II - L'ESERCITO ROMANO.

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RETRO

PORRO --> VI

5- IL GLADIO ISPANICO.

Harmand, cit., pp. 87- 90, cita Livio, XXXI, 34, 4, aproposito dell'episodio del terrore ispirato nei Macedoni di Filippo V dai gladi spagnoli delle legioni romane nella I metà del II sec. a. C. Ci si riferisce in quel passo alla nuova arma degli opliti della legione romana: il gladio spagnolo, che Plinio (Nat. Hist. L, 1) riferisce adottata dai Romani nella II guerra punica come machaera ispanica [1]. Era una spada con lama di 60 cm, curva all’interno, tagliente sui due lati e terminante con una punta aguzza.

 

Una mostra del 2003-2004 sulle gare sportive e olimpiche in Grecia e Roma (Mostra “Nike”, al Colosseo) ha riproposto, oltre al disco usato da un discobolo e scoperto nella sua tomba, anche altri arredi funerari di questo guerriero sportivo: spada makaira, elmo e corazza. Riproponiamo qui gli elementi di tale tomba per il riferimento alla spada dalla forma falcata e definita makaira, anche se i modelli di armi della tomba sono relativi al VI-IV sec. avanti Cristo in Grecia, al IV a.C. in Etruria e Magna Grecia e questi reperti di Lanuvio sono del480 a.C. e di una officina di Vulci che seguiva le tendenze greche dell’epoca (Zevi 1993). Inoltre la spada, a differenza della falcata, era tagliente solo su un lato.

 

FIG. Makaira o spadone a scimitarra, diffuso in Etruria, Italia centrale e nei contesti piceni dal VI sec. a. C.

 

 

FIG. Corazza anatomica in due valve, con imbottitura interna in lino e cuoio.

 

 

Per le armi romane si è fatta spesso confusione, in molti testi storici, tra il gladio come tipica arma romana corta e a doppio taglio, adattissimo al combattimento corpo a corpo (di contro, ad esempio, al lungo brando di altri popoli) e caratteristico della fanteria romana già prima della II guerra punica, e il gladio spagnolo, cioè la spada iberica falcata, introdotta da Scipione Africano in Spagna e adatta ad uno schieramento militare meno rigido. In effetti la spada iberica era più adatta alla mobilità dei reparti e alle manovre tattiche di Scipione che non al semplice corpo a corpo tradizionale. Anche qui, come nell'introduzione dei vèliti e nel tentativo di sormontare le difficoltà derivanti da più agili cavallerie nemiche, emergono gli enormi progressi fatti dal sistema militare romano durante la guerra annibalica, molto più che contro i Sanniti e Pirro e più determinanti di quelli indicati da Polibio, riguardo alla cavalleria, contro i Greci italioti o della madrepatria.

Lo Zotti, che abbiamo già citato a questo proposito [2], ha ben visto come tale gladio, introdotto da Scipione, soprattutto tra i veliti ebbe la massima valorizzazione (Zama, cit., p. 19): ma perchè non congetturare  anche un aumento dei veliti nella legione scipionica, che ci pare anch'esso ipotizzabile [3]? Comunque le pagine dedicate dal Couissin al gladius ibericus (cit., pp. 223- 234) risolvono genericamente la questione: all'epoca di Annibale i Romani adottano il gladio iberico al posto del tipo greco- italico (cit., p. 232).

Scipione ottenne dai maestri ferrai e metallurgici spagnoli il segreto dell'eccezionale tempra del filo d'acciaio (acciaio dal latino acies, "filo della spada") della loro spada falcata, la cui forma è da noi riprodotta sul modello dei ritrovamenti archeologici. Essa era simile alla kopis [4] greca e alla sapara assira; e il peso stesso, oltre alla forma (con la punta e con la lama che si allargava verso la punta), avrebbe incrementato la potenza (l'energia cinetica) del colpo. Ancora oggi esiste la Kukri dei Gurkha nei corpi speciali britannici [5].

FIG. Elmo del VI sec. a. C.

Prendendo spunto dall' importante passo di Livio prima citato sull'uso del gladio spagnolo da parte dei Romani tra la fine della II guerra punica e della I macedonica e l'inizio della II guerra macedonica, Pietro Novelli, nel commento a Livio XXXI, Milano 1936, osserva: "Le battaglie consistevano in una lotta corpo a corpo, in cui i Romani, per natura sanguinari e feroci, usavano con grande abilità la cosiddetta spada spagnola. Era un robusto coltellaccio a serramanico (l'odierna navaja degli Spagnoli) con lama affilatissima, lunga e puntuta, con cui si poteva affrontare e scannare facilmente un bue o un cinghiale. Per eufemismo forse si chiamava spada spagnola; era un'arma micidiale più degna di assassini e di macellai, con la quale i soldati spagnoli condotti da Annibale, essendo anche più esperti dei Romani stessi nell'usarla, sconfissero questi ultimi più volte e tennero spesso in scacco le legioni in Spagna". Il passo di Livio, XXXI, 34, 4, riferito agli anni immediatamente successivi alla conquista romana della Spagna punica e alla fine della II guerra punica, lo riportiamo integralmente: "Poichè essi (i soldati macedoni di Filippo V) che avevano visto le ferite fatte con le aste e le frecce (armi a punta) e raramente quelle delle lance (sarisse delle falangi), essendo avvezzi a combattere coi Greci e con gli Illiri, quando videro quei corpi (dei loro giovani [6]) mutilati dalle spade spagnole (gladio Hispaniensi)- poichè le braccia erano staccate insieme con la spalla e le teste divise dal torace essendo stato tagliato tutto il collo e le viscere messe a nudo e fatte altre orrende ferite-, tutti atterriti capirono contro quali armi e quali uomini si sarebbe dovuto combattere. Il terrore invase anche il re medesimo, che ancor non si era azzuffato coi Romani in regolare battaglia".

WISE T. (Armies of the Carthaginian Wars 265-146 B.C., osprey publishing London 1982, colour plates by RICHARD HOOK   -  MEN-AT-ARMS SERIES 121) ricorda che nel 218 le 30 colonie latine - tra Cremona e Piacenza a Nord e Brindisi a Sud - forniscono 80000 fanti e 5000 cavalieri; gli alleati taliani forniscono altri 250.000 fanti e 26.000 cavalieri. Aggiunti i cittadini romani, il totale è di quasi mezzo milione di uomini in armi Nel204 in Africa i Romani erano interamente equipaggiati di falcata, e continuamente allenati ed esercitati da Scipione nell’uso corretto.

 

FIG.LA FALCATA- Museo Archeologico Nazionale di Madrid

La spada spagnola fu adoperata certamente anche prima che i Romani venissero a contatto con gli Spagnoli guidati da Annibale, perchè in Livio stesso si legge che Tito Manlio Torquato durante la guerra contro i Galli (=360 a. C.), dopo aver accettato la sfida di un Gallo di gigantesca statura, presso l'Aniene, "cinse la cosiddetta spada spagnola più maneggevole per la lotta a corpo a corpo. Manlio che era di mezzana statura e di mingherlino aspetto... scansò col suo scudo quello del nemico, urtandolo... e trafisse due volte l'avversario al ventre e all'inguine e lo fece stramazzare a terra..." (VII, 10, 5). Ma all'epoca l'uso individuale di un tipo di arma anzichè altre, perchè prescelta da chi poteva permettersela, non incideva su quello che era l'armamento legionario più diffuso o stabilito dai generali dello Stato. E solo con Scipione vi fu l'adozione specifica di tale gladio per i legionari. Lo scempio fatto dai soldati romani sui corpi dei Macedoni non poteva non atterrire i soldati di Filippo V e il re medesimo. In Polibio VI, 23, 6 sgg. e in Livio XXXI, 34, 4, si afferma esplicitamente che questa spada ispanica era portata da opliti e da cavalieri; ma essa è portata (ci pare importantissimo in riferimento con Scipione nella II guerra punica, cioè col privilegio dato ai reparti più mobili) anche dai vèlites (Polibio, VI, 22, 1; Livio, XXXI, 35, 5; M. Roldan- Hervas, Hispania y el esercito, cit., p. 30). Conferme in Livio, XXXVIII, 21, 13.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per il PUGIO- PUGNALE MILITARE in verità molto corto (p.58): <<II legionario portava anche un pugnale, chiamato pugio. Aveva una lama corta, tagliente, letale, ed era un'arma usata come ultima risorsa; ma probabilmente serviva abbastanza spesso per lavori quotidiani nel corso di una campagna militare. II pugio era portato sul lato sinistro ed era sospeso alla stessa cintura alla vita che reggeva la spada; era leggermente sciancrato a foglia, lungo tra i 20 e i 25,4 cm. La scelta di una lama a forma di foglia lo rese un'arma pesante e diede vigore al colpo di punta. Come il gladius, il pugnale romano era stato preso dagli iberi e poi sviluppato; anch'esso aveva il sistema a quattro anelli sul fodero, caratteristico del gladius>>.

FIG.pugio (pugnale militare) del legionario in Fields 2013, ed. OSPREY

La perizia e le tecniche delle popolazioni spagnole ci vengono testimoniate così da Diodoro Siculo (V, 33- 34): "Hanno una tecnica loro propria nella costruzione delle armi da difesa. Nascondono sotto terra lamine di ferro e ve le lasciano finchè, col passare del tempo, la ruggine non abbia divorato la parte debole del ferro e lasciata intatta quella più robusta, con la quale preparano eccellenti spade e tutto il necessario per la guerra. L'arma così preparata infrange tutto ciò su cui si abbatte: non c'è scudo o elmo o osso che resista al colpo, tale è la qualità del ferro" [7].

Già intorno al 400 a.C. il baricentro della produzione del ferro (cioè con i principali centri metallurgici) si era spostato dall'Austria (Norico) verso le regioni celtiche e la Spagna"sempre con presenza di ferro spatico (carbonato di ferro)" [8] . Uno dei più antichi forni speciali per il ferro era la Catalogna, in uso fino al XVII sec. d. C. e anche oltre. I letti alluvionali di Alicante e Toledo fornivano ferro straordinario, ma sfruttato più tardi. Era il particolare metodo di fabbricazione (anche con certe acque che possedevano speciali proprietà tempranti) che fece preferire anche ai Romani l'acciaio spagnolo, prima dell'importazione di quello orientale [9]. L'acciaio spagnolo e quello norico detennero per i Romani il primo posto nella fabbricazione delle armi, prima dell'Impero, cioè prima dell'importazione dall'India dell'acciaio serico e di quello partiano (persiano), che veniva poi comunque trattato da Greci e Romani con una tradizionale tecnica: a) saldatura di una striscia di acciaio damaschino su entrambi i lati di una lama di acciaio duro; b) saldatura di bordi taglienti di acciaio duro su ferro; c) cementazione superficiale mediante una lunga fucinatura.

 

FIG. SOLDATO IBERICO- CARTAGINESE CON GLADIO ISPANICO

Sappiamo che le miniere di ferro e i forni fusorii di Populonia fornirono le armi a Scipione per l'invasione dell'Africa nel 550=204: ma non era il ferro specifico per il gladio ispanico, così come per la lama del gladio e delle spade si preferì poi con l'Impero l'acciaio, già ricordato, serico e partico.

In base a varie deduzioni e comparazioni filologiche, ci pare molto probabile che il verso di Ennio "deducunt habiles gladios filo gracilento" (Annales, lib. VII, framm. 143 Valmaggi cit.; 259 Vahlen; 264 Müller; 181 Bährens) non solo si riferisca al gladio spagnolo usato nella seconda guerra punica (come già proposero il Müller e il Vahlen, seppur contrastati- ci pare troppo concettosamente- dal Valmaggi) ma che sottintenda, oltre a un tipo di gladio barbarico (come acconsente comunque il Valmaggi, cit., p. 72) anche il "filo di lama" spagnolo, sottile perchè selezionato (e "decantato" col procedimento descritto da Diodoro da noi citato in questo paragrafo) secondo le etimologie di "filum" del Lachmann, del Hug e del Turnebo. Il Valmaggi si oppone, dal punto di vista cronologico, a che sia qui indicato il gladio ispano descritto peraltro anacronisticamente da Claudio Quadrigario (in Gellio IX, 13) e Livio (VII, 10, 5 cit.) già nelle più antiche guerre galliche; e nota che il frammento di Ennio è per i critici parte del libro sulla I guerra punica, quella cioè precedente la reale introduzione nell'esecito romano del gladio spagnolo. Ma qui non si parla espressamente di soldati romani e la fonte Nonio 116, 3, non fa riferimenti cronologici. Inoltre, negando il riferimento sia al brando gallico che al gladio spagnolo tradizionali, perchè più massicci, il Valmaggi ritiene improponibile per quello ispanico l'aggettivo "gracilentus". E' verosimile, seondo noi, che tale aggettivo, nel frammento enniano, sia riferito non alla lama a prodotto finito (il che renderebbe pertinente l'osservazione del Valmaggi), ma al procedimento seguito per produrla, col suo corrodersi e consumarsi di ruggine, procedimento che si conlcudeva comunque, per i fabbri spagnoli, con una affilatura più esile e sottile della più larga ma mano robusta lama inizialmente predisposta. L'immagine poeticamente polisensa di Ennio si chiarirebbe dunque col verso successivo mancante. Già Hug (da tutti seguito) vide chiaramente il senso di deducunt in: "pro vulgari procudunt (battere col martello, forgiare, affilare, aguzzare, più esattamente che non "preparare", "produrre") apte dixit poeta". In tale immagine poetica polisensa l'abilità dei fabbri spagnoli nel forgiare il filo del gladio si associerebbe all'abilità (e agilità) nell'uso di tale spada da parte dei soldati nel combattimento: agilità che la fece prescegliere da Scipione per il combattimento corpo a corpo dei manipoli.

Fu questo gladio, non utilizzato sempre come unico dalle legioni romane, ad atterrire i temibili soldati macedoni e la giovane nobiltà greca, sebbene amche il corto gladio tradizionale a doppia lama avesse la prerogativa di sfregiare, soprattutto il viso, con ferite non facilmente rimarginabili. La qual cosa ebbe un impatto psicologico notevole sui Greci, abituati allo scontro falange contro falange, non facilmente vulnerabili dalle stesse sarisse e armati col corto pugnale del falangita.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per GLADIUM  p.56: <<A un certo punto del III secolo a.C. i romani adottarono un'arma con una punta lunga, a doppio taglio, di origine iberica: la chiamavano gladius Hispaniensis. Un tardo lessicografo, forse seguendo il resoconto polibiano, per noi perduto, della Guerra Iberica, dice che il gladius Hispaniensis fu preso dagli iberi (o celtiberi) al tempo delle campagne contro Annibale, ma è anche possibile che l'arma, insieme con il pilum, fosse stata presa dagli iberi che servivano come mercenari per Cartagine durante la Prima guerra punica (Polibio, fr. 179( 4)). Questo gladius era certamente usato nel 197 a.C., quando Livio (31.34.4) descrive lo sgomento dei macedoni, disciplinati professionisti, quando videro le orribili ferite che quella spada infliggeva. Gli iberi usavano una spada piuttosto corta, ma letale. Si trattava o della falcata, un'elegante arma curva a un filo, derivata dalla kopis greca, pia comune nel sud e nel sud-est della penisola iberica, o di quell'arma da schermaglia, a lama diritta, da cui fu derivato il gladius (Polibio, 3.114.2-4; Livio, 22.46.6). Gli esemplari romani pia antichi datano all'inizio del I secolo a.C. (Mouries, Delo), ma una spada di IV secolo di forma simile 6 stata trovata in Spagna nel cimitero di Los Cogotes (Avila), e un esemplare iberico precedente ad Atienza, a 100 km a nord-est di Madrid. La lama romana poteva essere di 64-69 cm, larga tra i 4,8 e i 6, sciancrata al centro. Era un pregiato pezzo di acciaio vescicolare con una punta triangolare tra i 9,6 e i 20 cm di lunghezza, con un taglio affilatissimo, progettata come arma da perforo. Aveva un comodo manico da presa, scanalato per le dita, e un largo pomello sferico, di solito in legno o in avorio, come bilanciamento. Gli esemplari rimasti pesano tra 1,2 e 1,6 kg. Questa forma di base, con piccole modifiche marginali, continuo’ a essere l'arma preferita fino alla fine del III secolo d.C. La storia del gladius e’ un ottimo esempio di come i romani prendessero il meglio di ciò che gli altri avevano prodotto e di come lo facessero proprio. Un legionario portava la sua spada in modo insolito, dalla parte destra, e la teneva sospesa con una cintura di cuoio (cingulum) indossata intorno alla vita. Il sistema di anelli sul fodero permetteva al legionario di estrarre la spada velocemente con la mano destra, in un assetto da combattimento corpo a corpo. Invertendo la mano destra per impugnare l'elsa e spingendo in avanti ii pomello, poteva estrarre il gladius con facilita’ e senza esporre troppo il braccio destro>>. Per noi, risulta qui possibile anche in FIELDS confusione tra il già ricordato uso della falcata iberica per i vèlites ed il gladio ispaniense delle legioni. Tanto più che l’illustrazione del Fields sul gladius hispaniensis (iberico) riguarda i gladii del museo di Mainz.

 La confusione che si è fatta sul gladio delle legioni ricorda un poco ciò che avviene in alcuni film sull'antica Roma, in cui, con trascuratezza nello studio dei differenti periodi di utilizzo di determinate armi, i legionari repubblicani vengono vestiti con l'elmo di Weisenau, posteriore per lo meno a Cesare, o con la corazza di lamine metalliche giustapposte ma snodabili (la "lorica segmentata" degli archeologi) indossata solo nel periodo traianeo- antonino.

Il nostro assunto sui particolari progressi dei corpi militari durante la guerra annibalica trova riscontro nella storiografia sull'arte della guerra, che Harmand (cit., p. 93) così sintetizza: "L'elemento base della legione romana fu sempre la fanteria pesante, ma si è visto quali ritocchi vi apportarono i vèlites nel tempo delle guerre puniche e delle conquiste mediterranee; nell'alta epoca repubblicana la parte del fante pesante era stata ancor più limitata, in quanto solo la prima classe, la "classis", portava l'armatura oplitica".

Necessità e adeguamenti rapidi, in tuttala IIguerra punica e subito dopo, aumentarono il ruolo di formazioni più leggere rispetto a quello della fanteria pesante. La riforma mariana ridusse, è vero, le forze regolari della Repubblica a legioni di fanteria pesante, ma solo perchè, mutate le condizioni, l'ausilio di corpi specifici di alleati e mercenari nella fanteria leggera, nel corso delle ulteriori conquiste mediterranee, fu determinante per eliminare i véliti.

 

"Eletti i tribuni militari in modo che tutte le legioni abbiano pari numero di comandanti, questi traggono a sorte le tribù una ad una e chiamano a sè quella che è loro toccata e fanno la cernita dei soldati...

Alla fine, dopo la fanteria, il censore rifà la elezione della cavalleria secondo il censo e si raccolgono 300 cavalieri per ogni legione (romana)".

Così Polibio (nato nel 549= 205), che aveva 23 anni alla morte di Annibale.


 

 

Marsa manus,Paeligna cohors,Vestina virum vis [10]

                     (Q. ENNIO, Annales,

                 fr.292 Valmaggi,371 Baehrens)

I SOCII (ALLEATI)- FANTERIA.

Sia prima che dopo la guerra annibalica, i turni di reclutamento dei socii della FORMULA TOGATORUM non erano inderogabilmente annuali, ma con un ciclo comunque quadriennale [11]. Le necessità impellenti della guerra annibalica, pur facendo rispettare ogni regola generale, resero l'arruolamento più irregolare, come si ricostruisce nelle nostre tabelle allegate al capitolo I sulla Federazione romana, paragrafi sulle legioni (si pensi anche soltanto alle 12 colonie latine recalcitranti, cioè che rifiutarono di fornire soldati negli anni centrali della guerra).

Ogni legione di fanti alleati affiancata alla legione romana si chiamava ala. Al comando di ogni ala vi erano 6 ufficiali che non si chiamavano tribuni militum come quelli delle legioni consolari romane, bensì praefecti socium, eletti tutti direttamente dal console [12]. Seguiamo in ciò lo Ilari, cit., molto esauriente alle pagine 125- 127; mentre ad esempio Suolahti, The junior officers of the roman army in the republican period, HelsinKi 1955, p. 200, parla di 3 praefecti romani e di tre alleati per l'ala di socii. I praefecti socii erano tutti romani, e non alleati [13]. Essi provenivano per lo più dall'ordine equestre, così come i praefecti equitum, che vedremo per la cavalleria alleata, provenivano da nobili famiglie patrizie. Sia gli uni che gli altri davano molta importanza a tali cariche, per il prestigio che ne derivava.

La legione degli alleati non era divisa in manipoli neanche nell'età della legione manipolare romana, bensì già in coorti (ogni coorte di tre manipoli) come sarà anche per la legione romana con la riforma di Caio Mario nel107 a. C.

Lo Ilari, cit., nel suo studio sulle truppe di socii nelle legioni romane, avvalla la tesi che con Scipione, il futuro Africano, in Spagna durante la guerra annibalica si ebbero le prime coorti romane formate ognuna da tre manipoli. Ma la riforma legionaria manipolare di Scipione, che abbiamo analizzato nei paragrafi precedenti, se pur offre le chiare premesse di tale utilizzo tattico, e anzi tatticamente già fa compiere ai manipoli manovre più complesse e con tali "raggruppamenti", non è assolutamente risolvibile in uno schieramento a coorti delle legioni romani (si pensi anche solo a Zama).

Il numero di soldati di ogni legione di SOCII è in rapporto proporzionale con la legione di cittadini romani a cui era affiancata, in questa misura per quel che concerne in generale l'età delle guerre puniche e più in particolare la guerra annibalica:

in ognuna delle 2 legioni consolari (le 4 legioni reclutate stabilmente ogni anno a partire dal310 a. C.- GDS II, p. 329) il rapporto è del 20% in più di fanti socii (un quinto) rispetto ai fanti romani (e il triplo di cavalieri socii rispetto ai romani) (Ilari, cit., pp. 125 sgg.). Cioè: 4200 fanti romani e 5250 socii (Polibio VI, 26, 7). Poco precedentemente alla II guerra punica, la legione consolare aveva organici maggiori di romani e alleati (documentato per il 225), per un rapporto di6 a4 (7500 fanti socii per 5200 fanti romani). Sempre ogni legione di socii fu divisa in 10 coorti (di tre manipoli più l'equivalente romano di vélites ognuna) (Polibio XI, 23, 1) di meno di 600 uomini ognuna (525/570) (Livio XXIII, 19; Ilari, cit., p. 125 sgg.). L'esercito consolare, cioè le 2 legioni di ogni console, aveva due alae socium di 10.500/12.000 complessivamente (15.000 per Ilari, cit., in 20 coorti alari e 5 extraordinarie, in base all'esercito consolare precedente alla guerra annibalica); le extraordinarie erano direttamente sotto il comando della legione romana e non alleata. Ma le 4 o 5 coorti extraordinarie per ogni legione (Livio XL, 27, 3; Mommsen, Ges.Schr. VI, p. 1; Nissen, Templum, cit., pp. 36 sgg) non sarebbero- durante il confronto con Annibale, e dato l'alto numero di legioni contemporaneamente in armi fino a 25- al di fuori delle 20 complessive, come suppone Ilari. Infatti il Walbank, cit., I, p. 709, interpreta i 2100 fanti socii extraordinarii di Polibio VI, 26, 7 tra i 10.500 socii delle due legioni consolari. Il nostro calcolo è di 9 coorti alari (cioè di socii) e 1 extraordinaria= 5250 fanti socii per ogni legione consolare.

Nelle legioni normali (DEBOLI) il rapporto è di parità, escludendo però 1/5 di fanti socii scelti e selezionati come EXTRAORDINARII (o ELETTI); compresi questi il rapporto è quindi di5 a 4.

Per le legioni URBANE non diversamente indicate (nel 529= 225, nel 536= 218, nel 538= 216) il rapporto è di5 a4 (compresi gli EXTRAORDINARII), cioè un quinto in più.

Nelle legioni FORTI (aumentate di 1/5 della fanteria ROMANA nel 538=216 e nel 539= 215) i SOCII costituiscono la parità (a Canne e nel 539= 215), mentre nelle altre legioni istituzionalmente FORTI (dal 543= 211 in poi) il rapporto è di 6 a 5 (compreso 1/5 all'incirca di EXTRAORDINARII).

I livelli normali (ma elevati) delle LEGIONI CONSULARES di prima della guerra annibalica (7500 fanti socii) difficilmente vengono mantenuti durante tutta la guerra e, come concorda Napoleone Bonaparte, studioso dell'argomento, il rapporto di7 a5 è sostituito e documentato in quegli anni con legioni FORTI (e quindi con meno utilizzazione di fanteria alleata e anche di cavalleria alleata fino al 540= 214). I calcoli anno per anno di queste proporzioni romani- socii, desumibili soprattutto da Afzelius, Beloch e Klotz (cit.), copre dettagliatamente un periodo dall'inizio della seconda guerra punica alla riforma mariana del 647= 107. E non è un caso che anche per l'anno 564=190 inLivio XXXVII, 2, 2, come complemento alle legioni fossero aggiunti 3000 fanti e 100 cavalieri romani e 5000 fanti e 200 cavalieri Socii nominis Latini (del nome -cioè del diritto- latino). Ma subito dopo (al 2, 4) a due legioni romane si fanno corrispondere Socii latini in misura di 15.000 fanti e 600 cavalieri (cioè, in proporzione, cavalieri in pari numero e fanti al 50% in più rispetto ai cittadini romani) come pure in 2, 6. Riferimento numerico di soldati anche in XXXVII, 39, 7, dove due legioni romane e due di Socii hanno 5400 soldati ciascuna, più del numero per allora normale in una legione romana (di 5000 o 5200, Livio XLII, 31, 2; XL, 1, 5 e 18, 5; XXXVI, 8). Il numero puù elevato è più raro (XXXV, 2, 4; XLII, 31, 2; XXIX, 24, 14). Afzelius (Röm. Krieg., cit., p. 63 e 73-74) vede bene nel periodo tra il 200 e il179 a.C. nel nord Italia e fino al188 inSpagna complementi alleati di 7500 fanti socii per ogni legione, come prima della guerra annibalica. Su questi aspetti delle legioni di alleati, cfr. soprattutto Ilari, Gli Italici, cit., p. 120 sgg. e Toynbee, cit., II, pp. 51 sgg.

 



[1] Siamo qui ben oltre i livelli storici precedenti riferiti così dall'Harmand: "in una circostanza almeno la natura degli armamenti contrapposti decise dell'evoluzione dell'Occidente: al tempo delle due guerre persiane i Greci non vinsero un nemico così spavaldo e a volte meglio guidato se non perchè affrontavano armati uomini che lo erano poco o punto" (Ibidem p.87). Ma certo un'arma "oplitica" più micidiale, utilizzabile anche da fanterie più leggere e più mobili, incideva sugli equilibri delle forze.

[2] Precedente paragrafo sulle fanterie leggere.

[3] Vedasi nel precedente paragrafo su Scipione per il probabile aumento di organici nelle sue legioni.

[4] La kopis era una spada ricurva ad un solo taglio; la machaira era anch'essa ricurva a un solo taglio, simile alla contemporanea "falcata" degli Iberi e al kukri ancora oggi in uso presso i Gurkha (G.Brizzi, "A" 88, cit., pag.114). La guerra contro i terroristi islamici in Afghanistan, all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle di New York l’11 settembre2001, ha rivisto in campo l’impiego, da parte dei corpi speciali inglesi di Nepalesi (i Gurkha sono la principale etnia del Nepal), la spada falcata KUKRI: filmati di esercitazione li mostravano all’assalto delle mitragliatrici con questa spada..

[5] Cfr. Zotti, ibidem, p. 37. Scipione avrebbe armato con esso "almeno in parte i suoi legionari".

[6] La gioventù nobile greca inorridì per quelle ferite non rimarginabili, perchè i Romani miravano soprattutto al volto.

[7] Citato anche in: Luciano Canfora, Introduzione a Plutarco, "Sertorio", Palermo 1986, p. 10.

[8] ST, cit., II, p. 56.

[9] Ibidem, p. 61.

[10] Il Vahlen pone il frammento di Ennio al libro VII, fr.280, in rapporto a Silio Italico VIII, 497 sgg., sui grandi apparecchi militari di socii di Roma dopo la battaglia del Trasimeno. Nell'ed. Skutsch è il fr.229 in un elenco delle forze che avevano spezzato l'incursione gallica a Talamone nel 225, e così accreditato in SII1, p. 617.

[11] Ilari, cit., p. 101. E pp. 87- 103 sul reclutamento dei socii in generale.

[12] Si vedano nel paragrafo sui "tribuni militum", nella prima parte, le differenze con la legione romana.

[13] Si vedano in molti altri punti e note della nostra opera i riferimenti alla gelosia e alla segretezza dei romani, durante la loro storia, verso i criteri di organizzazione manipolare o coortale.