IV - L'ESERCITO CARTAGINESE.

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5- FORTEZZE PRINCIPALI DEI CARTAGINESI E DEI LORO ALLEATI.

 

FORTEZZE CARTAGINESI:

 

Fortezze (in AMADASI GUZZO M.G.- BONNET C.- CECCHINI S.M.- XELLA P., Dizionario della civiltà fenicia, Roma 1992 p.111 sgg.)

<<Sono individuabili solo tracce di strutture fenicie nella fortezza persiana di Biblo, inserita in un sistema di piazzeforti destinate a proteggere il limite occidentale dell'impero. Del sistema difensivo e offensivo di Cartagine a protezione del suo territorio metropolitano facevano parte le fortezze di Ras el-Fortas, presso Cartagine, e quella di Ras ed-Drek, sulla estremità settentrionale del Capo Bon, destinate forse a svolgere essenzialmente funzioni di avvistamento. La prima si inserì sui resti di un abitato libico all'inizio del V secolo con due successive cortine difensive dai muri spessi 3 m.; la seconda, di poco posteriore, che sfruttò anch'essa resti libici, risultava formata a L da due corpi di fabbrica rettangolari, con diversi ambienti e cinque cisterne «a bagnarola». Funzione eminentemente difensiva del fertile entroterra doveva sostenere la fortezza di Kelibia sul Capo Bon i cui resti, ascrivibili per materiale e tecnica edilizia all'età punica, sono individuabili sotto le strutture della fortezza ispano-turca: si trattava di un forte di forma poligonale con torri avanzate. Altri siti fortificati sono emersi sulla sommità del Gebel Tushela presso Biserta e il Gebel Fratas, sito tra Capo Zebib e Capo Farina, ambedue caratterizzati da «opere avanzate». Il controllo militare (v. forze armate) si intensificava ai limiti occidentali del territorio africano dominato da Cartagine dalla metà del V sec. a.C.: nella zona di Ippona, lungo la riva destra del fiume Seybouse, si insediarono una serie di luoghi fortificati a Ksar el-Ashur, a Henshir Torba e a Ksar el-Kebsh. Il miglior esempio di campo fortificato è quello di Monte Sirai in Sardegna, che coloni di Sulcis fondarono con scopi difensivi nel VII secolo, nell'entroterra, sulla cima di una collina dalla sommità pianeggiante e allungata: sulle rovine di un nuraghe fu costruito un mastio, di pianta circa quadrangolare, di quasi 16 m. di lato, costruito nella pietra trachitica locale; un corridoio a imbuto lo collegava con un porta a tenaglia, aperta nella cinta muraria a casematte che seguiva la sommità della collina; nel VI secolo la ristrutturazione cartaginese comportò l'erezione di due torrioni presso la porta a tenaglia e di opere avanzate nell'area antistante l'acropoli. Contemporaneo del primo insediamento a Monte Sirai, il campo trincerato di Paniloriga sul rio Mannu, con le sue torri quadrangolari a intervalli regolari di una ventina di m., assolveva una importante funzione di controllo della zona agricola e mineraria. Tra il V e il III secolo punteggiarono l'interno dell'isola una serie di installazioni fortificate puniche; poste su colline dalla sommità pianeggiante e dal profilo allungato, a controllo dei guadi dei fiumi e degli accessi alle valli, erano composte da un'acropoli con un mastio circondato da una cinta muraria articolata in cortine, torri e sbarramenti plurimi>>. Dopo questa citazione molto schematica, veniamo alla nostra ricostruzione in base ai paragrafi precedenti sulle colonie cartaginesi e sul territorio di Cartagine, con gli elenchi che seguono.

SPAGNA

NOVA CARTHAGO (CARTAGENA)

GADIR (GADES/CADICE)

EBUSOS (IBIZA)

MAHON [1]

TARTESSO (HUELVA)

CARTEIA (GIBILTERRA)

HISPALIS (SIVIGLIA)

CORDUBA (CORDOVA)

CASTULO (CAZLONA) [2]

OSCA (HUESCA) [3]

SISAPON (ALMADEN) [4]

COTINAE [5]

CARMONA

BARIA (VILLARICOS)

SUEL

SEXI

AFRICA

ITUCI

BONA (HIPPO REGIUS)

OBA

TINGIS (TANGERI)

VAO

HASTA

GUNUGU

KERKENI (isola di Cercina)

IGILGILI

UTICA

HADRUMETUM (SUSA) [6]

LEPTIS MINOR

LEPTIS MAGNA (HOMS)

BONA

CHULLU

IOL

ICOSIUM

TAMUDA

OEA (TRIPOLI)

SIRTE

FORTEZZE DEGLI ALLEATI DI CARTAGINE

NUMIDIA

ORA

CIRTA (MASSINISSA [7])

SIGA  (SIFACE [8])

CUICUL

MACEDONIA

PELLA

THERMA (THESSALONICE)

DEMETRIADE [9]

ERETRIA

SIRIA (IMPERO SELEUCIDICO)

SELEUCIA ORONTIS

ANTIOCHIA SULL'ORONTE

APAMEA

DAPHNE

ELIOPOLIS (BAALBEK)

EKBATANA (capitale della MEDIA)

BABILONIA

THAPSACUS

SELEUCIA TIGRIS

SARDES

ATTALEIA

Porti=  SELEUCIA ORONTIS,ARADUS,BERYTUS,TIRO,LAODICEA

ILLIRICUM

SCODRA [10]

BURNUM

 

 

Sull'impero di Cartagine un grande lavoro fu avviato nel 1962 da Sabatino Moscati e riassunto da lui stesso come sintesi di lavoro nel 1978, in una prolusione all'Accademia dei Lincei che riportiamo integralmente (PAGINA SUCCESSIVA). Moscati dichiarò che la prima domanda posta per quel progetto fu: "Quali furono le basi militari di Cartagine nel Mediterraneo?". Ciò attiene quanto mai al nostro lavoro. E quanto mai vi attiene un collegamento tra diverse discipline (archeologia, filologia, storiografia, epigrafia, economia, numismatica ecc.) rivendicato dal Moscati e già attuato - quando era più difficile senza "multimedialità"- dal De Sanctis (1907-1964) , dal Toynbee (1965) e – a cavallo tra secondo e terzo millennio- da Jakob Seibert (1993-97), che riteniamo (insieme a noi stessi -esempio di modestia-) i massimi investigatori ed espositori della II guerra punica nei collegamenti tra discipline diverse. Già nella Introduzione alla Prolusione del Moscati, il Vicepresidente dell'Accademia dei Lincei, ENRICO CERULLI, scriveva:

 

"Inaugurando oggi il 375° anno di vita di questa nostra Accademia lincea, il pensiero nostro si volge anzitutto al Presidente Beniamino Segre che ci è mancato pochi giorni fa. Se dovessi fare la sintesi in una sola parola dell' operato di lui, presceglierei la qualifica di fervido. Egli in circostanze anche non facili di ambiente predilesse fervidamente il nuovo: le novità da apportare nel vecchio tronco della storia dell' Accademia e affrontò con fervore le inevitabili difficoltà di una tale opera, stretto tra il suo spirito di ricerca del miglior nuovo e le idee non meno necessarie e non meno utili di non violare apertamente la tradizione. A lui vada oggi l' espressione della nostra riconoscenza. Una delle sue maggiori preoccupazioni fu quella riguardante la situazione amministrativa dell'Accademia affinché questa fosse in grado di far fronte a nuovi maggiori compiti e si deve dire che la sua opera, almeno per un periodo della sua Presidenza, ottenne successo mentre egli, pur quando il successo diminuì, non mancò di continuare fervidamente ad operare per ricostituire la situazione.La nostra riconoscenza, dunque, alla memoria di Beniamino Segre.

Ho parlato ora di tradizione, ed è qui nei nostri discorsi quasi una clausola di stile parlare di "tradizione galileiana". Questa tradizione alla quale il passato e l'avvenire della nostra Accademia ci lega e direi legava si riassume in una breve formula: scienza nell'umanesimo. Queste due vie di attività dello spirito umano sono per noi indissolubili, a pena di sterilità. Una scienza o ricerca scientifica, che si attui in vitro, chiusa in sé, e nei limiti dei suoi propri risultati rischia di diventare, fuori del senso di umanità, un presupposto arido e quindi indirizzato alla negazione ed alla involuzione. Così l'umanesimo e le discipline e le arti umane se isolate dal progresso scientifico possono giungere a somigliare ad un circuito chiuso, poco più che un gioco sterile di fantasia, alata, ma vuota sì che il vero scienziato farà invece suo il detto di Terenzio: Nihil humani a me alienum puto.

Ancora qui interviene un altro pericolo da evitare. La scienza moderna necessariamente estendendo il suo raggio di azione, si trova in condizioni di rischiare di non poter più mantenere la sua rigorosa unità e dar sviluppo alle sue varie branche che, per forza di cose, dal loro stesso sviluppo sono tentate a separarsi e divergere sì da pretendere una individualità propria. Si hanno così fenomeni di miopia intellettuale pei quali lo specialista non vede come la sua ricerca costituisce solo una parte di una unità essenziale di verità che è il tutto. E, scusatemi l'esempio, in tal modo in medicina il cardiologo, il reumatologo, l'urologo, ecc. debbono agire soltanto nella funzione complessiva della unità "uomo" (l' "uomo" questo sconosciuto) e non per singoli episodi separati. Ed anche, dantescamente parlando, " il geométra che tutto si affigge nel misurar lo cerchio " deve accorgersi che quel suo cerchio è inscritto in un cerchio maggiore e così via sino al massimo circolo che è l' unicità della scienza. Navigando tra questi rischi la scienza moderna, forse anche inconsciamente ad evitarli, tende sempre più ad organizzare quei contatti e quelle riunioni cui si dà ora il nome di interdisciplinari. E questa interdisciplinarietà si rende utile non solo tra scienze affini, ma anche - e sempre più - tra branche del sapere apparentemente lontane. E sia questo ancora uno dei meriti della nostra Accademia."

 

Il testo del Moscati è da noi riportato senza i riferimenti bibliografici delle note a piè di pagina del testo originale, e per il nostro lavoro poniamo in risalto (in grassetto) i centri punici fortificati.

SABATINO MOSCATI - CARTAGINE NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA [11] (*)

 

Si afferma spesso, e non senza fondamento, che la scienza italiana dispone di mezzi limitati per le sue ricerche, sicché viene per lo più a trovarsi in condizioni di inferiorità di fronte ai paesi più ricchi del mondo contemporaneo. La validità di questo giudizio difficilmente può contestarsi alla superficie; ma in realtà la situazione è complessa e varia, perché il confronto s' instaura naturalmente quando le linee e gli scopi delle ricerche siano analoghi, mentre non può instaurarsi, per buona sorte, laddove le ricerche innovino sulle vie tradizionali, aprano vie diverse e perciò aperte senza condizionamenti alla competizione dell'ingegno. Né v' è bisogno di sottolineare che il tempo presente offre alle nuove prospettive occasioni molteplici: il superamento della barriera un tempo rigida tra scienze dell'uomo e scienze della natura, la ricchezza delle nuove metodologie, l'interdisciplinarietà che esse consentono e anzi sollecitano, tutto questo induce chi operi nel mondo della scienza a chiedersi dove e come il suo contributo possa essere più originale e fecondo; e apre, sulla base della ricchezza di una problematica che il nostro paese ha maturato nei secoli, prospettive non condizionate, o almeno non condizionate appieno, dai mezzi economici pur così necessari per la ricerca. Questi quesiti, questi problemi, queste prospettive erano dinnanzi a me, come a ogni altro studioso italiano, quando or sono quindici anni promossi il piano di ricerche intese a riportare alla luce le testimonianze della civiltà di Cartagine sulle varie sponde del Mediterraneo. Quel momento essenziale, determinante, illuminante per tutto il destino del nostro mondo che fu lo scontro tra Cartagine e Roma era stato fino ad allora visto dall'angolo visuale della potenza vincitrice, e soprattutto dei suoi storici. Mi chiesi se un'indagine a vasto raggio in tutti i paesi mediterranei interessati, per ricostruire la storia dalla parte dei vinti, non potesse dare risultati innovatori;e riflettei che una tale indagine sarebbe appartenuta a quel tipo di ricerca senza precedenti nel quale indicavo poco fa le occasioni meno condizionate, anche se certo non libere, dalla tirannia dei mezzi economici. Era, inoltre, un piano che sotto più aspetti si adeguava alle metodologie più moderne: tipicamente interdisciplinare, perché l' archeologia vi convergeva con la filologia, la storia, l'indagine economica e sociale; aperto così alle scienze dell'uomo come a quelle della natura, perché lo scavo e l' esplorazione partecipano delle une come delle altre; e soprattutto, nelle ben definite intenzioni, organico e non occasionale, sistematico e non sporadico, strutturato su quelle metodologie di gruppo che sempre più consentono, pur nel libero gioco delle intelligenze singole, il divenire della scienza. La realizzazione del piano fu iniziata nel 1962, esattamente quindici anni or sono, dall'Istituto di Studi del Vicino Oriente dell'Università di Roma, da poco istituito nell'ambito della Facoltà di Lettere e Filosofia; fu sviluppata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, che lo fece proprio con la costituzione nel 1969 del Centro di studio per la civiltà fenicia e punica; fu sostenuta, per quanto concerne le missioni oltre i confini, dal Ministero degli Affari Esteri. Chiamato oggi a tracciare un bilancio (ed è un onore per cui vorrei esprimere tutta la mia riconoscenza), debbo evidentemente avvertire che le ricerche sono talora in corso, sicché l'uno o l'altro risultato potrebbe modificarsi; ma nell'insieme il bilancio è legittimo, perché quindici anni sono un lasso di tempo che impone di trarre le somme e perché in una serie di casi le ricerche sono giunte al punto conclusivo, anche se altre e diverse si potranno aprire. Dal punto di vista geografico, le aree nelle quali hanno operato le maggiori missioni sono la Tunisia, l'Algeria, Malta, la Sicilia e la Sardegna. Si aggiungano le prospezioni in Libia, Corsica e Spagna, nonché le indagini alle fonti della civiltà fenicio-punica in Libano e a Cipro. Si è creata, insomma, una vera e propria rete sanguigna di ricerche, corrispondente alle aree determinanti dell'irradiazione cartaginese nel Mediterraneo. In ogni area, abbiamo costantemente applicato il criterio del lavoro congiunto con le istituzioni locali, depositarie di esperienze e di energie insostituibili. E così va dato un tributo di riconoscenza soprattutto a 1'Institut National d'Archéologie et Arts di Tunisi, alla Direction des Beaux Arts di Algeri, al National Museum della Valletta, alle Soprintendenze archeologiche di Palermo e di Cagliari. U n intenso scambio di studiosi ha integrato le collaborazione, e in specie giovani nord- africani sono venuti a sperimentare le nostre tecniche di ricerca, partecipando agli studi e alle pubblicazioni. Sottolineo questo fatto nuovo di una scienza a dimensione mediterranea, non più condizionata dall' angolazione romana ma orientata piuttosto all' enucleazione e alla valorizzazione delle culture locali. Dopo le premesse fin qui esposte, sarà chiaro che la mia relazione riflette l' opera di un ampio gruppo di ricerca, e che in nome di tutti essa viene oggi presentata.

Abbiamo cominciato col chiederci: quali furono le basi militari di Cartagine, quelle su cui si fondò e da cui mosse per la conquista del Mediterraneo? (1) L'attenzione si è subito volta a quel vero e proprio cuneo dell'Africa verso l'Europa che è la penisola del Capo Bon. Qui, sul Canale di Sicilia a meno di cento chilometri dalle nostre coste, era mai possibile che Cartagine non avesse impiantato centri fortificati, punti di avvistamento e di segnalazione? Eppure, la ricerca archeologica non aveva dato quasi nulla. L'esplorazione sistematica del terreno si presentava dunque come un' esigenza primaria per comprendere i modi e i tempi della politica di Cartagine: se e come estese il suo controllo sul territorio circonvicino, se e come pianificò la difesa e l'offesa di fronte ai Greci prima e ai Romani poi.Sia consentito di sottolineare l'interesse della prospezione, prima ancora degli scavi veri e propri: un tipo di indagine che abbiamo applicato in tutte le regioni prese in esame, con risultati dei più felici (2). Appunto la prospezione, integrata da sondaggi, ci ha consentito di scoprire sul Capo Bon tre cospicue fortezze cartaginesi. Sorgevano nelle località attuali di Ras Fortas, Ras ed-Drek e Kelibia, costituendo un vero e proprio triangolo strategico ai due lati e al vertice del promontorio (3). Il Ras Fortas è sito sul Golfo di Tunisi, proprio di fronte a Cartagine, sicché viene a formare con essa quasi i due bracci di una tenaglia; il Ras ed-Drek sorge sull' estremità del Capo Bon, sicché rappresenta la punta più avanzata dello schieramento; Kelibia è sul lato orientale, in un colle di primaria importanza per il controllo dell'entroterra, tanto che sulle rovine sorse successivamente una fortezza ispano-turca, i cui ruderi restano tuttora in vista. Alcune considerazioni possono farsi a proposito di questo sistema difensivo e offensivo, che costituisce una rivelazione per l'antica storia mediterranea. Anzitutto, le fortezze sorsero, come mostrano numerosi indizi, su insediamenti anteriori delle genti libiche, sicché esse s' inseriscono in una significativa continuità strategica, potenziandola e adeguandola al livello delle esigenze di una grande politica internazionale. Inoltre, il fiorire degli insediamenti può collocarsi durante il V sec. a. C., e dunque corrisponde verosimilmente all'epoca in cui Cartagine, sconfitta dai Greci a Imera, riorganizzò le sue forze per rilanciare la sua espansione in Sicilia. Infine, vi sono tracce evidenti di occupazione successiva delle fortezze, almeno in parte, ad opera dei Romani e quindi ancora degli Spagnoli e dei Turchi: segno che la storia, sui luoghi segnati da particolari condizioni, torna a ripetersi.Le esplorazioni sul Capo Bon non sono rimaste, d'altronde, isolate. Estendendo la ricerca delle fortezze, ne abbiamo individuato un'altra sul Capo Farina, nelle immediate vicinanze della moderna Biserta (4). e anche qui impressiona il ripetersi della storia, perché non v' è bisogno di ricordare cosa ha significato Biserta nelle vicende dell' Africa settentrionale. Si può dire, anzi, che la coincidenza tra il passato e il presente è qui completa: gl'impianti militari moderni sorgono proprio sull'antica fortezza, condizionandone lo scavo.

Non meno cospicui, a mio avviso, sono i risultati della prospezione condotta in Algeria, nella zona di Ippona. Qui, oltre a porre in luce le origini puniche dell'insediamento, una serie di luoghi fortificati è stata individuata lungo il corso del fiume Seybouse, e dunque seguendo una linea che dalla costa si addentra verso l'interno (5). Gli impianti militari sorgono a strapiombo sul corso d'acqua: la loro collocazione a distanze regolari suggerisce con evidenza l'ipotesi che essi costituissero nell'insieme il limes di Cartagine, e cioè il confine occidentale del territorio africano su cui Cartagine estese il suo dominio intorno al v sec. a.C., dunque più o meno al tempo delle fortificazioni sul Capo Bon.

Per una potenza marinara, è tuttavia evidente che le fortificazioni africane costituivano soltanto la premessa del passaggio al di là del Canale di Sicilia: la condizione essenziale dell' espansione politica e commerciale stava, in altri termini, in una serie di basi poste fuori del proprio territorio. Qui Cartagine utilizzò, senza dubbio, i precedenti impianti fenici, dei quali essa stessa era all'origine parte. Seguendo lo sviluppo della sua politica, siamo perciò andati a esplorare i resti fenici e punici di Pantelleria e di Malta, le due maggiori isole nel braccio di mare tra l'Africa e la Sicilia.

A Pantelleria, i resti di fortificazioni scoperti su11'acropoli, oltre a possibili banchine portuali e a materiali sparsi, dimostrano che l'isola fu senza dubbio uno scalo cartaginese (6). E tuttavia, non sembra trattarsi di uno scalo cospicuo, anzi i resti archeologici hanno un aspetto accentuatamente romano. In altri termini, Cartagine dove limitarsi a controllare il porto e l'acropoli, sì da rendere sicura la via ai suoi naviganti, ma non dove attuare una penetrazione su larga scala, sia perché questa non era indispensabile al controllo dell'isola, sia perché l'aridità del terreno poco si prestava a insediamenti durevoli.

Molto diverso è il caso di Malta. Qui, con un' organica serie di scavi (7), siamo riusciti a porre in luce sull'altura di Tas Silg, di fronte alla costa africana, un santuario che s'impianta su un precedente luogo sacro della preistoria e continua, oltre l' età fenicia e cartaginese, in piena epoca romana (8). Ma di quale santuario si tratta ? Sono emersi dal terreno in gran numero frammenti di vasi votivi recanti la dedica in greco a Hera, che corrisponde alla romana Giunone. Donde la conseguenza inequivocabile: abbiamo scoperto a Malta il celebre santuario di Giunone, del quale parla Cicerone nelle sue orazioni contro Verre.

Il testo ciceroniano (9) non lascia dubbi sull'importanza dell'area sacra. Verre, propretore in Sicilia e a Malta dal 73 al 71 a.C., aveva compiuto tali depredazioni e malversazioni che i Siciliani lo denunciarono. Cicerone, assumendo l' accusa, rievoca la spoliazione del tempio maltese, perpetrata in dispregio alla santità di un edificio tale che, egli dice, neppure durante le guerre puniche si osò violarlo. Aggiunge che perfino i pirati lo rispettavano e che, quando un ufficiale di Masinissa ne sottrasse delle zanne di elefante per farne dono al suo re, questi le rimandò indietro, ordinando di apporre sul luogo un'iscrizione nella quale chiedeva scusa dell'accaduto. Interessante a notarsi, numerosi frammenti degli avori decorati che si traevano dalle zanne degli elefanti sono tornati alla luce (10), a puntuale conferma sia del racconto ciceroniano sia dell'importanza del luogo, sede di una storia trimillenaria, di un incontro senza pari di credenze e di civiltà nel centro del Mediterraneo (11).

Ma il punto focale dell'irradiazione mediterranea di Cartagine sta, senza dubbio, nelle maggiori isole italiane (12). In Sicilia e in Sardegna, le ricerche che abbiamo promosso offrono una serie di rivelazioni, le quali da un lato grandemente accentuano la presenza cartaginese, dall'altro lato ne definiscono i caratteri negli impianti, nelle componenti artistiche e culturali, nella politica che vi si riflette e nelle conseguenze di tale politica per le vicende della storia mediterranea.

Il maggiore centro della Sicilia (13) è senza dubbio l'isoletta di Mozia, di fronte a Marsala (14). Gli scavi che vi abbiamo condotto ne fanno, se non m'inganno, il maggior centro dell'archeologia punica nel Mediterraneo per l'ampiezza e l'ottima conservazione dell'insediamento, la sua antichità, i suoi caratteri di originalità spiccata. Le scoperte più sensazionali vengono dal luogo sacro in cui si sacrificavano i fanciulli (15). Un rito celebre, commemorato dagli autori classici, si rivela così nelle strutture ad esso relative, e insieme nella corrispondenze con altri centri mediterranei. Come vedremo tra breve, le scoperte avvenute in Sardegna fanno di tali santuari una costante e come un segno distintivo degli insediamenti punici, quali la ricerca più recente ce li rivela.

Nel santuario di Mozia (16), la maggiore scoperta sono le stele figurate (17). Quasi un migliaio, solo per dare una dimensione quantitativa; ma conta soprattutto la qualità, che rivela innovazioni cospicue, rispetto a quanto si conosceva prima di questo genere di arte, nella tecnica, nella tipologia, nell'iconografia. V' è una varietà e una ricchezza impressionante di motivi, che in parte risalgono ai modelli cartaginesi, in parte sembrano collegarsi direttamente alle origini fenicie, in parte ancora registrano elaborazioni autonome. Un fatto soprattutto colpisce, in questo vero e proprio frammento d' Africa nel mare d'Italia: l'omogeneità e la compattezza intrinseca delle manifestazioni di cultura, che sembrano non risentire affatto del pur vicinissimo e florido mondo greco di Sicilia. Le due culture si giustappongono, ma non si fondono e almeno qui - neppure s'influenzano. La presenza punica è tanto precisa quanto incondizionata (18).

Della vicina Palermo (19), che certo i Cartaginesi occuparono, come indica la documentazione storica e come conferma la continua scoperta di tombe, poco possiamo sperare di conoscere, a causa del successivo sviluppo dell'abitato moderno. Ma a breve distanza dal capoluogo, sulle pendici del Monte Gallo, la scoperta di un santuario in grotta, detto appunto Grotta Regina, ha rivelato iscrizioni a carboncino sulle pareti, redatte in lingua punica e contenenti richieste di benedizioni da parte dei fedeli alle divinità (20). La Grotta Regina costituisce senza dubbio un problema, per il dubbio che grava sull'autenticità di alcune figurazioni sulle pareti e anche di una parte delle iscrizioni. Ma un nucleo autentico sembra innegabile, e dunque abbiamo la documentazione di un santuario rupestre del tutto inatteso e di eccezionale richiamo.

Passando dalla Sicilia alla Sardegna (21), si raggiunge il punto di massima novità sulla presenza cartaginese nell'antico mondo mediterraneo. Nella località di Monte Sirai, presso Carbonia, la felice intuizione di un ragazzo che, cercando funghi, identificò una stele ci ha consentito di scoprire un centro fortificato punico (22) posto non sulla costa ma nell'interno, vedetta armata per la difesa del centro costiero di Sulcis, di cui fu evidentemente filiazione, e insieme punto irradiante per la penetrazione verso la valle del Campidano. Monte Sirai ha una sua produzione artistica notevole, specie nella scultura in pietra e nei bronzetti, che da un lato registra la persistenza e l'attardamento di forme proprie di Sulcis, dall'altro lato vede il suggestivo emergere di una componente locale in manifestazioni d'arte popolaresca; ma il suo significato primario resta quello della piazzaforte, e cioè del primo indizio cospicuo di cui si disponga sulla penetrazione in forze dei Cartaginesi verso l'entroterra.

Gli scavi di Monte Sirai hanno costituito il punto di partenza per una serie di ricerche sulla Sardegna punica, orientate parallelamente su più direttrici: gli scavi sul terreno; i cosiddetti "scavi in museo", e cioè l'enucleazione e la pubblicazione critica di materiali giacenti per lo più nei depositi e sostanzialmente ignorati; infine le prospezioni. Per cominciare dagli scavi sul terreno, abbiamo seguito la rotta delle navi cartaginesi che risalivano dalla Sicilia per Cagliari e proseguivano lungo la costa occidentale dell'isola per Sulcis e Tharros, deviando poi in direzione delle Baleari e della Spagna. Appunto a Sulcis (23) e a Tharros (24) gli scavi hanno rivelato la vastità e la profondità degli insediamenti punici. Al tempo stesso, le ricerche nei musei hanno consentito di individuare veri tesori di arte punica, dalle stele di Sulcis ai gioielli di Tharros, nonché, per citare altre località, dalle stele di Nora alle figurine votive di Bithia: segno di un artigianato fiorente, vario, stratificato, che muta con il suo apporto cospicuo il volto artistico dell' Italia antica (25).

Quanto alle prospezioni, l'indizio di Monte Sirai non è rimasto isolato. Una serie di ricerche condotte nella regione circostante (26) ha mostrato che Monte Sirai è solo una delle numerose piazzeforti che i Cartaginesi posero a una certa distanza dal mare, per tutelare i centri costieri e per aprirsi la strada verso l'interno. Di queste fortezze è disseminata la regione del Sulcis. Ma una linea ancora più avanzata, che taglia trasversalmente l'isola dall'altezza di Bosa a quella di Muravera, è stata individuata da successive esplorazioni (27), mentre si infittiva la serie dei centri costieri posti in luce. In sostanza, è divenuto chiaro il pieno dominio cartaginese sulla metà sud-occidentale della Sardegna, in un periodo che si estende approssimativamente dal V al III sec. a.C. e dunque prima della conquista di Roma.Occorre ricordare, d'altronde, che nell'area a nord di Bosa resti di insediamenti fenici sono stati già segnalati intorno ad Alghero; che altri reperti si sono avuti nell'area di Sassari, in specie monete e stele di ispirazione tarda; che Olbia fu senza dubbio un cospicuo centro cartaginese, come confermano le scoperte delle scorse settimane, e che nel suo entroterra la vasta diffusione di monete suggerisce un'irradiazione notevole (28). Altre monete, rinvenute in ampia quantità nella Gallura, nel Nuorese e nella Barbagia, indicano rapporti intensi tra 1'ambiente locale e le genti venute dall'Africa. Infine, l'esplorazione da noi effettuata lungo la costa orientale dell' isola rivela tracce di insediamenti cartaginesi, anche se non comparabili per estensione e intensità con quelli della costa sud- occidentale (29).sintesi, possiamo dire oggi che i Cartaginesi, impiantatisi sulle coste sud-occidentali della Sardegna, giunsero nel IV sec. a.C. a controllare sostanzialmente tutta l'isola. Si tratta, evidentemente, di un controllo per capisaldi e non di un dominio integrale, che del resto non sarebbe stato necessario e che le condizioni della regione, impervia e importuosa in più punti, non avrebbero consentito. Ma le conseguenze storiche sono notevolissime: la Sardegna non ci appare più come un semplice punto di passaggio e di rifornimento per le genti africane, ma piuttosto come una vera e grande base nel cuore del Mediterraneo. Questa sua posizione chiarisce e illumina una serie di vicende, dall'alleanza con gli Etruschi, che nel 535 blocca ad Alalia la penetrazione greca nel Tirreno, ai trattati con Roma del 509 e del 348 a.C., che accomunano Sardegna e Africa nelle stesse clausole. Cartagine, sembra evidente, volle calare come una "cortina di ferro" a metà del Mediterraneo, per sbarrare ai Greci la via dell'Occidente: di tale "cortina di ferro" possiamo ormai seguire la dislocazione, dal Capo Bon su per Pantelleria e Malta fino alla Sicilia occidentale e appunto al territorio sardo. Queste sono le premesse dello scontro con Roma; premesse di un'importanza essenziale, tali da costituire il maggiore risultato del quadro storico che siamo venuti ricostruendo.

 

Cornus nella storia degli studi

    Cornus deve la sua notorietà presso il grosso pubblico al ruolo che svolse al momento del passaggio della Sardegna dalla dominazione cartaginese a quella romana.

    Gli avvenimenti del 215 a.Cr., nel corso della seconda guerra punica, sono ampiamente noti, grazie soprattutto alla narrazione di Tito Livio (1). Non mancano comunque altre notizie in Eutropio (2), Velleio Patercolo (3), Zonara (4), Silio Italico (5).

    Non è questa la sede per esaminare in dettaglio le vicende collegate a queste lotte, conclusesi con la vittoria dei Romani (6): qui basterà ricordare che il governatore del 216, Aulo Cornelio Mammula (7), aveva da poco raggiunto Roma, quando si apprese che il nuovo pretore, Quinto Mucio Scevola (8), appena giunto in Sardegna, si era gravemente ammalato. Il pretore urbano Quinto Fulvio Flacco (9) designò perciò a dirigere le operazioni nell'isola, in qualità di comandante dei 22.000 fanti e 1.200 cavalieri romani, operanti in Sardegna (10), il consolare Tito Manlio Torquato (11), che nel 235 aveva già riportato un trionfo sugli indigeni (12).

    Manlio, sbarcato a Karales, si trovò a dover fronteggiare un'insurrezione capeggiata, per i Sardi, da Ampsicora, un grosso latifondista forse originario di Cornus (13), la cui autorità doveva spingersi anche all'interno dell'isola, e, per i Cartaginesi, da Annone (14).

    Un primo scontro sarebbe avvenuto proprio nell'Oristanese, probabilmente vicino a Cornus (15), definita da Livio come caput eius regionis, capitale cioè della regione dove era avvenuta la battaglia: Osto, il figlio di Ampsicora (16), aveva imprudentemente accettato lo scontro in campo aperto, proprio quando il padre si trovava presso i Sardi Pelliti, per sollecitare il loro appoggio nel decisivo confronto.

In quel momento era venuta meno anche la speranza di un aiuto da parte della flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo (17), che, giungendo da Cartagine, era incappata in una tempesta ed aveva dovuto cercare riparo nelle Baleari. In questo primo scontro sarebbero restati sul campo circa 3.000 morti, mentre Manlio avrebbe fatto prigionieri 800 Sardo- Punici.

    Rifugiatisi a Cornus, gli indigeni dovettero riprendere coraggio, con l'arrivo della flotta cartaginese: dopo lo sbarco dei 12.000 mercenari, la flotta di Asdrubale il Calvo venne attaccata da Tito Otacilio Crasso, che affondò sette navi (18).

    Lo sbarco dei nemici aveva costretto Manlio a ritirarsi verso Karales: nel Campidano dové dunque svolgersi lo scontro decisivo, che sarebbe durato quattro ore e sarebbe costato ai Sardo- Punici 12.000 morti e 3.700 prigionieri (19).

    Ampsicora, appresa la notizia della morte di Osto, miticamente avvenuta per Silio Italico nel corso di un duello col poeta Ennio (20) si sarebbe ucciso, mentre i comandanti cartaginesi Asdrubale il Calvo, Annone e Magone, parente di Annibale (21), sarebbero stati presi prigionieri dai Romani.

    Ritiratisi ancora una volta a Cornus, i Sardo-Punici furono costretti alla resa: con la conquista della città ribelle (22), che forse fu distrutta (23), i Romani posero fine alla pericolosa insurrezione che poteva pregiudicare il possesso della Sardegna. Vasti fondi di proprietà dei rivoltosi dovettero essere allora confiscati, ed i vinti furono forse costretti a rimanervi per lavorare la terra (24).

 

 

FIG. Iscrizione collocata negli scavi archeologici di Cornus, in Sardegna, presso Santa Caterina di Pittinurri, Cuglieri (alle spalle di S’Archittu e Torre del Pozzo)

 

(1) Livio 23, 23, 7-12; 23, 34, 10-16: 23, 40, 1-12; 23, 41, 1-9.

(2) 3. 12, 4; 3, 13, 2; cfr. Orosio 4, 16, 20.

(3) 2, 38, 2.

(4) 9, 4, p. 261 ed. L. Dindorff, cfr. 9, 3, p. 259.

(5) Punica, 12, 342-419, cfr. M. SECHI, Nota a un episodio di storia sarda nelle «Puniche» di Silio Italico, “Studi Sardi”, VII, 1947, pp. 153 sgg.

(6) Si rimanda semplicemente a PAIS, Sardegna e Corsica, pp. 55 sgg.; B.L. HALLWARD, The Roman Defensive, in The Cambridge Ancient History, VIII, Cambridge 1965, p. 62; G. DE SANCTIS, Storia dei Romani. III, 2, Firenze 1968 2, pp. 240 seg.; MELONI. Sardegna romana, pp. 58 sgg.

(7) Sul personaggio in questione, cfr T.R.S. BROUGHTON, The Magistrates of the Roman Republic, I, New York 1951, p. 250.

(8) Sul personaggio, cfr. BROUGHTON, Magistrates, I, p. 255.

(9) Sul personaggio in questione, cfr. BROUGHTON, Magistrates, I, p. 254.

(10) Sulle cifre, cfr. P.A. BRUNT, Italian Manpower: 225 B.C. - A.D. 14, Oxford 1971, p. 679.

(11) Sul personaggio, cfr. BROUGHTON, Magistrates, I, p. 256.

(12) Cfr. Fasti triumph. Cap., XXII, pp. 76 sg. e 549. Vd. anche BROUGHTON,

Magistrates, I, p. 223.

(13) Sul personaggio, cfr. MÜNZER, in R.E., VII, 2, 1912, cc. 2312 sg., s.v. Hampsicora; BARRECA, Sardegna fenicia e punica, pp. 84 sg.

     Per le monete battute dai Sardo- Punici prima della rivolta, cfr.. L. FORTELEONI, Le emissioni monetali della Sardegna punica, Sassari 1961, pp. 62 sgg.; F. GUIDO, Le monete puniche della Collezione L. Forteleoni, «Quaderni della Soprintendenza ai Beni archeologici per le province di Sassari e Nuoro», IV, Sassari 1977, pp. 58-60, nrr. 192-208.

(14) Sul personaggio, cfr. DAEBRITZ, in R.E., VII, 2, 1912, c. 2358, s.v. Hanno nr. 17.

(15) Cfr. MELONI, Sardegna romana, p. 242.

(16) Sul personaggio, cfr. MÜNZER, in R.E., VIII, 2, 1913, c. 2517, s.v. Hostus nr. 1.

(17) Sul personaggio, cfr. LENSCHAU, in R.E., VII, 2, 1912, c. 2474, s.v. Hasdrubal nr. 9.

(18) Sul personaggio, cfr. BROUGHTON, Magistrates, T, p. 256.

(19) Sulla localizzazione di questa seconda battaglia gli studiosi sono alquanto divisi. Basterà per tutti un rimando a PAIS, Sardegna e Corsica, p. 59, che ritiene che lo scontro si sia svolto nei pressi di Cornus. Più probabile è invece l'ipotesi di chi pone la battaglia finale nel Campidano, a poca distanza da Karales (TARAMELLI, Ricerche, p. 290; DE SANCTIS, Storia dei Romani, III, 2 2, p. 240; MELONI, Sardegna romana, p. 59).

(20) Punica, 12, 342 sgg. Ennio in quegli anni doveva effettivamente trovarsi in Sardegna: dall'isola lo portò a Roma Catone nel 204 (Cornelio Nepote, Cato, I, 4, cfr. PAIS, Sardegna e Corsica, p. 61 n. 1).

(21) Su Magone, cfr. EHRENBERG, in R.F., XIV, 1, 1928, c. 505, s.v. Mago nr. 7.

     E' interessante osservare che presso S'Archittu, a poca distanza da Corchinas e Campu 'e Corra, è attualmente attestato il toponimo Su Campu de Magone (MOCCI, Cornus, p. 67), che mi sembra rientri perfettamente nel tipo IV della classificazione individuata, per i toponimi nelle zone di battaglia, da G. SUSINI, L'archeologia della guerra annibalica, “Annuario XII” dell'Accademia estrusca di Cortona, n.s. V, 1961-63, pp. 117-118.

(22) Sembra significativa la frase di Livio 23, 41, 5 (Ceteris urbs Cornus eadem quae ante fugae receptaculum fuit; quam Manlius victore exercitu adgressus intra dies paucos recepit): si potrebbe infatti pensare ad un assedio (adgressus, cfr. E. FORCELLINI, Lexicon totius latinitatis, I, 1864, p. 154, s.v.aggredior; Thesaurus Linguae Latinae, 1, 6, 1904, cc. 1315-1321, s.v. aggredior) e ad una conquista dopo alcuni giorni (intra dies paucos recepit, cfr. FORCELLINI, Lexicon, IV, 1864-1926, p. 26, s.v. recipio).

(23) Ad una completa distruzione della città di Cornus hanno pensato i più (vd. per tutti G. PESCE, in Enciclopedia dell'arte antica classica ed orientale, II, 1959, p. 860, s.v. Cornus), specie sulla base della scarsità dei rinvenimenti punici.

(24) Cfr. A. MASTINO, La supposta prefettura di Porto Ninfeo (Porto Conte), «Bollettino dell'Associazione Archivio Storico Sardo di Sassari», II, 1976, pp. 187-205.

 

 

FIG. Cornus. Cartina dei rinvenimenti archeologici sulla costa tra Santa Caterina di Pittinurri e S’Archittu.

 

L'alleanza con gli Etruschi, che s'inserisce come una logica componente in tale quadro, trova anch' essa conferma in una significativa scoperta: le tre lamine d' oro, iscritte due in etrusco e una in punico, che sono venute alla luce sul luogo dell'attuale Santa Severa, antica Pyrgi, durante gli scavi diretti dal consocio Massimo Pallottino. Le lamine (30) recano la dedica di un luogo sacro alla dea Astarte fatta da Thefarie Velianas, principe di Cerveteri (di cui Pyrgi costituiva il porto). La datazione si può fissare intorno al 500 a.C. Orbene: se un principe etrusco scrive contemporaneamente nella sua lingua e in quella cartaginese un documento ufficiale su lamine d' oro, se dedica un luogo sacro alla maggiore divinità fenicia e tramanda la dedica con tanta solennità, allora non v'è dubbio che la potenza africana rivestiva sulle coste laziali, in piena Etruria e quasi alle porte di Roma, un prestigio finora insospettato. Sul piano storico, le lamine di Pyrgi si affiancano per importanza alle rivelazioni sul controllo cartaginese della Sardegna, costituendo un altro elemento di inattesa novità nel quadro della storia mediterranea.

Cosa accadesse oltre la "cortina di ferro", dove più sicuro era il controllo cartaginese, è dimostrato anzitutto dal regolare scaglionarsi di impianti lungo tutta la fascia costiera dell'Algeria e del Marocco, non solo al di qua ma anche al di là delle Colonne d' Ercole. Né l'antichità degli insediamenti si affievolisce, per così dire, quanto più si procede verso occidente, allontanandosi dai centri d'irradiazione: basti pensare che nella regione di Tangeri gli ultimi scavi hanno rivelato necropoli risalenti all' VIII sec. a.C.; che Lixus sarebbe stata fondata secondo le fonti storiche sul finire del XII sec. a.C. e che comunque ha resti archeologici almeno del VII; che Mogador, estremo centro d'irradiazione sulla costa atlantica, ha fornito resti della stessa epoca. Ma il problema fondamentale è quello della Spagna, luogo di produzione di molta parte di quei metalli che costituivano il fondamento dei commerci fenici e cartaginesi. Le fonti storiche datano al 1110 a.C. la fondazione di Cadice, ma i reperti archeologici sono più bassi. Almeno al VII sec. risale l'insediamento di Ibiza, nelle Baleari, come confermano inequivocabilmente le nostre prospezioni sul luogo. Ma soprattutto, all' VIII sec. se non prima ci riportano le scoperte avvenute negli ultimi anni lungo la Costa del Sole. Ad Almuñécar, l'antica Sexi, gli scavi spagnoli hanno portato al rinvenimento di una necropoli del IX- VIII sec. a.C. Più a ovest, nella zona di Torre del Mar, gli scavi tedeschi hanno posto in luce un abitato a Toscanos e una necropoli a Trayamar, databili sulla base della ceramica al sec. VIII. Considerati nell' insieme, gl'insediamenti scoperti dimostrano che i Cartaginesi s'impiantarono fin da epoca assai antica sulla costa meridionale della Spagna, costituendovi centri con edifici cospicui, necropoli e tombe di rilevanti strutture, forti muraglie atte a proteggerli di fronte alle popolazioni dell'interno. Cartagine subentrò poi nel controllo di tali centri, e anzi fondò su essi quel dominio in Spagna che fu la sua ultima risorsa, come è noto, nelle guerre puniche. Da qui partì Annibale, infatti, per la sua grandiosa avventura, vero punto di svolta nelle vicende del mondo antico.

Occorre ora dire che le recenti scoperte modificano non solo il quadro dell'azione cartaginese sull'Europa, ma anche quello dell'azione europea su Cartagine. Naturalmente, in fenomeni di questo genere ci siamo imbattuti nelle nostre ricerche solo casualmente, e dunque casualmente io debbo citarli: ma per l'incontro che essi indicano, e per i modi dell'incontro stesso che suggeriscono, direi che non siano di interesse minore. Tornerò dunque al Capo Bon, dove, accanto alla rivelazione di nuovi centri punici, non manca quella di centri romani prima ignoti, dei quali il più cospicuo è stato scoperto a Mraissa, poco a nord della località già ricordata di Ras Fortas (31). Mraissa è oggi una modesta insenatura, ma attorno ad essa sono affiorati i resti di una città romana di epoca imperiale, con un arco quadrifronte che costituisce il primo monumento del genere scoperto in Tunisia. A Mraissa si aggiungono numerosi centri minori (32), spesso di carattere rurale, ovvero serbatoi d' acqua, che fungevano da punto di riferimento dei villaggi. In tutti questi casi si può seguire e ricostruire i caratteri della penetrazione romana in Africa, che ora utilizza vecchi abitati sovrapponendosi a essi in modo sostanzialmente pacifico, ora fonda nuovi centri, numerosi anche se spesso modesti, rivelando una diffusione capillare che non si sarebbe supposta. Ne risulta con chiarezza il carattere parziale e inadeguato delle notizie storiche, per lo più intese a presentare gli eventi bellici e a dare per conseguenza un quadro costantemente antagonistico dell'incontro tra Romani e Cartaginesi in Africa, laddove questo incontro dove essere anche caratterizzato da coesistenza e da pacifica compenetrazione. Un altro caso molto diverso, ma non meno significativo, della sovrapposizione romana a Cartagine lo abbiamo scoperto in Sardegna. Ad Antas, nei pressi di Iglesias, i lavori di restauro intesi a preservare un tempio romano in rovina si sono presto trasformati in scavi allorche, insieme al materiale archeologico romano, si è rivelato un cospicuo materiale punico, segno del precedente insediamento cartaginese (33). Si è visto, attraverso la scoperta di numerose iscrizioni, che il tempio punico era dedicato al dio Sid, mentre quello romano attesta il culto del Sardus Pater, la maggiore divinità della Sardegna antica. Si è dunque stabilita, per la prima volta, una identificazione del Sardus Pater; e soprattutto, si è posto in luce un fenomeno di diretto incontro della cultura punica con quella romana, che altrove, per il diaframma della cultura greca, non si riusciva a individuare.

Quale sia stato il contributo di Cartagine all' antica storia mediterranea, mi pare, concludendo, che risulti dalle nuove ricerche in piena evidenza. Una serie di centri, empori del traffico ma anche basi di notevole importanza politica e militare, sorse sia lungo la rotta nord- africana sia lungo la biforcazione settentrionale della rotta stessa, che da Cartagine risaliva per la Sicilia e la Sardegna deviando poi verso le Baleari e la Spagna. Forte di quei punti di appoggio, Cartagine esercitò un controllo finora insospettato nella zona centrale del Mediterraneo, fortificando il Capo Bon, insediandosi a Pantelleria e a Malta, dominando il triangolo occidentale della Sicilia e sostanzialmente tutta la Sardegna. Al di là di questa zona, la sovranità politica di Cartagine sulle coste mediterranee fu piena fino allo scontro con Roma. Di fronte a tale situazione, di fronte a tale accerchiamento strategico che ricorda il sistema delle basi militari in epoca a noi ben più vicina, Roma reagì con la guerra; e noi ne sapevamo già la conclusione. Ma ora ne sappiamo assai meglio le cause, ora ci rendiamo conto che i reiterati appelli di Catone in Senato indicavano davvero l'imminenza di una minaccia. Sicché su questo quadro drammatico, di Cartagine alle porte di Roma, si può concludere la presentazione di un piano di ricerche che ha voluto mostrare l'altra faccia della storia, quella dalla parte dei vinti; e nella struttura interdisciplinare, nell'apertura problematica, nella volontà innovatrice e chiarificatrice ha inteso porre la scienza italiana su vie che non la rendessero ad altre seconda. Ma il giudizio sul merito non può essere nostro, e non ci resta che attenderlo.

(*) Prolusione tenuta per l'inaugurazione dell'anno accademico 1977-1978 nella cerimonia solenne del 18 novembre 1977.

 

BARTOLONI P., Fortificazioni puniche nel Mediterraneo, "Cultura e Scuola" 37, 1971, pp.193-198

BARTOLONI P., Fortificazioni puniche a Sulcis, "Oriens Antiquus" 10, 1971, pp.147-154

ACQUARO, Monete puniche in Italia, "Cultura e Scuola" 58, 1976, pp.78-83

GROTTANELLI C., Melqart e Sid tra Egitto, Libia e Sardegna, "Rivista di studi fenici" I (1973), pp.153-164 (sulle massime figure del pantheon punico della Sardegna).

 

 


POPOLAZIONI IBERICHE E DEI CELTI DI SPAGNA COINVOLTE NELLA II GUERRA PUNICA.

Trenta popolazioni (20 direttamente indicate -numericamente- nelle fonti) con un potenziale medio di 10.000 fanti e 2.000 cavalieri ognuna. Tali quindi le cifre minime.

                                      CAPITALE    Altre città

ACCITANI [12]

AUSETANI         10.000+2000K    AUSA        BAECULA

BALEARI                              PALMA
                                 MINORICA,EBEZUS,POLLENTIA

BARGUSI 10.000        

BASTETANI-MASTIENI-MASTIANI [13]      
                       10.000        CARTEIA,CALPE,BARIA,ILICI

BASTULI      [Poeni della Betica: JOZA-TARIFA, BESIPPO, 

                             MALACA, BIGERRA, BASTI(BAZA)]

BERGISTANI               BERGIO     ILLIBERRIS

CANTABRI

BRIGANTIUM

CARPETANI      13.000   TOLETUM

CELTIBERI          8.000         CONTREBIA(ALBARRACIN),
                            BILBILIS, SEGOBRIGA,ARCOBRIGA

CESSETANI                        (IESSO) CISSA [14]

CONII

CONTESTANI [15]        

EDETANI-

SEDETANI         10.000               SALDUBA (CESARAUGUSTA/
                                             SARAGOZA),IBERA

ILERGETES        10.000+1.000K    ATANAGIA
                                             ILERDA(LERIDA),OSCA(HUESCA)

LACETANI [LEETANI] [16] 10.000   BAECULA

LUSITANI           10.000        OSILIPPO(LISBONA)

MASTIENI=BASTETANI [17]

OLCADI              10.000+1.000K  ALTEA, MUNDA(?) [18]

ORETANI 10.000        CASTULA(CAZORLA)
                                       BIGERRAE(BECERRA),BAJA,EBORA,MORON

PELENDONES                           CALABURRIS

SUESSETANI     10.000

TARTESSI=TURDETANI

             10.000+1.000K HUELVA [19] 
                            (CABEZO DE SAN PEDRO,CASTILLO DE DONA
                            BLANCA,CABEZO DE LA ESPERANZA,NIEBLA,
                            OSUNA) CàCERES(LA ALISEDA), EVORA,
                                      LEBRIJA

TORBOLETI        5.000   (3)

TURDETANI=TARTESSI [20] HISPALIS(SIVIGLIA),GADES

TURDULI           10.000        ASCUA [21]    ILITURGIS,
                                     CORDUBA(CORDOVA)

TURDULI BARDILI

TURDULI BRACARI            BRACARA

VACCEI    20.000+1.000K   ALBOCELA, PALLENTIA,                               VILLA S.FASILLA

VASCONES                           

VETTONES        10.000        HELMANTICA(SALAMANCA)
                                      HELICHE (ELCHE)[22]

 

 

FIG. LA SPAGNA AL TEMPO DI ANNIBALE (copyright G.POLLIDORI, metri 16x16)

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NOTE ALLA MAPPA DELLA SPAGNA.

Per quel che riguarda le popolazioni iberiche e celtiberiche di Spagna, le popolazioni direttamente assoggettate ai Cartaginesi o già culturalmente "Fenicio- Cartaginesi di Spagna", il quadro rapportato fedelmente al periodo dal 236 al 219 a. C., cioè all'inizio della spedizione di Annibale in Italia, ci ha fatto tralasciare popolazioni e tribù minori, che consideriamo inessenziali nei contributi alla guerra. Tali sono: i montanari dei Pirenei CERETANI e CASTELLANI; i LALETANI con la città di Barcino (Barcellona); i COSETANI con capitale Tarraco (Tarragona), che figura essenzialmente come colonia greca e alleata greca di Roma; gli ILERCAONI con Dertosa (Tortosa) e Intibilia; i LOBETANI, montanari a sud delle sorgenti del Tago, sulla catena dell'Ortospeda; i CUNICI, verso la fine del corso dell'Anas; gli AREVACHI, verso le sorgenti del Duero, popolazione restata indipendente dai Cartaginesi, mentre è poco credibile che i loro vicini Vaccei, Carpetani e Olcadi abbiano potuto opporre 100.000 guerrieri ad Annibale, come ci dicono le fonti. Inoltre i BRACARI, divisi da Vettoni e Lusitani tramite il basso corso del fiume Duero: erano questi una tribù gallica che forse aveva alcune città a sud del Duero.

Il popolo originario di Spagna, gli Ibéri (si discute ancora se provenienti dalla Libia o autoctoni), si fuse poi nell'altopiano centrale con i Celti lì stabiliti; queste tribù descritte come particolarmente bellicose sono chiamate Celtibèri. I CELTIBERI erano rinomati come mercenari (cfr. anche Livio XXXIV, 17, 4 e 19, 1) e proprio la loro bellicosità si riflette nel mercenariato, per cui nelle fonti antiche sono talvolta definiti come Celtibèri i mercenari spagnoli in genere.

La Baetica (Andalusia) era il territorio meglio colonizzato dai Punici, con Tartessi e Mastieni.

Altri popoli non vengono considerati perchè già compresi in centri e città di particolare rilievo: ad esempio gli INDIGETES, che noi consideriamo nel territorio dei MASSILIOTI, con Emporia (Ampurias), e i RODIANI di Rodes (Roses), entrambe città facenti parte dei GRECI DI SPAGNA e da noi così considerate.

I BASTULI erano forse i più incrociati come razza con coloni fenici (e autentici spagnoli- cartaginesi), con la loro costa piena di fortezze puniche, tra cui Carteja e Calpe.

Tra le città e capitali di popoli elencati con propri contingenti nella guerra, ricordiamo che non consideriamo fortezze, nelle mappe ricostruttive, nè l'isola Are di Egimuro a 30 miglia da Cartagine nè l'isola di Melita (Malta), sebbene ottimo porto e principale officina dei tessuti cartaginesi, e neanche le altre isole, tra Sicilia e Africa, di: Cossyra (Pantalaria), Lampas e Gaplos. Pari importanza che a Palma, assegniamo alla città cartaginese di Erezus, nell'isola di Ibiza, perchè rinomata come porto sicurissimo e serbatoio di validi frombolieri.

Abbiamo tralasciato anche città- capitali, quali Cunuca dei CUNICI o CINESJ, e Atanagia, capitale primitiva degli ILERGETES, e trascurato le colonie cartaginesi (per lo più nella costa atlantica dell'Africa) nominate nel "Viaggio di Annone cartaginese" (Periplo di Annone, esposto nel tempio di Crono; cfr. Geografi greci minori, cit., vol. I), quali: Thymiaterion, Caricum- Teichos, Gytte, Acra, Melitta, Arambe, Cerne.

La Heliche (Elche) dei VETTONES, nel cui assedio morì Amilcare Barca (C.Nepote, Hamilcar, XXII, 4, 2) non va confusa con la Ilici a nord di Cartagena, nel territorio dei BASTETANI. Iviza (Ibiza), la più occidentale delle isole Baleari, era abitata da Cartaginesi, e lì riparò e arruolò truppe Magone prima di stabilire il quartiere d'inverno a Minorca, dopo l'evacuazione cartaginese della Spagna e il mancato sbarco a Maiorca (a causa della resistenza degli abitanti).

Per altre città dei Vaccei da noi non indicate sulla mappa (anche se segnalate alcune, quale Albucela, come prime città conquistate da Annibale in Spagna) confrontare, oltre a Plinio, III, 26, anche il voluminoso Dictionary of Greek and Roman Geography, a/c William Smith, I- II, London 1873, opera pregevole di antiquariato librario.

La fitta presenza fenicia e poi punica sulla costa occidentale della Spagna è documentata dal VII sec. a. C., quando "l'estrazione e la fusione dell'argento nelle miniere del rio Tinto, presso Tartesso (Huelva), assume proporzioni industriali ("A", cit., p. 80). I Tartessi e i Fenici intensificarono  enormemente i loro scambi e ciò vale per le zone minerarie (Huelva, Càstulo, Hasta Regia, Carmona, o meglio tutta la Turdetania, cioè Andalusia, in genere) e per la "via dell'argento", cioè la via Herakleia (di Melqkart?)[23], che da Huelva risaliva il Guadalquivir verso il sud- est e il Levante. Un'altra ricchissima zona mineraria andava infatti da Aznalcollar [Siviglia] ad Adra e Guadalhorce [24]. L'Oretania (a nord- ovest di Cartagena e ad essa ben collegata), altra zona ricchissima di siti minerari, era toccata anch'essa da questa via.

Fu estremamente circoscritta qui (e per breve periodo) la penetrazione greca (di Focea) con le due sole colonie di Hemeroskopeion e Mainake (Malaga): i Focei saranno trattenuti sempre ben oltre l'Ebro; e delle focee Emporion (Ampuria) e Massalia (Marsiglia) parleremo per la Gallia.

Fu comunque decisivo l'influsso greco- ellenistico sia sui Punici che sugli indigeni di Spagna, e poderose fortificazioni di imitazione greca ed ellenistica abbiamo a Ullastret [Gerona] e Azaila [Teruel] nel IV- III sec. a. C. A Osuna grande influsso ellenistico vi è nei rilievi funerari, ove sono rappresentati anche guerrieri in lotta impugnanti la falcata, la tipica spada ricurva iberica [25] , e il grande scudo ovoidale di origine celtica. Figurano anche suonatrici di doppio flauto nelle processioni funebri.

Anche se Livio (XXVIII, 1, 1), per il 206 e per le operazioni militari romane in Spagna, indica la distinzione generale tra la Spagna Ulteriore con capitale (o città principale) Corduba (Cordova) e la Spagna Citeriore con città principale (essa veramente capitale, dei Barcidi) Carthago Nova (anche in XXXII, 28, 2), noi seguiamo nella nostra ricostruzione bellica altre distinzioni regionali, più complesse. La distinzione fondamentale tra Ulteriore, al di là del Baetis e fino all'Oceano, e Citeriore (tutta la costa mediterranea fino a Cadice), è comunque adatta per le operazioni di guerra di Publio Cornelio Scipione in Spagna dal 210 al 205, cioè immediatamente prima della fondazione della colonia romana di Italica.

TARTESSO.

Per quel che riguarda la mitica Tartesso (città fenicio- punica posta presso le foci del Guadalquivir in Spagna e nominata anche nella Bibbia) [26] e in connessione con i lunghi tragitti dei mercanti fenici e con le "navi di Tarsis" o di "Tarshish", nome usato dal secondo millennio fino a circa 600 anni prima di Cristo per indicare le navi fenicie, è esauriente Giorgio Martinat (I Fenici inventori, "Prua all'ignoto oltre il limite di Ercole", suppl. a La Stampa, marzo 1988, p. 29) che sintetizza come esso vada inteso come nome dato per antonomàsia nel Mediterraneo alle navi di lungo corso, poichè nel II millennio a. C. le navi fenicie, per capacità costruttive e di navigazione, erano le sole capaci di raggiungere Tartesso in Spagna, oltre le colonne di Ercole- Melkart (stretto di Gibilterra). Tutto ciò richiama dunque le particolari e perfezionate tecniche costruttive fenicio- puniche per le navi.

Torneremo sul problema di Tartesso in altri punti e note della nostra trattazione, sia come problemi relativi alla mappa archeologica del più remoto mondo occidentale punico e agli spostamenti soprattutto navali, sia per spiegare come abbiamo definito la localizzazione di questa città. Gli archeologi concordano ormai sulla localizzazione alle foci del Guadalquivir e nel sito di Huelva. Ma molti dubbi permangono a proposito. Se essa era un porto a nord- ovest di Cadice, e magari un'isola- fortezza anch'essa come Cadice, che interpretazione dare a queste parole di Plinio (N. H., IV, 120)?: "I nostri chiamano l'isola di Cotinusa (dove prima c'era la città di Cadice, che ora si trova in un'altra isola), Tartesos, ed i Punici Gadir, che vuol dire "siepe" in punico". Era per i Greci "l'Eritea fondata dai Tirii... ma altri suppongono che l'isola fosse un'altra, al largo della Lusitania" (Portogallo).

Ma Tartesso era anche il nome di Carteia (Gibilterra) e anche questa isola di Eritea (Cotinusa per i nativi) era chiamata Tartesos ancora in epoca romana: era forse un nome "troppo" diffuso di scali commerciali, e quello mitico iniziale ha avuto troppe mutazioni nei secoli precedenti la seconda guerra punica. O forse ancora, i Fenici, gelosi da sempre dei loro empori più ricchi, per celarne ubicazione e riconoscimento confusero appositamente le tradizioni scritte e orali.

Sulle terrificanti leggende dell'età eroica (che ammonivano da rotte pericolose per i venti infidi o con timori diffusi per la pirateria e per la ferocia delle popolazioni indigene in vari scali del Mediterraneo)- leggende che accomunano la siciliana Nasso (Eforo, apud Strabone, VI, 267= 2, 2) e la spagnola Tartesso (Coleo di Samo e Erodoto, IV, 152), entrambi punti di costa dove le navi andavano quasi naturalmente ad approdare, una volta doppiata l'estrema punta delle penisole- è curiosa e ampiamente argomentata l'osservazione di Bérard, cit., pp. 83- 84, che poteva trattarsi di timori diffusi ad arte da marinai fenici per conservare il monopolio dello sfruttamento di quelle località: "è noto che ancora in età più tarda i Cartaginesi tennero gelosamente segrete le loro vie di navigazione" (Ibidem). Così come vi era la pena di morte per quei viaggiatori non Fenici colti oltre i confini dell'espansione fenicia in Occidente. A ognuno i suoi segreti dunque: ai Romani quello del sistema manipolare e delle evoluzioni della legione, ai Cartaginesi quello delle rotte commerciali [27].

La civiltà indigena di Tartesso era posta nella bassa valle del fiume Guadalquivir. I Fenici ottenevano dai Tartessi argento in cambio di oggetti di poco valore; e sostituivano prsino le loro ancore di piombo con altre d'argento per utilizzare al massimo la portata delle imbarcazioni (Diodoro, V, 35, 4- 5). Tartesso diventò comunque, in seguito, nome diffuso nella località, se il Fabro (Fabrii, cit., p. 2327) indica come Tartessus in Spagna sia la futura Carteja (Gibilterra) sia una Tartessus di fronte a Cadice, di dove sarebbe originaria la famiglia di Columella. Sulla derivazione da "tartaro" (subterranea, quae ibi sunt cavernas), essa va considerata esauriente. Ma non apparve un "inferno", oltre verso Ovest, fino al 1492 dopo Cristo? Per i riferimenti di Platone su Tartesso come "Atlantide", cfr. Herm, Il mondo dei Fenici, cit., p. 222, "La misteriosa Tartesso". L' "Ora maritima" di Avieno, poeta latino del IV sec. d. C. che si basava ancora su fonti puniche, parlava di molti popoli e città oltre le colonne d'Ercole su cui avrebbero regnato i Cartaginesi.

La "Storia della Tecnologia" (cit., vol. II, Oxford 1956, pag. 576) ricorda Tarshich per le famose fonderie fenicie, indicando con "navi di Tarshisch" navi per trasporto di metalli o minerali già dal tempo di Salomone (950 a. C.). E soprattutto ricorda che a Corvo, nelle Azzorre, cioè in pieno Atlantico, sono state trovate monete cartaginesi (Ibidem) [28].

Dando noi in questo modo risposte schematiche e sommarie, ricordiamo però il testo scientifico recente più complesso sul problema non tanto di Tartesso, quanto di tutto quel mondo misterioso, ad Occidente del Mediterraneo, emblematico delle capacità di navigazione degli antichi: Roberto Pinotti, I continenti perduti, Milano 1995 (con riconoscimento dei grandi meriti soprattutto di Nikolaj F.Jirov e di Leonardo Bettini sul mistero di Atlantide). La possibile veridicità scientifica della antica leggenda egizio-greca su Atlantide trova in questo libro il massimo di riferimenti scientifici e bibliografici. Chiunque può veramente credere a questa enorme isola (quasi continente) posta nell'Atlantico a sud dell'Islanda [29], poco più a nord-est dell'Irlanda come parte settentrionale e terminante alle Azzorre: la più grande isola (Poseidon), in sostanza, di un antico arcipelago atlantico proteso, con Antilia verso le Antille, e con un arcipelago equatoriale anch'esso scomparso, tra Brasile e Africa [30]. La descrizione di Annone cartaginese del 524 a.C., nel suo viaggio atlantico verso il sud dell'Africa [31], di un inferno di incendi, vulcani [32], terremoti e fiumi di lava in isole atlantiche da cui egli si tenne prudentemente lontano, coinciderebbe con l'ultima fase della scomparsa dell'arcipelago atlantico con l'isola maggiore di Atlantide, Poseidon. Fase iniziata nel 12.000 a.C., fine dell'ultimo Periodo Glaciale; proseguita nel 9.500 a.C. circa, data che corrisponde  a quella fornita da Platone e, come cataclismi, alle notizie di astronomi per cometa e meteoriti, a sismografi, geologi e oceanografi per studi molto precisi su quell'area atlantica.

Si ricorda nel libro come Aristotele, che pure non credeva alla leggenda di Atlantide in Platone ("Timeo" e "Crizia"), riferisce che Fenici e Punici parlassero di una grande isola occidentale di nome Antilla. Essa figura anche in una carta del 1482 (10 anni prima del viaggio di Colombo) e su altre precedenti, tutte copiate certo da antichi originali greci. A parte quanto da noi ricordato sulle monete cartaginesi ritrovate alle Azzorre, il libro indica le ultime scoperte sottomarine nel fondo dell'Oceano, in quel punto delle Azzorre, corrispondente (si dice) ad Atlantide, con lastre di pietra incise in lettere che paiono un probabilissmo antico fenicio o un greco arcaico dei navigatori minoici. Altrettanto interessanti le notizie sulle carte geografiche del navigatore disegnatore turco Piri Reis, del 1513, che, ricopiate da una antica carta greca del mondo, mostrano chiaramente il contorno orientale del Sud America (a quei tempi non ancora scoperto) localizzato ad una distanza corretta e precisa dalla Spagna e dall'Africa, nonchè il profilo dell'Antartide così com'era, senza ghiacci, 11.000 anni fa: prima che, con lo spostamento dei poli, esso assumesse un clima polare. Il turco, che mai navigò fuori del Mediterraneo, trasse le sue carte da originali rinvenuti in antiche biblioteche, forse in quella di Alessandria distrutta nel VII secolo. I pochi libri e carte che si salvarono girarono incomprese nel Medioevo e Rinascimento, spesso in copie ancora segrete, come quella segretissima che possedeva Magellano e che già indicava il famoso passaggio che reca il suo nome. La grande capacità degli antichi a navigare, a fare scoperte e carte di navigazione tecnicamente perfette già 11.000 anni fa [33], spinge anche questo libro, da noi ora citato, a vedere non in essi, ma soprattutto in una civiltà antica ancora superiore (Atlantide, forse), le capacità tecniche che riguardano nozioni culturali comuni ad esempio per astronomia, architettura poderosa, parole del linguaggio incredibilmente uguali tra le civiltà precolombiane e il mondo di qua dell'Atlantico: e questo libro dimostra tali non ignorabili coincidenze. Comunque, dopo queste elucubrazioni (o considerazioni "fantascientifiche"), che non possono tuttavia farci ignorare che il mare, la navigazione, sono state il più antico strumento di viaggio dell'uomo intorno al mondo, rimandiamo per Tartesso alle pp. 151 sgg. di quest'ultimo libro. Si consulti inoltre, per aspetti più ampi, Almagno GORBEA, Ideologia y Poder en Tartessos y el mundo Ibérico, Madrid 1996 (edizioni dell' Istituto Reale Spagnolo).

 


POPOLAZIONI GALLICHE COINVOLTE NELLA II GUERRA PUNICA.

ALLOBROGES                      

ARECOMICI                       

ARVERNI [34]                     

BIGERRIONES      (Aquitani)     

BRANNOVICES                     

CADURCI                         

CAVARES G                       

CENTRONI                        

PETROCORII                      

RUTENI                          

SALLUVII                        

SEGOVELLAUNI G                  

SEGUSIAVI                        

SOTIATES                        

TARBELLI         (Aquitani)     

TARUSATES        (Aquitani)     

TECTOSAGES                      

TRICORII                        

VOCONTII G                      

VOLCAE                          


G =  in molti autori "GERMANI DEL RODANO".

POPOLAZIONI DELLA GALLIA CISALPINA COINVOLTE NELLA SECONDA GUERRA PUNICA.

              FANTI              CAVALIERI

BOII          7.000+15.000+      7.000

CATURIGES     7.000

CENOMANI     10.000

ELEIATES      6.000

INGAUNI       6.000

INSUBRES     14.000+15.000+      5.000

LIGURI       28.000+             8.000

LINGONI       6.000

ORONBOVII     4.000

SALASSI       4.000

STATIELLI     6.000

TAURINI       4.000+             2.000

VAGIENNI      6.000

VENETI       10.000

LA MAPPA DELLA GALLIA CISALPINA.

Per quel che riguarda le più importanti e agguerrite popolazioni galliche della Valle Padana (BOII e INSUBRI, considerati nella ricostruzione bellica con estesi loro territori di pianure e di foreste, i primi sulla riva destra del Po, i secondi sulla sinistra), si possono utilizzare per le simulazioni- data l'estrema difficoltà per gli eserciti romani a localizzare le effettive forze nemiche non solo nella Selva Litana- apposite OBMC (GALLIC OFF- BOARD MOVEMENT CHART), con i gradi di difficoltà che 150 anni dopo incontrerà ancora Cesare nelle foreste circostanti Alesia.

Tra i vari autori che si sono occupati di queste popolazioni, P. E. Arias, in "I Galli nella regione emiliana, Emilia preromana", I, 1948, p. 34 sgg., offre indicazioni precise sul territorio dei Boi. Essenziali i riferimenti di Livio e Polibio sulle guerre galliche anche immediatamente precedenti la seconda guerra punica. Livio (XXXVI, 38, 1- 4) fornisce delle cifre complessive sui Boi riferite al decennio dopo la fine della II guerra punica: purtroppo sono cifre di Valerio Anziate, perciò non del tutto attendibili. Riguardo alla buona qualità dei cavalli e della cavalleria di questi Galli, si veda anche Livio, XXXVI, 40, 11, sulla mandria di cavalli Boi di razza nel trionfo del 562= 192.

Sulle vie di comunicazione tra questi Galli Cisalpini (cispadani e transpadani) e i Galli Transalpini ricorderemo che ai tempi della II guerra punica e di Polibio erano conosciuti soltanto quattro passaggi delle Alpi: 1) quello del litorale che conduceva da Antibo a Pisa passando per Nizza (Nicaea); 2) quello del Monginevro, da Briançon a Cesana; 3) quello del Piccolo San Bernardo, da Moûtiers ad Aosta; 4) quello dello Spluga o Septimer, da Coira a Milano. E si riguardi il precedente paragrafo sul passaggio delle Alpi da parte di Annibale.

Dal Monginevra erano scesi anticamente i Bituriges di Belloveso, sconfiggendo un esercito etrusco sul Ticino e conquistando quella regione. Qui presero il nome di INSUBRI (dal nome degli Umbri rimasti colà in precedenza come popolazione gallica che aveva resistito agli Etruschi, mentre gli Ollumbri e i Vilumbri più a sud e i Liburni a nord si erano dovuti ritirare). A fianco gli Orobii avevano fondato già Como e Bergamo. Aulerci, Carnutes e Cenomani, cacciati gli Etruschi dalla Transpadana centrale, si posero tra gli Insubri, con capitale Mediolanum [35], e i Veneti, con capitali Brescia e Verona. Boi, Anamani e Lingoni, scesi dalle Alpi e trovata la Transpadana già occupata, passarono in giù il Po (gli Anamani al confine con i Liguri; i Boii, più poderosi, al centro e sotto la foce del Po; i Lingoni, inizialmente, alla foce del Po). I Senoni occuparono fino a Sena Gallica (Senigallia). I Marici e i Vertagomagores, ancora all'inizio delle guerre puniche, dipendevano dagli Insubri e confinavano coi Cenomani di Cremona e Brescia (Brixia), acerrimi loro nemici (confinanti a nord- est con gli Euganei e ad est con i Veneti); Marici e Vertagomagores avevano tra le loro città Beneventum (Castel Venzago), Ariolica (Oliosi) e Hostilia, sul Po.

Cesare Cantù (Tomo VIII, Geografia politica, p. 209 sgg.) cercò sinteticamente di rapportare a prima della seconda guerra punica un elenco di città di questi e di altri popoli Traspadani, con le regioni effettive dell'Italia propriamente detta di allora (Etruria, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio e Campania). Per le tre regioni della Magna Grecia (Apulia, Lucania, Bruzio), ibid. p. 217 sgg., oltre al Lupis, La Magna Grecia, cit., e ai testi più importanti della bibliografia finale.

 



[1] Nelle Baleari, così chiamata dal fratello di Annibale, Magone.

[2] Tra gli Oretani, con importanti miniere d'argento. Ma si veda il paragrafo sulla mappa della Spagna.

[3] Con importanti miniere d'argento.

[4] Con importanti miniere di argento e mercurio.

[5] Con importanti miniere di oro e rame.

[6] In quanto a fortificazioni e ampiezza delle mura, "non inferiore a Utica" (GDS III2 p. 532 e n. 159), Utica che era la 2° città dell'impero cartaginese.

[7] Discendente di Gaia, re dei Massyli, spodestato da Siface.

[8]  Re dei Masesyli.

[9] Demetriade, la vicina Calcide e Corinto erano le fortezze più importanti per il controllo della Grecia anche secondo Livio XXXIV, 23, 9.

[10] Capitale già di Teuta era Rizone nella baia di Kotor (Bocche di Cattaro). Il Crawford (cit., p. 67), ricordando la pericolosità di Teuta, vedova di Agron, specie dopo la conquista di Fenice in Chaonia e l'assassinio dell'ambasciatore romano L. Coruncanio, bene fa a riportare le parole di Saint- Gouard nel 1572 :"Chi è padrone di Kotor, dissi che è padrone dell'Adriatico e può scendere in Italia circondandola così per terra che per mare". Non solo quindi la difesa vitale della marineria commerciale italica dalla pirateria illira ma una visione strategica più globale spinsero allora Roma all' intervento extraitalico.

[11] ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI - Quaderno N. 238, Roma 1978. (*) Prolusione tenuta per l'inaugurazione dell'anno accademico 1977-1978 nella cerimonia solenne del 18 novembre 1977.

[12] Andalusia (Turdetania) orientale.

[13] Andalusia (Turdetania) orientale. Mastieni o Mastiani era il nome spagnolo, Bastetani il nome latino. I BLASTOFENICI sarebbero veri FENICI DI BASTETANIA, e non una mescolanza di indigeni e di coloni fenici come dice Appiano, Iber., 56 e con lui Ptolem., II, 4, 6. Lo status giuridico delle città Blastofenice di Carteia, Calpe, Baria (Villaricos) e di altre meno note doveva essere affine a quello dei LIBIFENICI in Africa (GDS III1, p. 35 e 395).

[14] Cissa, Cissis, capitale dei Cessetani forse poi distrutta e sostituita dalla vicina Tarragona (De Sanctis e P. Paris hanno il lontano dubbio che indichi la stessa Tarragona)

[15] I CONTESTANI, intorno a Cartagine Nova (Cartagena), a sud del Sucro e con miniere ricchissime che fornivano ad Annibale 300 libbre d'argento al giorno.

[16] Lacetani, Laeetani o Iacetani (Leetani secondo Hübner), in Livio XXVIII, 24, 4, erano forse una tribù degli Ilergeti.

[17] Tra Murcia e Almeria.

[18] ALTEA (CARTALA) era la capitale degli Olcadi, che il De Sanctis, GDS III1, p. 404 n. 70, indica come Olcadi della Guadiana. Gli Olcadi figurano dal 220 nell'esercito punico in Africa.

[19] "Il distretto minerario di Huelva ha i caratteri dell'ambiente naturale tartessico;... Huelva, alla confluenza del rio Tiuta e del rio Odiel con l'isola di Saltes al centro, risponde particolarmente bene alle descrizioni che le fonti antiche danno di Tartesso". "L'identificazione della mitica Tartesso con Huelva ha molti elementi di verosimiglianza" (Dossier "La Spagna prima di Roma", in Archeo n. 74, apr. 1991, pp. 76- 77).

[20] Non si considerano in questo elenco i Guansci (Libi delle Canarie) sudditi di Cartagine. Gli Spagnoli Turdetani sono qui da intendere o come parte dei Tartessi (Strabone, III, p. 138) o più esattamente come Tartessi (GDS III1, p. 35 e 395).

[21] ESCUA, città dei Turduli secondo PTOLEM. II, 4, 11.

[22]   Vedere nel paragrafo successivo la differenza con la Ilici dei Bastetani.

[23] La via Herakleia, poi Augusta, tra le valli del Guadalén e del Guadalquivir, in particolare da Jaen ad Albacete, ancor oggi passaggio obbligato tra Meseta e Andalusia, cioè per il passo di Despenaperros, .

[24] Guadalhorce sul rio omonimo, centro fenicio come Toscanos sul rio Vélez. Chorreras è invece alla foce del rio Algarrobo. Abdera (Adra) era sul delta formato dal rio Verde e dal rio Seco. Cerro del Villar è alla foce del rio Guadalhorce.

[25] "A", cit., p. 96.

[26] Tralasciamo qui la tesi poco seguita (ma riproposta da Anna Maria Bisi in "A" n. 74, cit., p. 77) su una Tarshish non andalusa che sarebbe citata nella Bibbia e anche nella stele di Nora, il più antico documento scritto fenicio in Sardegna (IX sec. a.C.). Eppure vi sono i dati espliciti di Avieno (Ora Maritima, che si basava per Tartesso su un portolano punico del VI sec. a.C.),  Stesicoro in Strabone, Eforo e lo Pseudo Scimmo.

[27] Cfr. anche AA. VV., Tartessos y sus problemas, Barcelona 1969; M. E. Aubet Semmler, La Spagna, in "I Fenici", cit., p. 226. Della gelosia dei Romani per le tecniche del combattimento legionario abbiamo trattato nel II capitolo di questa Introduzione.

[28] Scoperta difficilmente non collegabile, anche in quella sede, alla tesi di una possibile navigazione fenicia fino alle Americhe, già prima di Colombo o dei Vichinghi.

[29] Il sommerso Banco di Rockall, Ibidem pp.242 sgg.

[30] Abramo Ortelio, grande cartografo autore del primo atlante modeno (Theatrum Orbis Terrarum, Anversa 1593), sostenne dai passi del dialogo di Plutarco, De facie in orbe lunae, come l'Isola di Crono, la più estesa di un arcipelago, a estremo occidente della Britannia, fosse il continente americano, e gli antichi conoscessero tale continente. Ma essa poteva essere almeno uno scomparso arcipelago atlantico.

[31] Cfr. nella bibliografia il PERIPLO DI ANNONE.

[32] Ibid, pag. 105. Un cataclisma di vasta estensione, che Annone seguì per quasi mille chilometri, in base al suo racconto.

[33] Come dimostrano i più precisi controlli computerizzati americani, pag. 206.

[34] Il regno degli Arverni si sarebbe costituito, nella sua importanza quasi di "impero", proprio tra il 218 e il 208 a.C. (GDS III2, pp. 547- 548).

[35] Altre città insubri erano Como, Novara e Ticinum (Pavia), secondo Tolomeo, III, 1, 33, mentre per Plinio (N. H., III, 124) Ticinum era fondazione e possesso di Laevi e di Marici. Per De Sanctis, GDS III1, p. 514, città importanti degli Insubri erano anche Bononia, Brixia e Acerre.