II - L'ESERCITO ROMANO.

A Lina Meloni

e a zia Desolina

            -   Aritzo

RETRO

PORRO --> II

1- PREMESSA.

Le principali novità che riguardano l'arruolamento e l'organizzazione dell'esercito romano (prima della riforma di Caio Mario del 647=107 a. C., cioè prima della progressiva scomparsa della leva cittadina sostituita dall'esercito professionale in Roma) si verificarono poco prima o durante la seconda guerra punica:

 

1) arruolamento di liberti, di schiavi e addirittura di carcerati (Livio XXII, 11, 8; XXII, 57, 12; XXIII, 14, 2);

2) primo dittatore a pari comando con il suo vice (o magister equitum) (Livio XXII, 27, 3);

3) prima proroga pluriennale di comandi in teatri di guerra (province) (Livio XXVII, 6, 7)[1];

 

4) sostanziali mutamenti nella composizione delle legioni, anche nel rapporto Romani- socii e in quello fanteria- cavalleria (legioni "forti" e "super- forti") (ad es.: Livio XXII, 36, 2- 3  e XXIX, 24);

5) introduzione del corpo speciale dei vélites (Livio XXVI, 4, 4- 10) e di altri corpi specialistici professionali nonché del gladio spagnolo nelle legioni;

6) primo arruolamento di mercenari (non prestati da popoli alleati o amici) (gli Spagnoli, Livio XXIV, 49, 8);

7) nascita di eserciti permanenti a fianco a quelli sia di leva normale che di tumultus (dilectus in Italia e legioni permanenti in Spagna, Sicilia e Macedonia);

8) primo comando assegnato dai soldati e non dal Senato (il cavaliere Marcio eletto in Spagna nel 543=211 dopo la morte dei proconsoli Scipioni - Livio XXV, 37);

9) introduzione di una nuova forma di giuramento militare oltre a quello tradizionale del sacramentum (Livio XII, 38, 3);

10) fondazione della prima colonia extra- italica (Italica nel 548=206, in Spagna, per i veterani di Scipione- Appiano, Hiber., 153; "Italicei", CIL, I2, 612= ILLRP, 320 [Halaesa]);

11) formalizzazione definitiva delle 35 tribù per la leva nell'ordinamento centuriato, con conseguente riforma di quest'ultimo;

12) mutamenti del censo delle classi per l'armamento dei soldati;

13) primi cavalieri equo privato oltre ai tradizionali equo publico (Livio XXVII, 11, 14);

14) riforma della tattica legionaria manipolare con Publio Cornelio Scipione in Spagna e contro Annibale;

15) la probabile nascita della FORMULA TOGATORUM, come lista ufficiale di arruolamento di contingenti italici a fianco delle legioni di Roma, alla vigilia della guerra annibalica, forse nel 225 [2].

 

Queste sono alcune delle novità che emergono nel periodo da noi approfondito per la seconda guerra punica, dalla fine della prima punica alla fine della seconda (513=241- 553=201).

Per ciò che concerne il primo punto, il primo grandioso esempio nella storia romana di liberazione di schiavi per renderli liberi- liberti- e cittadini romani avvenne durante la guerra annibalica. All'indomani della disfatta di Canne (216 a.C.) i Romani contro Annibale chiamarono alle armi diciassettenni e sedicenni e infine 8000 schiavi che volontariamente avevano chiesto di combattere sotto i vessilli di Roma. Annibale aveva inviato una delegazione di prigionieri romani per il riscatto. Il loro numero era di poco inferiore a 7000. Si trattava di scegliere, tanto più che parenti e congiunti dei prigionieri affollavano l'esterno della Curia. Il Senato pagò ai proprietari il prezzo degli schiavi da liberare e negò il riscatto ai prigionieri. E gli schiavi, poi affrancati, furono in campo oltre il Volturno contro Annibale.

Il Fröhlich, di cui è riportata qui in Appendice anastaticamente il fondamentale saggio del 1884 sull'importanza della II guerra punica per le strutture militari romane, si soffermava su aspetti di rinnovamento delle singole armi (cavalleria, fanteria leggera, mercenari e ausiliari- anche per gli elefanti), di singoli corpi (guardia del corpo di Scipione e coorte pretoria), di armamento (spada spagnola), di ordine di battaglia e marce, di accampamenti e di equipaggi delle flotte, per aspetti che certo noi superiamo anche grazie agli studiosi successivi. Ma la perspicacia delle sue poche pagine supera certo molte nostre osservazioni, anche se noi abbiamo allargato (per così dire) il raggio dell'indagine.

Nel periodo della II guerra punica si allunga notevolmente il periodo di chiamata alle armi, per teatri di guerra a volte lontani. In quegli anni, sempre reclutabile tra i 17 e i 46 anni come iunior e tra i 47 e i 60 anni come senior, il fante romano è tenuto a partecipare a 16- 20 campagne di guerra ("campagne" e non anni, perchè non sappiamo se continuativamente o con delle interruzioni), mentre in cavalleria il numero delle campagne è ridotto a 10. Dopo questi limiti, il cittadino era emeritus per lo Stato, era ormai libero e poteva non rispondere alle chiamate (se non come volontario). Nonostante una logica, immaginabile rotazione dei soldati nelle legioni (tra il 10 e il 20% della popolazione complessiva era sotto le armi) quasi tutti i soldati superarono abbondantemente quei 6 anni di servizio militare effettivo che divenne la media nel II secolo tranne che in Spagna (dove si raggiunsero i 10 o 16 anni, Livio XXXIX, 38, 8).

I testi sull'esercito romano repubblicano, e in particolare sulla legione manipolare prima di Caio Mario, sono davvero pochissimi e stringati rispetto alle opere sull'esercito romano da Cesare in poi e durante l'Impero. La scarsità di notizie precise a proposito (per effettivi 600 anni di storia romana) sono uno dei tanti motivi per cui, ad esempio, un'opera monumentale quale la "Ascesa e caduta del mondo romano" in 50 volumi (ANRW Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt, Berlin - New York 1972 sgg. [a tutto il 2002 è del 1996 il terzo tomo del volume 37]) dedica solo 4 dei 50 tomi a prima del Principato di Augusto. Anche Campbell, cit. 1994, ha 242 pagine su 249 dedicate alla legione imperiale e non repubblicana, e Vaquero, cit. 1992, che tratta non solo di poliorcetica romana ma di storia dell'esercito romano, ha solo 17 pagine su 700 dedicate alla legione prima di Caio Mario, di cui 12 sono una citazione ininterrotta di Polibio VI, 19. Ma lo sforzo dei maggiori studiosi, da Klotz a Toynbee, da De Sanctis a Gabba, da Luterbach a Ilari, aiuta a gettare sempre nuova luce sui dati che le fonti riportano, nella precedente storiografia solo genericamente analizzati.

Il Toynbee (cit., II, p. 71 e pp. 809- 811) ha accuratamente controllato la durata in servizio delle singole legioni nella guerra annibalica: almeno 3 servirono per 12 anni, una per 10, 4 per 9 anni e la media per tutte fu di 7 anni (per non contare le legioni dimenticate in Spagna e in Sardegna o quelle punitive dei cannensi- gli sconfitti a Canne  [3]). Il Brunt (Manpower, cit., p. 418) e lo Ilari (cit., p. 158) analizzano i 337 Dienstjahre (anni di servizio effettivo) delle 50 legioni in armi nella guerra annibalica. Di esse, su almeno 12 distrutte in battaglia e 28 disciolte a mano a mano che diminuivano le difficoltà belliche [4], la maggior parte (18) fu disciolta dal206 a. C. in poi, negli ultimissimi anni di guerra: considerando l'anno cruciale del 210, una media anche nel Brunt di 7 anni di servizio medio. Sono questi i dati secondo noi attendibili. Per il De Sanctis (GDS III2, p.311) 10 le legioni romane distrutte nella guerra, 24 le disciolte (Beloch, Studi di Storia antica, I, p. 44).

Ma prima di arrivare a questo periodo analizzeremo l'esercito romano nella sua essenza, nelle sue strutture tradizionali e nella sua evoluzione dalle origini.

 

FIG. SOLDATI ROMANI (TRIARII, PRINCIPES, HASTATI)


LA LEGIONE MANIPOLARE.

Qualsiasi studio sull'esercito romano repubblicano prende le mosse dalle 5 classi di censo in cui Servio Tullio aveva suddiviso gli adsidui, cioè i cittadini reclutabili: 3 classi di OPLITI, cioè di armati pesantemente, e 2 di armati alla leggera; esclusi erano quindi i capite censi o proletari, che non avevano alcun mezzo finanziario per armarsi, cioè per essere censiti nelle 5 classi in base al patrimonio ed essere reclutabili nell'esercito. Vedremo come, fino e in particolare durante la guerra annibalica, aumenteranno gli sforzi romani di trasformare i proletari in assidui (cioè in cittadini di una delle prime cinque classi) [5], fino alla tarda riforma di Caio Mario del 107 (armamento comune a spese dello Stato), ampliando il numero dei cittadini reclutabili [6].

Ma mentre le classi della popolazione cittadina, e le centurie in cui esse erano divise, servirono sempre come base per l'organizzazione militare nella leva, cioè nella chiamata dei soldati tra le legioni (che erano le formazioni più grandi dell'esercito romano, così come la falange lo era per quello greco), la loro funzione veramente tattica, nella legione sia a FALANGE  che a MANIPOLO [7], tese sempre più a diminuire determinando la scomparsa della centuria nella struttura stessa della legione, proprio nel periodo delle guerre puniche. Polibio, VI, 19- 20, ricorda che le operazioni di leva avevano al suo tempo (quindi in quello di Annibale) come base principale la TRIBU', e non più la classe di censo e la CENTURIA se non nel senso dell'appartenenza generica ai censiti e ai reclutabili[8].

Per cui noi dovremo raffrontare spesso due aspetti diversi anche se interdipendenti:

1) il censo, con le 5 classi e le molteplici centurie, per l'arruolamento- dilectus= leva. Con le variazioni relative, in diversi periodi storici, sia all'abbassamento del censo per far accedere anche i proletari alla V classe sia al censo dei cavalieri equo privato distinto sempre da quello degli altri militi [9] sia alla scomparsa di classi e centurie meno che fra quarta e terza classe per quel che concerneva l'inquadramento nei manipoli, cioè fermo restando l'obbligo del censo anche per il sorteggio per tribù durante la leva.

2) La struttura vera e propria dell'esercito, cioè i manipoli e le coorti che formavano la legione sia negli eserciti consolari di più legioni sia nelle legioni di tipo particolare (pretoria, tumultuaria, classica, etc.) che vedremo più avanti.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in eta' repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) sulla LEVA - DILECTUS: <<In occasione del dilectus, la forza el'eta' dei cittadini producevano una qualche sembianza di ordine nella disposizione marziale. Essi erano scelti quattro alla volta e distribuiti in una delle quattro legioni consolari arruolate per quell'anno. I tribuni militari di ogni legione, a turno, avevano la prima scelta; si assicurava cosi' un'equa distribuzione di esperienza e di qualita' tra le quattro unita'. Poi si ordinava ai soldati di prestare un formale giuramento,chiamato sacramentum>>.

La legione MANIPOLARE (di origine sannitica) già dal 433= 321 circa ha sostituito la legione organizzata a FALANGE OPLITICA (che a sua volta, su imitazione etrusca e pur sempre sul modello greco, intorno al 204= 550 aveva sostituito la primitiva legione manipolare di 6000 uomini). Inoltre la formazione originaria di 6000 uomini è sostituita da 2 legioni consolari (per dare una legione ad ogni "praetor maximus", poi console) di 3000 opliti ciascuna. Ma proprio a proposito degli opliti torneremo più avanti a parlare di una possibile fase intermedia di 4000 opliti nella legione tra l'iniziale esercito di Romolo di 3000 fanti e quello successivo consolare di 6000 opliti.

Il MANIPOLO a scacchiera e la serrata FALANGE si alternarono spesso nella più antica storia militare romana.

Che il sistema manipolare fosse di imitazione sannitica pare fuori di dubbio (e lo diceva, secondo Sallustio, lo stesso Cesare), ma in esso si mantengono e si confondono elementi di FALANGE OPLITICA in questa minima misura: le tre linee di combattimento (nell'ordine: HASTATI, lancieri; PRINCIPES, primi nel combattimento; TRIARII, detti anche PILANI, la terza fila; oltre ai RORARJ e ACCENSI, poi VELITES,  cioè armati alla leggera e frombolieri, non inquadrati in manipoli ed esterni alla formazione avanti[10] o dietro secondo i casi ed in attacco per infastidire e provocare il nemico[11]) servono solo alla lotta di tipo MANIPOLARE per le loro armi, ma i loro nomi conservano il senso che avevano nella formazione a FALANGE. Anche Cesare nominerà i vèliti come funditores.

 

FIG. Frombolieri (funditores) raffigurati nella colonna Traiana.

Vogliamo fornire qui una sintetica e quanto più intellegibile spiegazione della legione manipolare romana nel suo divenire, per quanto naturalmente grandi dubbi rimangano sull'argomento.

Essendo stata solo la legione a coorti dopo Caio Mario veramente studiata e in parte spiegata da storici e studiosi, è arduo spiegare i precedenti 400 anni della legione romana nei suoi continui mutamenti e miglioramenti. A parte storici tedeschi spesso citati, solo il Gabba si è impegnato ad affrontare queste tappe, pur essendosi dedicato quasi unicamente alla legione post- mariana tardo repubblicana. E basti pensare, più di recente, alle scarne 8 righe dedicate all'esercito romano pre- mariano (cioè manipolare) da Jean Michel Carrié nel capitolo "Il soldato", ne "L'uomo romano", a/c Andrea Giardina, Bari 1989 (pag. 103, righe 15- 22) [12]. Anche il buon servizio televisivo del 13 aprile 2002 curato da Alberto Angela (che pure citeremo spesso, per le armi, con link ai filmati) riguarda unicamente - per esplicita ammissione - l'esercito dell' Impero Romano

Le fedeli ricostruzioni fornite dal film "IL GLADIATORE" sono permesse proprio dalle conoscenze sull'esercito romano imperiale: nel filmato che segue le macchine da lancio sono già dell'età di Alessandro Magno e poi di Archimede, Ctesibio e Filone (III sec. a.C.), ma elmi e corazze sono rispettivamente cesariani e traianee.

Eccezione quasi assoluta - specie per gli armamenti- rimane Nic Fields nel 2011, con un testo dedicato alla legione manipolare. Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in eta' repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) sull'origine del SISTEMA MANIPOLARE diverso da quello falangitico greco, attribuendolo nominalmente a Furio Camillo dutante l'invasione gallica e piu' plausibilmente (SALLUSTIO) agli anni delle guerre sannitiche: <<Percio' e' plausibile che, nelle guerre sannnitiche, durante i cinque anni di intervallo tra l'umiliazione delle Forche Caudine, 321 a.C., e la ripresa delle ostilita' nel 316, la milizia romana abbia effettuato un completo addestramento nelle tattiche manipolari, utilizzando unita' piu' piccole e piu' flessibili come quelle in apparenza usate dai Sanniti; tuttavia Livio, la nostra fonte per questo contesto specifico, potrebbe aver usato una terminologia romana
perche' fosse chiara ai lettori (p. es. 8.3.11; 10.20.15; 15.40.6)>>.  

Sarà necessario quindi districarci in almeno 600 anni di fitti cambiamenti militari e censitari (e viceversa).

Cominciamo con qualche antica citazione che conferma le tesi sostenute: "Hastati dicti qui primi hastis pugnabant, pilani qui pilis, principes qui a principio gladiis. Ea post commutata re militari minus illustria sunt" [Varrone, De lingua latina V, 89: "Astati erano detti quelli che originariamente combattevano in prima fila con la lancia, pilani quelli che usavano i giavellotti (pila) e principi quelli che da principio combattevano col gladio. In seguito, per il mutamento dell'organizzazione militare, questi termini diventarono meno pertinenti"]. Gli HASTATI avevano PILA da lancio (giavellotti) e non aste o lance; i PRINCIPES con spade e pila erano i secondi per diventare i primi oltre i manipoli di HASTATI e ritirarsi di nuovo, mentre nella falange erano solo i primi perché più maturi e robusti degli hastati, ma più giovani e agili dei triarii; i TRIARII (PILANI) erano solo armati di aste e lance, non di pila, mentre nella FALANGE con lance e in ranghi serrati erano anch'essi in prima fila e in un altro periodo antico usarono i pila per combattere in prima fila dalla formazione più aperta che occupavano nelle retrovie. E' ciò che avverrà ai RORARII e ACCENSI (plebei armati solo di fionde e frombole, diventati forse dal 513=241 e sicuramente dal 543= 211 vèlites) che si sposteranno dietro l'ultima fila e davanti alla prima e viceversa, per provocare i nemici e filtrare attraverso i manipoli "a quinconce" [13].

Il passo di Varrone citato in precedenza appare in contrasto evidente, per la funzione dei principes, con quanto riferisce Dionisio di Alicarnasso, Rom. Arch. XX, 11, 2, parlando della vittoria dei Romani ad Ascoli contro Pirro: "Quelli che combattono da vicino impugnando lance da cavalieri con entrambe le mani, e che per lo più raddrizzano le situazioni difficili in battaglia, sono chiamati dai Romani principes". Probabilmente già mutata, tra l'antichità di cui parla Varrone e l'epoca di cui narra Dionisio, era la funzione tattica dei vari manipoli con le relative centurie. Altresì ardua è la datazione della importante distinzione, all'interno di ogni classe di centurie, di due liste di iuniores e di seniores. Essa presuppone la possibilità di armare un doppio esercito di campagna e di guarnigione (difesa territoriale) e pur per chi accetta l'istituzione già in età regia (serviana) dell'ordinamento centuriato, essa, secondo il Gabba, deve per forza essere successiva al VI- V secolo a. C.[14].

Ma resta considerazione fondamentale il fatto che l'introduzione del sistema manipolare al posto di quello a falange determinò di per sé, per motivi di organizzazione tattica della legione e anche di aumento dei reclutabili, un ulteriore[15] declino delle CENTURIE sia come strumento (distretti) di leva che come vera e propria distribuzione censitaria dei soldati all'interno dello schieramento. Si generò infatti una preferenza per l'arruolamento (non più censitario bensì per sorteggio da parte dei tribuni militum, senza distinzione di centurie e di classi) in base alle TRIBU', che il Gabba per primo[16] fa risalire al =275- =281 a. C. e che viene visto come precedente di un abbassamento di censo (da 11.000 a 4.000 assi per la V classe [17]) e di abbandono del dilectus tumultuarius [18] nel periodo compreso tra il 513=241 a. C. e la prima metà della II guerra punica [19]. Secondo il Gabba, solo durante la guerra annibalica ha inizio la progressiva trasformazione di proletarii in adsidui reclutabili, abbassandosi da 11.000 a 4.000 assi il censo della V classe. L'uso infatti indispensabile di schiavi e nexa[20] da liberare tra il 537=217 e il 538=216 non può non aver spinto a ricorrere maggiormente anche all'uso di cittadini, sia pure poveri, e il precedente "tumultus" (mobilitazione di emergenza), con cui di solito tale chiamata generalizzata avveniva, si rivelò insufficiente, anche se usato in quei due anni dopo il Trasimeno e dopo Canne [21].

La nostra ricostruzione cronologica della storia della legione romana arriverà solo da ultimo all'arruolamento secondo le 35 tribù, che sostituì, nell'età delle guerre puniche, l'arruolamento esclusivamente centuriato. L'ordinamento territoriale dei cittadini per tribù, spiegato nel capitolo precedente e reso definitivo dal 513=241, si era già affiancato allora, come abbiamo appena spiegato, all'organizzazione essenzialmente militare dei cittadini nell'ordinamento centuriato (in classi di censo serviane e centurie [22]) per stilare le famose liste delle tabulae censoriae di iuniores e di quelle di seniores, liste che erano alla base della chiamata alle armi, cioè dell'annuale arruolamento militare ad opera dei consoli (Polibio, VI, 19- 20). Questo mutamento nel metodo di leva (cioè l'arruolamento per tribù che si sovrappone a quello centuriato) il Gabba lo pone altrove[23] orientativamente "nel secondo quarto del III sec. a. C.": anche noi lo esamineremo più avanti come entrato in vigore molto genericamente nel periodo dal 474=280 al 513=241 a.C. e più probabilmente, sulla scorta del De Sanctis e dello stesso Gabba, proprio nel 241 (o comunque tra il 513=241 e il 536=218), tra la prima e la seconda guerra punica.

Più in generale (e questo varrà anche per gli eserciti tardo repubblicani e imperiali, per i semplici cittadini soldati o per i più alti ufficiali), il nome del soldato (del cittadino) romano era normalmente così composto:

1 praenomen (il nostro "cognome")- 2 nomen gentilizio- 3 filiazione- 4 tribù- 5 cognomen (il nostro "nome")- 6 patria (soprattutto nell'impero)- 7 signum (soprannome) [24].

LEGIONE E MANIPOLI.

Per i Romani si attribuisce al IV sec. a. C. il passaggio dalla disposizione a falange a quella manipolare, e al III secolo a. C. la disposizione (nella unità tattica di base della Legione) di 3 linee di schieramento, ognuna di 10 manipoli, disposti in battaglia a intervalli (a scacchiera o a quinconce) con intervalli che corrispondevano, secondo Veith e Steinwender tra i più autorevoli, alla ampiezza della loro fronte (fino a 20 metri), o con meno ampiezza secondo il Delbrück e ancora meno ampi secondo il De Sanctis, che citeremo tra breve a proposito del MANIPULUS nello schieramento. La distanza tra le linee dello schieramento ammontava a 90 metri. La legione aveva una fronte ampia 600- 800 metri[25], esclusa la cavalleria alle ali.

FIG. astato in Fields 2013, ed. OSPREY

Il Pisacane[26] argomenta come segue: "L'ordine manipolare fu l'ordine di combattimento di quasi tutti i popoli italiani, e presso di loro (come presso tutti i popoli civili) il guerreggiare era già un'arte avanti la fondazione di Roma. I Romani imitandoli si ordinarono in manipoli; poco numerosi, si schierarono nelle prime guerre su di una sola fronte, non già a modo di falange[27] ma ad intervalli; serbarono poi alcune schiere alla riscossa, e quindi raggiunsero, forse all'epoca di Servio Tullio, l'ordinamento manipolare su tre fronti, per manipoli, in ordinanza fallata; alla battaglia del Vesuvio troviamo diffusamente narrato come queste tre schiere si succedevano nella pugna" (Carlo Pisacane, cit., II, cap. XXX, p. 87). Il senso di ordinanza fallata viene espresso solitamente, come più volte accennato, con "a quinconce". Per la battaglia alle falde del Vesuvio, il Pisacane si riferisce alla descrizione dell'ordinamento della legione manipolare in Livio, VIII, 8. Nonostante l'incongruenza numerica del passo ottavo (VIII, 8, 8) e nonostante la ricostruzione meno precisa di quella fornita da Polibio, questo capitolo liviano, respinto dagli specialisti come troppo inesplicabile [28] , è meritevole di sempre maggior approfondimento.

FIG. triario in Fields 2013, ed. OSPREY

Torneremo più avanti sulla derivazione sannita sia dell'ordine di schieramento romano che delle singole armi del legionario come fante pesante. Fante dunque oplitico, sebbene il pesante scudo rotondo che dava nome all'oplite fu sostituito dal pesante scutum [29] di tipo sannita [30], di forma curva, ovale e oblunga, già tendente a quella forma rettangolare semicilindrica in uso per secoli dalla riforma di Caio Mario in poi. Lo scutum era composto di due tavole di legno incollate, rivestite in tela e rinforzate esternamente in cuoio; il bordo era rivestito con lamine di metallo e tutta la struttura irrobustita con spina metallica verticale e grosso umbone centrale di ferro. Copriva il corpo del legionario quasi completamente, molto più del contemporaneo scudo rotondo del falangita greco.

 

 

FIG. SCUTUM tardo repubblicano illustrato da Alberto Angela

 

 

FIG. SCUTUM dal testo specialistico di Goldsworthy, Complete ... 2003

 

FIG. SCUTUM (TIPICO SCUDO OVALE DEI LEGIONARI)

 

Lo scudo nel servizio di A. Angela (cit.) è post- mariano 

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per SCUDO - SCUTUM (ben rinforzato nel bordo superiore da 8 fasce di ferro o rame- Polibio VI,23,4- per resistere al primo colpo roteante della lunga spada celtica) (pag.58): Lo scudo ideale dovrebbe essere tanto largo da coprire il colpo, tanto spesso da essere impenetrabile e tanto leggero da permettere agili movimenti. In pratica, solo due di queste tre caratteristiche potevano essere realizzate. I romani di questo periodo rinunciarono allo spessore dello scudo per favorire una maggiore manovrabilità. Ogni legionario portava un largo scudo piatto (scutum), di forma ovale in età repubblicana; era del tipo italico, forse derivato dai sanniti. Per essere abbastanza leggero da essere usato durante un'intera battaglia, lo scudo di norma era fatto con un doppio o un triplo strato di compensato, ottenuto con strisce di legno laminato. Coperto da tessuto e pelle, lo scudo era orlato con una rilegatura di rame e aveva una nervatura di legno (spina) con una sporgenza centrale sferica. Questa era incavata e fornita di una maniglia orizzontale, rinforzata con una lastra di ferro o di rame oppure con una borchia di ferro (umbo). Secondo Polibio lo scutum misurava 120 cm in lunghezza e 75 in larghezza, e il solo esemplare che sembra essere uno scutum repubblicano, trovato nel 1900 a Kasr-el-Harit e conservato dalla sabbia del deserto del Fayyum, corrisponde alla descrizione( 5). Questo scudo era di forma tra l'ovale e il rettangolare, lungo 128 cm e largo 63, leggermente concavo. Era formato da tre strati di listelli di betulla; quello centrale e verticale ed e fatto con listelli pia larghi, gli altri due sono orizzontali e  piu’ stretti. Gli strati erano attaccati tra loro e coperti con lana di pecora, cucita accuratamente sull'orlo. E probabile che questo materiale fosse montato quando era bagnato; una volta asciutto si restringeva, rinforzando l'intera struttura. Il corpo dello scudo era pia spesso al centro (1,2 cm) e flessibile sui bordi, il che lo rendeva molto resistente ai colpi; la cima e il fondo potevano essere rinforzati con strisce di rame o di ferro per evitarne la rottura. Applicata sul davanti, scorreva verticale dall'alto verso il basso una nervatura di legno in tre sezioni. Come lo scudo da sommossa di un moderno poliziotto, lo scutum era usato sia in attacco sia in difesa, per parare gli attacchi e per colpire lo scudo o il corpo del nemico al fine di aprire varchi nella fila. Stando con il piede sinistro avanti, il legionario poteva aggiungere la spinta della sua massa corporea; in aggiunta c'era il notevole peso dello scutum. Si immagina che fosse tra i 5,5 e i 10 kg, e un forte colpo messo a segno, con il peso del corpo che insiste sulla mano sinistra, aveva molte probabilità di sbilanciare l'avversario. Infine non va dimenticato che questi cittadini-soldati di breve termine provvedevano da soli al proprio equipaggiamento, dunque dovremmo aspettarci assai più varianti nell'abbigliamento, nell'armatura e nell'equipaggiamento rispetto ai soldati delle future legioni di professionisti. Per esempio, non ci sono buone ragioni per credere che essi indossassero tuniche dello stesso colore o che gli scudi fossero adornati con le insegne del reparto. Polibio non parla di decorazioni per gli scudi, nonostante la sua dettagliata descrizione dell'equipaggiamento militate che arriva fino al colore delle piume. Sembra esserci anche il supporto delle testimonianze scultoree, come il monumento di Emilio Paolo o l'altare di Domizio Enobarbo, che mostrano scuta austeri e disadorni. Se essi erano decorati, era una questione di gusto individuale, estraneo a un senso d'identità del gruppo.

 

 

Riguardo all'uso manipolare delle tre file di combattimento, un proverbio latino ricordava l'importanza estrema, risolutiva o di difesa, della terza schiera, quella dei Triarii: RES AD TRIARIOS REDIIT (cioè: dopo che tutti i tentativi delle altre linee erano naufragati in attacco o travolti dall'assalto nemico, rimanevano come estremo rimedio i Triarii). Soltanto che quest'ultima difesa era anche, per lo più, la risolutiva e vittoriosa riscossa.

 

Il MANIPULUS prendeva nome da un pugno di paglia o fieno legato a un'asta come insegna. Indica quindi molto l'origine rurale e contadina dei primi schieramenti. Vi erano 30 manipoli per ogni legione e in seguito vi saranno (vedere più avanti) 20 véliti per ognuna delle 60 centurie, cioè 1200 vèlites (armati alla leggera). Oltre (sempre come schieramento in battaglia) a 120 astati in 10 file, 120 principes in 10 file e 60 triarii in 10 file [31].

Per quel che riguarda la collocazione dei singoli soldati,il passo famoso, fondamentale e controverso di Pol. XVIII, 12-13, in cui si confrontano falange greca e legione romana, è indispensabile per capire la distanza tra ogni singolo componente della falange ellenistica dell'età delle guerre puniche e quella tra ogni singolo legionario della legione romana manipolare dello stesso periodo: restando indiscusso, come dice Polibio, che ogni legionario romano avrebbe avuto davanti a sè in battaglia due falangiti e 10 sarisse. Le tesi del Soltau, Kromayer, dello Steinwender, del H. Weber (in "Klio" XIV, 1914, p. 113 sgg.) e del Kähler hanno in comune l'accettare che3 piedi fosse la distanza tra i singoli falangiti, con file e righe serrate e sarisse di 14 cubiti abbassate dalla 1° alla 5° riga, mentre6 piedi richiedeva ogni legionario per il combattimento individuale manipolare, con spada e grande scudo di cuoio per tutti gli opliti (non rotondo come per il falangita), slargando ognuno a 6 i3 piedi dello schieramento iniziale, come distanza sia tra le righe che tra le file. Da queste per noi accettabili tesi si differenziano, tra i più importanti, il Delbrück (un piede e mezzo tra i falangiti, 3 anche in combattimento tra i legionari) e il De Sanctis (3 piedi nella falange come nella legione).

Generalizzando la soluzione delle prime tesi, si può dire che, dopo essersi schierati a 3 piedidi intervallo, i legionari si portavano a 6 o slargando le file a spese degli intervalli tra i manipoli che, eguali alla fronte dei manipoli stessi, ne rimanevano in tal modo chiusi, o facendo avanzare uno sì e uno no i soldati della prima linea e ripiegare alquanto indietro i rimasti. Quest'ultima, che è l'ipotesi del Kromayer, suppone un alternarsi tra urto delle file serrate contro il nemico (Massendruck) e combattimenti singoli dei legionari avanzanti oltre la linea (Masseneinzelkampf), alternarsi determinato appunto dalla stanchezza dell'urto, che non poteva protrarsi oltre un certo termine (circa 15 minuti) e si rilassava di tratto in tratto quasi per tacito consenso d'entrambi gli avversari[32]. 

Dicevamo che il De Sanctis (GDS III2 pp. 138 sgg.) si discosta nettamente da queste ipotesi, sostenendo che "gli intervalli tra le file, nella falange come nella legione, sono, per Polibio, di 3 piedi; ossia si corrispondono interamente" e più avanti, motivando pienamente il suo ragionamento, conclude: "se un legionario è attaccato da due falangiti, ne attacca anche due; per modo che, essendo gli intervalli uguali, come un legionario due falangiti, così un falangita ha di contro due legionari; e il danno e il vantaggio dei due ordinamenti per questo rispetto si compensano. A ciò Polibio avrebbe potuto rispondere che se anche uno stesso falangita poteva essere colpito da due spade, cosa del resto non troppo facile, contro un legionario a ogni modo si protendevano minaccevoli non due nè cinque, ma ben dieci sarisse; e questo era il punto che a lui importava di mettere in evidenza" (Ibidem p. 140- 141). Tesi che può anche non essere più valida delle compendiose e sistematiche analisi dei tedeschi già citati, ma che può interessarci per confermare il nostro assunto principale, sulla parità del combattimento falangitico e legionario almeno nella primordiale disposizione. Infatti, per quel che riguarda le singole formazioni dello schieramento, la differenza tra i due ordinamenti di battaglia interviene in modo decisivo solo nell'impatto tra gli schieramenti in linea degli opliti, frazionato quello dei Romani in 30 singoli manipoli per ogni legione, e determinando modo d'urto e combattimento individuale molto differenti tra falange e legione.

Il modo d'urto vede nei pila lanciati dai Romani una tecnica di disturbo tipica di fanterie più leggere ma non meno dirompente per determinare il combattimento individuale; solo che non era tecnica decisiva finchè lo scompaginamento (con la cavalleria o con azioni laterali) della compattezza della falange non permetteva al legionario di scompigliare ulteriormente e di attaccare individualmente il falangita. Senza quello scompaginamento (che poteva anche derivare, come a Pidna, da asperità del terreno) una falange restava invulnerabile e inarrestabile per quante si voglia legioni romane, sfondando lo schieramento nemico e costringendo a fuga disordinata qualsiasi avversario.

Pur essendo lo schieramento della falange e quello della legione essenzialmente compatti e oplitici, cioè entrambi inizialmente più o meno serrati, e determinando una violentissima potenza d'urto anche se con tecniche diverse, la vera differenziazione avveniva nel corso del combattimento delle singole formazioni (peltasti e cavalleria per la falange greca, gli stessi manipoli per la legione) per aggirare, scompaginare e sfondare. La pressione soprattutto centrale dei manipoli per sfondare era potentissima, anche senza le lunghe e fitte sarisse. La funzione dei movimenti dei singoli manipoli era studiata per questo; la distanza tra i manipoli stessi era determinante per il ricambio e lo spiegamento tattico dei combattenti e anche per ricreare successivamente masse d'urto, poderose quali si verificarono anche in sconfitte come alla Trebbia e al Trasimeno. Solo che questa compattezza falangitica dei singoli manipoli restò fino a Scipione anche il limite di rigidità, di scarsa mobilità nello schieramento manipolare romano così come nella falange. Annibale solo, in questo, anticipò i Romani e Scipione.

Ma si veda il paragrafo apposito sulla riforma tattica di Scipione, per comprendere meglio il rapporto tra sfondamento oplitico tradizionale al centro e quello innovativo di Annibale e di Scipione per l'aggiramento oplitico ai fianchi.

Polibio XV, 9, parlando della tattica di Scipione a Zama, è il testo chiave per conoscere la funzione tradizionale dei manipoli e in cosa l'utilizzazione tattica da parte di Scipione apportò mutamenti non nello schieramento iniziale ma nello sviluppo dell'azione d'attacco. I 30 manipoli, su tre file di 10 ognuna e normalmente alternati a scacchiera, tradizionalmente non servivano (come poi innovò Scipione) anche a prolungare sui lati lo schieramento e a sfondare addirittura le ali del nemico con la fanteria pesante, bensì a far alternare (come si afferma nel passo per lo più inesplicabile di Livio VIII, 8, 8) linee di combattimento distinte in base all'esperienza, all'anzianità, alla specificità di armi e soprattutto alle necessità di ricambio dei combattenti, per avere masse d'urto meno fiaccabili.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in eta' repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) sul CONTUBERNIUM: <<Con 60 legionari pesanti (hastati,principes) per centuria c'erano solo tre formazioni possibili:  3, a 6 o a 12 per fila. Ciascuna era formata raddoppiando quella precedente. La formazione di base, 10 file di 6, 6 confermata dal normale ordine di marcia con sei uomini affiancati; quando si aggiungevano i 20 velites associati a ogni centuria, arriviamo al numero consueto di 8 uomini per fila (cfr. il sistema greco di usare multipli di 8). Era noto come contubernium, "compagnia", il gruppo dei membri di una fila che condividevano la tenda; vivere in stretta vicinanza per lunghi periodi sollecitava solidarieta e cameratismo, cio che i moderni commentatori chiamano dinamiche di gruppo, il cuore delle quali e' l'obbligo verso il compagno piu' che verso ideali superiori.
In battaglia un manipulus aveva dunque di norma sei uomini (hastati, principes) o tre (triarii) per fila, e perche' ciascun uomo avesse piu spazio per usare le sue armi egli aveva a disposizione, secondo Polibio (18.30.5-8), un fronte di 6 piedi romani (180 centimetri) e una profondita' uguale: cio' che il tattico del tardo Ellenismo Asclepiodoto definisce "l'ordine piu' aperto, in cui gli uomini hanno 4 cubiti (184 cm) di spazio in larghezza e in profondita" (Tact. 4.1). Dall'altra parte Vegezio (3.14.15), che qui sembra usare come fonte Catone, afferma che i legionari occupavano
un fronte di 3 piedi romani (90 cm) e una profondita' di un piede (30 cm), con 6 piedi (180 cm) tra le file. Questa stretta formazione corrisponde a quella che Asclepiodoto definisce "formazione compatta intermedia, nella quale essi sono distanti tra Toro su ogni lato 2 cubiti (92 cm)" (Tact. 4.1), e da al manipolo un fronte di circa 18 m e una profondita' di 12 m (hastati, principes) o di 6 m (triarii)>>.

Dice il De Sanctis, riferendosi a tutte le legioni manipolari della seconda guerra punica e in parte anche a quelle innovate dal comando diretto di Scipione: "I manipoli dei principes e dei triarii... avevano evidentemente un doppio còmpito: prima della battaglia, dove nella linea avanzante si fosse aperta una lacuna tra due manipoli vicini di hastati, il primo centurione del manipolo dei principes che aveva diretto all'intervallo tra quelli la sua insegna doveva avanzarsi coi suoi in prima linea chiudendo la lacuna; nella battaglia ciascun manipolo della seconda linea doveva esser pronto a sostituire quei manipoli della prima che venissero sopraffatti dal nemico. Se, in quale misura, in qual modo si usasse sostituire normalmente i reparti stanchi della fronte con reparti freschi della seconda linea, pei tempi in cui vigeva la tattica manipolare è ignoto [33] ; e non conviene senz'altro applicare a quell'età ciò che sappiamo per una età posteriore del ricambio dato a coorti o persino a legioni: che forse venne in uso con le vere e proprie riserve, cioè con la collocazione di truppe in subsidiis, che non comincia ad essere testimoniata in modo abbastanza fededegno se non sullo stremo della seconda guerra punica. Quanto poi al ricambio individuale, s'intende da sé che ciascun uomo della seconda linea prende il posto di chi dinanzi a lui in prima linea è ferito od ucciso (Arr., tact. 12, 4)" (GDS III2 pp. 145- 146). La diffidenza del De Sanctis verso capacità tattiche più "moderne" da parte dei manipoli legionari non solo di Scipione ma soprattutto precedenti al 209 a. C. è agevolmente criticabile. Le possibilità di rincalzo o di sostituzione in prima linea tra centuria posterior e centuria prior di uno stesso manipolo analizzate dallo Zotti, spesso citato a questo proposito [34], in tre rapide fasi successive (25-30 secondi, anche in arretramento), dimostrano come manipoli ben allenati consentissero di resistere e fiaccare in definitiva nemici non altrettanto organizzati, ancora prima di Scipione. Anche se solo quest'ultimo- ricorda lo Zotti- ad esempio ai Campi Magni [35], innovò utilizzo dei manipoli e struttura di comando (da quello usuale verticale su ogni legione a uno orizzontale trasversale per le 4 legioni consolari sulle tre linee di schieramento- hastati, principes, triarii) [36] con le conseguenti nuove possibilità di rinforzo, ampliamento e avvolgimento da parte anche, diciamo noi, degli "opliti".

Per quel che riguarda la distanza tra i manipoli, GDS III2 pp. 141 sgg., confermando il Delbrück, cit. I2, p. 276 per intervalli tra i manipoli assai più esigui della fronte, attribuisce al manipolo una fronte di 60 piedi e una distanza tra i manipoli di circa un sesto della loro fronte, con la stessa proporzione dello schieramento che Niccolò Machiavelli (Arte della guerra, lib. III), copiando la tattica manipolare romana, diede alle 10 "battaglie" a scacchiera che formavano il suo battaglione. Ma non dunque, letteralmente, "a scacchiera", bensì a quinconce (quincunx) [37], con intervalli molto stretti: "nella pratica gli intervalli potevano farsi maggiori o minori, secondo la natura del terreno e le condizioni della battaglia; e in ciò stava, anzi, uno dei vantaggi maggiori della tattica manipolare; come del resto, specie quando erano minimi, potevano anche abolirsi prima di combattere se questo era consigliato dalla vista dell'ordine di battaglia avversario. Piccoli dovevano essere a ogni modo, perchè servissero sì come articolazioni, ma non come vie aperte al nemico" (GDS III2 p. 144).

Con manipoli di 120 uomini per hastati e principes [38] (160 nella prima linea e 186 nella terza considerando anche la fanteria leggera di rorarj e accensi) su 12 righe con la fronte di 10 uomini (10 file o colonne), la fronte della legione era di 690 piedi, cioè oltre 200 metri, e di 850- 900 metri per due legioni consolari; di metà si riduceva la fronte complessiva se si aumentava a 20 file (con 6 righe di profondità) ogni manipolo. Calcolando non tale metà, ma l'intero, la profondità complessiva della fanteria pesante romana schierata sulle tre linee sarebbe stata di 63 piedi, 18,50 metri circa (con la formazione più serrata a falange e per la massa enorme di fanteria a Canne sono eccezionalmente calcolati circa 27 metri). Con altri 180 metri (più 10 metri di intervallo intermedio con la fanteria) di ogni ala di cavalleria (cioè 360 + 20 metri per le due ali di cavalieri) l'esercito consolare si stendeva per 1250 metri circa. Un buon "tattico" recente, Nicola Zotti [39], conferma quest'ultima misura, calcolando i tre piedi (cm. 88,8) di ogni fante e, per ogni manipolo, (con le due centurie che lo compongono, una dietro l'altra) 9 metri di fronte e 11 o 22 metri di profondità, con circa 11 metri di spazio vuoto alla destra di ogni manipolo. Se quest'ultima misura contrasta con altre ricostruzioni a partire dallo stesso Machiavelli, è indubbio che, nella manovra tattica ricostruita dallo Zotti (con l'esempio anche delle "colonne" francesi nelle guerre napoleoniche), la centuria posterior di ogni manipolo che si affianca alla centuria prior non solo chiude qualsiasi varco al nemico (con un movimento effettuato a 50- 60 metri di distanza da esso; percorrendo cioè 15 metri in una decina di secondi) [40] ma consente sempre di mantenere la maggiore libertà e agilità di manovra tra le asperità del terreno.

 

FIG.- Bassorilievo raffigurante legionari romani della Repubblica con gladio tradizionale e scutum (scudo). Zentralmuseum Mainz.


IL PILUM E LE ALTRE ARMI DEL LEGIONARIO.

Riguardo al PILUM, la tipica arma da lancio del legionario romano, esso era senza dubbio un'arma sannita [41]. Era una pesante lancia da getto di 2 metri e 10 cm. con una lunga punta di ferro. Il suo colpo era così forte da poter trapassare scudo e corazza, e in ogni caso la lunga punta si conficcava talmente che anche staccata era ormai inutilizzabile dal nemico per un eventuale rilancio "al mittente". Inoltre, anche se i pila non recavano alcun danno diretto all'avversario, configgendosi solidamente nello scudo ne impedivano l'uso: in tal modo la salva di lance diminuiva già la possibilità di difesa dell'avversario facilitando la lotta alla spada. Tralasciamo qui le tesi sulla minore utilità, a proposito, del pilum premariano, che si sarebbe spezzato più facilmente: in realtà la lunga punta di metallo, oltre alla forza di penetrazione, aumentava da sempre la resistenza ai colpi tendenti a spezzarlo. Un legionario aveva 2 o 3 pila- 1 o 2 più corti e leggeri (circa 1,5 Kg. e tra 1,2 - 2 metri) e quello pesante già descritto, lanciabile da 40- 50 metri [42].

 

FIG. SOLDATO ROMANO CON PILA (GIAVELLOTTI)

Il pilum era molto potente: trapassava a 13 passi del legno rivestito su entrambi i lati da lamine metalliche per1,5 cm., anche perché rinforzato alla congiunzione tra ferro e asta per migliorare il bilanciamento e con punta di ottimo acciaio. Altri esperimenti mostrano che a5 metripenetra tavole spesse2 cm. di legno compensato e3 cm. di legno di abete.

 

 

 

FIG. PILUM illustrato da A. Angela

Il combattimento poteva in effetti avvenire sia còmminus (cum manus), cioè ravvicinato, in corpo a corpo con il gladio, oppure èminus (e=senza, manus) a distanza, con i pila.

Anche nella seconda guerra punica e nelle guerre per la conquista dell'Oriente la lancia da guerra tipica del legionario delle prime file fu questo pilum, giavellotto distinto da altri tipi di lance. Lo si deduce non solo dal contemporaneo Plauto nel II atto della Mostellaria, o da altri autori contemporanei come Polibio, ma anche dai posteriori Cesare e Livio, che indicano sempre in tale arma il giavellotto chiave della formazione militare romana durante tutta la Repubblica. Anchese solo con la riforma di Mario l'hasta (picca), ancora presente nelle ultime file dello schieramento, venne sostituita dal pilum per tutti gli elementi della legione [43].

Per Giovanni Brizzi ,I Manilia imperia tra furor e disciplina e la riforma manipolare, in Sileno 16 p. 193-206, sulla battaglia di V&egraveseris del 340 a.C. (alle falde del Vesuvio con i Campani alleati dei Latini? o del vulcano di Roccamonfina? O la Vescia aurunca?), alla fine della guerra latina) pilum e scutum furono adottati dai Romani prima delle guerre sannitiche e perci&ograve anche la riforma manipolare, legata a queste nuove armi, avvenne gi&agrave durante la guerra latina o prima (cfr. BLOCH- GUITTARD, Introduction a Tite Live, VIII, Belles Lettres Paris 1987 p. CXIV- CXX). Reinach (in Daremberg- Saglio cit. 4.1 p. 481-484 pilum) aveva sostenuto là origine sannita del pilum e la sua introduzione con le guerre sannitiche, confutato da Schulten (PW cit. 20.2, 1950, 1333 ss. pilum) che sosteneva là origine spagnola, e cio&egrave dalla falarica (grosso giavellotto da lancio) dei mercenari iberici nella I guerra punica, e da Salmon (I Sanniti, cit., p. 107) che negava là origine sannita. Il quale Salmon si contraddiceva perch&egrave poco prima aveva accettato là origine sannita (Ibidem p. 102).

 

FIG. Pilum, lungo2,10 metri, di cui 2/3 (1,40 m.) di fusto di legno largo circa3 cm. al quale era aggiunto un puntale di ferro (di eguale lunghezza) tramite un codolo piatto fissato per70 cm. (metà della lunghezza del puntale) e mediante rivette in un intaglio del fusto. Pesava in tutto 2 chili ed era ben equilibrato per il lancio rinforzando la congiunzione tra asta e puntale. La terza fila dello schieramento, cioè i 10 manipoli di TRIARII, aveva ancora l' hasta (lancia o picca).

Ma soprattutto con le guerre galliche, tra le prime due guerre puniche, si era molto diffuso, in reparti dell'esercito romano, anche il giavellotto chiamato gaesum, giavellotto (e anche lancia, dice il Fabro da noi già citato) tipico dei Galli. Si tratta dei Galli Gesati battuti dai Romani nelle campagne del 529=225- 531=223 (Polibio II, 22- 23 e 27- 31; ma per la giusta etimologia del nome, Cesare, B.G., III, 4, 1): erano Transalpini alleati nel 225 con Boi e Insubri, coi quali furono battuti dai Romani a Talamone; ma si tratterebbe in realtà allora di mercenari germanici (SII1 p. 72). L'uso di questo gaesum da parte di soldati romani è evidenziato da Polibio soprattutto nel libro XVIII (almeno in ciò che ne rimane). Ma già Livio in VIII, 8, 6, dice che il gaesum era sempre usato dalla fanteria romana più leggera. Questi gaesa gallici erano giavellotti muniti di una specie di uncino di ferro.

 

Pilum nel servizio di A. Angela (cit)

Virgilio nell'Eneide (es. : Aen. VII, v. 664) elenca come armi tipiche il pilum per i Romani, il gaesum per i Galli e le sàrisse (le lance della falange) per i Macedoni. Spieghiamo invece più avanti (paragrafo sulla fanteria leggera) che il grasfo era un giavellotto aguzzo e leggero che forse era in uso non tanto presso tutta la fanteria leggera romana in genere (i véliti), ma solo tra quei vèlites trasportati dalla cavalleria sul posto del combattimento e introdotti nel 543=211 contro la cavalleria campana e contro Annibale. Almeno questa è la nostra tesi.

 

FIG. SOLDATI ROMANI DELLE GUERRE PUNICHE CON SCUTUM (SCUDO OVALE OBLUNGO)

 

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per PILUM - GIAVELLOTTO p.50: Nella legione liviana non vi sono riferimenti al pilum che, se si deve accettare la testimonianza dello storico, poteva non essere stato ancora introdotto. La prima comparsa di un pilum risale al 293 a.C., durante la Terza guerra sannitica (Livio, 10.39.12; cfr. Plutarco, Pyrrh. 21.9), anche se l'utilizzo piu' antico di quest'arma potrebbe essere del 251 a.C. (Polibio, 1.40.12). II pilum, dunque, dovette essere adottato dai romani che avevano sperimentato la sua efficacia quando fu usato contro di loro dai mercenari iberici, che combattevano accanto ai cartaginesi nella Prima guerra punica (264-241 a.C.). Polibio distingue tra due tipi di pilum (hyssos in greco), "grosso" e "sottile",e dice the ogni soldato li aveva entrambi (6.23.9-11). Esemplari da Talamonaccio (l'antica Telamone, in Etruria), sito di una battaglia romana (225 a.C.), e da Numanzia (vicino a Burgos, in Castiglia), sito di un assedio romano (134-133 a.C.), confermano l'esistenza di due strutture diverse. Entrambe avevano una punta a forma di piramide alla fine di uno stretto fusto di ferro, inserito su un'asta di legno di circa 140 centimetri. Era preferito il legno di frassino, ma erano usati anche quello di nocciolo, di salice e di pioppo. Un tipo di pilum aveva il fusto incavato, mentre l'altro aveva un largo codolo piatto fissato a una sezione assottigliata dell'asta di legno. Il secondo tipo sembra corrispondere al pilum "sottile" di Polibio, con la diffusa articolazione di legno e ferro. Questa parte poteva avere la sezione quadrata o circolare, ed era rinforzata con una piccola ghiera di ferro. Il fusto di ferro aveva una lunghezza variabile, la cui media, per gli esemplari che abbiamo, 6 di circa 70 cm. II peso dell'arma era concentrato dietro la piccola punta a piramide, e le dava una notevole forza di penetrazione. La lunghezza del fusto di ferro dava al pilum la possibilità di attraversare lo scudo del nemico e di procedere fino al suo corpo. Un utile effetto secondario di quest'arma di penetrazione consisteva nel fatto che il sottile fusto tendeva a cedere e a piegarsi per il peso dell'asta. Distrutte le sue qualità aerodinamiche, non poteva pia essere recuperato, ma se restava conficcato nello scudo era molto difficile estrarlo: ciò costringeva probabilmente chi era stato colpito a liberarsi del suo scudo appesantito e a combattere scoperto. Esperimenti moderni hanno dimostrato che un pilum gettato da 5 metri può bucare il legno di pino fino a 30 mm e il compensato fino a 20. La portata massima di un pilum era di circa 30 metri, ma aveva un'efficacia reale entro i 15. Lanciarne uno da vicino assicurava una precisione maggiore e una superiore capacità di penetrazione.

  

Sempre Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per la LANCIA OPLITICA - HASTA p.54 osserva: <<L'arma principale dei triarii era una lunga lancia appuntita. Fatta di legno di frassino, lunga circa 2-2,5 metri, era un residuo del periodo in cui l'esercito romano aveva un'organizzazione oplitica, ed era provvista di una punta di ferro, spesso lunga tra i 20 e i 30 cm, e una base appuntita di bronzo. Questa, oltre a essere un contrappeso per la punta, permetteva alla lancia di essere piantata a terra quando non era utilizzata (essendo di bronzo, non si arrugginiva), o poteva essere usata per combattere se la lancia si era spezzata o fracassata nella mischia. Lo svantaggio principale della lancia stava nella fragilità dell'asta di legno. Nel combattimento ravvicinato l'arma era tenuta in genere sopra la spalla destra, pronta per un colpo dall'alto, anche se poteva essere conveniente metterla sotto il braccio se si caricava di corsa. In entrambi i casi chi la brandiva aveva bisogno di tenere i gomiti vicini al corpo per non esporre la vulnerabile ascella destra. Il bersaglio principale di quest'arma era la faccia, che non era protetta in alcun modo. Bersagli secondari erano gola e ascella, parti in genere esposte e poco protette dall'armatura: ferite in queste aree mettevano in grande difficolta' il nemico, se non erano fatali. Il centro dell'asta era avvolto da una corda o una stringa per favorire una presa salda. Aver conservato la hasta come arma offensiva da parte dei triarii dimostra che i romani non erano del tutto convinti della superiorità del pilum in ogni circostanza, bensì preferivano fidarsi della lancia appuntita per l'assalto finale o anche per opporre un'estrema resistenza>>. 

 

 

A proposito della armi romane nella seconda guerra punica, riteniamo efficaci alcune osservazioni di Nicola Zotti (pag.36 sel suo opuscolo su Zama, cit.): "La guerra antica era un affare cruento, molto: appena iniziati i primi scontri i soldati dovevano assumere l'aspetto di macellai: soprattutto i legionari di Scipione che erano armati almeno in parte della falcata iberica nota tra i romani come Gladio Hispaniensis: una spada dall'origine incerta ma dalla forma somigliante alla kopis greca e alla sapara assira. L'ottimo minerale di ferro con il quale la si fabbricava e soprattutto la sua forma, ne facevano un'arma terrificante. Il peculiare profilo della lama, che si allargava verso la punta, spostava il centro di gravità ben più avanti che in una spada dritta, incrementando in misura tanto grande l'energia cinetica del colpo da consentirgli di spaccare scudi ed elmi, e di tagliare di netto braccia e teste. Scipione l'aveva importata dalla Spagna e ne aveva addestrate all'uso le proprie truppe: infatti richiedeva un po' più di scherma di quanta non fosse abituale, perché permetteva anche l'uso del taglio oltre che della punta, e quindi era, ad esempio, l'arma ideale per i veliti, i più liberi nei movimenti tra i legionari.

Se la spada era l'arma principe di ogni combattimento, il prologo, e che prologo, veniva recitato da le armi da getto. Tanto le truppe romane quanto quelle al servizio dei cartaginesi, infatti, si avvalevano di un giavellotto per preparare il combattimento ravvicinato. I legionari ne avevano due o tre, uno o due leggeri %u2011 di lunghezza variabile tra m. 1.2 e m. 2, con peso medio di kg. 1.3-1.8 che veniva scagliato a circa 40 metri di distanza dal nemico e uno pesante%u2011 lungo m. 2.10, di cui un terzo circa di puntale e il resto di manico, per un paio di chili di peso %u2011 lanciato subito dopo, per preparare il contatto col nemico.

Ho personalmente qualche difficoltà a definire giavellotto il pilum pesante del legionario romano: il pilum è un'arma, per l'epoca, tecnologicamente avanzatissima ma forse non veniva ancora utilizzata in quelle salve micidiali che da sole valsero a vincere molte battaglie di epoca successiva. In sé, l'idea di un giavellotto pesante non è, infatti, rivoluzionaria: già nell'Iliade gli eroi hanno giavellotti di metallo, gli íberici lo chiamano soliferrum, i celti chiamano invece gaesum uno spiedo con un manico di legno sul quale viene innestata un puntale con un cannone molto lungo, che contribuisce ad appesantirlo non poco. Ed è dai celti, più che da etruschi e sanniti come è stato ipotizzato, che i romani assunsero probabilmente il pilum, modificandolo con alcuni accorgimenti: la sua struttura era tale da conferirgli una penetrazione micidiale: moderni esperimenti hanno mostrato una penetrazione di tavole spesse 2 cm. di legno compensato e di 3 cm. di legno di abete, con un lancio da 5 metri.

La forza del pilum non è solo nella sua penetratività: usato come arma da impatto è maneggevole e, avendo una punta di metallo, resiste ai colpi tendenti a spezzarlo. Però, per essere veramente efficace deve venire lanciato simultaneamente linea per linea in rapida successione: in pochi secondi una centuria, ammesso che solo la metà degli uomini riuscisse a lanciare le proprie armi, metteva un giavellotto ogni 250 cm2 di fronte, con gli effetti che possiamo immaginare".

 

FIG. TRIARIUS E VELES (VèLITE) CON SPADA FALCATA ROMANI in Nicola Zotti- Riccardo Affinati, Zama, cit.. pag.19.

LE ARMI DEL LEGIONARIO.

Durante la IIguerra punica tutti i fanti delle tre file dello schieramento legionario, a parte pilum o hasta, avevano spada a doppio taglio (gladio tradizionale oppure, come vedremo più avanti, gladio falcato di origine spagnola), scudo (scutum)[44] ovale alto 1,20 metri [45] oltre a elmo crestato, schinieri, usberghi (interi o a piastre) di bronzo o lorica [46] a maglie di ferro copiata dai Celti. Cassis era l'elmo di metallo, gàlea l'elmo di cuoio rinforzato.

FIG. maglia ad anelli (lorìca hamata) in Fields 2013, ed. OSPREY

La lorica hamata (cotta di maglia dei legionari romani) che a Carre fu insufficiente a fermare le frecce dei Parti, con i loro potenti archi compositi, fu sostituita poi dai Romani con la lorica segmentata, più resistente ai colpi dellà arco composto partico, e fu introdotto il pilum pesante, che trapassava la corazza della cavalleria corazzata (catafratta) dei Parti, prima che con le loro pesanti lance attaccassero la fanteria pesante (la legione romana in ordine falangitico) (cfr. Brizzi, Studi militari romani, Bologna 1983 p. 24-25).

Il gladio tradizionale (e quindi anche dellà Impero) è mostrato nel servizio di A. Angela (cit.) : uso principalmente di punta, estrazione dal fodero a destra per non impacciare lo scudo

 

FIG.LEGIONARI ROMANI DELL'ETA' DELLE GUERRE PUNICHE (CON SCUTUM RETTANGOLARE ANZICHE' OVALE)

La fanteria leggera dei vèlites, posta fuori dello schieramento legionario anche se appartenente alla legione, aveva scudo rotondo di 90 cm. di diametro (il parma [47], meno pesante del clipeo oplitico greco) e giavellotti corti [48]. I diversi tipi di corazza rispecchiano il censo dei soldati: gli hastati potevano permettersi per lo più piastre pettorali di bronzo di stile italico, i principes e triarii, più facoltosi, avevano per lo più, come lorica a maglie, le loricae hamatae, di anelli di ferro intrecciate, che davano sia buona protezione che agilità [49] (vedere nostre illustrazioni successive) [50].

La rivista "Journal of Roman military equipment studies", Crookhill 1990, mostra sì reperti archeologici importanti di pilum e gaesum (per cui si vedano i riferimenti precedenti), ma sono reperti con datazioni troppo estensive (pp. 2- 3) e anche gli elmi in Dacia e in Inghilterra, tipo Weiseman (pp. 27- 42) o le spade in Olanda (pp. 99- 107), seppure tutti interessanti per il tipo celtico o germanico, dimostrano come non venga affrontato seriamente neppure in tale sede il tentativo di una precisa cronologia delle armi in uso nell'esercito manipolare. Molto meglio ha fatto l'Eichberg (cit., 1987) almeno per gli scudi.

 

FIG.3 - L'OPLITE ROMANO NELLA SUA STORIA

da sinistra a destra l'evoluzione del fante romano è evidente non tanto dalla minore pesantezza oplitica dell'armamento (più cospicua nei primi due esempi relativi al VII- V secolo e al IV- II sec. a. C.) quanto piuttosto dall'uso generalizzato del pilum nei due esempi centrali di legionario e dai diversi tipi di scudo e corazza. Il 1° fante a sinistra (etrusco- romano), del VI sec. a.C., ha equipaggiamento oplitico con elmo, corazza rigida di bronzo, scudo rotondo (clipeo), schinieri, lancia (hasta) e spada corta; il 2°, del III- II sec. a.C., e relativo propriamente alle guerre puniche, ha elmo con cimiero, scudo ovale (scutum) lungo circa1,20 m., in legno rivestito di pelle (e rinforzato da un bordo e da una borchia di ferro al centro), lorica a maglie di ferro copiata dai Celti (ma poteva anche avere usbergo di bronzo oppure lorica a squame, cioè piastre di bronzo cucite su tunica di cuoio), giavellotto (pilum) e una spada più lunga (in questo caso non il gladio ispanico); il 3°, della fine del I sec. a.C., ha elmo rotondo, lorica a squame, scudo rettangolare, giavellotto e spada; i calzoni di cuoio celtici erano indossati in climi freddi; il 4° legionario, del II sec. d.C., ha lorica segmentata, spada e lancia (hasta). La cavalleria ebbe sempre scudo rotondo.

In ANRW II, I, pp. 263- 507, i saggi dei vari specialisti [51] analizzano soprattutto la legione romana dopo la riforma di Caio Mario del 107 a.C. (ad esempio, J. Harmand, due pagine, pp. 267-268, per l'esercito repubblicano premariano, da pag. 268 per le scelte mariane. La vastissima bibliografia fornita da G. Forni nel medesimo volume, pp. 341-342, note 7- 8, per le indagini più aggiornate sulle singole unità legionarie tra gli anni 1950 e 1970, riguarda unicamente (come del resto richiesto dalla periodizzazione del volume, ma non solo per questo motivo) le legioni dall'età di Cesare e soprattutto sotto gli imperatori (il Principato). Rimane comunque interessante che dall'analisi dello stesso Forni sulla estrazione etnica e sociale dei soldati delle legioni tra l'ultimo periodo della Repubblica e l'inizio del Principato risulti questo: i supplementi di socii italici e provinciali erano reclutati nell'ordine di 6000/7000 legionari ("annualmente", si dice); nell'ordine di 5000/6000 uomini per unità legionaria erano i soldati reclutati tra i romano- italici soprattutto nei primi tempi dell'Impero, quando ancora i provinciali non erano il nerbo della legione romana (il problema dei tria nomina, e in generale del nome gentilizio, non più esclusivi del tradizionale cittadino romano, si inserisce in questo quadro, perchè viene spiegato con l'estensione della cittadinanza a soldati di diritto latino e persino peregrini)[52]. Come si vede, vi è, almeno all'inizio del Principato, una notevole continuità con la legione più antica, o almeno con la Media Repubblica, che noi analizziamo per le guerre puniche, sia dal punto di vista numerico, che di estrazione sociale e provenienza coloniaria o provinciale. Ma ancora fino a Tacito "peregrini ed externi" sono, in negativo, i legionari non romani nè italici. Secondo J.C. Mann, The Raising of New Legions during the Principate, Hermes XCI 1963, p. 483 sg., solo da Adriano in poi gli Italiani avrebbero cessato di presentarsi come volontari al servizio nelle legioni; prima di allora soprattutto l'Italia forniva coscritti per le nuove legioni [53]. Il Forni (cit., pag. 382-83) conferma solo dall'età claudia alla flavia si ebbe un assottigliarsi di leve italiche nelle legioni a vantaggio dei provinciali, mentre fino ad allora era ancora massiccia la presenza italiana. I provinciali che si arruolavano ottenevano comunque subito, per questo, la cittadinanza romana con i suoi relativi privilegi; e si privilegiarono dapprima uomini delle provincie più romanizzate (Gallia Narbonense e Lugdunense, Spagna, Dalmazia, Macedonia, Africa), forse di lontana origine italiana e discedenti di coloni.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per ARMATURA - LORìCA (pag. 48): <>.

Nessuno meglio del Le Bohec nel suo volume sull'esercito romano (cit., pag. 13; pur parlando in sostanza degli eserciti romani imperiali) ha messo in evidenza il carattere eteroclito (cioè estremamente diversificato l'un dall'altro) dell'armamento dei soldati romani persino nella più omogenea organizzazione imperiale dell'esercito da Augusto in poi: "Ancora nel III sec. d. C. Erodiano pensa che la superiorità militare di Roma poggi in gran parte sulla qualità dell'armamento individuale dei suoi soldati. Ma non bisogna farsi l'idea di una qualsiasi uniformità in questo ambito. Prima di tutto ogni grado e ogni tipo di unità, o quasi, ha una propria originalità. In secondo luogo, si può dire che non esistono quasi armi 'romane': dopo ogni campagna, a partire da epoca repubblicana, i comandanti riprendono dai vinti del giorno prima quello che possedevano di buono; vediamo così che il legionario, al tempo di Augusto, è coperto di un elmo gallico, è protetto da una corazza greca e reca in mano una spada spagnola! Infine, nel corso di tre secoli di storia, non si può che constatare una evoluzione, la quale d'altronde è imposta in gran parte da quella stupenda adattabilità dei Romani nel settore delle tecniche di guerra". Queste affermazioni del Le Bohec (cit., p. 161), sembrano in contrasto con le caratteristiche "nazionali" e specifiche che egli trova per l'armamento legionario in tutti i primi secoli dell'Impero: il gladio spagnolo e il pilum (oltre allo scutum), come già era dalla II guerra punica per entrambi gli strumenti più caratteristici della legione romana (Ibidem, pp. 162- 163). Ma è verissima anche quella varietà e diversificazione di armamenti del legionario, fin dalla prima età repubblicana, non solo per una libera scelta tra modelli più efficaci, moderni o "in voga" di singoli eserciti e popoli mediterranei (soprattutto modelli celtici, greci, macedoni o illirici), ma anche per le differenze di costo e di disponibilità che tali modelli offrivano a cittadini- contadini- soldati i quali (fino al107 a.C. con l'esercito mariano a spese parziali dello Stato) dovevano pagarsi da sè l'armamento. Ma anche con l'esercito proletario, professionale e infine imperiale dei secoli successivi, ciò che colpisce è "la meravigliosa eterogeneità del materiale militare: il gladio spagnolo e lo scudo gallico si affiancano all'arco siriano e alla corazza greca; la scelta di quel che c'è di meglio nelle panoplie delle nazioni vinte spiega in parte l'efficacia delle legioni e degli ausiliari" (Ibidem, p. 165). Gli uomini dei "numeri" barbarici avevano conservato i propri abiti nazionali, mostrando una varietà e diversità di armamento superiore a quella degli ausiliari rispetto ai soldati delle legioni dell'Impero (Y. LE BOHEC, "L'esercito romano", cit., pag. 166). Sul NUMERUS in generale, ibidem, pp. 39 e 41 e i nostri riferimenti nel paragrafo D-1)a) LE VENTI TRIBU'.

La sàrcina era il tipico zaino militare romano, più documentato per l'esercito post- mariano, del peso calcolato dai commentatori tra i 20 e i50 kg.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per SCHINIERI - OCREAE p.50: Anche se non fatale, una ferita allo stinco poteva debilitare abbastanza da far cadere un legionario, che dunque si trovava in balia di un colpo letale. Sebbene ingombranti e caldi da indossare, gli schinieri proteggevano bene gli stinchi. interessante il riferimento di Polibio (6.23.8; cfr. anche Livio, 9.40.2) all'uso di indossare un solo schiniere, e Arriano (Ars Tactica 3.5), scrivendo circa tre secoli dopo, lo conferma, affermando che i romani antichi ne portavano solo uno sulla gamba principale, la sinistra. Vegezio (1.20), che scrive due secoli dopo, parla invece della gamba destra. Senza dubbio molti di coloro che potevano permetterseli ne portavano due; ciascuno copriva la parte inferiore di una gamba, dalla caviglia al ginocchio (ma la fotografia a pag. 42 evidenzia un bassorilievo con schinieri a entrambe le gambe). Schinieri di stile italico, opposti a quelli greco- etruschi, erano in genere allacciati con stringhe, mentre gli altri aderivano grazie alla loro elasticita'.

La grande produzione di stivali in pelle nell’antica Roma, soprattutto in Emilia Romagna, ha solo di recente riscontri archeologici e non può non essere messa in relazione all’equipaggiamento dell’esercito romano in regioni più lontane da Roma, così come l’uso di brache (pantaloni in pelle), calze e calzini di lana e di lino e mutande vere e proprie. Cose disperse e tralasciate per millenni dalla storiografia. Seguiamo qui un servizio televisivo di Alberto Angela sulle scarpe dei legionari romani a Vindolandia, nel nord dell’Inghilterra (Britannia) 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIG. Stivali in cuoio di soldati romani trovati in Inghilterra. Colpiscono: 1-2-3-4 la fattura moderna e accurata; 5-6 lo stivaletto per bambino piccolo, con borchie; 7- le borchie nella suola; 8- i calzettoni di lana ben conservati

 

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per CALIGAE - STIVALI CHIODATI- che a differenza dei moderni scarponi militari erano formate in modo da ridurre la probabilità di vesciche (pag. 47): La normale calzatura militare per tutti i tipi di truppe, la caliga, era fatta con una tomaia traforata, una soletta e una suola. La suola, spessa 20 mm, era formata da alcuni strati di pelle di bue attaccati con chiodi conici di ferro. La tomaia pesava 1 chilo circa; essa era allacciata sul centro del piede e in cima alla caviglia con una striscia di cuoio, e i fori permettevano un'eccellente ventilazione che riduceva la possibilità di vesciche. Sculture di età tarda mostrano che spesse calze di lana (undones), aperte sull'alluce e sul tallone, potevano essere indossate sotto gli stivali. I chiodi servivano per rinforzare le caligae, per dare maggior trazione a chi le indossava ma anche per ferire l'avversario calpestandolo. Inoltre il sistema di chiodi sulla suola era disposto in modo molto ergonomico e anticipava le moderne scarpe a trazione, facilitando il passaggio di peso da un piede all'altro quando esso era posto al suolo. Ricostruzioni moderne hanno dimostrato che, se indossate in modo appropriato, le caligae sono una calzatura eccellente e possono resistere per centinaia di chilometri. Come 6 normale per l'equipaggiamento militare del passato e del presente, le caligae richiedevano una cura giornaliera: per esempio, dovevano essere sostituiti i chiodi perduti, e andava pulita e lucidata la tomaia traforata.

 

FIG. Calzari romani di cavalleria.

 

FIG. ELMO DI LEGIONARIO

Il pìlleus (pìleo) era un tipo di copricapo militare non metallico, che aveva in parte sostituito l'elmo etrusco- corinzio, ma che era forse, specie da Camillo in poi, ben rinforzato con placche metalliche, come già i caschi creto- micenei (Couissin, cit.)[54]. Gli elmi più disparati erano usati dai legionari, da quelli italici a quelli gallici di tipo Montefortino e a vari tipi greci [55].

 

FIG. Elmi dal testo specialistico di Goldsworthy, Complete... 2003.

Torneremo su elmi dell'età imperiale, principalmente quello di Weisenau introdotto da Giulio Cesare e presente nel servizio di A. Angela (cit)      e in film kolossal storici quali Cleopatra o il Gladiatore 

 

 

 

 

Elmi in "Le 7 meraviglie del mondo antico" (DVD "La macchina del tempo")

Ma l'elmo documentato per i fanti di questo bassorilievo romano del II sec. a C. era forse il più diffuso al tempo di Annibale.

 

FIG.2 - Bassorilievo con nave da guerra romana del II sec. a. C. (si notino i remi che fuoriescono da una terza fila indicata da punte di remi sotto i piedi dei soldati).

La legio linteata sannita, legione sannita con tuniche di lino di cui parlano Livio, X, 38, 12, Plinio, N.H., XXXIV, 43, e Festo p.102 Lindsay, viene analizzata dal Salmon [56] insieme agli strettissimi rapporti tra esercito sannita ed esercito romano delle guerre puniche. Forse già dal IV secolo le innovazioni sannite furono introdotte nell'esercito romano, su sollecitazione di Camillo [57].

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per ELMO -GALEA (pag.41 sgg.): La testa di un legionario, qualunque fosse il suo censo, era ben protetta da un elmo, stretto sopra il suo cranio. Polibio dice (6.23.14) che i legionari indossavano un elmo di bronzo, ma non lo descrive. Sappiamo pero' che gli stili attico, etrusco- corinzio e Montefortino erano popolari in Italia a quel tempo e dovevano essere usati gia' allora, come anche in seguito, dalle truppe romane. Polibio afferma (6.23.12-13) che gli elmi erano coronati da tre strisce verticali viola o nere alte un cubito (44,4 cm), che elevavano di molto l'altezza di chi li indossava. Possiamo osservare due tipi, quello attico e quello Montefortino. L'elmo di stile attico sembra essersi evoluto da quello calcidico, cosi' nominato per i vasi del VI secolo a.C. dove esso compare per la prima volta. Ben ventilati, comodi per vedere e per sentire senza sacrificare troppo la protezione della faccia, questi elmi sono stati molto diffusi nella loro forma originale. Apparvero anche versioni perfezionate, con una cresta dorsale per proteggere meglio il cranio e parti aggiuntive sulle guance per migliorare la ventilazione. La protezione del naso divento' piu' piccola e spari' del tutto da alcuni elmi, dando origine allo stile attico in cui la sola traccia del riparo nasale e la "V" rovesciata sulla fronte. Fu un tipo di elmo molto popolare nella penisola italica. Le creste, se indossate, erano spesso bianche, rossicce o nere, fatte con chiome di cavallo naturali (ma potevano anche essere dipinte). Il tipo Montefortino si sviluppo' nel IV secolo a.C. e fu diffusissimo tra i romani, che probabilmente lo presero dai Galli Senoni. Questo grosso elmo era tenuto fermo da strisce di cuoio che correvano attraverso anelli sotto la protezione della nuca; passavano sotto il mento e si legavano con lacci di metallo, ganci o borchie nella parte inferiore di entrambi i ripari per le guance. Anche se la protezione della nuca era stretta, un colpo di lato avrebbe fatto saltare via l'elmo se esso non era ben assicurato. I ripari per le guance erano incardinati. Una cresta, fatta con criniere di cavallo o con tre strisce verticali, era attaccata con un perno a un pomello in una cavita' sulla punta dell'elmo, ed era riempita di piombo dopo che il perno era stato inserito. (Cfr. anche Cascarino 2007, p. 104).

UNITA' LEGIONARIE DI ETA' IMPERIALE

(Traduzione e integrazione di G. Pollidori a A.L.IRVINE TACITUS HISTORIES, LONDON 1952)

LE LEGIONI NELL’ANNO 69 d.C.

La legione era formata da 10 coorti e 30 manipoli, ognuno con 2 centurie. La prima coorte era di forza doppia, le altre contenevano probabilmente 500 uomini. La legione era comandata da un legatus legionis, con 6 tribuni, il praefectus castrorum e 60 centurioni. Il legionario era un cittadino romano e il suo periodo di servizio durava 20 anni. La legione includeva anche uno squadrone di 120 cavalieri, divisi in 4 reparti (turmae).

La distribuzione delle 30 legioni nell’anno 69 era come segue.

In Britannia, 3. II Augusta, IX Hispana, XX Valeria Victrix.

In Germania Superiore, 4. V Alauda, XV Primigenia, a Vetera (Xanten), I Germanica a Bonna (Bonn), XVI Primigenia a Novaesium (Neuss).

In Germania Inferiore, 3. IV Macedonia, XXII Primigenia a Mogontiacum (Manza, Magonza), XXI Rapax a Vindonissa (Windisch).

In Gallia, 1. I Italica a Lugdunum (Lyons, Lione).

In Spagna, 2. VI Victrix, X Gemina.

In Africa, 1. III Augusta.

In Pannonia, 2. VII Galbiana, XIII Gemina.

In Dalmatia, 2. XI Claudia, XIV Gemina Martia Victrix (dalla Britannia).

In Moesia, 3. III Gallica (dalla Siria), VII Claudia, VIII Augusta.

In Syria, 3. IV Scythica, VI Ferrata, XII Fulminata.

In Giudea, 3. V Macedonia, X Fretensis, XV Apollinaris.

In Egitto, 2. III Cyrenaica, XXII Deiotariana.

In Italia, 1. I Adiutrix.

 

A ciascuna legione era associato un corpo di ausiliarii di approssimativamente eguale forza, organizzato in coorti ed alae (cavalleria). Eccetto che per lo squadrone incluso in ogni legione, tutta la cavalleria era di alae ausiliarie, forti di 500 o 1000 uomini ciascuna. Gli auxiliarii erano sotto il comando del legatus legionis. Servivano per 25 anni ed ottenevano la cittadinanza alla fine del loro servizio. I loro reparti erano comandati da praefecti.

LE TRUPPE METROPOLITANE

Le 12 Coorti Pretoriane avevano i loro alloggiamenti presso la Porta Viminalis – coorti di 1000 uomini ciascuna, con uno squadrone di cavalleria. Servivano per 16 anni e come truppe della casa imperiale godevano di maggior prestigio e paga più elevata che non i legionari. Erano comandate da due Praefecti dell’ordine equestre (cioè della classe sociale dei cavalieri , plebeo-borghese).

Le 4 Coorti Urbane, numerate da XIII a XVI, erano le truppe di guarnigione dell’urbe, sotto il comando del Praefectus Urbis.

Le 7 coorti di Vigiles, sotto un Praefectus Vigilum di estrazione equestre, erano considerate parte dell’esercito, ma erano per lo più polizia e vigili del fuoco. Erano reclutate tra i liberti.

 

LEGIONI DELL’IMPERO

Legio I Germanica:

Costituita, forse, durante il principato di Augusto, per volontà di Tiberio. Nel 14 d.C. è coinvolta negli ammutinamenti delle legioni stanziate in Germania, ammutinamenti poi sedati da Germanico. Agli ordini di questi partecipa alle operazioni oltre il Reno. Successivamente la ritroviamo stanziata a Bonna (Bonn). Nel 69 d.C. acclama imperatore Aulo Vitellio, al pari di tutte le altre legioni stanziate in Germania. Partecipa con solo una parte dei propri organici alla "campagna" in Italia di Vitellio, mantenendosi fedele a questi fino alla sconfitta ed alla assunzione della porpora da parte di Vespasiano. Il resto della legione si arrende o passa ai ribelli nel corso della rivolta di Civile. Viene sciolta da Vespasiano nel 71 d.C.

 

Legio I Adiutrix:

Viene costituita da Nerone, nel 68 d.C., con marinai della flotta del Miseno ed è organizzata in forma stabile da Galba. Successivamente, nel periodo dell'anarchia militare, appoggia M. Salvio Otone, rimanendo sconfitta nella battaglia di Bedriacum, località tra Mantova e Cremona, dalle forze di Vitellio. Inviata in Spagna è favorevole a Vespasiano. Nel corso di pochi anni cambia ripetutamente sede: nel 70 d.C. è a Magonza (Magontiacum, Mainz in Germania) e intorno all'85 è alla frontiera danubiana. Agli ordini di Domiziano viene sconfitta dai Daci ma tra il 101 e il 106 d.C. partecipa alle vittoriose operazioni contro le medesime popolazioni condotte da Traiano. Lo stesso Traiano le riconosce il titolo di Pia Fidelis. Pochi anni dopo partecipa alla guerra contro i Parti sempre agli ordini di Traiano. Con Adriano viene trasferita in Pannonia, a Brigetio. Con Marco Aurelio (161-180 d.C.) partecipa sia alle operazioni contro i Parti che, in occidente contro Quadi e Marcomanni; nel 171 riconquista il Norico e la Rezia. Appoggia la sollevazione di Settimio Severo. Partecipa alle operazioni di Caracalla in oriente ed a quelle, sempre in oriente, di Alessandro Severo e Gordiano III. Con Massimino combatte in Dacia. E' fedele a Gallieno. All'inizio del III sec. è ancora stanziata nella Pannonia inferiore. Con Diocleziano dà origine ad una legione comitatense e ad una di limitanei.

 

Legio I Italica:

Formata da Nerone nel 67 d.C. è inviata nelle Gallie con base a Lugdunum (Lione) per sedare la rivolta di Vindice. Nel 69 parteggia per Vitellio e partecipa alle operazioni in Italia contro Otone. Al termine dell'anarchia militare è inviata in Mesia da Vespasiano, con base a Novae (Svistov - Bulgaria). Prende parte alle azioni belliche di Domiziano (81-96) e di Traiano (98-117) contro i Daci. Segue Traiano anche nella guerra contro i Parti. Con Marco Aurelio (161-180) partecipa alla lunga lotta ai confini occidentali per ricacciare i barbari invasori, in particolare Quadi e Marcomanni. E' con Settimio Severo nella vittoriosa guerra contro i Parti. Parte dell'unità forma, con Diocleziano prima (284-305) e Costantino poi (306-337) una legione di comitatensi. La rimanente parte forma un reparto di limitanei con sede sempre a Novae.

 

Legio I Parthica:

Viene costituita da Settimio Severo intorno al 197 d.C. e impiegata contro i Parti. E' di stanza a Singara e, quindi, nella fortificata Nisibis.

 

Legio I Minervia:

E' fondata da Domiziano nell'83 d.C. e subito impiegata nella campagna contro i Catti. Ha quartiere a Bonn. Riceve l'appellativo di Pia Fidelis per non averpartecipaio alla sollevazione di L. Antonio Satumino. Tra il 101 ed il 106 si comporta molto onorevolmente nelle due campagne di Traiano contro i Daci. Tra il 138 e il 145 prende parte alle operazioni in Africa intese a contenere le ribellioni ai confini della Mauretania. E' con Marco Aurelio in tutte le operazioni militari di questo principato. Nel 193 parteggia per Settimio Severo e nello stesso anno un suo distaccamento è dislocato a Lione. E' fedele a Gallieno (260 - 268) ma, in seguito, appoggia il tentativo di usurpazione di Postumo. Con Diocleziano (284 - 305) acclama imperatore Carausio, comandante della flotta della Manica che sarà sconfitto da Costanzo. Nello stesso periodo dà origine ad una legione di comitatensi.

 

Legio II Adiutrix:

E' formata - nel 70 d.C. - con marinai della flotta di Ravenna fedeli a Vespasiano, per cui è subito denominata Pia Fidelis. Partecipa alla repressione della rivolta di Civile in Gallia. Viene quindi stanziata in Britannia fino all'85 circa. Trasferita nella Mesia inferiore si batte contro i Daci, sia con Domiziano sia con Traiano. Intorno al 106 è dislocata in Pannonia, con base ad Aquincum (Budapest) che diviene la sua sede permanente. Sotto Antonino Pio (138-161) invia alcuni reparti in Mauretania per reprimervi le sollevazioni. Con Marco Aurelio (161-180) partecipa alle campagne d'oriente, contro i Parti, e d'occidente, contro i barbari che avevano varcato i confini. Partecipa pure alle operazioni di Settimio Severo e di Caracalla contro gli Alemanni. Con Alessandro Severo (222-235) combatte contro i Persiani. Nel 242, con Gordiano III torna a respingere l'ennesima invasione dei persiani. E' fedele a Gallieno e partecipa a tutte le sue campagne. Alla fine del III sec. alcuni suoi reparti vengono stanziati in Dalmazia. Con Diocleziano origina due legioni di comitatensi, una in Pannonia l'altra in Britannia.

 

Legio II Augusta:

E' formata da Ottaviano durante la guerra civile. Sotto Tiberio (14 - 37) partecipa alla ribellione delle legioni renane, sedata poi da Germanico, e con questi partecipa alle successive campagne contro i Germani. Nel 43, regnando Claudio, al comando del futuro imperatore Vespasiano prende parte alle vittoriose operazioni in Britannia. Al termine di esse pone i suoi quartieri a Isca Silurum (Caerleon) nel Galles. Alla morte di Nerone, durante l'anarchia dell' "anno dei quattro imperatori" (69-70) un suo reparto di 2.600 legionari opera in Italia al seguito di Vitellio ma alla notizia della sollevazione di Vespasiano, tutta la II Augusta appoggia il suo vecchio comandante. Nei secoli seguenti rimane in Britannia, effettuando una costante opera di consolidamento, fino al termine della presenza romana sull'isola.

 

Legio II Italica:

Viene costituita da Marco Aurelio, con elementi italici, per essere impiegata contro i Marcomanni. Ha per simbolo la lupa ed è denominata Pia. Tra il 172 ed il 174 combatte con esiti favorevoli contro i Marcomanni ed altre popolazioni barbariche. Alla fine di tale ciclo operativo è trasferita nel Norico, a Lauriacum ove rimane stanziata fino al termine della presenza romana. Appoggia Settimio Severo, da cui riceve il titolo di Fidelis; alla conquista del trono imperiale cede legionari al pretorio (la guardia imperiale pretoriana). Partecipa alla disperata difesa dei confini occidentali tentata da Massimino il Trace (235 - 238). E' fedele a Gallieno. Dall'inizio del IV sec. ha un suo reparto sul basso Reno. Con il nome di "II Legio Italica Divitensium" appoggia Costantino e da questi è accolta nelle legioni palatine.

 

Legio II Parthica:

Ha per insegna il centauro. E' fondata da Settimio Severo intorno agli anni 194 - 196. Ha base ai Castra Albana (Albano - Roma). E' la prima volta dai tempi di Augusto che una legione ha sede in Italia. Con Caracalla, nel 217, opera contro i Parti. Nel 218 proclama imperatore l'imbelle Elagabalo ma è fedele anche al successore Alessandro Severo per il quale combatte sia in oriente che in occidente. Durante l'impero di Massimino il Trace appoggia il tentativo di restaurazione del senato romano, che elegge contemporaneamente due imperatori: Celio Balbino e Clodio Pupieno. All'inizio del IV sec. non è più di guarnigione ad Albano. Nel V sec. un suo reparto è stanziato in Mesopotamia.

 

“Per diventare legionario bisognava essere cittadino romano ed essere alto almeno 1,72 m. Quando era stata arruolata la recluta veniva mandata al campo, dove veniva addestrata a marciare, cavalcare, nuotare e combattere.

In periodo di guerra, oltre che combattere, i soldati dovevano costruire accampamenti e ponti, innalzare fortificazioni, costruire o riparare strade e perfino seminare campi con la semente portata al seguito. Quando era in marcia il legionario doveva percorrere una trentina di chilometri al giorno. Egli portava con sé: una provvista di grano per almeno quindici giorni, un cesto, un piccone, un’ascia, una sega, una pentola per cucinare, due paletti per la palizzata del campo, e tutto l’armamento personale, cioè corazza e armi. Centinaia di muli portavano le tende, l’armamento di riserva e le macchine d’assedio” (J. Forman, I Romani, ed. Vallardi).

 

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per il CIBO DEI LEGIONARI: <<Il legionario, come ogni fante delle epoche precedenti e successive, era decisamente sovraccaricato, troppo secondo alcune testimonianze. Cicerone scriveva della "fatica, la grande fatica della marcia: il peso di provviste per piu' di mezzo mese, il peso di tutto ciò che poteva servire, il peso dei pali per le trincee" (Tusc. 2.16.37). Forse, di norma, un legionario portava razioni per tre giorni, non per due settimane come dice Cicerone, che soldato non era. Comunque si stima che il legionario andava in battaglia sotto il peso di un equipaggiamento di 35 kg se non di  piu’, essendo tanto vulnerabile in campo aperto quanto era coperto in formazione chiusa>>. <<L'assioma, comunemente attribuito a Napoleone, secondo cui "un esercito marcia sul suo stomaco", si addice a ogni esercito di ogni epoca, e quello romano di certo non fa eccezione. Dopotutto, quando partivano per la battaglia, uomini che portavano il peso di un cosi' grande equipaggiamento bellico dovevano avere una gran fame. Era comune pratica romana nel II secolo a.C., secondo la contemporanea testimonianza di Polibio (6.39.13), distribuire a ciascun legionario una razione mensile di cereali equivalente a due terzi di un medimnos attico (34,56 kg), piu' o meno il choinix (1,08 kg) di cereali per ogni uomo di cui leggiamo comunemente nelle fonti greche. Uno o l'altro cereale hanno costituito la base della dieta umana in ogni angolo del mondo da quando e cominciata l'agricoltura. Nell'antico mondo mediterraneo orzo e grano erano i cereali principali; l'avena era considerata un'erbaccia buona solo per gli animali, ma visto che cresceva bene nei climi freddi era diffusa tra i celti e i germani; mentre la segale, la parente  piu’ stretta del grano, era un cereale "nordico". L'orzo in genere era considerato "foraggio per gli schiavi" (Ateneo, 7.304b), molto meno nutriente del grano, tanto che dal IV secolo a.C. la preferenza per il grano e per il pane fatto con esso, almeno negli ambienti  piu’ benestanti, scalza l'orzo dalla sua posizione preminente nella dieta mediterranea. Il grano divento' il cereale principale, l'orzo l'alternativa piu' economica e modesta. Nell'esercito romano, secondo la testimonianza di Polibio (6.38.2), i soldati erano nutriti con orzo anziche' con grano come forma di punizione. I legionari mangiavano pane non lievitato; la pagnotta era simile a una moderna pitta. Un'altra forma di pane non lievitato era il panis strepticus, arrotolato in fogli molto sottili e cotto rapidamente, forse su una pietra calda. Doveva essere questo il pane che i legionari mangiavano ogni giorno. Uova, olive, frutta e formaggio non vanno dimenticati, e nemmeno vino acido e sale. Il vino acido (acetum), da non confondere con il vino d'annata (vinum), era la bevanda del soldato comune e poteva essere tagliato con acqua per fare l'antico cicchetto del proletariato: la posca (Plauto, Mil. 837; Truc. 610). In alcuni casi erano mescolati anche erbe aromatiche, miele o uova. La posca, popolare anche tra i viaggiatori, era una bevanda rinfrescante durante il cammino. Anch'essi, come i soldati, tenevano il vino acido in un fiasco e lo tagliavano appena trovavano dell'acqua. L'acidita' non solo preveniva il rapido guastarsi del vino, ma aveva anche la funzione di uccidere i batteri, soprattutto quando l'acqua di cui si disponeva veniva da una fonte sospetta. Questo vino era usato, oltre che per purificare l'acqua, anche per pulire le ferite, e Plinio il Vecchio (Nat. 23.27) ci da una lunga lista di possibili usi: poteva servire anche come balsamo per gli occhi o per curare la diarrea. Quando a Numanzia Scipione Emiliano reintrodusse la disciplina militare nell'esercito, prendendo il comando nel 134 a.C., ordine che i soldati potevano cucinare il loro cibo solo arrostendolo o facendolo bollire. A questo fine ridusse il numero di utensili da cucina a tre: uno spiedo per arrostire, una pentola per bollire e una scodella per mangiare. Il pasto serale era sempre carne arrostita o bollita (Appiano, Iber. 85; cfr. Frontino, Strateg. 4.1.1; Polieno, Strateg. 8.16.2). In tutti i tre casi si deve notare che nell'esercito romano la carne era parte della dieta quotidiana, e Polibio (2.15.3) osserva che in Italia le ghiande erano usate per nutrire un gran numero di maiali, macellati non solo per il consumo privato ma anche come alimento per i soldati. Mentre i bovini assolvevano a ogni tipo di funzioni pratiche, le pecore offrivano lana, le capre davano latte, galline e oche uova; il solo animale che serviva soltanto per lo spiedo o per la pentola era il maiale. I romani ne mangiavano ogni pezzo, a parte le ossa e gli occhi: orecchie, guance, mascella, muso e lingua erano considerati delle prelibatezze. Di norma erano consumati ogni giorno due pasti completi; cio' che per noi è il pranzo (prandium) era consumato intorno a mezzogiorno, mentre la cena avveniva tra la decima e l'undicesima ora della meridiana romana (le 16,00). La vita dell'esercito cominciava all'alba, e i soldati avevano poco tempo per prepararsi la colazione (ientaculum). Probabilmente mangiavano un pezzo di pane, forse inzuppato in vino puro>>. 

A PROPOSITO DELLE FONTI

E. Wendling, nel suo  "Zu Posidonius und Varro" (Hermes, 28, 1893, pp. 335 sgg.), nel trattare le influenze di Posidonio su Varrone oltre che su Ateneo e Diodoro, fa risaltare le notevoli coincidenze tra testi di questi autori per alcuni aspetti che riguardano usi e tecnica militare dei Romani: in particolare il fatto che i Romani attinsero dagli Etruschi il modo di schierare l'esercito, dai Sanniti il tipo di scudo, dai Greci l'arte poliorcetica (cioè ossidionale, per l'assedio e l'espugnazione). Sono aspetti non lontani da quelli riferiti da Sallustio, quando fa dire a Cesare (nel famoso passo di Catilinae coniuratio, 57, 38) che i Romani presero l'uso di certi tipi di armi (arma atque tela) dai Sanniti, e dagli Etruschi molti segni distintivi delle magistrature. Abbiamo già accennato, riguardo ai giavellotti (pila) romani, come quest'ingegnosa arma da lancio con una lunga punta di ferro si conficcasse talmente bene negli scudi nemici da renderli inutilizzabili, decidendo così lo scontro alla spada a favore della fanteria romana.

Per allargare il panorama delle fonti, diremo che anche autori più tardi, durante l'impero, tornano su aspetti e terminologie militari, come ad esempio Aulo Gellio (Noctes atticae, X, 9): "Sono termini militari quelli con i quali si sogliono indicare le varie formazioni dell'esercito: "fronte", "riserva", "cuneo", "circolo", "globo", "forbici", "sega", "ali", "torre". Questi e parecchi altri termini si possono trovare nei libri degli scrittori di arte militare. Sono presi dagli oggetti stessi ai quali tali nomi si riferiscono, e nello schieramento dell'esercito appaiono infatti le forme degli oggetti che tali vocaboli rappresentano". "Serra" (sega) indica una manovra militare a spostamento avanti e indietro. Per altri termini cfr. Caesar, De bell. afric., XV, 3.

E' molto curioso ciò che Valerio Massimo, molti anni dopo le guerre puniche, dice nel Libro II, cap. III del suo "Fatti e detti memorabili", ai paragrafi 1 e 3 che citiamo: "Dobbiamo anche elogiare il sentimento del dovere del popolo romano, che, offrendosi spontaneamente di sopportare le fatiche e i pericoli della milizia, risparmiava ai generali di arruolare i proletarii che per la loro eccessiva povertà apparivano sospetti e per tale ragione non venivano loro distribuite le armi dallo Stato. Ma per quanto da gran tempo tale pratica fosse stata seguita, Caio Mario vi pose fine chiamando alle armi i proletarii. Personaggio per altro verso degnissimo, egli era troppo prevenuto nella propria condizione di uomo "nuovo" verso tutto ciò che aveva sospetto di antico e si rendeva conto che se la dappocaggine dei militari continuava a disprezzare le classi umili, egli stesso rischiava dai suoi detrattori di essere ritenuto un generale proletario. Decise pertanto di abolire nell'esercito romano quel vecchio sistema di reclutamento onde evitare che il contagio dell'oltraggio arrivasse a intaccare la sua stessa gloria" (cap. III, 1).

"L'impiego dei vèlites fu adottato durante la II guerra punica, quando il generale Fulvio Flacco assediò Capua. Non riuscendo la nostra cavalleria, a causa dell'inferiorità numerica, a tener testa alle frequenti sortite di quella dei Campani, il centurione Quinto Navio scelse dei fanti particolarmente agili, li armò con sette giavellotti corti e ricurvi in punta e difesi da un piccolo scudo, insegnò loro a saltare rapidamente sulla groppa dei cavalli e a ridiscendere con pari velocità, in modo che a questi fanti, scontrandosi con la cavalleria, riuscisse più agevole colpire con i giavellotti sia gli uomini che i cavalli. Questo nuovo modo di combattere privò i Campani dell'unica risorsa della loro perfidia e il generale rese onore a Navio che ne era stato l'inventore"(cap. III, 3).

A parte la scarsa considerazione, tipica di una mentalità politica "conservatrice", verso Caio Mario (plebeo, capo popolare del partito democratico e forse uno dei più grandi generali avuti da Roma dopo Cesare e Scipione), Valerio Massimo tralascia come proprio la riforma militare di Mario nel 647= 107 rese l'esercito romano ancora più invincibile 100 anni dopo le guerre puniche, 50 anni prima di Giulio Cesare e 100 anni prima di Augusto. Vedremo come dell'esercito, fin dai tempi di Servio Tullio, non facessero parte i nullatenenti (capite censi, con un reddito inferiore ai 1500 assi). Ma ai tempi di Mario la classe media o non bastava ad alimentare gli organici delle legioni o si trovava depauperata economicamente nonostante le conquiste e le ricchezze incamerate dai senatori, oligarchi e latifondisti. Per cui Mario, anche con intenti suoi "politici", aprì l'esercito non più solo ai privati, a spese proprie, ma anche ai proletarii, a spese dello Stato. Alla suddivisione dei manipoli e degli ordini militari per censo si sostituì così una divisione basata sulle tecniche, sull'armamento uguale per tutti e sulle "coorti". A parte inoltre il riferimento generico di Valerio Massimo all'unica data sicura di una importante riforma militare dell'esercito romano (quella di Caio Mario), egli conferma indirettamente, col suo episodio, la data del 543=211 per l'introduzione dei vèlites montati a cavallo, ma in maniera poco chiara e slegata rispetto a rorarj e accensi, probabilmente già superati con la riforma del 513=241. Poteva infine evitare di sottolineare che la superiorità della cavalleria campana era solo "numerica", perchè si sa che erano ottimi cavalieri e non per forza "perfidi".

Livio (XXVI, 4, 4- 5), parlando del centurione Quinto Navio che organizzò i vèlites a cavallo e si distinse alla battaglia di Capua, evidenzia la differenza tra questi nuovi vèlites montati e quelli della fanteria leggera tradizionale; ma la sua descrizione di come fossero scelti i primi è stata poi confusa in generale col reclutamento dei secondi. Livio dice che eran tratti dalle varie legioni coloro che, di corporatura robusta ma non pesante e giovani, potevano camminare più spediti: ma ciò è detto in concomitanza con la loro agilità nel montare e smontare da cavallo. Erano armati con uno scudo più piccolo di quello dei cavalleggeri e avevano 7 giavellotti lunghi4 piedie con la punta di ferro "come quella dei vèlites" (cioè degli "altri" vèlites, Livio, ibid., 5). Generalizzando, Sesto Pompeio (Festo, 28, 10) dice che quei soldati expediti erano detti "vèlites quasi volantes". Per Nonio Marcello, De compendiosa doctrina, 552, sono detti vèlites per la levis armatura. Isidoro, Etym. III, 43, segue l'etimologia di Festo. I vèlites, scomparsi come già detto con la riforma della legione di Caio Mario, come fanteria leggera in generale li ritroveremo dopola Rivoluzione Francese, come corpo militare di fanteria leggera (véliti) creato da Napoleone Bonaparte in Italia; essi anticiperanno il posteriore corpo dei bersaglieri creati nel 1836 dalLa Marmoracome corpo di tiratori scelti e importanti nelle guerre d'Indipendenza contro gli Austriaci e alla breccia di Porta Pia.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in età repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) per VELES - VèLITE p.60: I velites erano armati con una spada, il gladius Hispaniensis secondo Livio (38.21.15; Polibio invece usa il generico termine greco machaira), e con un fascio di giavellotti, con lunghe e sottili estremità di ferro lunghe una spanna, che si piegavano al primo impatto. Come protezione indossavano un elmo senza cresta e portavano uno scudo rotondo (parma), senza indossare un'armatura. Per essere visti da lontano, alcuni velites usavano coprire i loro semplici elmi con pelle di lupo o qualcosa di simile (Polibio, 6.22.1-3). Polibio non specifica il numero di giavellotti portato dai velites; Livio, d'altra parte, dice (26.4.4) che essi avevano sette giavellotti a testa, mentre Lucilio, poeta satirico del II secolo a.C., afferma che ne portavano cinque.

 

 

FIG. UFFICIALI ROMANI

I TRIBUNI MILITUM.

Ognuna delle 4 legioni romane (non di socii) che formavano la leva normale dell'esercito romano (i due eserciti consolari a partire dal 310 a. C. [58]) aveva 6 tribuni militari, 24 in tutto eletti dai comizi (come testimoniano anche Livio XXVII, 36, 14 e Polibio VI, 19 per il 207 a. C.)[59]. Un anno almeno di servizio in questa carica dava il via a tutto il cursus honorum (carriera militare e politica) in Roma, fino al consolato e alla dittatura, sia per i patrizi che per i plebei. Gli altri tribuni militum delle numerose legioni levate durante la guerra annibalica in numero di 20- 25 ogni anno non erano eletti bensì scelti dai magistrati, e si chiamavano Rufuli. Dei tribuni militum delle legioni di alleati affiancate a quelle romane (una ala di socii per ) ogni legione romana parleremo nel paragrafo sulle legioni di socii. Ma anticipiamo che anche i 6 praefecti sociorum (così si chiamavano i tribuni militum dei contingenti alleati) erano romani (per lo più dell'ordine equestre) e tutti eletti dal console (ovviamente romano) [60].

 

Il titolo ufficiale “tribuni militum legionibus quattuor primis” (Lex de rep. 2.22.16:CIC. Clu.148) dimostra come, almeno dalle guerre puniche in poi, erano previsti i tribuni militari (ufficiali superiori), 6 per ogni legione, in numero principale di 24 per le quattro legioni consolari OBBLIGATORIAMENTE E REGOLARMENTE ARRUOLATE OGNI ANNO, indipendentemente da quelle aggiuntive dello stesso anno di guerra (per gravi necessità, ad esempio contro Annibale anche25 inun anno; es. LIV.44.21.2) o da quelle con numero di soldati difforme dalle regola (LIV. 22.36.3; 23.34.23; 26.28.7; PINSENT, cit., p.52ssg): in base soprattutto a Polibio 6.19.1, si desume che 16 tribuni erano scelti (eletti) direttamente dal popolo, e gli altri 8 direttamente dai consoli in carica.

 


IL PRIMIPILO.

IL PRIMIPILO (CENTURIO PRIMIPILUS TRIARIUS PRIOR).

A proposito dei pila (giavellotti) utilizzati dalle prime due file dell'esercito manipolare che si alternavano nel combattimento, si osservi che il centurione "primipilo", il centurione di grado più elevato nella legione, comandava la prima centuria del primo manipolo dei Triarii (il terzo schieramento), cioè dei più anziani e provetti soldati della legione.

Ogni legione romana (come ognuna dei socii), di 30 manipoli, aveva 60 centurioni: 2 per ogni manipolo di due centurie, un CENTURIO prior e uno posterior, subalterno quest'ultimo al primo. Le 60 centurie di hastati, di principes e di triarii (cioè 20 centurie moltiplicato 3) erano suddivise in tre linee di schieramento, ognuna di 10 manipoli e ognuna in due file di 10 centurie ciascuna; ogni fila aveva cioè 10 centurie di priores e 10 di posteriores, ogni centuria al comando di un centurione.

L'infimo grado del centurionato apparteneva al comandante della decima centuria posterior del 10° manipolo degli hastati, che in una regolare progressione [61] percorreva la trafila dei successivi comandi tra gli hastati posteriores e poi al comando delle corrispondenti centurie degli hastati priores; proseguiva poi attraverso il comando delle dieci centurie di principes posteriores e delle altre 10 di principes priores, raggiungendo alla fine il comando dei manipoli di triarii (centuriae posteriores e priores) ed ottenendo in tal modo la qualifica di decimus, nonus... primus pilus (che sostituisce di norma la dizione triarius) posterior e poi quella di decimus, nonus... primus pilus prior. E' quest'ultimo, anche con la qualifica abbreviata di primus pilus, primipilus, primi pili centurio, che corrisponde all'apice della progressione (avanzamento, ma non, vedremo tra poco, carriera e rango sociale vero e proprio) di centurione, il primipilo per eccellenza.

La terminologia esatta sarebbe: pilus prior delle coorti II- IX e primus pilus della I (le Bohec, cit., pp. 57- 58). Ma sono riferimenti più che altro di età imperiale. E tralasciamo i grandi dubbi che avvolgono l'esistenza di "primipili bis" (Ibidem).

Brian Dobson (ANRW II, 1, pp. 393 sgg.)[62] ha confermato la mancanza della carriera di centurione- primipilaris nella Repubblica, e la sua nascita solo col Principato. I primipili spesso nominati in Cesare [63] sono promossi sul campo dal generale all'interno delle unità di appartenenza, e quando si usa il termine di primipilare in bell. gall. III, 5 e in Orosio V, 21, è certo un anacronismo (anticipazione anacronistica del Principato). Del resto il primo esempio di promozione di un primuspilus a tribunus militum (tribuno della legione) risale al Triumvirato (X 5715= Dessau 2226). Non esisteva dunque prima di Augusto il rango (e quindi la carriera) di primipilaris [64], bensì solo i primipili.

In AA.VV. (tra cui Hinard Fr., Le Bohec, Brizzi, Bartoloni, Reddè 152-154 sulla gerarchia nella marina militare romana, Ducos, Sartori A. ecc.), LA HIERARCHIE (RANGORDNUNG) DE L’ARMEE ROMAINE (SOUS LE HAUT- EMPIRE), Actes du Congrès de Lyon 1994, Paris 1995, solo Giovanni Brizzi (pp.15-21) in La gerarchia militare in età repubblicana, si riferisce alla Repubblica, citando Suolahti (The Junior Officers), Harmand, Nicolet, Brisson, Rich J.- Shipley G. 1993 (London- New York) p. 92-112 (in particolare p.98 ss.), Bell (tactical Reform, Historia XIV 1965, p.402-422) e Brizzi, Manliana imperia e la riforma manipolare: l’esercito romano tra ferocia e disciplina, Sileno XVI, 1990 p.200 ss. Ma anche Claudia GIUFFRIDA- MANMANA (p. 429 ss., “La testimonianza di Flavius Vegetius e Johannes Lydus sulla carriera del centurio”) parte da ambiti repubblicani, come già Domaszewski (Die Rangordnungcit., p.90 ss.) e la citiamo tra breve. Il neologismo coniato dal Brizzi per un cursus militiarum (dal politico, civile e militare cursus honorum) serve a ritrovarne l’eventuale esistenza: tale carriera militare non sarebbe esistita, sostiene il Brizzi, fino a Giulio Cesare, non vi era cioè automatismo di carriera. Sintetizzando il Brizzi, i tribuni militum a populo (perché eletti nei comizi tributi) erano un minimo di 6 nel 362 (liv vii 5,9) fino a un massimo di 24 nel 207 (liv xxvii 36,14), cioè per le 4 legioni dei due consoli. Se in quell’anno 207 vi erano 23 legioni, l’aumento dei tribuni vi è estraneo. Harmand li porta da 6 a 10 per legione, in base alle nuove 10 coorti al posto dei precedenti manipoli. I praefecti, a capo di contingenti di alleati, spariscono con questi ultimi dalla legione, e hanno funzioni a parte (praefectura equitum, o classis, o evocatorum o fabrum), scelti unicamente dai comandanti. La questura ha pochi contenuti militari. Sui legati, i riferimenti di Brizzi (Hierarchie p.19) a Mommsen, Muenzer, Herzog, Cagnat (Daremberg-Saglio III, 2, p.1033 voce “legatus”) e Premerstein (RE XII, 1, c.1141 voce “legatus”), contro Willems P., Le senat, II, Paris 1883 p.610, che sosteneva esistere i legati fon dai primi tempi della Repubblica, propongono una anticipazione dell’origine non da Publio Scipione Africano che accompagna il fratello Lucio in Asia contro Antioco dopo la sconfitta di Annibale, ma da Publio Scipione padre che accompagna il fratello Cneo in Spagna nel 218 all’inizio della guerra annibalica e forse ancora precedente. Progressivamente sempre più e alla fine solo equites gli ufficiali subalterni. Essere stati tribuni o duoviri navales o praefecti serviva per la questura e quindi per la carriera fino al senato (Brizzi, in HIERARCHIE p.17), non si sa se diventando tribuni come ordine equestre o viceversa. Il centurione poteva accedere all’ordine equestre, dopo la carriera da decimus hastatus posterior a primus pilus. La vera carriera militare si interrompeva comunque con l’anzianità avanzata, e solo quella del cursus honorum procedeva dal militare a civile con i gradi superiori dell’esercito, del comando e del governo. Riportiamo GIUFFRIDA-MANMANA CLAUDIA, dell’Università di Catania, a p.429- 438 sulla carriera del centurio.

 

Carriera del centurione Spurio Ligustino della tribù Crustumina (in Livio, XLII,34,6-7):

"Virtutis causa mihi T. Quintius Flamininus decumum ordinem hastatum adsignavit. Devicto Philippo Macedonibusque, ...in Hispaniam sum profectus. Hic me imperator dignum iudicavit, cui primum hastatum prioris centuriae adsignaret".

("Per meriti di valore Tito Quinzio Flaminino mi nominò centurione del decimo manipolo degli astati. Vinto Filippo V e i Macedoni, partìi militare perla Spagna. Lìil comandante mi giudicò degno di essere nominato centurione della prima centuria del primo manipolo degli astati"). Tradurre "ordo, ordinis" con "centuria di soldati", "ordine,fila di soldati", come si fa spesso tradizionalmente, non evidenzia la carriera del centurionato da ultima a prima centuria dei vari manipoli dei tre ordini (astati, principi, triarii). Non si può quindi tradurre "decimo ordine degli astati". Inoltre ancora con le guerre puniche macedoniche non vi erano le coorti delle legioni "romane" (bensì solo in quelle di "socii")- e tali ordini erano divisi in manipoli. "Ordo" con numero romano e "hastatus" indica quindi il numero del "manipolo" degli astati; il numero romano (primus, secundus, ecc.) unito all'aggettivo "hastatus" (astato, oppure triario, o principe) sottintende "centurio", indica cioè il centurione di quel manipolo. Tradurre quindi "mi assegnò (come primo centurione) il decimo manipolo degli astati" può meglio rendere la frase liviana. Così come "il primo centurionato degli astati nella prima centuria" indica il completamento della carriera militare tra gli astati. "Primus hastatus" equivarrebbe quindi qui, tra gli astati, al "primus pilus" (primipilus= centurione della prima centuria del primo manipolo) degli altri due ordini. Superiore a tutte era la carriera tra le centurie dei triarii.

 

Siccome nella legione manipolare le prime 2 file dello schieramento avevano pila e la terza fila la lunga hasta, il primipilo della 1° centuria del 1° manipolo della terza fila propriamente non doveva avere il pilum prima della riforma mariana del107 a.C., ma caso mai l'hasta. Tuttavia il termine, valso comunque per i lunghi, fondamentali secoli della Roma di Mario, di Cesare e dell'Impero e non anacronistico anche secondo Livio, era in uso anche prima perchè il primipilo, da sempre realmente tale nei primi 20 manipoli, anche nella 3° fila non era soldato di linea con asta, ma anticipava, anzi aveva la funzione del tipico Sergente Maggiore prussiano dell'epoca di Federico il Grande. Nella I guerra mondiale più del 90% degli ufficiali di linea prussiani morirono sul campo. Gli storici antichi testimoniano lo stesso spirito di sacrificio per i centurioni romani.

Così riassume Nic Fields (in "Roman Republican Legionary, 298- 105 B.C.", Oxford, Osprey 2011, trad. it. "I legionari di Roma in eta' repubblicana -298-105 a.C.", Gorizia 2013) sul CENTURIONE:
<<Ciascun centurio aveva il supporto di quattro subordinati, un comandante in seconda (optio), un portainsegne (signifer), un trombettiere (tubicen) e un comandante delle sentinelle (tesserarius), sebbene Polibio non faccia menzione degli ultimi due ufficiali giovani nella sua analisi della legione, ma li citi quando discute il sistema di sicurezza del campo (6.34.7-12; 6.35.5). L'optio stava nel retro della centuria, per tenere i soldati in ordine e al loro posto, mentre il tesserarius era supervisore della postazione delle sentinelle notturne e aveva la responsabilita' di divulgare la parola d'ordine della giornata, che riceveva scritto su una tessera. Polibio dice che i centurioni "sceglievano dalle file due dei soldati piu' coraggiosi e validi per fare i portainsegne di ciascun manipolo" (6.24.5). Ma poiche' c'era solo un signum per manipolo, uno dei due signiferi era un sostituto dell'altro, nel caso gli succedesse qualcosa. Dice anche che ciascun manipolo aveva due centurioni: cosi' il reparto "non restava mai senza un capo e un comandante" (6.24.6)>>.

 

FIG. LANCIA (HASTA) a fianco al più corto PILUM

 

Poiché i graduati avevano bisogno di essere facilmente riconoscibili, fino al II sec. d. C. i centurioni portavano sul loro elmo un pennacchio che andava non da avanti indietro ma da destra a sinistra, da un orecchio all'altro: era chiamata la "crista transversa" (M. Durry, in "Revue Archéol.", 1928, pp. 303- 308; Y. LE BOHEC, "L'esercito romano", cit., pag.165 ).

FIG. Centurione con crista transversa

 

 

 

FIG. ELMO DI CENTURIONE ROMANO (crista transversa)


Alle coorti di extraordinarii del console o del pretore, che erano anche negli accampamenti più vicini al pretorium, la tenda- edificio del generale in capo, risalgono sia la guardia del corpo del console in battaglia sia, durante l’impero a partire da Augusto, le speciali coorti di guardie del corpo dell’imperatore, le guardie imperiali cioè i pretoriani, comandati da un praefectus praetorii o praetorio (prefetto del pretorio). Alloggiati al limite della città di Roma, nel Castro Pretorio, erano in realtà ben 15.000 (con drappelli di cavalleria germanica) e svolgevano funzione di guardia imperiale, di “polizia militare”, di vigilanza sull’ordine nella città insieme ai vigiles (la vera polizia cittadina, comandata da un praefectus vigilum) e di vigilanza nei palazzi imperiali, principalmente sul Palatino.

 

Fig. Guardie pretoriane del tempo di Augusto

LO STIPENDIUM DEI LEGIONARI.

Il soldo per i soldati non era uno stipendium dello Stato, in quanto essi dovevano armarsi in larga parte a proprie spese, ma un contributo, un'indennità a scopo di sussistenza durante la campagna di guerra, magari per l'acquisto di armi "supplementari". In verità Polibio VI, 39, 15, proprio per l'età delle guerre puniche, dice che l'armamento di base era fornito a spese dello Stato, e solo il prezzo delle armi supplementari era trattenuto dal soldo. Ma poiché l'armamento difensivo variava comunque ancora a seconda della classe di censo (Polibio VI, 23, 15) [65] e il soldo non bastava certo a sopperire all'acquisto di armi, non si capisce bene quando, nell'età stessa di Polibio e delle guerre puniche, fu introdotto il soldo[66] e un armamento in parte statale sia per aiutare i più numerosi e più a lungo richiamati alle armi, sia per livellare gli oneri tra tutti i censiti e i reclutati effettivamente [67]. Anche se tutte le ipotesi ormai (in primo luogo G. R. Watson e C. Nicolet, cit.) si muovono nell'ambito della seconda guerra punica.

Sappiamo comunque, per i tempi delle guerre puniche, che: "per quanto riguarda il soldo, il fante romano riceve due oboli al giorno, i centurioni il doppio, e i cavalieri una dracma [68]" (Polibio, VI, 39, 12).

Si ricordi comunque che con la riforma di Caio Mario del107 a.C., che introdusse nell'esercito i nullatenenti (proletarii) effettivamente armati a spese dello Stato (se già ciò non fece Caio Gracco), abbiamo la ricostruzione di tale stipendium che vale per la fine della Repubblica e l'inizio dell'Impero: 225 denarii (900 sesterzi) l'anno, non superiore alla paga di un lavoratore a giornata; ma vi si aggiungevano periodici generosi donativi. Al termine del servizio i veterani ricevevano una liquidazione di 12.000 sesterzi, pari a 13 anni di paga, o un lotto di terra di valore equivalente. Il mestiere di soldato era considerato comunque redditizio (tranne che per i piccoli agricoltori che trascuravano troppo a lungo i loro poderi): prima di Mario, per i ricchi bottini delle conquiste; dopo Mario in ogni caso come mezzo di promozione sociale; i più fortunati arrivavano a ricoprire il grado di centurioni (ma i più alti gradi restarono ancora riservati ai senatori e ai cavalieri).


LA FANTERIA LEGGERA.

E' singolare che il Mommsen (cit., I, cap. VI, 6) parlando della legione "riformata" [69] a falange di Servio Tullio- 3000 opliti armati all'antica maniera dorica, su 6 file di profondità di 500 uomini ognuna- per gli ulteriori 1200 "non armati" usi il termine vèlites o velati, termine che anticiperebbe i vèlites delle guerre puniche.

La teoria più accettata e ricorrente a proposito dei vèlites si rifà ai riferimenti espliciti e attendibili di Livio XXVI, 4, 4- 5, Appiano, Strat. IV, 7, 29 e di Val. Max. III, 3, secondo i quali nel 543=211 a. C., contro la cavalleria campana di Capua alleata di Annibale, fu inventato il corpo speciale dei vèlites. Ma non si tratterebbe qui di vèlites intesi come fanteria leggera e frombolieri in generale, bensì di fanti leggeri montati a cavallo, cioè portati sul posto del combattimento da cavalieri e forniti di speciali giavellotti (cfr. più avanti). Comunque sia, volendo anche anticipare al 513=241, come pensiamo noi, una riforma militare più radicale che sostituì anche la fanteria leggera (arcieri e frombolieri) dei rorarj e accensi con le formazioni più omogenee di vèlites, è certo errato attribuire a prima della I guerra punica il termine di vèlites. Pecca di contro all'eccesso il De Sanctis (GDS III2, p. 235 n. 71; ma anche p. 291 n. 158) nel condividere una opinione diffusa di falsificazione, nell'uso  da parte di Livio, XXIII, 29, per il 539=215, "del termine vèlites, che pare non s'adoperasse se non più tardi". Pur essendo Livio talvolta poco attendibile per l'uso anacronistico di termini militari, molti dati delle fonti rendono attribuibile non erroneamente il termine di vèlites già alla battaglia di Canne. Sminuendo anch'essi l'importanza delle innovazioni relative all'organizzazione manipolare e soprattutto alla fanteria leggera poco prima o nei primi anni della II guerra punica, ancor prima delle innovazioni di Scipione dal 545=209, Fr. Fröhlich, Die Bedeutung des zweiten punischen Krieges für die Entwicklung der röm. Heerwesen, Leipzig 1884, p. 377 sgg. e Kromayer- Veith, Heerwesen... cit., p. 309, sostengono che nel 543=211 (Livio XXVI, 4, 9) si trattò solo di cambiamento di nome (da rorarj a vèlites), contestati da Gabba (cit., p. 12 e n. 30), che vede una "completa riorganizzazione delle truppe armate alla leggera, anche rispetto all'ordinamento legionario, che seguì la riduzione del censo minimo" tra il 540=214 e il 542=212.

Ma neanche il Gabba ipotizza:

a) differenze tra i vèlites impiegati tatticamente in unione con la cavalleria (di cui parlano Livio, Val. Max. citati e Frontino, Strat. IV, 7, 29) e i vèlites come fanti leggeri in genere;

b) differenze di data tra la riorganizzazione e la ridenominazione della fanteria leggera prima ancora del 540=214 (e forse già dal 513=241) e introduzione dei vèlites montati a cavallo proprio nel 543=211. Troppo generico è comunque il Toynbee, cit., I, p. 654, a proposito dei vèlites.

Tornando al Mommsen, la legione a falange qui da lui analizzata per le 4 tribù di Servio Tullio, aveva la Iclasse nelle prime 4 file, la IIe III classe nella 5. e 6. fila e 1200 vèlites che combattevano in fondo o sui fianchi dello schieramento come armati alla leggera (con frombole o altre armi da lancio, essi, paragonati a fanti con armatura oplitica, erano davvero "non armati"). In questo periodo, dunque, per Mommsen i 4200 uomini delle 42 centurie di ogni legione sono 2000 della I classe, 500 della II, 500 della III classe, armati di tutto punto; poi 500 vèlites della IV e 700 della V classe; ognuna delle 4 tribù di Servio Tullio dava quindi 1050 uomini di prima leva ad ogni legione, 25 uomini ad ogni centuria. Siamo ancora lontani dai successivi sviluppi per TRIBUS (da 4 a 20 a 21, ecc.) analizzati anche dal Mommsen (e che riassumeremo più avanti), ma in riferimento a tutti i corpi di fanteria e cavalleria che elencheremo per l'esercito greco a falange e per quello ellenistico di Annibale, constatiamo di concordare con tutta l'ultima parte del cap. VI del libro I del Mommsen circa i legami e le analogie non casuali tra la riforma "militare" di Servio Tullio e i precedenti greci di Licurgo, Solone e Zaleuco. E non solo per le analogie terminologiche e per l'aspetto militare o timocratico, ma, secondo noi, persino per i parallelismi di cifre e di disposizione nello schieramento. Cfr. comunque  Livio I, 43, 7- 8 per gli accensi e non véliti, anche se Livio intende con tale nome anche la centuria di FABRII oltre a quella di PROLETARII. Ribadiamo che, secondo noi, vi furono due tipi di vèlites: quelli introdotti nel 211 come fanti leggeri scelti per la cavalleria, e quelli così chiamati nello stesso periodo o poco prima (la riforma del 513=241?)[70] al posto di rorarj e accensi. Lo desumiamo anche da Polibio VI, 21. Ciò spiegherebbe ancor meglio (ma vedasi più avanti il paragrafo sul gladio) la frase di Livio XXXI, 34, 4, sulla spada iberica "più lunga del consueto, in uso nella cavalleria romana" durante la II guerra macedonica seguita alla II punica, mentre già sapevamo che il gladio iberico era stato adottato dalla fanteria dei manipoli con Scipione l'Africano a metà della guerra annibalica. Tale gladio spagnolo, più lungo del tradizionale gladio romano, rimase certo prerogativa dei vèlites montati a cavallo, dei cavalieri e dei vèlites dei manipoli fino a che più serviva in guerre ardue come contro Cartaginesi (3° decade liviana), Macedoni (1° pentade della 4° decade) e Spagnoli (2° pentade della 4° decade). L'uso di questo "gladio hispanico" (Livio XXXVIII, 21, 13; A. Neumann, "Gladius", Kl. Pauly, II, coll. 804- 805) da parte di opliti (Polibio VI, 23, 6), cavalieri (Livio XXXI, 34, 4) e vèlites (Polibio VI, 22, 1; Livio XXXI, 35, 5; J. M. Roldan- Hervas, Hispania y el ejercito, cit., p.30) spiega la confusione cronologica o tatticamente militare sia riguardo ai vèlites che riguardo all'uso di questo gladio. Ci conforta che anche Zotti [71] ha ben visto come "il gladio hispaniensis... richiedendo anche un po' più di scherma di quanto fosse abituale... fosse l'arma ideale per i veliti, i più liberi nei movimenti tra i legionari", ma anche che a Baecula Scipione utilizza i veliti in modo più spregiudicato, forse anche grazie a questo gladius hispanicus [72].

Il grasfo dei vèlites era un giavellotto aguzzo più leggero dell'asta e poteva appartenere sia ai fanti montati che agli altri non solo frombolieri, così come la spada ispanica. Il dubbio riguardo a Livio XXVI, 4, 10 sulla prima istituzione dei vèlites nel 543=211 contro i Campani si spiega con questi due aspetti dell'arma leggera.

 

FIG. Movimenti della legione in Andrea Giardina (2002)

LE TATTICHE DELLA FANTERIA LEGGERA.

Essendo decisivo, nell'età delle guerre puniche non meno che nelle epoche precedenti, l'uso della fanteria pesante- oplitica e falangitica- per sfondare lo schieramento avversario e decidere la battaglia, anche l'uso della fanteria leggera restò, fino ad Annibale, essenzialmente funzionale alla copertura dei fianchi della falange e della legione durante l'attacco. Ma altre funzioni tattiche non meno fondamentali erano: a) la funzione di "velo" di copertura agli occhi del nemico dello schieramento oplitico e della sua specifica disposizione [73]; b) la provocazione e l'avvio del combattimento all'inizio e, durante la battaglia, una importantissima azione di disturbo, di rallentamento e di fiaccamento delle formazioni della falange avversaria scagliata avanti alla ricerca dello sfondamento. Rallentamento e fiaccamento che erano consentiti solo dalla estrema mobilità e dalla impressionante precisione di tiro che queste formazioni leggere potevano contrapporre agli irrefrenabili falangiti prima dello scontro tra falangi.

I frombolieri (come anche in Livio XXXVI, 18, 5) lanciavano glandis ("ghiande") (cfr. pure XXXVIII, 20, 1), piccole palle di piombo da35 a45 grammi, usate per la prima volta dai Greci (XEN., Anab. 3, 3, 16). Sul loro uso presso i Romani cfr. A. NEUMANN, "Glans", Kl. Pauly, II, 1967, coll. 805- 806, con bibliografia. Funditores ("lanciatori", "fiondatori" li chiama Vegezio I, XVI, accennando alla fama dei Baleari, e anche "ferentarii", altri fanti leggeri e veloci.

Come frombolieri, che vèlites e (inizialmente solo da parte punica e siracusana) Cretesi e Baleari, cioè la fanteria più leggera e veloce, fossero estremamente precisi nei loro tiri con "ghiande" metalliche, giavellotti e altre armi da getto lo si arguisce chiaramente nelle battaglie contro i Gallogreci a Olimpo presso Gordio (Livio XXXVIII, 20, 1 sgg) e ad Ancyra (Ankara; Livio XXXVIII, 26, 7). Nello stesso libro di Livio (XXXVIII, 21, 2) vediamo i vèlites e gli arcieri cretesi uniti nell'avanguardia di Gneo Manlio nella battaglia contro i Gallogreci Tolostobogii: efficace messa in pratica degli insegnamenti della II guerra punica, riguardo ai corpi specialistici anche mercenari di concezione annibalica. Troppo modesto precedente fu infatti nella II guerra punica, già nella battaglia del Trasimeno, che i Romani schierassero più di 600 mercenari cretesi (che erano tra i 1500 frombolieri inviati in aiuto da Gerone di Siracusa contro Annibale dopo la Trebbia) [74].

Proprio per quel che riguarda la fanteria leggera e le armi da lancio sue proprie, W. Mc Leod, "The Range of Ancient Bow" ("Phoenix", XIX, 1965, p. 8), riconosce all'arco antico un tiro preciso a 50- 60 metri, un tiro efficace fino a 160- 175. I migliori risultati si ottenevano non con l'arco semplice in legno, ma con quello composito in legno, corno e tendine incollati. Le altre possibilità si aggirano su queste cifre: da 30 a35 metriper il giavellotto, da 100 a135 metriper la fionda. Nel 1815 (dice come paragone Harmand, cit., p. 128) "la carabina della fanteria avrà una portata di 400 metri, il fucile francese di 234 metri". Il raffronto è di tutto onore per questa fanteria leggera antica, che metterà peraltro in difficoltà la fanteria pesante oplitica, come nel caso citato da Tucidide III, 97- 98, della vittoria degli Etoli sugli opliti dell'ateniese Demostene nel 426. Queste capacità spiegherebbero "l'evoluzione (dell'agilità della fanteria leggera) nel IV secolo, nell'epoca ellenistica e successivamente in Roma [75]. Come per gli Egiziani e gli Asiatici si tratta della tattica del tiratore, questa volta non contro formazioni dello stesso tipo ma contro la fanteria pesante (di sviluppo e perfezione occidentali) tutte le volte che le circostanze, specialmente quelle topografiche, pregiudicano la compattezza di questa (cfr. Polibio XIII, 3, 7)". "Ma Polibio cade in una inesattezza, o quanto meno in un grosso abbaglio, quando ci presentala Roma del suo tempo come costantemente estranea all'impiego delle armi a lunga gittata" (Harmand, cit., p. 129). Il problema della corta e media gittata meriterebbe ulteriore approfondimento, perchè noi potremmo pensare che Polibio, a conoscenza delle esperienze legionarie recenti contro Annibale e contro le fanterie leggiere cretesi, macedoni e scite, vedeva la qual certa debolezza delle formazioni speciali romane prima dell'utilizzo delle tecniche specifiche baleariche, nùmidiche e cretesi e prima dello sviluppo, da Scipione in poi, delle capacità aggiranti e di riserve per i fianchi delle legioni. Le maggiori capacità delle armi da lancio romane nello schieramento fino al 543=211, e anche oltre, erano limitate ai numerosi pila di ogni legionario, esaudendo così fino ad allora completamente il massimo richiesto dalla tattica militare dell'epoca: l'urto e lo sfondamento dello schieramento nemico. Se poi si pensa alla lunga gittata come macchine da lancio, la balistica macedone, siracusana, punica ed ellenistica in generale erano allora notevolmente superiori a quella romana.

L'introduzione dei vèlites nel 543=211 con speciali giavellotti, e l'utilizzo, a partire da quegli anni in poi, su imitazione annibalica ed ellenistica, di corpi specialistici e mercenari, sarà la grande novità che la seconda guerra punica farà affacciare nello scenario militare romano per le successive guerre in Oriente; per non parlare della prima, ampia conoscenza diretta che i Romani fanno proprio allora dell'evoluta balistica greco- ellenistica (quindi anche punica) da Capua a Siracusa, dalla Macedonia a Rodi. E se anche con la riforma mariana del 647=107 scompariranno dalle legioni romane i vèlites, diventando la legione tutta di fanteria pesante, saranno i corpi speciali mercenari e le cohortes ausiliarie  a surrogare la funzione delle fanterie più leggere.

Harmand, cit., p. 91, aproposito della fanteria leggera e del problema dell'utilizzo, negli schieramenti antichi, di tutti i combattenti, come limite tattico (suffragato anche da ARDANT DU PICQ, cit., p. 102, e VON CLAUSEWITZ, cit., p. 225), osserva: "Ardant du Picq si è chiesto: "A quale scopo un esercito di 200.000 uomini, se i combattenti effettivi saranno solo 1000?". Si ha l'impressione che, quanto più sono numerosi i concentramenti militari antichi, tanto più fiacca è la reale partecipazione dei combattenti. Ciò potrebbe spiegare come essa non sia stata decisiva, a quanto pare, alla battaglia di Qarqar, dove pure Salmanassar III nell'827 a. C. oppose 120.000 uomini a non più di 70.000. Fatti analoghi dovettero verificarsi in Grecia al tempo della spedizione persiana del 480- 479 ed io ne ho posti in luce alcuni per l'esercito ausiliario (di soccorso) gallico di Alesia del 52 a. C., descritto da Cesare [76]. Ardant du Picq ha visto una delle ragioni del successo di Roma nella preoccupazione che tutti si battessero". Sempre sulla tattica della fanteria leggera Harmand continua osservando: "Le manovre più comuni, costantemente suggerite dalla bipartizione e dalla tripartizione, fanno intervenire le ali; se si riprende l'esempio macedone ed ellenistico, ci si trova di fronte a una costante, la cui spiegazione vale sia per la destra che per la sinistra, da Alessandro- il fronte obliquo di Gaugamela, se si accetta la ricostruzione di E.W.Marsden (Gaugamela, Diagramma II, in "The Campaign of Gaugamela", Liverpool 1964), sarebbe tuttavia una novità eccezionale- sino all'Eumene di Pergamo di Magnesia nel190 a. C., passando attraverso il Demetrio Poliorcete di Gaza nel312 a.C. Che in ciò non vi sia stata routine, ma una esatta valutazione delle cose, è dimostrato da alcune osservazioni di Clausewitz (cit., p. 225) e di Ardant du Picq. Puntare sul centro è assai più raro e coincide in genere col proposito di attanagliare il nemico: è il caso di Annibale a Canne, nel 216, di Scipione in Spagna alcuni anni dopo (Polibio XI, 22, 6; 23, 3). Notevole è il fatto che prima dell'intervento di Roma non si registrano, a quanto pare, vere e proprie eccezioni: il che può essere dipeso dalla consapevolezza, nei comandi, del limite numerico del potenziale offensivo". Pose la riforma di Caio Mario una delle risposte a questi quesiti, pur sciogliendo i vèlites (cosa criticata peraltro dallo stesso Harmand, cit., p. 93)?

 

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E' indubbio comunque che una vera, grande riforma militare, non meno significativa di quella precedente del 513=241, di quelle successive di Caio Mario e dello stesso Cesare e databile a partire dal 545=209, 8° anno della II guerra punica, fu attuata da Publio Cornelio Scipione su vari piani: su quelli dell'utilizzo dei manipoli, del loro armamento, della strategia e della tattica con le sue battaglie di Spagna. Ma si veda più avanti su questo l'apposito paragrafo. Gli accenni del Bell (Tactical Reform..., cit., pp. 419-422) sul declino e la scomparsa dei velites sono interessanti per le vaghe considerazioni sulle loro peculiarità progressivamente sostituibili: a) con formazioni mercenarie più ridotte di numero ma più idonee per affiancare la fanteria pesante (Ibidem, p. 421); b) per i mutamenti dei livelli di censo nel reclutamento (decisivi soprattutto con Caio Mario) che, con lungo servizio e professionalismo, faceva comunque supplire alla fanteria pesante la mancanza dei velites già prima di Giulio Cesare (Ibidem). Che Mario abbia sostituito il loro parma con uno scudo della stessa forma (uno scutum dei Bruzii) ma più spesso e largo, prima di discioglierli, è interessante ma non decisivo [77].


DIFFERENZE TATTICHE.

PRIMO ACCENNO A DIFFERENZE TATTICHE TRA FALANGE E LEGIONE.

E' stato osservato dal Toynbee (Il mondo ellenico, cit., pp. 154- 155) che lo scudo del legionario romano proteggeva il corpo molto meglio "del piccolo scudo ificrateo [78]. Non offriva, però, il vantaggio di quest'ultimo di lasciare entrambe le mani libere per l'azione. Tuttavia i Romani riuscirono meglio dei Macedoni, sia pure nei più bei giorni della falange, a combinare la massa con la mobilità. La carica di una falange macedone poteva spazzar via qualsiasi ostacolo incontrasse sul suo cammino- anche una legione romana- finchè il nemico non eseguiva una contromanovra e la falange rimaneva in ordine chiuso. Ma essa era perduta se un nucleo di soldati armati di spada l'assaliva alle spalle; come appunto accadde a Cinoscefale nel 197 e a Pidna nel 168 a. C.; infatti le aste macedoni erano armi temibili se impegnate frontalmente e in ordine serrato, ma se l'astato (sarissoforo) era attaccato di fianco e costretto al combattimento singolo, non gli rimaneva come arma che un inadeguato pugnale [79]. Il Romano, al contrario, combatteva individualmente anche quando era in formazione... La formazione dell'esercito romano era anche più elastica. La fanteria pesante era divisa in manipoli di soli 120 uomini ciascuno, che venivano schierati in ondate successive. Quest'ordine tattico era studiato in vista dell'espediente di tenere indietro delle riserve da gettare nella mischia al momento critico... Dopo la catastrofe sul fiume Trebbia e sul lago Trasimeno, gli alti comandi romani perdettero per un momento la fede nel particolare genio tattico del loro esercito, e a Canne guidarono le truppe in massa alla maniera macedone. I risultati di questo passo indietro furono così disastrosi che l'errore non venne ripetuto. Dopo una tale sconfitta, la tattica romana riprese a svilupparsi verso una sempre maggiore elasticità. La fanteria romana era, in effetti, la più forte nell'arena militare ellenica di quell'epoca ricca di conflitti per l'egemonia, e migliorò rapidamente di qualità con l'esperienza, misurandosi con le altre grandi potenze militari contemporaneamente. Invece, la cavalleria romana era, e rimase, un'arma inadeguata, come il pugnale del falangita macedone". Era dunque (si capisce implicitamente) molto più ellenistico l'esercito di Annibale almeno per quel che riguarda l'uso della cavalleria, e l'uso combinato di fanteria e cavalleria.

Rimandiamo per questi argomenti ai capitoli sulla falange greca e sull'esercito punico, e alla fine di questo capitolo al paragrafo sulla cavalleria romana. Ma, a parte alcuni schematismi nella sintesi del Toynbee, generalizzazioni che supereremo nelle analisi successive, è importante, per la qualità e la funzione dello "strumento" militare con cui Roma affermò nel giro di pochissimi anni la sua egemonia, la considerazione del Toynbee (ibidem, p. 161) a conclusione del capitolo "La vittoria di Roma": "L'egemonia di Roma si estese incontrastata su tutto il raggio d'azione della sua fanteria partendo dalle basi sulle sponde e i golfi del Mediterraneo, fino al momento in cui i suoi eserciti in avanzata non s'imbatterono nelle pianure della Mesopotamia e nelle foreste dell'Europa settentrionale, dove il terreno avvantaggiava altre armi e altre tattiche (il Toynbee pensa certamente alle foreste della Germania da Teutoburgo in poi e agli arcieri a cavallo dei Parti, NdR). Per il momento, entro questi limiti, il mondo era alla mercè di Roma. Niente poteva esser fatto senza la sua sanzione, e poco tentato se non per sua iniziativa". Come vedremo con le premesse legionarie analizzate nella nostra opera, sarà un "momento" durato per quasi 500 anni dopo quei fatidici 553=201 e 586=168 avanti Cristo, nei quali Cartagine ela Macedoniaerano stati radicalmente debellati e nei quali i modi di combattimento ellenistici erano stati definitivamente soppiantati dal sistema manipolare.

 

 

 

 

FIG.LA BATTAGLIA DELLATREBBIA IN KROMAYER

Vedremo nel capitolo sull'esercito greco, proprio cominciando dai sommari accenni di Polibio, le principali differenze tattiche tra falange e legione, con le secolari dispute tra storici militari sulle migliori qualità dell'uno o dell'altro ordinamento. Bene fa un contemporaneo esperto di tattica dell'antichità, nell'articolo "Pilum versus picca" (il giavellotto del legionario romano contro la lunga lancia della falange macedone)[80], a riportare questa considerazione di un autore dell'800 in merito: "I Romani, allo scontro delle loro legioni con la Greca Falange, sempre si trovarono inferiori, e ne furono con gravissima strage respinti. Mi si dirà, che in fine n'ebbero la vittoria. Ma ciò niente prova contro la greca ordinanza perchè il vincer de' Romani non dipendese mai dall'aver essi superata la forza della falange, ma dall'aver saputo renderla inetta si può dire al combattere [81]". Contro tale tesi pregiudizialmente filo- ellenica, lo Zotti critica "la predilezione che autori di regolamenti (per simulazioni da tavolo o computerizzate) hanno per le armi ellenistiche, che vengono quasi sempre rappresentate superiori a quelle romane, partendo sempre avvantaggiate in un confronto a parità di condizioni... Superiorità molto evidente nel caso della picca di fanteria e della lancia di cavalleria che surclassano rispettivamente il pilum e il giavellotto". D'altra parte, si osserva, "gli stessi romani mostrarono sempre una grande ammirazione verso la tattica ellenistica: come dimostra la diffusione tra i Romani dei trattati sull'arte militare greca- per altro scritti da autori estranei all'ambiente militare- mentre sono completamente assenti analoghi studi che ci spieghino la tattica romana. Le opere militari romane sono assai ingenue (Frontino) o descritte per sentito dire (Vegezio). Dobbiamo rimpiangere che le pagine di Polibio [82] dedicate alla tattica romana siano andate perdute, e tutto ciò che "conosciamo" non sono in realtà altro che congetture" (Ibidem). Lo Zotti afferma che, se il terreno stesso del wargame non fosse solitamente pianeggiante come quello idoneo per rendere ottimale la compattezza e la rigidità della falange, la mobilità dei manipoli romani si dispiegherebbe in tutta quella superiorità di armi e tattiche che resero Roma dominatrice contro gli Elleni "a partire da Pirro e finendo con Mitridate": e bisognerebbe riscrivere molti regolamenti. D'accordo! Ma ci pare (e non certo contro lo Zotti, che anzi abbastanza lo evidenzia) che proprio Polibio, difensore della superiorità della legione, constata la superiorità della falange nel tipico terreno di battaglia che anche von Clausewitz riconobbe come proprio del mondo antico: lo schieramento campale, in terreno ben scelto dai contendenti. La guerriglia è esistita da sempre e Spagnoli e Liguri hanno creato gravi problemi ai dominatori del mondo (i Romani): ma non fu mai quello l'ordinamento di battaglia dei grandi Stati. I migliori wargame hanno i livelli di difficoltà di movimento, di pendio e di terreno scosceso che potrebbero rendere adeguatamente anche Pidna: rimane però sempre nella realtà una netta superiorità della falange finchè un buon stratego greco respinge il tentativo avversario di tale scelta di terreno e non fa nè smembrare nè aggirare la falange. A Cinoschepale e a Pidna queste ultime cose avvennero, e solo questo Polibio verificò storicamente tra falange e legione manipolare. Affermare una teorica superiorità della falange dicendo che Annibale copiò tutto dagli ellenisti, superandoli, mentre Scipione potè copiare solo Annibale, sarebbe antistorico. Ma lo schema tattico e l'armamento oplitico non variavano di troppo, sostanzialmente, da quelli tradizionali greci ed ellenistici nè per Annibale nè per Scipione: a parte cavalieri leggeri africani o armi e tattiche sannite, la spada falcata spagnola e le nuove tattiche dei condottieri punico e romano furono inserite in un superamento e perfezionamento della scuola ellenistica, come ricorda lo stesso Zotti.

Senza nuove tattiche aggiranti (per Annibale soprattutto con la cavalleria, per Scipione soprattutto con la fanteria oplitica sui fianchi) neanche 34 anni dopo Zama la falange ellenistica poteva essere surclassata sul campo di battaglia. Essa restava incrollabile e invincibile e il pilum restava inadeguato contro di essa. La mobilità dei manipoli poteva dispiegarsi solo dopo aver indebolito soprattutto sui fianchi la compattezza della falange; mentre l'indebolimento al centro poteva avvenire non soltanto con dirupi o dislivelli sul cammino dei falangiti ma da sempre con qualsiasi tradizionale tattica di attrarre la falange in avanzate troppo veloci e scompaginanti. Ha ragione peraltro lo Zotti a dire che, nel confronto tra organizzazioni e schieramenti di tal tipo, non è neanche la singola arma, non è cioè un semplice confronto tra "armi" a far emergere le differenze. E lo Zotti ha soprattutto ragione, secondo noi, nello sconfessare l'autore ottocentesco prima citato, in quanto rendere "inetto al combattere" lo schieramento nemico fu il massimo sviluppo tattico ellenistico perfezionato da Annibale e Scipione, fingendo lo sfondamento al centro ma evitando il contatto, mentre si conseguiva il risultato in altro modo. In questo la tattica manipolare, come sostiene lo Zotti, non fu in nulla inferiore a quella della falange ellenistica. La falange fu superata dalla legione manipolare con difficoltà e con perizia manovriera tutt'altro che semplici e scontate: sulla carta era sempre la falange vincente. Polibio lo ripete fino alla nausea e tutti i contemporanei furono allibiti e increduli dopo Pidna. Venendo subito meno, col dominio mediterraneo, un simile avversario, Roma non ebbe più bisogno di copiare altissimi livelli ellenistici, ma migliorò per secoli le prerogative di mobilità e il professionismo nelle proprie legioni.

La picca non morì surclassata "qualitativamente" dal pilum solo per il fatto che per ritrovare la picca in una formazione di fanteria dobbiamo aspettare le colonne svizzere: per interi secoli del Medioevo fu solo la cavalleria pesante (e raramente gli arceri) a decidere qualsiasi battaglia, e nessuna fanteria.

Vittorie epocali e incredibili quali quella della legione sulla falange o dei borghesi della Lega Lombarda[83] sulla cavalleria pesante imperiale non bastano comunque a dichiarare vulnerabile e superato un ordine di battaglia.

Vedremo della legione romana non solo le caratteristiche di superiorità in qualche singolo aspetto del combattimento oplitico e di vantaggio teorico (duttilità e mobilità, ricambio dei combattenti, spada e scudo più idonei, spirito combattivo e senso del dovere, ecc.) sulla rigida falange tardoellenistica; ma soprattutto, da ultimo, gli sviluppi che, nell'età di Annibale, questa formazione romana vide velocemente maturare, soprattutto con Publio Cornelio Scipione l'Africano: al punto di preparare quella perfezione di manovre, di allargamento dello schieramento con la fanteria pesante sui fianchi e dell'azione combinata di fanteria e cavalleria [84], che in tale caso veramente superarono ogni precedente innovazione tebana e macedone.

 

FIG.SFONDAMENTO DA PARTE DELLE LEGIONI AL TRASIMENTO

GLI ANNALES DI QUINTO ENNIO.

Quinto Ennio, nel poema Annales, libri VIII e IX sulla seconda guerra punica, indica vari termini militari specifici. Nei frammenti "runata recedit" e "spiras legionibus nexit" (fr.377- 378 incertae sedis, ed. Valmaggi, cit., fr. 396- 397 ed. Baehrens, cit.) ci indica (come osserva la fonte: Paolo 263) che la runa era un tipo di arma da lancio, e runata vuol dire pilata. La runa era dunque una sorta di pilum. Spira (secondo Festo 330) significa una moltitudine di uomini dell'esercito, e il Müller osserva: "de Graeco hoc ductum. Nam apud Polybium speira [85] idem quod manipulus"; e sicuramente "spira" è più appropriato in Ennio che non "coorte" riferita ai manipoli di cittadini romani nella II guerra punica: a parte l'uso appropriato di coorte per i manipoli di socii (alleati) dei Romani, abbiamo infatti già detto della differenza tra legione manipolare e quella per coorti della riforma mariana del107 a. C.

Vedremo nel capitolo sull'esercito cartaginese, nel paragrafo sulla terminologia militare, l'enorme presenza di termini militari greci anche negli eserciti occidentali punici e romani (e ancor più nel capitolo sulle flotte). Erano estremamente diffusi questi termini greci per molti secoli nella storia militare di Roma. J. M. Carrié (Il soldato..., cit., p. 132 sgg.) esamina la presenza del greco nel sermo militaris latino, come termini tecnici e simboli tachigrafici fino all'impero (ad esempio, theta per soldati uccisi in combattimento, tau per sopravvissuti, ecc.).

Ennio utilizza il termine "manus" (manipolo) per i Marsi e "coorte" per i Peligni nel fr. 280 del libro VII (ed. Valmaggi). Essendo entrambi i popoli socii di Roma, si presuppone che qui i Marsi fossero quel 1/5 della loro formazione scelto come extraordinarii alle dirette dipendenze del comando romano.

Peccato che l'opera di Ennio, primo elevato tramite tra la cultura greca e latina nel campo lessicale quanto in quello della tecnica letteraria e poetica, sia in massima parte perduta. Ma anche nei testi rimasti di altri autori è arduo reinterpretare e decifrare fedelmente riferimenti e trasposizioni lessicali di termini militari relativi all'età delle guerre puniche. Questo tentiamo comunque sempre di fare.

 

 



[1] In JASHEMSKI W.F., THE ORIGINS AND HISTORY OF THE PROCONSULAR AND THE PROPRAETORIAN IMPERIUM TO 27 B.C., University of Chicago Press, Chicago-Illinois 1953 (in particolare il I capitolo, ORIGINS AND EARLY HISTORY TO THE BEGINNING OF THE SECOND PUNIC WAR (218), pp.1-16 ) Gneo Scipio in Spagna nel 218 e Marco Claudio Marcello per il 215 sono indicati come i primi “privati” che ottennero una proroga di comando in provincia (imperium proconsolare; per il primo, Jashemski, cit., pp.22 ssg., per il secondo Livio 23.30.19, Mommsen, Rom Staatsrecht Leipzig 1887, II, 649, n.1). Si discute se Gneo fu solo un legatus in Spagna, scelto da suo fratello Publio, console,  che nel 216 vi comandava la flotta, o fu inviato in origine con imperium da Roma. Ma il fatto che egli ebbe nel 218 un comando di esercito consolare e che Livio (22.22.3, 25.36.16) faccia supporre che egli ebbe lo stesso imperium del fratello Publio, fa propendere per un primo imperium “pro consule”. Si veda anche Toynbee, cit., II, nella nostra digitalizzazione in Appendice del suo volume.

[2] Il più convincente è lo Ilari, cit., pp. 79 sgg. Affrontiamo il problema della "Formula" nei relativi paragrafi del capitolo precedente.

[3] Obbligati a prestare servizio ininterrottamente fino alla cacciata di Annibale dall'Italia e a consumare i pasti in piedi i fanti, a servire con il cavallo a proprie spese (equo privato, e non più equo publico con l'aiuto dello Stato) i cavalieri.

[4] Sono ancora dati del Brunt. Toynbee, Brunt e Ilari sono tra gli autori da noi commentati nel capitolo precedente per le singole legioni.

[5] In particolare cfr. Toynbee, cit., I, p. 643 n. 98. Ma è interessante che questa tendenza romana (salto qualitativo di cittadinanza soprattutto con assegnazioni di terreni nelle nuove colonie marittime di cittadini romani) ci riporti più che altro al servizio militare marittimo.

[6] Cfr. EMILIO GABBA “Il declino della milizia cittadina e l'arruolamento dei proletari”, in SII (qui in Appendice) ed E. GABBA, “Il tentativo dei Gracchi” nel medesimo volume, pp. 671-89, per i riferimenti sull’arruolamento ai Gracchi e a Caio Mario. Oltre alle leggi graccane agraria e giudiziaria viene esposta <<anche la legge militare, che addossava allo stato la spesa dei vestimenti dei soldati senza piú effettuare trattenute sul soldo (le armi erano già fornite dagli arsenali statali) e proibiva gli arruolamenti di giovani inferiori a diciassette anni.>>

[7] "Le centurie di censo erano i quadri di leva di quelle dell'esercito... Non potendo la centuria avere che una limitata importanza tattica nell'ordinamento falangitico della legione, era proprio nella leva che appariva il fondamentale carattere militare della centuria" (Gabba, Esercito e società... cit., p. 145). Cfr. anche GDS II, p. 204 sgg.; Dionisio di Alicarnasso IV, 19.

[8] Genericamente, assidui "ex classibus" (Gabba, cit., p. 144).

[9] Parlando della cavalleria romana spiegheremo meglio questo aspetto, che il Gabba, cit., pp. 149-151, ha esaurientemente risolto, consentendoci di attribuire al primo anno della II guerra punica (cioè con la fondazione nel218 a. C. delle ultime due delle definitive 35 tribù romane, Cremona e Piacenza) una documentata nascita in Roma della classe dei cavalieri, cioè del census equester.

[10] Il "velo" di 8000 fanti leggeri posti da Annibale nella prima linea a Canne, per mascherare ai Romani il suo schieramento, non era un'eccezione. In generale "le avvisaglie fra le truppe leggere servivano più che altro, parrebbe, a dar tempo allo schieramento e coprirlo agli occhi del nemico" (GDS III2 p. 141).

[11] Erano sempre queste formazioni ad appiccare il combattimento.

[12] Già il Parker, cit., Oxford 1928, dedicava all'esercito premariano, nel suo volume sulla legione romana, solo le scarne pp. 9- 20. Per non parlare del Watson (The Roman Soldier, 1969, cit., pag. 21) che dedica 10 righe alla legione premariana, poichè "la storia della legione nella prima repubblica è oscura".

[13] Sarebbe più comprensibile dire a scacchiera, cioè con i manipoli disposti a scacchiera su tre file di 10 manipoli ognuna. Ma il simbolo romano dei 5/12, simile al 5 dei dadi, dà anche secondo il De Sanctis (GDS III2, pp. 140 sgg.) la proporzione più esatta dei rapporti in questo schieramento. Il De Sanctis fa autorevolmente notare che il termine "a scacchiera" darebbe l'idea di intervalli tra i manipoli della prima linea larghi quanto i retrostanti manipoli, pronti certo a coprire gli spazi vuoti anteriori ma con una esposizione al nemico tatticamente troppo pericolosa; mentre il termine "a quinconce" (quincunx), per quanto anch'esso attestato nelle fonti solo da Virgilio in poi, meglio rende l'idea di intervalli ben più ridotti del fronte di un manipolo e contrassegnabile, almeno più semplicemente, dal vessillo del manipolo stesso.

[14] Gabba, cit., p. 529; Fraccaro, Opuscula, cit., II, pp. 298- 301.

[15] Gabba, cit., p. 149 e n.23.

[16] Per una bibliografia esauriente sul problema, cfr. Gabba, Esercito e società..., cit., pp. 147- 148

[17] Come dichiara Polibio, VI, 19, 2, quale censo minimo richiesto per il servizio nelle legioni al suo tempo.

[18] Si vedano su questo aspetto i successivi paragrafi.

[19] Si vedano più avanti le varie e possibili ipotesi per la datazione.

[20] Prigionieri per debiti. Si veda l'Allegato 1 con la lista delle legioni nel capitolo precedente.

[21] Gabba, cit., p. 11; Livio, XXII, 11, 8; XXII, 59, 12; Th. Steinwender, Die röm. Bürgerschaft in ihrem Verhältniss zum Heere, Danzig 1888, pp. 7- 9.

[22] Queste ultime sempre (tranne che le 5 centurie aggiunte, compresa quella dei proletarii) divise in seniores e iuniores.

[23] Ancora sulle cifre dei censimenti, cit., ora in Esercito..., cit. , p. 535. Più esplicito in "Note sul ceto equestre in età repubblicana", ora in Esercito..., p. 339: "Le prime testimonianze sulla leva per tribù datano al275 a.C., ed io credo che appunto in questo torno di tempo si sia iniziata la leva secondo questo nuovo sistema". Facendo risalire a tale dilectus per tribù la nascita di una lista apposita dei cavalieri (già documentata durante la guerra annibalica, Livio, XXVII, 11, 15).

[24] Le Bohec, cit., pag. 17.

[25] Cfr. AA.VV., Geschichte der Kriegskunst, Berlin 1987. Ma si veda meglio a metà di questo paragrafo.

[26] Carlo Pisacane, ispiratore nella nostra opera degli aspetti democratici- risorgimentali legati alla milizia cittadina romana e italica di contro agli aspetti mercenari degli "stranieri" (un tempo punici e greci, ai suoi tempi dell'ancien régime), viene da noi citato per i suoi saggi sull'arte della guerra nell'antica Italia ("Cenno storico d'Italia" e "Dell'arte bellica in Italia", in "Opere", cit., voll. 1 e 2).

[27] Comunque sempre con schieramento oplitico serrato.

[28] "Una crux interpretum... un passo talmente confuso e talmente sospetto d'errore che può darglisi fede solo quando ha conferme d'altre fonti attendibili, ossia quando non ci apprende nulla che già non sappiamo" (GDS III2 p. 148- 150).

[29] Scutum, scuta: formato di due tavole lignee unite tra loro con colla di bue e ricoperte poi da uno strato di lino e da uno di pelle di vitello; rinforzato ai lati da bordature metalliche e protetto al centro da una borchia (umbo) pure metallica, destinata a deviare i colpi. Era in dotazione a tutti gli scaglioni della fanteria pesante (oplitica) legionaria (G.Brizzi, "A" 88, cit., pag.115).

[30] Recentemente Michael EICHBERG, nel volume "Scutum", cit., ha dedicato 300 pagine di studio, di bibliografia e di analisi e riproduzione di reperti archeologici, a questo importante scudo romano, ricostruendone una effettiva origine italico- etrusca, tipica cioè del centro- nord Italia, e commentando anche i 9 punti della storia di Tito Livio in cui si attribuisce di volta in volta a Volsci, Sabini, Galli, Sanniti, Etruschi, Iberi, Cartaginesi, Celtiberi, Beoti, Tessali, Acarnani e Liguri l'uso di questo tipo di scudo (Ibidem, p. 23 sgg.). Ma cambia poco, secondo noi, il fatto che esso fosse ripreso dai Sanniti come invenzione originaria o dai Sanniti in quanto Italici. E' comunque ottima la bibliografia fornita dal volume, anche nell'analisi esaustiva delle fonti antiche.

[31] Il Parker, cit., p. 11, attribuisce i 60 e i 120 uomini per manipolo anche a epoche diverse, come aumento progressivo. E si vedano Niebuhr e Mommsen spesso citati.

[32] Estremamente vivace, nei primi decenni del '900, la polemica su queste ipotesi tra il Kromayer (cit., III, 1, p. 347 sgg.) e il Delbrück (cit., I2, p. 426 sgg.).

[33] Ma questo pare sottenda, secondo noi, il passo tanto incogruente di Livio VIII, 8, 8.

[34] Zama, pp. 30- 31.

[35] Importante battaglia in Africa (anche se non contro Annibale) che precedette Zama.

[36] Vedasi il paragrafo sulla riforma manipolare di Scipione. Lo Zotti parla di una suddivisione in "riquadri" di tutto lo schieramento, "attivi a seconda della manovra da eseguire" (Ibidem).

[37] Vergil.,georg. II 277 sgg.

[38] 2 centurie di 60 uomini ognuna.

[39] Zama202 a. C., cit., p. 30- 31.

[40] Ibidem, p. 30.

[41] Anche se molto simile alla phalarica ispanica (Couissin, cit., pp. 200 sgg.). Il soliferrum dei popoli iberici, un giavellotto di metallo, era il più simile al pilum. Lo Zotti, Zama. cit., p. 37, considera il pilum un giavellotto davvero sui generis, data la sua pesantezza.

[42] Molto sintetico il più recente Zotti, Zama, cit., p. 37. Verosimilmente dai Celti (e dal gaesum celtico o dal soliferrum celtiberico), più che da Etruschi e Sanniti, egli dice ripreso il pilum presso i Romani.

[43] ST, II, cit., p. 716. Cfr. anche Parker, cit., p. 11, per il pilum nelle 1° due linee e l'hasta nella terza. Plausibile lo Zotti (Zama, cit., didascalia a p. 19) sull'ipotesi che già Scipione potrebbe aver fornito i suoi triarii di pila per uniformarli agli altri legionari. E questo aspetto ci ricollegherebbe direttamente alle riforme militari graccana e mariana.

[44] Precedentemente analizzato, anche sulla base del recente libro dell'Eichberg, cit.

[45] Lo scutum, normalmente rettangolare, può essere piatto (in questo caso si pensa a un'origine gallica) o leggermente convesso (è quello preso in prestito ai gladiatori sanniti) (Y. LE BOHEC, "L'esercito romano", cit., pag.162 ). Ma la prima riforma da legione censitaria falangitica a manipolare, con nuovo armamento (elmo di ferro al posto del casco di cuoio, liste di bronzo allo scutum e asta di metallo dolce per il pilum) veniva sommariamente attribuita alla crisi dell'invasione gallica del390 a.C. (esattamente quindi all'esperienza dello scontro con i Galli, "più mobili") anche da L. HOMO, Le guerre di Roma contro i Galli, in Storia del mondo antico, vol. V, Garzanti, Milano 1982.

[46] Lorica, loricae: corazza. 1) Lorìca hamata (hami= anelli) (anche: hamatus; hamis conserta). Prodotta per la prima volta dalla metallurgia celtica, fu in dotazione alle legioni dall'età delle guerre puniche in poi (G. Brizzi, "A" 88, cit., pag.114). 2) Pectorale, pectoralia (kardiophylax): pettorale. 3) Lorica anatomica composta di due valve in bronzo, in uso dal VI sec. a.C. almeno, quando equipaggiava gli opliti non soltanto romani.

[47] Parma, parmae: piccolo scudo rotondo, del diametro di tre piedi, in dotazione ai velites romani (G. Brizzi, "A" 88, cit., pag. 114).

[48] Hasta velitaris, più leggera e corta del vecchio verutum (Parker, cit., p. 15; Coussin, cit., pp. 213- 219).

[49] Sempre molto sintetico Zotti, cit., p. 18.

[50] Queste notizie sono più aggiornate di quanto risulta in Kromayer, Heerwesen..., cit., IV, 3, vol. 2, pp. 324- 328.

[51] ANRW II, 1: HARMAND J., Les origines de l'armée impériale..., pp. 263- 298; FORNI G., Estrazione etnica e sociale dei soldati delle legioni nei primi tre secoli dell'impero, pp. 339- 355; WATSON G.R., Documentation in the Roman Army, pp. 493- 507. Oltre a D.J.BREEZE e B.DOBSON, citati nel paragrafo su primipili e centurionato.

[52] Si omise poi col tempo il gentilizio anche per soldati cittadini romani, in quanto superfluo (Ibidem, pag, 347).

[53] Con l'eccezione delle legioni I Noricorum e I Illyricorum.

[54] In base a Plutarco (Camillo, 40) anche Fröhlich (Beiträge..., cit., pag. 19) propende per la tesi secondo cui Camillo imitò i Galli nell'armamento e creò o diede impulso all'ordine manipolare. Ma torneremo su ciò.

[55] Illustrazioni più recenti in Nicola Zotti- Riccardo Affinati, Ibidem, p. 37 e 19, e Brizzi, "A", cit., p. 88 e 102.

[56] Salmon, Il Sannio..., cit., pp. 110- 112.

[57] Ibidem, pag. 113, sulla scorta di Livio e Plutarco. Vedere nostra nota 46. Parker, cit., p. 11, fa risalire a Camillo e al confronto coi Galli il passaggio dal clipeus allo scutum e dall'hasta al pilum. E' comunque il problema, analizzato nel paragrafo precedente, dell'influsso sannita o celtico del pilum e dello scutum (anche per lo scutum, ad es., cfr. Zotti, Zama, cit., p. 19). La prima ipotesi è più ampiamente accettata.

[58] Vedere a proposito i paragrafi sulla legione romana nel capitolo I.

[59] Cfr. anche Ilari, cit., p. 118 sgg.

[60] Epiteti onorifici conferiti a ali e coorti (torquata, felix, ecc.) fanno la loro apparizione solo sotto i Flavii (Le Bohec, cit., pag. 18).

[61] Cioè senza avanzamenti e promozioni particolari. In realtà non parliamo di vera e propria "carriera", perchè essa è relativa solo all'Impero, così come lo status, il rango sociale corrispondente. Si tratta nella repubblica di promozione sul campo ad opera dei generali.

[62] DOBSON B., The Significate of the Centurion and "Primipilaris" in the Roman Army and Administration, Aufstieg und Niedergang der Römisch. Welt (ANRW) II, I, 1974, pp. 392- 434.

[63] Centurio primi pili è la normale forma in Giulio Cesare; in bell. gall. I, 25 e in bell. civ. III, 53, compare primipilus.

[64] Per questi aspetti sotto il Principato, anche D.J. BREEZE, The Career Structure below the Centurionate during the Principate, in ANRW II, 1, pp. 441-451.

[65] Secondo Polibio, portavano la cotta a maglia soltanto gli hastati appartenenti alla prima classe di censo.

[66] 120 denarii annui.

[67] Problematica affrontata e non risolta anche da Nicolet, cit., p. 145- 148.

[68] Tradotti in termini monetari romani e non greci, questi due oboli avrebbero rappresentato allora 4 assi, cioè un sesterzio (un terzo di denario d'argento). "Il denario, oggi possiamo dire quasi con certezza, fu introdotto verso il213 a. C." (Nicolet, cit., p. 147). Dai 4 assi del 214 si passò ai 5 con Mario e a 10 con Cesare: salario comunque molto basso, se uno schiavo, come manovale, poteva guadagnare 12 assi al giorno (Ibidem, p. 148).

[69] Ovviamente la riforma censitaria e militare di Servio Tullio.

[70] La data intorno al 241 per una importante riforma militare, sempre manipolare, è suffragabile principalmente con: GDS III1, pp. 367 sgg.; Mommsen, Röm. Tribus, 108; Lange, Röm. Altertümer, II3, 499; Kübler, Reform..., in RE, III, 1956.

[71] Zama, cit., p. 19 e 37.

[72] Adduciamo a conferma non banale della nostra tesi anche queste parole di Vegezio (Epitoma rei militaris, III, 24, righe 13-14: "Velites autem erant iuvenes levi armatura et corpore alacri, qui ex equis optime missibilia dirigebant": fanti leggeri ma robusti che dai cavalli lanciavano precisamente proiettili vari, in questo caso contro gli elefanti cn lance e saette che preparavano poi altri attacchi coi pila da parte di gruppi più numerosi di soldati Romani. Vegezio sembra qui ricordare bene la vera caratteristica (montati a cavallo) del corpo di vèlites della II guerra punica.

[73] Vedere la nota all'inizio di questo capitolo.

[74] Per i Romani erano dunque questi, allora, alleati più che mercenari. Fatti prigionieri al Trasimeno da Annibale e da lui poi liberati, ricostituirono una coorte di 600 Cretesi nell'esercito di Siracusa prima della conquista romana.

[75] P. MEDINGER, in "Revue Archéol.", 1933, pp. 227- 234: arco particolare degli ausiliari romani.

[76] Un esercito gallico di almeno 250.000 uomini in soccorso a Vercingetorige, assediato con 80.000 Galli in Alesia da Cesare con 60.000 legionari, fu messo in rotta da Cesare e Vercingetorige si arrese. Tutto questo nonostante che Cesare fosse preso in mezzo da assediati e soccorritori. L'episodio esalta il genio strategico di Cesare anche nella sua capacità di realizzare una perfetta ingegneria dei trinceramenti e dei canali artificiali e di concentrare molto velocemente le coorti nei punti nevralgici in cui si accendeva la battaglia durata due giorni. Riguardo alla propria opera che Harmand cita (Une campagne césarienne. Alesia, Paris 1967), è interessante notare che le sue analisi hanno molto aiutato la fedelissima ricostruzione del war game su Alesia della Avalon Hill di Baltimora. Ricostruzione cui noi, con la cartina degli scavi archeologici di Alesia, aggiungiamo maggiore precisione con la collocazione esatta dei 23 forti con artiglieria di Cesare, che erano non indicati e di libera disposizione sulla mappa della Avalon Hill.

[77] Ibidem, pp. 417- 418; Festus238 M emendato da Schulten, Hermes 1928, p. 240.

[78] Sullo stratega greco Ificrate vedere il successivo cap. III.

[79] Si legga più avanti sulla terribilità del gladio falcato spagnolo usato in quel periodo dai legionari romani.

[80] Nicola Zotti, in "Agonistika", Bologna, giugno 1992, p. 8 sgg.

[81] Esplicito riferimento alle prime vittorie legionarie contro la falange, a Cinoscephale e a Pidna, dove fu sfruttato soprattutto un terreno accidentato per scompaginare la rigidissima falange e far subentrare legionari e manipoli nei varchi aperti.

[82] Unico esperto che funse "da comandante in un esercito ellenistico e da osservatore nelle armate di Roma" (Ibidem).

[83] La novità delle lunghe picche nei solidissimi quadrati di fanteria attorno al Carroccio a Milano non impensierirono minimamente i cavalieri del Barbarossa se non all'ultimo minuto, quello della disfatta.

[84] Chiaramente, quest'ultima, non propriamente romana, ma alleata nùmida ed etolica contro la falange.

[85] Speira designa di solito il reparto base (256 uomini) della falange macedone (G.Brizzi, "A" 88, cit., pag.115).