I - LA REPUBBLICA ROMANA

 

RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> II

Quando nel 1979, soggiornando a Berlino perché iscritto all'Università Humboldt come laureato in germanistica, resi omaggio alla statua del grande Mommsen, già avevo deciso di approfondire i dati e le cifre delle sue geniali indagini sulla Storia di Roma. E infatti il suo genio prussiano e quello del danese Niebuhr [1], che fu docente di Storia Romana all'Università di Berlino, sono il principale caposaldo schematico di questa nostra  ricostruzione, anche se tutti i riferimenti più specialistici delle schede cronologiche, degli schemi delle forze in campo e delle carte storico- geografiche sono riferiti agli autori più  recenti della bibliografia finale.

 

1- DATAZIONE E CRONOLOGIA.

Le date da noi riportate si riferiscono, nei due numeri che compaiono separati da due trattini:

alla data ufficiale romana- Fasti Consolari e Varrone- dalla fondazione dell'urbe (ab urbe condita, che abbrevieremo aUc) per quel che riguarda il numero prima dei due trattini;

alla data avanti Cristo per quel che riguarda il secondo numero.

Tutto ciò sempre [2], salvo quando sarà diversamente specificato e spiegato (ad esempio, vedere "ELENCO DELLE FORTEZZE LATINE").

A livello generale si allega alla fine dell'opera la cronologia da noi per lo più seguita: del Calendario Olimpico; dei Fasti Consolari con le date varroniane (mentre Niebuhr, ad esempio, segue le date di Catone: fondazione dell'Urbe nel I anno della 68° Olimpiade) e della data prima della nascita di Cristo (spesso abbreviato in tedesco: v.u.Z.). Tale cronologia è inserita nell'Appendice finale dal titolo "Cronologia romana", relativa al calendario latino.

Risolveremo più avanti problemi ulteriori, quale quello sollevato dal De Sanctis (Storia dei Romani, cit. d'ora in poi GDS, Vol. III2, pag. 601), allorchè, parlando della battaglia di Zama e pur accettando la cronologia del Pareti (19 ottobre 552= 202, in "Zama", cit., pag. 24), osserva che: "per la insufficienza dei dati siamo lontani dalla certezza e che, in particolare, l'andamento dei calendario romano, se può dirsi sufficientemente conosciuto per l'età della prima guerra punica e per i primi anni della seconda, ci è mal noto tra il 539= 215 e il 553= 201". A titolo di esempio, la sconfitta degli Scipioni in Spagna avviene nel 542=212 per Livio XXV, 32- 36, nella primavera del 543=211 per Hesselbarth, Untersuchungen, cit., pag. 386 sg. e per A. Klotz, Livius und seine Vorgänger, ed. Teubner, Stuttgart 1940, pag. 169, che seguono Polibio. Noi seguiamo in ogni caso piuttosto Polibio che Livio per la cronologia e ci atteniamo principalmente al Walbank [3], al Weissenborn, al De Sanctis e al Toynbee.

LA CRONOLOGIA.

Sul problema della cronologia, ci è sembrato molto sintetico (tra le tantissime opere cui riferirsi) ciò che osserva il Kovaliov all'inizio della sua Storia di Roma (e partendo implicitamente dal calendario etrusco):

"All'inizio, a Roma, gli anni erano considerati di 10 mesi ed il mese, lunare, era composto da 28 o 29 giorni. In seguito (secondo la tradizione, per opera di Numa Pompilio) venne introdotto l'anno di 12 mesi, ma il mese era sempre lunare. I pontefici ebbero l'arduo compito di pareggiare l'anno lunare con quello solare ma non trovarono [4] mai una soluzione soddisfacente. Solo la riforma del calendario promossa da Giulio Cesare nell'anno 45 a. C. pose termine a questo caos. Quindi un preciso conteggio del tempo prima della riforma giuliana non fu mai possibile.

In seguito si aggiunse la complicazione dell'era. Il conteggio degli anni fu iniziato dalla fondazione di Roma. Ma quando fu fondata Roma? Lo storico greco Timeo di Tauromenium (IV sec. a. C.) secondo quanto ci tramanda Dionigi (I, 74) pose la fondazione di Roma e di Cartagine all'incirca nel 38° anno precedente la prima olimpiade, cioè nell'814 a. C.; Fabio Pittore nel primo anno dell'ottava olimpiade (748); Cincio Alimento, nel quarto anno della dodicesima olimpiade (729). Catone riteneva che Roma fosse stata fondata 432 anni dopo la guerra di Troia, cioè nel primo anno della settima olimpiade (751/ 50). Quella stessa data troviamo anche in Diodoro e Cicerone. Infine Varrone stabilì il terzo anno della sesta olimpiade (754/ 53) e questa data fu quella ufficialmente accettata a Roma. L'"era" di Varrone passò nella storiografia moderna naturalmente non come data precisa della fondazione di Roma, che non è possibile stabilire, ma come punto di partenza convenzionale per il conteggio degli anni". Così Kovaliov.

Il nostro modo di riportare le date (dalla fondazione di Roma = avanti Cristo; esempio: 535= 219) fu seguito metodicamente dal Mommsen. Normalmente tutti i testi e i manuali di storia riportano solo la data avanti Cristo o al massimo (ad esempio il Toynbee) riportano di volta in volta affiancate le varie interpretazioni della stessa data ma non quella dalla fondazione dell'Urbe.


Per le date anteriori al 474= 280 viene seguita la cronologia tradizionale di Varrone e di fianco quella del tedesco Cornelius (diversa da quella del Beloch). Si riporta in appendice, come già ricordato e a livello più generale, la lista dei Fasti Consolari Capitolini, che fungeva da cronologia ufficiale romana più diffusa e che, a partire dal 472=282 (per Niebuhr dal 474=280), non è in contraddizione con le altre cronologie particolari (Werner, Polibio, Livio, Diodoro, Filisto, Beloch, Mommsen, Beloch, Fraccaro, De Sanctis e Pareti). Ovviamente, sempre nella cronologia anteriore al 474= 280, per i problemi relativi ai cosiddetti "anni dittatoriali" varroniani e al problema di "5 anni di mancanza di governo legale a Roma", il problema è per noi risolto dal Cornelius. Riportiamo inoltre lo schema delle date in BELOCH J., Der römische Kalender von 218-168 ("Klio" 15, 1918, pp.382-419), pag. 399

Varrone           1.marzo

536      15 marzo 218

537      4 marzo 217

538      22 febbraio 216

539      12 febbraio 215

540      2 febbraio 214

541      23 gennaio 213

542      12 gennaio 212

543      2 gennaio 211

544      23 dicembre 211

545      13 dicembre 210

546      2 dicembre 209

547      22 novembre 208

548      12 novembre 207

549      2 novembre 206

550      22 ottobre 205

551      12 ottobre 204

552      2 ottobre 203

553      22 settembre 202

554      11 settembre 201

555      1 settembre 200

556      22 agosto 199

557      12 agosto 198

558                  1 agosto 197

 

Parlando più avanti di Polibio e di Livio affronteremo i gravi problemi cronologici legati anche alla successione che gli storici antichi (e tutte le fonti in generale) forniscono per gli avvenimenti della II Punica: intreccio di anni, svolgimento di fatti contemporaneamente in teatri di guerra così lontani fra loro (Italia, Spagna, Grecia, Africa ecc.) raggruppando gli avvenimenti non tanto con ordine e rigore cronologico quanto piuttosto per luoghi e per importanza. L'annalistica romana e la storiografia greca ingenerano quindi talvolta estrema confusione e contraddizioni nella datazione (anche in rapporto, ad esempio, alla data dalla fondazione di Roma o al calendario olimpico). Livio, nei suoi dieci libri sulla seconda guerra punica, ha creato per tutti le maggiori difficoltà riguardo a questa suddivisione per luoghi e date se si vogliono puntualizzare tutte le datazioni. Tra gli storici (annalisti) romani testimoni o combattenti nella II Punica e che più hanno influenzato Polibio e Livio, ricordiamo che Valerio Anziate nei suoi libri (di questi autori abbiamo solo frammenti, con ampie citazioni negli altri storici) forniva una precisa divisione degli eventi in anni (Klotz, Livius und seine Vorgänger, cit., pag. 154; F.Grosso, Gli assedi di Locri, cit., pag.120). Non così Celio Antipatro[5], che è scarso anche di riferimenti geografici (Klotz, Livius und seine Vorgänger, cit., pag. 102; F.Grosso, Gli assedi di Locri, cit., pag.121).


POLIBIO E LIVIO.

La trattazione polibiana della guerra specificamente annibalica (cioè nel Mediterraneo occidentale), nei 40 libri complessivi delle "Storie", riguarda:

l'intero libro III

 (140°Olimpiade:  534=220-538=216) :

dalle cause della guerra fino alla battaglia di Canne;

parte del libro VII

 (prima del 539=215) :

la situazione di Siracusa ;

parte del libro VIII

 (539=215-540=214) :

l'alleanza di Siracusa con Annibale;

parte dei libri VIII e IX

 (542=212-543=211) :

vicende di Siracusa (ripresa dai Romani) e di Taranto;

parte del libro X  

 (544=210-545=209) :

Scipione in Spagna e presa di Cartagena;

parte del libro XI 

 (547=207) :

Asdrubale Barca e la battaglia del Metauro.

 (548=206-549=205),

Scipione in Spagna (battaglia di Ilipa e rivolta dei legionari del Sucrone);

intera parte rimasta del libro XIV (a parte frammenti su Tolomeo Filopatore)

 (550=204-551=203) :

Scipione presso Utica; guerra in Africa;

parte del libro XV 

 (551=203-553=201) :

Scipione in Africa fino alla battaglia di Zama e al trattato di pace.

 

Sebbene Polibio sia più conciso e "scientifico" rispetto a Livio nelle sue esposizioni (anche in riferimento alle forze in campo), purtroppo tra i 40 libri delle Storie polibiane sono molti quelli che riguardano la guerra annibalica pervenutici mutili ed estremamente frammentari. E' molto più ricca e attendibile la parte di Polibio (interi libri IV- V e parte di VII- VIII- IX- X- XI- XIII) relativa alle vicende di Grecia e dell'Oriente ellenistico negli stessi anni (e lo stesso Livio spesso tralascia questi aspetti, sapendo e dichiarando che Polibio li aveva trattati in modo esauriente e con migliori cognizioni a proposito).

Nel complesso il Walbank fornisce buoni elementi di valutazione cronologica per Polibio. Livio, d'altro canto, è più prolisso (o migliore solo in senso descrittivo o della prosa d'arte) e meno lineare (con la sua maggiore commistione, in un medesimo anno, delle vicende belliche in più parti del Mediterraneo), ma la sua parte d'opera pervenutaci intera (la terza deca, libri XXI- XXX) che abbraccia tutta la guerra annibalica (con i riferimenti, sia pur ridotti, agli altri scacchieri mediterranei) è basilare ed omogenea.

Livio presenta comunque grandi problemi di giustapposizione e datazione tra avvenimenti in diversi luoghi, e noi abbiamo dovuto sormontare queste ardue difficoltà non solo con l'ampio esame e vaglio della bibliografia finale (dai testi di esposizione storica- ad esempio le fonti più antiche o il Mommsen- fino ai testi di osservazione, commento e critica a quelle esposizioni anche moderne) nè solo con i riferimenti alle datazioni dell'edizione Weissenborn- Müller della Teubner spesso citata o del De Sanctis e del Toynbee, bensì anche riconnettendo, incuneando e trasponendo fittamente (in una più logica connessione tattico- strategica) la cronologia liviana. Il Seibert (citato, per le sue due opere maggiori) il più recente e completo sussidio per i dubbi da noi non trovati risolti in altri autori.

La meticolosità con cui il Toynbee ha ridimensionato la critica delle fonti riguardo alle presunte "duplicazioni" di battaglie in Livio non ha risolto per noi tutti i problemi, alcuni gravissimi. Ad esempio, recentemente T. Schmitt, in un testo manualistico molto accurato ma basato essenzialmente sulla disamina di Livio e Polibio (Hannibals Siegeszug, München 1991, collana "Quellen und Forschungen zur antiken Welt") ha risostenuto che nel 217 la presa di Clastidio da parte di Annibale (Livio 21,48,8-10) sarebbe un doppione (p. 73); che nell'inverno 217 le notizie di Livio 21, 57, 6- 9 e 21, 59, 1- 9 sarebbero doppioni di un assalto punico a un emporio presso Piacenza, prima con danni per Annibale, poi con gravi perdite per i Romani (pp. 83- 87); la scorreria di Servilio Gemino da Lilibeo nel 217 in Africa, a Kerkenna passando per Cossura e sbarcando sul suolo punico (Livio 22, 31, 2- 5), sarebbe reduplicazione di Sempronio Bleso e Servilio Cepio nel 253 nella prima guerra punica (pp. 196- 200); gli scontri prima di Canne sarebbero in Livio un doppione (22, 43, 1 ff. = B; 22, 40, 4 ff. =A) (pp. 211- 218); e così via dicendo. Approfittiamo per dichiarare che la nostra fiducia per le fonti antiche è superiore a quella della ipercritica moderna, che non ha accelerato così più attente ricostruzioni (ad esempio, la secolare diffidenza verso Livio riguardo alle notizie su Lucus Feroniae). I problemi rimangono, ma si può riconnettere il più possibile [6]. Ribadiamo che anche in questi casi, a dirimere le questioni è per noi il più recente Seibert. Con Polibio il problema cronologico è di molto attenuato per gli avvenimenti in Occidente, ma altrettanto complesso di quello liviano per gli avvenimenti in Oriente.

Quando Livio scriveva la sua opera erano passati meno di duecento anni dalla seconda guerra punica e da Polibio e Fabio Pittore, due storici "contemporanei" alle guerre puniche. Contemporanei e combattenti nelle prime due guerre puniche furono anche i poeti epici Nevio ed Ennio.

L'affermazione (sintetizzata anche in La Penna, "La cultura letteraria a Roma", Roma- Bari 1981, pp. 37- 38) che tutta la storiografia romana è posteriore all'epos romano in quanto Fabio Pittore, combattente nella seconda punica, scrisse dopo che Nevio aveva già composto il suo poema "Bellum Punicum", è valida e riconosciuta dai più, sebbene controversa. Così come valida è l'osservazione che Fabio Pittore scrisse in lingua greca anche per controbattere quegli storici greci che avevano scritto la storia dal punto di vista cartaginese (cioè a favore dei Punici). Fabio Pittore, primo storiografo romano che sistematizzò le notizie senatoriali documentate negli Annales Maximi [7], è una delle fonti storiche privilegiate da Livio. Entrambi peccano ovviamente di faziosità romana (ma mai quanto Valerio Anziate) nella descrizione di molti avvenimenti bellici, essendo ancora recenti cause e risentimenti della guerra in Fabio Pittore e più letterariamente celebrativi gli intenti di Livio. Lo sforzo di questi storici, e di altri autori o poeti greci e romani più o meno contemporanei alla seconda guerra punica, di essere comunque obiettivi e veritieri nelle notizie sarà argomento non solo della nostra ricostruzione dettagliata della guerra ma anche delle note che ricorreranno a proposito di storici greci [8] condotti con sè da Annibale per documentare le sue campagne di guerra o di poeti come Nevio, Plauto ed Ennio più vicini a quegli avvenimenti.

Dionigi di Alicarnasso (I, 6, 2) attesta che Cincio Alimento e Fabio Pittore narrarono esattamente e acutamente le azioni di guerra alle quali presero parte. Vi sono poi talvolta incongruenze che possono derivare non solo dalla posizione filo- romana o filo- cartaginese degli storici, ma anche dalla loro posizione politica. Ad esempio che Celio Antipatro fosse filo- scipionico e Fabio Pittore filo- fabiano (con Fabio Massimo il Temporeggiatore) ha potuto determinare la comparsa o meno di alcuni riferimenti alla guerra, per avvenimenti non sempre minori (ad esempio, decisivo per gli assedi di Locri, F.Grosso, cit., pag. 127-134, che reinterpreta l'annalista Cincio Alimento[9], importante per Locri di cui comandò l'assedio nel 208 a.C.). Su Sosilo spartano e Sileno di Calacte, in Sicilia (Calatti, secondo S. MAZZARINO, Il pensiero storico classico, II, 1, Roma-Bari 1974, p.343, in base ad Athen. XII,59, comunque oggi rettificato), storici greci di Annibale (lo accompagnarono nel suo esercito in Italia[10]), si discute la talvolta notevole obiettività che emerge da descrizioni nei loro frammenti, al di là della partigianeria filo- cartaginese, e si tornerà su di essi (ad esempio, per Sosilo, sulla battaglia navale alla foci dell'Ebro). E' certo comunque che, come lo storico greco Cherea, scrissero per un pubblico greco con ampi intenti propagandistici (pareri discordi in K. MEISTER, Annibale in Sileno, "Maia" XXIII (1971), pp.3-9, e in JACOBY, F.GR.HIST., III B Komm., p. 600 s.). I riferimenti di Memnone di Eraclea e dello Pseudo- Callistene ai rapporti tra la leggenda di Alessandro Magno e Roma e Cartagine ha d'altro canto creato discussione sulle ambiguità filo- e anti- romane dei due autori greci, specie in rapporto alla lettera di Annibale agli Ateniesi vista come pura propaganda anti- romana [11].

 

FIG. LAZIO AL TEMPO DEI RE

Antonio La Penna, in "Aspetti del pensiero storico latino", cit., pp. 113- 114, accenna al problema delle fonti relative alla II guerra punica (sia per i rapporti tra Celio Antipatro, Polibio e Livio che per quelli con le loro fonti più probabili, Fabio Pittore e Sileno). Una sintesi di più approfonditi riferimenti è offerta in particolare da W. Hoffmann, Livius und der II. punische Krieg, Berlin 1942 (in "Hermes", Heft 8), da A. Klotz, Die Benutzung des Polybios bei römischen Schrifftstellern (in "Studi ital. filol. class." 1951, pp. 243 sgg.) e da GDS III2, pp. 150- 200. Più recentemente T. Schmitt, cit., pp. 284- 286, per i rapporti tra Livio, C. Antipatro e la tradizione annalistica.

Polibio non potè utilizzare per il suo III libro nè le Origines di Catone nè il libro di L. Celio Antipatro (GDS III1, App. I, 1, ribadito in III2 p. 160) a differenza di Livio che potè utilizzare quei testi nel XXI libro della III deca (Ibidem p. 174). Il De Sanctis (Ibidem p. 193) ascrive a Fabio Pittore, a Celio e a Cassio Dione buona parte delle fonti utilizzate da Appiano nelle sue opere "Iberica" e "Hannibalica", a parte ovviamente Livio e Polibio.

Plutarco nella sua vita di Fabio Massimo, fece uso prevalente di fonti latine, Livio in primo luogo. Ed è strano, ma non innaturale, che per la II guerra punica in Italia un erudito storico greco si avvalga poco di fonti greche e poco dello stesso Polibio, privilegiando annalisti come Celio Antipatro [12].

Notevole è l'importanza per la II guerra punica dello storico Cherea (oltre che di Sileno e Sosilo) per parte cartaginese e, per parte romana, di Celio Antipatro, con i suoi 7 libri sulla II guerra punica, giuntici parzialmente in pochi frammenti e citazioni. Il tema della dipendenza o meno della terza deca di Livio dal terzo libro di Polibio è stato svolto analiticamente in molti testi (nelle edizioni critiche curate dal Beloch, dal Niebuhr, dallo Schwegler, dal Tillmanns, dal Nissen, dal Posner, dal Vollmer, dal Peter e dal Franchi). Il Lachmann (De fontibus historiarum Titi Livii, Gottingae 1822- 1828) sostenne che dal libro XXI in poi Livio si valse di Polibio come autore principale per scostarsene solo quando metteva a profitto anche qualche altra fonte, Antipatro soprattutto e Valerio Anziate, dal quale avrebbe attinto per i passi con "riferimenti numerici", per le descrizioni e le narrazioni più prolisse. Ma Livio giudicò sempre sfavorevolmente Valerio Anziate proprio per le sue evidenti esagerazioni in fatto di numeri (Livio, III, 5, 13; XXXIII, 10, 8; XXXVI, 38, 6- 7; XXXVIII, 23, 8). Problema che noi abbiamo dovuto difficoltosamente superare riguardo a varie fonti, proprio per l'aspetto "numerico", cioè di ricostruzione militare dettagliata che il nostro studio prevedeva; spiegheremo in altri punti, sia di questa Introduzione che delle ricostruzioni specifiche, come abbiamo sormontato tali scogli.

Accenniamo solamente che Celio Antipatro viene citato ben 11 volte nella terza deca liviana, in passi e particolari non riconducibili a Polibio, e nonostante gli stretti contatti variamente riconosciuti fra tante parti della terza deca e il terzo libro di Polibio. Del resto lo stesso Livio, in XXXII, 6, 8, afferma di avere esaminato tutte le fonti greche e latine e il Klotz (in "Livius und seine Vorgänger", II, Leipzig 1941) sostiene il caratteristico influsso dell'annalistica romana, che Livio esaminò e confrontò per trovare certamente le versioni più plausibili tra le varie fonti. Non si spiegherebbe altrimenti la severità del giudizio su Anziate (XXX, 10, 8: Valerio omnium rerum immodice numerum augenti; cfr. anche XXXVI, 19, 12), cioè sulle sue cifre come "impudenter ficta", impudenti invenzioni (Livio, XXVI, 49; XXXIII, 10; XXXVI, 38). Ad esempio, Livio dubita, in XXX, 19, dei 5000 Punici uccisi nella battaglia sui campi di Crotone dal console Cn. Servilio Cepione contro Annibale nel Bruzio (inizio del 551= 203), subito dopo la sconfitta di Magone e prima della dipartita di Annibale dall'Italia (secondo il De Sanctis Annibale partì dall'Italia alla fine d'autunno del 551= 203). Ma la notizia di questa battaglia è talmente oscura, che Livio non sembra neanche crederci (a parte la diffidenza per la cifra fornita da Anziate), perché "l'attività di Annibale in Italia era ormai conclusa" (Ibid.). Riguardo alle invenzioni annalistiche, il De Sanctis, GDS III2 p. 543 n. 153, attribuisce a tali invenzioni la strage da parte di Annibale degli Italici che non lo seguivano in Africa, ma troppo spesso, specie per notizie navali e sulle flotte di cui il De Sanctis aveva scarse cognizioni, lo storico moderno rigetta acriticamente come invenzioni annalistiche interessanti riferimenti numerici [13].

Riguardo alla questione importantissima delle "cifre" militari, cioé dei contingenti, il Gelzer (GELZER M., Die Glaubwürdigkeit der bei Livius überlieferten Senatbeschlüsse über römische Truppenaufgebote, "Hermes" 70, Berlin 1935, pp.220-255, ora in "Kleine Schriften" III, Wiesbaden 1964), trattando in questo saggio la credibilità delle decisioni del Senato riportate da Livio per le forniture e lo stanziamento di truppe romane, ricorda come alla diffidenza di Ulrich Kahrstedt verso le cifre di Livio e verso "le tabelle annuali delle legioni presso il Senato" intese come "fantasmi e fantasie di annalisti folli" (Storia dei Cartaginesi, pag. 361 e 442) si contrappose il De Sanctis III, 2 (pp. 317-327 e tabelle pp. 631-637) ; e come il Klotz e Friedrich Cornelius riconobbero veri "atti del Senato" in quelle liste militari. Gelzer lamenta lo storico greco Timeo come "modello di stile storiografico" (anche al tempo di Cicerone) per la tarda- annalistica - e quindi l'eccessiva importanza data alla retorica. E si ricorda la critica feroce di Polibio a Timeo per la retorica scolastica lontana dai fatti reali (oltretutto senza conoscenze di arte della guerra, di geografia e ancor meno di politica). La "verisimiglianza" e la "commozione del lettore" erano purtroppo obiettivi prioritari degli scrittori di storia peripatetici (Gelzer afferma ciò come dimostrato di nuovo esaurientemente da Erich Burck).

Daremo grande importanza al saggio del Gelzer, anche nelle note sulle forze mobilitabili nella guerra gallica del 225 secondo Fabio Pittore (Fr. 23 P.) e Polibio (2, 23- 24) (Gelzer, cit., pag. 225). Ma è ora determinante dire che le liste - i numeri delle legioni - sono per Gelzer "non pure invenzioni della tarda annalistica dell'ultimo secolo della Repubblica, ma ricostruzioni combinate di materiale più antico, che in buona parte contiene notizie autentiche". Gelzer dimostra che i dati delle decisioni del Senato sulle truppe romane nelle tre ultime decadi di Livio non posseggono "la prova della veridicità" storica, ma sono comunque frutto di una stratificazione storiografica ben più complessa di quanto finora analizzato, e non sono da respingere meccanicamente. Proprio sulla traccia di questi grandi e concisi studiosi della II guerra punica (Klotz, Luterbacher, Fröhlich, Gelzer ecc.), noi daremo giusto rilievo alle cifre degli antichi, con la dovuta e severa critica storica ma superando la nefasta, una volta trionfante, fase moderna e preconcetta dell'ipercritica.

Tra i commentatori di Polibio e Livio questi sono gli autori da noi privilegiati per la datazione degli avvenimenti della II guerra punica, nell'ordine:

1) Fr. Luterbacher e A. Klotz se l'avvenimento bellico o il riferimento a forze militari non ha avuto particolari discordanze di analisi o polemiche di attribuzione nella bibliografia complessiva da noi fornita;

2) Walbank, Weissenborn- Müller, De Sanctis, Toynbee, B.L.Hallward, Tarn, con questo ordine di preferenza, se la questione dibattuta e la polemica sulla cronologia non ha avuto soluzioni definitive e concordi;

3) qualsiasi altro autore della nostra bibliografia finale se l'attribuzione di date e contingenti ha avuto da parte di questi una risposta più verosimile e accettabile anche se parziale [14].


SCHEMI DELLE FORZE IN CAMPO E QUADRI SINOTTICI

Una ricostruzione sostanzialmente militare e “numerica” degli eserciti e degli schieramenti nella II guerra punica richiedeva un notevole rigore delle date, delle cifre e dei movimenti delle forze in campo. Ma la forma estremamente concisa e spesso lapidaria delle notizie raccolte nelle schede numerate e nel quadro sinottico non dipende solo dal fatto che esse sono raccolte e integrate da centinaia di testi e manuali. Abbiamo, quasi involontariamente, riprodotto più la storiografia dell’antica annalistica romana che non la “storia” nel senso più vero del termine. Sempronio Asellione, nel libro I delle sue Storie (citato in Aulo Gellio V, 18) ha meglio spiegato questa differenza, notando “Fra coloro che hanno desiderato lasciarci degli annali e coloro che han voluto scrivre la storia del popolo romano, vi sono queste differenze essenziali. Gli annali sono dei libri che ci fanno soprattutto conoscere ciò che anno per anno avveniva, cioè scrivono una specie di diario, che i Greci chimano ephemerìs. Per parte mia, non mi pare che basti far conoscere i fatti accaduti, ma anche per quale motivo tali fatti siano avvenuti”. E ancora: “Gli annali non possono rendere i cittadini più alacri nella difesa dello Stato, o più riluttanti a fare il male. Narrano infatti sotto quale console si iniziò la guerra o la si concluse, e di conseguenza chi entrò nella città da trionfatore, senza far sapere in tale narrazione che cosa accadde nel corso della guerra, quali decreti siano stati emanati in quel periodo, quale legge o proposta di legge sia stata presentata, senza far sapere i motivi che ispirarono quegli avvenimenti; tutto ciò non è scrivere di storia, ma narrare fatterelli ai ragazzi” (S.Asellio, Frag.1-2 Peter). Anche noi, nelle nostre schede e sinossi, abbiamo scritto più che altro ephemerìs (termine greco cui corrisponde il latino “annales”, da non confondere con i veri e propri Annales maximi, in 80 volumi, redatti dai pontefici elencando i nomi di tutti i magistrati e i fatti più importanti dell’anno). E questo proprio nel senso che ribadisce Aulo Gellio (cit.): “Le storie sono dei fatti o la loro esposizione o descrizione; gli annali sono invece la ricapitolazione di fatti riguardanti parecchi anni, con il rispetto del loro ordine cronologico” (nel modo più schematico e acritico, aggiungiamo noi). Il Norden (Die römische Literatur, Leipzig 1954) ooserva che “la cronaca municipale romana... si ricollegò alle cronache annalistiche locali dei Greci... Per questo i più antichi annalisti romani si servirono della lingua greca: essi si rivolgevano anche e soprattutto a dottissimi lettori ellenici, per i quali una storia di Roma doveva avere un interesse non inferiore a quello di una storia di Babilonia di Berosso, della storia dell’Egitto di Manetone, di una storia fenicia di Menandro. Infatti Roma era ormai entrata nel numero degli Stati civili, e anzi pretendeva di essere una “polis Ellenixé”. I più antichi e più importanti di questi annali romani in lingua greca erano quelli di Quinto Fabio Pittore, il senatore che dopo la battaglia di Canne fu inviato all’oracolo delfico. Noi abbiamo le notizie più attendibili sulla più antica storia di Roma a quegli storici che si servirono dell’opera di Fabio Pittore, soprattutto Polibio I e II (per gli anni 264-211) e Diodoro XI-XX (per gli anni 486-302)” (Noden, cit., pag.40).

 

Secondo La Bua V.( cit., saggio 7. su CASSIO DIONE- ZONARA), le accuse di Polibio a Filino di Agrigento, che vedeva la storia da un punto di vista filopunico (ma non filosiracusano per la resa successiva di Gerone di Siracusa ai Romani) nella prima guerra punica contro Roma, parrebbero dimostrare che Filino, come Timeo, avevano elementi per sostenere la rottura da parte romana di patti tra Roma e Cartagine su rispettive zone di influenza nel Mediterraneo e la colpa romana di aiuto ai Mamertini sanguinari ed empi. I Romani comunque "compresero che non aiutando i Mamertini, questi si sarebbero rivolti a Cartagine, consentendole la conquista di tutta le Sicilia e la possibilità di sbarchi in Italia" (Ibid. p.240). Fabio Pittore e Polibio sottolineano questa politica romana "difensiva" nel frangente, mentre la posizione di Filino emerge, oltre che in Polibio stesso, in Dione Cassio (fr. 43, 1 sgg.) e Zonara (VIII, 9) che, nel riportare una versione filoromana della medesima antiromana di Filino (La Bua, 7. p.254-263), rendono credibili le due sconfitte del console Ap. Claudio contro Siracusani e Cartaginesi, le due prime sconfitte romane nella prima punica che Polibio nega decisamente (I, 15). Cincio Alimento, propretore romano in Sicilia contro Annibale nel 210 e poi prigioniero temporaneamente di Annibale, fu storico certo filoromano e contro la posizione filopunica di Filino, ma più imparziale di Polibio sulla politica imperialistica di Roma in Sicilia: le sfere di unfluenza ci sarebbero state, come dice Filino contro Polibio: solo, i cartaginesi per primi le avrebbero violate; le prime due sconfitte romane in Sicilia ci sarebbero inoltre state. Onestà di storico dunque, in Cincio, per questi fatti, più che in Fabio Pittore e Polibio (Ibid. p.270-271).

L’enorme lavoro di vaglio e di ricerca (anche sulle fonti antiche meno note e su alcuni campi del sapere finora ignorati dalla storiografia “ufficiale”, dal wargame agli studi di marineria) permetteva di fare più che una “vera” storia e ha permesso infatti di trattare a parte, completamente, la storia della falange, della legione, dell’esercito di Annibale, delle flotte e la cartografia, approfondendo ogni aspetto particolare e citando tutti i riferimenti. Ma nelle nostre sinossi, e nella ricostruzione della guerra mese per mese, tutto questo apparirà come un difficilissmo e arido elenco di cifre e di date.

 

 

FIG.- Il mondo mediterraneo secondo Polibio.


 

IL CORPO CIVICO ROMANO E LA REPUBBLICA ROMANA ALL'INIZIO DELLA SECONDA GUERRA PUNICA.

ORGANISMI STATALI E MAGISTRATURE.

Come riuscì la società e l'oligarchia più "militarista" del mondo antico, quella romana, a svilupparsi per più di 500 anni senza degenerare in puro autoritarismo? Come riuscì anzi a favorire forme di partecipazione e di democrazia molto moderne che rivitalizzeranno e rinsangueranno, con estensione della cittadinanza, con riforme e con rivoluzioni, lo Stato romano?

Già il Machiavelli vide giustamente nella fusione delle uniche [15] tre possibili forme di governo aristoteliche (monarchia, aristocrazia -a Roma soprattutto oligarchia-, democrazia) la forza di Roma antica.

Ma la struttura federale e soprattutto la riforma territoriale e militare (cioè per tribù e centurie) proprio nel periodo tra la I guerra punica e la fine della II fu il punto di svolta decisivo per questa continua integrazione tra società civile ed esercito, tra sfera politica e militare nella vita romana. Analizzeremo l'aspetto teritoriale e quello militare nei primi due capitoli di questa Introduzione.

Come ricordava Ulrich von Wilamowitz- Möllendorff in "Volk und Heer in den Staaten des Altertums", Berlin 1918 ["Popolo ed esercito negli Stati dell'antichità"] [16], la caratteristica principale degli antichi Stati (Atene, Roma, la Macedonia, nonchè gli antichi Germani) consisteva nella corrispondenza tra le funzioni civiche e quelle militari: il cittadino era tale in quanto prestava servizio militare, cioè in quanto soldato. "L'ampliamento del servizio militare porta all'ampliamento della cittadinanza, la differenziazione del servizio prestato porta alla creazione di diversi gradi di diritti politici, fino alla inclusione di sempre più larghe cerchie, nella pienezza dei diritti dell'uomo completamente libero" (Ibidem, p. 67).

Tali constatazioni hanno lasciato polemiche e controversie aperte tra gli studiosi del mondo antico dalla fine del secolo scorso ad oggi, essenzialmente per quel che riguarda lo studio dei contrasti sociali all'interno di quelle antiche società, la funzione dello Stato e il rapporto Stato- società, cioè riguardo alla priorità storica dello Stato e del suo esercito rispetto a forme autonome minori [17], con accuse peraltro di conservatorismo e di militarismo o di democraticismo liberale e socialista attribuibili ai sostenitori delle diverse tesi. Ma il concetto di "democrazia militare" per le più arcaiche strutture sociali romane e germaniche accomuna ormai le varie interpretazioni. Inoltre, a parte discussioni sulla funzione più o meno prioritaria della clientela nella società romana (Matthias Gelzer, Die Nobilität der römischen Republik, Leipzig- Berlin 1912; Friedrich Münzer, Römische Adelsparteien und Adelsfamilien, Stuttgart 1920) o sulla sua derivazione dalla fides (Richard Heinze, Vom Geist des Römertums, Leipzig- Berlin 19392, 1960), contributi fondamentali nonostante l'eccessiva impostazione prosopografica ed elitista, i correttivi moderni apportati da questi autori nella prima metà del nostro secolo alla tradizionale impostazione mommseniana da una parte e all'analisi marxista dall'altra sono sufficienti per creare un quadro del corpo civico romano coniugandolo con gli aspetti propriamente militari [18] del periodo che qui ci interessa: la preparazione della Seconda Guerra Punica.

 

FIG.1 - Planimetria dei colli dell'antica Roma.

 

FIG.2 - Zone soggette a inondazione nell'antica Roma.


 

FIG. - Le antiche mura serviane (A) con le porte e gli acquedotti repubblicani, e le successive mura aureliane con i monumenti imperiali. Quadro d'insieme, parte nord-ovest.

 

FIG. - Le antiche mura serviane (B) con le porte e gli acquedotti repubblicani, e le successive mura aureliane con i monumenti imperiali. Quadro d'insieme, parte nord-est.

 

FIG. - Le antiche mura serviane (C) con le porte e gli acquedotti repubblicani, e le successive mura aureliane con i monumenti imperiali. Quadro d'insieme, parte sud-ovest.

 

FIG. - Le antiche mura serviane (D) con le porte e gli acquedotti repubblicani, e le successive mura aureliane con i monumenti imperiali. Quadro d'insieme, parte sud-est.

Per l'interesse "militare" della ricostruzione, cioè per motivi di analisi censitaria e numerica, faremo riferimento a istituzioni e organismi romani legati comunque all'arruolamento [19] e all'organizzazione dell'esercito.

Cominciamo con un brevissimo quadro delle forme di assemblee popolari che, insieme al Senato, erano i massimi organismi statali, e delle Tribù in cui si divideva il corpo civico romano.

 

FIG. MURA DI ROMA SERVIANE ED AURELIANE

 

FIG. ANTICHE MURA DI ROMA SERVIANE E AURELIANE

Curia, centuria e tribù erano la base delle tre forme di assemblea popolare (comizi) [20] (a cui ne va aggiunta una quarta, il concilio della plebe, sembra su base delle tribù).

La più antica erano i COMITIA CURIATA, prima di Servio Tullio, formata dalle 30 curie della Roma di Romolo (che davano, 10 curie per ognuna delle 3 tribù (100 soldati e 10 cavalieri per curia, 1000 fanti e 100 cavalieri per ogni tribù originaria). Poi (per molti secoli e anche nell'Impero, con 30 simbolici rappresentanti) ebbero solo il potere di votare leggi e autorità (lex curiata de imperio) dei massimi magistrati eletti nei comizi centuriati.

I COMITIA CENTURIATA ebbero sempre carattere militare [21]. In quanto comizi più importanti degli altri, sono definiti "comitiatus maximus". Essendo l'assemblea con competenze elettorali (dei magistrati maggiori con imperium), legislative e giudiziarie[22] di tutti i cittadini romani in armi [23] e non potendo l'esercito in armi riunirsi dentro il "confine sacro" della città ("pomerium", solco tracciato con l'aratro da Romolo e col tempo relativamente ampliato), le riunioni avvenivano extra pomerium (fuori della città vera e propria), cioè nel Campo Marzio e comunque extra Tiberim [24]. Durante le riunioni sul Campo Marzio, sul Campidoglio sventolavano rosse bandiere di guerra (Festo, 92, L). Solo magistrati con poteri militari (consoli, pretori, dittatori, interrè) potevano convocarli e presiederli ("erano convocati dal suonatore di corno...", Aulo Gellio , Noct. Att. XV, 27)[25]. Convocarli era "imperare exercitum", perché era un'espressione dell' imperium militiae, cioè del comando militare cum imperio (e cum auspiciis).

Al tempo di Polibio, e cioè nell'età delle guerre puniche, la leva militare si svolgeva sul Campidoglio (Polibio VI, 19, 6; Livio, XXVI, 31, 11) e non nel Campo Marzio [26]. L'arruolamento (dilectus) avveniva dopo 30 giorni (un trinundinum circa) di convocazione con editto e di preparativi. Un appello nominativo precedeva il dilectus ordinario, e chi non era presente senza giustificazione non solo perdeva la cittadinanza, ma era forse venduto come schiavo (Val. Max., VI, 3, 4). All'inizio della seconda guerra punica, nel 216, al tradizionale giuramento dei soldati (sacramentum; sacramentum dicere) si era aggiunto un giuramento legale (Livio XXII, 38, 3; Polibio VI, 21, 1). Di esso Gellio XVI, 4, ci ha conservato la formula esatta dell'impegno ad essere puntuali alla leva [27].  Di come questa ultima avvenisse parleremo nel paragrafo apposito relativo anche al censimento.

 

FIG. Comitium e Curia Hostilia.

I COMITIA TRIBUTA ("sempre la più democratica delle assemblee popolari" romane [28], Kovaliov, Storia di Roma, I, pag. 99)[29] era l'assemblea di tutto il populus romano (patrizi e plebei) nella ripartizione territoriale per TRIBU'. Avevano, comunque nella Repubblica [30], il più ampio potere legislativo (leges tributae) e meno quello giudiziario (solo per la provocatio- appello- ad populum contro gli edili curuli, magistrati patrizi) ed elettorale (solo per i magistrati minori, senza imperium militare)[31]. I recinti elettorali erano i SAEPTA, ancora visibili a fianco al Pantheon.

 

FIG. Roma antica con i Saepta (recinti lettorali delle tribù).

I CONCILIA PLEBIS (concilium plebis, assemblea della plebe) era l'assemblea (pare, inizialmente, rivoluzionaria, ma subito dopo sempre istituzionalizzata a Roma) dei soli plebei. Organizzata anch'essa dal 471 a.C. (più o meno agli inizi) per TRIBU' territoriali con la legge del tribuno della plebe Publilio Volerone, venne chiamata perciò "tributa" [32] (concilia plebis tributa). Era presieduta dai capi della plebe (tribuni della plebe) scelti all'inizio (494 e 471 a. C.), dopo le secessioni sull'Aventino e sul Monte Sacro [33], ed eletti ogni anno (prima in numero di 2, poi di 10) dalla plebe.

 

FIG. CAMPIDOGLIO (foto al plastico nel Museo della Civiltà Romana di Roma EUR).

Il Concilium plebis all'inizio votava i "plebiscita", leggi valide solo per i plebei e non per tutto il "populus", cioè non anche per i patrizi, che politicamente le contrastavano (patres= capifamiglia nobili delle "gentes"- famiglie aristocratiche-, da cui patres= senatori [34]). Dal 286 a. C., con la legge Hortensia, i plebiscita valsero come legge per tutti, patrizi e plebei, anche senza la auctoritas (autorizzazione) patrum (dei senatori), che prima occorreva per far diventare lex un plebiscitum [35]. Già nel 449 a.C. (con le prime leggi scritte di Roma, le XII TAVOLE) e nel 445 a.C. (con la lex Canuleia, per la possibilità di matrimonio tra patrizi e plebei) nonchè nel 386 (con le leges Liciniae Sextiae, possibilità dei plebei di ottenere uno dei due consoli) si erano realizzate importanti vittorie della plebe e addirittura un "pareggiamento degli ordini" (nascita della nobiltà patrizio- plebea, nobilitas), in quanto un console plebeo dava il diritto col tempo ai discendenti di diventare senatori. Ma restò sempre la discriminazione (da cui la secolare lotta politica) tra nobili patrizi (di serie A, e con diritto di auctoritas) e nobili plebei (di serie B, tranne che nell'arricchimento commerciale). E si veda dunque più avanti sui "CAVALIERI" e soprattutto il VI capitolo, sui partiti politici.

I CONSOLI

Tra le magistrature della Repubblica Romana la massima carica ordinaria, che come tutte durava un solo anno (il dittatore era una carica straordinaria di 6 mesi al massimo[36], e i censori, incaricati soprattutto dei censimenti, erano gli unici in carica 18 mesi ogni 5 anni), era quella dei consoli. Come punto d'arrivo di tutta la carriera militare e politica (solo i figli di consoli e pretori potevano diventare senatori), i consoli concludevano, prima di una eventuale "dittatura", tutto il cursus honorum (carriera degli onori politici e militari), che iniziava dal semplice tribunato militare (ufficiali dell'esercito; i tribuni militum potevano essere - da sempre, pare- sia patrizi che plebei) svolto per lo meno per un anno. A circa 30 anni si poteva diventare questori (ufficiali e anche amministratori sia civili che militari). Solo dopo la questura si poteva essere nominati, dall'assemblea del popolo, edìli (ediles, curatori plebei di urbanistica, viabilità, mercati, ecc., eletti solo dalle assemblee del popolo plebeo; erano affiancati da ediles curuli, con lo stesso incarico, ma di origine solo patrizia-aristocratica, e nominati dall'assemblea di tutto il popolo sia plebeo che patrizio). A 32 anni era consentito essere nominati pretori, la più alta carica prima dei consoli (carica con giurisdizione sia giudiziaria che militare, con imperium maius= comando militare supremo). Non si poteva essere consoli prima dei 42 anni di età. Eccezione famosa e tra le uniche fu quella del giovane Scipione, poi vincitore di Annibale a Zama e detto perciò l'Africano. La data di nascita di Giulio Cesare è ancora dibattuta proprio perché la difficile attribuzione al 102 o al 100 prima di Cristo determinerebbe il suo primo consolato a 42 anni, del tutto legalmente, oppure a 40 anni, con un anticipo irregolare.

I Consoli erano eletti dai Comizi Centuriati ogni anno. Insieme ai pretori (inizialmente 1 solo, e sempre a loro subordinato) erano le massime magistrature di Roma, dotate di imperium (comando soprattutto militare) e coercitio (coercizione giuridica). Ma dentro Roma, sottoposti tutti (escluso il DITTATORE) al veto (intercessio) dei tribuni della plebe e alla provocatio ad populum (diritto di appello al popolo) non avevano potere militare pieno (imperium militiae) bensì solo imperium domi (comando a casa, cioè civile, sottoposto a controllo) [37]. In caso di guerra uno partiva per le operazioni militari e l'altro restava in città. Nel caso in cui sul fronte dovevano agire entrambi gli eserciti consolari, fra i due venivano divise le zone di azione (vedere il capitolo sull'"ESERCITO ROMANO") mediante estrazione a sorte, o con un accordo diretto o su decisione del Senato, e la zona lasciata al Console per le operazioni militari era chiamata "provincia". Se i due consoli comandavano insieme le medesime operazioni, il comando spettava un giorno a uno e un giorno all'altro alternativamente. L'entrata in carica dei consoli avvenne il 1. gennaio di ogni anno solo dal 600=154 a. C. Solo dalla battaglia di Clastidium nel 532=222 a. C. il 15 marzo di ogni anno divenne la data dell'assunzione in carica dei consoli [38]. Il Mommsen discute intorno a questa data in "Römisch. Chron.", p. 102 n. 180. In Livio XXII, 1, 4, questa data è documentata dal 537=217 e il De Sanctis (GDS III1, p. 307 n. 122) fa notare che essa non è ancora in uso nel 521=233. Secondo il Mommsen (Römisches Staatsrecht, Leipzig 1876, I, pp. 578 sgg.) la scelta di questo giorno per l'entrata in carica oscilla tra il 531=223 e il 537=217 a.C. Noi pensiamo comunque che proprio la preparazione della guerra annibalica abbia spinto a sostituire la precedente data del 24 aprile nonostante le condizioni stagionali impropizie in mare e in terra. Per le operazioni militari marittime, non solo l'iniziale imperizia navale dei Romani ma una regola mediterranea diffusa contro i rischi che soprattutto le navi da guerra a remi correvano con condizioni meteorologiche inclementi ponevano per legge l'inizio della messa in mare (della navigazione) delle flotte non prima delle Idi di marzo (il 15) e non dopo di quelle di novembre (il 13) di ogni anno. E sul calendario romano erano indicate le feste di "apertura" e di "chiusura" del mare, che ricorrevano il 1 marzo e l'11 novembre. Vegezio IV, 39, conferma che le flotte da guerra erano ferme dall'11 novembre al 10 marzo. E lo ribadisce (senza avventurarsi, come noi, nel rapporto con le apposite ricorrenze del calendario) il De Sanctis, GDS III1, cap. IV, p. 258. Abbiamo riportato ora queste notizie perché a capo delle flotte romane vi erano, durante la Repubblica, ufficialmente i consoli. Solo dal tempo di Augusto essi o i loro eventuali luogotenenti (che potevano essere i pretori-  2 in precedenza, più altri due per Sicilia e Sardegna dal 527=227 - come anche nella III guerra macedonica, Livio XLIV, 17, 9) furono sostituiti con appositi comandanti della flotta, mentre i precedenti duumviri navales che comandavano solo 20 navi dal 443=311[39] (413=341 come assedio e presa di Anzio) e i quattro quaestores classici per la difesa costiera dal 487=267 (di cui uno in Sicilia,  a Lilibeo, dal 513=241 [40]), avevano compiti di organizzazione, di allestimento e di riparazione delle navi [41], e non di comando militare diretto, che spettava propriamente al pretore. La carica dei duumviri navali estesa a funzioni di comando fu poi istituita nel 576=178 a. C. contro la flotta illira per difendere l'Adriatico tra Ancona e Taranto (Livio XLI, 1, 2- 3): proprio nella guerra istriana del 576=178 il duumviro navale Furio comanda direttamente le 10 quinqueremi della parte nord.

 

FIG.  LE MURA DI ROMA AL TEMPO DI ANNIBALE SECONDO SEIBERT (1993)

 

Accettiamo infine la tesi (riassunta sinteticamente nell'elenco delle magistrature di Roma repubblicana in F. Palazzi- M. Untersteiner, La civiltà romana, Milano, Unitas, 1929, pp. 49- 54), che, nella rotazione del potere tra i due consoli in carica, dentro Roma essi esercitavano il comando un mese per ciascuno; nel comando consolare dell'esercito, cioè fuori Roma, un giorno per ciascuno. I Consoli avevano 12 littori con verghe, il Pretore 6, il Dittatore 24. Le asce venivano aggiunte solo fuori le mura della città.

IL DITTATORE

Dictator era il magistrato straordinario romano che veniva nominato dai consoli su ordine del Senato (in genere, con il Senatusconsultum Ultimum)[42] per assumere per tempo limitato (6 mesi)[43] le funzioni del re in particolari compiti (ma vedasi il VI capitolo). La dittatura più frequente era quella militare- rei gerundae causa- che dava il comando supremo unico, superiore a quello dei due consoli, con l'aiuto di un luogotenente (scelto dal dittatore, ma vedasi ancora la prima eccezione storica durante la seconda guerra punica, nel VI capitolo) col titolo di comandante della cavalleria (magister equitum). Questo dittatore, come ricordato, durava in carica 6 mesi [44]. Talvolta, per sostituire i due consoli se morti, impediti o dimissionari, fino alla nomina dei nuovi consoli, si nominava l'interrè (interrex). Invece, per la convocazione dei comizi, si ricorreva anche al dittatore comitiorum habendorum causa. In precedenza (come sinonimo arcaico) il dittatore veniva chiamato magister populi. Ma il vero nome romano del comandante unico sarebbe stato originariamente Magister (equitum): solo in seguito si ebbe dictator per la denominazione propria dei comandanti degli alleati [45] latini (appunto dittatori) quando essi avevano, a turno con i Romani (e in condizione di totale parità politca e militare), il comando unico delle forze congiunte romano- latine, dal foedus Cassianum (=493; rinnovato nel =358) e anche coi nuovi foedera dopo lo scioglimento della Lega Latina (416=338) [46].

 

I CENSORI

I censori si occupavano del CENSO della popolazione. Al tempo della dittatura militare dopo le XII tavole (i TRIBUNI MILITUM) i tribuni militum fornivano la coppia dei censori (CENSORIA) fino al 443 (367).

Nel 434 la "Lex Aemilia de censura" portò la carica da un anno come tutte le cariche (meno i questori, 5 anni), a 18 MESI. POI diventarono censori degli ex-consoli senza imperium né coercitio, che svolgevano la CONTIO (controllo di persone e soldi) per la "FORMULA CENSUS" (censimento) con l'aiuto di un CONSILIUM (collegio di esperti) e di ausiliari. I Censori contavano i PATRES (padri di famiglia) e dividevano gli uomini per l'esercito in SENIORES E IUNIORES.

I poteri principali dei censori erano: la scelta dei senatori, cioè la LECTIO SENATUS [47]; la NOTA CENSORIA (rimprovero), che poteva poi portare all'espulsione di un cavaliere dal censo (ordine) degli equites, con il sequestro del cavallo, e addirittura all'espulsione di un senatore; l'IGNOMINIA (rimprovero gravissimo); questioni patrimoniali dell'AGER PUBLICUS (LOCATIONE, VECTIGALIA, ETC.); la LUSTRATIO (purificazione) di tutta la popolazione durante il censimento (sacrificio SUOVETAURILIA: si sacrificavano un suino, una pecora- ovis- e un toro).

 

 

FIG. LE MURA SERVIANE

EDILI, QUESTORI, VIGINTISEXVIRI

Tra gli edìli, all'inizio vi erano solo gli AEDILES (PLEBIS), cioè solo quelli plebei: erano  collaboratori dei Tribuni della plebe con compiti di polizia in quartieri e mercati plebei e per controllare la AEDIS (sede), la tesoreria sul colle Aventino [48]. Poi, dopo che fu concesso uno dei consoli annuali ai plebei con la legge Licinia- Sestia del 367 a.C., i patrizi pretesero per sè anche DUE EDILI PATRIZI CURULI [49], eletti dai COMIZI TRIBUTI di tutto il popolo, patrizio e plebeo, e non solo dal CONCILIUM PLEBIS, assemblea generale di tutta la plebe romana. La CURA URBIS (cura della città) riguardava anche l'ANNONA (il vettovagliamento della città).

Gli edìli erano senza IMPERIUM e possedevano la COERCITIO (potere coercitivo giuridico) solo per delle multe e non per pene più gravi. Gli edìli CURULI avevano anche lo IUS EDICENDI, il diritto di emanare norme o editti.

I QUESTORI badavano all'ERARIO dello Stato e in seguito furono incaricati nei tribunali permanenti (QUAESTIONES PERPETUAE, corti permanenti di giustizia) per crimini capitali.

I questores furono aumentati da 2 a 4, poi ad 8 dal 267 a.c. in poi. Silla nell'81 a.C. li portò a 20.

Dal 421 a.C. si scelsero anche i QUESTORES MILITARI, per amministrare la finanza delle legioni fuori Roma.

I TRESVIRI CAPITALES o NOCTURNI erano 3 aiutanti del Pretore per funzioni di polizia nelle strade. Per reati commessi dal popolo minuto o da schiavi potevano sancire le pene più gravi.

IL PRETORE e l'EDITTO DEL PRETORE.

Il PRAETOR MAXIMUS, prima dei consoli, sarebbe stato il più importante magistrato a Roma fino alle XII tavole (450 a.C.). Nel passaggio dai re alla Repubblica si ipotizza una iniziale triade di PRAETORES (tra cui il MAXIMUS) per trovare nel nuovo mutamento politico un equilibrio di potere unico ma non vitalizio. Ad Alba vi era già un comando annuale e così anche nella Lega Latina. Comparsi i due Consoli, il pretore sarebbe rimasto unico.

I 2 pretori istituti dal 242 a. C. (fino ad allora, come detto, era uno solo) avevano 2 LITTORI per ciascuno in CITTA', 6 per ciscuno se conducevano una GUERRA (fuori città).

Essi avevano la GIURISDIZIONE CIVILE, cioè IUS DICERE (IURISDICTIO), CON IMPERIUM DOMI (comando civile dentro Roma, e non militare se non per presiedere i COMIZI CENTURIATI, l'assemblea di tutti i cittadini romani in armi) e la INTERCESSIO COLLEGARUM (possibilità di veto verso il collega). Nel caso di comando militare (IMPERIUM MILITIAE) FUORI CITTA' avevano lo stesso potere dei CONSOLI. Il termine PROVINCIA indicava la zona d'influenza, cioè la DELIMITAZIONE TERRITORIALE del loro POTERE militare e civile (una città, oppure una regione, ecc.).

L'EDICTUM [50] (editto, norma, da non confondere con la LEX, legge, che poteva essere emanata sempre solo da tutto il popolo di Roma in assemblea) era la norma che un magistrato (soprattutto il pretore dentro Roma e nelle province) poteva emanare su aspetti di diritto, diremmo oggi, "privato" e non "pubblico", che era inveve propriamente quello delle leggi vere e proprie (leges, cioè IUSSUM POPULI) della Repubblica e dell'Impero. Emanato in maniera più ampia proprio dal Pretore, l'editto viene perciò definito spesso come "editto del pretore". Il diritto di emenarlo, cioè la IURISDICTIO, avveniva a proposito di CONTROVERSIE essenzialmente private. Dapprima con un solo pretore vi era solo la iurisdictio URBANA, poi con due pretori (praetor urbanus e praetor peregrinus) anche quella PEREGRINA e la presidenza delle QUAESTIONES PERPETUAE, cioè di CORTI PERMANENTI DI GIUSTIZIA su vari problemi, primo fra tutto quello della corruzione e concussione dei magistrati statali (QUAESTIO REPETUNDARUM, recupero dei patrimonii rubati dai politici, il primo processo nel 171 a.C.). Si passò dai tradizionali QUAESTORES PAR(R)ICIDII per le sentenze sui delitti capitali, alla sentenza (editto) del PRETORE e dal 171 a.c., come appena ricordato, il pretore guidava anche la QUAESTIO REPETUNDARUM, i tribunali per le REPETUNDAE (crimini di furto contro gli alleati di Roma).

Nel 242 si passò da un PRAETOR URBANUS (PER I CITTADINI) ad un altro PEREGRINUS (PER GLI STRANIERI). Poi i pretori divennero di volta in volta 4, 6 e 8, e 20 con Silla nell'81 a.C., di cui 2 quelli tradizionali, 6 per dirigere le quaestiones perpetuae e 12 per comandare (oltre a Consoli e Proconsoli) le Province della sempre più estesa Repubblica.

Con la IURISDICTIO (l'editto) del pretore, si passò dall'antico IUS CIVILE allo IUS HONORARIUM (cioè al diritto gestito dal magistrato, che aveva l'"onore" della sua carica di magistrato= da cui onorario). Tra gli anni 250 e 150 a. C. abbiamo la LEX SILIA e la LEX CALPURNIA PER 3 tipi di LEGIS ACTIONES: 1)LEGIS ACTIO SACRAMENTO (con giuramento, che valeva solo per i cittadini romani) in due fasi:FASE IN IURE CON PRETORE E SUA IURISDICTIO, fase IN IUDICIO CON un GIUDICE PRIVATO= e si diceva anche APUD(presso) IUDICEM). 2)IUDICIS ARBITRIVE, che era la RICHIESTA AL PRETORE DI UN GIUDICE PER una DIVISIONE DI patrimonio, beni, ecc. 3)CONDICTIO, una legis actio che riguardava le SOMME DI DENARO: l'accusatore tornava DOPO 30 GIORNI per l'assegnazione di un GIUDICE (la LEX PINARIA riguardava questa legis actio).

Precedentemente si avevano già 2 LEGIS ACTIONES: 1) MANUS INIECTIONEM: IL CREDITORE PORTAVA A FORZA IL DEBITORE DAVANTI AL GIUDICE CHE COMMINAVA PENA (ANCHE UCCISIONE O VENDITA COME SCHIAVO). 2) PER PIGNORIS CAPIONEM: per PIGNORAMENTI contro il debitore.

A parte il rex nella monarchia, nella repubblica la INTERPRETATIO (interpretazione delle leggi) era all'inizio solo dei PONTIFICES, poi passò a degli esperti laici, i PRUDENTES (esperti), che consigliavano soprattutto il Pretore.

I processi per FORMULAS (formule già pronte e preparate dai magistrati precedenti o in carica) (processi che divennero solo con la LEX IULIA DEL 17 a.C. l'UNICO PROCESSO ORDINARIO DEI CIVES = cittadini romani) si erano sviluppati dopo il FOEDUS CASSIANUM (alleanza con i Latini) PER TRE SECOLI: ciò avvenne perché vi erano sempre più STRANIERI in e con Roma, OLTRE AI LATINI, e le formule erano comode per gli stranieri che non conoscevano bene la lingua di Roma e capivano più facilmente delle formule.In effetti, se dal 242 a.C. abbiamo il 2° PRETORE, quello per la IURISDICTIO PEREGRINA (cioè degli stranieri), abbiamo che soprattutto questa giurisdizione per gli stranieri creò il PROCESSO FORMULARE.

Si ebbe prima una MISSIO IN BONA E poi la BONORUM VENDITIO (CONFISCA e ASSEGNAZIONE DI BENI) come prime formule di processo formulare.

Le FORMULAE erano dunque ISTRUZIONI-TIPO PER IL PRETORE, DA CUI venivano i suoi EDICTA; l'EDICTUM TRALATICUM era quello che rimaneva IMMUTATO DA UN PRETORE AL SUCCESSIVO, o da precedenti pretori a quelli molto successivi): IL VECCHIO IUS CIVILE DI INTERPRETATIO DEI PONTIFICES E POI DEI PRUDENTES era ormai INSUFFICIENTE per una NUOVA ECONOMIA DI SCAMBIO con nazioni straniere e con persone straniere (soprattutto commercianti). Il DECRETUM (non l'edictum) DEL PRETORE avveniva PER CASI MOLTO CONCRETI, gli EDICTA per casi più GENERALI.

Alla fine del II SECOLO a. C. la LEX EBUTIA abolisce la "LEGIS ACTIO PER CONDICTIONEM" E INTRODUCE il PROCESSO FORMULARE anche fra i cittadini romani (CIVES) oltre che fra gli stranieri.

Nel 67 a.C. la LEX CORNELIA sottolinea l'IMPORTANZA DELL'EDICTUM DEL PRETORE.

Ma solo nel 17 a.C. la LEX IULIA IUDICIORUM PRIVATORUM stabilisce il PROCESSO ORDINARIO TRA CIVES come SOLO FORMULARE (cioè solo per formule, come già prima per gli stranieri).

L'editto promulgato dal pretore URBANO è l'unico ben conosciuto.

I TRIBUNI DELLA PLEBE

10 di numero, e con la TRIBUNICIA POTESTAS, dal 449 (LEGGI DELLE XII TAVOLE) erano sacrosancti (inviolabili) per tutti i cittadini, anche prima che nel 367 (lex Licinia Sextia sul consolato) la parità tra patrizi e plebei per diventare consoli diventasse legge. Ma anche dopo di allora tutti i massimi magistrati erano per lo più solo patrizi e la lotta dei tribuni per difendere laplebe continuò. I tribuni plebei furono talvolta anche utilizzati da senato o da fazioni della nuova nobilitas patrizio- plebea per loro scopi politici. Ma in sostanza difesero sempre la causa popolare con grande potere. Pur privi di imperium, avevano la INTERCESSIO TRIBUNICIA verso tutti, bloccando qualsiasi magistrato, persino i senatusconsulta ultima del senato. Senza disporre della coercitio fornita ai consoli dall'imperium, avevano la SUMMA COERCENDI POTESTAS; il loro era un "potere di fatto, esclusivamente basato sulla forza rivoluzionaria". Talvolta meno rivoluzionari dopo il 367 (pari consolato a patrizi e plebei) combatterono sempre a difesa della plebe con tante intercessiones verso i patrizi da creare, nel diritto civile, uno IUS INTERCESSIONIS, con capacità di multe, arresto (PRENSIO) e pene di morte (PRAECIPITATIO EX SAXO). Pe le multe si facevano aiutare da collaboratori (VIATORES). La multa più elevata (SUPREMA MULTA) erano 30 buoi e 2 pecore (poi pagati in assi): per multa più alta vi era il diritto di appello al popolo.

La summa coercendi potestas e lo ius intercessionis fecero col tempo sostituire i duoviri perduellionis col potere dei tribuni di formare corti criminali ordinarie. Ma, col dirito di appello del condannato,  ci voleva la COGNITIO (una consultazione di esperti per vedere se era giusta la decisione di condanna).

La vera storia dei tribuni plebei si può delineare fino all' 82 a.C. quando la legge di Silla (lex Cornelia de tribunicia potestate) ne limitò il potere. Poi risorta durante la fine della repubblica, il PRINCEPS si appropriò del loro titolo, svuotando quindi il loro potere.

I tribuni potevano sempre convocare l'assemblea della sola plebe (CONCILIUM PLEBIS) (che li eleggeva d'estate prima dei consoli) diversa dai COMITIA CENTURIATA di tutto il popolo. Alla fine del III secolo poterono anche partecipare come ospiti al Senato, convocarlo e presiederlo. La LEX HORTENSIA DEL 286 (le decisioni dei plebisciti -solo della plebe- valevano anche per i patrizi e tutto lo stato): cioè plebisciti= leggi, cioè leggi dei comizi statali e plebisciti solo della plebe divennero la stessa cosa, con la stessa efficacia.

Il Tribunato non fu per lo più rivoluzionario dal 286 a.C. fino al tempo dei Gracchi: erano ormai funzionari statali ufficialmente riconosciuti dai patrizi (cioè dal Senato) e, su 10 di loro (eletti ogni anno dal comizio tributo non timocratico), qualcuno poteva essere o legato al Senato o comprato (corrotto) da esso per fini politici (ad esempio, gli episodi dei tribuni plebei che ostacolarono i fratelli Gracchi). Comunque dovevano essere sempre di estrazione plebea, e ci fu il caso di qualche nobile che rinunciò alle sue origini e si fece plebeo per accedere alla carica. Dal 366 al 31 a.C., su 366 tribuni noti, 101 non oltre il tribunato. Su 210 stirpi tribunizie solo 99 poterono accedere al consolato. Dal 493 al 23 a.C.:su 500 tribuni abbiamo solo 210 stirpi note (su 1700); su 1000 magistrati superiori solo 169 famiglie. NOMI: 500 tribuni sono 1/8 degli effettivi; 169 gentes solo emergono da 1700 stirpi.

 

FIG. ROMA: ARX E CAMPIDOGLIO AL TEMPO DEI RE (foto al Museo della Civiltà Romana di Roma EUR).

I PONTEFICI

I Lupercali erano la festa romana più antica tra quelle legate all'agricoltura e alla pastorizia. Si celebravano il 15 febbraio in onore di Fauno (da favére, "favorire la crescita"), un dio rappresentato con orecchie appuntite, corna e piedi di capra, che proteggeva le selve, i campi e i greggi, e favoriva la fertilità.

Fauno era chiamato anche Lupercus (da lupus, "lupo" e arcére, "tenere lontano") perché teneva i lupi lontani dal gregge e proteggeva l'attività dei pastori. Luogo di culto era la grotta del Fauno, situata sulle pendici occidentali del Palatino (lupercal, "cavità del lupo"), nella quale i gemelli Romolo e Remo, secondo la tradizione, erano stati allattati dalla lupa.

Ogni anno, il 15 febbraio, i luperci, cioè i sacerdoti del dio Fauno, davano vita a una suggestiva cerimonia in cui erano condotti in processione intorno al Palatino alcuni caproni destinati al sacrificio; nel corso del rito le donne incontrate lungo la via venivano colpite con le cinghie ricavate dalle pelli degli animali sacrificati per trasmettere loro la fertilità.

 

Il porto sul Tevere dentro Roma (Coarelli)

Prima di parlare del Senato, si veda questa scheda sul Tabularium (il palazzo senatorio) e l'Asylum di Romolo.


TABULARIUM E ASYLUM

 

 

 

 

 

Il Foro Romano visto dal Tabularium

 

 

TABULARIUM

 

Situato sul colle del Campidoglio, si trova sotto l'edificio del Palazzo Senatorio che sfrutta proprio come parte della struttura i resti di quello che i Romani utilizzavano come archivio di stato, costruito nel 78 a.C. da Q. Lutazio Catulo per ospitare gli archivi pubblici (le tabulae di bronzo con le leggi e gli atti ufficiali dello stato romano). Il Tabularium venne costruito dall'architetto ostiense Lucio Cornelio  per ordine del Senato e per incarico del console Lutazio Catulo, probabilmente dal 78 a.C. al 65 a.C. L'edificio è lungo 73.6 metri e costruito in filari regolari di blocchi di tufo e peperino, che fa da basamento elevandolo fino alla piazza situata dietro (la piazza dell'Asylum). 
Sul muro si trovano sei piccole finestre relative a una serie di ambienti raggiungibili da una scala, ancora ben conservata, che saliva da una porta in seguito chiusa al momento della costruzione del Tempio di Vespasiano e Tito. Dal lato del Foro il Tabularium mostrava la sua forma con dieci arcate di cui tre oggi sono visibili (delle altre arcate si possono riconoscere gli attacchi), tutte inquadrate da semicolonne doriche di peperino con capitelli, architrave e fregio a triglifi e metope in travertino. Dietro le arcate si trova una galleria usata nel Medioevo come deposito di sale, suddivisa in settori che fanno capo ad ogni arcata e sono coperti da una volta a padiglione.
Al di sopra della galleria vi era un altro piano con portico formato da colonne corinzie in travertino i cui resti sono visibili di fronte al Portico degli Dei Consenti.
 

L’edificio del Tabularium sorgeva nella depressione tra le due sommità del Campidoglio denominata Asylum. Il nome dell’edificio deriva dalla sua funzione di archivio dello stato romano dove erano per l’appunto custodite le tabulae publicae, le originarie XII tabulae (prima su tavole di legno imbiancato, poi di bronzo), le prime leggi scritte di Roma. Fino ad allora infatti le leggi si tramandavano oralmente e venivano interpretate secondo la consuetudine. Nel 451 fu nominata una commissione di dieci uomini (decemviri legis scribundis) ai quali, sospese le magistrature ordinarie e il tribunato della plebe, fu trasferito ogni potere politico per tutta la durata della loro attività- mutando così la forma di governo. Alla fine dell'anno di mandato fu nominato un secondo decemvirato per completare la codificazione con altre due tavole in cui fu riconfermato il divieto di conubium per i plebei (divieto di matrimonio tra patrizi e plebei). Se nel 451 vi furono 10 uomini patrizi per la 1° COMMISSIONE (che fece le prime dieci tavole), i 10 della seconda Commissione del 450 erano per lo più plebei (RIMASE SOLO il patrizio Appio Claudio dei precedenti, che era il più filo- plebeo). Certo tutto ciò era contro la interpretatio orale della legge fatta dai soli pontifices patrizi, che agivano a sfavore della plebe, ma è strano che la seconda commissione, che non voleva andarsene dopo le leggi e anzi faceva abusi,, facesse delle leggi meno favorevoli ai plebei e venisse cacciata a furor di popolo. Le XII Tavole, che costituiscono la più antica fonte del diritto romano, non fanno altro che tradurre norme che spontaneamente e abitualmente venivano rispettate, quindi non innovano completamente.

Da testi epigrafici sappiamo che la costruzione del Tabularium fu curata da Quinto Lutazio Catulo e dal suo architetto Lucio Cornelio. I lavori di costruzione dell’edificio furono abbastanza veloci, almeno rispetto a quelli per la ricostruzione del tempio di Giove Capitolino, e durarono. Il monumento è costituito da un grande basamento costituito da una muro di sostruzione (cioè una fondazione a vista) in blocchi di tufo e peperino, rivolto verso la valle del Foro, che innalza la costruzione fino al livello della retrostante depressione che viene indicata con il nome di Asylum.

Il Tabularium visto dal Foro Romano

 

Le fonti antiche ricordano un centro abitato fondato da Saturno sul Campidoglio molto prima della fondazione di Roma, dove si sarebbero poi insediati i Greci venuti insieme ad Eracle ed in seguito i discendenti dei Troiani che accompagnavano Enea. Il racconto mitico della presenza di un abitato sul Campidoglio in data anteriore a quella tradizionalmente fissata per la nascita di Roma (753 a.C ) ha trovato conferma nelle testimonianze archeologiche; sono infatti state messe in luce in più luoghi tracce della più antica storia del colle.

Le strutture del Palazzo Senatorio si svilupparono sui resti del Tabularium e del tempio di Veiove.

Il più piccolo dei sette colli sui quali sorge Roma è alto circa cinquanta metri. È costituto da due sommità; sulla prima, l’antica arx, vi è ora situata la chiesa di Santa Maria in Aracoeli; sulla seconda, dove sorgeva il tempio di Giove, è stata collocata la nuova ala del Museo dei Conservatori. La sella intermedia, ossia lo spazio tra una sommità e l’altra, era detta asylum. Il Campidoglio costituito prevalentemente in roccia tufacea, scosceso su tre lati, era unito al Quirinale da una sella, che fu eliminata per la costruzione del foro di Traiano. Sul colle possiamo ancora vedere dei resti risalenti al IV secolo a.C. e sul lato sinistro si trova chiamato rupe Tarpea. Le vie d’accesso al Campidoglio erano quattro: il clivus Capitolinus ( abbreviato da una scalinata di cento gradini), le scalae Gemoniae, una scala interna al Tabularium e la scalinata detta gradus Monetae. Il grande tempio di Giove, fondato da Tarquinio Prisco, inaugurato, secondo la tradizione, nel 509 a.C., decorato da Vulca con la quadriga fittile frontale, fu incendiato nell’83 a.C. e ricostruito varie volte, per ultimo da Domiziano.

Il Campidoglio era votato alle tre divinità Giove, Minerva e Giunone. Sull’arx era il tempio di Giunone Moneta, voluto da Lucio Furio Camillo nel 344 a.C. Fra le due sommità fu costruito il Tabularium (l’archivio di stato), a fianco del quale, nei sotterranei del Palazzo senatorio, è stato scoperto il tempietto di età Repubblicana di Veiove. Oltre a questo, sul colle, esistevano altri templi, dedicati a Giove, Marte Ultore, Venere Ernicina, Fides, Mens e Ops; numerosi erano gli altari e le statue. Sulle pendici del colle sorgevano case dalla parte del Velabro e del Campo Marzio.

 

 

 

L’edificio del Tabularium sorgeva nella depressione tra le due sommità del Campidoglio denominata Asylum.

IL TEMPIO DI HERA LACYNIA E L’ASYLUM nell’antica Roma e in Grecia.

Il termine anche latino deriva dalla alfa privativa premessa al verbo greco “depredo, spoglio”.

Il termine latino indispensabile per trovare riferimenti all’ Asylum[51]) è luco, ablativo singolare di lucus, o meglio ancora l’accusativo plurale lucos. Romolo fece “in luco” asylum secutus Atheniensium morem (un asilo secondo il costume ateniese).

I riferimenti più importanti sono in Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane II, 15, 4) e Plutarco (Romolo, 9, 4) per la relativa ampiezza del riferimento, in Ovidio (Fasti III, 430) per l’importanza nel calendario di una ricorrenza che, sebbene rivitalizzata da Augusto per consacrare un tempio al defunto Cesare con “diritto di asilo”, risalirebbe addirittura a Romolo o almeno a 160 anni prima dell’Impero; inoltre in Livio e Virgilio che, pure anch’essi dell’età augustea, con intenti celebrativi della romanità e ancor più con licenze poetiche e romanzesche (cioè meno rigorosamente storiografiche) nelle loro opere, tuttavia sono emblematici per la viva, radicata tradizione nella memoria del popolo romano, che pur non avrebbe avuto giuridicamente il “diritto di asilo” quale era presso i Greci. A differenza di Dionigi e di Ovidio, Livio e Virgilio utilizzano di fianco al termine lucus anche il termine asylum. Plutarco (Romolo 9,3), che ha massimamente “latinizzato” la sua terminologia, a proposito dell’Asilo di Romolo parla del dio ‘Asilo (il dio Asilo cui fu intitolato il luogo sacro come asilo per i ribelli) e di diritto di asilo; egli esclude la specifica terminologia greca se non nel riferimento a “un responso dell’oracolo di Delfi che avrebbe permesso loro (ai Romani) di garantire a tutti il diritto di asilo” [52].

Parlando di concorsi e santuari panellenici, e particolarmente dei santuari agonistici, Pierre Lévêque (Anfizionìe, comunità, concorsi e santuari panellenici, in “I Greci – Storia Cultura Arte Società”, a/c Salvatore Settis, Torino Einaudi 1996, vol. II, 1, pp. 1111 sgg.) ricorda come tali santuari panellenici prendano origine da “piccoli recinti rurali di pastori” (che sarebbe l’accezione minima e iniziale del termine ‘<<sacro, consacratro, santo>> - equivalente sanscrito: isira-, <<forte>>[53]) per le offerte sacre, e indicante poi comunque lo spazio consacrato alle divinità, il santuario, o anche “le grandi realizzazioni civiche sulle acropoli o le agonai delle poleis, come il Partenone di Atene o il tempio arcaico di Apollo a Corinto, per arrivare infine agli ampi recinti in cui vengono celebrati concorsi comuni a tutta la Grecia, come Delfi o Olimpia” (Ibidem, pag. 1118), con concorsi celebrati a scadenze periodiche. Restando noi al significato più “limitato” spazialmente dei luoghi di tali santuari [54], notiamo che “il recinto del tempio si chiama Altis (<<bosco sacro>>), il cui nome rivela la sua origine di recinto boscoso senza costruzioni” (Ibidem, pag. 1119)[55]. E’ evidente quindi l’analogia con il “recinto sacro”, il “boschetto sacro” insito anche nel termine latino lucus.

LE FONTI

I riferimenti fondamentali sull'Asylum sono presso i seguenti autori:

LIVIO 35,51,2 (<<Templum est Apollinis Delium... ubi et in fano lucoque ea re(li)gione et eo iure sancto quo sunt templa quae asyla Graeci appellant, et nondum aut indicto bello aut commisso ut strictos gladios aut sanguinem usquam factum audissent, cum per magnum otium milites alii ad spectaculum templi lucique versi, alii in litore inermes vagarentur, magna pars per agros lignatum pabulatumque dilapsa esset, repente Menippus palatos passim adgressus eos cecidit, quinquaginta vivos cepit>>)

LIVIO 1,8,5 (<< adiciendae multitudinis causa... locum, qui nunc saeptus escendentibus inter duos lucos est, asylum aperit>>), e 1,9,5 (i popoli vicini, che rifiutavano di dare donne in spose ai Romani, domandavano offensivamente se mai avessero aperto un asilo anche per le femmine- <<ecquod feminis quoque asylum aperuisset; id enim demum compar conubium fore>>: quello davvero sarebbe stato un degno accoppiamento).

VELLEIUS PATERCULUS, Historiarum Libri duo, recognovit W.S.Watt, 1,8,6; (<<Id gessit Romulus adiutus legionibus Latini, avi sui; libenter enim iis qui ita prodiderunt accesserim, cum aliter firmare urbem novam tam vicinis Veientibus aliisque Etruscis ac Sabinis cum imbelli et pastorali manu vix potuerit, quamquam eam asylo facto inter duos lucos auxit>>) Teubner Leipzig 1988.

LUCANUS 1,97 (<<exiguum dominos commisit asylum>>) De Bello civili, edidit Bailey, Stutgardiae Teubner 1988.

SILIO ITALICO XV,91 (Roma minanti/ impar Fidenae contentaque crescere asylo/ quo sese extulerit dextris; idem adspice,)[56], che usa il latino asylum una volta sola nel poema (asylo), con riferimento a Romolo, mentre le numerosissime occorrenze di lucus (lucum, luco, ecc.) sono genericamente luoghi consacrati, forsanche asili. Vedere 3,676.

VIRGILIO, Aen. 8,342 (<<Hinc lucum ingentem quem Romulus acer Asylum/ rettulit>>: Qui il bosco immenso che Romolo, acuto, ad Asilo ridusse).

TACITO, Hist. III, 71

FLORO I, 1, 9

MINUCIO, Octavius 25,2

LACT. Div. Inst. II, 6, 13

AUGUSTIN. Civ. I, 34; V, 17: de cons. ev. I, 12

HIERON. Chron. p.88 a Helm2

CICERONE, Verr. 2,85 e fano Dianae.

In Catullo XVIII,1 vi è un riferimento a "lucum dedico consecroque".

 

In Ovidio il riferimento nel poemetto dei Fasti è in II,140 (luco) e III,429 [57] (lucos). Il vocabolario sulle ricorrenze lessicali in Ovidio di OTTO EICHERT, Vollständiges Wörterbuch zu den Verwandlungen des Publius Ovdius Naso, Olms Verlag, Hildesheim- New York 1972 (Hannover 1878), a pag. 142 per il termine lucus,i, spiega “recinto sacro” (traducendo infatti col tedesco Hain, “boschetto” sacro) (2,76; 7,95; 15,793; plur. per sing.1,663 e 8,742); non manca infatti neanche l’utilizzo poetico per “bosco, foresta” (Wald) (3,35; 5,391; 13,845). Nell’ed. tedesca di P. OVIDIUS NASO, Die Fasten, curata da Franz Bömer, Heidelberg 1958, in due volumi, uno di testo critico con traduzione tedesca a fronte e uno interamente di commento, nel Kommentar, pag. 173 si esplica così:

anniversario dell’inaugurazione del tempio di Veiove inter duos lucos, cioè nella sella tra le cime dell’Arx del Campidoglio (GELLIO V 12,1 sgg.). Il tempio fu eretto nel 192 (Livio XXXV,41,8 Iovis). La definizione ufficiale sarebbe stata nel calendario prima di Giulio Cesare: (festa) “Vediovi inter duos lucos”; dopo Cesare:  “Vediovi inter duos lucos” (WISSOWA, Hermes 58, 1923, pag.384). L’insufficienza di tali notizie rimane anche in VITRUVIO IV,8,4 e PLINIO XVI,216. Un più antico santuario doveva essere stato eretto da Titus Tatius (Varro V, 74), ma non se ne conosce il luogo. Col tempio tra i duos lucos era collegato un Asilo, certo originariamente un edificio non romano, sebbene esso fosse attribuito a Romolo (Ovid. II, 140; Verg. Aen. VIII, 342, Livio 1,8,5; Dionigi di Alicarnasso II, 15,4; Strabone V,3,2; Plutarco, Romolo 9,3; Dione Cassio 47,19,3; Velleio 1,8,5 sgg; Floro 1,1,9). In epoca classica ne restava quasi solo il nome, ma non si osò distruggerlo sebbene fosse così instabile che nessuno poteva introdurvisi. Sulla problematica di un “diritto di asilo” nell’antica Roma cfr. Mommsen, RStrR 458 sgg., Ges. Schr. IV,22 sgg., WISSOWA RuK2 474,3, ALTHEIM a.O.u. Italien und Rom II 79, 227 sgg., WAGENVOORT (Tit. o. I 609) 49,4. Purtroppo il Daremberg-Saglio manca di riferimenti ai veri aspetti giuridici del problema, affrontato invece in GEORG WISSOWA. Nell'edizione Paravia, Corpus Scriptorum Latinorum dei Fasti di Ovidio, Torino 1973, 2 voll., in II (Annotationes) pag.28 per il v.430 si ricorda che “Vediovis luci ab asylo distinguendi erant”, in base a Livio 1,8,5: “locum, qui nunc saeptus descendentibus Inter duos lucos est, asylum aperit”: “Inter duos lucos” nomen fuit valleculae inter duo Capitoli capita iacentis.

Dionigi di Alicarnasso, sicuro nell’attribuzione a Romolo della scelta del luogo e del tempio, ammette di non saper dire a quale dio o divinità Romolo dedicò quel tempio che, nella valletta tra i due lucos [58], “egli stabilì per i supplicanti”, “salvandoli dai nemici e promettendo loro la cittadinanza se sceglievano di restare con lui”.

In Dione Cassio viene collegata nel passo per indicare l’immunità di carattere religioso (<<And they enacted that no one who took refuge in his shrine to secure immunity should be driven or dragged away from there-a distinction which had never been granted even to any one of the gods, save to such as were workshipped in the days of Romulus. Yet after men began to congregate in that region even this place had inviolability in name only, without the reality; for it was so fenced about that no one could any longer enter it at all>>.)[59]

 

Nel DICTIONNAIRE DES ANTIQUITéS GREQUES ET ROMAINES di DAREMBERG e SAGLIO, Paris 1877, I, la voce ASYLIA è dedicata nelle pp.505-509 al significato greco, nelle distinzioni per alcuni templi in particolare (che salvavano anche dalla condanna a morte) e propria di tutti i santuari, per la quale l'innocente aveva una ulteriore possibilità di discolparsi, mentre il colpevole rinviava soltanto l'ora del suo supplizio). Lungo è quindi l'elenco e la spiegazione a proposito dei singoli templi greci. Solo metà pag.510 è dedicata invece al diritto d'asilo presso i Romani, perché il corrispondente latino al greco asilìa non esiste o esiste in Tito Livio XXXV,51 per l'asilo di Delo "come una istituzione completamente estranea alle usanze di Roma". Quando alla morte di Cesare il popolo decide che nessuna violenza venga fatta verso chi si porrà sotto la protezione del tempio innalzato in onore del dittatore, questa decisione sembra del tutto eccezionale; Dione Cassio XLVII,19, che ricorda come Augusto diede al tempio di Cesare diritto di Asilo (cfr. anche Drumann, Gesch. Roms I, 133,97), dichiara che bisogna risalire fino a Romolo per trovare qualcosa d'analogo.

Il compilatore della voce del Dizionario, E.Callimer, nega esistenza giuridica all'Asilo di Romolo, già dal tempo dei primi re. Lo stesso luogo di asilo, supponibile in un tempio di Veiovis vicino al successivo e più grande tempio di Giove Capitolino, sarebbe già stato chiuso e del tutto inaccessibile in età classica. Riguardo a quello di cui parla Dionigi di Alicarnasso IV,26 a proposito del tempio di Diana sull'Aventino, questo tempio "non sarebbe stato un asilo nel vero senso del termine, ma solo un santuario venerato e rispettato".

DAREMBERG - SAGLIO, III2, pp.1353-1354, alla voce LUCUS, specificano le caratteristiche di recinto sacro in un luogo di culto, pur non facendo alcun riferimento ad aspetti giuridici dell'asilo. Numerosi i "luci" elencati dentro Roma: oltre a quello di Romolo "inter duos lucos" sul Campidoglio (il "lucus asyli" di Tacito Hist. III,71) altri da lui fondati e numerosi altri tra Palatino, Aventino, Quirinale, Esquilino e sui bordi del Tevere. Interessante che sul colle Celio risulti un lucus sacro, detto "inter duos lucos" (Trig.tyr. XXIV).

 

GEORG WISSOWA (PAULYS REAL-ENCYCLOPAEDIE DER CLASSISCH. ALTERTUMWISSENSXCHAFT, Stuttgart 1896, vol. II, pp.1879-1885) considera Asylon nell'aspetto sacrale-giuridico di salvezza personale presso luoghi sacri. Questa forma sacrale non ottenne mai significato politico, ma influenzò in vario modo la staatsrechtliche Form soprattutto in Grecia. Ad es.: la città di Teos, con un editto di Asilo, votò tutto il suo territorio al dio Dionisio per salvaguardare persone e beni.

Per l' Asylon, il diritto di asilo vero e proprio, non sancito da Stati e da leggi, ma connesso con la sacralità del luogo, non ebbe riconoscimento unanime e immutabile in varie località della Grecia, della Magna Grecia e dell'Asia Minore. In genere esso valeva per luoghi determinati (elenco alle pp.1883-1884), tanto che Euripide lamenta che anche l'assassino incallito potesse salvarsi in luogo sacro col diritto d'Asilo. Rari comunque, nell'antica storia greca, i casi in cui dal tempio sacro con asilo venissero ripresi a viva forza i criminali là rifugiatisi.

Alcuni Asili erano così grandi, che i fuggiaschi poterono vivere lì per molti anni. Pausania, benché condannato, visse libero fino alla morte nell'Asilo di Athena Elea a Tegea. Tacito (Annales, III, 62) dice che il tempio di Artemide a Hierocaesarea ebbe diritto di Asylo per un raggio di 2 miglia romane. Marco Antonio raddoppiò a Efeso ed estese a parte della città il cerchio sacro dell'asilo, già ampliato da Mitridate; Augusto lo rimise nei limiti antichi.

Il costume delle genti, il rispetto delle divinità rendeva quasi "giuridico" tale asilo, tanto che popoli come i Focesi, gli Etoli o i Cretesi riconobbero ufficialmente inviolabili i santuari di altri Stati ex-avversari o amici (in questi casi, Tenos, Pergamo e Anafia).

Alcuni asili avevano valore e riconoscimento locale, altri a più vasto raggio, quasi un riconoscimento internazionale (tra essi, il tempio di Hera Lacinia, in Calabria, vicino a Crotone, dove Annibale lasciò, prima di abbandonare l'Italia per andare a Zama, una iscrizione delle sue imprese di guerra). Per la DIFFUSIONE DELL'ASILO NEL MONDO ROMANO, Tiberio nel 22 d.C., dopo che per molto tempo in Asia Minore molte città e stati avevano avuto templi con il diritto d'Asilo, ordinò al Senato una revisione dei trattati e della Costituzione di questi Stati in tal senso (Tacito, Annales III,60-63; IV,14). Se all'inizio i Romani avevano ricavavano utilità dall'Asilo per i loro cittadini, contro ire o violenze dei provinciali, col tempo sempre più schiavi fuggitivi, debitori insolventi, pericolosi criminali, se non addirittura popolazioni ribelli a Roma abusavano dell'Asilo. Tiberio poi abolì del tutto il diritto d'Asilo (Svetonio, Tib. 37). Restò solo quello legato ai templi e alle statue dell'imperatore (Svetonio, De clementia I,18) fino ad Antonino Pio.

F. Lübker, Lessico ragionato dell'antichità classica, Roma 1898, nomina l' "intermontium", boschetto di querce sul Campidoglio tra l'arx e il Capitolium. Nella Biblioteca dell'Enciclopedia Italiana (TRECCANI) alla voce ASILO si nota che nell'Ellenismo il diritto di asilia non ha carattere nazionale: la divinità protegge persone di razze e religioni differenti.

Al diritto di asilo per i debitori inadempienti si poteva validamente rinunziare contrattualmente. In Grecia vi era l'asilo con carattere locale e altri generalmente riconosciuti. I templi muniti di asilia erano anche immuni da imposte, e la protezione che essi accordavano ai rifugiati si estendeva naturalmente a tutto il personale del tempio.

Si dice che i Romani, per il loro senso giuridico, ritenessero straniera e poco valida questa istituzione; soprattutto perché l'inviolabilità del tribunato della plebe e il diritto di protezione che esso forniva agli indifesi rendeva superfluo l'asilum. Il recinto sacro e inviolabile del tempio, di un bosco sacro o monte consacrato alla divinità cessò forse, dopo Romolo, con l'Aventino consacrato (prima con Cerere, poi con Diana) a luogo sacro dei plebei.

Ma la corrente giuridica filo-greca in Roma introdusse l'asilia nel diritto romano. Se i primi imperatori (escluso Augusto per il tempio di Cesare e i successori per templi e statue degli Imperatori) osteggiarono l'istituto dell'asilia, la corrente giuridica greca prevalse comunque a Roma anche verso le province dell'Asia Minore e dell'Egitto (documentato qui anche dai dati del Concilio di Calcedonia nel 451 d.C.).

Il Diritto d'Asilo dei templi pagani passò direttamente alle Chiese cristiane (Zos. IV,40; V,8,18,23,35; Amm.Marc. XXVI,3; Malal. chron. XIV,373; XV,390; XVI,396f.; Dind. Cassiod. var. II,11). L'asilo cristiano si collega al diritto d'intercessione riconosciuto ai Vescovi verso coloro gravemente indiziati o già condannati che si rifugiavano "in ecclesiam". Questo diritto di asilo mitiga anche molti aspetti della schiavitù: nel Codice Teodosiano IX,45,5 il padrone non può esigere la restituzione degli schiavi rifugiatisi presso monasteri se non concedendo loro il perdono.

 

IL SENATO.

Il Senato, che nella Repubblica romana arcaica era l'assemblea dei capifamiglia patrizi, divenne poi l'assemblea dei cittadini che avevano rivestito le cariche pubbliche più elevate, tanto patrizi che plebei. In apparenza aveva funzioni solo consultive, ma nessun magistrato avrebbe osato non tener conto dei pareri senatorii (senatùsconsulta), che di fatto divennero decreti. Assegnando funzioni e proroghe ai magistrati, controllando la regolarità di tutte le leggi votate dai comizi, la vita pubblica e religiosa e decidendo sia i tributi sia i problemi della pace e della guerra, restò sempre una istituzione oligarchica con estremo potere. Poteva anche dichiarare lo stato di emergenza con il senatus consultum ultimum, che invitata i consoli a rimettere i loro poteri nelle mani di un dittatore.

Dal punto di vista normativo, i più importanti poteri del Senato furono: l'auctoritas, di cui abbiamo precedentemente parlato, anche in nota, a proposito dei rapporti coi CONCILIA PLEBIS;  i senatusconsulta, di cui accennato soprattutto a proposito del DITTATORE; l'interregnum, cioè la regola (effettiva durante i re, più astratta con la Repubblica e poi con l'Impero)- in caso di morte di re o dei due consoli in carica- del ritorno del potere statale nelle mani del Senato, che durante questo interregnum doveva nominare, con un turno ogni 5 giorni, un senatore- interrè che designasse il nuovo re o i nuovi consoli [60].

Se anticamente, come capi famiglia patrizi, i senatori erano chiamati patres, in seguito, con la perdita di importanza politica della distinzione tra plebe e patriziato, furono detti optimates: si trattava del ceto più altolocato per mezzi finanziarii non solo di latifondo, e con maggior prestigio familiare e individuale, senza distinzione di appartenenza al patriziato o alla plebe. Altro termine equivalente era nobilitas (nobiltà patrizio- plebea), i cui interessi coincidevano in massima parte con quelli dei 300 esponenti del Senato, e che per tali interessi faceva blocco unico contro il resto della plebe e per lo più contro gli stessi "cavalieri" (vedere soprattutto il capitolo VI) [61]. Il pareggiamento degli ordini patrizio e plebeo, già ricordato parlando del CONCILUM PLEBIS, con la nascita della nobilitas patrizio-plebea, non deve far dimenticare la persistente discriminazione politica (con i conseguenti conflitti) tra nobili patrizi e plebei (senatori e cavalieri), nonostante la ricchezza mobile di questi ultimi fosse arrivata a livelli di capitalismo [62].

 

FIG. Territorio coloniario della Repubblica romana in Italia subito dopo Annibale.

Come "scheda" sul Senato di Roma è pregnante ciò che osserva J. Harmand (L’arte della guerra nel mondo antico, cit. pp. 33- 34): "Nei secoli IV e III a. C., muovendo da banali contrasti di vicinato, una collettività politica, il senato, edificò sulle regioni peninsulari un'Italia romana che infranse ben presto la cornice della città- stato originaria [63]. Va riconosciuta all'ambiente senatoriale del tempo una tenace volontà di crescita e di unificazione, le cui radici rimangono misteriose ma che, in ogni caso, è di stampo strettamente romano. Roma, infatti, non derivò questa tendenza dalla sua ascendenza etrusca, dato che l'Etruria non sfuggì mai alla concezione delle città- stato, tenute insieme alla meno peggio da un debole vincolo federativo [64]. Questa prima costruzione romana ebbe il collaudo della sua solidità nei decenni 210 e 201, nel corso della guerra annibalica. In ragione del solo nemico punico questa, come la prima guerra del 264- 241, avrebbe solo portato alla formazione razionale di un primo impero extra- italico nel Mediterraneo occidentale; invece l'intervento, insieme temerario e inadeguato, di Filippo V di Macedonia al fianco di Annibale, tra il 216 e il 205, suscitò in Roma l'ossessione del pericolo macedone. D'altra parte il Senato non si era mai perdonato di aver abbandonato a se stesso nel 219 il centro ibero- greco di Sagunto, spalancando così il nord- est della Spagna e il sud della Gallia ad Annibale. Il fatto che quest'ultimo fosse potuto arrivare, successivamente, sino alla pianura padana gettò l'allarme sulla possibilità di un'irruzione dell'esercito di Filippo V  nell'Italia settentrionale (o di un suo sbarco, sulle orme di Pirro, NdR) [65]. Ecco perché, non appena piegata Cartagine, Roma intraprese nel 200 un'azione preventiva contro il successore di Alessandro. Quest'azione la trascinerà imprevedibilmente, nel corso del II secolo, a una conquista del mondo ellenistico"... fino alla "realizzazione di un impero circum- mediterraneo di 4.200 chilometri, che dalle sponde del Mediterraneo si addentra per 1.500 chilometri in Europa, per 400 in Africa, per 700 in Asia, e che, assai più dell'impero persiano, dà ai contemporanei la sensazione di un'identità con l'ecumene".

 

Molti, oltre noi, sono stati i sostenitori dell'importanza delle guerre puniche (la II in particolare) come cardine fondamentale di svolta nella concezione del governo e della guerra romani, sia per quel che riguarda le nuove spinte economiche e militari alla conquista, sia soprattutto per quel che concerne i nuovi assetti interni (e i nuovi scontri politici) legati nella II guerra punica alla nascita e allo sviluppo di nuovi strati sociali, di commercianti e di appaltatori. Sarà perciò interessante (a parte l'aspetto militare della ricostruzione bellica, e le tanto durature novità introdotte con i corpi militari specialistici annibalici e romani) uno studio approfondito della nuova classe degli argentarii e dei nuovi contrasti all'interno della classe dirigente, nonchè uno studio accurato di tutte le svolte, gli stimoli e spesso le contraddizioni del modo di procedere e porsi degli obiettivi immediati da parte dell’oligarchia senatoria. Tali contraddizioni furono evidenti ad esempio nei momenti più drammatici della guerra contro Annibale, col problema di consoli e dittatori di diversa parte politica o del contrasto fra il circolo dei Fabii e quello degli Scipioni [66]. Esse furono evidenti, e foriere di imprevedibili svolte nella politica internazionale, proprio riguardo alle iniziative extra- italiche di Spagna, d'Africa e di Grecia negli anni a cavallo del 554=200 a. C. Se lo SCHUR, col suo saggio riportato in Appendice alla nostra opera, già pose le nuove basi per lo studio dei partiti politici romani nell'età di Scipione, il nostro capitolo VI sulle classi sociali e le lotte politiche a Roma fino alla fine della Repubblica meglio spiegherà gli scontri per il potere politico in quella età e nelle successive.

 

FIG. Le prime strade consolari romane (ma vedere illustrazione nel Cap.IV, paragr. "Sistema viario").

I CAVALIERI.

Cavalieri (equites) nella forma originaria erano dei cittadini romani che, per il loro patrimonio, avevano reddito sufficiente per essere obbligati a prestare il servizio militare in cavalleria, provvedendosi di un proprio cavallo e mantenendolo a loro spese fino alla fine dell'obbligo militare. Pertanto, sia i patrizi che i plebei, se avevano le prescritte condizioni economiche, erano egualmente soggetti a questo obbligo e in parte al peso finanziario relativo. Le 18 centurie di cavalieri esistenti dal tempo della riforma del re Servio Tullio, quindi da più di 300 anni prima di Annibale, costituivano 6 centurie di patrizi, scelti tra i più ricchi in assoluto, con contributo statale per comprare (aes equestre) e mantenere (aes hordearium)[67] il cavallo (equo publico), più 12 centurie  di cittadini plebei [68]tra i più ricchi in assoluto, in grado di mantenersi un cavallo (equo privato) [69]. Tali equites, membri delle centuriae equitum (in origine 6, infine 18; e si veda nel II capitolo la ricostruzione dettagliata) continuarono a costituire gruppi elettorali nei comizi centuriati anche dopo che ebbero cessato di esistere come formazioni militari. Ma è sicuro che i 400 equites plebei aggiunti per necessità bellica già nel 494 a. C. (Dion. Hal. VI 44, 2; Cat. frg. 14. 85 sg. in ORF Malcovati) e confermati con equo privato nel 403 a. C. (Livio V, 7, 12) a fianco alle centurie tradizionali, abbiano anticipato la necessità che più plebei ricchi combattessero in cavalleria, riuscendo, seppure con meno peso politico, a prevalere alla fine numericamente nell'esercito; oltre che economicamente, non essendo proibito loro (come invece lo era ai patrizi equo publico soprattutto con la legge Claudia del 218 a. C.)[70] di commerciare, appaltare lavori pubblici e di curare la finanza, attività disonorevoli per degli aristocratici di "sangue blu" dediti solo alla proprietà terriera, al latifondo e alla rendita agraria per avere molto più tempo libero da dedicare all'attività politica e di governo [71]. La diversa "dignitas" (considerazione sociale) tra i due ordini di equites andò poi relativamente sparendo e nacque l'equitatus come ordine indistinto [72] (secondo noi, e in base a un lieve accenno del Gabba, proprio all'inizio della guerra annibalica, cfr. nostro cap. II), sempre però tendenzialmente diviso tra grande speculazione commerciale e finanziaria e speculazione terriera con matrimoni con l'aristocrazia latifondista; con divisioni, quindi, sempre più politiche e di "alleanze" politico- ideologiche o con la plebe o col senato.

All'inizio dunque gli equites equo privato erano quei cittadini non registrati nelle centuriae equitum, ma in possesso di un patrimonio tale da abilitarli a compiere il servizio militare in cavalleria. Di essi parleremo nell'apposito paragrafo del II capitolo.

Il numero complessivo degli equites era di 23.000 nel 529= 225, cioè al tempo della spedizione di Annibale (Cfr. cap. II).

Nel nostro VI capitolo li considereremo in generale (come erano in realtà) dei cittadini che possedevano un patrimonio tale da conferire loro un certo status sociale, a un livello intermedio tra la plebe meno povera e l'oligarchia senatoria, rendendoli la classe "dei possidenti di ricchezze non fondiarie, cioè gli uomini d'affari d'ogni tipo, contrapposti e rivali dell'altro "ordine" politicamente privilegiato, cioè i senatori- l'ordine curule-, che dovevano avere un patrimonio immobiliare in terre e in case" (CARCOPINO, nel suo glossario unito al volume "Silla", cit.). E ciò, per noi, a livello sociale, già prima delle guerre puniche e della legislazione di Gaio Gracco che, in effetti, dette figura organizzativa all'ordine equestre con funzioni giudiziarie [73] e amministrative [74] sottratte al Senato e a questo restituite con il golpe militare reazionario di Silla. Senza entrare già nel merito della nostra trattazione del capitolo VI sui contrasti di classe, anticiperemo come, secondo noi, una parte delle plebe più ricca legata alla nobilitas (cavalieri legati al latifondo e con gli identici interessi dell'oligarchia senatoria) e un'altra parte legata solo alle attività commerciali e finanziarie (ordine equestre vero e proprio, sempre più abile nella finanza) capace di allearsi (soprattutto dal tempo di Caio Mario fino a Giulio Cesare) alla plebe più povera o di utilizzare i tribuni della plebe e i novi homines (che furono per lo più gli stessi cavalieri), erano una realtà variegata e viva già al tempo della seconda guerra punica. Ma vedasi appunto il sesto capitolo.

 

FIG. LE PORTE DI ROMA ANTICA

LE CENTURIE DI CAVALLERIA PATRIZIE E PLEBEE.

Sintetizza in maniera generica ma corretta il Giliberti: "All'inizio le centurie di cavalieri erano 6 e solo patrizie... Ad esse si aggiunsero in età repubblicana altre plebee, fino a raggiungere il numero di 18" (Giliberti, cit., I, pag. 105). A questa interpretazione, che del resto è la più ricorrente, ci siamo anche noi attenuti. Ma il Tondo (cit., I- II), descrivendo in maniera più esauriente e lucida la genesi, le caratteristiche e la differente "dignitas" (quella che abbiamo scherzosamente definito serie A di contro alla serie B) dei cavalieri patrizi rispetto a quelli plebei, sostiene (I, pp. 72-73 e 78; II, pag. 13 sgg.) che 12 erano le iniziali centurie del patriziato e 6 le successive plebee.

Ci pare contorto il modo in cui il Tondo dimostra che 12 erano le centurie di cavalieri patrizi, e solo 6 quelle plebee aggiunte da Servio Tullio. Innanzitutto perché comunque (12+6 oppure 6+6+6) è più semplice dire che alle originarie 6 patrizie se ne aggiunsero sei plebee "promosse al patriziato" (Ibidem, I, pag. 74) in funzione subalterna e non autonoma con Tarquinio Prisco, e che solo con Servio Tullio le 6 ultime veramente plebee sarebbero state istituite non come "patrizie" ma unicamente "per censo".

Dionigi (III, 71, 1 e 5), Cicerone (Rep. II, 36) e Livio (I, 36, 7) ricordano che già Tarquinio Prisco, prima che subito dopo Servio Tullio arrivasse alle 18 centurie di cavalieri (1800 cavalieri), aumentò le 3 centurie delle 3 tribù di Romolo (raddoppiate non già le tribù -Ramnes, Tities e Luceres- ma aumentati i cavalieri creando Ramnes "primi" e "secundi", Tities "primi" e "secundi", ecc.) fino a 12 centurie. Ma mentre Dionigi sostiene che tre furono le centurie nuove aggiunte, gli altri due autori parlano di un aumento di 6 centurie. Attenendosi, come cifra, ai due autori latini, il Tondo dimostra che, almeno per i risvolti giuridici, la testimonianza di Dionigi conferma il carattere di subalternità ai patrizi che la prima immissione del Prisco di nuovi cavalieri patrizi avrebbe avuto. Ed è comunque interessante la conclusione del Tondo, che i sex suffragia [75] introdotti da Servio Tullio significano appunto non un nome proprio, distintivo come di solito quello patrizio, ma solo un diritto di voto, "i 6 voti del censo" e solamente del censo, per la prima volta nella storia dell'equitatus romano.

 

 



[1] Il Niebuhr soprattutto per la ricostruzione in progresso delle tribù e delle centurie della città di Roma, nel passaggio dall'età regia alla Repubblica.

[2] Tranne che nelle note o in citazioni riportate di autori moderni, dove le date sono quasi sempre a. C.

[3] Oltre che al fondamentale commentario a Polibio (cit.), ci riferiamo a "Philip V of Macedon", anche pp. 299- 309 per i problemi cronologici relativi alla I guerra macedonica, agli Etoli e alla politica orientale di Filippo fino a Chio e Lade.

[4] Nostra correzione al Kovaliov: non vollero trovare. Cfr. appendice "Cronologia romana" alla fine del I volume.

[5] Autore di una storia della II guerra punica. Testi in H. PETER, H.R.R., I, Leipzig 1914 2 (rist.1967), testi con ampio commento in W. HERRMANN, Die Historien des Coelius Antipater, Meisenheim 1979.

[6] Nel 1975 Ungern- Sternberg (Capua..., cit.) ha sviluppato l'analisi delle fonti, della critica delle fonti e storiografica utile soprattutto per conferme nella datazione della prima campagna di Annibale in Campania nel 217, con cartina a p. 12 in base a Kromayer, Schlacht..., cit., III, Karte 7a.

[7] Da cui il nome di annalisti per gli altri primi storici romani in lingua greca.

[8] Sosilo e Sileno.

[9] Solo in Livio (XXI, 38. 3; XXVI, 23. 1, 28.3.11; XXVII, 7.12) abbiamo notizie biografiche su Cincio Alimento, importante storico della guerra ormai identificato senza dubbio col comandante dell'assedio di Locri, subito dopo legatus del console Crispino ucciso con l'altro console Marcello da Annibale nel 208 (F.Grosso, cit., pag. 122-123). Pretore (De Sanctis, III, 2, p.474) o propretore che fosse (Peter, Die Quellen Plutarchs in den Biographien der Römer, Halle 1863, CII) (ma col Grosso intendiamo appunto propretore), cadde prigioniero dei Cartaginesi subito dopo il 208 secondo Hertz (De Luciis Cinciis, Berolini 1842, p.3), Müller (Fragmenta historicorum Graecorum III, Parigi 1844, pp. 94- 95) e Peter (ibidem), e non all'inizio della guerra annibalica come sostennero Niebuhr e Lachmann (De fontibus historiarum Titi Livii commentatio duplex, II, Göttingen 1823, p.16).

[10] "Cum eo (Annibale) in castris fuerunt simulque vixerunt, quamdiu fortuna passa est" (Cornelio Nepote, Hannib., 13,3). "Furono negli accampamenti con lui" denota vera partecipazione militare.

[11] Lettera di Annibale in R. MERKELBACH, Griechische Papyri der Hamburger Staats- und Universitätsbibliothek, II, Hamburg 1954, pp. 51-74, Pap. Hamb. 129, col. VI, p.62 s. Ora anche in D.PACELLA, Sui rapporti di Alessandro con Roma e Cartagine nella leggenda, cit. 1984, p.109 seg. Commento anche in G. Brizzi, Studi annibalici, cit., 1984, p.87-107.

[12] Utili quanto i testi dei più famosi moderni già citati sono l' esposizione e la bibliografia fornite da Bruno Franchi nel suo saggio "Le fonti per la seconda guerra punica e Livio", a introduzione del primo libro della terza deca di Tito Livio (Titi Livi, Ad urbe condita, Liber XXI, Roma 1950).

[13] Ad es. III2, p. 5 n. 7 e p. 76.

[14] Esemplificativo il caso del nostro interesse verso Gaetano De Sanctis per la massima parte degli avvenimenti di Siracusa durante il conflitto annibalico, prioritariamente rispetto al superato Arendt. Ma con privilegio per le date di Hoffmann ("Hannibal und Sizilien", 1961) dove ben motivate.

[15] "Uniche" perché tutte le altre forme di governo (comprese le degenerazioni di tirannia, oligarchia e demagogia) derivano dalle tre basilari.

[16] In "Reden und Vorträge", II, Berlin 1926 4.

[17] Sono venute prima la gens e le tribù romane o lo Stato romano? Le phylai greche e le tribù romane avrebbero preceduto lo Stato? E così via interrogandosi. Si tratta della vecchia disputa tra gli storici e filologi prussiani più statalisti (ad es. Eduard Meyer e Hans Delbrück) di contro a studiosi più "liberali" (Fustel de Coulanges, Friedrich Engels, Max Weber, Erwin Rohde, Johann Jacob Bachofen). Cfr. anche L. Canfora, Ideologie del classicismo, Torino 1980. Tralasciando questa polemica, il rigore anche filologico dei "prussiani" influenza totalmente questo nostro studio.

[18] E su questo aspetto verterà essenzialmente la nostra bibliografia.

[19] Carl von Klausewitz, cit. (cit. si intende sempre nella bibliografia finale), p. 67: "qualsiasi attività bellica e' correlata all'arruolamento".

[20] F. Engels (Der Ursprung der Familie... cit., p. 126) riferisce la caratteristica di "democrazia militare" di queste forme assembleari già al periodo dei re di Roma (cfr. p. 158 dell'ed. italiana, "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato", Roma 1976). E' certamente esatto, perché si sottolinea il carattere associativo militare che le gentes (tribù come le intende comunque il Mommsen) e le successive tribù assunsero sempre più sia con la riforma censitaria di Servio Tullio sia con la repubblica rigidamente oligarchica seguita alla cacciata dei re.

[21] Varrone, Lingua latina VI, 93, li designa addirittura come "esercito urbano".

[22] Per il processo popolare in appello alle condanne di un importante magistrato (provocatio ad populum) (Giliberti, cit., I, pag. 104). Le competenze legislative non erano esclusive dei comizi centuriati (Talamanca, pag. 225-226; Giliberti, pag. 104; Scherillo, cit., pag. 163 e 164; per discorso più ampliato sulle competenze: Nocera G., Il potere dei comizi e i suoi limiti, Milano 1940): esse si limitavano in sostanza a due leggi, quella sullo "stato di guerra" e quella sulla "potestà censoria"; leggi definite perciò sempre "centuriatae".

[23] Si vedano per questo, più avanti, gli appositi paragrafi sulla riforma tributa e centuriata del re Servio Tullio.

[24] "quia exercitum ... intra urbem imperari ius non sit", Lelio Felice in Gellio XII, 27, 5. Talamanca, cit., pag. 213.

[25] "Il pretore, comunque, non poteva convocare i comitia centuriata  per procedere alla elezione dei magistrati maggiori (neppure del suo successore), la cui creatio doveva esser fatta ordinariamente da uno dei consoli, sì che se entrambi questi mancavano, e non era in carica un dittatore, si ricorreva alla procedura dell'interregnum" (Talamanca, cit., pag. 211). I censori potevano riunire questi comizi per le operazioni di censo, ma non potevano sottoporre loro alcuna proposta. Sull'interregnum, si vedano più avanti le notizie a proposito dei senatori.

[26]  Gabba, Esercito e società... cit., p. 147 n. 15; Kromayer- Veith, Heerwesen... cit., p. 304.

[27]  Anche in Nicolet, cit., p. 133.

[28]  Conferma in Giannelli, La Rep. Rom., cit., p. 141.

[29] Secondo il Kovaliov all'inizio erano solo per i plebei, e le leggi- plebiscita- erano obbligatorie solo per i plebei; solo dalla legge del 305= 449 in poi fu "lex" per tutti, patrizi e plebei; dal 467= 287 diventano il principale organo legislativo. Il problema delle fonti e della tradizione sulla possibile identità di comizi tributi e concilium plebis (anch'essi in base alle tribù) viene così risolto anche dall'Arangio Ruiz (Storia del diritto romano, cit., p. 86 sgg.) e sottolineato (ma con risposta negativa) da Talamanca, cit., pag. 210 e 226, Giliberti, cit, I, pag. 111 e Scherillo, cit., pag. 162.

[30] Talamanca, cit., pag. 210.

[31] Giliberti, cit., I, pag. 110.

[32] Con la possibile confusione, trattata in nota precedente, con i comizi tributi.

[33] Il più sintetico è Giliberti, cit., I, pag. 58-59, più ancora del Serrao, altrove cit.

[34] Si veda più avanti sul SENATO come casta tendenzialmente chiusa (anche verso i plebei ricchi) e rigidamente oligarchica, e gli EQUITES (cavalieri), plebei del ceto medio e ricco, nella loro lunga lotta (aristocrazia latifondista di contro a borghesia capitalista) per la parità politica e la loro cinquecentenaria lotta per la supremazia politica, vinta, almeno nella sostanza, col Principato (Impero), dai secondi.

[35] Fino al 339 a. C. occorreva la ratifica finale- e quindi più arbitraria o "condizionante". Dal 339 al 286 a.C., con la legge proposta dal dittatore Publilio Filone, occorse l'autorizzazione preventiva per far divenire legge un plebiscito della sola plebe.

[36] Se la nomina, per motivi sempre improvvisi o impellenti, avveniva poco prima della normale scadenza annuale di ogni mandato, tale durata in carica era molto inferiore ai 6 mesi, ed era per lo più di poche settimane.

[37] Dentro Roma, nel pomerium (confine sacro) non potevano neppure avere le scuri sui fasci dei littori che li accompagnavano simbolicamente, ma solo i fasci di verghe, perché era vietato portare le armi dentro Roma (almeno fino ai Pretoriani di Augusto). Ciò perché il potere civile poteva essere contrastato. Invece il potere militare fuori Roma era incontrastabile in base alla legge di guerra (cosa che per il dittatore valeva anche dentro le mura di Roma, potere cioè inappellabile dai tribuni della plebe). Cesare ripristinò una regola ai suoi tempi in disuso per cui, il giorno (o il mese) della carica a rotazione tra i consoli, quello non in carica era solo preceduto da un usciere e seguìto, non preceduto, dai littori, a differenza dell'altro console che si faceva precedere e attorniare da essi.

[38] Come acconsente il De Sanctis, GDS III1, p. 241. Vedere anche la Cronologia universale del Cantù, cit., che pone dal 532=222 al 600=154 la data del 15 marzo, prima di allora (dal 454=300 al 532=222) il 24 aprile e dal 600=154 in poi il 1° gennaio.

[39] Duoviri navales classis ornandae reficiendaeque causa, con 10 navi ognuno.

[40] Solo dopo la conquista di Siracusa nel 211 si istituì un secondo quaestor classicus per la Sicilia con sede a Siracusa. Cfr. più in generale il successivo paragrafo "C". Prima di questa data, come nel 264, Messana (Messina) era la base dei socii navales. Per i 4 nuovi quaestores classici o italici del 267 a Ostia, Cales, Ravenna e Lilibeo, cfr. Mommsen, r. St. R., II, p. 570 e 572; Ilari, cit., p. 114 sgg. Nel nostro paragrafo sui socii navales, per i dubbi su Ravenna.

[41] "Sorveglianza delle nuove conquiste... e per tenere in assetto le navi da guerra" (GDS III1  p. 194).

[42] Non legge, ma semplice norma senatoria, vincolante, come tutti i senatusconsulta, solo i magistrati in carica.

[43] Era l'unica carica non annuale di Roma, a parte i censori (18 mesi) e il pontificato massimo (vitalizio). Il dittatore durava sei mesi dalla nomina, ma mai oltre il tempo regolare di carica del console che lo aveva nominato. Ad esempio, se la carica del console scadeva ogni 15 marzo, un dittatore nominato a metà dicembre durava in carica 3 mesi.

[44] Tralasciamo ovviamente la futura dittatura di Silla, la prima eccezionale con poteri legislativo ed esecutivo- rei publicae constituendae- senza limite di durata e senza controllo, che ripeteva il potere dei decemviri che fecero le XII Tavole, e poggiata unicamente su un "golpe" militare e sulle violente "liste di proscrizione" degli avversari politici. A stento si salvò il giovane Cesare.

[45] Come già in uso ad Albalonga e nella Lega latina.

[46] Storia politica univ., cit., II, p. 43.

[47] La LECTIO SENATUS era la scelta dei senatori, in base al censo e alla moralità, da parte dei Censori, che erano in carica al massimo per 18 mesi nei 5 anni da un censimento all'altro. Ma poteva occorrere anche di meno per tali operazioni preparatorie del censimento. Si ricordi che 177 senatori morti furono rimpiazzati nel 216 a. C. dopo la battaglia di Canne.

[48] Aedes era in origine il tempio della dea Cerere, dea del grano, la dea preferita dai plebei sul loro colle, l'Aventino; di contro alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva), le divinità venerate massimamente dai patrizi sul Campidoglio. Edìli erano dunque innanzitutto gli addetti plebei alla cura del tempio.

[49] Curulis era una sedia (sella) lavorata in avorio, talvolta su un carro. Era simbolo di potere particolare, prima del re, poi dei patrizi.

[50] Editto o serie di editti (norme) proposti su tavole bianche (ALBUM), ed eventualmente detto editto PERPETUUM se proposto per l'intero anno di carica del pretore (fino alla LEX CORNELIA del 67 a.C. che vincolava comunque il pretore all'editto stabilito all'inizio della sua carica). Con la CONSTITUTIO TANTA del 130 d.C. SALVIO GIULIANO, grande giurista sotto l'imperatore ADRIANO, codifica definitivamente l'editto del magistrato, modificabile da ora solo dal principe (imperatore).

 

[51] In greco Serv. Aen 2, 761

[52] “Appena fu realizzata la prima fondazione della città, istituirono un luogo sacro come asilo per i ribelli, e lo intitolarono al dio Asilo: vi accoglievano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il plebeo [per il termine greco tetos dovremmo intendere il “plebeo-proletario” romano] ai creditori, né l’omicida ai magistrati; affermavano anzi che per un responso dell’oracolo di Delfi potevano garantire a tutti il diritto di asilo, in modo tale che la città si riempì presto di gente, mentre si dice che i primi focolari non fossero più di mille”, Plutarco, Le vite di Teseo e di Romolo, a/c Carmine Ampolo e Mario Manfredini, Fondazione Lorenzo Valla, Milano 1988, pag.105-107. Si noti che nel confronto finale tra gli eroi greco e romano, Plutarco (4, 3-4) esprime la lode più elevata a Romolo in tale raffronto col più “democratico” Teseo (Romolo avrebbe teso invece alla “tirannide”) proprio in riferimento alla fondazione e all’ampliamento il più illuminato possibile della sua città: “fece la città dal nulla… non uccise nè tolse di mezo nessuno, ma faceva del bene a coloro che, privi di casa e focolare, volevano essere popolo e cittadini. 4. Non uccise né briganti né malfattori, ma con la guerra assimilò popoli, abbatté città, re e condottieri.”

[53] Quindi di origine indoeuropea, come anche il sinonimo <<campo tagliato>>, non lontano dal latino templum, <<tempio>>

[54] I quattro grandi panellenici della Grecia erano Olimpia e Nemea per Zeus, Corinto per Posidone, Delfi per Apollo. Inizialmente i cerimoniali avevano luogo ogni otto anni, rappresentando <<il grande anno>>, cioè la riconciliazione tra l’anno solare e quello lunare.

[55] Secondo il Lévêque (cit., pag.1122) fortissimo sarebbe il legame di questa teologia dei santuari dei concorsi con il passato miceneo: gare di resistenza di eroi che esaltano il trionfo della vita eterna sula morte.

[56] Concordantia in Silii Italici Punica, curavit Manfred Wacht, I-II, Olms-Weidemann, Hildesheim-Zurich-New York 1989, I pag. 95.

[57] 7. B NON F  Una nota est Marti Nonis, sacrata quod illis / templa putant lucos Veiovis ante duos. (Fasti, III, 429-439).

[58] Dionysius of Halicarnassus, Roman Antiquities, with English Trnaslation by Earnest Cary, Harvard University Press, London 1948.

[59] DIO CASSIUS, Roman History, with English Translation by Earnest Cary, London 1917, 9 voll., XLVII,19,3 (vol.V, pag.155)

[60] Se era normale la morte, anche accidentale, di un re, ben più improbabile era la morte accidentale contemporanea di due consoli. Eppure in guerra, e vedremo proprio contro Annibale, ciò avvenne. Ma in pratica si ricorreva, per convocare i comizi che nominassero i nuovi magistrati repubblicani, a dittatori "ad hoc".

[61] Sulle distinzioni più complesse e controverse tra patriziato e nobilitas si veda più recentemente Filippo Cassola, in STORIA DI ROMA, I, cit.,Roma, 1988, pp. 470- 475, con l'adeguata bibliografia (in particolare Gelzer e Afzelius, cit., ma soprattutto K. HOPKINS, Death and Renewal, Cambridge 1983, la cui interpretazione, insieme a quella del suo collaboratore G.Burton, supera quella del Mommsen, precedentemente da tutti seguita). Si può comunque sintetizzare che la discendenza da un console o da un pretore determinava la nobilitas della famiglia. Proprio i pretori nel periodo tra le prime due guerre puniche raddoppiarono due volte consecutivamente, diventando 2 dal 242, 4 dal 227.

[62] Cfr. ad esempio Scherillo, cit., pp. 259- 260.

[63] Una opposta concezione, cioè la critica dell'ostinazione dell'oligarchia senatoria romana a non rinnovare la vecchia concezione di stato- città e a restare legata ai vecchi schemi della milizia cittadina ispira in parte l'opera del Toynbee sull'eredità di Annibale. Ma bisogna ammettere nel complesso che ci fu invece la capacità del Senato di rinnovarsi negli anni di Annibale.

[64] Vedremo più avanti la tesi del Toynbee su Roma come città- stato. Lo sviluppo progressivo della costituzione federativa romana proprio tra il IV e il III sec. a.C., e massimamente nel periodo delle due prime guerre puniche, rende tanto più attendibile la ricostruzione del Toynbee. Ma ha ragione anche Harmand a vedere in questo sviluppo una radicale innovazione della vecchia città- stato.

[65] Da lungo tempo, per un passaggio via terra, Filippo aveva inutilmente tentato accordi con il popolo dei Dardani del Danubio. Ma era più probabile uno sbarco della falange, come con Pirro, e si vedano, nel cap. V sulle flotte, i grandi timori dei Romani a proposito.

[66] Si rimanda per tutto questo al VI capitolo.

[67] Sono sembrati a molti commentatori esagerati i 10.000 assi "una tantum" dati dallo Stato ai cavalieri cme indennità per l'acquisto cavallo e i 2.000 assi annui di contributo spese per il suo mantenimento in guerra, considerando nello stesso periodo (V secolo) in 100 assi il valore di un bue e in 10 quello di una pecora (P. Fest. 129.8). Ma le cifre di Livio sono credibili (cfr. Tondo, cit., I, pag.78-80) se si pensa alla permanenza continuativa in servizio dei cavalieri durante lunghe campagne di guerra (almeno 10, e ad esempio i 18 anni contro Annibale) mentre i fanti, presto o tardi (anche se dopo molti anni) venivano congedati. Inoltre, anche in tempo di pace i cavalieri erano sempre a disposizione e si addestravano regolarmente in "feste della cavalleria romana" (Mommsen, RG, I, p. 112).

[68] E tra queste 12 successive, secondo il Tondo, vanno intesi i "sex suffragia", le ultime sei centurie di cavalieri plebei. Vedere la nota seguente.

[69] Si veda il successivo, breve paragrafo in appendice a questo problema delle centurie di cavalieri patrizi e plebei e ai sex suffragia, cioè le 6 ultime centurie di cavalleria plebea che votavano in un secondo tempo rispetto a quelle patrizie.

[70] Salvatore Tondo, Profilo di storia costituzionale romana, Milano 1993, volume II, pp. 13 sgg.

[71] "Nobiltà dedita in misura quasi ossessiva alla politica" (Toynbee, L'eredità di Annibale, cit., I, pag. 400; Tondo, cit., pag. 15).

[72] "Sanzionando formalmente la formazione di una nuova realtà sociale" (Tondo, Ibidem.), cioè la nascita di una nuova classe sociale che diventò anche movimento politico in cerca di alleanze soprattutto contro l'aristocrazia.

[73] Le quaestiones perpetuae, corti permanenti di giustizia.

[74] Appalti ed esazione di tasse nelle province, etc.

[75] Festo 452.32. Tondo, Ibidem, I, pag. 76.