I - LA REPUBBLICA ROMANA

 

RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> VI

5- FORZE NAVALI DELLA FEDERAZIONE ROMANA.

Nessuna nuova colonia marittima romana sembra sia stata fondata dopo la 1° guerra punica (241 a. C.) [8 dopo la 2° guerra punica].

Per le forze navali romane si osserveranno i contingenti [1] previsti dagli schemi del Senato per le 11 COLONIAE CIVIUM ROMANORUM di DIFESA COSTIERA del 535=219 [2] :

AESIUM (507=247)               (Jesi)

ALSIUM (507=247)               (Palo)

ANXUR  (425=329) [AURUNCI]     (Terracina)

CASTRUM NOVUM (490=264)(CAERE)  

                         (Punicum/Pyrgi)  [3]

CASTRUM NOVUM (PRAETUTTIORUM)(465=289)

               [PICENUM]      (Giulianova)

FREGENAE (509=245)             (Fregene)

MINTURNAE (459=295) [AURUNCI]  (Minturno)

SENA GALLICA (465=289)

         [UMBRIA in AGRO GALLICO]

                              (Senigallia)

SINUESSA (459=295)

               [CAMPANI]   (Sessa Aurunca)

ANTIUM (416=338)[VOLSCI]       (Anzio)

OSTIA  (547=207)               (Ostia)  [4]

 

FIG. ITALIA ROMANA. Colonie marittime di cittadini romani e Formula sociorum navalium.

Contingenti che vanno aggiunti allo schema della "FORMULA SOCIORUM NAVALIUM" ("Schema dei contingenti navali alleati") delle 4 città italiote (greche d'Italia) facenti parte della Federazione Romana, e cioè NAPOLI, PESTUM, URIA e TARANTO (NEAPOLIS- PAESTUM- URIA, cioè Yria in Iapigia- TARENTUM), oltre alla colonia di difesa costiera di Aesium, per un totale principalmente di penteri (quinqueremi) attrezzate, più piccoli contingenti di trieri (triremi) [5], di navi liburne (biremi e trieri di tipo illirico) fornite dagli Illiri come tributo e di almeno 400 navi da trasporto (onerarie) effettivamente utilizzate per il trasporto di Scipione in Africa nel 549=205 [6].

Nei paragrafi successivi ma soprattutto nel capitolo apposito sulle flotte discuteremo tutti gli aspetti dell'arruolamento e dell' organizzazione militare nella flotta. Sintetizziamo per ora che, secondo il Sander ("Flotta..., cit., pag. 356) 80, 90 o 100 soldati erano imbarcati in ogni nave romana il giorno della battaglia; normalmente invece erano circa 36 soldati e solo navi di convogli avrebbero avuto una intera centuria a bordo. Ciò varrebbe per le navi più grandi, e il Ferrero 10= CIL VI 1063 e il Wickert (cit., pag. 116) errerebbero nel riferire anche alle liburne romane (che però non compaiono mai nella flotta romana durante le guerre puniche) queste cifre soltanto perché nel linguaggio militare navale il termine centuria e nave si identificavano (Sander, ibidem, n. 58). Numerosi erano i sottufficiali, 2 ogni 20 soldati (ibidem, pag. 356, n. 60) [7].

Tutti i soldati della flotta (definiti ognuno miles o manipularis) erano divisi in centurie, e unità maggiori (le coorti) non esistevano (ibidem, pag. 364). Se già nella Repubblica le centurie dell'esercito erano divise in più piccoli contuberni, le centurie della flotta restarono divise in parti più piccole chiamate manipoli, di 8- 10 uomini (ibidem, pag. 365).

Navarchi e trierarchi erano nelle flotte con grado superiore ai rematori [8]. Ma poichè le principali analisi sulla flotta romana riguardano le flotte imperiali, dedicheremo, come già detto, i successivi paragrafi e un intero capitolo alla flotta repubblicana delle guerre puniche.

La Corona navale

Così ci llustra DOMENICO CARRO sulla Corona Navalis dell'antica Roma, dopo averci mostrata quella attuale della nostra Marina.

FIG. Corona Navale della Marina Militare Italiana

 

<<Fra i motivi di orgoglio della Marina Militare (nel frastornante rincorrersi di superficiali autolesionismi ed autocommiserazioni nazionali, val la pena soffermarsi su ogni aspetto positivo ed alimentarne la consapevolezza) vi è quello di degnamente ostentare, sulla Bandiera nazionale navale portata dalle nostre Unità, lo splendido simbolo delle nostre antichissime, ricche e gloriose tradizioni marittime: si tratta ovviamente dello stemma della Marina, il più conosciuto ed amato emblema marinaro italiano, che è stato posto in bella evidenza sul frontespizio del Notiziario della Marina e che gode anche di un'ampia diffusione esterna, come si vede, ad esempio, dagli adesivi apposti su molte autovetture o dai disegni stampati o ricamati su capi d'abbigliamento di moda o su altri oggetti da regalo.

Ma, se tutti sanno che lo stemma della Marina Militare rappresenta le quattro Repubbliche Marinare ed è sormontato da una corona rostrata, sfugge a molti il significato di quest'ultima, che appare quasi come un artificio inventato in epoca repubblicana per sostituire la corona monarchica che contraddistingueva la bandiera delle navi da guerra da quella delle unità mercantili.

In realtà, non è proprio così. Anzi, quello stemma (che includeva, nella prima versione, anche una piccola insegna sabauda al centro), con quella stessa corona rostrata, venne ideato in piena epoca monarchica (nel 1939) ed approvato proprio dal Re (con Regio Decreto firmato nel 1941). Ma non è tutto. Il significato della corona rostrata era stato chiarito dalla Marina fin dalla presentazione della proposta del 1939: nel suo appunto al Capo del Governo, l'Ammiraglio Cavagnari (Capo di Stato Maggiore della Marina e Sottosegretario di Stato) scriveva che la Marina italiana "non è soltanto una filiazione delle due Marina sarda e napoletana come fu in uso affermare nei primi anni del Regno per diffusa tendenza a restringersi nel quadro contemporaneo, ma riallaccia la sua tradizione a quelle incomparabili di vigore e di ardimento delle marinerie italiche, eredi dirette e legittime della Marina di Roma".

E, dopo aver descritto la parte dello stemma con gli emblemi delle quattro Repubbliche Marinare, aggiungeva: "A simboleggiare l'origine comune dalla marineria di Roma, lo stemma sarebbe sormontato dalla corona turrita e rostrata, emblema di onore e di valore che il Senato romano conferiva ai duci di imprese navali, conquistatori di terre e di città oltremare".

Lo stemma della Marina Militare, quindi, non è stato concepito semplicemente per ricordare le quattro Repubbliche Marinare (come molti sono indotti a credere, limitando l'attenzione alla sola parte in comune con la Marina mercantile), ma per simboleggiare una millenaria continuità di tradizioni ed il retaggio ricevuto dalle cinque più importanti marinerie fiorite nella nostra Penisola nel corso dei secoli: fra queste, spiccano particolarmente Roma, che fu la maggiore potenza navale del mondo antico (dal III secolo a.C. al V secolo d.C.), e Venezia, che ne fu la "figlia primogenita", si insediò sul mare (VI secolo d.C.), primeggiò nel Mediterraneo e mantenne il suo peculiare ruolo di potenza marittima fino all'epoca moderna (XVIII secolo).

La corona dello stemma, che viene peraltro riprodotta anche sull'altro simbolo della Marina (l'ancora sormontata dalla corona rostrata) e su svariati emblemi di Comandi ed Unità navali (i cosiddetti crest), trae origine da quella decorazione militare che i Romani chiamavano "corona navale".
Nel mondo romano, infatti, le corone erano delle vere e proprie onorificenze; esse venivano normalmente conferite - unitamente ad altri premi (pecuniari o in natura, nell'ambito della ripartizione del bottino) - dal Comandante in Capo vittorioso (imperator) a coloro che si erano maggiormente distinti nell'azione. Naturalmente, se si trattava di premiare la massima autorità militare, la decisione spettava al Senato. Le corone più diffuse erano la corona civica, per chi salvava la vita di un concittadino in combattimento, la corona murale, per il primo che superava le mura di una città nemica, e la corona castrense, per il primo che penetrava combattendo in un accampamento nemico. Sebbene gli insigniti fossero spesso dei militari semplici, quelle corone venivano considerate un premio ambitissimo anche ai massimi livelli: Scipione Emiliano fu particolarmente ammirato per aver ottenuto sul campo la corona murale e quella civica, e perfino l'imperatore Augusto venne ritenuto altamente onorato allorquando gli venne conferita la corona civica (per le vite dei concittadini ch'egli salvò nel porre fine alle guerre civili).

Ma una posizione di ben più elevato spicco era riservato alla corona navale, talvolta indicata come corona rostrata (per la sua foggia) o corona classica (perché veniva attribuita al Comandante di una flotta (classis). Dallo scrittore romano Aulo Gellio, erudito del II secolo d.C., sappiamo che tale corona era d'oro ed ornata con la riproduzione di rostri (i poderosi speroni di bronzo fissati sulla prora delle navi da guerra) e che essa era stata concepita come premio per colui che, nella fase di arrembaggio di una battaglia navale, saltava per primo a bordo di una nave nemica. Nella prassi, tuttavia, tale motivazione (strettamente analoga a quelle relative alle corone murali e castrensi) non venne ritenuta sufficiente: infatti, tutti gli scrittori dell'antichità sottolinearono in vario modo l'estrema rarità del conferimento della corona navale (a fronte dell'elevatissimo numero di battaglie navali vinte dai Romani, soprattutto grazie agli arrembaggi) e l'eccezionalità dei meriti navali degli insigniti.

La prima corona navale venne assegnata al console Caio Attilio Regolo durante la prima guerra punica, come risulta da un breve frammento del Bellum Poenicum di Gneo Nevio, poeta epico del III secolo a.C.: in quella guerra, Roma osò sfidare, sul mare, la fortissima Cartagine, che era allora la maggiore potenza navale del Mediterraneo. Nel 257 a.C., Caio Attilio Regolo, al comando di una flotta di duecento quinqueremi alla fonda nelle acque di Tindari, avendo avvistato una flotta cartaginese di ottanta navi che si sarebbe subito disimpegnata data la disparità di forze, la costrinse al combattimento portandosi temerariamente contro il nemico con sole dieci unità e facendosi seguire, a distanza, dalla metà della sua flotta: in tal modo, perdendo solo nove unità, ne sottrasse diciotto ai Cartaginesi, che non osarono più ripresentarsi fino all'anno successivo, quando la flotta punica, forte di 350 navi, impegnò al largo di Ecnomo quella romana, di 330 unità, comandata dal console Marco Attilio Regolo: in occasione di quella che fu la più grande delle battaglie navali mai registrate dalla storia, sia per numero di navi partecipanti (680), sia per numero di uomini imbarcati (290 mila), Attilio Regolo riportò una splendida vittoria; ciò gli consentì di effettuare poi il primo sbarco navale di forze romane in Africa, altra brillante operazione, sotto il profilo prettamente marittimo, che sfociò, tuttavia, in un insuccesso nel teatro terrestre e nel sacrificio dello stesso Regolo.

La seconda corona navale venne conferita a Marco Terenzio Varrone circa un secolo più tardi: ce ne parla nella sua Storia Naturale Plinio il Vecchio, studioso enciclopedico romano del I secolo d.C., che fu peraltro l'Ammiraglio della flotta di Miseno all'epoca dell'eruzione del Vesuvio (79 d.C.) che distrusse Pompei. Varrone, celeberrimo per la sua vasta erudizione e per la copiosissima sua produzione letteraria, meritò la corona navale per essersi particolarmente distinto, nell'estate del 67 a.C., durante la guerra Piratica che venne condotta, sotto l'alto comando di Pompeo Magno, con straordinaria celerità ed efficacia e che consentì la completa bonifica del Mediterraneo dalla piaga della pirateria: si trattò, per i Romani, di un successo navale di eccezionale rilevanza visto che la pirateria, in quegli anni, aveva praticamente paralizzato i traffici marittimi vitali dell'Urbe.

La terza corona navale premiò Marco Vipsanio Agrippa, come ampiamente riferito dagli storici antichi (Tito Livio, Velleio Patercolo, Dione Cassio, ecc.): egli ne fu insignito da Ottaviano dopo la grande vittoria navale di Nauloco (3 settembre 36 a.C.) contro i "pirati" di Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, che occupava la Sicilia e bloccava con la sua potente flotta (350 navi) i traffici marittimi, conducendo altresì delle incursioni sulle coste tirreniche della Penisola. La totale sconfitta di Sesto Pompeo (perse tutte le sue navi tranne 17 che fuggirono), che per i suoi molti precedenti successi si diceva "figlio di Nettuno", pose termine alle angosce di Roma, la cui sopravvivenza era strettamente legata alla libertà dei mari. Il conferimento della corona navale ad Agrippa - il più grande degli Ammiragli romani, che cinque anni dopo vinse anche l'ultima, importantissima, battaglia navale della repubblica (Azio, 2 settembre 31 a.C.) - incrementò ulteriormente la valenza di quell'onorificenza, che Seneca, filosofo romano del I secolo d.C., definì "la più alta delle onorificenze militari".

Di quel prestigioso emblema delle più fulgide imprese navali volle quindi avvalersi perfino l'Imperatore Claudio al rientro dalla sua vittoriosa spedizione navale in Britannia (43 d.C.) per l'avvio del conquista di quella provincia: avendo egli, come riferisce il suo biografo Svetonio (I-II secolo d.C.), "varcato e quasi domato l'Oceano", fece sistemare una corona navale sul frontone del palazzo imperiale sul Palatino.

La corona navale, in definitiva, conferita solo a tre valentissimi comandanti di flotte romane e adottata anche da un Imperatore di Roma, va considerata - come lo fu per i nostri lontani progenitori - lo splendido simbolo delle più elevate capacità di condotta delle operazioni marittime. >> (DOMENICO CARRO).

I SOCII NAVALES.

I SOCII NAVALES E GLI EQUIPAGGI DI MARINA ROMANI.

Il Mommsen (Vol. III, cap. II, §6) conferma (pag. 50 dell'ed. italiana) che, se fino all'inizio della Prima Guerra Punica le navi da guerra romane, oltre all' inconsistenza numerica di fronte a quelle fornite dagli alleati italici o magno greci, erano al massimo di triremi, da una quinquereme (pentera) cartaginese furono copiate le nuove navi da guerra (il primo ordine di costruzione del Senato nel 494= 260 fu per 20 navi a tre ordini e 100 a cinque ordini).

Roma rinunciò dunque all'uso di sole navi non italiche, quali quelle Siracusane o Massaliote (Marsigliesi), e ne costruì di proprie (lasciamo da parte la questione della totale o quasi totale prevalenza delle quinqueremi sugli altri tipi di navi nelle flotte romane delle guerre puniche, su cui si può rispondere affermativamente con Toynbee, cit., II, cap. I, Appendice II) [9].  Con navi fornite dagli alleati Roma aveva sperimentato le prime sconfitte navali a Napoli nel 428=326 e a Taranto nel 472=282. Ma non fu certo questo il motivo che la spinse a ricorrere a flotte statali, visto che la marineria alleata e magno greca restava in molti casi superiore, qualitativamente, alla marina romana ancora per tutta l'età delle guerre puniche. Noi azzarderemo in seguito la tesi che sostituire la fornitura di navi da parte degli alleati con quella di soli uomini per gli equipaggi, fu l'unico modo per integrare, nella prima e nella seconda guerra punica, il non sufficiente numero di proletarii romani usati nella flotta come rematori [10]. E vedremo come ciò accadrà.

 

Diamo innanzitutto per scontato (in base alla vastissima bibliografia specialistica da noi riportata) che nelle flotte dell'antichità non esistevano schiavi legati alla catena, come fu invece al tempo dei Veneziani e dei Turchi che li introdussero nel Medioevo. Solo i "cittadini" di città- stato greche, puniche e orientali o i cittadini romani anche per tutto l'impero potevano garantire l'affidabilità di poliremi (soprattutto dalla tre alla sei ordini : triremi, quadriremi, quinqueremi, exere; per non considerare le maggiori) che avevano un remeggio complesso, "delicato" e altamente impegnativo proprio nelle fasi di scontro navale e di vita e di morte non solo per gli eserciti coinvolti, ma per tutta la comunità. Si parlerà ampiamente di ciò nel capitolo V sulle flotte [11]. Cittadini "poveri", dunque, o schiavi liberati (liberti) e con la cittadinanza; ma mai schiavi che restavano tali al remo [12].

 

La marina militare di Roma avrebbe avuto origine nel IV secolo a. C., costituita da Cere e Anzio (Alföldi, Early Rome and the Latins, cit., p. 340; Ilari, cit., p. 106) oltre che da Ostia e Terracina (nel 329). Militare e non commerciale, la quale ultima risale già almeno al V secolo c. C., secondo molti, dal 348 secondo l'Alföldi, cit., pp. 354 e 347. I navalia (cantieri e basi navali militari) di Roma di cui parla Livio (VIII, 14) per il 329 sarebbero dunque un vero anacronismo (Ilari, cit., p. 105). E i primi duumviri navales risalgono al 311.

Tornando al Mommsen, i confederati italici fornirono gli ufficiali di marina e i marinai, il cui nome di SOCII NAVALES indica che essi vennero forniti esclusivamente dai confederati (cit., pag. 51). Solo nella II guerra punica vi comparvero i liberti [13] o schiavi dello Stato o delle famiglie più ricche oltre a gente della classe più povera dei cittadini (i proletarii). Ma la costruzione da parte di Roma di nuove navi proprie non escluse l'impegno richiesto come navi alle città italiche e magno- greche alleate secondo la FORMULA SOCIORUM NAVALIUM (nostro ALLEGATO 3).

Alla schematizzazione del Mommsen, che corrisponde comunque a verità per il periodo precedente al 494= 260 (in cui solo gli alleati 'socii- navali' fornivano navi ed equipaggi o secondo il Thiel, "A History of Roman Sea-Power before the Second Punic War", Amsterdam 1954, pp. 27- 28, almeno nei venti anni prima del 494= 260) fa riscontro una risposta più difficile e complessa da dare su chi fossero i marinai, i rematori e i fanti di marina della flotta romana durante la seconda guerra punica; risposta in cui è di aiuto Toynbee (cit., Vol. II, cap. I, Appendice I pag. 640) [14].

Già nel Vol. I, cap. III, Appendice XI pag. 624, Toynbee, pur negando che la FORMULA TOGATORUM e la FORMULA SOCIORUM NAVALIUM si escludessero a vicenda per l'onere del servizio di terra o marittimo, ammette che questa era per lo più la regola, e il resto un'eccezione. Pestum, Velia e Reggio fornivano insieme parecchie navi (20) nel 544= 210 (Livio XXVI, 39) ed erano probabilmente esentate dal servizio militare di terra e persino (in proporzione al numero di navi fornito) da quello marittimo, così come le COLONIAE CIVIUM ROMANORUM (le colonie costiere dei cittadini romani) erano in entrambi i casi esentate, perché svolgevano servizio permanente di guarnigione nelle loro sedi [15]. In base a Livio XXXVI, 2, 15, V. Chapot ("Socii navales", DS- Dizionario di antichità greche e romane, DAREMBERG- SAGLIO, VIII, pag. 1371) ha visto nel 563= 191 il primo regolare arruolamento tra i socii navales (cfr. anche Thiel, cit. pag. 52) e in XXXVI, 3 anche ai cittadini romani delle COLONIAE CIVIUM ROMANORUM viene imposto quell'obbligo di servizio navale da cui erano stati appunto esonerati fino allo stesso 563= 191 anche per il servizio di terra.

A parte le navi (romane e dei socii navales) chi forniva allora i marinai e i fanti di marina in numero così eccezionalmente elevato quale indicano le cifre delle prime due guerre puniche?

In genere i proletarii (Polibio VI, 19, 2- 3). Ma la difficile risposta (cfr. Toynbee cit., I pag. 623 e Beloch, Der Italische Bund, cit., pag. 207) ci è consentita solo dal Thiel (cit., pag. 40 e 70) uscendo dal quadro della FORMULA TOGATORUM e SOCIORUM NAVALIUM e aumentando la richiesta del numero dei marinai di contro a quello delle navi [16]. Gli alleati avrebbero sostanzialmente acconsentito a ciò fin dalla prima guerra punica, e anche le città e gli Stati alleati che fornivano truppe di terra le avrebbero proporzionalmente ridotte in cambio di fornire anche truppe di marina, con reciproco vantaggio [17]. In effetti l'altissimo numero di uomini per la flotta (Polibio I, 26, 7, parla di 300 rematori e 120 legionari- fanti di marina- per ogni quinquereme fin dalla prima guerra punica, come acconsentono Mommsen e gli altri autori, mentre il Thiel, cit., pp. 76- 77, parla di casi in cui il nucleo permanente era di 40 fanti di marina per ogni quinquereme romana, tutti proletari, e Afzelius, in "Römische Kriegsmacht", Copenhagen 1944, pp. 83- 84, parla di 100 fanti per nave nella guerra romano- seleucidica) [18] rende altrimenti incredibile che gli equipaggi, per le cifre relative alle 700 quinqueremi romane distrutte nella sola I guerra punica, fossero fornite nella quasi totalità da proletarii romani e solo in minima parte da proletarii alleati [19].

 

In effetti, gli equipaggi furono per lo più di proletarii e liberti romani ed eccezionalmente di schiavi appositamente liberati, e in proporzioni ridotte (mai più della metà, anche nel I secolo avanti Cristo) di proletarii alleati. A parte il 538= 216, nel 544= 210 si sopperì alla mancanza di rematori con un contributo volontario- da parte dei soli senatori- di schiavi da liberare e argento in verghe per la paga dei rematori (Livio XXVI, 35- 36) [20]. Ma il termine "socii navales" restò sempre valido [21] nonostante il possibile equivoco, e anche alcuni anni dopo la fine della II punica Livio lo usa in XXXVII, 2, 10, per indicare in generale gli equipaggi delle navi da guerra romane. E, anche nell'indeterminatezza della fornitura o solo di navi o solo di equipaggi corrispondenti, Livio in XXXVI, 42, 1, ricorda che a Napoli erano concentrate le navi fornite dagli alleati di quella zona costiera d'Italia "quae ex foedere debebantur" (navi che erano dovute secondo i trattati); e subito dopo, in 42, 2, parla del contingente dovuto da Reggio e Locri e dagli altri alleati (città greche del sud Italia) socii navales, obbligate quindi a dare navi e "forse" (ma Livio non lo specifica) ciurme di marinai e rematori, come ipotizza la nota 4 a pag. 170 dell'ed. UTET bilingue di Livio, cit., Vol. VI.

Lo Ilari (cit., pp. 105) analizza dettagliatamente e in epoca più recente degli altri autori il problema dei SOCII NAVALES e della FORMULA SOCIORUM NAVALIUM in rapporto all FORMULA TOGATORUM delle truppe di terra. Egli, pur accettando Beloch (Bevölkerung, cit., p 354) e la mediazione del Toynbee (cit., I, p. 623), conclude in maniera poco convinta sul fatto che la FORMULA NAVALE - non esistente come lista a sè ma certo esistente come trattati singoli con città costiere  magno greche per una cifra "fissa" permanente di navi e/o equipaggi (di contro alla FORMULA TOGATA, che aveva massimali non fissi e permanenti, e cioè solo per necessità di guerra) - fosse del tutto estranea alla Formula Togatorum. Egli parla, illogicamente, di "dimenticanza" per l'assenza dei socii navales dalla lista della FORMULA TOGATORUM del 225 (quella che noi analizziamo per le truppe alleate di terra). Eppure Ilari cita, dando tacitamente loro ragione, tutti gli altri autori che sostengono, come noi:

1) il vantaggio, anche per i Romani, di ridurre la richiesta di navi agli alleati aumentando invece quella degli uomini di equipaggio (meno onere finanziario per gli alleati, minore difficoltà per Roma di reperire un così alto numero di proletarii quale quello occorrente al remeggio delle grandi flotte delle prime due guerre puniche) (Ilari, p. 110; più convinto a pag. 53; Beloch, cit., p. 353).

2) Trattati con potenze marittime diversi da quelli con altri alleati fin dal 329- 311, per un mantenimento continuo in condizioni operative di un minimo di navi da guerra per la difesa costiera (Beloch, cit., p. 354);

3) Socii navales distinti dai Togati (Mommsen, r. St. R., III, pp. 676 sgg.), non solo perché i primi (palliati come tutti i Greci) non potevano essere mai essere definiti "togati" dai Romani dell'epoca; ma soprattutto perché, non iscritti neanche nella FORMULA TOGATORUM, per gli altri aspetti così esatta e meticolosa, avevano funzioni di difesa stabile (Waffendienst), anche solo per scorte marittime, del tutto differenti. La mediazione del Toynbee, citato, è chiara soprattutto contro gli oppositori di questa tesi (H. Horn, Foederati..., cit., pp. 83 sgg.; Badian, Foreign..., cit., p. 29). E le due FORMULAE, pur differenti, anzi certo quella  navale neanche esistente in quanto lista- FORMULA, non si escludevano a vicenda.

Più recentemente il Baronowski (cit., pp. 252 sgg.) ha confermato che i soldati erano forniti dagli assidui (fanti reclutabili), cioè dalla FORMULA; gli equipaggi da proletarii, liberti e schiavi da liberare, cioè extra- FORMULA. FORMULA SOCIORUM  e NAVALIUM non si escludono, per Baronowski, solo nel senso che, non fornendo gli alleati l'uno e l'altro in uno stesso anno, solo forniture aggiuntive (superiori, per necessità, al normale) venivano imposte da Roma agli alleati. Egli è quindi più d'accordo col Toynbee (cit., I, p. 491) e col Milan (cit., pp. 210- 216) piuttosto che col Salmon (The Making..., cit., p. 170), il quale ultimo definisce automatica la sostituzione di soldati di terra con uomini di equipaggio per la flotta. L'interessantissimo e fondamentale saggio di A. Milan (Socii navales, cit., pp. 193- 221) complica invero talvolta la questione. Egli, volendo radicalmente distinguere nautae (marinai), remiges (rematori) e milites classici (fanti di marina) (il più appropriato "classici milites" vale soprattutto dalla tarda repubblica all'impero, e Livio [che unico - a parte un passo di Orosio- parlerebbe sempre di "socii navales"] ha presente il termine più tradizionale) arriva a qualche confusione. Giustamente il Milan (pp. 218- 220) osserva dal 272 al 260 una indiscussa presenza di alleati nelle flotte prestate a Roma e anche dopo il 260 una vasta presenza di non cittadini romani, bensì socii. Ed è vero (Ibidem, pag. 221) (col Salmon, Roman Colon..., cit., pp. 71- 77) che i cives di difesa costiera erano di vigilanza a terra e non sulle navi: ma "soprattutto" e non "solo"; lo acconsente lo stesso Milan che, per equivoco su socii navales= nautae e milites classici= fanti soprattutto romani, vede come milites classici, comunque imbarcati, i cittadini romani di difesa costiera (Ibidem, p. 221, n. 45). Toynbee II (cit.), p. 518, riferisce ciò come equivoco al periodo dal 260 al 167, quando erano per lo più cittadini romani.  I "nautae" di Livio XXIV, 11, 5, se sono anche addestrati e armati, sono sì sinonimo di socii navales (e non viceversa come pensa il Milan, pp. 196- 197) ma anche di milites classici e remiges, tanto è vero che si acconsente, con Livio XXXIV, 6, 12- 18, a nautae come remiges e insieme come socii navales. Purtroppo il Milan segue lo Horn (cit.), e pregiudizialmente, dando per scontati gli errori di Mommsen e non potendo ancora considerare, nel 1973, l'opera dello Ilari, fa assunzioni arbitrarie a pp. 208- 211. La sua opera resta comunque essenziale per i riferimenti alle fonti (interessante analisi del termine in Livio [pp. 196- 212], ma un po' ozioso a pp. 202- 203). A pp. 206- 207 si analizzano Livio XXIII, 40, 1- 2; XXVII, 17, 2; Catone, O. R. F.3, frg. 66 Malcovati; Livio XXXVII, 16, 10- 11, su dotazione di armi, forse di fortuna, per i socii navales (forse solo i nautae, poichè i fanti di marina erano già certamente in armi) [22].

 

FIG. OSTIA ANTICA

a) ALLEGATO 3. DIFESA COSTIERA.

Contingenti delle 4 città di DIFESA COSTIERA italiote (greche d'Italia) della Federazione Romana e delle COLONIAE CIVIUM ROMANORUM di difesa costiera, secondo gli schemi di contingenti navali dovuti a Roma per la "Formula Sociorum Navalium" [23]:

URIA        (10 QUINQUEREMI) (PENTERI) [24]
PAESTUM     (10 QUINQUEREMI) [25]
TARANTO     (10 QUINQUEREMI) [26]
NAPOLI      (10 QUINQUEREMI) [27]

550 quinqueremi, 55 triremi e 33 tetreri (quadriremi) divise tra le 11 colonie romane di difesa costiera.

20 liburne (biremi illiriche) fornite dagli Illiri come tributo parziale nel 538= 216, terzo anno di guerra. 20 celoces presenti nella flotta romana già dal 536=218.

14 triremi della colonia di ALSIUM che, facente parte del MUNICIPIUM di CERE, era il porto di Roma fino a che, nel 547= 207, dodicesimo anno di guerra, non fu scelta la colonia di OSTIA come porto principale della città [28].

400 navi onerarie nei porti vicini all'Etruria di FREGENE e CASTRUM NOVUM (MUNICIPIUM CAERE).

 

FIG. Monete romane delle guerre puniche

 

Per le colonie romane di difesa costiera ci riferiamo a costruzioni navali "statali" romane, che erano per lo più di quinqueremi, come spiegheremo più avanti. Afzelius, in "Die römische Kriegsmacht", cit., p. 89, elenca Napoli, Taranto, Elea (Velia), Reggio, Locri, Turi, Eraclea, Metaponto e forse Caulonia come città che, per trattato di alleanza, dovevano fornire a Roma piccoli contingenti di navi da guerra. Le 20 navi che, secondo Livio XXVI, 39, Reggio, Velia e Pestum fornirono a Roma nel 544=210 non erano un contingente piccolo, ma certo modesto rispetto alle grandi flotte statali. Spiegheremo nel paragrafo successivo perché noi, forzando talvolta la realtà locale delle città magno- greche alleate di Roma e omologandola alla flotta statale, consideriamo per lo più come quinqueremi le navi dei loro contingenti.

 

FIG. Moneta romana della II guerra punica

Il Mommsen, parlando della flotta romana nel vol. II, cap. VII, 15- 16 (vol. II, pp. 228- 234 della trad. it. cit.) e ricordando che nel 487=267 furono istituiti i 4 quaestores classici (cioè della flotta) assegnati alle sedi di Ostia, Cales e Rimini, riafferma l'impossibilità di stabilire la sede del quarto di questi ufficiali- magistrati incaricati non solo di sorvegliare le coste ma di organizzare una vera marina da guerra, proprio tre anni prima dell'inizio della I guerra punica. Noi non temiamo di indicare Brindisi, occupata precipitosamente intorno al =270 (subito dopo la fine della guerra contro Pirro), come altra sede navale prescelta, non solo per far concorrenza a Taranto (come osserva lo stesso Mommsen, cit., p. 227 e p. 234) ma anche per chiudere l'accesso al mare Adriatico alle flotte provenienti da Epiro e Macedonia e porre un altro freno alla supremazia navale cartaginese, prima ancora che qualche alleanza si potesse profilare tra Cartagine e le flotte di pirati illirici. Contraddiciamo così Ilari, cit., p. 114 sgg., che rifacendosi a Mommsen, r. St. R., II, p 570 e 572, pone la meno credibile Ravenna come quarta sede.

Non è un caso che Livio, anche per tutte le attività militari immediatamente posteriori alla II guerra punica, sottolinei l'importanza della difesa costiera tra Taranto e Brindisi (XXXVI, 2, 7: Tarentum Brundisumque) con particolare rilievo dato a Brindisi come transito per l'Asia (XXXVI, 4, 13) e come punto principale di appuntamento e di confluenza delle truppe per l'imbarco verso la Grecia, perché a Brindisi i comandanti convocano i subordinati e le legioni arruolate per la guerra (XXXVII, 4, 1). Pregnante è ancora qui Quinto Ennio, combattente nella II guerra punica, nel suo poema Annales: "Brundisium pulcro praecinctum praepete portust", nel libro VI, framm. 215 dell'ed. Müller, fr. 340 incertae sedis dell'ed. Valmaggi.

Il Brunt (Italian Manpower, cit.), dedicandosi essenzialmente alle forze di terra della Repubblica romana, fa solo una rapidissima analisi della flotta romana (Roman fleets, 218- 146 B.C., ibidem, pp. 665- 670) esattamente nel periodo dall'inizio della II alla fine della III guerra punica. Lo schema che ne deriva per quel che riguarda la guerra annibalica è il seguente:

        212 a.C. In        208 a.C. In
        Nominal  Commission Nominal  Commiss
                 (armate)

GRECIA  5O navi  25        50      25

SPAGNA  35      sotto 35  83      53

SICILIA 130     sopra 60  100     100

        =======================================
TOTALI  215     120 (?)   233     178

Confronteremo altrove queste cifre con le nostre tabelle.

Anche il LUTERBACHER (cit.), nella sua rapida storia di "Legioni e navi da guerra nella seconda guerra punica", aveva certo più elementi sulle forze di terra che su quelle marittime, e anche lui, come il KLOTZ (cit.), non ha lasciato tabelle esplicite per le sue cifre. Noi le estrapoliamo e riassumiamo come segue riguardo solo alle navi; per il rapporto navi/ uomini di equipaggio e soldati imbarcati, rapporto che anche egli affronta brevemente, rinviamo al paragrafo successivo.

LEGENDA:

Romani: Q QUINQUEREME; TR TRIREME; NA NAVI; ON ONERARIE; HIP HIPPAGINE (PER CAVALLI); CE CELOCES;

Le stesse lettere ma minuscole significano: dei Cartaginesi.

n NAVI NUOVE; (  CONQUISTANO ...; >> CERCARE PROVENIENZA >> SU TABELLA.

b) TABELLE DESUNTE DA LUTERBACHER PER LE FLOTTE:

Anno   ROMA      ITALIA    TARANTO   CUMA
a.C.   [OSTIA]   [PISA]    [BRINDISI]

218               195NA(60Qn)             

217                                  
                  70q 120Q

215    25NA                25 NA     10NA*

214    100 Q n                      

208                        30 NA    
       30NA+20NA n                       

207    70NA<<                       

203               40 Q               

 

Anno   SICILIA   LILIBEO   SARDEGNA 

219               50 Q               

216    75 Q(25 Qn)                       

215                         10 NA *  

212    100Q 150q                    

210                        40 q     

208    100NA               >>50 Q   

207    30NA 70>>                    

205    30 Q n>>            100 q (1)

204    20NA+10n                     

203    40 Q(13Qn)          40 Q     

202    20 Q

201                        10 NA

NOTA:

* "Alcune altre", secondo Luterbacher. Difficilmente una squadra era composta da meno di 10/12 navi (12 per i Cartaginesi).

(1) 20 affondate e 60 prese dai Romani; 20 salve.

Anno   AFRICA    SPAGNA    ILLIRIA   GRECIA
a.C.   [UTICA]   [TARRACO]          

219                        220 Q+12 CE   

218               74 HIP             
                  35 NA

216                        10 Q prest.   

215    75 Q(7on  60 NA              

213    185na**                      

212    185na**                       50Q
       100Q(130on                   

210    50 Q                         

209               80 NA              

208               30q+50q>>          

206                                   35
                                      NA**

204    >>40 Q    30 Q               

203    40 Q                         

201    90 NA

NOTE: **  Walbank, Philipp V, cit., pp. 81 n. 4; pag. 106.

c) RAPPORTO TRA NAVI, UOMINI DI EQUIPAGGIO E SOLDATI IMBARCATI.

In cinque punti della sua trattazione  [29] il Luterbacher presenta 8 riscontri fondamentali sul rapporto tra numero delle navi e numero di uomini imbarcati su ognuna di esse come equipaggio e come fanti di marina. Riferendosi a Livio XXI, 49, 2 (1000 soldati su 20 quinqueremi) egli indica la media di 50 soldati per ogni quinquereme punica; da Livio XXI, 50, 5 (1700 uomini su 7 quinqueremi) egli desume 200 marinai e rematori e 50 soldati per ogni nave; in Livio XXX, 2, 1- 6, intende una media di 75/50 soldati più 200 socii navales e nautae su ogni nave [30]. Per il 218 a. C. considera 45.000 rematori e 17.000 soldati sulle 220 quinqueremi più 12 celoces romane dell'Adriatico e, senza dichiararlo, considera in non più di 75 la media dei soldati imbarcati. La stessa proporzione è sottintesa per i 9000 soldati delle 120 quinqueremi di Servilio nel 217 [31]. Per le navi hippagine (trasporto cavalli), considera, con una media del mondo già greco classico, 30 cavalli per ognuna delle 74 navi hippagine (equivalendo ciò ai 2200 cavalieri in viaggio con Scipione per la Spagna nel 218) [32]. I 6000 nuovi soldati romani sulle 80 navi di Italia e Sicilia nel 203 fanno ricomparire la media (non dichiarata nel testo dello storico) di 75 soldati, e la media di 50 ricompare per le 20 quinqueremi romane di Sicilia del 202 con mille soldati in totale [33]. Il Rodgers (cit., pag. 307) indica in 20 marinai, 75 fanti, 5 ufficiali e 150 rematori (sic!) la media di imbarcati su una quinquereme romana tra la I e la II guerra punica [34].

Noi possiamo constatare che anche le più piccole navi lembi degli Illiri e di Filippo di Macedonia nel 214 portano 6000 uomini (quindi 50 ognuna) per la conquista di Oricum [35]. Ma è evidente che queste cifre medie o minime di trasporto fanteria potevano essere ampiamente superate almeno con le quinqueremi, come dimostrano i 120 legionari per quinquereme di cui parla Polibio per Capo Ecnomo nella I guerra punica o addirittura, 50 anni dopo, i più di 300 soldati romani con Tuditano a Durazzo nel 206 con 35 navi [36].

LE COSTRUZIONI NAVALI ROMANE.

Se nel nostro capitolo V, nel paragrafo  sulla costruzione in serie delle flotte discutiamo le principali costruzioni navali romane fin dalla I guerra punica, vanno qui puntualizzate le cifre che il Viereck (Classis..., cit., pag. 189 sgg) indica come nuove costruzioni navali romane nella II punica: 60 nuove quinqueremi nel 218, 100 nuove triremi e quinqueremi nel 214 e 20 nuove triremi e quinqueremi nel 208, per un totale di 180 nuove navi dal 218 al 201. Dal suo testo cerchiamo di ricostruire questa tabella annuale per le navi romane in servizio:

ANNO   ROMANE/   ALLEATE/  NUOVE     TOT
       UOMINI    CATTURATE           ALE

218-17 220       20 *      60 Q     

214    215                 100 TR e Q

212    215/73.100                   

211-10 215 +     20                 

209    215       /18 **             

208    /95.200             20 TR e Q 280
                                      circ

207    200+40 ***                    240                         c.

206                                   120                         c.

205    155 ****                      155                         c.

204                                   100

203                                   160

202                                   200

201                                   100

NOTE:

* Di Marsiglia e non celoces come invece in Thiel, ...in Republican Times, cit., pag. 35.

** Catturate da Scipione a Cartagena in Spagna.

*** 40 di Grecia forse fuori servizio.

**** 110 dopo la pace di Fenice di quell'anno.

Dal Thiel (...in Republican Times, cit., pp. 35 sgg.) possiamo desumere il seguente schema, in cui R. sta per Romani, C. per Cartaginesi, ct. per equipaggiate e catafratte; le dopie virgolette indicano: >>"proveniente da" e <<"inviate a >>" (>> da trovare in colonna a fianco):

ANNO   SPAGNA    ITALIA    SICILIA   ILLIR.
                 
[TARANTO]           [GREC]

218    C.32Qct18Q R.220Q +           
       2QUA 5TRct    20 CELOCES
                  C. 70

217    R.60Q+ON*                    

214    R.35Q               R.130Q    R.50Q

210    >>R.28              <<R.28Q  
TOTALE R.63Q               R.102Q    R.50Q

209    R.81Q **  >>[R.30Q] <<R.30Q  

208    C.200                        

NOTE:

* Navi onerarie con Scipione e le sue 60 Q per la Spagna da Pisa a Marsiglia. "Le onerarie non nominate, ma certo necessarie per portare 2 legioni" (Ibidem, pag. 38).

** Con le 18 catturate da Scipione a Cartagena, per un totale di 233 navi romane in quell'anno.

Il minimo di navi cartaginesi per il Thiel è quindi di 127 nel 218 e di 200 nel 208. I Romani hanno sempre 215 navi dal 214 al 209, allorchè 233 saranno le navi romane effettivamente operanti. Noi vedremo cifre più alte nelle nostre tabelle, che tengono conto delle navi non impegnate in missioni, o solo di pattugliamento e di difesa costiera.

In riferimento alla fabbricazione delle navi (a  parte le indicazioni che daremo nel capitolo apposito sulle flotte) si può dire a titolo di esempio che si accentua sempre di più il declino di PAESTUM (POSIDONIA) sul fiume Salso, perché il disboscamento vieppiù fitto alle sorgenti e lungo il corso del fiume per il legname occorrente alle navi da guerra e onerarie creano scompensi tali da alterare il corso del fiume e da rendere le zone vicine alla città sempre più paludose e malsane (come sempre descritto nei secoli successivi alle guerre puniche). Inoltre le nuove vie di comunicazione per le Puglie (Bari, Brindisi, Taranto) come direttrici verso il ricco Oriente (commercio ma soprattutto conquiste, a partire proprio dalla I Guerra Macedonica che si inserisce a metà della guerra annibalica) tagliano fuori sempre più l'antica Poseidonia dai grandi traffici commerciali e strategici.

In realtà, riguardo ai modelli navali greco- ellenistici presso queste città italiote, una scelta tra triremi e modelli più grandi dalle quadriremi fino alle sextere fa certo propendere per le prime, dato i grandi costi costruttivi che, tra le città magno- greche, solo Siracusa poteva sostenere al pari di grandi stati ellenistici per le navi superiori alla quadrireme. Un discorso "mediano" assumerebbero sicuramente le quadriremi (tetreri), presenti ampiamente sia in città grandi come Siracusa e Agrigento che in quelle più piccole, sempre a fianco delle più diffuse triremi (trieri). E rimandiamo appunto, per ciò che segue, al capitolo apposito sulle flotte.

Ma i dati di lettura delle fonti antiche (e i testi specialistici) abbondano di notizie su navi minori (cioè più piccole delle consuete navi di linea puniche e romane, quadriremi e quinqueremi) fornite da città italiche, magno-greche, greche e illiriche nel periodo dal 529=225 al 564=190 a. C. Si tratta delle più antiche e più piccole pentecontore (cinquantaremi), di lembi e pristi, di biremi liburniche, di cercuri e celoces [37], di hemiolie e in alcuni casi di triremi- hemiolie (triemiolie), triremi che usavano anche in battaglia simultaneamente vele e remi e che avevano solo mezzo ponte.
Nella Sicilia presa dai Romani alla fine della I guerra punica (e già dal =256 secondo il trattato di alleanza tra gli italici mercenari mamertini della greca Messina e i Romani) non vi era leva di alleati per le truppe di terra, ma vi era l'obbligo, per una città federata come Messina, di inviare in caso di guerra una bireme (Cicer., Verre, V, 19, 50).

Sono talvolta documentate, per le città suddette e spesso alleate o tributarie di Roma, questi tipi di nave. Anche per il 564=190 a.C. Livio (XXXVI, 42, 1- 2) dice che Locri, Reggio e altri socii navales fornivano (oltre a quelle "scoperte", cioè apertae, degli alleati dovute per trattato) navi aggiunte alle navi tectae (catafratte) proprie dei Romani. E anche in 42, 8, navi rostrate (forse di alleati greci) vengono indicate come più piccole delle 81 catafratte del console Livio in Grecia. Noi sosterremo (cfr. più avanti, nel capitolo sulle flotte), sulla base di Polibio e Livio, che con navi rostrate si intendevano in tale caso, tra le più piccole e più veloci, soprattutto le triremi, anche se rientrano nel termine di rostrate tutti i tipi di navi da guerra. Ma anche nel caso qui presente, come in Polibio I, 26 per la battaglia di Capo Ecnomo, si tratterebbe secondo noi di navi minori delle tetreri (quadriremi).

Tenendo pure conto dell'origine greca e della cultura ellenistica delle città che fornivano tradizionalmente navi ai Romani ancora prima delle grandi flotte statali dell'urbe, la loro tradizione navale superava in ogni caso già da un secolo le originarie triremi almeno con tetrere (quadriremi) e pentere (quinqueremi). E se anche ciò sempre non fosse stato, nella nostra ricostruzione delle flotte romane nella II guerra punica (così come fanno anche gli storici antichi) consideriamo tali navi dovute per tributo (per "Formula") come percentuale minore o come totalmente integrate nelle flotte romane dal 534=220 al 564=190 a. C., quindi uguali o superiori alle triremi [38].

Tra l'altro, sottolineando tutti gli autori antichi e moderni i prima 30, poi 50, poi 100 e poi 150 lembi di fattura illirica che caratterizzavano la flotta di Filippo V di Macedonia fino alla battaglia di Chio (e anche oltre, cfr. i lembi e pristi del =197 a. C. in Polibio XXXVIII, 1, 1), come mai nessuno, e neanche Polibio, si sofferma sull'allestimento, la fattura originaria e le particolarità costruttive delle 53 varie e grandi navi corazzate (dekares, novares, octares, hepteres, sexteres e pentere, Polibio XVI, 1-7) che non sono neanche tutte le grandi navi della flotta macedone di stanza a Samo (mancava infatti almeno una sedecieres)?

Queste potevano essere sì in disarmo e non attrezzate da lungo tempo, ma sicuramente la spiegazione è che il greco Polibio provava curiosità e stupore più per l'ottima resa in battaglia di tante navi (i lembi) minori delle quinqueremi che non per le consuete e potenti navi maggiori delle flotte ellenistiche [39]. Altrimenti l'uso delle navi più piccole (pur numerosissime), tranne che nelle guerre di scorreria o da parte di pirati o come rinforzo al nerbo delle flotte, non ha rilievo nelle grandi flotte della II guerra punica nè tanto meno tra le flotte d'Oriente, all'inizio del III secolo, nelle guerre navali tra i successori di Alessandro Magno. E per reprimere le flotte di pirati illirici nell'Adriatico i Romani utilizzano solo penteri (quinqueremi). Ma tutto questo ci rimanda alle questioni trattate nel capitolo V sulle flotte.

In base ai prestiti navali chiesti ai Romani all'inizio della I guerra punica (Polibio I, 20) a Tarentini, Locresi, Eleati e Napoletani (50 pentecontore con 25 remi per lato [40] e alcune triremi), la cifra di 10 quinqueremi documentata ad esempio per Uria, nella magno- greca Puglia, nel periodo che precede la II guerra punica, sottintende certo un numero maggiore di trieri (nave diffusissima ancora tra Greci e Punici) in possesso di quella città e fornito dai vari alleati Magno- Greci alla flotta romana durante le guerre puniche. Ma poichè la quantità di queste triremi è raramente documentata e consentendo noi col Toynbee (cit., II, p. 645), in base a tutte le fonti, che il nerbo sostanziale della flotta romana (anche di quella punica, che poteva permettersi, data la notevole abilità dei suoi piloti, molte più triremi con invidiabile agilità e velocità in battaglia) era, dal =260 fino alla fine delle guerre macedoniche, di quinqueremi (in un rapporto anche maggiore, secondo noi, del 5 a 1 proposto dal Toynbee), ci è sembrato inessenziale, in tale Formula Sociorum Navalium, la mancanza di dati più precisi sulla quantità delle trieri [41]. Non solo per il loro numero estremamente contenuto rispetto alle quinqueremi romane (se non rispetto alle navi più grandi magno- greche, cioè italiote), ma anche perché la quantità di truppe e di fanti trasportati (elemento base della tattica militare navale romana nelle guerre puniche) era nella trireme proporzionalmente più bassa. Inoltre la minore abilità marinaresca dei Romani non sapeva trarre dai temibili, agili rostri delle triremi la versatilità e pericolosità che i Punici sfruttavano massimamente proprio da tali navi ( che noi crediamo Polibio ritenesse rostrate quant'altre mai; e per questo distingue spesso, nelle guerre puniche, rostrate da quinqueremi, pur essendo anche queste ultime rostrate). Ciò non toglie che, nella ricostruzione dettagliata della guerra, di volta in volta nominiamo tutte le triremi o quadriremi che le fonti ci dicono utilizzate dai Romani, indipendentemente se fornite dall'una o dall'altra delle città costiere alleate nella Formula Sociorum Navalium. Risulta comunque evidente che, eccettuati rari casi (quali le 10 quadriremi di contro alle 20 quinqueremi costruite in Etruria per Scipione prima del suo passaggio in Sicilia e dello sbarco in Africa), le costruzioni "ufficiali" (statali) romane erano su larga scala di quinqueremi (se già nella prima costruzione del =260 venti erano triremi e cento quinqueremi).

Senza voler anticipare l'analisi dettagliata della guerra, possiamo sintetizzare che i Romani utilizzeranno, secondo la nostra ricostruzione della guerra annibalica, 752 navi da guerra, di cui ben 630 quinqueremi contro 82 triremi e 40 quadriremi. Anche volendo aumentare il numero delle triremi e ridurre le quinqueremi di circa 50 unità (dubbie riguardo al tipo effettivo di nave), la sproporzione è molto verosimile, anche perché la cifra iniziale complessiva di 542 è senz'altro in difetto, più che in eccesso, rispetto al numero reale; e considerando che già nella I guerra punica i Romani utilizzarono 700 navi secondo gli storici antichi e comunque più di 500 secondo i più scettici autori moderni. Tutto ciò escludendo (come facciamo anche noi) le onerarie.

 

FIG. PARTE DI TAVOLA PEUTINGERIANA: ANTICO MANUALE (ARROTOLABILE E TRASPORTABILE IN UN CILINDRO) TASCABILE DA VIAGGIO ROMANO PER L'EUROPA, CON VIE, TAPPE, DISTANZE E RISTORAZIONE.

 



[1] Si spiegano più avanti i criteri specialistici della valutazione. Nel 208- 207, al tempo di Asdrubale in Italia, tutte le Coloniae maritimae, meno Ostia e Anzio, videro sospesa la "sacrosancta vacatio" dei coloni marittimi, che dovettero servire nelle legioni di terra (Salmon, Coloniae maritimae, 1963, cit.; Salmon, Roman colonisation under the Republic, 1969, cit., pp. 70- 81 -coloniae maritimae-; p. 81.)

[2] Tra parentesi quadre il nome del popolo in mezzo a cui sorgevano.

[3] Non seguiamo autori della bibliografia finale che pongono il Municipium di Caere come unico riferimento delle colonie di difesa costiera di CASTRUM NOVUM (Santa Marinella)(dal 265) e di PYRGI (Castello di S.Severa)(da prima del 191). Per la fondazione di queste colonie di difesa costiera, oltre al Toynbee, cit., interessante la p. 35 di "Atlanti del mondo antico", cit., III. Ma ci distacchiamo da quest'ultima opera per l'importanza che attribuiamo a PONZA come "FORTEZZA LATINA" (Toynbee, cit., I, p. 169, che rimarca la sua istituzione in concomitanza con quella dei duumviri navales), e, pur non essendo essa COLONIA CIVIUM ROMANORUM DI DIFESA COSTIERA, la consideriamo nella stessa funzione di fortezza marittima, pur essendo solo colonia latina dal 311 (312 per gli "Atlanti...", cit.). Unica marginale differenza tra il nostro schema difensivo e la p. 324 dell'Atlante storico mondiale De Agostini, Novara 1989, è che in questa ultima si pone Castrum Novum (Municipio di Cere) con punto interrogativo come Colonia di cittadini romani di difesa costiera fondata nel 264, considerando Pyrgi come effettiva, sicura Colonia di cittadini romani di difesa costiera senza data di istituzione.

[4] Le date di alleanza, come trattati che, equivalendo quasi a una FORMULA SOCIORUM NAVALIUM (vedere più avanti) prevedevano contigenti alleati, sarebbero le seguenti: Napoli, 326; Ponza, 313; Velia e Turi, 285; Reggio, Locri e Crotone, 282; Eraclea e Metaponto, 278; Taranto, 272; Ancona, 268; Messana, 264; Pesto e Cosa, 273. Una nave sarebbe stata fornita anche da Stabia o Nuceria Alfaterna, secondo Silio It., Pun., XIV, 409. Cfr. Ilari, cit., p. 107.

[5] Spieghiamo più avanti i motivi storico- strategici di questa proporzione tra i vari tipi di nave. Vedere inoltre l'ALLEGATO 3 sulla DIFESA COSTIERA e sulla FORMULA SOCIORUM NAVALIUM.

[6] Il KIENAST (Kriegsflotte... cit.) descrive (pag. 9 sgg.) i peregrini nella flotta e il centurionato nella flotta. Inoltre descrive la carriera dei prefetti nella flotta (pp. 29- 47). Ma essendo la sua opera dedicata alle flotte imperiali e non direttamente repubblicane, le sue analisi sono quasi sempre anacronistiche per il nostro studio.

[7] Ma le flotte pretorie (dell'Impero) "non avrebbero più svolto operazioni militari dopo l'anno 31 a. C." (ibidem).

[8] Sander analizza soprattutto l'impero, con le flotte sia pretorie che provinciali (pp. 348, 353, 364), e constata che navarchi e trierarchi erano senza rapporto coi soldati nelle flotte pretorie, dove comandava un prefetto imperiale da Augusto in poi; ed erano tra i centurioni della legione nelle flotte provinciali (ibidem, pag. 364). Altro aspetto che ci interesserà nel discorso sui vari tipi di navi introdotti dai Romani nelle proprie flotte con le guerre puniche, è l'affermazione del Sander su quadriremi, pentere e Hexere (sei ordini) nella flotta romana del fiume Reno durante l'impero (Ibidem, pag. 354 e n. 45).

[9] Riguardo ai preposti, cioè ai comandanti della flotta (che furono consoli spesso a digiuno di ammiragliato fino a Vipsanio Agrippa, allorchè sopravvenne la carica specifica di capo della flotta), essi furono amministrativamente i Duumviri navales dal 311 (Livio IX, 30). Anche per le loro competenze e le giurisdizioni marittime (che furono ad esempio nella III guerra macedonica sul Tirreno e sull'Adriatico a nord di Capo Minervae, sul promontorio di Sorrento) cfr. Livio XXXVI, 2, 6; XL, 18, 6-7 e 26. I quaestores classici (addetti alla flotta) datano al 267, alla vigilia della I guerra punica (A. Baroni, Cronologia, in SII1 p. 968).

[10] E neanche basterà, perché si ricorrerà a liberti e a schiavi romani.

[11] Sulla presenza dei cittadini romani nella flotta, cfr. i vari Casson, Morrison, Basch, ecc. citati nel campo navale, e Milan, Harmand, Moscati, ecc. in quello più propriamente storiografico. Inoltre, tra i minori, S. PANCIERA, cit., Rend. Acc. dei Lincei XXIX, 1964, pp. 316- 327; LE BOHEC, cit., pag. 129. M. REDDE' (Mare Nostrum, cit., 1986) considera naturalmente anche "gli schiavi, ma solo dopo che avevano ricevuto la libertà".

[12] Gsell (cit., II, pp. 450 e 452) parla sempre di "cittadini di Cartagine nella flotta". Il Thiel (...Before..., cit., pp. 307-  308) indica per i Romani soprattutto alleati e città marittime sottomesse, specie nei periodi di guerra più difficili, perché si presuppone comunque la presenza di proletarii romani.

[13] Già nel 296, alla fine delle guerre sannitiche, Livio X, 21, 3, espone il primo caso di questo genere nelle legioni. "Il reclutamento dei liberti divenne poi la regola, ma unicamente per la flotta, che le risorse delle vecchie "colonie navali" non permettevano più di equipaggiare. Così nel 217 (Livio XXII, 11, 8; Nicolet, cit., p. 119- 120). In questo caso i liberti con meno di 35 anni furono imbarcati; gli altri restarono a difendere Roma. Il reclutamento di liberti a terra non era raro neanche tra Greci ed ellenisti (Abido contro Filippo V di Macedonia in Polibio, XVI, 31- 33). Ilari, cit., p. 108, riferisce solo al 191 a. C. i primi liberti imbarcati, in base a Livio XXXVI, 2- 3. Riconferma comunque i proletarii sempre tra gli equipaggi (Ibidem).

[14] Alla fine della Repubblica e all'inizio dell'Impero i socii navales divennero i classarii o classici della flotta augustea e successiva.

[15] Ancora fino al 207 (Livio XXVII, 38, 3- 5) le colonie di difesa costiera (Ostia, Alsium, Anzio, Anxur, Minturno, Sinuessa, Sena Gallica) erano esonerate dal fornire contingenti di truppa; tenevano i soldati per difesa costiera e davano navi. Per i problemi generali dell' arruolamento, teniamo conto nei nostri calcoli che dal 207 solo Ostia e Anzio restano esonerate. Le altre daranno Socii per il servizio di terra, cioè non marittimo (Socii navales).

[16] Si spiegano così anche meglio le enormi flotte statali costruite a spese dello Stato romano.

[17] Anche Livio, in XXXIV, 8, 7, si esprime così: "sbarcate dalle navi tutte le truppe meno i socios navales". Se socii navales erano solo gli equipaggi veri e propri, e non anche contingenti di soldati navali, cioè di fanti di marina, perché Livio avrebbe illogicamente evidenziato che tra i soldati delle truppe sbarcate non vi erano gli equipaggi adibiti alla sola manovra e al governo delle navi? E lo stesso in XXXIV, 38, 1.

[18] Come media nel periodo che più ci interessa, 50 erano i fanti di marina per ogni nave nel 202 secondo Livio XXXI, 14. Ma la cifra, a seconda delle truppe imbarcate e delle necessità di sbarco, variavano da un minimo di 30 a un massimo di 140 per le quinqueremi, perché si tratta qui di "fanti, soldati di marina, cioè truppe vere e proprie, di cui un nucleo costante minimo era sempre previsto per la nave, mentre di circa 30 uomini erano gli "equipaggi" veri e propri sia delle triremi che delle quadriremi e delle quinqueremi. Bisogna quindi enucleare da ogni nave, oltre ai 30 uomini di equipaggio e al numero variabile di rematori, un nucleo costante di fanti di marina difficilmente superiore a 50. Tale cifra aumentava però notevolmente col trasporto di truppe di terra (da 100 a 140 soldati per quinquereme) (importanti a tale proposito i numerosi studi, anche nostri, sulle legioni imbarcate prima della battaglia navale di Capo Economo nella prima guerra punica). A. Köster e E. von Nischer (Das Seekriegswesen den Römern, in HdA, IV, 3, 2, pp. 609- 626) attribuiscono un massimo di 80/90 fanti di marina (epibatae= propugnatores, pag. 621) per TRIERA (trireme) (p. 622; Kromayer, Flotte, PH, LVI, pag. 433 sgg.), normalmente 36 circa. I 50 soldati persiani per ogni triera a Salamina erano considerati superiori alla media dai Greci, che si affidavano alla velocità e ai rostri (anche A. Servello, Relazione, in "ATTI DEL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLE POLIREMI DELL'ANTICHITA'" - RIVISTA DELLA MARINA MILITARE ITALIANA, dicembre 1990 - pag. 83). Il Milan (Socii navales, cit., pag. 196) calcola dal 260 al 167 a. C. su una quinquereme circa 40 milites classici (fanti di marina) di regola, e da 80 a 120 in "previsione di battaglia" (ma si confonde qui certo con le cifre di Capo Ecnomo, che non erano per una "qualsiasi" battaglia navale). Vedasi meglio il successivo capitolo V sulle flotte.

[19] Si veda il successivo, apposito paragrafo c) per il numero medio di equipaggio e fanti di marina sulle navi da guerra. Più dettagliato sarà il CAPITOLO V sulle flotte.

[20] Il riferimento più esplicito del De Sanctis in GDS III2 sul problema degli equipaggi e delle flotte romane nella II guerra punica è il seguente: "Pare che tra il 215 e il 210 i Romani non tenessero mai in assetto meno di 150 o 200 vascelli con un 50.000 uomini almeno di equipaggio (cfr. BELOCH "Klio" III p. 475). Tra questi peraltro i cittadini romani saranno stati in proporzione minima e, più che altro, proletarii. Non saranno mancati invece peregrini, specie Sicelioti, e schiavi; ché sebbene durante l'età repubblicana agli schiavi per equipaggiare le navi non si ricorresse se non per eccezione (parte I p. 122 n. 60), doveva, certo, farsi questa eccezione quando se ne arruolavano persino nelle legioni. La più parte invece o la metà almeno delle ciurme sarà stata di soci; e si capisce; ché col servir nelle legioni in misura eguale o di poco superiore ai cittadini, i soci in realtà non si trovavano al pari dei Romani gravati dal servizio militare, essendo, numericamente, il doppio almeno dei cittadini" (GDS III2 pp. 312- 313). E in realtà tra il 10 e il 15% di cittadini e socii della Federazione romana era sotto le armi in quegli anni, percentuale più che doppia di quella che i Prussiani ebbero sotto le armi nel 1813 (Ibidem).

[21] Importante, per la posizione dei socii italici e dei socii navales, Badian, Foreign..., cit., pp. 16- 19.

[22] Sui Socii italici per truppe o ciurme fornite dagli italioti (=Magno-Greci), cfr. anche Vittorio La Bua cit., saggio 12. pag.51. LA BUA V., Miscellanea-II (12 opuscoli di varie edizioni, fra cui: 4. Agrigento dalla morte di Agatocle alla conquista romana, Università di Palermo 1960, pp.3-14; 7. Cassio Dione-Zonara ed altre tradizioni sugli inizi della prima guerra punica, Roma 1981 pp.241-271; 12. Il Salento e i Messapi di fronte al conflitto tra Annibale e Roma, estratto da L'ETA' ANNIBALICA E LA PUGLIA, ATTI DEL II CONVEGNO STUDI SULLA PUGLIA ROMANA, Mesagne 1988, pp.43-69), collocazione Deutsches Archaeologisches Institut Rom= X 1048-II.

[23] Che tale termine è una invenzione di storici moderni, lo abbiamo dichiarato. Ma affermando anche che esistevano realmente trattati e liste vincolanti a proposito, più precisi della stessa FORMULA TOGATORUM vigente per gli alleati di terra, che cioè non fornivano nè navi nè marinai. Ma di cui purtroppo è quasi inesistente la documentazione rispetto alla FORMULA TOGATORUM.

[24] Le 4 navi fornite nel 171 a.C. (Livio XLII, 48), in situazioni non meno pressanti delle precedenti, fa supporre maggiori forniture in passato, specie per gli accordi dal 273 su contingenti navali fissi, come sostiene Ilari, cit., p. 55 e 106 sgg. E il Toynbee, cit., I, p. 624, ricorda questi prestiti per il periodo della II guerra punica.

[25] Livio XXVI, 39. Paestum (allora comunità latina in quanto alleata romana), Velia e Reggio fornirono 20 navi nel 210 contro Annibale. Toynbee, cit., I, p. 624, ricorda le "molte navi" fornite da Pestum nel 210.

[26] Si veda più avanti sulla flotta di Taranto, particolarmente contesa tra i Romani e Annibale.

[27] Napoli forniva squadre navali ai Romani già dal primo anno della prima guerra punica (cfr. Beloch, Der ital. Bund..., cit., p. 198) e fu la prima alleata magno-greca di Roma (Ilari, cit., p. 106). Data la sua importanza logistico- marittima, la particolare intelligenza militare dei Romani concesse già dal 326 a questa città greca sconfitta tali vantaggi da renderla saldissima alleata nei periodi storici più cruciali (contro Annibale e nella guerra sociale) (Toynbee, cit., I, p. 266).

[28] Da Siracusa ad Ostia giunsero nel 216 1000 arcieri e frombolieri mercenari, circa 26.000 ettolitri di grano (300.000 modii) e circa 19.000 di orzo (200.000 modii) più una statua d'oro della vittoria collocata nel tempio di Giove Opt. Max. sul Campidoglio (cfr. anche M. I. Finley, Storia..., cit., p. 136).

[29] Ibidem, pp. 4, 5, 11, 41, 42.

[30] Luterbacher, cit., pag. 4.

[31] Ibidem, pp. 5 e 11.

[32] Ibidem, pag. 5.

[33] Ibidem, pag. 41.

[34] Rodgers (Ibidem, pag. 257) indica in 100 marinai, 440 soldati e 800 rematori l'equipaggio della 16 ordini di Demetrio Poliorcete.

[35] Walbank, Philipp V, cit., pag. 75.

[36] Ibidem, pag. 102. A meno che, naturalmente, navi onerarie e non quelle da guerra nominate abbiano effettuato il trasporto truppe.

[37] Le 12 navi celoces usate come avvisi (per ricognizione verso la Macedonia) dalla flotta romana di Calabria durante la guerra annibalica erano certo prestiti di alleati. Anche le 20 celoces che Livio (XXI, 17, 3) dice allestite dai Romani nel 218 insieme a 220 quinqueremi non vanno intesi come una nuova messa in mare (varo), ma come armamento ed equipaggiamento di flotta già esistente.

[38] E' discorso a parte la logica convenienza, anche per i commerci, di continuare a costruire navi minori della pentera.

[39] Ciò non toglie che anche Illiri e Liburni fossero popoli profondamente grecizzati ed ellenizzati.

[40] Servendo per il trasporto truppe in Sicilia, la scelta fu mirata comunque a queste navi perché del tutto idonee allo scopo.

[41] Polibio III, 41, 2, dice che la flotta di 160 navi romane date a Ti. Sempronio Longo nel 218 per la Sicilia all'inizio della guerra annibalica, è tutta di quinqueremi. Non si vede perché dubitare dell'attendibile Polibio, come fa, solo a proposito delle quinqueremi e con leggerezza, senza neanche spiegarne il motivo, il De Sanctis, GDS III2 p. 5 n. 7.