II - L'ESERCITO ROMANO.

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INDEX --> BELLUM HANNIBALICUM

RETRO

6- LA CAVALLERIA ROMANA.

Tranne i casi particolari indicati nell'ALLEGATO 1 del I capitolo, la cavalleria romana era in un rapporto di 1/10 o 1/11 con la fanteria romana [1] dei tre ordini principali: era cioè di regola di 300 uomini per legione, in 10 squadroni (TURMAE) di 30 uomini comandati da tre DECURIONI per TURMA: ma che non si chiamavano nel loro insieme ALA come la cavalleria alleata perché, non esistendo ancora inizialmente la formazione a falange copiata dagli Etruschi, potevano filtrare tra i manipoli separati. Poi, dalla legione oplitica a falange, derivò anche alla cavalleria romana il nome di ALA come per gli alleati e tale nome rimase anche negli sviluppi manipolari (e infine a coorte) a quinconce (a scacchiera).

Diversamente Giovanni Brizzi, Studi militari romani, Bologna 1983, p. 9-10, accenna al rapporto fanteria-cavalleria: giunto talvolta alla proporzione di 2 a 1 negli eserciti di Alessandro Magno, era di 5 a 1 nelle armate seleucidi al tempo di Raf&igravea (cio&egrave negli anni di Annibale in Italia) e di 8 a 1 in quelle macedoni di Filippo V (quindi sempre negli anni di Annibale; cfr. GARLAN Y., La Guerre das l'Antiquit&egrave, Paris 1972 -ed. it. Guerra e societ&agrave nel mondo antico, Bologna 1985- p. 113-114), e rimase quasi costantemente di 6 o 7 a 1 negli eserciti romani di et&agrave medio- tarda repubblicana.

 

I testi pi&ugrave importanti sulla cavalleria romana repubblicana (per quella imperiale, che esula relativamente dalla aetas punicorum bellorum, rimandiamo a quella, ovviamente pi&ugrave ricca, allegata alle nostre maschere di bronzo della cavalleria romana) sono DENISON Lt.-Col. George, A History of Cavalry from the Earliest Times with Lessons for the Future, London 1877, e McCall Jeremiah B. THE CAVALRY OF THE ROMAN REPUBLIC Cavalry combat and elite reputations in the middle and late Republic London-New York 2002, con buona bibliografia. Del resto McCall conferma che, because Roman, Greek and Macedonian battles all focused on contests between close-order infantry, and all three type of armies shared this main criterion for a battlafield victory, there are considerable grounds for comparing the cavalry in these societies. The criteria for effective cavalry in Greco-Macedonian armies are fully applicable to Roman cavalry (p.15 ss.). Cosa da noi gi&agrave sostenuta per la fanteria di Annibale.

 

FIG. cavalleria romana in McCall cit.

 

FIG. turmae romane in McCall cit.

I 300 cavalieri della legione romana avevano una disposizione o su due righe di 150 cavalieri ognuna o su 3 righe di profondità per 100 file, più idonea quest'ultima considerando ciascuna turma schierata in tre righe rispondenti alle tre decurie. Con le sei righe delle 20 TURMAE dei 600 cavalieri dell'esercito consolare di due legioni (poiché l'altra ala dello schieramento era preso dai più numerosi cavalieri alleati- socii)- cioè con le due cavallerie legionarie "romane" schierate l'una dietro l'altra- ci avviciniamo alle 8 righe di profondità dei cavalieri indicate da Polibio XII, 18, (e non solo per i Macedoni) come massimo consentito per poter manovrare con la cavalleria.

La distanza tra le righe dei cavalieri era di15 piedi, cioè una profondità, per le tre righe, di40 piedicon una legione, e di100 piedicon due legioni, circa 28,50 metri: cioè molto più della profondità della fanteria, proprio per meglio coprirne i fianchi.

 

FIG. CAVALIERI ROMANO e NUMIDA

Nella storia della legione romana, l'arruolamento dei cavalieri avvenne sempre in maniera distinta da quella dei fanti, anche quando la distinzione censitaria in classi e centurie tese a scomparire nell'età delle guerre puniche per far posto, con l'arruolamento per tribù, all'arruolamento indiscriminato dei fanti da tutte le classi di censo (subentrando anche molti più proletarii nella V classe) [2]. Secondo il passo di Polibio, VI, 20, 8- 9, e l'interpretazione universalmente accettata del Mommsen (Röm. Gesch., cit., III, p. 258 e 479- 480), prima dell'età delle guerre puniche, con le sole 18 centurie equo publico si potevano anche arruolare i cavalieri dopo i fanti, ma almeno dal 280- 241, cioè con la leva per tribù, con gli equites equo privato [3] (cittadini capaci di provvedersi privatamente del cavallo), la leva di questi cavalieri precedette sempre quella dei fanti, per essere in tempo di scegliere poi tra i fanti i cavalieri non idonei (perchè non nelle condizioni economiche richieste).

Per il Mommsen entrambi i due tipi di cavalieri (equo publico e privato) avevano già il censo equestre durante la seconda guerra punica (Röm. Gesch., cit., III, p. 259, n. 1), anche se il Gabba fu per anni (1952- 1973) incerto se spostare ad epoca successiva non solo l'estensione agli equo privato dello stesso censo equestre degli equo publico, ma lo stesso censo equestre, in quanto i senatori (e neanche tutti, ma solo i più ricchi) della I classe iuniores, che erano gli unici a servire tradizionalmente nelle 18 centurie equo publico, non avrebbero avuto censo distinto in età repubblicana. Ma è controversia che a noi poco interessa, perchè dal punto di vista militare lo stesso Gabba, sia come datazioni che come numero di centurie di equites, ha sempre ribadito, puntualizzandolo con la sua analisi, il tipo di dilectus testimoniato da Polibio e Mommsen perla IIguerra punica.

Il motivo di tale distinzione censitaria dei cavalieri, o meglio di una lista redatta dai censori per distinguere dalla I classe cittadini forniti di un dato patrimonio, si spiega da sé con i costi di armamento e manutenzione che i cavalieri dovevano sopportare sia al tempo delle iniziali 18 centurie di cavalieri equo publico sia nelle successive centurie (sempre 18) di cavalieri equo privato[4].  E, come abbiamo già detto, i cavalieri, che col dilectus per centurie potevano essere facilmente scelti tra le poche centurie di equites e se non idonei potevano essere poi arruolati tra i fanti, non potevano altrimenti essere facilmente reclutati fra le tribù indipendentemente dal censo e senza una "priorità" di scelta rispetto alle altre centurie di fanti.

FIG. cavaliere romano (eques) in FIELDS 2013, ed.OSPREY

Il Gabba ("Esercito e società..." cit., p. 150- 151) ha perciò definitivamente attribuito al periodo delle prime due guerre puniche non solo il nuovo metodo di leva per tribù ma anche la nascita di un vero e proprio census equester (e quindi di una classe di cavalieri), documentato peraltro per la prima volta, come "classe" di equites distinta da pedites e centuriones, proprio per le colonie di Placentia e Cremona nel 536=218, all'inizio della II guerra punica. Detto per inciso, e non azzardatamente da parte nostra, J. G. Milne, Class. Review, L, 1936, pp. 215- 217, pone al 536=218 a. C. la prima coniazione del denarius argenteo, non senza legame con l'abbassamento del censo della V classe e il relativo arruolamento di proletari tra gli adsidui: cosa che ci ricollega alla riforma dell'arruolamento per tribù e a riforme legionarie decisive sempre nel periodo tra le due prime guerre puniche.

Polibio, nei libri VI e XXV, ricorda che la cavalleria romana migliorò le sue capacità solo contro i Greci (e quindi- dopo la guerra contro Pirro e prima della II e III guerra macedonica- propriamente durante la seconda guerra punica), cambiando il proprio metodo di combattimento: sia, pensiamo noi, contro gli Italioti in genere e i Campani in particolare, che avevano cavallerie agili e agguerrite, sia contro la temibilissima cavalleria dei Nùmidi di Annibale.

 

Il Fröhlich, addirittura, (Bemerkung über die Reiterei..., cit., in "Beiträge..., cit., pp. 58- 70) sottolinea come, durantela IIguerra punica, Marcello a Clastidio con pochi cavalieri contro 10.000 Galli vince e uccide anche il loro capo ("unico esempio per la cavalleria romana", Ibidem, pag. 59). Grande secondo Fröhlich è l'importanza della II guerra punica per lo sviluppo della tattica e strategia della cavalleria romana (Ibidem, pag. 60). Allora avvenne il rafforzamento qualitativo e quantitativo della cavalleria romana; ma da allora in poi prevalsero tra i Romani le truppe straniere (Die Bedeutung..., cit., pp. 13- 15).

Abbiamo ricordato precedentemente, col Toynbee, che la cavalleria romana rimase, durante la Repubblica, sostanzialmente debole anche in Italia rispetto a quella dei Socii, degli Italioti e dei Galli, finché prevalsero nella tarda Repubblica corpi di cavalieri mercenari soprattutto germanici. La cavalleria dei socii infatti, essendo essenzialmente leggera, aveva soprattutto i pregi dell'agilità e dell'esperienza manovriera, mentre quella dei cittadini romani, essenzialmente pesante (catafratta), era meno esperta e generalmente inferiore ai livelli della fanteria legionaria (il contrario di quanto avveniva contemporaneamente nell'esercito macedone e in quello annibalico, dove la cavalleria rappresentava il vero corpo di elite e la capacità manovriera), avendo quasi solo funzione difensiva. Esempio che può suffragare per tutta la Repubblica la debolezza congenita della cavalleria romana non straniera o alleata, nel confronto soprattutto con le fanterie, è questo passo del Bellum Hispan., 15, "quum eques ad dimicandum cum pedite congreditur, nequaquam par habetur". Comunque alla fine della II guerra punica in Spagna si tentava di rimediare a ciò utilizzando anche la cavalleria tra gli intervalli dei manipoli delle legioni [5].

Ferri, morso e speroni, utili per cavalcare, ebbero sviluppo prima in Occidente e poi arrivarono in Oriente. L'opposto di quanto avvenne con la staffa, ancora più importante per combattere e caricare a cavallo, e che ufficialmente si diffuse dall'Oriente all'Occidente solo dal Medioevo. Ma il vaso scita di Chertomlyk [6], del IV sec. a. C., mostra sella e staffe, forse in cuoio, in uso presso gli Sciti, nelle steppe dell'Asia, e anticiperebbe quest'uso diffuso in Oriente, anche se solo la staffa metallica e non di cuoio la rendeva sicura e utile come strumento militare senza restare pericolosamente "impicciati" (impossibilità di sfilare bene il piede) nei momenti cruciali.

Come era già tra i Persiani prima di Alessandro Magno, nel bacino del Mediterraneo i cavalieri catafratti ebbero anche nei secoli IV e III corazzamento completo di cavaliere e cavallo, come per il cavaliere medioevale [7]. Erano armati con elmetto, cotta di maglia o corazza a placche fino al ginocchio, schinieri, manicotti di metallo e guanti di maglia, come vedremo meglio nel capitolo sull'esercito greco, nel paragrafo sulla cavalleria greca.

 

FIG. CAVALIERE ROMANO CATAFRATTO.

Come armamento base la cavalleria romana aveva comunque elmo e corazza, lancia a doppia punta e scudo rotondo. La cavalleria pesante dei cittadini romani non usava la lunga lancia falangitica dei cavalieri macedoni sarissophoroi nè aveva la funzione offensiva tipicamente ellenistica: ben presto, a differenza delle cavallerie catafratte greche, spagnole, cartaginesi e orientali, privilegiò in parte la mobilità sulla funzione difensiva solo portando fanti appositi (vèlites) rapidamente smontati e recuperati, rinunciando ad armamenti troppo massicci e lasciando sempre, sia al tempo di Scipione che nell'età di Mario e di Cesare, la priorità alla fanteria pesante legionaria nei campi di battaglia anche per le manovre di accerchiamento sui fianchi. Lo stesso Mario, quasi anello di congiunzione tra gli eserciti repubblicani e quelli futuri imperiali, privilegiò la fanteria oplitica, migliorandone l'armamento. Per la cavalleria bastò per secoli, per i Romani, usare i corpi d'élite delle cavallerie straniere nelle loro specialità di cavallerie soprattutto leggere (Nùmidi, Etoli e Tessali per la conquista della Grecia, Germani per la conquista della Gallia, ecc.): solo con gli arceri a cavallo dei Parti non riuscirono a utilizzare le superiori caratteristiche altrui.

 

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per SOLDATO DI CAVALLERIA - EQUES p.61: <<Polibio (6.25.3-8) discute dei cambiamenti nella cavalleria romana in modo piuttosto dettagliato, insistendo sul facto che gli equites non erano armati "alla maniera greca", cioè con elmo di bronzo, corsaletto di lino rigido, robusto scudo rotondo, lunga lancia e spada; ma osserva che un tempo (forse al tempo delle guerre contro Pirro, quando per la prima volta i romani si scontrarono con la cavalleria greca) non avevano armature e portavano solo una corta lancia e un piccolo scudo di pelle di bue, troppo leggero per garantire un'adeguata protezione in uno scontro ravvicinato e che tendeva a imputridirsi con la pioggia. Questo antico scudo può essere dello stesso tipo di quello rappresentato sulle monete tarantine del "cavaliere", del IV secolo a.C., con bordo piatto e centro convesso. Non particolarmente utile e la menzione di Livio di "piccoli scudi rotondi da cavalleria" (equestris parma, 2.20.10, cfr. 4.28) in uso fin dal 499 a.C.; l'affermazione potrebbe essere anacronistica. E notevole che la spada ora usata dagli equites sembra essere il gladius Hispaniensis, perché quando Livio descrive l'orrore dei macedoni alla vista delle terribili ferite subite dai loro compagni caduti, gli autori di quelle ferite erano cavalieri romani. Se e cosi, il gladius usato dagli equites poteva essere un po' piu’ lungo di quello della fanteria.

 

 

Contrariamente a quanto si crede, la mancanza di staffe non era un impedimento per la cavalleria degli antichi, soprattutto quella di popoli come i numidi, che a cavallo passavano l'intera vita. Inoltre, la cavalleria romana dell'epoca forse usava già la sella celtica a quattro corni, che permetteva a chi cavalcava un'ottima stabilita. Quando il peso di un cavaliere poggiava su questo tipo di sella, i quattro alti corni (cornicuid) gli si stringevano sulle cosce, pur non impedendogli un movimento libero come quello offerto da una sella moderna, modellata per la comodità e la sicurezza del cavaliere. Cio' aveva molta importanza soprattutto per la cavalleria dotata di lancia e spada, preferita dai romani, il cui modo di combattere richiedeva acrobatici cambiamenti di posizione. Nel Mausoleo di Glanum, Saint-Remy-de-Provence, in un rilievo (piedistallo, facciata sud) si vede una battaglia a cavallo. Sul cavallo caduto, senza cavaliere (a sinistra in basso), si riconosce la sella a quattro corni. Si crede che si tratti di un cavallo dei galli, poiche' i romani non rappresentano i loro uomini caduti o in difficolta' sui loro monumenti, trionfali o di altro tipo. Come gran parte dell'equipaggiamento della cavalleria, la sella a quattro corni era quasi certamente di origine gallica, e infatti e' rappresentata sull'antico calderone Gundestrop  (Cancre)>>. 

Sull’uso – nella cavalleria romana soprattutto dell’Impero- di maschere di bronzo che coprivano il volto dei cavalieri (a volte in tutt’uno con l’elmo)- uso documentato da splendidi resti antichi- rimandiamo al servizio fotografico dal volume di JUNKELMANN Marcus, Reiter wie Statuen aus Erz, Mainz 1996 (Deutsche Bibliothek, Archaeologischer Park Carnuntum (Wien-Bratislava), con riutilizzo al vero di maschere di bronzo e di tattiche di cavalieri (e ci scusiamo della modestissima qualità nonostante quella eccezionale del libro fotografico originale).

 

 

 

 

 

 

 

 

FIG. NEI FOTOGRAMMI, ELMI E MASCHERE DI BRONZO DELLA CAVALLERIA ROMANA

 

 

 

 

 

FIG. NEI FOTOGRAMMI, CAVALIERI ROMANI CON MASCHERE DI BRONZO.

 

 

FIG. MASCHERA DEL COMPONIDORI E CAVALIERI DELLA SARTIGLIA DI ORISTANO.

Harmand (cit., p. 132) osserva: "P. Vigneron (Le cheval dans l'Antiquité gréco- romaine, Nancy 1968) ha sostenuto la tesi che, tra il V e il I sec. a. C., la cavalleria greca e romana, dopo avere combattuto mediante l'urto, vi avrebbe rinunziato a favore dell'azione di disturbo, dati i progressi della fanteria pesante. Questa tesi si distrugge da sè, per il fatto che le fanterie pesanti compatte esistevano in Occidente già prima del V secolo. Quando M. Rambaud (Hommages à Marcel Renard, II, Bruxelles 1969, p. 663) descrive la cavalleria di Cesare come un mezzo di trasporto rapido piuttosto che come uno strumento di combattimento, introduce un'idea falsa, perchè le esperienze cesariane in materia di truppe a cavallo superano probabilmente in varietà quelle di tutti gli altri tattici del mondo antico. Bisogna riconoscere, con Adcock e Ardant du Picq, che, nella misura in cui gli mancò la staffa, il cavaliere antico non potè portare cariche a fondo contro altri cavalieri e soprattutto contro fanti di pesante armatura. Adottò, quindi, un tipo di manovra leggera, non senza rapporto con la tattica di tiratore del fante leggero contemporaneo". Troviamo conferme sull'evoluzione di questa tattica della cavalleria sia romana che macedone del201 a. C. in Livio, rispettivamente XXXI, 35, 3- 6 e XXXI, 36, 1- 3.

 

FIG. La maschera di ufficiale romano, rivestita d’argento, ritrovata nel 1990 nel luogo della battaglia di Teutoburgo tra Germani e Romani al tempo di Augusto.

Possono anche interessare a proposito le osservazioni di Niccolò Machiavelli nei capp. XVI e XVIII del II Libro dei suoi "Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio", il XVIII in particolare per quel che riguarda la relativa "debolezza" della cavalleria romana rispetto a quelle avversarie, ma anche la sua notevole funzione tattica di supporto alla fanteria, che culminerà nel 211 con l'istituzione del corpo dei véliti. Concordiamo inoltre con le considerazioni del Machiavelli, proprio nel XVIII capitolo, tenendo conto che, esaltando la scienza e lo sviluppo degli ordini della fanteria antica ben oltre la cavalleria, egli non fa che confermare gli alti livelli di specializzazione e di immunità, dagli attacchi "anche" della cavalleria, dell'ordinamento a falange. Ciò senza nulla togliere al superiore utilizzo tattico della cavalleria- come osserva lo stesso Machiavelli- "per fare scoperte (ricognizioni), e per scorrere e predare i paesi, per seguitare i nimici in fuga", ecc... Utilizzo ben corrispondente a quello dei Nùmidi da parte di Annibale. Considerazioni che si riconnettono alla stessa storia della falange greca nei suoi sviluppi, da quella tebana di Epaminonda a quella macedone, con l'azione sempre più combinata di fanteria e cavalleria.

 

FIG. ALA romana di et&agrave imperiale di 16 turmae.

 

Per la cavalleria romana, Catone il Censore, immediatamente dopola IIguerra punica (Livio, XXXIV, 14, 6) fece personalmente in Spagna l'esperienza dello scarso valore della cavalleria romana. E c'è chi (J. Suolahti, The Roman Censors, Helsinki 1963, p. 354; D. Kienast, Cato, Heidelberg 1954, p. 75 sgg.) ha visto nella sua condanna contro Lucio Scipione Asiageno (Asiatico) nel =183, censura che costò al discendente di Scipione l'Africano la perdita del cavallo (equo publico), cioè l'estromissione dalle centurie dei cavalieri (Livio, XXXIX, 44, 1), un monito in tal senso contro tutta la nobiltà (cioè la milizia di cavalleria nelle 18 centurie) romana.

Ma bisogna considerare la nostra pregiudiziale sottovalutazione degli antichi: così come la staffa esisteva nel mondo più antico (anche se non di metallo) e così come i doppi remi laterali nelle navi da guerra non dipendevano da mancanza di tecnologia per il timone unico centralizzato (tecnologia che certamente esisteva, così come il conta- miglia marine) ma forse dalla migliore manovrabilità nello scontro coi rostri: così ugualmente la mancanza di staffa nella cavalleria greca e romana poteva dipendere da due fattori: 1) comunque sia la "carica" contro falangi e legioni era una insensatezza; 2) la sella specifica romana ricostruita dall'archeologia sperimentale in Inghilterra rende giustizia della qualità di quelle cavallerie.

 

 

 

 

 

 

 

FIG. Archeologia sperimentale: la sella romana con i 4 perni che sostituivano la staffa per movimenti ottimali. La prima immagine &egrave da Goldsworthy, Complete cit. 2003.

 


CAVALLERIA DEI SOCII.

Per i SOCII il rapporto con la cavalleria romana della legione era doppio (triplo se si considera 1/3 dei cavalieri socii scelti e selezionati come EXTRAORDINARII alle dirette dipendenze del comando romano). Tranne casi diversamente indicati nell'ALLEGATO 1 del I capitolo (ad esempio, la decisione del 538= 216- 539= 215 di ridurre la quantità di cavalieri socii- in una proporzione comunque, come sempre, superiore rispetto ai fanti socii- forse perchè "malfidati"), le ALAE regolari dei Socii erano di 512/600 cavalieri, ma variavano per i vari tipi di legioni riassunti nell'ALLEGATO 2 del capitolo I. Dei praefecti equitum, ufficiali delle alae di socii, abbiamo parlato già a proposito degli ufficilai delle formazioni di fanteria alleate (praefecti socium): essi erano ufficiali romani e non alleati, preposti direttamente dal console romano, che aveva così sempre un corpo ufficiali direttamente romano. Essi provenivano da nobili famiglie patrizie dell' Urbe  [8].

 

APPENDICE

WERNER SCHUR   SCIPIO AFRICANUS  1927-

 

LA NUOVA TATTICA DELL'ESERCITO PROFESSIONALE E LE TRE CAMPAGNE NELLA SPAGNA MERIDIONALE

 

I Romani fecero a Cartagena un grosso bottino; più grande ancora fu, in tutti i paesi, l'impressione dell'inaspettata vittoria.

La ricca città fu per una notte abbandonata al saccheggio. Poi, Scipione fece adunare in piazza il bottino e ne dispose in nome dello Stato. La roba trasportabile fu lasciata ai soldati; l'oro e i prigionieri furono attribuiti allo Stato. La popolazione borghese fu rimandata alle proprie case : soltanto gli operai del grande Arsenale divennero schiavi dello Stato e posti sotto severa sorveglianza. Ma anche a costoro fu promessa la libertà dopo la vittoria definitiva dei Romani; così fu assicurato un fervido lavoro nel gigantesco Arsenale.

Ancor più efficace fu la calcolata mitezza con cui Scipione trattò i 300 ostaggi presi, appartenenti a tutte le popolazioni della Spagna. In qualità di membro della nobiltà romana, ricevette i giovani nobili spagnuoli d'ambo i sessi che a Cartagena erano stati trattati molto male. Diede loro la libertà, fece loro ricchi doni e li rimandò alle proprie case, perchè informassero le famiglie che i Romani- erano padroni ben diversi dai Cartaginesi. L'aureola del trionfo romano e la cavalleresca condotta del duce romano affrettarono la caduta del dominio punico in Spagna.

Enorme fu il bottino di materiale da guerra di ogni genere, caduto nelle mani dei Romani. Nel cantiere furono trovate le 18 navi da guerra che Asdrubale, dopo la sconfitta alla foce dell'Ebro, aveva tirate in secco. Si aggiunsero enormi depositi di indumenti e di armi, provviste di materie gregge, destinate ad essere elaborate nelle officine militari. Gli immensi armamenti apprestati per la nuova campagna caddero nelle mani dei vincitori. Con ciò, l'equilibrio militare e politico subì un forte spostamento a favore di Roma, che ormai possedeva la superiorità militare.

Nel cuor dell'estate 209, Scipione inviò a Roma, per via mare, il suo amico Lelio, affidandogli tutto l'oro conquistato e 18 nobili Cartaginesi suoi prigionieri. Così furono brillantemente messi in mostra i successi conseguiti in breve volger di tempo dal nuovo capitano. Ma fu pure una efficace misura di politica interna : la presa di Taranto per opera del vecchio Fabio che quell'anno era console per la quinta volta, e il colpo di mano di Scipione su Cartagena, contribuirono assai (secondo le parole di Livio) a far crollare definitivamente, nelle elezioni del 208, la potenza di Fulvio Flacco.

Il generale nemico, Asdrubale Barca, fratello di Annibale, valutando esattamente la situazione rinunziò per quell'anno a rimediare al grave avvenimento col suo insufficiente materiale di riserva. Durante l'intiero anno -si armò febbrilmente per potere, nella successiva primavera, far fronte all'atteso attacco romano nella provincia andalusa. Sperò di potere, dopo una vittoria riportata nel distretto minerario di Castulo, riprendere il suo vecchio piano italiano.

Anche Scipione, dopo la vittoria, restò tranquillo tutto l'anno. Non disturbò il nemicq che non lo cercava. Sulla grande piazza delle esercitazioni, che si stendeva nella terraferma di fronte a Cartagena, insegnò alle sue truppe la nuova tattica che in Spagna e in Africa lo condusse a sempre nuovi successi. Per questo riguardo, l'estate 209 fu uno dei periodi più importanti dell'intiera guerra.

La legione romana, con la sua tattica tradizionale, si trovava nella cornice della tradizione ellenistica, che fu sempre decisiva anche per Annibale. La falange della fanteria pesantemente armata viene disposta in una massa compatta e profonda per l'urto frontale. Sulle ali è collocata la cavalleria, che cerca di respingere la cavalleria nemica e, quando vi è riuscita, attacca di fianco o alle spalle la falange nemica, impotente a difendersi da un simile assalto. Dunque qui, come in tutte le battaglie dopo Alessandro, la decisione della battaglia è affidata alla cavalleria delle ali, che protegge la massa degli opliti da minacce ai fianchi e alle spalle e cerca di colpire alle spalle o ai fianchi la massa di combattimento avversaria.

Ma l'ordinamento romano aveva i suoi speciali allineamenti. La falange non era, come negli eserciti ellenistici dopo Filippo, disposta in un solo ordine profondo, ma in tre scaglioni successivi. E non formava un fronte compatto, ma era suddivisa in piccoli reparti, in «manipoli » che nella battaglia serbavano una distanza di due passi l'uno dall'altro. Dietro le lacune del primo scaglione stavano in riserva i manipoli del secondo, pronti a scagliarsi nella fronte se le distanze diventassero troppo grandi in conseguenza di forti perdite o dello sbandamento del primo scaglione. Allo stesso modo, dietro le lacune del secondo scaglione stavano pronti i manipoli dei triari, quale ultima riserva. Quindi la legione era articolata in numerose unità, che rendevano bensì possibile il rafforzare dell'attacco o della difesa frontale, ma, mancando di autonomia, non assicuravano al complesso una sufficiente mobilità. I legionari erano solo addestrati alla manovra del penetrare in un fronte ondeggiante, unica cosa che si poteva attendere da una truppa di cittadini poco esercitati. Contro un attacco di fianco o alle spalle, la legione era indifesa come ogni altra falange ellenistica.

Annibale fu il primo a capire che un urto di fianco eseguito da fanteria pesante ha un effetto assai più decisivo che l'urto eseguito da una cavalleria già indebolita nella lotta con la cavalleria avversaria. Ma per far questo è necessario disporre la falange in molte sezioni operanti indipendentemente l'una dall'altra. A tale scopo Annibale utilizzò con concezione geniale le sue truppe mercenarie, diverse di qualità e d'origine. La battaglia di Canne fu il capolavoro di questa nuova tattica che sul diverso valore delle singole parti della falange fonda l'avvinghiamento dell'avversario durante lo scontro.

A Canne, il centro della linea punica era formato dai Galli che, in linea sottile, marciarono in arco convesso davanti all'intiero fronte romano. Stavano alle ali, disposti in profondi scaglioni, i veterani di Spagna e d'Africa. Mentre i cavalieri combattenti si perdevano dietro il fronte romano, le legioni penetrarono facilmente nel debole arco teso del fronte gallico. Ben presto la linea dei Galli, che prima formava una curva convessa, si trasformò in una curva concava, il cui vertice si allontanava sempre più, retrocedendo, dalla corda tesa fra le due ali occupate dai veterani. L'intiera massa delle legioni romane s'inoltrò con impeto nell'interno di questo arco. Nello stretto spazio esse si urtarono fra loro. Anche il fronte romano prese la forma d'un arco, e ciò generò una totale confusione nella posizione reciproca dei manipoli. Qua e là, in conseguenza dell'arcuata linea del fronte, l'esercito nemico potè attaccare di fianco : i Romani risposero con disordinati movimenti, e la confusione crebbe. Così le truppe romane di punta dovettero a poco a poco, nella ressa e nello scompiglio, fermarsi.

Allora giunse il momento del vero attacco di fianco. Le ali dei veterani di Annibale fra le quali s'era insinuato l'attacco frontale dei Romani poterono compiere, indisturbate, una conversione e assalire il fianco scoperto dell'esercito di otto legioni. La cavalleria che in quel momento, dopo avere annientato il suo primo avversario, ritornò sul campo di battaglia, con un attacco alle spalle completò la sconfitta romana. Grazie ad un'ingegnosa manovra, l'esercito romano fu immobilizzato da forze inferiori e distrutto. Quel giorno, l'attacco di fianco per opera della truppa scelta si rivelò come la più pericolosa manovra contro la falange, esercitata solo alla lotta frontale.

A questa nuova tattica del geniale avversario gli eserciti romani, col loro carattere di milizie, in un primo tempo non poterono opporre nulla. Qui bisognava evitare ogni battaglia campale, come aveva raccomandato Fabio il Temporeggiatore, e passare alla guerra di posizione. E in una guerra di posizione che durò circa dieci anni e che si svolse con inaudita costanza, i generali romani della vecchia scuola batterono, nel sud dell'Italia, gli eserciti di Annibale che lentamente si consumavano. Ma ogni qual volta, nonostante la cautela dei romani, il grande Punico riuscì a costringere alla battaglia una truppa romana, rimase vincitore. In sedici anni di guerra Annibale non aveva perduta nessuna battaglia quando, a Zama, si trovò di fronte al maggior capitano del suo tempo.

Come Kahrstedt e Kromayer- Veith riconobbero quasi nel medesimo tempo, il giovane Scipione fu il primo a trarre positive conseguenze dalla rotta di Canne. S'avvide che occorreva dare la mobilità alla falange legionaria romana, in modo che essa, sul campo di battaglia e in vista del nemico, potesse compiere qualsiasi manovra. Le truppe romane, di cui la maggior parte prestava servizio già da dieci anni, erano quasi diventate un esercito di professione. Si poteva esigere da esse la stessa capacità di, manovra e la stessa disciplina di esercizi che Annibale sapeva di trovare nei suoi veterani.

Più difficile era il problema dell'unità tattica, sulla quale doveva fondarsi la mobilità interiore della legione. Nell'omogenea massa della fanteria legionaria non c'era la diversità d'origine e 'di valore su cui s'era basato Annibale. Nei manipoli, che erano già unità amministrative avvezze a tenersi compatte nella battaglia, Scipione trovò l'organo ideale della sua tattica. Nell'estate 209 egli inculcò, nel campo di esercitazione di Cartagena, la nuova teoria all'esercito di Spagna, teoria che lo condusse di vittoria in vittoria. Fu una inaspettata e sorprendente novità quella di fronte alla quale si trovarono, sconcertati, i capi cartaginesi e i generali romani della vecchia scuola.

Ogni legione possedeva trenta manipoli: di ogni manipolo fu fatta .una mobile unità autonoma. In questo piccolo gruppo 'si eseguirono manovre di movimento e di conversione, e questo intenso insegnamento si estese ai manipoli di tutti e tre gli scaglioni. Ormai, contro un attacco alle spalle i Triari poterono opporre un fronte difensivo, mediante un dietro-front operato con sicurezza. Il pericolo d'un attacco ai fianchi era facile da eliminare mediante un movimento interno dei manipoli della retro- , guardia. Ma anche per l'assalto, la dissoluzione tattica della falange in una quantità di elementi mobili e intercambiabili offriva insospettate possibilità. L'esercito di Scipione non era più vincolato alla forma rigida. E non aveva più bisogno di disporsi, sotto la protezione del campo, nell'ordine in cui doveva colpire il nemico. In vista del nemico, e già quasi in contatto con esso, le legioni potevano fulmineamente assumere quella formazione che pareva garantire meglio la vittoria.

L'invenzione della nuova tattica e l'infusione dello spirito di questa nell'esercito fu una grande opera di capacità organizzativa militare. Con questo esercito, esperto di tutte le astuzie della strategia d'Annibale, il giovane eroe potè intraprendere fiducioso la lotta col vecchio gigante. Nella battaglia di Zama la lotta fra il Maestro punico e il suo grande allievo venne alla decisione. Nella direzione del combattimento, i due grandi si mostrarono degni l'uno dell'altro. Ogni tentativo di sorpresa provocava tosto la risposta dell'attaccato. Ma la superiorità dei cavalieri Numidi di cui Scipione aveva saputo assicurarsi il concorso decise l'aspra lotta a favore dei romani.

W. Brewitz (“ Le campagne di Scipione in Spagna dal 210 al 206”) ci ha dato, dal punto di vista militare, la miglior descrizione particolareggiata della guerra di Spagna. Noi dobbiamo qui fondarci sul rapporto di Polibio, l'unico fra gli storici di quel tempo che s'intendesse di cose militari e che, per temperamento, si sia astenuto dal dare al racconto dei fatti quella forma epica che è così caratteristica delle narrazioni di battaglie negli storici di tendenze retoriche. Brewitz ha portato la luce negli ultimi punti oscuri lasciati da Kahrstedt.

Nella primavera 208 l'esercito romano varcò la catena di monti che separa la pianura della costa orientale dalla valle dell'alto Guadalquivir. Con ciò cominciò la lotta per la vecchia provincia cartaginese di Tartesso. Asdrubale attese l'attacco nemico di là dai valichi, fermamente deciso ad iniziare, dopo la prima battaglia, la marcia sull'Italia, da tanto tempo progettata. Occupò col grosso dell'esercito una posizione di sbarramento presso Becula, dove il valico conduce da oriente nella valle del Guadalquivir. Se riusciva a vincere qui, la via dell'Italia era aperta. Se Scipione vinceva, la Spagna era perduta, e i resti dell'esercito punico potevano tentare di avviarsi verso l'Italia attraverso gli altipiani dei Celtiberi e i Pirenei occidentali.

Nel punto dove la strada scende, dai monti orientali, nella valle del Guadalquivir, due torrenti provenienti dal nord sboccano nel fiume principale : il Guadalimar e il Rumblar, che racchiudono fra sé l'altopiano di Bailén- Becula. Al margine occidentale di questo altopiano, là dove esso declina verso il Rumblar, fu identificato il colle, scaglionato in due terrazze, che Polibio ci descrive con tanta evidenza come teatro della battaglia. La superficie che termina il colle è abbastanza vasta per il campo punico e per l'avanzata della falange. La terrazza inferiore offre spazio sufficiente alle scaramucce della cavalleria e della fanteria leggera. E le grandi strade verso il sud passavano nell'antichità su questo colle così, come oggi vi passa sopra la linea ferroviaria da Madrid a Màlaga. In realtà, Asdrubale aspettò l'avversario in una forte posizione di sbarramento creata dalla Natura.

A Scipione bastarono due giorni per orientarsi in quel difficile paesaggio e foggiare il piano d'una battaglia. Le sue legioni colsero da due lati, alla sprovvista, l'avversario che stava marciando, e lo stritolarono. Il terzo giorno dopo il suo arrivo, la campagna era decisa.

Dapprima, le legioni, divise in due colonne comandate da Scipione e dal suo amico Lelio, furono trattenute nel campo. Soltanto le truppe leggere e la cavalleria avanzarono contro la terrazza inferiore del colle occupato dal nemico, dove gli arcieri punici attesero l'attacco romano. La sostituzione di sempre nuove forze, in questo punto rafforzò Asdrubale nella sua opinione che anche l'assalto frontale delle legioni si sferrasse in questa terrazza : perciò collocò, alla sua volta, una quantità sempre maggiore di truppe leggere in questo campo avanzato. La sua fanteria pesante si tenne nel campo, pronta ad uscirne per marciare al margine dell'altura non appena le legioni comparissero sulla terrazza inferiore.

L'attacco decisivo cominciò a disegnarsi. Scipione scagliò tutte le truppe leggere di cui disponeva nella lotta fra,arcieri che ora assorbiva anche il resto delle truppe leggere puniche. Nello stesso tempo, le legioni avanzarono nelle loro due colonne e si appressarono celeremente al campo di battaglia. Ma allora accadde la cosa inattesa, che sconvolse tutte le tradizionali regole della tattica. Scipione collocò le sue forze principali non nel punto dove gli arcieri avevano operato; fece invece deviare a destra e a sinistra, ondeggiando, le legioni già arrivate ai piedi del colle, per collocarle alle due parti del fronte di battaglia, in modo da sorpassare a nord e a sud il nemico. I romani, a passo di carica, girarono attorno alla terrazza anteriore, sulla quale continuava, con immutata violenza, la lotta fra le opposte truppe leggere, e arrivarono quasi indisturbati ai margini settentrionale e meridionale dell'altura, dove si trovava il campo punito. Raggiunsero la sommità prima che Asdrubale riuscisse a sviluppare il suo esercito. Egli non possedeva più truppe leggere capaci di arginare l'avanzata del nemico. Quindi, l'attacco di fianco sferrato dai romani colpì con piena furia ambo le ali dell'avversario in marcia che aveva dovuto, all'ultimo momento, capovolgere tutte le sue disposizioni. La principale massa punica fu da ambo le parti avviluppata e ' battuta prima di riuscire a spiegare la sua forza. Asdrubale interruppe tosto la battaglia, ormai senza speranze, e con le truppe che poté salvare dalla catastrofe si ritirò verso l'altopiano del nord, lasciando in mano dei romani più di 10.000 prigionieri. Almeno altrettanti morti e feriti coprivano il campo di battaglia. La vittoria dei romani fu completa, e fu dovuta tanto alla geniale concezione del piano di battaglia quanto all'elevata capacità di manovra della truppa.

Scipione, col grosso dell'esercito, si fermò nel distretto minerario, onde assicurarsi questa importante conquista. Un distaccamento, comandato dal propretore Silano, si pose all'inseguimento del nemico e constatò che Asdrubale, con una considerevole quantità di reclute tratte dalle bellicose tribù dei Celtiberi, aveva varcato l'Ebro e si dirigeva verso i Pirenei. Già i contemporanei rimproverarono a Scipione di non aver ostacolata la ritirata di Asdrubale. Dissero che egli, per raggiungere la mèta che s'era proposta, la conquista della Spagna, aveva trascurato il suo compito principale, quello di rendere impossibile la marcia di Asdrubale sull'Italia. Solo lo storico Kahrstedt rilevò che Scipione non poteva agire altrimenti. La conquista della Spagna era il grande scopo militare, capace di decidere la guerra, e ad esso dovevano venire posposte tutte le altre considerazioni. E la situazione in Italia era abbastanza sicura, la bellicosità delle legioni era diventata abbastanza intensa per poter attendere con calma un nuovo assalto dell'esercito punito gravemente indebolito dalla battaglia di Becula. Inoltre, è dubbio che le truppe di Scipione fossero sufficienti a sbarrare ai Cartaginesi tutti i valichi dei Pirenei. Così resta giustificato il contegno del Capo, il quale vide più lontano dei suoi critici antichi e moderni.

Nell'anno 207, il centro di gravità degli avvenimenti si trovò di nuovo in Italia, dove Asdrubale e Annibale tentarono di nuovo di deviare il corso della storia. La guerra si trasferì ancora una volta nell'Italia centrale. Annibale avanzò verso il nord nella misura che gli permise l'esercito del console Nerone. Come è noto, Nerone trattenne Annibale davanti al suo campo fortificato e con la massa del suo esercito si ritrasse verso il campo di battaglia del Metauro, dove, in brillante collaborazione col suo avversario e collega Livio Salinatore, annientò, con poca fatica, l'esercito di Asdrubale. Così naufragò l'ultima speranza di Annibale di vincere in Italia. Egli si ritrasse nell'inospitale regione abruzzese, onde sostenere la guerriglia il più a lungo possibile.

In conseguenza di questi eventi, l'anno 207 fu scarso di avvenimenti in Spagna. L'altro Asdrubale, il Gisconide, che ora comandava l'esercito punito, giustamente valutando la situazione risolse di evitare ogni battaglia decisiva, finché durava la grande contesa in Italia. Il piccolo numero di truppe rimastogli dopo la partenza di Asdrubale poteva solo gradatamente essere aumentato in conformità coi bisogni. Quindi Scipione non trovò nemici davanti a sè, quando, nella primavera 207, valicò di nuovo la catena di monti e irruppe nelle pianure dell'Andalusia, scendendo il Guadalquivir. L'esercito punito si trovava allora nelle numerose e solide fortezze del paese e non si lasciò adescare ad uscirne. Perciò l'esercito romano attraversò l'intiero paese senza essere molestato. Ma non vi si potè stabilire, perchè il nemico evitò ogni decisione militare. Solo singole piazzeforti furono conquistate, e un corpo di mercenari celtiberici, arruolati di fresco, fu, vicino alla sua patria, annientato da un reparto romano spedito con questo scopo.

Così Scipione dovette, nell'autunno, ritornare in oriente senza avere messo termine alle cose. A causa della saggia riservatezza del suo avversario, nemmeno in quell'anno potè completare la conquista della provincia spagnuola dell'impero cartaginese.

Ma, con la battaglia del Metauro e la ritirata di Annibale nell'Abruzzo, la situazione mutò di nuovo : il teatro spagnuolo della guerra divenne ancora il più importante. Là, e soltanto là, Roma poteva vincere la guerra. E solo là Cartagine conservava una pallida speranza di ristabilire l'equilibrio. Il supremo comandante punito operò con l'abilità e la prudenza che si poteva aspettare da un buon generale di media levatura. Arruolando forti contingenti dalle marziali tribù dell'interno dell'altopiano assicurò al suo esercito la superiorità numerica, sopratutto in riguardo della fanteria pesante. Presso Ilipa, là dove il Guadalquivir volge verso sud e penetra nella pianura andalusa, attese, alla testa di 50.000 uomini, l'attacco del nemico, il quale, grazie al concorso di ausiliari spagnuoli, aveva portato a 45.000 uomini il proprio esercito. Di nuovo il Punico si era trincerato su un colle, e i Romani, per muovere all'assalto, dovettero ascendere l'altura. Seguendo l'ordine già sperimentato, dispose al centro il nòcciolo delle sue truppe, cioè le africane, e alle ali le reclute spagnuole.

Anche stavolta Scipione ebbe bisogno d'un giorno o due per foggiare, in paese sconosciuto, il suo piano di battaglia. E di nuovo prese l'audace decisione di avviluppare ai fianchi il nemico superiore di numero. Poteva affidare alle legioni di Becula la difficile manovra destinata a condurre a questa mèta.

Il giorno della battaglia, collocò nel centro le truppe ausiliarie spagnuole, che avevano ordine di impedire alle truppe del centro nemico l'intervento nella lotta delle ali. Le legioni si posero in marcia a destra e a sinistra, per colpire ai fianchi il nemico. Scipione assunse in persona il comando della manovra sull'ala destra.: sull'ala sinistra affidò il medesimo compito al propretore Silano e al legato Marcio Ralla.

Il giorno della battaglia, Scipione fece suonare la sveglia e distribuire il rancio un'ora prima del solito. Poi, mandati avanti i tiratori, si mosse, e Asdrubale si trovò costretto a lanciare nella mischia le sue truppe ancora digiune. La lotta dei cavalieri e della fanteria leggera si protrasse a lungo. Verso mezzogiorno, Scipione diede alla falange l'ordine dell'attacco. I tiratori furono richiamati attraverso i vuoti del fronte e collocati, nell'ordine prestabilito, dietro le estremità delle ali. Il fronte romano s'avanzava sempre più.

Ora cominciò, fra l'ansiosa attenzione degli spettatori, la manovra delle legioni. Quando i due fronti distavano ancora 700 metri l'uno dall'altro, Scipione diede il segnale convenuto. Tosto il centro, dove si trovavano gli ausiliari spagnuoli, rallentò il passo e si avvicinò cautamente alle truppe africane del centro nemico. Le due ali iniziarono il loro ben calcolato movimento, destinato ad accerchiare le ali puniche. Le legioni, disposte in colonne, fecero una conversione verso l'esterno; così si trovarono in colonne di marcia aventi la punta contro le rispettive estremità esterne delle ali ed ebbero non più dietro a se ma al proprio fianco le truppe leggere. In questa formazione marciarono parallelamente, diritto contro il fronte nemico, finchè la testa si trovò alla stessa altezza dell'estremità esterna dell'ala nemica. In quel punto ciascun manipolo della colonna fece una conversione verso il nemico e si scagliò contro l'ala punica. Anche ora, legioni e truppe leggere marciavano affiancate; le legioni si trovavano all'interno, le truppe leggere all'esterno. Ma durante la marcia, che condusse a contatto col nemico le ali romane, ebbe luogo un secondo movimento. Le ali marciarono di nuovo dalla colonna verso la linea, le legioni tenendosi sempre all'interno e le truppe leggere all'esterno, così da muovere all'assalto col fronte scambiato.

Con questa repentina diversa disposizione nel raggruppamento delle truppe, disposizione delle cui conseguenze il duce punito non poté rendersi conto in tempo, l'avvolgimento fu realizzato. Le legioni attaccarono le ali puniche, composte di reclute spagnole. Le truppe leggere e la cavalleria, sorpassando le legioni, piombarono sui fianchi delle ali nemiche. E il minacciante attacco del centro romano che si appressava lentamente tenne ferme e inattive le truppe africane del centro di Asdrubale, il quale, inoperoso, con le sue migliori truppe dovette vedere le legioni romane annientare le sue ali in scontri che durarono parecchie ore. Allora si convinse che la battaglia era perduta, e, col centro, si ritirò in buon ordine dal campo di battaglia. Ma ben presto, per l'inseguimento dei vincitori, la ritirata si mutò in disordinata fuga. Un nubifragio arrestò provvisoriamente l'inseguimento romano.

Così, la geniale disposizione del piano di battaglia e la portentosa abilità di manovra del duce romano trionfarono della superiorità numerica dell'esercito punico. Il genio del capitano e la maggior bravura delle truppe incatenarono, là come dappertutto, la vittoria alle loro bandiere.

La battaglia di Ilipa decise della sorte della Spagna. Ancora sul campo di battaglia, i Turdetani passarono dalla parte dei romani. Entro breve tempo, i resti dell'esercito punito dovettero chiudersi nella città insulare di Gades, accerchiati sempre più da vicino da Silano. Da ultimo, Magone Barca si diresse con le sue truppe superstiti alle Baleari, sperando di poterle condurre, di là, in soccorso di Annibale che sosteneva un'aspra lotta in Italia.

Tale fu la fine della guerra di Spagna. I Cartaginesi furono espulsi da quel paese e fu loro impedito per sempre di mettere le risorse materiali del paese dell'argento e le sue forze militari al servizio della lotta contro Roma. Nelle difficili campagne che condussero a questo risultato, sorse per Roma il nuovo duce e il nuovo esercito, capaci di tener fronte al geniale avversario, Annibale, e ai veterani di costui. La nuova tattica fu sperimentata in due giornate campali. E Scipione era uomo da ricavare tutte le possibilità dal delicato strumento bellico di precisione ch'egli aveva creato. Becula e lupa lo rivelarono maestro della sorpresa tattica, Cartagena lo rivelò maestro della sorpresa strategica. Ed ora egli poteva, fiducioso nella capacità propria e in quella del suo esercito, accingersi al grande còmpito di sopraffare Annibale ed abbattere definitivamente Cartagine.

LE CAMPAGNE DI SCIPIONE IN AFRICA

Nella tarda estate dell'anno 204 la flotta romana di trasporto, protetta da forti squadre di navi da guerra, potè finalmente partire dal porto naturale del Lilibeo per raggiungere le coste africane. In conseguenza di un errore di navigazione in alto mare, deviò verso occidente (Vedi : Zielinski, Gli ultimi anni della seconda guerra punica, 1880, pagina 20 e segg.), e toccò terra presso un promontorio un po' ad oriente di Utica, dove, dopo molti secoli, il punto in cui i romani stabilirono il loro campo portava ancora il nome di «Castra Cornelia». Questo errore costrinse Scipione a dare nuova forma alla sua campagna. Mentre prima si era proposto di attaccare anzitutto le città della Sirte, ora dovette iniziare la guerra con l'assedio di Utica, la seconda città fenicia della regione. Ben presto, da Cartagine, lontana solo alcune giornate di marcia, arrivò l'esercito punico, che si accampò sulla catena di colli a sud della città, pronto ad agire per liberare Utica dall'assedio. E alcune settimane più tardi comparve, con le sue masse di cavalieri numidici, il re Siface, che il generale panico aveva guadagnato alla propria causa concedendogli la mano di sua figlia Sofonisba.

Ma anche a Scipione giunse allora un importante rinforzo. Si presentò al suo campo, con alcune centinaia di cavalieri, il pretendente al trono di Numidia, Massinissa, che Siface aveva spogliato del suo piccolo regno, e che ora con l'aiuto romano sperava di ricuperare il suo Stato e magari di ingrandirlo a spese del suo antico avversario.

Nell'estate 204 i due eserciti si affrontarono. Ma ebbero solo luogo scaramucce di avamposti, poichè la stagione era già troppo avanzata. All'inizio dell'inverno, Scipione si ritrasse di nuovo nel suo accampamento navale, ad aspettare la nuova primavera.

Durante l'inverno, gli opposti eserciti rimasero nei loro campi. Siface, trovandosi a disagio nella sua equivoca posizione fra le due parti, tentò di giungere ad una pace, nel senso che Cartagine rinunziasse alla Spagna, e che il territorio occupato in Africa da Scipione fosse scambiato con quello occupato da Annibale negli Abruzzi. Scipione finse vi aderire ai negoziati, perchè fiutò in essi la possibilità di una nuova vittoria per sorpresa. Fu stipulato un armistizio, sotto la protezione del quale i parlamentari passarono ripetutamente da un campo all'altro. I messaggeri romani, tolti dal ceto dei centurioni, visitarono sempre più numerosi il campo nemico e così si procurarono la conoscenza della sua situazione e del suo attrezzamento. E quando, all'inizio della buona stagione, il numero dei centurioni conoscitori dei luoghi fu abbastanza rilevante per i piani di Scipione, questi dichiarò per lettera al mediatore Siface che il suo Consiglio ;li aveva rifiutato il consenso alle condizioni proposte, e che quindi egli considerava le trattative naufragate e l'armistizio terminato.

Quella stessa notte, l'esercito romano, comandato dai centurioni pratici del luogo, assaltò entrambi i campi del nemico, il quale non s'aspettava che le operazioni fossero riprese prima dell'indomani. Il successo fu completo. Nella prima notte della nuova campagna, la potenza militare dei cartaginesi soggiacque ad una totale dissoluzione. Asdrubale, con le poche migliaia di uomini che potè salvare, si rifugiò nella. capitale, lontana, come dicemmo, solo poche giornate di marcia. E Siface scomparve nelle inaccessibili lontananze del suo regno africano. La pianura, coi grandi poderi del, l'aristocrazia punica, si stendeva aperta ed indifesa davanti al vincitore.

Scipione ricominciò tosto l'accerchiamento di Utica. Nello stesso tempo, rafforzò la pressione morale sulla popolazione della capitale cartaginese. Col grosso del suo esercito si accampò a Tunisi, nelle immediate vicinanze di Cartagine. Di là mise a sacco la pianura, dove si trovavano i poderi dell'aristocrazia, e impedì la consueta importazione di viveri dal retroterra a Cartagine. Con questa tattica lo spezzare la resistenza del nemico era solo questione di tempo.

Ma i cartaginesi potevano ancora contare su qualche aiuto. Un corpo, arruolato di fresco, di 4000 celtiberi era in marcia attraverso la Numidia. Asdrubale mosse loro incontro con duemila cavalieri. Anche Siface si ripose in cammino per garantire il collegamento di queste nuove forze con l'esercito rinchiuso in Cartagine. Scipione mosse ad affrontarle risalendo la valle del Bagrada, onde annientare al più presto le speranze del nemico. Alla fine di maggio ebbe luogo una battaglia nei vasti campi che KromayerVeith («Antichi campi di battaglia», III, 589) , descrisse ottimamente. La cavalleria romana comandata da Lelio sopraffece, nelle ali, la cavalleria cartaginese di Asdrubale; i numidi di Massinissa scompigliarono i cavalieri di Siface. E al centro, la legione che Scipione condusse seco annientò la fanteria celtiberica del nemico. Fu una completa vittoria, diventata decisiva per il modo in cui fu sfruttata.

Perchè, dal campo di battaglia, Scipione mandò tutta la cavalleria e alcune truppe leggere comandate da Lelio e da Massinissa verso la Numidia, onde conquistare per il pretendente il regno di Siface. Massinissa, con una rapida vittoriosa cainpagna, si impadronì del regno intiero. Il 24 giugno 203, il vecchio sovrano. Siface, combattè la sua ultima battaglia davanti alle porte della sua capitale. Siface fu fatto prigioniero, e, con Cirta, il dominio dell'Africa passò all'amico dei romani, Massinissa.

Da quel giorno, le inesauribili squadre di cavalie'à berberi, che finora avevano formato il nerbo dell'esercito cartaginese, restarono a totale disposizione dei romani. E questo fu un importantissimo spostamento del rapporto di forze fra le due principali Potenze dell'occidente.

Scipione, con la maggior parte delle sue truppe, ritornò subito al campo di Tunisi e divise la sua attenzione fra l'assediata Utica e Cartagine, dove lo stato d'animo andava continuamente peggiorando per effetto delle ripetute batoste. Ancora nel giugno la flotta punita fece un ultimo tentativo per liberare Utica : ma, a causa dell'insufficiente preparazione, il tentativo fallì. Allora giunse la notizia che Siface era stato catturato; questa notizia depresse completamente la pubblica opinione. Le aspirazioni alla pace da parte dell'aristocrazia, che con ogni giornata di guerra vedeva sempre più guastate le sue terre, s'incontrarono con la volontà di pace del popolo, che cominciava a patire del blocco. E il totale capovolgimento della situazione militare verificatosi nel corso di un trimestre fece apparire impossibile ogni speranza di successo finale. Così, il partito della pace divenne preponderante a Cartagine e ottenne che si aprissero subito negoziati coi romani.

Il Consiglio di Trenta, che governava la città, chiese una udienza al generale romano. Quei superbi signori, al cospetto di Scipione si gettarono nell~ polvere, si lacerarono gli abiti e implorarono che fossero loro comunicati i patti che Roma intendeva imporre per la conclusione della pace. Scipione esigette l'immediato sgombero dell'Italia, la rinunzia alla Spagna e ad ogni pretesa sulla Sicilia e sulla Sardegna, la consegna dei disertori, la liberazione dei prigionieri, la limitazione della marina da guerra a venti unità navali, la consegua d'una grande quantità di grano e il pagamento d'un'indennità di guerra di 5.000 talenti. Forse, soltanto l'esigenza della limitazione della flotta sorpassò le aspettazioni cartaginesi.

Scipione stipulò tosto un armistizio col nemico battuto. E nella tarda estate del 203 un'ambasceria cartaginese si imbarcò per Roma, dove la pace fu ratificata avanti la fine dell'anno. Nello stesso tempo, Annibale e Magone ricevettero l'ordine di imbarcarsi con le loro truppe per rientrare in patria. E Annibale, dopo sedici anni di guerra, lasciò, non vinto, quella terra dei romani che era stata teatro delle sue gloriose gesta.

Ma, frattanto, a Cartagine si mutò parere. L'armistizio non aveva diminuita la scarsità di viveri nella capitale. E lo sbarco di Annibale ad Adrumeto, presso la grande Sirte, ricordò ai cartaginesi che si trovavano ancora a loro disposizione il loro miglior generale e il miglior esercito, non mai battuti. Sperarono di poter ancora resistere a Roma. Quando una flotta romana che trasportava grano cercò riparo dalla tempesta nel porto di Cartagine, la plebaglia le si scatenò contro. Le navi romane furono assalite e saccheggiate. Scipione mandò alcuni legati ad esigere soddisfazione per la rottura dell'armistizio : il governo respinse i legati, fece dar la caccia alla loro nave,: e a fatica essi poterono rifugiarsi nel campo navale romano. Con ciò il governo punito manifestò in modo inequivocabile la sua volontà di ricominciare la guerra. Annibale e Scipione, i due massimi capitani di quel tempo, dovettero battersi in una grande suprema lotta per il destino di Cartagine e per il destino del mondo.

Contrariamente alle precedenti battaglie di Scipione, la battaglia di Zama ha questo pregio, che in essa due campioni di eguale valore si contesero la palma della vittoria. I due geniali avversari ebbero coscienza dell'importanza che quel momento aveva per la storia del mondo. E, per il fatale scontro, disponevano dei due migliori strumenti di guerra allora esistenti. Il nuovo esercito romano non trovò mai di fronte a sè truppe più degne di lui. La lotta si svolse fra strategie egualmente brillanti, fra schiere di qualità egualmente eccezionale. Finalmente, la conquista della Numidia, rapidamente decisa e compiuta l'anno precedente, apportò al generale romano il suo frutto : la vittoria decisiva.

Anche qui, la relazione che fa Polibio (XV, 5), costituisce la fonte più sicura che si conosca. Dobbiamo a Kahrstedt (opera citata, pag. 562), l'esatta conoscenza delle operazioni preliminari mentre, a mio parere, Kromayer- Veith raccontò meglio di ogni altro la battaglia stessa.

Descriveremo dunque nei suoi dettagli l'ultima campagna di Annibale che fu pure l'ultima campagna della grande guerra. Nell'inverno 203- 202 il generale punito raccolse in Adrumeto tutte le truppe capaci di combattere che si trovavano nel rimanente territorio dello Stato. Formò il nerbo de1 suo esercito coi veterani delle guerre italiche, che erano tuttora 10.000 militari di professione, della miglior qualità. I mercenari, esperti della guerra, che in altri teatri s'erano battuti per Cartagine, costituirono un secondo prezioso elemento : frombolieri delle Baleari, celti, liguri, soldati africani degli eserciti di Asdrubale e di Magone : 12 mila uomini in tutto. A queste due sorta di truppe si aggiunse la guardia civica di Cartagine, pari di numero ma di valore assai inferiore. La debolezza di Annibale era la cavalleria, composta di soli 5.000 uomini, di cui 3.000 appartenevano alla milizia di Cartagine di scarso valore bellico, e 2.000 erano numidi. Annibale si ripromise una particolare efficacia dagli elefanti da guerra, che aveva adunati, in numero di oltre 80, da tutti i depositi. Fu dunque un esercito realmente formidabile quello con cui Annibale sperò di mutare il corso del destino.

Scipione potè opporre al nemico soli 25.000 uomini armati pesantemente, ma scelti guerrieri di professione. Quindi, Annibale gli era superiore della metà in fanteria pesante, ma le parti migliori del suo esercito erano press'a poco eguali alla fanteria legionaria romana. Ma di fronte a 3.000 cavalieri puniti stavano 2.500 cavalieri romani, i quali avevano già più volte dimostrata la loro assoluta superiorità su quelli. E ai 2.000 numidi di Annibale si oppose il contingente di Massinissa, con 10.000 uomini, di cui 4.000 a cavallo. La spiccata superiorità della cavalleria romana e la maggiore omogeneità della falange potevano, se impiegate bene, compensare la differenza di numero fra i due eserciti.

Annibale, in tali circostanze, deve attribuire il massimo valore all'impedire che l'avversario si valesse della sua superiorità in cavalleria. Perciò, quando Scipione, all'inizio della primavera, ricominciò, da Tunisi, a saccheggiare i campi e i poderi, da Adrumeto si spostò verso ponente, in direzione di Zama Regia, donde sperava di minacciare il collegamento dei romani con le truppe ausiliari di Massinissa, che si avvicinavano attraverso la valle del Bagrada. Di là spedì messi a Scipione, per chiedere un colloquio. Fu questo il supremo tentativo di risolvere il dissidio per le vie diplomatiche, iniziato in un momento in cui l'esercito romano non era pari di forze al nemico. Perciò Scipione attese a rispondere fin quando Massinissa coi suoi entrò nel campo romano. Allora accolse la richiesta del nemico; cori la ferma decisione di non lasciarsi distogliere, da alcuna manovra, dalle moderate condizioni dell'anno precedente. Così Annibale non potè ottenere nulla. Soltanto una grande vittoria cartaginese, che minacciasse di distruzione l'esercito di Roma nel retroterra africano, poteva cambiare le sorti. La decisione con le armi non era evitabile.

L'indomani, quindi, i due geniali capitani. disposero i loro eserciti in ordine di battaglia. Come al solito, i cavalieri di Annibale furono collocati sulle ali col còmpito di trascinarsi dietro la cavalleria romana allontanandola dal campo di battaglia, e di trattenerla finchè potesse operare indisturbata la superiorità numerica della falange cartaginese.

La massa della fanteria fu disposta in tre gruppi autonomi, l'uno dietro l'altro. Soltanto in seguito ad ordine espresso del capo supremo questi tre gruppi dovevano muovere all'assalto : così Annibale si riservò la libera disposizione delle sue riserve. Nel gruppo più avanzato, destinato a sostenere il primo impeto delle legioni, stavano i 12.000 uomini arruolati da Annibale e da Magone. Dietro questi, la milizia civica formava una prima riserva. Veniva ultima, alla distanza di 200 metri, la falange dei veterani delle campagne d'Italia. Durante l'avanzata, la distanza fra i tre gruppi fu notevolmente accresciuta, cosicchè non si poteva pensare che le riserve intervenissero di loro iniziativa.

In grazia di questa disposizione a scaglioni profondi, Annibale si garantì contro la prediletta manovra di Scipione; contro l'accerchiamento dalle due parti per mezzo di un'improvvisa modificazione nel raggruppamento dell'esercito sul campo stesso della battaglia. Davanti, al fronte si trovavano, a regolari distanze, gli elefanti, destinati ad apportare, fin dal primo urto, grande confusione nelle file nemiche. Così ogni cosa fu ordinata nel miglior modo per la grande decisione.

Scipione da parte sua apportò un felice mutamento alla tattica romana della ripartizione su tre linee. Non allineò i manipoli del secondo membro nell'intervallo del primo membro, ma li collocò subito dietro i manipoli degli astati. Così vi furono larghe strade in profondità lungo tutta la linea del fronte, le quali concessero via libera agli elefanti e ne resero meno pericoloso l'assalto. Con ciò le due linee posteriori non poterono più intervenire autonome nella battaglia e si trovarono più saldamente nelle mani del comando supremo. Scipione, probabilmente, vietò pure che le riserve avanzassero di propria iniziativa. Ed è pure verosimile che lo spostamento laterale, compiuto più tardi, delle due linee posteriori fosse prestabilito. Così, anche da questo lato, tutto fu perfettamente predisposto.

Ma, in tutti i punti, la battaglia si svolse in modo ben diverso da quello previsto dai due geniali avversari. Certo, la cavalleria di Annibale riuscì tosto, per la maggior parte della giornata, a tener lontano dal campo di battaglia la cavalleria numidica di Massinissa e la cavalleria romana di Lelio. Ma l'assalto degli elefanti fallì e rimase inefficace nei larghi passaggi del fronte romano. Quindi la battaglia divenne una pura lotta di fanterie, nella quale, anzitutto, le due prime linee si urtarono furiosamente. E in un primo tempo la lotta rimase frontale, contro l'aspettazione di Scipione. Poichè la tattica, da lui tante volte impiegata con successo, dell'avvolgimento cioè dei fianchi nemici si dimostrò inattuabile, perchè Annibale aveva troppo scaglionato il suo esercito, Annibale avrebbe potuto rispondere con un contrattacco di truppe superiori e non ancora impiegate. Così fin dall'inizio Scipione si rese conto che il suo nuovo avversario era degno di lui.

L'impetuoso urto dei mercenari cartaginesi, superiori di numero, scompigliò in un primo momento la prima linea romana. Ma in seguito, la disciplina e la maggiore omogeneità diedero la superiorità ai romani, che lentamente guadagnarono terreno e avanzarono a fatica. Qui si produsse un fatto imprevisto, che sconvolse completamente il piano di battaglia di Annibale. I mercenari della prima linea, ai quali la milizia civica della seconda linea, non prestò come le era stato ingiunto, alcun soccorso, si credettero traditi, voltarono quindi furibondi le spalle al nemico e irruppero nelle file cartaginesi. I romani tennero loro dietro : ben presto, i tre gruppi di combattenti che avevano partecipato alla mischia formarono un unico groviglio umano, in cui ciascuno colpiva l'altro. Mercenari, cartaginesi e astati si confusero in una sola massa disordinata, dove i combattenti cadevano a migliaia. Un breve urto della seconda linea romana spinse a scomposta e selvaggia fuga gli avversari, in direzione dei veterani di Annibale. Così fu creata una situazione del tutto nuova, che rese necessario il riordinamento di entrambi gli eserciti, se si voleva continuare in quel giorno la battaglia. Ed ambo i duci affidarono la decisione ad una seconda battaglia.

Annibale dovette far entrare in azione i suoi veterani; non, come s'era proposto, contro un nemico già scosso, ma per ristabilire le sorti d'una battaglia che aveva quasi condotto alla dissoluzione grossi reparti del suo esercito. I veterani dovettero battersi con un nemico che per due terzi non aveva ancora preso parte alla mischia.

Ma anche Scipione, dopo quel primo urto, si trovò in condizioni diverse dalle previste. La sua prima linea era duramente colpita, e la progettata marcia di fianco delle altre due linee era stata paralizzata dall'abile schieramento delle riserve nemiche. Solo l'inatteso incidente capitato all'esercito punico, che impedì il contatto fra i due eserciti, ridiede al generale romano libertà di movimento e lo pose in grado di pensare allo sviluppo di nuove azioni.

Tosto egli ordinò di procedere al previsto prolungamento del fronte da ambo le parti. Ma la grave debolezza della prima linea rese necessarie nuove disposizioni. Le sue truppe furono diversamente ordinate nel campo di battaglia imbevuto di sangue, e adunate verso il centro. A destra e a sinistra di quelle, furono collocate le altre due linee. La situazione del fronte, prima progettata, non poté più essere realizzata. Tuttavia, rimase la speranza di poter avvolgere ai due fianchi la terza linea, ancora intatta, dei veterani di Annibale.

Ma, come vedemmo, Annibale era preparato all'impiego di questa manovra da parte del suo grande avversario. A dispetto delle avverse circostanze trovò, in modo geniale, la via per prolungare a sua volta il proprio fronte, per difendersi dal nuovo schieramento romano. Quando vide la disfatta delle due prime linee, ordinò ai suoi veterani di non lasciar passare i fuggiaschi ma di accerchiarli da ambo le ali. Ufficiali dello Stato Maggiore generale furono collocati a trattenere quelli che giungevano, a riordinarli e a raggrupparli in nuove unità accanto al nucleo centrale dei vecchi guerrieri delle campagne d'Italia. La superiorità numerica era bensì perduta, ma fu possibile opporre, alle legioni che a mano a mano si appressavano, un fronte di lunghezza e forza eguali alle loro. Così Scipione dovette di nuovo rinunziare al tanto desiderato accerchiamento.

Con tenacia e con aspro furore si svolse una lotta frontale fra i due eserciti che non disponevano più di riserve di fanteria. Guerrieri di professione, di primissimo ordine, si disputarono da una parte e dall'altra il terreno a palmo a palmo. Nè i romani ne i loro ostinati ed esperti avversari riuscirono ad avanzare. Nel tardo pomeriggio, la battaglia continuava con gravissime perdite da ambo le parti. Allora comparvero all'orizzonte i cavalieri di Lelio e di Massinissa. Il loro violento urto alle spalle della falange punica decise la vittoria dei romani. Sul campo di battaglia fu annientato l'ultimo esercito della repubblica cartaginese.

Fu questa l'ultima delle tre memorabili giornate campali a cui Scipione dovette la sua fama di gran capitano. Nelle altre due battaglie la sua superiorità tattica e strategica si era mostrata in chiarissima luce. Però la fama del suo grande avversario e le vaste conseguenze della vittoria di Zama fecero di questa battaglia la più importante di tutte. Il successo fu aspramente conteso da un avversario di altrettanto merito : appunto per questo brilla più vivida la personalità di Scipione quale condottiero di eserciti. Il coraggio, la fiducia in se, la sicurezza e l'impeto trascinatore di questo eroe, gli permisero di tenere saldamente in mano le sue truppe, nonostante le sorprese dell'azione. Scipione non si rivelò mai miglior generale che in quella battaglia, svoltasi in modo diverso da tutte le previsioni.

Annibale, battuto, fuggì, passando per Adrumeto, a Cartagine, dove spiegò tutta la sua autorità per ottenere che si avviassero immediate trattative di pace. Scipione, che non aveva interesse a distruggere la ricca città nè ad iniziare un lungo e noioso assedio, offrì le condizioni dell'anno precedente, con qualche aggravamento non essenziale. L'indennità di guerra fu aumentata da 5.000 a 10.000 talenti. Nel nuovo trattato, Cartagine si obbligò a non far guerre fuori d'Africa, e a far guerra in Africa soltanto con l'espresso consenso del Senato romano : così fu decretata, anche nella forma, la fine dell'indipendenza cartaginese. Nel corso dell'inverno, i due generali si accordarono sulla base di queste condizioni. E, la primavera successiva, la pace fu ratificata in Roma dal Senato e dal popolo.

Così, i calcoli militari e politici di Scipione si palesarono esatti, con penosa sorpresa dei suoi avversari interni. Già dopo due anni di guerra in Africa, Cartagine fu matura ad una pace significante il suo assoggettamento e al richiamo di Annibale dall'Italia. Ma la speranza riposta nel genio dell'invitto eroe di quella guerra durata sedici anni fece divampare un'ultima volta la volontà punica di resistenza. Con la battaglia di Zama, la dominazione romana nel bacino occidentale del Mediterraneo fu completa. Unitamente a questo grande scopo, anche l'altro, minore, della liberazione cioè dell'Italia dall'invasione punica fu raggiunto. L'alta fiducia di Scipione nelle prestazioni del suo popolo, lo scarso conto che faceva della forza panica e i suoi piani di potenza fondati su questa sua opinione furono splendidamente giustificati dalla sentenza del destino.

E la conclusione della pace dimostrò la sua grande saggezza di uomo di Stato. Si contentò di umiliare solo nella minima misura necessaria il nemico vinto. Legò economicamente l'avversario imponendogli un'indennità di guerra assai forte e ripartita in lungo numero d'anni, lo legò militarmente distruggendo la sua flotta e politicamente per mezzo del vicino numidico, Massinissa e della tutela ufficiale del Senato romano sulla politica estera cartaginese. Dopo, ritirò le truppe romane dall'Africa e lasciò che le cose si sviluppassero da sè. Perchè il salasso della grande guerra e le condizioni di pace indebolirono talmente Cartagine, che nemmeno il genio di Annibale potè più fare di essa una rivale degna di Roma. Perfino i tentativi del grande Punico, diretti a stipulare col re Antioco un'alleanza offensiva contro Roma, furono, come giustamente giudicò Scipione, innocui, perchè dietro di essi non si trovava nessuna reale potenza.

Si rimanda al nostro capitolo VI sui partiti a Roma durante le guerre puniche per la parte dello Schur relativa a Scipione come capo politico.

 

 



[1] Fröhlich (Bemerkung über di Reiterei und ihre Verwendung im Felde, in "Beiträge..., cit., pag. 61; Die Bedeutung..., cit., pag. 5) considera perla II guerra punica la persistente media di un cavaliere ogni 10 soldati romani; il rapporto mutò poi, ma sempre col numero di cavalieri di popoli alleati (socii) e non nel rapporto tra Romani.

[2] Si veda l'Introduzione, nel I capitolo sulla Federazione Romana, "I cavalieri", a proposito della distinzione tra equites equo publico ed equo privato .

[3] Tale termine compare solo, all'inizio della seconda guerra punica, in Livio XXVII, 11,14, a proposito della cavalleria di Canne (cavalieri equo publico puniti col dover servire equo privato, inoltre per più del tempo normale). Ma esso valeva nelle liste censorie per ogni leva (dilectus) basata sulle tribù (Gabba, Esercito..., cit., p. 338). Il Gabba (Ibidem, p. 339) cita inoltre Asc., p. 12, 22 Stangl, per gli equites che nel 218, nella deduzione di colonie, aveva assegnazioni di terre superiori ai pedites.

[4] Si veda all'inizio del I capitolo sulla Federazione romana, nel paragrafo su "I CAVALIERI", la distinzione giuridica tra le due categorie di cavalieri. Distinzione giuridica ma anche militare, poichè i primi restavano sempre determinanti politicamente, col voto nei comizi centuriati, i secondi erano solo reclutabili militarmente.

[5] Livio XXIX, 2, 6; Fröhlich, Beiträge..., cit., pag. 63.

[6] ST, cit., II, p. 564.

[7] ST, cit., VI, pag. 717.

[8] Ilari, cit., p. 128-130.