari avranno facilmente la meglio in una serie di duelli cui i falangiti non sono assolutamente avvezzi.

Con il suo asserto Polibio intende mettere in guardia i compatrioti contro pericolose illusioni, forse anche rammentare l'importanza della cavalleria, componente da lui considerata essenziale. Quand'anche non sia possibile tornare all'originale concezione tattica elaborata da Alessandro, per poter affrontare le legioni la falange dovrà, comunque, essere adeguatamente protetta sui fianchi.

 

51 551 203 BATTAGLIA DI MEDIOLANUM. Presso Mediolanum (Milano), sui campi degli Insubri, Magone Barca è sconfitto dai Romani.

Legioni pretorie in prima fila (Livio 30,18). Cornelio tiene le sue di riserva. Cavalleria sulle ali. Questo è lo schieramento dei Romani, che impegnano in battaglia il fratello di Annibale, Magone, sbarcato in Liguria dalle isole Baleari in aiuto al fratello in Italia e spintosi dapprima verso l'Etruria con buoni rinforzi di Liguri, Insubri e mercenari Galli. Magone schiera il suo esercito con Libici e Iberi in prima fila. Alla furiosa carica (anche senza staffa, erano più che volteggiamenti grazie alla speciale sella romana) della cavalleria romana di 4 legioni, Magone risponde con gli elefanti da guerra, che allontanando i cavalli romani impauriti e dato che la pericolosità della cavalleria romana era nello scontro ravvicinato alla spada, rendono i cavalieri romani bersaglio delle saette e dei lanci degli agili Numidi. Allora la XIII legione, di riserva, viene portata nella prima fila, per sopperire allo sbandamento della cavalleria e reggere all'attacco nemico. Magone porta innanzi i Galli, robusto nerbo della fanteria, contro la nuova legione. Ma gli astati della XI legione, concentrato contro essi e contro gli elefanti il lancio dei pila, li respingono tutti indietro, nelle file del loro esercito. Allora tutta la cavalleria romana, dopo aver visto in fuga gli elefanti, si lanciò in massa all'assalto. Magone però (prosumibilmente al centro) continuava a battersi in prima fila, e le schiere romane, pur ritirandosi, ma a poco a poco, riuscivano a mantenere intatte le loro formazioni e a combattere come prima ("gradum sensim referentes ordines et tenorem pugnae servabant" Livio). La battaglia fu cruentissima e sarebbe stata più lunga se il ferimento di Magone, dice Livio, non avesse dato la vittoria ai Romani. 5000 morti e 22 insegne militari prese ai Punici. 2300 morti romani dell'esercito pretorio (per lo più della legione XII). 22 cavalieri romani e alquanti centurioni della XIII legione uccisi dagli elefanti. Magone ferito riesce a fuggire con i resti del suo esercito verso la Liguria. (Nella descrizione liviana della battaglia due espressioni "Equestrem procellam" (carica della cavalleria) e "timor induratur" (la resistenza insperata indura -indurisce- l'animo dei nemici contro la paura) sono probabilmente di derivazione da Quinto Ennio dal suo poema Annales sulla II guerra punica, nella quale il poeta stesso ha combattuto).

51 551 203 BATTAGLIA NAVALE DEL 203 A UTICA

Per Polibio XIV,10,9,10 e Livio XXX,10, le navi da guerra di Scipione sulla costa di Utica non erano tanto inferiori di numero quanto impreparate a uno scontro con le più agili cartaginesi. Egli capovolge la tattica navale (vedi ad esempio la ricostruzione della battaglia di Capo Ecnomo del 256 nella prima guerra punica - nostra ricostruzione in base anche alla Havalon Hill di Baltimora, USA, 1980, mappa a pag.27: si tratta lì di larghi mercantili trasporto cavalli), difendendo sulla riva le navi da guerra rostrate con quattro file di quelle onerarie saldamente legate (come un muro) l'una all'altra (alberi delle vele tagliati e posti di traverso tra due navi con legami, inchiodature agli assiti e altro legname). Inutilmente le speculatoriae (quelle da ricognizione) romane e altre navi e scialuppe più piccole e veloci si oppongono, tra le file delle onerarie e sotto i ponti di legname gettati di traverso con sopra difensori romani, all'attacco delle rostrate cartaginesi (comunque più basse delle onerarie romane). 60 mercantili (probabilmente tutta la prima fila difensiva, da come si arguisce in Livio) sono catturate dai Punici (e rimorchiate a Cartagine, secondo Livio). Infatti, agganciate da rostrate cartaginesi con arpagoni di ferro, alcune onerarie della prima fila ("ordinem") trascinano un'altra parte ("seriem") di onerarie della stessa fila, tanto erano strettamente legate l'una all'altra tramite gli alberi gettati di traverso da un ponte all'altro. Probabilmente, quindi, già la seconda fila dei difensori romani fu sufficiente a frenare l'attacco cartaginese (che all'inizio aveva aspettato invano in alto mare lo schieramento romano a battaglia), data l'attuazione della geniale idea difensiva di Scipione, come riferita anche in Appiano, Punica, 38.

 

Ecco, più ampiamente, il contesto di questo scontro (per modo di dire) navale:

Scipione, dopo aver alleggerito l'esercito con l'invio del bottino di guerra della battaglia dei Campi Magni al campo presso Utica, aveva già raggiunto ed occupato Tunisi, incontrando una scarsa resistenza nonostante le solide fortificazioni della città. Tunisi si trovava a sole 15 miglia da Cartagine, da qui chiaramente visibile, e Scipione "riteneva che in tal modo avrebbe riempito i Cartaginesi di grande spavento" (Polibio 14,10; strategicamente "un effetto psicologico" lo definisce il Lidell Hart p.130, che qui ampiamente utilizziamo). Egli aveva appena consolidato questo ultimo balzo verso Cartagine, quando le sentinelle avvistarono il passaggio della flotta nemica. Scipione comprese il piano nemico e il pericolo, dato che le proprie navi, appesantite da macchine d'assedio o trasformate in onerarie (per i Castra Navalia), erano impreparate a una battaglia navale. Senza esitare tornò con marcia forzata a Utica. Non c'era tempo per preparare le navi all'azione e così decise di ancorare le navi da guerra molto vicine alla riva e di proteggerle con una quadrupla fila di navi onerarie legate insieme come un muro galleggiante; fece inoltre sistemare tavole da una all'altra per facilitare i movimenti alle truppe, lasciando solamente spazi molto ristretti che consentissero il passaggio a scialuppe di ricognizione sotto questa specie di ponti (navi da ricognizione, forse, molto simili a quelle puniche ritrovate a Mozia nel 1969). Poi imbarcò sulle navi da trasporto un migliaio di uomini scelti con una enorme quantità di armi, in particolare da lancio. Era una interessante anticipazione della moderna dottrina che consiglia di usare per la difesa un accresciuto volume di fuoco in mancanza di truppe numericamente adeguate. Ciò fu fatto in tempo grazie alla lentezza delle navi cartaginesi e al ritardo che comportò la loro intenzione di attirare i romani in mare aperto. In definitiva la condizione in cui i cartaginesi furono costretti ad attaccare l'inaspettata formazione romana fu quello di navi che vanno all'assalto di una muraglia. La loro superiorità numerica fu vanificata inoltre parzialmente dal fatto che le navi da trasporto emergevano dall'acqua ben più delle loro; così i cartaginesi dovevano scagliare i loro dardi verso l'alto mentre i romani potevano mirare meglio e scagliare con maggior forza le loro armi dall'alto. Ma l'idea di inviare scialuppe da ricognizione e piccoli battelli attraverso gli spiragli tra le navi, per andare a infastidire i cartaginesi -tattica derivata chiaramente dalla tattica militare di terra- fallì il suo scopo e si rivelò addirittura uno svantaggio per la difesa. Infatti le piccole imbarcazioni venivano subito sopraffatte dall'impeto e dalla mole stesa delle navi cartaginesi, e da ultimo finirono col mischiarsi a tal punto con le navi nemiche da costringere gli altri romani sulle onerarie a trattenere i tiri per non colpire i compagni. Sconfitti nei loro assalti diretti, i cartaginesi adottarono allora il sistema di lanciare lunghe travi, con arpax- uncini metallici- alle estremità, sulle navi romane; le navi erano assicurate con catene ai navigli cartaginesi i quali, arretrando, riuscirono in tal modo a spezzare le funi che legavano tra loro diverse onerarie. Parecchie navi della prima fila furono dunque trascinate via mentre i soldati a bordo avevano appena il tempo di saltare su quelle della seconda fila. Ma perché lo Hart parla solo di 6 onerarie romane trascinate a Cartagine? Sebbene diverse altre devono essere andate perdute alla deriva, non significa che non sia attendibile Livio, che parla di sexaginta (60) onerarie trascinate a Cartagine (Livio XXX,10,5), con la grande importanza di riutilizzo che una tale cattura aveva e il danno arrecato ai rifornimenti romani.

51 551 203 TRATTATO DI PACE DEL 203

Tra Scipione e i messi cartaginesi inviati al senato di Roma, secondo Livio XXX,23 e quasi sicuramente secondo gli Annalisti, la pace non fu stipulata, perché Magone e Annibale erano già stati richiamati coi loro eserciti in Africa e Marco Levino, ex console, e i consiglieri di Scipione, Lelio e Fulvio, rafforzarono il parere contrario del Senato. Invece secondo Polibio (XV,4,8) e secondo anche De Sanctis (III, 2, p.544) il Senato e il popolo romano approvarono il trattato che Scipione aveva conchiuso con i Cartaginesi. Quest'ultima tesi è la più affidabile, per l'affidabilità stessa delle fonti e per l'ulteriore svolgimento degli eventi nello stesso Livio (XXX,25). Qui infatti la tregua viene violata per colpa dei Cartaginesi, ma traspare che Scipione credeva ancor meno di loro nella pace e utilizzò tatticamente la tregua prima dell'arrivo di Annibale, sia per preparativi militari che per vantaggi operativi. Infatti, in XXX,26, si sottolinea che "praeterquam quod pace omnis Italia erat aperta" (poiché, per la pace, tutta l'Italia era aperta al libero commercio) ci fu a Roma basso prezzo del grano e grandi spedizioni del medesimo dalla Spagna. Non si può non collegare tutto questo con le 100 onerarie di Lentulo dalla Sardegna e le 200 di Ottavio dalla Sicilia (scortate rispettivamente da 20 e 30 navi da guerra, rostrate, che si salveranno) che portavano rifornimenti in Africa a Scipione (XXX,24). I 200 mercantili di Ottavio saranno distrutti da una tempesta e sbattuti sulla costa tra l'isola di Egimuro e Tunisi, in vista di Cartagine. A tale vista, le carcasse e i carichi saranno recuperati (saggiamente) da 50 navi di Asdrubale, e ciò sarà il pretesto,per Scipione, di rompere la tregua e riprendere la guerra.

Vista non tanto da questa angolazione, quanto piuttosto da una obiettiva ricostruzione militare, questa rottura della tregua (e pace) imputata da Scipione a Cartagine può così essere ricostruita:

mentre gli ambasciatori cartaginesi viaggiavano verso Roma, per perorare al Senato la tregua già richiesta a Scipione (e il partito di Annone sperava certo di ottenere una vera e propria pace), dalla Sardegna e dalla Sicilia erano stati inviati rinforzi e rifornimenti a Scipione. Mentre i primi erano giunti sani e salvi, il convoglio formato da 200 navi onerarie salpato dalla Sicilia aveva incontrato una violenta burrasca quando ormai era in vista della costa africana; le navi da guerra della scorta erano riuscite a guadagnare il porto ma le onerarie erano state sospinte verso Cartagine, la maggior parte verso l'isola di Egimuro -all'imboccatura del golfo di Cartagine, a una trentina di miglia dalla città stessa- e il resto addirittura contro la costa prossima a Cartagine. Quella vista suscitò una grande eccitazione popolare, e tutti presero a rumoreggiare che un simile bottino non doveva andar perduto. Convocata in fretta e furia un'assemblea (dove parte della folla riuscì a penetrare), si stabilì che Asdrubale salpasse alla volta di Egimuro con una flotta per prendere possesso delle navi. Dopo che queste furono entrate nel porto, anche le navi disperse sulla riva vennero rimesse in acqua e condotte in porto come le precedenti. Scipione inviò subito a Cartagine tre delegati per discutere di quella violazione della tregua e per informare i cartaginesi che il popolo romano aveva ratificato il trattato, poiché appena prima della notizia della violazione gli erano giunti dispacci da Roma in tal senso. Gli inviati di Scipione (arrivati con una quinquereme), dopo una energica protesta, rammentarono ai presenti come i loro stessi ambasciatori, davanti a Scipione, avessero ammesso "di essere convinti che meritatamente avrebbero subito dai romani qualsiasi castigo. Tuttavia essi pregavano per l'avverso destino, comune a tutti gli uomini, di non essere sottoposti all' estrema condanna, perché la loro follia avrebbe sufficientemente reso nota al mondo l'onestà dei romani" (Polibio XIV,3). Poi i delegati si ritirarono per consentire al senato cartaginese di deliberare. Diversi fattori, tra cui il risentimento per la brusca franchezza degli inviati romani, la riluttanza ad abbandonare le navi e i loro carichi, la nuova fiducia accesa dall'imminente arrivo di Annibale, contribuirono a mettere in minoranza il partito favorevole alla pace. Fu quindi deciso di licenziare gli inviati senza risposta. Questi ultimi, che già all'arrivo erano scampati per miracolo alla violenza della folla, chiesero una scorta per il loro viaggio di ritorno ed ottennero due triremi. Ciò fornì ad alcuni fautori della guerra un'idea grazie alla quale sarebbe stato loro possibile innescare una nuova esplosione che avrebbe reso irreparabile la violazione della tregua. Mandarono a dire ad Asdrubale, la cui flotta era in quel momento all'ancora al largo di Utica, di appostare alcune navi in prossimità del campo romano e di attaccare e colare a picco la nave dei delegati. I comandanti delle due triremi di scorta, come da ordine ricevuto, abbandonarono la quinquereme romana non appena giunsero in vista del campo nemico, e la nave dei delegati fu attaccata da tre quadriremi cartaginesi in agguato prima che potesse raggiungere il porto. Il tentativo di abbordarla fu respinto ma l'equipaggio, o meglio i superstiti, riuscirono a salvarsi solo lanciando la loro nave contro la riva.

Così avvenne la rottura del problematico trattato di pace del 203. Si innescò immediatamente, con la richiesta di Scipione a Masinissa di venirgli incontro lungo il fiume Beagradas, l'operazione di spostamento di Scipione (e di Annibale, che tornava dall'Italia) verso Zama, con la conseguente battaglia definitiva. E' affrettato dire che, secondo la versione di Polibio, è più verosimile che i cartaginesi abbiano infranto il patto di tregua provvisoria se non di pace; ma Polibio è troppo vicino alla cerchia della famiglia di Scipione per non favorirlo in questo punto e forse, una volta tanto, è più attendibile Livio; non tanto perché la tregua non fosse stata ratificata, quanto sulle reali intenzioni di Scipione di cogliere ogni pretesto per attuare il suo fulmineo piano di isolare le campagne di Cartagine dalla città e prevenire l'arrivo di Annibale nella capitale punica. Il grande (e obiettivamente veritiero) difensore di Scipione, lo Hart, ammette: "mirò a isolare Cartagine e a minare dall'interno la sua resistenza tagliando ogni via di rifornimento alla città. Il tutto come preliminare alla sua diretta sottomissione; era così messo in atto,ancora una volta, il principio della massima sicurezza. Durante questa marcia non accettò più rese, neppure quando le città stesse la offrivano, ma le prese tutte d'assalto e vendette gli abitanti come schiavi, e ciò per mostrare la sua ira e per inculcare nel morale dei cartaginesi le conseguenze della loro violazione" (cit.p.143-144).  Ma è pur vero che, adesso, nella situazione militare complessiva, "le probabilità erano per lo più a favore di Annibale".

51 552 202 ZAMA (JAMA) -NARAGGARA

Rispetto ai 15.000 veterani riportati dall'Italia da Annibale erano più deboli i mercenari di Magone. Ma la parte meno fidata era costituita dai Libici e dalla milizia cittadina cartaginese. Davanti allo schieramento Annibale pose 80 elefanti. Poi nella 1. linea i mercenari, nella seconda linea i Libici e la milizia cittadina. I veterani restarono di riserva (nota 1).

L'esercito di Scipione era come di solito su tre linee, ma i manipoli non erano a scacchiera, bensì uno dietro l'altro lasciando degli spazi, cioè dei corridoi per far passare e vanificare gli elefanti. Tra questi intervalli fu posta la fanteria leggera (veliti).

Nei primi minuti della battaglia alcuni elefanti, spaventati dal suono delle trombe, si gettarono sulla propria cavalleria, altri elefanti feriti dai veliti tra i manipoli passarono o furono eliminati in mezzo alla fanteria pesante. Sfruttando la confusione creata dagli elefanti, Lelio e Massinissa volgono in fuga la cavalleria cartaginese. Nello stesso tempo entrava in azione la fanteria pesante. I mercenari cartaginesi resistettero bene, ma la seconda linea indietreggiò e non porse loro alcun aiuto, costringendoli a ritirarsi. Infine entrarono in combattimento le riserve. I veterani di Annibale respingevano valorosamente la pressione delle tre linee romane che ora agivano riunite e l'esito della battaglia rimase per lungo tempo indeciso. Ma i cavalieri romani, tornati dall'inseguimento della cavalleria cartaginese, attaccarono i veterani alle spalle. Ciò decise l'esito della battaglia, la prima perduta da Annibale.

Nota 1: Così lo schieramenti iniziale: Scipione ha postola fanteria romana, cioè due legioni raddoppiate di forza con gli altri alleati, al centro; Lelio e la cavalleria italica,a  sinistra; Massinissa con la cavalleria e la fanteria numida a destra. Il tutto con davanti un buon nerbo di truppe leggere. Annibale aveva disposto sulla fronte 80 elefanti, bene in vista, contando così di impressionare il nemico. A loro sostegno aveva disposto le truppe ausiliarie 8Liguri e Galli) frammiste con truppe leggere moresche (Mauritani) e baleari; in seconda linea le truppe fornite da Cartagine, cioè gli Africani e l'elemento macedone inviato dal fedele re Filippo. Infine, in terza linea, la sua vecchia guardia, cioè le agguerrite sue truppe portate dall'Italia, preziosa riserva in sua mano. Cavalleria alle ali: numida a sinistra, cartaginese a destra. Le prime linee puniche sono respinte anche perché la fronte romana viene continuamente alimentata da tergo, mentre le linee retrostanti cartaginesi restano inoperose. Infine avanza la vecchia guardia di Annibale, che può creare una nuova battaglia. Annibale è ancora superiore numericamente. Scipione ordina ai triarii di spostarsi lentamente e di distendersi fino ad eguagliare la fronte nemica. Nella mischia accanita, Scipione attende ormai il ritorno delle cavallerie vittoriose di Lelio e Massinissa e trattiene l'energico avanzare della massa cartaginese. Ma la cavalleria, con grande pericolo per Scipione, ritarda. Egli ha la forza e la pazienza di aspettare, fidando nello strenuo valore dei suoi legionari (veterani anch'essi). Alla fine la cavalleria arriva prendendo alle spalle i veterani di Annibale, le cui colonne si sgretolano.

 

COMMENTO DEL PISACANE:

Zama era a 5 alloggiamenti da Cartagine, verso l'occaso, ivi Annibale erasi accampato. Scipione alloggiava a breve distanza da esso. Quello capitanava esercito maggiore ma di manco nerbo: i galli, i Liguri, i Baleari, i Mori, i Cartaginesi di nuova leva valevan poco, i soli veterani venuti con esso d'Italia potevano paragonarsi agli Italiani capitanati da Scipione. Scipione era eziandio superiore in cavalleria perocché Massinissa era con esso, da nemico fatto collegato. Annibale schierò in prima fronte i mercenari stranieri, gente atta a ferir da lungi più che da presso, in seconda i cartaginesi di nuova leva; in terza, alla riscossa, i suoi veterani; difendeva le ali con la cavalleria; la fronte con 80 elefanti. Scipione schierò il suo esercito nel consueto ordine manipolare in tre schiere, astati, principi, triarii, ma non già a scacchiera; mise le insegne una dietro l'altra, onde fossero sgomberi gli intervalli dalla prima fronte al tergo e fare abilità ai drappelli dei veliti messi fra la radità degli astati di attaccare gli elefanti e cacciare senza scompigliare gli ordini, dietro l'esercito, quelle belve che sarebbero riusciti a fugare. All'ala sinistra collocò Massinissa con i suoi cavalieri, Lelio alla destra con la cavalleria italiana. I lanciatori romani attaccano gli elefanti, volgono in fuga quelli dell'ala destra che si gettano, spaventati, sulla propria cavalleria; gli altri, i veliti, travagliandoli, li conducono attraverso gli ordini e li tengono lontani dalla mischia. Muovono gli astati, fanno testa i mercenari stranieri, ma vinti si volgono a fuga ed accusando di tradimento la seconda schiera che immobile aveva assistito alla loro disfatta, rivolgono contro di essa le armi. Dietro ai fuggenti, infuriando sopraggiungono gli astati, danno dentro a quell'orrido tumulto e prima e seconda schiera sbaragliano. Annibale vede il disastro, da lui quasi preveduto, ed ai suoi veterani, conservati lontani dalla mischia, in cui riponeva la somma delle cose, comanda d'abbassare le picche e presentarne le punte ai fuggiaschi, che solleciti, scorrendo per le ali, sgomberano la fronte. Scipione intanto erasi avanzato coi principi, e gli ordini degli astati, dalla vittoria stessa confusi, ricomposti; non altro, che mucchi di cadaveri, separavano i due avversarii. Quantunque vittoriosi i Romani in questi primi scontri, le sorti della battaglia pendevano tuttora incertissime; i veterani d'Annibale quasi pareggiavano tutti i fanti romani. Gli astati erano stanchi, soli o pure uniti ai principi non potevano resistere all'urto delle superiori schiere annibaliche; quindi dall'urto delle tre schiere riunite dipendevano le sorti della battaglia; e perciò Scipione, con ottimo consiglio, decise non attendere la certa disfatta delle prime per raccoglierle nella terza, ma urtare dal primo momento in falange e, librata così su giuste lance la pugna dei fanti, sperare la vittoria dalla superiorità della sua cavalleria: principi e triari, ognuno bipartendosi, spiegaronsi sugli astati, base e centro dello spiegamento, nel modo stesso che i moderni spiegano la colonna doppia; così a destra ed a manca degli astati si collocarono i principi, e terminavano la linea, ovvero le parti più deboli, le due metà dei triarii. I veliti tolgono di mezzo i cadaveri, le due falangi si urtano, si mischiano, e la pugna ostinatissima pende incerta; ma Lelio e Massinissa, fugata già la cavalleria nemica, tornano a corsa, colgono alle spalle il nemico e decidono la vittoria.

 

Poiché parzialmente differenti sono alcune ricostruzioni della battaglia di Zama (De Sanctis. III, 2, pp.572-598 - a cui riferirsi anche per le più importanti ricostruzioni del Kromayer, Veith, Delbrück, Lehmann, Kahrstedt da lui comparati e da noi citati direttamente nei paragrafi su Zama dei capitoli sugli eserciti; Grazioli, Scipione l'Africano pp.20-24; Liddell Hart, cit., pp.138-151; Granzotto, cit., pp.130 ssg.), vogliamo -prima di riportare la ricostruzione di Giovanni Brizzi (sintetizzata qui da un Dossier del 1992 dopo il volume "Annibale, strategia ed immagine", Città di castello 1984) e quella in War Game dell'esperto di strategia Nicola Zotti -Roma 1992-, da noi spesso citato nei capitoli sugli eserciti- fornire questa ulteriore ricostruzione anche con l'ausilio di Francesco Dal Pozzo in Titi Livii, Ab urbe condita liber XXX, Firenze 1944, sempre nel raffronto con gli storici latini.

Anche il De Sanctis sostiene che la sola narrazione da cui muovere per ricostruire lo svolgimento tattico della battaglia è quella di Polibio (XV, 9-16), integrandola e spiegandola ulteriormente. Appiano e Dione Cassio non sono degni di fede perché hanno attinto ad annalisti falsari ed ignoranti delle cose di guerra. Livio non fa che tradurre Polibio con qualche inesattezza. Come antecedente della battaglia va ricordato che Scipione, in Africa, si venne a trovare da una posizione di svantaggio a una di vantaggio nel modo seguente. Annibale stava per arrivare in Africa, Massinissa era ancora lontano, in Numidia, dove stava riconquistando il suo regno e quello di Siface. Attaccare Cartagine fortificatissima era in queste condizioni certamente pericoloso. Scipione decise di richiamare d'urgenza Massinissa, e, lasciata la base navale sotto il comando di Bebio luogotenente, s'inoltrò per la fertile valle del Bagradas per agevolare il suo ricongiungimento con Massinissa e per "isolare Cartagine e tagliarle tutte le fonti di rifornimento e reclutamento" 8Grazioli, cit., p.78). per Annibale, sbarcato a Leptis e acquartierato ad Adrumeto la situazione era ora nettamente favorevole. Il principe numida Ticheo con 2000 cavalli si era unito a lui e Vermina figlio di Siface aveva promesso il suo intervento. I soldati del fratello Magone si erano uniti all'esercito italico di Annibale. Senza dubbio se Annibale, appoggiandosi alle fortificazioni di Cartagine, fosse rimasto sulla difensiva, gli eventi avrebbero potuto pendere una piega assai seria per Scipione, ma probabilmente molti e seri motivi devono aver spinto Annibale a seguire il suo grande avversario ad ovest: la speranza cioè di impedire il congiungimento di Scipione con le truppe di Massinissa, di tagliargli le comunicazioni con la base di operazioni, di facilitare a Vermina di venire in suo aiuto con la cavalleria massesilia, insomma approfittare della momentanea situazione critica di Scipione per batterlo. Si tratta di ore. Se Annibale riuscirà a raggiungere Scipione prima dell'arrivo di Massinissa, la sorte non può essere dubbia. La marcia dei due eserciti verso ovest continua fino a oltre 200 km dalla costa; ma ecco che "sventuratamente per Annibale, quando, sicuro di poter costringere Scipione a battaglia e di vincerlo, s'accampava sopra un colle di Naraggara (a 75 km da Zama), che una pianura di 5 chilometri e mezzo divideva dal sito dove era il campo di Scipione, già Massinissa alla testa di 4000 cavalli e 6000 fanti numidi aveva preso contatto coi Romani. Così il piano di Annibale, nel momento in cui s' apprestava a colorirlo, era fallito pel ritardo di Vermina e la prontezza di Massinissa, due incidenti che certo non gli si potevano imputare, né da lui, com'è da credere, prevedibili" (De Sanctis p.550). Annibale era ora nell'impossibilità di ritirarsi, e tentò un abboccamento con Scipione per la pace, ma inutilmente, preferendo decidere entrambi con le armi. Dispostisi a battaglia, davanti agli astati romani vi erano i veliti che probabilmente eseguirono qui una tattica speciale, e cioè, mentre nelle battaglie ordinarie essi, come avevano ripiegato tra i manipoli, non ne uscivano più, a Naraggara, essendo le truppe leggere nemiche rincalzate dagli elefanti, finché gli elefanti non si cacciarono negli intervalli delle linee romane e non furono ributtati sui fianchi e nella direzione del nemico, i reparti dei velites dovettero alternatamente ripiegare tra la fanteria pesante e riuscirne fuori finché fu libero a pieno il campo dalle belve. Per quanto riguarda lo schieramento dei Cartaginesi, Polibio, cosa singolare, omette la fanteria leggera. Dietro gli elefanti, dice egli, Annibale dispose i mercenari Celti, Liguri, Baleari e Mauri, e mostra ben chiaro di ritenere la prima linea composta di fanteria pesante quando narra come essa affrontò gli astati romani (cap. 12,7). Ma il silenzio di Polibio circa le truppe leggere si può spiegare pensando che una parte dei mercenari, e precisamente i Mauri e i Baleari, dovevano essere reclutati a questo scopo, come risulta da Appiano che parla di arcieri e frombolieri costituenti, com'è noto, le truppe leggere, e come sottolinea il Dal Pozzo. Ad ogni modo "l'inferiorità della fanteria leggera punica era compensata dagli elefanti, i quali per l'appunto appiccarono la zuffa" (De Sanctis p.553). anche noi pensiamo all'assoluta preminenza data da Annibale alla fanteria pesante sia nelle prime linee che nelle riserve. Ma (continuiamo col De Sanctis) l'uso degli elefanti "non avvenne felicemente per Annibale: ché mentre le milizie leggere li bersagliavano coi loro dardi, le trombe romane dando il segnale li fecero in parte adombrare; onde i kornac, secondo l'ordine ricevuto, per non turbare gli ordini della fanteria, diressero verso i fianchi la fuga delle belve che davano addietro. Contribuirono così quelle, spaventando i cavalli, alla rotta, del resto inevitabile (per la netta inferiorità di cavalleria di Annibale), della cavalleria che era sulle ali; la quale abbandonò precipitosamente il campo di battaglia inseguita da Lelio e da Massinissa" (De Sanctis, cit.). la presenza del Numida, inizialmente non prevista da Annibale, come sostengono gli autori citati in precedenza, può forse spiegare come questa debolezza di cavalleria di Annibale (finora sempre in vantaggio per la cavalleria, in Italia soprattutto) non vi sarebbe stata se Vermina fosse stato più puntuale di Massinissa. "Gli elefanti poi che non avevano retroceduto penetrarono nei vuoti tra le colonne romane (con astati, principi e triari non a scacchiera, ma coi manipoli allineati l'uno dietro l'altro, in colonna, come dice Polibio), tormentati dalle truppe leggere che si ritiravano e oltrepassando, tratti dalla loro furia, le linee, si offersero a tergo dell'esercito facile bersaglio ai colpi dei veliti e degl'irregolari romani, che li assalivano ormai liberamente da ogni lato" (De Sanctis cit.)

Dietro la fanteria cittadina e libica, a considerevole distanza, dispose Annibale i veterani d'Italia. Ma si tenga presente che mentre la distanza tra le prime due linee era piccolissima, cosicché esse si possono considerare come costituenti insieme la prima schiera, i veterani d'Italia, per essere a considerevole distanza dalla seconda linea, venivano a formare propriamente una seconda schiera, una vera e propria riserva. (sulle polemiche su questa innovazione tattica in Scipione o in Annibale, si vedano i capitoli sugli eserciti).

Il De Sanctis, continuando a spiegare e a integrare il racconto polibiano, dice che è chiaro innanzitutto che la prima linea della fanteria pesante, composta di mercenari, appiccò da sola la zuffa con gli astati romani, ma così non viene spiegato se non in parte ciò che racconta Polibio, cioè che la prima linea, non vedendosi aiutata dalla seconda ripiegò e fu respinta sui fianchi dalla fanteria cartaginese e africana, che aveva ricevuto da Annibale l'ordine di tenere libera la propria fronte e immutati gli intervalli. Il Dal Pozzo troverà un'altra spiegazione, che diremo tra poco, ma che ci pare anch'essa incompleta. A parte il fatto che, sul rapporto tra fanteria leggera e pesante nello schieramento di Annibale e più in generale sullo schieramento oplitico a falange (dai Macedoni ausiliari alla Legione sacra cartaginese) senza un rincalzo dalle retrovie di tipo manipolare, andrebbe scritto qualcosa di più, perché costrinse certo "a priori" Scipione a non rincalzare le linee di combattimento e i manipoli in modo tradizionale e a puntare solo sull'aggiramento come unica arma contro l'invulnerabilità frontale della "falange" con lance abbassate di Annibale (quelle stesse che trattenevano i cartaginesi fuggitivi e li mandavano sui fianchi), a parte tutto questo, dicevamo, anche Scipione usò senz'altro "a falange" (come dice Pisacane) le schiere riunite dei manipoli, rinunciando cioè in tutto al rincalzo manipolare, perché tale necessità aveva già preveduto così come Annibale "aveva quasi preveduto il disastro delle prime linee" (Pisacane). Come mai allora nelle linee cartaginesi (anche se ormai avvezze più al combattimento di tipo manipolare romano che a quello greco e macedone dell'ordine chiuso oplitico) vi fu tanto stupore nella "mancanza di rincalzo", per dirla con Polibio e Livio, da parte dello schieramento retrostante? Forse perché lo stesso Annibale, se fallivano gli elefanti, aveva previsto linee anteriori non proprio di fanteria leggera, ma pesante solo nel senso di peltasti e ispapistes (medio- pesanti) che dovevano coprire i fianchi della vera e propria falange oplitica nell'ultima parte della battaglia. Ma torniamo al Dal Pozzo, che dice: "E' piuttosto da credere che fin dall'inizio la fanteria africana (la seconda linea della prima schiera) fu condotta all'assalto e partecipò anch'essa alla lotta contro le legioni, e ciò avvenne non perché, rotti i mercenari, le truppe romane (gli astati) trovarono aperta la via, ma perché i cartaginesi uscirono a battaglia sui fianchi dei mercenari. Questa manovra spiega come ambedue i corpi cartaginesi potessero prendere contatto coi Romani ed esserne ambedue insieme travolti. E furono travolti perché i principi e i trari avevano preso a loro volta posto sui fianchi degli astati. Secondo Polibio, seguito da Livio, la manovra dei Romani sarebbe avvenuta nel secondo momento della battaglia, e cioè dopo che Scipione ebbe dato l'ordine agli astati di sospendere l'attacco. Ma ciò risulta inverosimile, sol che si rifletta al pericolo gravissimo a cui si sarebbe esposto Scipione se avesse ritardato anche di pochissimo questa manovra. Dunque la pausa non fu voluta da Scipione per dar tempo ai principi e ai triari di raggiungere gli astati e di schierarsi sui loro fianchi, ma per dar tempo alla fronte romana composta di tre linee, schierate l'una a fianco dell'altra, di ricostituirsi prima di procedere all'attacco finale. D'altra parte Annibale non poteva senz'altro piombare sui Romani, nell'atto che riordinava i manipoli, colle truppe della riserva senza esporsi a sua volta al pericolo dell'aggiramento. Perciò aspettò. E forse aspettò anche perché gli premeva riordinare sui fianchi delle truppe di riserva i fuggiaschi mercenari e cartaginesi e prolungare con essi la fronte della battaglia". Ma la pausa utile a Scipione, necessaria ad Annibale, si rivelò ben presto fatale per quest'ultimo perché in un momento di sua maggiore forza avvenne il ritorno di Lelio e Massinissa dall'inseguimento della cavalleria punica. La cavalleria romana si abbatté come un'immensa fiumana sui veterani di Annibale impegnati in un supremo sforzo nell'azione frontale e li travolse. La vittoria dei Romani fu completa.

Se al Metauro, come è stato osservato (ad esempio, dal Muscolino) si erano decise le sorti di Roma, a Naraggara (Zama) si decisero quelle della civiltà mondiale, come già intuì Polibio (XV,9,2 e 5). Pensando alla ricostruzione precisa della battaglia di Waterloo, colpisce come battaglie che decisero le sorti del mondo dipesero da cose ulteriori, se non esterne e minime. E che i perdenti erano a pochi passi dall'essere vincitori, avendo calcolato quasi tutto l'umanamente calcolabile. Non bastò ad Annibale l'incrollabilità dei suoi veterani contro il genio di Scipione, né a Napoleone la sua rapidità e abilità contro l'anticipo dei Prussiani.

ZAMA

GIOVANNI BRIZZI - LE GRANDI BATTAGLIE DELL'ANTICHITA'- DOSSIER (Archeo 6 (88) 1992)

Sul finir dell'estate 202, da Adrumeto dove aveva posto il campo, Annibale mosse repentinamente verso l'interno del Paese; e pose le tende presso Zama, probabilmente l'attuale Seba Biar. Egli intendeva congiungersi con Vermina, figlio di Siface, che stava lottando per recuperare il trono paterno e che gli avrebbe portato un prezioso contributo di cavalieri; e soprattutto voleva impedire a Scipione di ricevere le forze di Masinissa, annientando quest'ultimo o - se gli fosse riuscito - battendo Publio lontano dalle sue basi.

 

INIZIATIVA AZZARDATA

Era un'iniziativa azzardata, ma la sola possibile; l'apporto del nuovo re di Numidia a Scipione sarebbe stato -e Annibale ben lo intuiva - determinante. Publio che, aspettando i rinforzi, andava devastando la valle del Bagrada, fu però pari in audacia al rivale. Anch'egli aveva compreso come ciò che contava fosse il congiungersi con le forze di Masinissa; e si spinse pertanto a tappe forzate verso l'interno, fino a Naraggara, l'attuale Sidi Youssef. Annibale lo raggiunse; ma, prima che potesse imporre la battaglia al Romano, sopravvenne Masinissa con 6000 fanti e soprattutto con 4000 cavalieri numidici.

Non giunse invece Vermina, forse sconfitto tra i monti di Numidia: senza sua colpa, mentre tutto gli si ritorceva contro, Annibale si trovò così lontano dalle sue basi, in procinto di essere costretto allo scontro in condizioni di grave svantaggio.

… Sulla forza delle due armate mancano dati sicuri; e tuttavia si possono azzardare congetture plausibili. Secondo Polibio 20.000 Punici circa rimasero sul campo, quasi altrettanti vennero catturati e solo pochi - per la distanza dalle loro basi e per l'immediato inseguimento dei cavalieri nemici - riuscirono a fuggire. Annibale disponeva dunque di 40.000 uomini circa. Polibio aggiunge inoltre che la prima delle tre linee di fanteria su cui Annibale articolò il suo esercito contava 12.000 soldati; se - come sembra - gli altri due scaglioni erano di consistenza complessivamente doppia rispetto al primo, l'armata cartaginese si componeva di 36.000 fanti e 4000 cavalieri. Delle tre linee la più numerosa era la terza ove erano schierati i veterani d'Italia.

Più difficile ancora da valutare sembrerebbe la forza dell'armata romana. Secondo Appiano, tuttavia, Scipione disponeva di 23.000 fanti e 1500 cavalieri italici; cifra attendibile, come risultato della somma di due legioni - le unità cannensi - e dei relativi contingenti alleati. A queste truppe vanno aggiunti i rinforzi condotti da Masinissa e forse anche i 600 Numidi che - secondo Appiano - recò un ignoto capitano a nome Dacamante. Gli effettivi dell'armata romana assommavano dunque a 29.000 fanti e 6000 cavalieri circa.

…Ebbri di vittoria, gli hastati si lanciarono allora ad inseguire il nemico in rotta; non senza grave rischio, perché immobili al loro posto li attendevano i veterani d'Italia, mentre Annibale e i suoi ufficiali tenevano sgombro il fronte dirigendo la fuga dei superstiti verso i fianchi dello schieramento, dove altri ne riformavano i ranghi. Fu allora che Scipione fece suonare a raccolta, frenando la fuga dei suoi; e, dopo aver riordinato gli hastati, che avevano sostenuto da soli il peso della lotta, li dispose al centro dello schieramento e - come ai Campi Magni -aprì finalmente sui lati principes e triarii, estendendo il fronte del suo esercito. Entrambe le armate, così riorganizzate dai loro comandanti, mossero l'una contro l'altra all'ultimo cozzo.

La ricostruzione proposta, che deriva essenzialmente dal testo di Polibio, presenta nondimeno diversi aspetti oscuri. E' difficile, innanzitutto, pensare che gli hastati romani - probabilmente non più di 6500 uomini - abbiano saputo da soli far scempio delle due prime linee cartaginesi, di forza pressoché tripla della loro. Su un punto, tuttavia, il testo dello storico greco sembra non prestarsi in alcun modo ad equivoci; più volte, infatti, egli ribadisce che tutta questa fase dello scontro fu condotta, per i Romani, dagli hastati soltanto; e che fu proprio il primo scaglione ad essere richiamato da Scipione mentre incalzava senz'ordine il nemico.

Conviene dunque ridimensionare piuttosto la seconda parte dell'asserto polibiano: le prime due linee dell'esercito annibalico, pur duramente provate, non furono affatto distrutte. Confortano questa ipotesi alcune considerazioni. Non meno di Scipione, Annibale profittò della pausa nello scontro per riorganizzare le sue file; e poiché i veterani d'Italia - non ancora impegnati - erano rimasti al loro posto in ordine perfetto, egli non ne avrebbe avuto alcun bisogno se non vi fossero stati superstiti in ritirata dalle prime due linee. Pare decisiva, infine, l'affermazione fatta altrove dallo stesso Polibio, secondo cui le due armate sostennero l'ultimo scontro con forze sostanzialmente uguali; il che non sarebbe stato se i primi scaglioni dell'armata punica fossero stati distrutti.

Dietro l'azione di queste truppe s'intuisce, dunque, l'esistenza di un piano accuratamente studiato; il quale, pur con qualche inevitabile intoppo, raggiunse - come vedremo - il suo scopo. Proprio lo svolgimento di questa fase dello scontro consente forse di intuire le linee fondamentali del disegno di Annibale. Sulla natura del suo piano la moderna critica ha raggiunto conclusioni in qualche caso addirittura opposte. Secondo alcuni studiosi egli avrebbe meditato la più tradizionale delle battaglie di fanteria, adottando schemi in fondo non dissimili da quelli finora applicati dai Romani. Secondo altri, al contrario, Annibale avrebbe attuato a Zama la più audace e rivoluzionaria delle innovazioni, istituendo la riserva tattica.

… Più vicina al vero è la seconda ipotesi, che tuttavia necessita a nostro avviso di qualche rettifica. Malgrado siano mantenuti in posizione arretrata rispetto alle prime linee e siano da esse indipendenti, i veterani d'Italia non costituiscono ancora una vera e propria riserva tattica, pur se in qualche modo ne prefigurano l'introduzione.

Per definizione, infatti, la riserva tattica è destinata a rimanere inattiva fino a quando non si produca nel combattimento una svolta cruciale; ed è per questo costituita da un corpo compatto e di provato valore, ma di solito numericamente piuttosto ridotto.

Al contrario, i veterani d'Italia costituivano lo scaglione non solo di gran lunga più valoroso ed esperto dell'armata annibalica, ma anche il più consistente: il Cartaginese non avrebbe potuto immobilizzarlo senza esporre all'annientamento le altre truppe, inadeguate per abilità e disciplina a misurarsi con i legionari e per di più ad essi gravemente inferiori di numero. L'impiego di questa forza è stato, invece, rigorosamente pianificato fin dall'inizio della battaglia: ad essa si chiede, se possibile, di dare il colpo di grazia ai fanti di Scipione prima che facciano ritorno le vittoriose cavallerie di Lelio e di Masinissa.

… Così Annibale impartì ai suoi cavalieri l'ordine esplicito di ritirarsi rapidamente dal campo. In tal modo egli dava al nemico l'illusione di aver scoperto i suoi fianchi prima ancora che cominciasse lo scontro. Era quanto Lelio e Masinissa attendevano. In preda all'euforia, si diedero ad inseguire il nemico lontano dal teatro della battaglia prima di poterne seguire i preoccupanti sviluppi; e assecondarono, così facendo, le speranze di Annibale. Se veramente - come pare probabile - compì questa mossa di proposito, egli riuscì almeno parzialmente nel suo intento: di fatto le forze di Lelio e di Masinissa non tornarono in scena se non in una fase assai avanzata dello scontro.

… Cominciava, piuttosto, per il Cartaginese una disperata lotta contro il tempo: egli doveva distruggere le fanterie romane prima che il suo esercito fosse preso alle spalle dal ritorno, comunque inevitabile, delle cavallerie nemiche.

Sui propositi di Annibale a Zama gli studiosi si sono sbizzarriti in ogni tipo di congetture, nessuna delle quali, tuttavia, pare fondata. Il piano di Annibale è molto sottile. Con una sola mossa, ponendo i suoi veterani fuori portata dall'azione avvolgente delle ali romane, il Punico non solo ha vanificato il piano di Scipione, ma ne ha paralizzato l'iniziativa. L'esperienza e l'intuizione che gli viene dal genio lo avvertono che il nemico ha commesso un errore. Fidando troppo nella validità della manovra eseguita ai Campi Magni, Scipione ha scelto infatti uno schieramento che ne condiziona le mosse successive.

L'esercito romano, infatti, malgrado le modifiche da lui stesso apportate, non possiede ancora l'elasticità necessaria a mutare di assetto in battaglia. Scipione ha disposto i manipoli non a scacchiera, ma in colonna, l'uno dietro l'altro; e, quando l'imprevista mossa del nemico gli impedisce la manovra prescelta, egli non è più in grado di modificare la formazione, adottando la tattica tradizionale, che gli consentirebbe di offrire ricambio e respiro ai legionari di prima linea. Tutta questa fase dello scontro è perciò affidata ai soli hastati; e quello che i principes sono in grado di prestar loro è un incoraggiamento più che un reale sostegno. Solo quando le prime linee cartaginesi si ritraggono si offre finalmente loro il destro di combattere; ma vengono trattenuti prudenzialmente dai loro ufficiali.

Annibale, al contrario, ha saputo conservare piena libertà di manovra. Contro gli hastati, fior fiore dell'armata romana perché assuefatti ormai a combattere in prima linea, egli alterna - come emerge dal testo di Polibio - le sue prime linee in un'opera programmata di logoramento, sacrificando secondo costume le truppe più deboli (in questo caso persino i suoi concittadini, schierati in seconda fila). Quando mercenari e fanterie africane, obbedendo evidentemente ad un comando prestabilito, ripiegano sia pure in disordine verso la terza linea, trovano i veterani d'Italia ad attenderli con le lance basse, ben decisi a non lasciar turbare i loro ordini; e sono costretti a piegare verso i fianchi, estendendo così il fronte dell'armata annibalica.

Il Cartaginese completa l'opera con autentica maestrìa. Quella manovra su cui aveva contato per sbaragliare Annibale, Scipione la vede con stupore compiuta dal nemico; ed è costretto ad eseguirla a sua volta per evitare di essere accerchiato, in condizioni tuttavia ben diverse da quelle previste perché è Annibale che gliela impone. Di fronte al suo centro, dove stazionano gli ormai logori hastati, sta adesso il nerbo invitto dell'armata d'Italia; né avranno compito facile alle ali principes e triarii, avvezzi ormai ad assalire il nemico di fianco, posti di fronte a truppe rafforzate anch'esse con nuclei di veterani.

 

"PER BUONA SORTE"

Fu a questo punto che - come ammette lo stesso Polibio - tornarono "per buona sorte, proprio al momento opportuno" le cavallerie di Lelio e di Massinissa. … Così i gloriosi veterani d'Italia di Annibale non poterono più né vincere né fuggire: chiusi da ogni parte, essi caddero probabilmente quasi tutti sul campo, testimoniando in modo inequivocabile la fedeltà al loro comandante.

 

 

FIG. GLI ESPERTI DI TATTICA MILITARE NICOLA ZOTTI E RICCARDO AFFINATI SI SONO CIMENTATI PARTICOLARMENTE IN WARGAME SU ANNIBALE E NAPOLEONE (ZAMA, AUSTERLITZ ecc.).