II - L'ESERCITO ROMANO.

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RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> V

4- PUBLIO CORNELIO SCIPIONE.

IL RINNOVAMENTO DELLA TATTICA MANIPOLARE CON PUBLIO CORNELIO SCIPIONE.

La figura di Publio Cornelio Scipione Africano come generale e uomo politico richiederà una trattazione di tale personaggio sia qui (per quanto riguarda le innovazioni tattiche) sia in un capitolo apposito sui PARTITI POLITICI sia nel paragrafo relativo al rapporto ERCOLE E VENERE nella leggenda delle figure di Annibale e di Scipione (non a caso raffrontato il primo piuttosto ad Alessandro Magno proprio per l'ascendenza ellenistica e punica di Ercole, il secondo ad Alessandro e a Cesare)[1].

 

Nel cap. IV sull'esercito cartaginese, Sezione A, paragrafo 1.1., sulle innovazioni tattiche di Annibale per l'esercito punico , è messo in luce come Annibale fosse, nell'età delle guerre puniche, il primo grande innovatore delle tattiche di combattimento relative a un sistema internazionale, di tradizione greco- ellenistica, articolato e complesso che vide nel III sec. avanti Cristo l'apice della falange in Oriente e della legione, ad essa ispirata, in Occidente.

Le innovazioni di Annibale erano legate alla realtà e alla tradizione ellenistica, così come lo erano già precedentemente lo stesso esercito cartaginese, la legione romana e tutti i grandi strateghi innovatori ellenistici contemporanei alle guerre puniche, quali Arato e Filopemene. Ma Annibale teneva altresì conto sia delle innovazioni già introdotte in Occidente dal sistema manipolare della legione romana (e di cui avevano fatto di recente le spese Pirro in Italia e i Cartaginesi in Sicilia), sia della prevalente tradizione mercenaria e professionale (anch'essa- fino alle conquiste dei Barca in Spagna- essenzialmente greca ed ellenistica) negli eserciti cartaginesi.

Con le geniali, profonde innovazioni annibaliche sperimentate soprattutto alla Trebbia e a Canne, il poderoso sistema militare romano era ora superato, nella prima metà della II guerra punica, da due formidabili sistemi militari che godevano a livello internazionale di prestigio e di fama di invincibilità: quello della falange ellenistica e quello nuovo annibalico. E' vero che la secolare tradizione di vittorie della legione manipolare romana in Italia aveva collaudato e rafforzato il formidabile strumento di guerra latino, permettendo vittorie sul prestigioso principe ellenistico Pirro e contro i migliori eserciti punici di Amilcare in Sicilia. Ma un confronto diretto con la falange ellenistica non era ancora avvenuto in Oriente, e fino a tutta la II guerra punica si dava per scontata l'invulnerabilità della falange greco- ellenistica anche contro la legione romana. E d'altro canto il confronto con l'esercito annibalico fu talmente perdente per i Romani che per 15 anni dopo Canne, e cioè fino alla sua partenza dalla penisola, Annibale non fu mai battuto in Italia: le sorti della guerra cominciarono a risollevarsi decisamente per i Romani a metà guerra solo grazie alla nuova tattica manipolare di Scipione in Spagna, contro gli altri generali cartaginesi.

Nonostante i rovesci militari subiti contro Annibale, la secolare e gloriosa tradizione romana non fece mai mettere in dubbio tra gli alti ufficiali dello Stato Maggiore dell'urbe la loro legione, mirabile fusione di elementi falangitici e manipolari. Nè i tradizionalisti senatori e generali si sognarono di sostituire le collaudate tattiche della legione con funzioni tattiche, armamenti o sistemi di combattimento diversi (al di fuori dell'innovazione marginale dei véliti nel 543=211 a Capua).

 

FIG.- Publio Cornelio Scipione Africano (Musei Capitolini, Roma)

L'unico che ebbe l'ardire di innovare e modificare radicalmente il sistema di combattimento della legione manipolare fu Publio Cornelio Scipione (il futuro Africano) appena assunse il comando dell'esercito di Spagna nel 544=210- 545=209, in sostituzione del padre Publio e dello zio Gneo sconfitti e uccisi quasi contemporaneamente dai Cartaginesi in due battaglie ravvicinate. Lo Zotti, che più recentemente ha analizzato tatticamente la riforma manipolare di Scipione (Zama, cit., pp. 18 sgg.), ha giustamente sottolineato come l'esercitazione dei reparti in Sicilia, più che precedentemente in Spagna, abbia portato i manipoli di Scipione agli alti livelli di manovra mostrati ai Campi Magni e a Zama; ma analizzando egli anche l'importanza di Becula e Ilipa, ci pare qui essenziale rifarci alle novità di manovra a partire dal 209 a. C.

Una sintesi delle innovazioni tattiche che Scipione realizzò allora, perfezionando in questo le sue legioni, è reperibile, più che negli spesso citati Delbrück, Kahrstedt, Kromayer - Veith, Scullard, Brewitz e Liddell Hart, nel libro di Werner Schur "Scipione l'Africano", ed. ital. Genova 19902, specie nel capitolo "La nuova tattica dell'esercito professionale e le tre campagne nella Spagna meridionale", pp. 69- 89.

Dice lo Schur: "Asdrubale Barca, fratello di Annibale, dopo la conquista a sorpresa di Cartagena da parte di Scipione, rinunziò per l'anno 209 a progetti d'attacco. Durante l'intero anno si armò febbrilmente per poter, nella successiva primavera, far fronte all'atteso attacco romano in Andalusia; sperando di potere, con una vittoria nel distretto minerario di Castulo, riprendere il suo vecchio piano italiano di aiuti al fratello Annibale. Anche Scipione, dopo la vittoria su Cartagena, restò tranquillo tutto l'anno... Sulla grande piazza delle esercitazioni, che si stendeva nella terraferma di fronte a Cartagena, insegnò alle sue truppe la nuova tattica che in Spagna e in Africa lo condurrà a sempre nuovi successi. Per questo riguardo, l'estate 209 fu uno dei periodi più importanti dell'intera guerra" (Ibidem, p.71).

La legione romana, con la sua tattica tradizionale, si trovava nella cornice della tradizione ellenistica, che fu sempre decisiva anche per Annibale. La falange della fanteria pesantemente armata viene disposta in una massa compatta e profonda per l'urto frontale. Sulle ali è collocata la cavalleria, che cerca di respingere la cavalleria nemica e, quando vi è riuscita, attacca di fianco o alle spalle la falange avversaria, impotente a difendersi non frontalmente" (Ibidem, pp.71-72).

Prima di Annibale e di Scipione la falange ellenistica tendeva sempre più ad accentuare la massa d'urto, la compattezza delle file e delle lance di contro alla mobilità di manovra; nella sicurezza che sfondare lo schieramento nemico era comunque la chiave della vittoria in un mondo (il Mediterraneo) sempre più ellenizzato anche nell'uso indiscusso della falange. Di contro, la legione romana andava sviluppando, con peculiarità italiche, una falange altrettanto serrata come massa di sfondamento ma più mobile e agile nella sua ripartizione a manipoli e nell'uso di giavellotti da lancio (i pila). Ma prima di Annibale il criterio indiscusso restava comunque- più che l'aggiramento e il frazionamento in singoli reparti anche con specificità "nazionali"- la massa di sfondamento al centro o di aggiramento sulle ali. Vedremo che la principale innovazione introdotta prima da Annibale e poi da Scipione sarà lo sfondamento oplitico sulle ali.

Lo Schur osserva in effetti che "l'ordinamento romano aveva già i suoi speciali allineamenti. La falange non era, come negli eserciti ellenistici dopo Filippo e Alessandro, disposta in uno o due ordini profondi, ma in tre scaglioni successivi. E non formava un fronte compatto, ma era suddivisa in piccoli reparti, in manipoli... La legione era articolata in numerose unità, che rendevano bensì possibile il rafforzare l'attacco o la difesa frontale, ma, mancando di autonomia, non assicuravano al complesso una sufficiente mobilità. I legionari erano solo addestrati alla manovra di penetrare in un fronte ondeggiante, unica cosa che si poteva attendere da una truppa di cittadini poco esercitati. Contro un attacco di fianco o alle spalle, la legione era indifesa come ogni falange ellenistica. Annibale fu il primo a capire che un urto di fianco eseguito da fanteria pesante ha un effetto assai più decisivo che l'urto eseguito da una cavalleria già indebolita nella lotta con la cavalleria avversaria. Ma per far questo è necessario disporre la falange in molte sezioni operanti indipendentemente l'una dall'altra. A tale scopo Annibale utilizzò con concezione geniale le sue truppe mercenarie, diverse di qualità e d'origine. La battaglia di Canne fu il capolavoro di questa nuova tattica che sul diverso valore delle singole parti della falange fonda l'avvinghiamento dell'avversario durante lo scontro" (pp. 72- 73).

 

 

 

 

FIG. - LA BATTAGLIA DI CANNE (Giovanni Brizzi).

"A Canne l'attacco di fianco per opera della truppa scelta si rivelò come la più pericolosa manovra contro la falange [2], esercitata solo alla lotta frontale. A questa nuova tattica del geniale avversario gli eserciti romani, col loro carattere di milizie, in un primo tempo non poterono opporre nulla. Qui bisognava evitare ogni battaglia campale, come aveva raccomandato Fabio il Temporeggiatore... Ma ogni qual volta, nonostante la cautela dei Romani, il grande Punico riuscì a costringere alla battaglia una truppa romana, rimase vincitore. In 16 anni di guerra Annibale non aveva perduta nessuna battaglia quando, a Zama, si trovò di fronte al maggior capitano del suo tempo. Come Kahrstedt e Kromayer- Veith riconobbero quasi nel medesimo tempo, il giovane Scipione fu il primo a trarre positive conseguenze dalla rotta di Canne. S'avvide che occorreva dare mobilità alla falange legionaria romana, in modo che essa, sul campo di battaglia e in vista del nemico, potesse compiere qualsiasi manovra. Le truppe romane, di cui la maggior parte prestava servizio già da 10 anni, erano quasi diventate un esercito di professione. Si poteva esigere da esse la stessa capacità di manovra e la stessa disciplina di esercizi che Annibale sapeva di trovare nei suoi veterani. Più difficle era il problema dell'unità tattica, sulla quale doveva fondarsi la mobilità interiore della legione. Nell'omogenea massa della fanteria legionaria non c'era la diversità d'origine e di valore su cui s'era basato Annibale. Nei manipoli, unità amministrative già avezze a tenersi compatte nella battaglia, Scipione trovò l'organo ideale della sua tattica. Nell'estate 209 egli inculcò, nel campo di esercitazione di Cartagena, la nuova teoria all'esercito di Spagna, teoria che lo condusse di vittoria in vittoria" (pp.74-76).

 

FIG. CANNE SECONDO KROMAYER

 

FIG. CANNE SECONDO DE SANCTIS

"Ogni legione possedeva 30 manipoli: di ogni manipolo fu fatta una mobile unità autonoma. In questo piccolo gruppo si eseguirono manovre di movimento e di conversione, e questo intenso insegnamento si estese ai manipoli di tutti e tre gli scaglioni. Contro un attacco alle spalle i triarii potevano ora opporre un fronte difensivo, mediante un dietro- front operato con sicurezza. Il pericolo di un attacco ai fianchi era facile da eliminare mediante un movimento interno dei manipoli della retroguardia. Ma anche per l'assalto, la dissoluzione tattica della falange in una quantità di elementi mobili e intercambiabili offriva insospettate possibilità. L'esercito di Scipione non era più vincolato alla forma rigida. E non aveva più bisogno di disporsi, sotto la protezione del campo, nell'ordine in cui doveva colpire il nemico. In vista del nemico, e già quasi in contatto con esso, le legioni potevano fulmineamente assumere quella formazione che pareva garantire meglio la vittoria. L'invenzione della nuova tattica e l'infusione dello spirito di questa nell'esercito fu una grande opera di capacità organizzativa militare" (pp. 76- 77).

 

FIG. ZAMA (MARGARON) in G. Brizzi. Il campo romano è immediatamente a sud di Margaron e non a Narraggara.

Lo Schur, il Brewitz e il Kromayer, da buoni tedeschi dell'800, avevano una adeguata conoscenza della tattica militare prussiana, specie di quella di Federico II, le cui regole furono considerate un vangelo anche negli anni di Napoleone. Ma già poco prima di Napoleone anche i Francesi, nel 1791, grazie allo stratega conte De Guibert, innovarono alcuni aspetti della tattica della fanteria di linea, che nei criteri fondamentali rispettavano e rispettano gli elementi base del mondo antico per l'esecuzione delle manovre sul campo, degli spostamenti e dello schieramento in battaglia. Come ha scritto di recente Nicola Zotti a proposito delle riforme tattiche di De Guibert ("Da linea a colonna", in "Strategia & Tattica", Roma 1991, p. 12), da sempre "il numero delle manovre tattiche è stato elevatissimo, riguardando tattiche minori che coinvolgevano sezioni di pochi uomini o grandi tattiche con le quali si potevano schierare intere armate". E, come al tempo di Scipione, la confusione che poteva derivare da un'esecuzione meno che perfetta bastava a rendere inutilizzabile un'unità militare  e l'addestramento di norma restringeva molto i suoi obiettivi, per il continuo afflusso di rincalzi inesperti [3]. Ciò valeva per le evoluzioni della falange e della legione manipolare come per quelle degli eserciti moderni. Nel XVIII secolo la superiorità delle truppe prussiane, specie per le regole fridericiane, si faceva sentire anche sulle armate francesi (soprattutto con la Guerra dei Sette Anni) e, pur restando comune a tutti gli eserciti la marcia cadenzata al ritmo del tamburo col "passo dell'oca" (non quello da parata) per mantenere l'allineamento nei ranghi e far procedere tutti gli uomini alla medesima velocità, il passo ordinario francese, di cm. 62, più corto di quello prussiano che era di 71 cm., rendeva le unità più lente di circa un 10%. Il sergente maggiore, che regolava dall'estremità sinistra il passo di ogni compagnia (cioè l'ampiezza del passo, la velocità della compagnia e la distanza da quella che precedeva) era un dogma fridericiano che neanche De Guibert potè scalzare, come non mutò l'ampiezza ordinaria del passo. Ma egli aumentò la mobilità, intervenendo nei movimenti di rotazione (wheel), togliendo i quarti di giro necessari per numerose manovre e sostituendo il perno fisso, costituito dal sergente maggiore o dal soldato all'estremità destra, che si fermavano a seconda della direzione in cui il battaglione dovevva allinearsi, con il perno mobile, che girava marciando e regolando la formazione. Facendo perno a destra o a sinistra la formazione si poneva in linea, cioè si schierava di fronte al nemico, e il diverso modo in cui ciò avveniva determinava la velocità dello schieramento, perchè col perno fisso tutte le compagnie ruotavano nello stesso punto in cui aveva fatto perno la prima (c'era quindi maggiore attesa tra il movimento della compagnia precedente e quello della successiva), mentre col perno mobile anche in caso di girata a sinistra (in cui col perno fisso si fermava il sergente e, non regolando nessuno il passo, si perdeva poi tempo a riordinare tutta la formazione ad allineamento avvenuto), si continuava a marciare con gli uomini della compagnia che acceleravano o rallentavano il passo per conformarsi a chi lo regolava. Riportiamo dettagliatamente queste considerazioni dello Zotti perchè sono un importante anello di congiunzione con la tattica di battaglie campali più antiche. Dal centurione primipilo al sergente maggiore di Federico il Grande, tutti questi sembrano piccoli dettagli tattici, mentre si capisce come la velocità di manovre consimili, introdotte ad esempio da Scipione per cambiare la formazione di battaglia anche mentre già si effettuava lo schieramento, sconvolgesse le mosse degli avversari. Ciò richiedeva truppe estremamente allenate e sicure, anche per non prestare i fianchi, durante le manovre, a pericolosissimi attacchi o a improvvisi movimenti nemici. I Prussiani, che facevano marciare di regola i battaglioni di fianco sulla destra per allinearli a consistente distanza di sicurezza dal nemico, perchè altrimenti il fianco esposto sarebbe stato facile bersaglio sia al fuoco di artiglieria che all'attacco diretto, dovevano obbligatoriamente schierare intere brigate e divisioni tutte assieme, con i relativi tempi di successione e con scarsi margini di distanza prevedibili tra i singoli battaglioni. Come dice lo Zotti (Ibidem), "il fattore tempo è l'elemento più importante nella tattica, perchè un comandante che ha truppe agili e reattive risulta molto avvantaggiato". I Prussiani si trovarono con Napoleone anticipati non solo dagli schieramenti su perno mobile, ma soprattutto dal veloce schieramento "alla testa", cioè centrale, operato grazie alla "marcia di fianco per fila": le compagnie disposte in una colonna di divisioni o di compagnie, per schierarsi in linea, anzichè ricorrere a complicate manovre di rotazione, schieravano il centro d'attacco, la cosiddetta "colonna d'attacco" famosa con De Guibert e Napoleone, facendo effettuare agli uomini un cambio di fronte sul posto, marciando a destra o a sinistra fino alla formazione della linea. Con margine di vantaggio a volte enorme, le colonne d'attacco francesi si schieravano in linea al centro in un minuto e mezzo anzichè nei 12 minuti impiegati dagli avversari [4].

 

FIG. SCIPIONE AFRICANO

Non pensiamo di rischiare molto asserendo che Scipione sarà il primo, nella guerra, a utilizzare la superiortà navale romana per una azione bellica clamorosa, paragonabile a una delle più grandi battaglie vinte: la presa di Cartagena in Spagna. Osservando la cartina del Scullard (Scipio Afr. In the second punica war, cit., The topography of New Carthage pag. 290), con la pianta dell'antica Cartagena assediata dalla flotta di Lelio a Sud e l'attacco di Scipione esattamente a Est sotto la strada romana, si evince come solo un attacco preordinato, e il predominio navale incontrastato, permisero tale azione.

 

Rifacendosi in particolare a W. Brewitz (cit), lo Schur descrive le due principali battaglie di Spagna, Becula e Ilipa, nelle quali Scipione mise in pratica le sue innovazioni tattiche (Ibidem, pp. 79- 87). Anche se queste battaglie faranno parte, come Canne, della descrizione dettagliata della guerra, merita analizzarle qui per illustrare concretamente la nuova tattica manipolare di Publio Cornelio Scipione.

Generica ma non meno valida l'osservazione di Vogt (cit., p. 164) su Scipione: "Con lui entrò nella lotta un capo che vedeva bene l'importanza della guerra in Spagna e che col lavoro di anni creò un esercito adatto a quella guerra, ed in molte battaglie sviluppò un'arte veramente di gran capitano e che, infine, quando il fascino della sua personalità e l'andamento felice delle sue imprese avevano conquistato la devozione idolatrica del popolo [5] e dell'esercito, potè opporsi in pari condizioni al genio di Annibale. La riforma militare, che Scipione compì nella Spagna, mostra ch'egli aveva imparato dal Cartaginese, e che persino lo superava. Era soprattutto una riforma della tattica romana: Scipione riconobbe che la tattica di scontri, usata fin dai tempi antichi, che vincolava ad un rigido schema i movimenti delle tre schiere successive dell'esercito romano, aveva reso possibile la manovra d'aggiramento d'Annibale. Per creare all'esercito romano più grande capacità di manovra, Scipione trasformò i trenta manipoli in unità normali per lo schieramento ed il movimento della legione: la mobilità delle nuove unità doveva evitare il pericolo dell'aggiramento dai lati e alle spalle". Alcune considerazioni vanno aggiunte a questa sintetica considerazione del Vogt. Non abbastanza si sottolinea nei manuali di storia quanto nella tattica di battaglia del mondo antico, a falange o a manipolo, il concetto di sfondamento restasse sempre e comunque la chiave di volta della vittoria: rinunciarvi, anche per i Romani, dinanzi pur alle astuzie di Annibale, significava rinunciare all'elemento base del loro successo secolare: vale a dire all'impeto della legione, che anche nel ricambio continuo del combattimento legionario individuale non perdeva l'obiettivo finale dello sfondamento al centro oltre che dell'aggiramento dello schieramento nemico. Contro Annibale questo non bastò più, o non fu sufficiente nè alla Trebbia nè a Canne. Scipione, che per esperienza diretta a Canne o indiretta con i suoi più stretti parenti Gneo e Publio aveva conosciuto questa capacità di Annibale, vi rispose con aggiustamenti che allargassero lateralmente e rendessero più duttile lo schieramento. Anche l'uso della spada falcata spagnola rese forse più energico l'intervento individuale legionario quando la legione era divenuta meno rigida come massa di sfondamento al centro.

La rapidità e l'efficienza dell'organizzazione del trasporto in Africa delle truppe da parte di Scipione, mai abbastanza decantato da storici antichi e moderni, ha riscontro in uno splendido verso degli Annales di Quinto Ennio, più volte da noi citato (e mai ci stancheremmo), nel libro IX, ancora dedicato alla II guerra punica, verso che suona:

Africa térribilì tremit hòrrida térra tumùltu.

E tutti gli editori, sia per il significato che per la collocazione (ma in questo secondo caso con l'eccezione del Baehrens) non hanno dubbi, in base alle numerose fonti (Festo, 153; Cicerone, De orat. III, 42, 167, Orat. 27, 97, Epist. IX, 7, 2), che si parli dello sbarco di Scipione in Africa. Il verso tutto dattili con l'allitterazione della t e della r parve a Giovanni Pascoli rendere bene galoppi e tremori; ma più di questo ci colpisce la non esagerata ampiezza dello sbarco di Scipione, con i volontari d'Etruria, le legioni cannensi di Sicilia e le 400 navi di trasporto rifornimenti e attrezzature attese sul suolo d'Africa dalla cavalleria nùmida di Massinissa, benchè ancora modesta di numero. Il verso si trova nel libro IX, fr. 180 dell'ed. Valmaggi, da noi la più seguita, perchè sempre la più direttamente comparata con quelle Teubner del Baehrens, del Müller e del Vahlen.


BAECULA.

Il Guadalimar e il Rumblar, affluenti del Guadalquivir, racchiudono l'altopiano di Bailén- Becula. Al margine occidentale di questo altopiano, là dove esso declina verso il Rumblar, fu identificato il colle scaglionato in due terrazze, che Polibio ci descrive come teatro della battaglia di Baecula. La superficie con cui termina il colle è abbastanza vasta per il campo punico e per l'avanzata della falange. La terrazza inferiore offre spazio sufficiente alle scaramucce della fanteria leggera. Dopo due giorni, al momento opportuno, Scipione modificò "in movimento" la sua disposizione per superare le difficoltà dell'assalto in salita e della disposizione dei Punici. In realtà Asdrubale Barca aspettò Scipione in una forte posizione di sbarramento creata dalla natura, sopraelevata e dove oggi ancora passa la linea ferroviaria da Madrid a Malaga. Dapprincipio le legioni, divise in due colonne comandate da Scipione e da Lelio, furono trattenute nel campo. Solo le truppe leggere e la cavalleria avanzarono contro la terrazza inferiore del colle occupato dal nemico, dove gli arcieri punici attesero l'attacco romano. La sostituzione di sempre nuove forze in questo punto convinse Asdrubale che anche l'attacco frontale delle legioni si sferrasse in questa terrazza: perciò collocò a sua volta una quantità sempre maggiore di truppe leggere in questo campo avanzato. La sua fanteria pesante attese nel campo, pronta per marciare al margine dell'altura non appena le legioni comparissero sulla terrazza inferiore. Per l'attacco decisivo Scipione scagliò tutte le truppe leggere di cui disponeva nella lotta fra arcieri che ora assorbiva anche il resto delle truppe leggere puniche. Nello stesso tempo le legioni avanzarono nelle loro due colonne e si appressarono celermente al campo di battaglia. Ma allora accadde la cosa inattesa, che sconvolse tutte le tradizionali regole di tattica. Scipione collocò le sue forze principali non nel punto dove gli arcieri avevano operato; fece invece deviare a destra e a sinistra, ondeggiando, le legioni già arrivate ai piedi del colle, per collocarle alle due parti del fronte di battaglia, in modo da sorpassare a nord e a sud il nemico.

Qui si inserisce la considerazione sulla pericolosità di esporre il fianco al nemico durante la disposizione della "falange". Solo truppe incredibilmente allenate e capaci di compiere molto velocemente le relative evoluzioni potevano variare sostanzialmente lo schieramento in corso. E così fecero i legionari di Scipione.

I romani, a passo di carica, girarono attorno alla terrazza anteriore, sulla quale continuava violenta la lotta fra le opposte truppe leggere, e arrivarono ai margini settentrionale e meridionale dell'altura, dove si trovava il campo punico. Raggiunsero la sommità prima che Asdrubale riuscisse a sviluppare il suo esercito. Egli non possedeva più truppe leggere capaci di arginare l'avanzata del nemico [6]. Quindi l'attacco di fianco sferrato dai romani colpì con piena furia ambo i lati dell'avversario in marcia che aveva dovuto, all'ultimo momento, capovolgere tutte le sue disposizioni. La principale massa punica fu da ambo le parti avviluppata e battuta prima di riuscire a dispiegare la sua forza.

Asdrubale interruppe subito la battaglia e si ritirò verso l'altopiano del nord lasciando in mano dei romani più di 10.000 prigionieri e altrettanti morti e feriti [7]. Scipione aveva esteso sui lati lo schieramento oplitico senza rendere con ciò fatalmente vulnerabile la disposizione centrale dello schieramento e mascherando sul campo le rapide evoluzioni dei manipoli.

 

Osservazioni in A. Angela (cit)  e in Valerio Manfredi

 

FIG. - La battaglia di Baecula (secondo Sir Liddell Hart).

 

FIG. - La battaglia di Baecula in Le Bohec.

ILIPA.

Asdrubale Gisconide si era trincerato su un colle con forze (50.000 uomini, tra cui molti bellicosi ausiliari spagnoli) superiori, soprattutto per fanteria pesante, a quelle di Scipione (45.000, grazie anche ad alleati spagnoli), e i romani, per muovere all'assalto, dovettero ascendere l'altura. Secondo un ordine già sperimentato Asdrubale Gisconide dispose al centro il nòcciolo delle sue truppe, cioè le africane, e alle ali le reclute spagnole. Scipione, dopo due giorni in cui gli eserciti si fronteggiarono assumendo ogni volta la stessa disposizione tattica al centro e alle ali, collocò di nuovo nel centro le truppe ausiliarie spagnuole, che avevano ordine di impedire alle truppe del centro nemico di intervenire nella lotta delle ali. Il giorno della battaglia, Scipione fece suonare la sveglia e distribuire il rancio un'ora prima del solito. Poi, mandati avanti i tiratori, si mosse, e Asdrubale si trovò costretto a lanciare nella mischia le sue truppe ancora digiune. Le legioni si posero in marcia a destra e a sinistra per colpire ai fianchi il nemico. La lotta dei cavalieri e della fanteria leggera si protrasse a lungo. Verso mezzogiorno, Scipione diede alla falange l'ordine dell'attacco. I tiratori furono richiamati attraverso i vuoti del fronte e collocati, nell'ordine prestabilito, dietro le estremità delle ali. Il fronte romano s'avanzava sempre più. Ora cominciò la manovra delle legioni. Quando i due fronti distavano ancora 700 metri l'uno dall'altro, al segnale di Scipione il centro, dove si trovavano gli ausiliari spagnuoli, rallentò il passo [8] avvicinandosi cautamente alle truppe africane del centro nemico. Ma citiamo letteralmente dallo Schur: "Le due ali romane iniziarono il loro ben calcolato movimento, destinato ad accerchiare le ali puniche. Le legioni, disposte in colonne, fecero una conversione verso l'esterno; così si trovarono in colonne di marcia aventi la punta contro le rispettive estremità esterne delle ali ed ebbero non più dietro a sè ma al proprio fianco le truppe leggere. In questa formazione marciarono parallelamente, diritto contro il fronte nemico, finchè la testa si trovò alla stessa altezza dell'estremità esterna dell'ala nemica. In quel punto ciascun manipolo della colonna fece una conversione verso il nemico e si scagliò contro l'ala punica. Anche ora, legioni e truppe leggere marciavano affiancate; le legioni si trovavano all'interno, le truppe leggere all'esterno. Ma durante la marcia, che condusse a contatto col nemico le ali romane, ebbe luogo un secondo movimento. Le ali marciarono di nuovo dalla colonna verso la linea, le legioni tenendosi sempre all'interno e le truppe leggere all'esterno, così da muovere all'assalto col fronte scambiato. Con questa repentina disposizione nel raggruppamento delle truppe, e delle cui conseguenze il duce punico non potè rendersi conto in tempo, l'avvolgimento fu realizzato". Le legioni attaccarono le ali puniche, composte di reclute spagnole. Le truppe leggere e la cavalleria, sorpassando le legioni, piombarono sui fianchi delle ali nemiche. E il minacciante attacco del centro romano che si appressava lentamente tenne ferme e inattive le truppe africane del centro di Asdrubale Gisconide, il quale, inoperoso, con le sue migliori truppe dovette vedere le legioni romane annientare le sue ali in scontri durati parecchie ore. Allora si convinse che la battaglia era perduta e, col centro, si ritirò in buon ordine dal campo di battaglia. Ma ben presto, per l'inseguimento dei vincitori, la ritirata si mutò in disordinata fuga. Un nubifragio arrestò provvisoriamente l'inseguimento romano.

 

FIG. Scipio Africanus

 

Il Generale Sir John Hackett, in Warfare in the Ancient World, London 1989 mostra con l’immagine a pag. 166 come le due centurie di ogni manipolo della legione si incolonnino per marciare e ritornino uno dietro l’altro nella formazione finale d’attacco, mantenendo sempre le tre linee; mentre cavalleria e velites si incolonnano anch’essi in marcia alternandosi e schierandosi infine in unica fila con la stessa disposizione alternata, dopo aver superato ai lati le legioni per avvolgere il nemico.

Osserva lo Schur: "La nuova tattica fu sperimentata in due giornate campali. E Scipione era uomo da ricavare tutte le possibilità dal delicato strumento bellico di precisione che aveva creato. Becula e Ilipa lo rivelarono maestro della sorpresa tattica come Cartagena lo aveva rivelato maestro della sorpresa strategica. Ed ora egli poteva accingersi al grande compito di sopraffare Annibale" (Ibidem, pp. 88- 89).

 

 

FIG.- Cartago Nova (Cartagena)

FIG.- Carthago Nova (Cartagena) conquistata da Scipione in Spagna, secondo Kromayer.

Becula e Ilipa resero la Spagna romana nel 546=208 e nel 547=207 battendo i Cartaginesi in modo irrevocabile. Secondo noi queste due battaglie furono i capolavori strategici di Scipione, e neanche Zama superò questi livelli, se non nel senso che, contro il genio formidabile di Annibale, Scipione ebbe a Zama la capacità di costringere alla "parità", nello scontro tra fanterie, gli espertissimi veterani del punico; riuscendo a far valere- nonostante le trovate strategiche di Annibale- sia risposte tattiche tanto improvvisate quanto geniali sia la superiorità di cavalleria dei Nùmidi ora alleati dei Romani. E' nostra opinione che solo per un soffio Zama fu vinta da uno dei due contendenti anzichè dall'altro (come avvenne a Waterloo) [9], mentre le battaglie di Spagna avevano realizzato senza simili difficoltà le nuove grandi intuizioni strategiche e professionali apportate da Scipione alle legioni di Roma.

 

FIG.9 - La manovra di Scipione alla battaglia di Ilipa (Silpia- Elinga- Alcalà del Rio [Siviglia])

Il GDS III2 p. 515 sgg. riassume così la novità tattica introdotta nei manipoli da Scipione in Spagna dal 544=210 al 549=205: "Fino allora i manipoli dei principi e dei triarii erano disposti dietro quelli degli astati sia per rinforzarne le colonne nell'assalto sia per passare in prima linea quando le schiere degli astati fossero in tutto o in parte cadute o quando nella fronte di battaglia si fossero aperte lacune per cui potesse irrompere il nemico. Scipione per primo, dopo aver carcato già in Spagna d'imitare in vario modo gli espedienti tattici di cui Annibale s'era servito a Canne per aggirare i Romani, ebbe l'idea geniale di non usare più i principi e i triari come una pura appendice della prima linea, destinata soprattutto a rinforzarla secondo il bisogno coi singoli manipoli isolatamente; ma di costituirli collettivamente in due unità, pronte a procedere ciascuna all'attacco con tutti i propri manipoli insieme. Non era ancora una riserva staccata dalla linea di battaglia per gli usi vari della offesa o della difesa; ma una semplice riserva offensiva destinata a prolungare a un dato momento quella linea sulla destra e sulla sinistra. Concetto a ogni modo acuto e fecondo che, mentre germogliava naturalmente dalla tattica manipolare e dalla vecchia distinzione dei legionari in tre gruppi e dall'uso sussidiario che si faceva dei manipoli dei triari e dei principi, preparava per spontanea evoluzione le vere e proprie riserve e con ciò un sostanziale rivolgimento nell'arte della guerra".

 

FIG. CESARE CON LE 6 COORTI DI RISERVA A FARSALO CONTRO POMPEO

Sintesi intelligente della battaglia anche in A.LIBERATI-F.SILVERIO, Organizzazione miltare: Esercito, volumetto del Museo della Civiltà Romana, Roma 1988, pp.25-26, col giusto risalto dato alla inedita manovra di Scipione: inedita anche rispetto alla stessa Canne, in quanto la capacità manovriera dei manipoli sui lati fu frutto di esercitazioni imposte da Scipione e forse superiore a quella dei repari di Annibale nell'effettuare una vera e propria "sopresa" tattica. Gli autori del piccolo volume sulle armi romane fanno intuire che la struttura militare annibalica, ancora una commistione tra manovre di falange e manovre di reparti minori (manipoli), era ormai superata da Scipione con l'unica risorsa della legione manipolare come fanteria pesante che sfondava sui fianchi.

 

FIG. ILIPA SECONDO LE BOHEC (1990)

LA BATTAGLIA DI SCIPIONE AI CAMPI MAGNI

Il De Sanctis (Ibidem p. 516) ha visto nella battaglia dei Campi Magni in Africa nel 203 la principale felice realizzazione di questa tattica [10], riuscendo Scipione a distruggere dai lati coi manipoli di principi e triari il tenace schieramento centrale dei Celtiberi dopo che quegli stessi manipoli avevano costretto alla fuga le meno compatte ali di Cartaginesi e Nùmidi: gli astati erano semplicemente serviti a tenere immobilizzato il centro mentre avveniva il prolungamento e l'aggiramento laterale del fronte. La tesi dell'importanza tattica di questa battaglia è stata risostenuta dal Brizzi ("A", dossier, cit., n. 6 (88) giugno 1992). La migliore ricostruzione delle fasi della battaglia è accennata ora in Zotti (Zama, cit., p. 21- 23), con gli schemi delle varie fasi della battaglia ai Campi Magni [11]. Lo Zotti riconosce a Becula e Ilipa l'anticipazione della nuova tattica di Scipione; ma vede solo in questa battaglia una applicazione perfetta, con la distruzione del centro nemico.

Rimane problema aperto, per la battaglia di Scipione ai Campi Magni, se vi fosse da parte del generale romano l'utilizzo di una sola legione romana. Di 12 o 15 mila uomini con Scipione ai Campi Magni parla il Brizzi, intendendo solo parte non eccessiva delle forze romane, perchè il resto rimase a bloccare la città di Utica (Brizzi, cit., pag. 104). Egli segue certo qui il De sanctis (III, 2, pag. 569), che attribuisce a questa battaglia (peraltro secondo lui importantissima per gli effetti successivi) "forse meno di 15000 combattenti con Scipione" (e altrettanti, con 4000 Celtiberi, attribuiti ai Cartaginesi- GDS III2 pag. 569). In precedenza il De Sanctis (Ibidem, pag. 515), descrivendo la battaglia, sottolinea per Scipione "l'esiguità del suo esercito", lontano oltretutto dalle sue basi. Lo stesso Brizzi, però, anche nella sua riproposizione grafica dello schema ricostruttivo della figura precedente, indica due legioni romane con altrettante di alleati (socii).

Il silenzio di Livio XXX,8, a proposito di cifre (seguito in ciò, e ancor più stringatamente, dal Mommsen), e di Appiano a proposito addirittura della battaglia (Lib. 24), non aiutano i calcoli. In quanto a Polibio, egli parla solo dei 30000 Nùmidi e Celtiberi complessivamente nell'esercito cartaginese alla battaglia (XIV,7), tacendo poi le cifre in XIV,8 per lo svolgimento della battaglia. Ma Livio conferma che ben poche furono le truppe romane lasciate a fingere l'assedio a Utica, e il De Sanctis III,2, pag. 579, osserva che dallo sbarco in Africa fino a Zama Scipione ebbe sempre non meno di 26.000 uomini e mai più di 30000 ("poichè oltre 30000 difficilmente avrebbero potuto essere ordinati in due legioni", Ibidem) e mai più di due legioni. Appiano attribusce a Scipione in quel periodo 23000 fanti e 1500 cavalieri italici e romani (oltre ai Nùmidi alleati). 30000 uomini ("due forti legioni di veterani") attribuisce il Mommsen (III, 6, 24) nel complesso a Scipione fin dallo sbarco in Africa.

Secondo noi, una ipotesi per sostenere la tesi di una sola legione romana sarebbe che la fanteria nùmida di Siface non potesse avere di fronte a sè nessuna singola legione, ma era bensì frammista alla cavalleria, come spesso nell'esercito di Siface. In tale schieramento i 13.200 fanti romani (6200 romani e 7000 socii di una legione cannense), i 2300 cavalieri di Lelio e i 4000 cavalieri nùmidi di Massinissa con i Romani (cifra così vicina ai 13000 fanti romani del De Sanctis), per un totale romano di 19.500 uomini con Scipione, avranno avuto di fronte nella battaglia 21.500 fanti cartaginesi (10000 fanti e cavalieri di Siface, 4000 Celtiberi, 3500 cavalieri cartaginesi contrapposti a Massinissa e altri 4000 cartaginesi con Asdrubale). Resta valido lo schema del Brizzi, ma la legione romana schierata è una soltanto.

 

FIG.10- LA BATTAGLIA DEI CAMPI MAGNI secondo Giovanni Brizzi ("A" 88, cit.).

Lo Ilari, che citiamo a proposito nel paragrafo sulla fanteria (legione) dei socii, lo Zotti, che abbiamo già riportato per innovazioni nell'armamento introdotte forse già da Scipione (cfr. paragrafi sulla fanteria leggera, sulle armi del legionario e più avanti sulla spada falcata), e noi stessi in una nota sul Gabba nel paragrafo sulla riforma legionaria del 241, riaccenniamo al fatto che forse Scipione potrebbe aver anticipato l'utilizzo di tre manipoli "romani" (non socii, come già in uso) in un'unica unità operativa, la coorte, anticipando forse Caio Mario.  Polibio II, 23, 1 accenna a coorti di Scipione nel 206 nella campagna di Spagna, ma ciò pare segnalato come un "temporaneo espediente", per citare il Bell (Tactical Reform..., cit., p. 404). Il Bell discute ampiamente (per lo "Institute for Strategic Studies" di Londra) tale questione della introduzione della coorte come unità tattica di 3 manipoli romani già prima di Caio Mario; propendendo per un tale utilizzazione (sempre "temporanea" e occasionale  quando serviva maggiore compattezza di schieramento) quasi solamente in Spagna già dagli Scipioni ciontro i rfratelli di Annibale, prima contro il terribile gladio spagnolo e celtiberico e poi nelle terribili, decennali guerre di pacificazione della Spagna ormai romana. Valutazioni assennate. Bell sottolinea (pag. 408; Frontino II, 6, 2; Livio XXV, 39, 1) come già nel 211- 210 in Spagna L. Marcio, che sostituiva, al comando dei resti romani, i due Scipioni appena morti in battaglia, avrebbe usato i "manipoli" col termine "laxatis" (che in Cesare, Bell.Civ., II, 25, sottintende sempre l'uso in coorte). Questo esempio è secondo noi debole: non solo perchè è il caso in cui proprio la fonte riporta "manipolo" ma soprattutto perchè anticipare a L. Marcio (oscuro sottufficiale scelto per disperazione dalla truppa tra gli scampati, con disappunto ufficiale di Roma per la procedura non ortodossa) ciò che è già arduo riferire a Scipione Africano, contrasta con le fonti e con studi critici secolari. Eppure, proprio considerando che anacronismi di Livio e suoi errori di traduzione di speira= manipolo in Polibio possono spesso incidere nell'interpretazione, il saggio di Bell rende credibile l'accenno che già gli Scipioni sconfitti in Spagna anticipassero una forma "occasionale" di schieramento ereditata poi subito da Scipione, che rese ancor più "occasionale" e valida una riforma (questa sì effettivamente documentata a tutti i livelli) di schieramento, di spada e di utilizzo anche tra i velites (temporaneamente?) della spada falcata.

 

FIG. LA BATTAGLIA DI SCIPIONE AI CAMPI MAGNI per Le Bohec.

IL TEATRO DI GUERRA SPAGNOLO.

Lo Schur meglio di tutti ha attribuito agli Scipioni in Spagna (Cornelio padre, Gneo zio e Publio Cornelio) la genialità strategica di privilegiare il teatro di guerra spagnolo per un motivo fondamentale: tenere impegnate più forze terrestri e navali cartaginesi lontano dalle coste d'Italia, impedendo decisivi invii di terra in aiuto ad Annibale nella nostra penisola. Strategia globale che diede i suoi frutti per molti anni, almeno per tutto il tempo del sostanziale logoramento di Annibale nel sud Italia, con pochi aiuti dal nord e, secondo noi, in un caso mai rimarcato ma decisivo: quello del grande esercito cartaginese a lui destinato nel 539=215 in Italia e dirottato d'urgenza in Spagna (Livio, XXIII, 32, 5- 12). Inoltre la Spagna fu veramente per i Romani la prima palestra internazionale di imperialismo, come ha osservato lapidariamente il De Sanctis (GDS III2, p.510): "le conquiste spagnole della guerra annibalica furono per i Romani scuola d'imperialismo" [12].

Ma ci sembra poco sottolineata dallo stesso Schur la preveggenza che gli Scipioni ebbero nell'utilizzo in Spagna di corpi di mercenari e ausiliarii inizialmente ben guadagnati alla causa romana; nonostante che questo episodio spagnolo, proprio perchè il primo di queste dimensioni nella storia romana [13], avesse un esito infelice. I 20.000 Celtiberi assoldati nel 543=211 insieme ad altri alleati indigeni dai fratelli Cornelio e Gneo in Spagna (Livio, XXV, 32, 3; Polibio X, 6, 2- 7) [14] oltre a costituire il necessario surrogato agli aiuti che i due romani non ebbero in quegli anni a causa della presenza di Annibale in Italia, sono numero attendibile in base a tutto lo svolgimento precedente dell'attività degli Scipioni oltre l'Ebro, specie nel 541=213. Questi notevolissimi contigenti celtiberici nelle truppe romane furono talmente fidati da militare a lungo lontano dalle loro case e restare a lungo acquartierati negli hiberna con le legioni (cfr. anche GDS III2 p. 432, n.3). Inoltre la loro defezione- decisiva secondo Polibio per la disfatta che i due Scipioni subirono nel 543=211 a opera di tre cospicui eserciti cartaginesi- non avvenne per vero e proprio tradimento o per passare ai Cartaginesi, bensì per desiderio (un po' irresponsabile e di natura, potremmo dire, "barbara") di "rigodersi un po' di quiete nelle proprie case dopo tanta guerra" (così in sostanza Livio). In realtà fonti antiche e studiosi moderni concordano nell'ammettere l'eccessiva fiducia riposta dai Romani in questi alleati; anche perchè era la prima esperienza diretta così ampia con milizie nè cittadine nè di ben saldi alleati italici (quella che era e restò la forza collaudata delle milizie della Federazione romana). Ma per quanto infelice fosse l'epilogo di questa prima esperienza, essa fece da battistrada a tutta la politica spagnola seguita poi da Scipione l' Africano verso le popolazioni indigene: politica che portò in meno di 5 anni alla completa liberazione della Spagna dai Cartaginesi. Gli ausiliari spagnoli furono il primo esempio di arruolamento extraitalico dei Romani [15], dietro sollecitazione di quella che era la tradizionale politica militare dei Cartaginesi.

 

FIG. SCIPIONE AFRICANO

 



[1] La bibliografia essenziale su tali aspetti comprende soprattutto Liddell Hart (cit.), H.H.Scullard (cit.), W. Schur (cit.), W.Brewitz (cit.), R.Laqueur (cit.).

[2] Che in questa circostanza era rappresentata dalle 8 legioni romane.

[3] Anche per i Romani, durante la II guerra punica, non bastava il primo anno di esercitazione delle reclute nelle legioni "urbane".

[4] Zotti, Ibidem.

[5] Anche di quello spagnolo, diciamo noi, le cui tribù egli seppe trarre decisamente all'amicizia con Roma. Merito del resto non solo di Scipione, ma di varie personalità della classe dirigente romana e ricorrente nell'intera storia di Roma, come osserva anche il Machiavelli (Discorsi sopra la prima deca, II, 1): "Dirò solo questo lievemente, come sempre si ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico che fussi scala o porta a salirvi o entrarvi o mezzo a tenerla: come si vede che per mezzo de' Capuani entrarono in Sannio, de' Camertini in Toscana, de' Mamertini in Sicilia, de' Saguntini in Spagna, di Massinissa in Africa, degli Etoli in Grecia, di Eumene e di altri principi in Asia, de' Massiliensi e degli Edui in Francia". Vedasi infine Appiano, Liber Lybicus seu de rebus Punicis, XXXVIII, su Scipione, i suoi rapporti col Senato ed i contrasti in Cartagine.

[6] Tiratori e frombolieri, con la loro precisione di tiro e la loro agilità, erano l'unico tentativo di disturbo contro la falange ellenistica in movimento, e nei pochi secondi che precedevano l'impatto tra gli schieramenti creavano danni terribili, come ricorda lo Hanson, cit., e come esplicheremo nel cap. III sull'esercito dei Greci.

[7] L'accusa del Senato di Roma a Scipione, di aver fatto sganciare Adrubale Barca a Baecula consentendogli di avviarsi verso l'italia in aiuto al fratello Annibale, è dibattuta da noi nel paragrafo sul teatro di guerra spagnolo. Lo Schur e il Kahrstedt sono stati i migliori difensori dell'Africano, osservando in particolare come gli Scipioni, dal 218 al 207, siano stati i più lungimiranti nel ritenere che "la conquista della Spagna era il grande scopo militare, capace di decidere la guerra, e ad esso dovevano venire posposte tutte le altre considerazioni". "Il padre dell'Africano, console nel 218, prese davanti a Marsiglia la decisione, politicamente e militarmente geniale, di rimandare al decisivo teatro spagnuolo della guerra il suo esercito, senza riguardo alle conseguenze che potevano risultare dalla calata di Annibale in Italia. Con questa decisione condannò al fallimento il piano di guerra del suo grande avversario. perchè l'esercito romano sull'Ebro tolse all'esercito di Annibale ogni possibilità di un regolare rifornimento di uomini e di materiale dalla Spagna". Quando alla morte degli Scipioni- padre e zio- molti volevano l'abbandono della guerra di Spagna, per operare solo contro Annibale in Italia, proprio in Spagna Scipione conquistò la preponderanza decisiva alla causa romana prima dello sbarco in Africa.  Inoltre è stato osservato che difficilmente le truppe di Scipione nel 208 sarebbero state sufficienti a sbarrare ad Asdrubale tutti i valichi dei Pirenei. Nel 207 il centro di gravità degli avvenimenti si trovò di nuovo in Italia. Ma dopo la sconfitta di Asdrubale al Metauro il teatro spagnuolo della guerra divenne ancora il più importante.

[8] Non comprendendo la tattica macedone specializzata e modificata prima da Annibale poi da Scipione, la Cambridge Ancient History (CAH, cit., VI, p. 290) accusa Asdrubale Gisconide di assoluta inattività al centro, rinunciando a sfondare il debole centro romano in posizione più arretrata; e motiva la critica con presunte incongruenze di Polibio.

[9] Non erroneamente Scipione sosteneva che la battaglia di Zama fu il capolavoro di Annibale (Cfr. anche M. Silvestri, cit., p. 466).

[10] Considerazioni rafforzate in G. Brizzi, "A", n. 88, cit., p. 104.

[11] Pianura di Suk el Kremis a 120 km. da Utica. Livio XXX,8; POlibio XIV,8; De Sanctis III, 2, pag, 514 segg.; Delbrück I,2, p. 387 sgg.; Brizzi, "A" Dossier 1992, pag. 104 sgg.

[12] Più recentemente il Richardson (Hispaniae... cit., Cambridge 1986) ha visto in Spagna dal 218 l'inizio dell'imperialismo in senso cronologicamente più ampio, come lunghe guerre di sottomissione.

[13] Fatto memorabile già per Livio XXIV, 49, 8, sebbene la parte conclusiva di questo passo relativa ai Celtiberi come primi mercenari negli accampamenti romani venga espunta da P. Geyer e da Weissenborn- Müller nella loro edizione critica di Livio.

[14] Non si comprende perchè CAH, cit., p. 270, consideri esagerata la cifra di 20.000 Celtiberi indicata in Livio XXV, 32.

[15] A. BALIL, Un factor difusor de la romanizaciòn: las tropas hispànicas al servicio de Roma (s. III- I a. de J. C.), in "Emerita", XXIV, 1956, pp. 108- 134; A. GARCIA BELLIDO, Los auxiliarios hispanos en los ejércitos romanos de ocupaciòn (200- 30 a. de J. C.), in "Emerita", XXXI, 1963.