IV - L'ESERCITO CARTAGINESE.

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4- UNA POSSIBILE STRATEGIA GLOBALE DI ANNIBALE.

Il genio di Annibale non si limitava alla padronanza delle tattiche più sofisticate e appropriate per la cavalleria, per lo schieramento greco o sannita, a falange, a manipolo o sotto forma di agguato, di frazionamento in gruppi tattici [1], di guerra lampo, di repentine comparse (ad esempio, a Capua, a Roma, a Reggio, a Taranto) e di imprevedibili disimpegni (ad esempio, a Formia o prima ancora sul Rodano, ad Avignone), ma il suo talento rifulse anche per una più globale strategia politica e militare.

In realtà, massimo e geniale fu l'utilizzo che Annibale fece di corpi militari specialistici. Se si dovessero riassumere i massimi livelli (i corpi d'élite) militari dell'antichità presenti nel Mediterraneo anche all'epoca della II guerra punica, potremmo così elencarli: cavalli nùmidi, arcieri cretesi, frombolieri baleari e navi rodie al primo posto; frombolieri nùmidi, arcieri a cavallo Sciti e Parti e cavalleria campana al secondo posto. Quasi tutti questi (i sottolineati) figurano nell'esercito di Annibale, e ancora per nulla (eccettuati i Nùmidi di Massinissa alla fine della guerra) tra i Romani, anche se dobbiamo ricordare che proprio durante quella guerra nasce il corpo speciale romano dei vèlites (fanteria veloce talvolta montata a cavallo) le cui origini sono ricordate in particolare in Livio, XXVI, 4, e Valerio Massimo, II, 3, 3.

Annibale non si limitava a riversare nell'uso dell'esercito di terra quella padronanza e sicurezza che i Fenici e i Punici [2] avevano tradizionalmente nelle manovre navali. Se, da un punto di vista propriamente tecnico e di competenza marinara, solo con la I e la II guerra punica i Cartaginesi cominciavano ad essere superati dai Romani nell'utilizzo della flotta, si può dire che Annibale è il primo grande stratega cartaginese ad accorgersi che la tradizionale capacità di egemonia marittima dei Punici non solo non era ormai più sufficiente a sostenere logisticamente e strategicamente i movimenti degli eserciti cartaginesi, ma che al contrario, disponendo ora i Romani di tale egemonia con molteplici possibilità di sbarco e di invasione in tutto il Mediterraneo occidentale, solo un utilizzo adeguato dell'esercito di terra poteva impedire ai Romani di sfruttare appieno quell' egemonia marittima, con la quale potevano portare rapidamente la guerra in terra d'Africa. Annibale riuscì ad agire sempre lontano dalle coste e a trarre a sè le principali potenze navali magno- greche e greche (Siracusa, Taranto e la Macedonia tra le principali).

 

FIG. CANNE

Purtroppo per il geniale piano terrestre di Annibale (che si basava essenzialmente sugli aiuti via terra dalla Spagna), tutto ciò servì a scalfire solo momentaneamente l'enorme tenuta e coesione di Roma coi propri federati e con gli alleati greci d'Occidente e d'Oriente, sia nella guerra terrestre che in quella navale (ad esempio, tra i centri marittimi filo- romani più importanti, Marsiglia, Tarracona e Napoli in Occidente, Rodi e Pergamo in Oriente). Non fu quindi solo l'enorme serbatoio di contadini- soldati mobilitabili dalla Federazione romana a sfrustrare i piani di Annibale, ma anche la riconquista romana di centri marittimi nevralgici come Siracusa e Taranto, che ridiedero fiato alle iniziative di Roma nel Mediterraneo. I Romani infatti avevano costantemente la possibilità di sbarcare truppe in Spagna, in Africa e in Grecia.

 

FIG: KROMAYER: ANNIBALE VERSO ROMA nel 211 a.C. Percorso di Annibale: CAPUA BENEVENTUM BOVIANO AESERNIA AUFIDENA SILMO CORFINIUM AMITERNUM FORULI CUTILIAE REATE ERETUM NOMENTUM RITORNO: TIBUR CARSEOLI SORA ATINA CASINUM VENAFRUM ALIFAE BENEVENTUM.  Nel testo le osservazioni sul motivo della marcia: liberare Capua dal pesante assedio di 6 legioni romane.

 

Se forse Annibale si fidava dunque ancora invano della flotta della sua patria (che non lo aiutò abbastanza in Italia e che, secondo un riferimento peraltro relativamente attendibile [3], pare tenesse stranamente inutilizzate alla fine della guerra "500 navi a remi di ogni genere" [Livio XXX, 43, 12] senza farle uscire dal porto anche nella situazione più impellente) il suo talento, oltre che nell'uso delle tattiche più geniali per le battaglie, rifulse unico sulle orme del grande Alessandro anche per una "strategia globale politico- militare", come viene definita la più fondata ipotesi della mancata marcia su Roma dopo Canne e delle tante operazioni militari che Annibale e i suoi fratelli fecero in tutta Italia per tanti anni senza puntare su Roma [4]. Già l'Aprea infatti (Da Caudio a Canne, cit.), osservando le carte degli itinerari bellici di Alessandro in Asia, vide risultare nettamente una analogia con le vittorie di Annibale.

 

FIG. IN ROSSO LA MARCIA DI ALESSANDRO NELLA CONQUISTA FINO AL TIBET.

L’Aprea constata che Alessandro non ha mai puntato direttamente sulla capitale persiana, pur essendovi giunto (Niceforio e Arbela) due volte a ragionevolissima distanza in linea retta. Il suo percorso militare è invece una serie di saliscendi, prevalentemente nord- sud, tra il 36° e il 40° parallelo geografico. Dopo la battaglia del Granico scende su Efeso e nella Cilicia; poi risale più a oriente per la Frigia, sosta a Gordio e si porta ad Ancyra (Ankara). Ridiscende per la Cappadocia su Tarso e Alessandretta, combatte a Isso e, anzichè puntare sul vicino Eufrate, scende invece lungo la costa per Sidone, Tiro, Gaza, il Sinai, il Delta del Nilo, fino all'attuale confine libico- egiziano [5]. Torna indietro dopo aver fondato Alessandria d'Egitto, fiancheggia nell'interno la strada precedente, passa per Damasco e, dopo un'altra curva, giunge all'Eufrate a Cineforio, quasi vicinissimo a Isso, quindi risale leggermente. Dopo Nisibi varca anche il Tigri e combatte a Gaugamela (Arbela). Ecbatana,la capitale di Dario III, è a un tiro di schioppo, ma Alessandro punta a 90°, verso sud. Si dirige su Babilonia, riattraversando il Tigri punta su Susa, sulle porte Persiche, quindi su Persepoli. Qui, forse per la prima volta nella storia, una battaglia terrestre diventa anche lotta contro le avversità atmosferiche in quanto si combatte con temperature appena sotto lo zero (Annibale lo emulerà alla Trebbia, tra gelo e neve, dopo aver sfidato le Alpi; Cesare fa altrettanto in Elvezia e Gallia). Da qui si rivolge verso nord su Ecbatana, dopo aver ottenuto però schiaccianti successi strategici quali l'essersi assicurato il dominio assoluto delle coste e del mare e aver progressivamente sfasciato alla periferia, anche la più lontana, il mastodontico impero persiano. La caduta della capitale diventa conseguenza finale e automatica di una strategia complessiva e globale.

 

FIG. ALESSANDRO MAGNO A GAUGAMELA (ARBELA)

L'aver riportato questi schemi strategici alla campagna d'Italia di Annibale è il grande merito dell'Aprea. Che d'altra parte non ha tempo (o spazio) per inferirne altre logiche osservazioni sui piani del grande Punico. Osservazioni che permetterebbero ad esempio di controbattere le critiche mosse da molti storici all'ingenuità di Annibale nel non considerare che un suo esercito anche di 100.000 uomini in Italia non poteva nè subito nè alla lunga minare la molto più forte (dal punto di vista numerico e organizzativo) Federazione romana. Diametralmente opposte, rivalutando invece l'"avvedutezza" di Annibale, sono le posizioni ad esempio del De Sanctis e del Granzotto, il quale ultimo ben sottolinea l'esattezza dei calcoli di Annibale. Ma intervengono entrambi, secondo noi, con l'argomento meno risolutivo: quello della consistenza numerica maggiore o minore, e più o meno adeguata, dell'esercito con cui Annibale iniziò la campagna. A tal punto invece Annibale avrebbe tenuto in conto la consistenza numerica e l'estensione della Federazione Romana da predisporre una strategia di logoramento delle alleanze e degli equilibri in Italia senza affidarsi utopicamente solo alla distruzione immediata degli eserciti e della città di Roma. Infatti le incertezze, le indecisioni e gli indugi all'inizio della II guerra punica da parte del Senato di Roma furono tali, specie nel primo anno di guerra, non perchè la macchina militare romana fosse poco pronta rispetto a quella punica (anzi lo era di più) [6], ma perchè il piano imprevedibile di Annibale (passaggio via terra di tanto più a nord attraverso le Alpi) sorprese i grandi preparativi di sbarchi e di controlli costieri che i Romani avevano approntato (si pensi solo alle 220 quinqueremi romane oltre a triremi e cercuri). Per lo stesso Annibale sarebbe stato altrimenti più vantaggioso tentare uno sbarco sulle coste italiane (con meno perdite che nella lunga marcia), ma la sua sorpresa strategica e l'abilità nel parare i colpi tentati contro di lui dai Romani al Rodano, alla pianura padana ed oltre, gli portarono in primo tempo enormi vantaggi. E' dunque erroneo pensare che l'"aggresività" di Annibale e la guerra di "difesa" dei Romani in Italia siano la prova della colpa cartaginese dell'aggressione.

Annibale conosceva le enormi difficoltà che l'attendevano contro eserciti agguerriti e riforniti da popolose città alleate: unica sua speranza era la sollevazione contro Roma dei Galli a nord e dei Magni Greci a sud, come cospicuamente avvenne fino a e soprattutto nel 216, ma non in maniera decisiva. Se la Federazione romana, con i suoi alleati latini (a cominciare da Cremona, Piacenza e Spoleto), non fosse stata così incredibilmente salda e organizzata, Annibale avrebbe avuto dall'inizio tutte le premesse militari per maggiori conquiste in Italia. Ciò non fu, ma tutte queste considerazioni o quelle sull'esercito meglio preparato restano del tutto estranee a considerazioni sulle responsabilità della guerra. Esse possono essere ricercate nella posizione internazionale e regionale di Sagunto, nella necessità più o meno vitale per Annibale di conquistarla e nel precedente trattato dell'Ebro tra Cartaginesi e Romani. Ma Annibale avrebbe cominciato con qualsiasi pretesto la guerra, o per accordi già intercorsi con Galli Transalpini e Cisalpini, o per difendersi dalla montante potenza di Roma.

La Cambridge Ancient History si sofferma sulla strategia di Annibale dopo Canne, osservando che egli non voleva ormai eserciti da Cartagine via mare ma cercava l'estensione del conflitto in nuovi teatri di guerra vedendo la solidità della Federazione Romana [7]. Giusto! Ma perchè solo dopo Canne? E' impensabile che Annibale si accorgesse solo a Spoleto e a Canne delle grandi difficoltà che gli restavano in terra nemica, pur sperando da prima in decisive vittorie campali. In due anni, dal 218 al 216, egli non sperava in vittorie a tal punto risolutive, e al contrario l'estensione dei teatri di guerra fu da lui prevista con molto anticipo. Si è comunque constatato che "bastava che Roma accettasse che la Spagna, la Sardegna e la Sicilia fossero sotto controllo cartaginese. Solo questo la capitale punica doveva perseguire, secondo Annibale" [8].

La strategia di Annibale funzionò per 16 anni sul suolo italiano, o funzionò almeno, per alcuni anni molto importanti, sia verso la seconda città d'Italia dopo Roma (Capua) sia verso i Galli del Po e i Magno Greci più potenti (Siracusa, Taranto) e verso tutto il sud Italia in genere, con migliori risultati se Cartagine avesse sempre mandato i necessari aiuti. Per tanti anni, soprattutto, Annibale eluse proprio sul suolo italiano quella superiorità marittima dei Romani che permetteva loro il controllo delle coste e la facilità di sbarchi nel Mediterraneo occidentale.

La strategia annibalica globale e complessiva prima discussa è secondo l'Aprea uno dei motivi validi (se non l'unico) per i quali Annibale non marcia contro Roma, dopo il Trasimeno e dopo Canne. E' pur vero che, ad esempio, il suo lungo peregrinare al confine tra Irpinia, Frentani, Sannio e Apulia, quando lascia il campo trincerato di Gerunium e la base della zona di Larino, risponde ad altre esigenze tecnico- militari [9]. Ad esempio:

a) deve risparmiare il più possibile soldati e cavalli che non può rimpiazzare.

b) Non possiede "intendenza e servizi" se non strettamente necessari.

c) Non può eccedere nel numero dei soldati: deve mantenere un esercito numericamente contenuto perche', anche avendo la possibilità di ottenere rinforzi dalla Gallia e dall'Etruria [10], che filtrano attraverso i Frentani e l'Appennino, avrebbe difficoltà di approvvigionamento di acqua e vettovagliamento (e di accampamento).

d) Non dispone di attrezzature per sostenere un lungo assedio (e anche per questo non punta su Roma).

e) Deve evitare nemici dovunque e tenersi lontano dalle fortezze durante le soste e gli spostamenti.

f) Deve avere sempre vie di scampo alle spalle e deve comunque avere strade libere verso la Gallia, da cui, dicevamo, riceve i pochi rinforzi di uomini e cavalli; e verso il mare Adriatico finchè spera in un accordo con i Macedoni, e quindi tenersi pronto a rompere il blocco navale operato dai Romani.

g) Deve svernare e foraggiare in una regione ricca di grano e di bestiame, quale sarà soprattutto, ma non unicamente, la Puglia prima e dopo la battaglia di Canne.

 

FIG:- Aprea: Annibale in Puglia, luglio-agosto 216

 

FIG. Kromayer- Veith: spostamenti di Annibale e romani verso Canne.

E' interessante sulle basi militari di Annibale nel Sud Italia il saggio 12 di Vittorio LA BUA in Miscellanea-II (12 opuscoli di varie edizioni, fra cui: 4. Agrigento dalla morte di Agatocle alla conquista romana, Palermo 1960, pp.3-14; 7. Cassio Dione-Zonara ed altre tradizioni sugli inizi della prima guerra punica, Roma 1981 pp.241-271; 12. Il Salento e i Messapi di fronte al conflitto tra Annibale e Roma, estratto da L'ETA' ANNIBALICA E LA PUGLIA, ATTI DEL II CONVEGNO STUDI SULLA PUGLIA ROMANA, Mesagne 1988, pp.43-69), collocazione Deutsches Archaeologisches Institut Rom= X 1048-II). Per il Salento, si conclude che Iapigi e Messapi di Polibio e della sua Formula Togatorum sono in realtà Apuli e Sallentini, o meglio ancora solo Messapi o solo Salentini. Sallentini e Messapi come unica regione, dunque (Ibid. p.55 sgg.): i Messapi con le loro navi controllavano lo stretto d'Otranto anche dopo Pirro e in unica lega con  o come Sallentini furono sconfitti nel 267-266 dai Romani. La dodecapoli sallentina che risulta nella storia anche annibalica aveva ancora Brindisi come caput regionis, città che pur sconfitta dai romani nel 267 diventò romana solo nel 244, "perché la lega sallentina esisteva ancora"(p.51 sgg.), anche se dal 267 aveva uno dei 4 nuovi quaestores classici (Ostia, Cales, Rimini, Brindisi). La lega, controllata dai Romani a Brindisi, Taranto e con una flotta romana dal 267 , restò fedele a Roma fino al 214, quando Annibale prende molti cavalli, di cui 4000 ancora da domare, per i suoi Numidi e Mauri inviati in Apulia e agro sallentino, a 200-250 km. intorno alla base annibalica di Salapia. Annibale nell'estate del  213 avrebbe poi scelto a sede Manduria (p.63), per controllare la strada Brindisi-Taranto e per prendere quest'ultima (meno la rocca): cosa dannosissima ai romani, perché fece defezionare Metaponto, Eraclea e Turi. Manduria quindi fino alla primavra 211, quando scelse, come obiettivo, Capua a Taranto, e si accampò sui monti Tifata. Nel 209 Fabio Massimo riprese da Brindisi proprio la decisiva fortezza di Manduria per iniziare le operazioni nel Salento e riconquistare Taranto (p.63 e 68). Nel 208 la lega sallentina verrà punita e una regione una volta ricca e popolosa, semidistrutta prima per i guasti della guerra e poi per tale punizione, desterà rammarico e cordoglio ancora in Strabone, tanto più tardi.

L'ipotesi dell'Aprea di una "strategia globale politico- militare" nel non attaccare Roma è sufficientemente suffragata. Annibale voleva, seguendo l'esempio di Alessandro, entrare a Roma solo dopo la disgregazione della Federazione Italica, sollevando i vari nemici di Roma e staccando ad uno ad uno tutti gli alleati della ancor giovane Federazione romana. Andare a Roma forse congiuntamente all'esercito di Iberia proveniente dal nord, con il quale condividere la piena vittoria. Creare quindi una federazione punico- romana, di cui Cartagine era la prima capitale e Roma la seconda capitale per l'Europa. E' anche probabile che dopo Canne, in un momento favorevole che vide la seconda città d'Italia, Capua, passare con Annibale, il punico promettesse alla città campana di farla divenire la capitale della penisola dopo la sconfitta di Roma (GDS III2 p. 208; Livio XXIII, 10, 2; Val. Max. IV, 8, 1).

Il SEIBERT ha concentrato in un volumetto più divulgativo (Hannibal. Feldherr und Staatsmann, Mainz 1997) l’enorme mole di lavoro sulle fonti dei suoi precedenti due volumi su Annibale (FORSCHUNGEN ZU HANNIBAL, Darmstadt 1993), conservandone le cartine geografiche e sintetizzando i dati sulla spedizione annibalica in Italia. A pag.39, cartina n.62, sono indicati due eserciti di Annibale nel sud Italia: una "armata del nord" in Campania, una "del sud" che doveva attrarre le città portuali greci delle coste meridionali dalla parte cartaginese. Ma Seibert non accenna a sedi principali (né Tifata né Compsa) per gli spostamenti di Annibale. A pag.53, cartina 94, Annibale dal 210 al 203 viene invece segnalato con spostamenti e partenza da Crotone.

 

Resterebbe ancora da esaminare, anche come conferma di questa tesi risostenuta dall'Aprea, entro quali anni dall'arrivo in Italia il progetto "ridimensionatore" di Roma da parte di Annibale potesse essere ancora realisticamente perseguito, nonostante il geniale temporeggiamento di Fabio Massimo e le difficoltà crescenti create dall'inattesa fedeltà di tanti alleati e sottomessi di Roma. Noi personalmente siamo convinti che ancora fino al 207, 11° anno di guerra, e cioè fino all'arrivo e alla sconfitta del fratello Asdrubale al Metauro, vicino a Sena Gallica (Senigallia), il "folle" progetto strategico di Annibale era realizzabilissimo. Ce lo dimostrano essenzialmente due cose, ampiamente esplicate da Livio, XXVII, 44:

1) il terrore estremo che si impadronì di Roma in quel momento;

2) le circostanze estremamente fortuite, cioè la casualità con cui, proprio (ironia della sorte) per la precisione di Annibale all'appuntamento con i messi di Asdrubale (che vollero fare meglio di quanto loro comandato), i Romani riuscirono non solo a carpire i piani dei due fratelli Barca, ma addirittura, con attuazione ardita ai limiti della temerarietà, permisero di dar corpo al piano occulto e repentino del console Claudio Nerone per prevenire la riunione dei due eserciti nemici; iniziativa di Nerone che portò, nonostante le forti critiche del Senato di Roma al suo piano temerario, al felice esito della battaglia del Metauro.

In attesa del messaggio segreto del fratello, Annibale, pur spostandosi con l'esercito immediatamente prima dell'appuntamento con gli ambasciatori, per confondere gli eserciti romani, dimostrò tutta la sua precisione e il suo tempismo  ritornando con estrema puntualità al luogo stabilito per l'incontro. Ma gli ambasciatori di Asdrubale, non fidando in una tale precisione, si mossero per seguire e incontrare Annibale lungo il cammino. E fu la loro fine: perchè furono catturati vicino Taranto dai Romani, che seppero dalle lettere di accompagnamento dei progetti dei due fratelli, precedendo in maniera ingegnosa e fulminea Annibale.

Nel convegno sul Punico tenuto a Tuoro sul Lago Trasimeno [11], si è sostenuta la somiglianza di situazione tra la cattura degli ambasciatori di Adrubale catturati dai Romani prima che raggiungessero Annibale (e svelando così i piani dei due fratelli), e la cattura di tre soldati tedeschi (con cibo ed equipaggiamento sufficiente per la durata di determinate operazioni) da parte dei Sovietici nella II guerra mondiale, prima di una grande offensiva tedesca su Mosca. Entrambi gli episodi erano citati a esempio di come una grande controffensiva e l' "effetto sorpresa" possano passare di mano da un contendente all'altro determinando decisivi mutamenti strategico militari. Sicuramente sia i Romani nella guerra annibalica che i Russi nella II guerra mondiale avrebbero comunque avuto ragione dei loro avversari. Ma è certo che episodi come quelli appena descritti possono essere decisivi per una campagna di guerra.

 

FIG.- SPOSTAMENTI ROMANI PER LA BATTAGLIA SUL METAURO contro ASDRUBALE.

 

FIG.- LA BATTAGLIA DEL METAURO.

 

FIG.- LA BATTAGLIA DEL METAURO.

Secondo l'Aprea, Scipione Africano, quando nel 552= 202, prima di Zama, rispettando l'impostazione complessiva data da Annibale, respinge la pace "negoziata" proposta dal Punico, accetta tacitamente un suo elevato codice (un "patto cavalleresco tra due grandi generali") che esclude Cartagine da qualsiasi azione bellica. Si combatte lontano da Cartagine, non per la sua conquista, perchè il patto prevede non le sia arrecata offesa militare, come non fu arrecata alla città di Roma negli anni trascorsi dai Cartaginesi in Italia. Cartagine sarà risparmiata dai Romani e lo stesso Annibale ne diventerà "Suffeta" (sufete, cioè re; ma ufficialmente solo nel 558= 196) appoggiato dai suoi 6.500 veterani sopravvissuti a Zama e ai 16 anni di guerra in Italia; Annibale assicura il puntuale pagamento delle rate dell'indennizzo di guerra stabilito dai Romani. Scipione, prima di Zama, comprende che Cartagine, enormemente ridimensionata ma non distrutta, avrebbe rappresentato una valida posizione di garanzia per Roma, contro le mire espansionistiche di Nùmidi e Arabi [12], così come sarebbe preziosa, per qualche decennio, la presenza di Annibale.

Ancora per un sintetico sostegno alla tesi avanzata, citiamo il Vogt, professore emerito di Storia antica all'Università di Tübingen e presidente del Comitato di Storia antica dell'Accademia di Magonza, che pure non analizza nè si sofferma sulla tesi suddetta: "Gli storici romani sostennero l'opinione che Annibale nella sua avanzata contro l'Italia seguì il piano, fantastico per la situazione cartaginese, di radere al suolo Roma. Ma anche il greco Polibio mostra come Annibale non si prefisse alcuna annessione in Italia, anzi nemmeno ci pensò: suo scopo non era la distruzione di Roma, ma lo scioglimento della lega italica. 'Libertà agli Italici' fu la parola d'ordine al suo apparire. Roma perdendo i suoi alleati doveva essere indebolita tanto da esser costretta a riconoscere la potenza raggiunta da Cartagine in Spagna e in Africa". E più avanti: "Dopo la sconfitta di Canne, in più parti del territorio confederato romano s'iniziò ora il movimento separatistico, che Annibale coltivava con tutti i mezzi. In Puglia e nel Bruzio egli ebbe la prima adesione: nell'inverno 216- 215 persino Capua, la più potente città del territorio confederato, concluse un'alleanza con lui. Ma era solo un rilassamento, non uno scioglimento della lega italica: molte città e tribù tennero saldo anche ora. In Campania, tra le altre, Nola, Napoli e Pompei restarono dalla parte dei Romani. I quali, peraltro, erano costretti a intraprendere, in più luoghi nello stesso tempo, la lotta contro Annibale e gli alleati infedeli... La Macedonia e Siracusa passarono, l'una dopo l'altra, dalla parte dei Cartaginesi" (cit., pp. 153 e 159). Enormi le difficoltà dei Romani in questa guerra e anomala la loro clemenza finale verso la nemica mortale almeno quanto fu anomala la strategia di Annibale verso la città 'odiata'.

 

FIG. MARCIA DI SCIPIONE E ANNIBALE VERSO ZAMA

Questa tesi della "clemenza" di Scipione verso Cartagine è autorevolmente confermata nel volume II1 della recente Storia di Roma Einaudi (SII1, pp. 85 sgg.), dove si ripropone una legittima domanda: perchè dal 216 fu abbandonato dai Romani il progetto di una invasione dell'Africa preparato probabilmente fin dall'inizio della guerra? Più avanti, parlando della debolezza navale cartaginese all'inizio della II guerra punica e degli eccessivi indugi del Senato di Roma a minacciare direttamente Cartagine, tenteremo una spiegazione anche di questo aspetto controverso, senza limitarlo all'avversione del Senato per i progetti decisionistici di Scipione.

Indubbiamente la II guerra punica (o meglio la guerra "annibalica") si conclude in maniera assolutamente "diversa e anomala" rispetto alla tradizionale concezione bellica e severità dei Romani, che punirono ben diversamente Capua e Siracusa, Corinto e Numanzia. E ancor più anomala fu questa conclusione della guerra trattandosi di nemici accaniti, costati centinaia di migliaia di caduti [13].

La situazione cambierà in seguito, sostiene l’Aprea (molto prima della III guerra punica e della distruzione di Cartagine nel 608= 146), quando Annibale e Scipione non saranno più al vertice del potere. E i due gloriosi generali moriranno nello stesso anno, nel 571= 183: Annibale in Bitinia, avvelenatosi per non cadere nelle mani dei Romani che adesso lo pretendono vivo o morto; Scipione l'Africano nel volontario e amaro esilio della sua villa nell'agro campano di Liternum. Dal suo "ingrata patria" si dice prenda nome il lago Patria.

 

FIG. IL TERRITORIO DI CARTAGINE INVASO DA SCIPIONE E BATTAGLIA DI NARAGGARA (ZAMA)

LE TRE FORME DI IMPERIALISMO E L’IMPERIALISMO “DIFENSIVO” ROMANO.

Il Le Bohec e M.Kostial (citati) hanno esposto a proposito delle guerre puniche le moderne concezioni sull’imperialismo romano: non un imperialismo di dominio, di conquista e di arricchimento, né di puro militarismo, ma –anche nei periodi più tardi di conquista dell’Europa non solo mediterranea- “imperialismo della sicurezza”.

YEAN LE BOHEC, Historie militaire des Guerres Puniques, Monaco 1996 (collana L’Art de la Guerre), parla di imperialismo economico, politico, strategico, ideologico; e considerando l’imperialismo di Roma durante le guerre puniche parla dei tre motivi chiave di ogni imperialismo (anche al di là dell’accezione moderna, propria del secolo XIX, che ha visto nascere il termine di imperialismo e lo ha fin troppo legato a quello di “colonialismo”): egemonia, lucro e sicurezza (distruggere un nemico potenziale prima d’esser distrutto). E’ interessante che Le Bohec usi tali considerazioni per le guerre puniche, che egli considera “uno dei maggiori conflitti nella storia dell’umanità” (cit., pag.9). MICHAELA KOSTIAL, Kriegerisches Rom?, Stuttgart 1995 (sulla normalità dei conflitti militari nella politica romana) svolge una dissertazione filosofica sui concetti di “guerra giusta”, di guerra come “ultima ratio”, di funzione sacrale dei feziali, di guerra di difesa e di aggressione, etc. Importante, per le guerre puniche, il fondamentale concetto romano di “difesa degli alleati” (pagg.73-78): si analizzano le “due più lunghe e pericolose guerre condotte dai Romani, le prime due guerre puniche” dal punto di vista dell’intervento romano verso i Mamertini (inizio della I punica) e verso Sagunto (inizio della II). Trattiamo in altra sede questi aspetti giuridici, peraltro ancora dibattuti e mai definitivamente risolti. Anche il Brizzi (cit., Wiesbaden 1982) sottolinea il concetto romano di “si vis pace para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra) come concetto cardine della guerra di Abschreckung, cioè dissuasione. W.V. HARRIS, War and Imperialismus in Republican Rome, Oxford 1979, evidenzia i tre valori fondamentali di VIRTUTES, LAUS e GLORIA come spinta per l’affermazione dell'aristocrazia romana in guerra (10 stipendia erano i prerequisiti per il cursus honorum, cioè per la decisiva carriera politica), che determinarono anche l'orientamento del popolo, decisivo nelle assemblee per la pace o la guerra, e definisce l'aspetto mercantilistico della politica estera romana.

SEIBERT J. (FORSCHUNGEN ZU HANNIBAL, Darmstadt 1993 WISSENSCHAFTLICHE BUCHGESELLSCHAFT DARMSTADT, 2 voll.) della sua ricerca – approfonditissima a livello di fonti- su Annibale e la seconda guerra punica, discutendo a pag.329-331 se quella romana fu DEFENSIVPOLITIK ODER IMPERIALISMUS (con relativa BIBLIOGR. a pagg. 331-339). Pure se già il MOMMSEN (RG I 781-782) parlava di GUERRE DIFENSIVE., Seibert osserva che non compare mai né lì né allora o precedentemente il termine DEFENSIVER IMPERIALISMUS, bensì “iusta bella”. G.FERRERO, in “GRANDEZZA E DECADENZA DI ROMA, Torino 1904) usa per la prima volta il termine IMPERIALISMO per la storia romana. Inoltre l’EGEMONIA VERSO EST (verso la cultura ellenistica) sarebbe diversa dall’IMPERIALISMO VERSO OVEST (verso i barbari). Da un punto di vista terminologico, per LIEBERG G., DIE IDEOLOGIE DES IMPERIUM ROMANUM, 1975, sarebbe un controsenso, per ovii motivi, il concetto di DEFENSIVER IMPERIALISMUS., così come anche quello di HEGEMONIALE IMPERIALISMUS. E infatti anche in ALFOLDY (“KRISEN IN DER ANTIKE”) si parla solo di guerre difensive e non di imperialismo almeno fino al 168 a.C., con la conquista della Grecia.

Noi, condividendo anche le tesi storiografiche sull’acume di Giulio Cesare nel ritardare, con la conquista della Gallia, l’invasione della stessa da parte delle popolazioni germaniche (prolungando quindi di tre secoli la resistenza a tali invasioni – cioè lo stesso impero romano- e rispettando le volontà delle popolazioni galliche che per prime avevano chiesto l’intervento di Cesare contro Elvezi e altri popoli confinanti) troviamo conferme che non riguardano solo le guerre puniche o le età auree della repubblica imperiale. Aveva già asserito il sociologo francese P. Veyne (Y a-t-il eu un impérialisme romain?, in Mélanges de l’Ecole Française de Rome, 87, 1975):

<<Si possono concepire tre situazioni. Anzitutto quella, a cui noi siamo abituati e che era anche quella del mondo greco ai tempi di Tucidide come pure di Polibio: una società di nazioni che si sono rassegnate a essere in molte, che si riconoscono simili, che hanno rinunciato ad assicurarsi una sicurezza definitiva per condividere tutte una comune insicurezza ... In un quadro come questo, se si diviene imperialisti sarà per desiderio di dominio; diciamo sarà per la gloria o ancora sarà, forse, per il profitto (imperialismo economico); o sarà infine per proselitismo religioso o ideologico: queste sono le varietà classiche di imperialismo. Una situazione ben diversa è quella di uno stato che non sia stato educato alla rassegnazione e che continui ad aspirare alla sicurezza totale; in questo caso non resta che indebolire e assorbire le altre nazioni in modo da restare i più forti ovvero da restare soli, avendo la sincera convinzione di non far altro che difendersi contro un mondo minaccioso. Si arriva allora alla la terza situazione, quella di una nazione che ha la fortuna di vivere separata da tutti, circondata da un oceano, da un deserto o da barbari che la isolino. Roma non ha mai conosciuto la prima situazione ed è passata dalla seconda alla terza con qualche spinta di imperialismo in senso classico come le guerre del 201-188 e la conquista della Gallia. Il bellicismo romano aveva gia creduto di poter raggiungere la sicurezza una volta per tutte facendo propria I’intera penisola italica [...|; poi la spinta propriamente imperialistica mescola Roma agli affari del resto dell’ecumene. Dopo Pidna, pressochè nessuno osa muoversi e Roma lascia vegetare Seleucidi e Lagidi: quando è la piu forte Roma tollera, a volte per secoli, l’esistenza di piccoli stati che le sarebbe stato facile assorbire; l’importante e che non costituiscano una minaccia; è la sicurezza che ella cerca, non l’egemonia di tipo tucidideo>>. (P.VEYNE, [La vita privata nell’impero romano, Milano 1994] Y a-t-il eu un impérialisme romain?, in Mélanges de l’Ecole Française de Rome, 87, 1975).

Ancora più utile e interessante, secondo noi, è applicare questa teoria soprattutto alla fine della guerra più sanguinosa e rischiosa che Roma abbia condotto nella sua storia: la seconda guerra punica, che fu anche l’ultima in cui la pura difesa prevale, più che non in altre guerre, sugli interessi di imperialismo commerciale; ed è anche quella che prelude all’attacco delle (o alla difesa dalle?) potenze orientali ellenistiche, più solide finanziariamente e, fino ad allora, militarmente. Anche parole usate dal Moscati (Cartagine nella civiltà mediterranea, cit., p.19) indicherebbero implicazioni difensive verso Cartagine: " Di fronte a tale situazione, di fronte a tale accerchiamento strategico che ricorda il sistema delle basi militari in epoca a noi ben più vicina, Roma reagì con la guerra; e noi ne sapevamo già la conclusione. Ma ora ne sappiamo assai meglio le cause, ora ci rendiamo conto che i reiterati appelli di Catone in Senato indicavano davvero l'imminenza di una minaccia"

E sentiamo, a ulteriore conferma, i passi del manuale di studio di S.AIROLDI-U.FABIETTI-A.MOROSETTI-P.PONTANI citato: <<Un segno che il Mediterraneo orientale interessasse Roma solo nella prospettiva di una difesa del dominio in Occidente e della sicurezza dell’Italia è dato dal fatto che fino all’ultima ribellione macedone nessuna provincia fosse stata creata in Oriente. Solo quando il governo romano si rese conto che la zona non era pacificabile nè controllabile indirettamente e che Roma era in ogni caso sempre chiamata all’intervento, si decise ad assumersi il compito della dominazione diretta. Dopo il 167 a.C. la politica romana subì, quindi, una svolta e divenne più aggressiva e chiaramente orientata al dominio politico sull’Oriente: quasi tutti gli stati vinti furono ridotti in province. Lo stesso comportamento è riscontrabile nell’area occidentale. Come spiegare questo mutamento di atteggiamento? Certamente con il desiderio romano di chiudere un periodo di guerre ininterrotte che durava ormai dal 266 a.C. Ma soprattutto va detto che l’imperialismo romano da fatto eminentemente politico aveva ormai assunto chiare caratteristiche di sfruttamento economico. Infatti quando gli effetti dell’arricchimento derivanti dall’impero divennero evidenti, la volontà di consolidare il dominio e di ampliarlo divenne la linea principale della politica romana>>. (S.AIROLDI-U.FABIETTI-A.MOROSETTI-P.PONTANI, La civiltà romana dalle origini all’apogeo dell’impero, II, Milano 1997, p. 105)

Le osservazioni del Gabba sulla ricorrenza, nella storiografia romana, delle lamentele a proposito della “corruzione”, corruzione casuata soprattutto dalle ricchezze delle nuove conquiste imperialistiche, andrebbero intese molto più a fondo (se non per il contrario) di ciò che esse parrebbero affermare: dimostrerebbero cioè – anche per il periodo storico relativamente “tardo” in cui invadono quella storiografia- che all’inizio la classe dirigente romana, nobiltà aristocratica e senatori innanzitutto, non videro nell’imperialismo un metodo di dominio e di arricchimento, bensì di rischio per gli equilibri politici interni e caso mai di rimedio estremo ed obbligato per le necessità di “sicurezza” dello Stato romano. Afferma il Gabba: <<Colpiva soprattutto la rapidità con la quale ci si poteva arricchire; si vedeva bene come si venisse creando un tipo di ricchezza nuova e, per un certo tempo, meno stimata di quella tradizionale legata alla proprieta terriera e alle attivita dell’agricoltura. L’interferenza di questi fattori nella politica romana, nella stessa decisione politica ai piu alti livelli, non puo essere ignorata, anche se è vano attenderci dalle nostre fonti storiografiche delle testimonianze dirette ed esplicite. La teoria stessa della “corruzione”, che interviene così spesso e tipicamente nella storiografia antica, non fa che esprimere in termini moralistici la constatazione di un cambiamento nella società, del quale si vuole accentuare il distacco dagli assetti tradizionali. Il criterio utilitaristico, che naturalmente non era mai rimasto assente anche prima, veniva, dopo i primi decenni del II secolo, a dominare la valutazione e la decisione politica. Il processo espansionistico diveniva così sempre più una spinta autonoma e inevitabile, che si autoalimentava, anche nella mentalità oramai di routine della classe dirigente senatoriale>>. (E.GABBA, Storia di Roma II, Torino 1990, -L’imperialismo romano).

Vedere nell’imperialismo romano puramente “difensivo” o “della sicurezza” uno dei motivi di attrito tra governo (e oligarchia) senatoriale – rafforzatosi con gli esiti della II guerra punica- e classi di plebei più ricchi intesi sia come nobiltà patrizio-plebea che come ceti imprenditoriali, di commercianti e di appaltatori (cavalieri e publicani), ci porterà al capitolo sui partiti politici al tempo di Scipione Africano. E ci porterà anche a considerazioni sul “partito della pace” a Roma e a Cartagine e alla domanda dell’Aprea sul perché la guerra annibalica – la più sanguinosa mai sopportata dai Romani- non abbia visto la distruzione di Cartagine, mentre Numanzia e Corinto ebbero ben altro destino. Ci porterà infine a discutere di come il metus (terrore) gallicus e quello punicus (cioè il terrore verso i Galli fin dal tempo di Brenno e quello verso “Hannibal ad portas”) abbia forse alimentato questo continuo desiderio romano di “sicurezza” ben oltre Caio Mario e Giulio Cesare.

Inoltre, a conferma di un imperialismo non “militare” (o non puramente militare) dei Romani, ma piuttosto su un uso migliore del potere militare che si trasformava in potere politico (quello che in termine più generico e con diverse accezioni di derivazione “prussiana” noi definiamo <<democrazia militare>>), sono illuminanti le considerazione di C.N.Lutwak, che tra poco riporteremo, sulla cautela politica e sul risparmio delle vite dei “cittadini romani” da parte dei generali (consoli, pretori, dittatori, ecc.) della Repubblica e dell’Impero. Ci sovvengono non solo le cautele di Quinto Fabio Massimo soprannominato il Temporeggiatore (Cunctator), che vinse così, indirettamente, Annibale o l’acume politico delle “alleanze” anche extra-italiche dei governanti e comandanti romani, ma anche il complesso sistema giuridico civile e militare che governava i Romani anche nei confronti del “cittadino-” e “contadino-“ soldato. Il Lutwak (La grande strategia dell’impero romano, Milano 1981), dopo aver sottolineato il metodo di comando militare (oltre che di governo politico) delle classi dirigenti romane, che era basato su una  lunga tradizione collegiale di preparazione a un metodo organizzativo rigoroso e scientifico non affidato “a dei talenti sporadici”, osserva: <<La superiorità dell'impero era di un tipo molto più raffinato: derivava dall'insieme delle idee e delle tradizioni che formavano l'organizzazione del potere militare romano, e sapeva sfruttare quest’ultimo a scopi politici. La salda subordinazione delle priorità tattiche, degli ideali marziali e degli istituti ai propositi politici costituisce la chiave del successo della strategia imperiale. Salvo rare eccezioni, coloro che controllavano il destino di Roma erano soliti evitare l'uso della forza a scopi puramente tattici. [...] Dopo avere imparato all'inizio della repubblica come sconfiggere in battaglia i popoli vicini con la semplice forza tattica, dopo avere in seguito imparato a superare le difficoltà strategiche di una guerra su larga scala combattendo contro i Cartaginesi, alla fine i Romani compresero che il migliore uso del potere militare, non era affatto militare, ma politico, e infatti conquistarono l'intero mondo ellenistico con poche battaglie e molta diplomazia coercitiva. La stessa tendenza a tenere in serbo le forze si manifestava anche in guerra, a livello tattico. Il comandante romano ideale non era una figura di tipo eroico, che guidava le sue truppe alla carica verso la vittoria o la morte, bensì un capo che avanzava in marcia lenta e accuratamente preparata, che costruiva dietro di sé delle strade di approvvigionamento e allestiva ogni notte accampamenti fortificati per evitare gli imprevedibili rischi di una manovra rapida: preferiva lasciare che il nemico si ritirasse in posizioni fortificate, piuttosto che affrontare le inevitabili perdite della battaglia in campo aperto ed era solito aspettare la resa del nemico per fame durante un assedio prolungato, piuttosto che rischiare forti danni prendendo d’assalto le fortificazioni. Superando Io spirito di una cultura ancora impregnata degli ideali marziali dei Greci (il temerario Alessandro Magno era infatti oggetto ai venerazione in molte famiglie romane), i grandi comandanti romani erano famosi per la loro cautela. Proprio questo aspetto della tattica dei Romani (oltre al grande affidamento sulla guerra "di costruzione") spiega l' eccezionale capacità degli eserciti romani in marcia, così come la loro caratteristica resistenza nelle avversità: i Romani arrivavano lentamente alla vittoria, ma erano difficili da sconfiggere>>. (C N. LUTWAK, la grande strategia dell'impero romano, Rizzoli, Milano 1981 )

LE CAUSE DELLA SCONFITTA DI ANNIBALE

Le visioni strategiche personali di Annibale e di Scipione, or ora analizzate, non devono far trascurare i motivi molteplici e tradizionalmente più analizzati del fallimento della strategia di Annibale. Motivi collegabili per lo più alla salda unità e compattezza politico- militare della Federazione romana e dei suoi cittadini- e contadini- soldati. I quali delusero con la loro organizzazione e costanza ogni aspettativa di Annibale: la loro forza numerica reclutabile (770.000 uomini) era non solo inesauribile ma anche egregiamente addestrabile alla disciplina della legione. Le 25 legioni romane in servizio ad esempio negli anni 212- 211 (oltre 250.000 soldati) furono una forza (per livello di armamento e per organizzazione) senza uguali nella secolare storia militare mediterranea [14] . Solo per assediare Capua i romani utilizzarono per cinque anni circa 60.000 uomini che scavarono trincee e circonvallazioni di decine e decine di chilometri oltre agli imponenti “castra Claudiana”, inattaccabili da Annibale. E ancora in tempi recenti autori soprattutto francesi e tedeschi hanno potuto fare raffronti impressionanti con le forze mobilitate in Europa nei due conflitti mondiali del nostro secolo [15].

 

FIG. ANNIBALE

Per quel che riguarda l’allargamento del conflitto annibalico nel Mediterraneo, se non avessimo la certezza storica dell’accordo diretto tra Annibale in Italia e Filippo V di Macedonia (con tanto di trattato di alleanza sottoscritto da Annibale e tramandatoci da Polibio) per una guerra comune contro Roma, sospetteremo che non Annibale ma proprio il Senato di Cartagine, a lui non totalmente favorevole, abbia teso a quella internazionalizzazione della guerra annibalica che, anziché avvantaggiare il grande Punico, lo indeboliva deviandone aiuti e rinforzi dalla Spagna alla Sicilia alla Grecia (ingenti flotte colà inviate) e impedendo che filtrassero per lui dalla Spagna aiuti decisivi [16].

 

Ci sembra cge fu proprio "L' INTERNAZIONALIZZAZIONE" del conflitto, l'estensione dei teatri di guerra ricercata da Annibale, a rovinarlo. Anzichè fiaccare in questo modo maggiormente la Federazione Romana, egli diede invece ad essa la possibilità di reagire a più alto livello, in più vaste regioni e con maggior numero di validi generali, mentre nella sola Italia egli si rivelò sempre invincibile e pericolosissimo. L'esistenza del conflitto anche in Spagna e in Grecia non portò nulla di buono ad Annibale: solo disastri per i suoi fratelli e accumulo di risorse, di idee e di vittorie per Roma.

Ha osservato Gustav Faber: “Un contingente di 12000 uomini, 1500 cavalli e 12 elefanti destinato ad Annibale [subito dopo Canne], venne dirottato in Spagna all’ultimo momento. I cartaginesi erano soprattutto un popolo di mercanti, e quando seppero che le truppe romane erano penetrate nella penisola iberica, ritennero più importante proteggere militarmente le miniere di stagno e d’argento che lì si trovavano e costituivano la fonte della loro richezza, piuttosto che rifornire come era necessario il teatro bellico principale, l’Italia. Annibale, che oltre ad essere un soldato era anche un poltiico mai a corto di idee, sviluppò allora un piano completamente diverso dedicandosi alla costituzione di una lega mediterranea, anzi, addirittura mondiale, fra tutte le potenze minacciate da Roma, a oriente come a occidente. Aveva compreso che, solo accerchiandolo e costringendolo a una guerra su più fronti, si sarebbe potuto piegare quel popolo ostinato e coraggioso in cui non era lo stato a esistere in funzione del singolo bensì il singolo a vivere in funzione dello stato. Il Barcide guardava alla Macedonia, la grande potenza dell’area ellenica che ancora brillava della gloria di Alessandro. All’inizio delle guerre puniche il baricentro politico del mondo mediterraneo era ancora in oriente, dove erano gli stati che tre dei più grandi generali di Alessandro avevano creato dal suo impero alla morte prematura di lui nel 323 a.C.”(G.Faber, cit., pag. 135-136).

Se concordiamo in tutto - meno sul fatto che solo dopo Canne e nel 216 Annibale avrebbe pensato a questa internazionalizzazione (già insita nei suoi accordi coi Galli, con gli Italici e con i Magni Greci) -, dobbiamo aggiungere che nessuno ha visto nei cosiddetti “ozi di Capua” la sede, proprio a Capua, di questa raccolta di una lega internazionale anti-romana.

L’unica eccezione è data, nella nostra bibliografia, da un articolo sulla monetazione cartaginese (SCIENTIFIC AMERICAN, n. 207 del luglio 1977) riferito in particolare al periodo delle guerre puniche, in Spagna e nel Sud Italia. Da esso emerge, per le coniazioni, l' enorme quantità di argento spagnolo (36 tonnellate nella miniera di Bebula e 100 chili al giorno nelle miniere vicino a Cartagena) usato per monete con effigi attribuite ad Amilcare e ad Annibale Barca. E si dimostra, soprattutto dal 536=218 al 552=202 a.C., durante la presenza di Annibale nel Sud Italia, che la fabbricazione di monete cartaginesi nella Magna- Grecia e soprattutto in Campania e a Capua smentisce le fantasie sugli ozi di Capua e conferma storicamente come "quel periodo fu utilizzato da Annibale per compromettere politicamente, economicamente e finanziariamente la vacillante confederazione romano- italica".

 

Annibale credette certo abbastanza in questa alleanza con la Macedonia. E’ pur vero che ne restò presto deluso, o forse voleva solo brillare per atteggiamenti internazionali filo-ellenici e non riteneva essenziale la falange al fianco delle sue truppe già in grado di superare i Romani in uno scontro in campo aperto (che i Romani prudentemente evitarono). I Romani peraltro non stettero con le mani in mano: bloccarono il porto di Brindisi verso la Grecia con le loro quinqueremi e finanziarono le piccole città-stato della lega Etolica in guerra con la Macedonia. Filippo si preoccupò più di queste che dell’avventura italiana. Dice comunque il Faber: “L’azione congiunta di Annibale e Filippo era perfettamente possibile anche da un punto di vista tecnico- militare. Filippo fece costruire in tutta fretta 100 imbarcazioni da trasporto illiriche [17]. Bomilcare intanto manovrava davanti alle coste dell’Italia meridionale con svariate unità cartaginesi che avrebbero potuto venir impiegate come navi da scorta, oltre che per il trasporto delle truppe macedoni” (Ibidem). Pare comunque a noi “tutta una messinscena” da parte di tutti gli avversari di Roma, che si sarebbe comunque dovuta logorare da sola. Riconfermando le tesi dell’Aprea da noi riportate due paragrafi prima sulla stretagia globale di Annibale, riportiamo la tesi del Seibert (cit., Mainz 1997) sulla mancata marcia di Annibale su Roma dopo Canne: Annibale non marciò su Roma dopo Canne perché, senza rischiare in lunghi assedi, la sua concezione strategico- militare non prevedeva colpi finali (mortali) verso Roma, ma l'attrarre dalla sua parte i socii (alleati) di Roma in Italia (Ibidem, pag.41). A pag.42, cartina n.70, si indicano gli spostamenti di Annibale nel sud Italia dal 216 al 211. Il 215, anno che vedeva ormai il massimo ampliamento della guerra (Siracusa di Ieronimo e Macedonia di Filippo V passati ormai con Annibale, e quindi in teoria con la massima pericolosità da parte di quest’ultimo) è secondo noi anche quello – PARADOSSALMENTE - della svolta a favore di Roma, grazie innanzitutto a Fabio Massimo, che rifiutando di combattere prende tempo per bilanciare (in varie parti del Mediterraneo e con altri generali), lo squilibrio determinato dalla tattica superiore di Annibale, tattica certo superiore alla sua stessa strategia. Ma se certo la strategia di Annibale fu “cosciente” e in ogni caso superiore alle critiche dei suoi detrattori, non sappiamo fino in fondo se da parte dei Romani ci fosse una strategia tanto cosciente di risposta alla internazionalizzazione del conflitto voluta da Annibale: detto in altri termini, se la superiorità navale romana o la bravura di altri consoli in Spagna, in Grecia, in Sardegna ecc. (oltre al “predere tempo”) abbia comunque logorato Annibale anche senza una strategia tanto precisa dello Stato Maggiore romano.

 

La vera causa della sconfitta di Annibale non risiede dunque in sè e per sè nella organizzazione, fedeltà e resistenza della popolosa federazione di Roma e neanche nell’estensione “mediterranea” del conflitto con la quale si voleva far combattere su molti fronti i Romani, logorandoli. Validi entrambi questi motivi (e Roma sembrò un momento essere quasi sola e isolata, rispetto a Occidente e a Oriente, se non per i validi socii italici e le noie che i Marsigliesi in Gallia e gli Etoli in Grecia davano agli alleati di Annibale). Ma non sufficienti. Per inverare queste premesse, questi fondamentali elementi di forza di Roma (di cui il secondo parrebbe piuttosto un elemento a suo sfavore, un logorìo incessante sulle coste del Mediterraneo, persino in Africa mentre Annibale è ancora invitto in Italia e l’alleata del Punico, la Macedonia, è una potenza ben salda in Grecia), occorreva, per dei soldati validi, uno stato maggiore ancora più valido. E qui entra in campo il Senato di Roma, o comunque i governanti dell'Urbe.

In realtà Annibale fu solo contro Roma, e le critiche ai suoi fratelli, Asdrubale e Magone [18], di non essere stati all’altezza del suo genio strategico, hanno il riscontro anche nelle loro sconfitte definitive subìte contro generali che non erano i più validi di Roma. Maarbale, Annone e Mutine, i suoi capacissimi capi della cavalleria, erano dei gregari, e nessuno metterebbe a pari livello, anche nei risultati, Annibale e i suoi fratelli [19]. Tra i Romani, Fabio Massimo, Marcello, Tiberio Gracco, Levino, i due Scipioni (padre e zio dell’Africano), Claudio Nerone, Fulvio Flacco, Publio Cornelio Scipione, possono stare tutti uno a fianco all’altro senza sminuirsi. Fabio e Marcello [20] furono soprannominati “lo scudo e la spada di Roma”, perché entrambi, nella difensiva o nell’offensiva, furono i soli a reggere in Italia il confronto con Annibale; Tiberio Gracco, Crispino e Marcello furono eliminati solo con imboscate, e anche Annibale rese loro gli onori militari degni dei più validi e invitti condottieri. Scipione crebbe imparando da Annibale e superandolo: bastò lui solo, alla fine, a vincere la guerra. Ma con molti tasselli quella guerra era già vinta da Roma grazie ai suoi numerosi generali fin da 10 anni prima: Marcello a Siracusa, Levino in Grecia, Fabio a Taranto, Fulvio Flacco a Capua, il controllo indiscusso dei mari. Era solo Annibale che non poteva essere sconfitto direttamente. Persino i generali “perdenti”, i consoli sconfitti o morti in battaglia, come Flaminio, Emilio Paolo, Varrone, meritano il rispetto dovuto a generali di indubbio valore.

Citiamo qui dal volume di Carlo Pisacane sulla scienza bellica dell'antica Italia durante le campagne di Annibale [21]. Pisacane considerando nel campo cartaginese solo Annibale come stella di prima grandezza e ignorando i generali e luogotenenti del punico, afferma:

"Rispetto a tutte le guerre precedenti, le marce di Levino hanno altro carattere: non sono semplice traslazione di luogo a luogo, ma studiata combinazione coi movimenti del nemico, sono marce strategiche. La prima guerra punica e la gallica hanno mostrato tutta la romana potenza; ivi troviamo disegni strategici, ivi accurata scelta della base e dell'obbietto delle operazioni. Nella seconda guerra punica, la scienza bellica, in tutti i rami presenta le più brillanti applicazioni: l'evoluzioni d'Ilipa, Tortosa, Zama; le marce strategiche de' due Scipioni nelle Spagne, di Claudio Nerone in Italia; l'attacco della base nemica di Scipione l'Africano e l'istallamento della propria con presa di Cartagine nuova; le sue evoluzioni strategiche contro i tre eserciti nemici; infine la discesa in Africa, che richiese l'ordine il più perfetto e 'l più spedito nel modo di vettovagliarsi; segnano in questa guerra l'apogeo della scienza bellica.

 Da quest'epoca la vastità delle imprese cresce a dismisura; la Grecia, l'Asia, l'Africa, le Gallie ne sono teatro, e Roma mostrasi sempre più feconda nel creare grandi guerrieri, Mario, Silla, Lucullo, Pompeo, Cesare, tutti superano i loro predecessori, eccetto Scipione, le cui imprese non temono paragone [22]. I Greci stretti in falange, i numerosi armati dell'Asia, l'impeto degli Elvezi e de' Belgi, sono vinti, dispersi, rintuzzati dagli ordini romani". (C. Pisacane, cit., cap. 7, XXX, p. 87).

Non dimentichiamo però che la grandiosità nuova e inedita dei disegni strategici dei Romani dal 218 a. C., la scienza bellica che qui tanto colpisce il Pisacane e ancora oggi noi, fu probabilmente la necessaria, stimolata risposta ai grandiosi disegni strategici del loro avversario: Scipione fu la risposta romana a un Annibale. Pur se paradossalmente Pisacane dice: “Pareggiandosi come uomini della natura (pari forza d’ingegno, energia e costanza), troviamo superiore Scipione come uomo sociale; forse, se Annibale fosse nato romano, sarebbe stato grande quanto lo fu Scipione” (Ibidem). Il Pisacane, sottovalutando l’uomo (non il soldato) Annibale, non si pone neppure il problema del perché possa essere stato sconfitto: era la sua città (“la società cartaginese”) in quanto tale a dover cedere a quella romana (Ibidem, pag. 86). Pressoché nulla Pisacane dice di Annibale nel suo volume.

 

L’anonimato che regna negli eserciti cartaginesi della seconda punica non è solo il frutto della storiografia postuma del vincitore: solo Annibale è sicuramente la figura vincente. Bisognerebbe discutere degli aiuti a lui venuti a mancare dalla madre-patria e del partito a lui avverso di Annone (il “partito della pace”), che avrebbero compromesso la sua vittoria.

Un governo di mercanti e commercianti (quello cartaginese) ebbe per assurdo il predominio (assente Annibale) di latifondisti più attaccati alla difesa del bene immediato e vicino o alla difesa della pace dei commerci a qualsiasi costo, anche perdendo, di contro ai “veri” commercianti protesi alla conquista o almeno alla difesa del loro impero di traffici (i “guerrafondai” Barca).

Un governo oligarchico-latifondista e in larga parte patrizio (quello romano) si fece prendere la mano dai commercianti, dai plebei imprenditori (o comunque dalla nobiltà patrizio-plebea), che già avevano voluto la prima guerra punica, e diede esso i leader, lo stato maggiore (che soppiantò quello “democratico” , morto con Flaminio al Trasimeno e seppellito con Varrone a Canne) per attuare una politica di “difesa” da Annibale in Italia, ma soprattutto di prima grande conquista “imperialistica” nei teatri di guerra creati da Annibale e da lui allargati alla Gallia, alla Grecia, all’Africa e alla Sicilia (qui in modo diverso dalla prima punica, perchè con Gerone di Siracusa vivo e fedele alleato, i Romani non avevano sfruttato adeguatamente l’isola). Si dice che il Senato fu trascinato per i capelli dalla plebe nella guerra contro la Macedonia dopo la sconfitta di Annibale, così come era stato trascinato nella prima punica. Ma comunque fu questo Senato a fornire l’efficienza militare e politica per le imprese a cavallo del 200 a.C. e ne andò tanto orgoglioso e geloso da arroccarsi poi politicamente nella difesa dell’oligarchia più tradizionale, anche contro lo stesso Scipione. Ma questo è argomento di una trattazione apposita sui partiti a Roma al tempo di Scipione l’Africano.

Nessuno Stato Maggiore, se non più che efficiente e capace, avrebbe resistito per 10 anni (dal 216 almeno fino 207) rifiutando le provocazioni in campo aperto di Annibale senza essere tacciato di viltà dai soldati e senza perdere fiducia e prestigio da parte di sottoposti e alleati. Al contrario gli alti ufficiali e l’ultimo dei centurioni romani mantennero la stima e la disciplina di centinaia di migliaia di soldati con “piccole” e graduali cose: dalla lenta riconquista delle città principali all’esempio dell’ultimo dei comandanti in tutti i luoghi in cui si combattè, dalla Spagna alla Grecia, dalla Gallia all’Africa. Questo soprattutto sconfisse Annibale, che restò veramente solo da tanti punti di vista, come riportano le fonti antiche e la moderna leggenda. In effetti, se ciò può inorgoglire o creare invidia da parte dei valorosi romani, c’è stato un solo Annibale [23].


GLI ELEFANTI NELL'ESERCITO DI ANNIBALE.

I Cartaginesi ripresero dall'Asia e dall'Oriente ellenistico, con la terminologia militare greco- ellenistica [24], lo schieramento degli elefanti in battaglia. Cosa che valeva anche per Pirro re dell'Epiro, che per primo li aveva portati in Italia, in Lucania- Basilicata; i Romani che lo vedevano infatti per la prima volta chiamarono l'elefante "bue lucano". Ma mentre Pirro aveva portato in Italia 20 elefanti indiani, Annibale ne porta attraverso le Alpi 37 africani, certo all'epoca meno grandi di quelli indiani ma comunque estremamente allenati e selezionati secondo le migliori regole di addestramento ellenistiche testimoniate per la Siria e per l'Egitto in quel periodo. Plinio il Vecchio (Nat. Hist., VIII, 9, 27) sottolineava la loro capacità di decidere le battaglie in Oriente travolgendo con furia le schiere. Le loro attitudini all'addestramento furono poi messe in risalto anche a Roma, che ebbe molte scuole a questo fine, specie per i giochi del circo. Anche gli elefanti di Annibale corrispondevano all'equipaggiamento e all'organizzazione da noi descritta per l'esercito greco (cfr. il paragrafo sugli elefanti).

I Cartaginesi usarono con successo gli elefanti quando la formazione a ranghi più serrati e a falange prevalse nello schieramento romano (ad esempio: contro Attilio Regolo nel 499= 255 in Africa, durante la I guerra punica; alla Trebbia nella II; mentre al Trasimeno e a Canne il risultato venne conseguito senza il loro ausilio). Altre volte i pachidermi filtrano tra i manipoli e i loro effetti si rivolgono contro le stesse file cartaginesi (ad esempio: Ilipa, Elinga, Zama; dove appunto la tattica manipolare "riformata" da Scipione e resa molto più mobile consente ai Romani di superare anche lo scoglio degli elefanti). Si veda nella nostra ricostruzione dettagliata della guerra [25] il numero preciso di elefanti desunto, di volta in volta, per ogni campagna di guerra dei Cartaginesi.

Il testo datato ma molto scientifico di John Philip (PHILIPP. J., Wie hat Hannibal die Elephanten über die Rhone gesetzt, in "Klio" XI, Berlin 1911) dettaglia il passaggio degli elefanti di Annibale attraverso il fiume Rodano, con tutte le difficoltà che tale impresa comportava, per il rifiuto degli elefanti di affrontare l’acqua. Si trattava del resto di un fiume estremamente largo.

 

Fig. I pontoni mascherati da terraferma con terra ed erba usati da Annibale per far passare gli elefanti sul fiume Rodano (Philipp, cit.)


L'ARTE OSSIDIONALE.

Una tesi molto diffusa sulla mancata marcia di Annibale contro Roma dopo la sua vittoria a Canne tiene in considerazione il fatto che egli non disponesse di attrezzature adeguate per l'assedio di una grande città [26]. E' acquisito che presso i Cartaginesi le evolute tecniche orientali ed ellenistiche relative all'assedio e all'espugnazione delle fortezze erano perfettamente conosciute e messe in opera soprattutto nell'età annibalica, cioè proprio nel periodo del massimo sviluppo ellenistico.

 

FIG. TORRE ELLENISTICA CON MACCHINE DA LANCIO

 

FIG. TORRE ELLENISTICA CON MACCHINE DA LANCIO

 

FIG. TORRE ELLENISTICA CON MACCHINE DA LANCIO

 

 

 

 

FIG. FOTOGRAMMI DI ESEMPIO DI TORRE D'ASSEDIO ELLENISTICA (DVD "La macchina del tempo").

 

Nell'Italia romana, peraltro, la media Repubblica assorbe i progressi di fortificazione dagli ambienti greci dei secoli IV e III, che, anche in seguito al nuovo materiale poliorcetico, raggiunge i massimi livelli all'Eurialo di Siracusa, a Perge, Selinunte e Side, quando la stessa Sparta sarà costretta dalla trasformazione del clima politico a darsi delle fortificazioni massicce di tipo ellenistico. Roma sfruttò proprio allora un paesaggio adattissimo a creare delle catene di piazzeforti che stremeranno prima Pirro, poi Annibale.

 

 

 

FIG. MACCHINE DA ASSEDIO ELLENISTICHE (ved. CAP. sulle FLOTTE)

“Così un tempo agivano i Romani. Pur osservando le tradizioni, essi imitavano dalle popolazioni assoggettate qualsiasi traccia trovassero di un eccellente stile di vita, lasciando loro gli aspetti negativi, affinchè non potessero più muovere alla riconquista di cio che avevano perduto. Dai Greci appresero l’uso di macchine e di ordigni per l’assedio (poliorcetica), impiegando i quali sconfissero, a loro volta, i Greci. Batterono i Cartaginesi sul mare, sfruttando i congegni navali inventati da quelli. Dagli Etruschi, che attaccavano disposti in falange, impararono lo schema del combattimento corpo a corpo, dai Sanniti l’uso dello scudo oblungo (scuto), dagli Iberi l’uso del giavellotto (gaesis), e così perfezionarono tutte le innovazioni tecniche che appresero. Imitarono sotto ogni aspetto la costituzione spartana e la osservarono meglio degli stessi Spartani. Ora però, quando fanno una scelta degli aspetti positivi, insieme ad essi i Romani emulano, dei nemici, anche gli aspetti negativi”[27].(Athenaei Deipnosophistae, VI, 106).

 

fig. ATENEO6 - testo greco di Ateneo dell'inizio del brano sopra citato.

Che a Cartagine Nova, e in Spagna in genere, Annibale avesse ricco materiale ossidionale che fece l'errore, secondo molti storici dell'arte della guerra, di non portare in Italia, ci pare un'accusa cavillosa: le difficoltà di trasporto (tanto maggiori quanto maggiore era la mobilità e la repentinità dei movimenti richieste all'esercito di Annibale), il passaggio alpino mentre restavano (soprattutto in prospettiva) tutte le possibilità di ulteriori invii via mare e soprattutto le previste azioni di alleanza con città magno- greche tanto ricche dei più recenti ritrovati bellici ossidionali, rendono il problema- sottolineato ad esempio da Harmand (cit., p. 147) e da Brisson (cit., pp. 41- 45)[28]- molto marginale.

Ci sembra troppo facile criticare Annibale per tutto ciò che non fece o cavillare sulla mediocrità della strategia punica in Italia relativa alle questioni sia ossidionali che di servizio trasmissioni, che discuteremo poco oltre. Ci pare più giusto riconoscere alle cognizioni ellenistiche di Annibale gli alti livelli già raggiunti nei più vari settori, e quindi anche per quel che riguarda la tecnica ossidionale, che il punico non potè utilizzare al di qua delle Alpi se non sfruttando al massimo, come alleate, le invenzioni e i perfezionati sistemi degli ingegneri dei tiranni sicelioti di Siracusa e di altre città greche d'Italia. Si era pienamente diffuso in quegli anni l'impiego dell'artiglieria nevrobalistica (che discuteremo a fondo nel capitolo sulle flotte), basata sostanzialmente sulla torsione di tendini, con baliste e catapulte (la terminologia può spesso variare) per lancio di saette anche lunghe vari metri, pietre o macigni e palle. Le nuove macchine avevano la gittata media di 300- 400 metri, conferendo alle forze ellenistiche un'attitudine sia all'assalto che al lancio di proiettili sino allora sconosciuta in Occidente. Nell'esercito di Annibale nel sud Italia, se non subito dopo Canne, la componente magno- greca divenne numericamente e qualitativamente molto forte, anche se non pienamente utilizzabile, come macchine da lancio, per la velocità di movimenti e di manovra che all'esercito di Annibale erano sempre richiesti: ma non può essere questa carenza di macchine d'assedio trasportabili la causa di una mancata marcia su Roma, quando l'unica marcia davvero effettuata ebbe lo scopo strategico principale di distrarre forze romane dall'assedio di Capua.

 

FIG. TIPICHE FORTEZZE ELLENISTICHE: FORTEZZA DI ERODE CON TORRI PER MACCHINE DA LANCIO.

Delle potenti macchine da lancio ellenistiche E. W. Marsden (cit., pp. 116- 163) ha fornito una eccellente analisi illustrata. Harmand (cit., p. 152) sottolinea che Roma a partire dal IV- III secolo migliorò questo retaggio (strana sopravvalutazione, quando si trascura l'aspetto punico delle migliorìe), rimanendo dapprima fedele alle armi collettive di origine mesopotamica; tanto che nel I secolo a. C. la nozione di colpo d'ariete è il criterio giuridico che segna il momento dal quale una città è data al saccheggio. Dall'assedio di Capua nel 213 sino alle operazioni di Perugia nel 40 a.C. i Romani portano comunque alla più alta perfezione il sistema di investimenti su doppio fronte. La precedente superiorità orientale e assira nelle opere e nelle macchine di assedio non è soggetta a dubbi: ma non può essere slegata da una continuità storica ellenistica e in parte punica, molto più ancora che romana. Già in precedenza presso i Greci e presso Pericle si fanno avanti personalità greco- asiatiche, quale lo stesso Artemone di Clazomene. E secondo noi solo dalla II guerra punica in poi si possono esaltare, presso i Romani, oltre alla "castrametatio" e alle macchine da assedio, anche la torre ripresa dal sistema difensivo greco e la fortezza più in generale, che acquistano un enorme sviluppo, pur non essendo ancora inventato l'onagro (macchina a palle).

 

FIG. ONAGRO ROMANO

"Le macchine belliche greche (della balistica macedone- ellenistica, NdR) furono adottate, senza importanti modifiche, dai capi militari romani, e costituirono il modello fondamentale di tutte le macchine belliche che precedettero l'invenzione della polvere da sparo, e anche di quelle successive, come dimostrano i disegni di Leonardo da Vinci" (History of Technology, ST, cit., II, p. 711). "Nel campo delle armi da getto i Romani non introdussero alcuna importante innovazione, dato che seguirono le tecniche dei Cartaginesi e dei Greci" (Ibidem, p. 719). I Greci, a differenza dei soldati medioevali, non adoperarono mai balestre a mano ma applicarono lo stesso principio a macchine più grandi (Ibidem, p. 712).

Harmand ricade nello stesso errore che imputa ad altri quando sottace, forse come evidenti, gli enormi influssi greci e punici dell'ultima metà del III secolo a. C. sui Romani. Ma ha comunque ragione quando osserva che Adcock (cit., p. 118) forse esagera nello scrivere che nel I sec. a. C., esclusa Roma, esisteva appena una città il cui possesso fosse vitale, così come forse esagera Yadin ("Masada", New York 1966, p. 29) sull'assoluto primato assiro in fatto di assedi. Si pensi all'importanza che ebbero il Pireo, Atene e Preneste per Silla; Cizico e Tigranocerta per Lucullo; Durazzo, Alessandria e Tapso per Cesare, Fraata per Antonio, Perugia per Ottaviano. Masada in Israele conserva ancora le rampe d'assalto (agger) migliori dell'antichità, costruite dai Romani. Certo il lungo arco storico di influssi e di perfezionamenti non fu tanto lineare, nè uniforme. I Romani avevano inizialmente, nei procedimenti d'assedio, particolarità proprie e distinte (sui diversi modi di assedio di Romani e Macedoni, cfr. ad esempio Livio XXXVI, 25, 4; Polibio, V, 4 e 100). Ma l'internazionalizzazione delle guerre puniche portò a sviluppi sempre più uniformi anche se lenti (cfr. Livio XXXVIII, 5, 3 ma anche 7, 6; evidentemente i Romani non mancavano di copiare questi aspetti ellenistici, non solo riguardo agli accampamenti, che avevano ben più valido retaggio etrusco) [29]. Vedremo le enormi torri di assedio e il grande parco di macchine da lancio usati da Filippo V di Macedonia negli anni della II guerra punica in Grecia e sulle coste dell'Asia Minore. A parte le torri fisse delle fortezze ellenistiche, la più piccola mobile da assedio era alta 28 metri, con base di m. 7,50 per lato; le maggiori erano alte 56 metri con base di 10 m. per lato. Credibilissimo: esse erano pesanti più di 100 tonnellate (ST, cit., p. 729). Non meno imponenti le macchine di artiglieria greche, romane e cartaginesi. Le più piccole vengono mostrate in questo filmato di A. Angela. Ma esse - tranne che a Sagunto e Siracusa- non erano determinanti nella strategia né di Annibale né contro Annibale.

TARN W.W., 1930, Hellenistic military and naval developments. Cambridge, pp.102 ss., sostiene che lo sviluppo della tecnologia delle macchine belliche con Dionigi il Vecchio di Siracusa (399 a.C.), che preparava la guerra contro i Cartaginesi in Sicilia, fu effettuata da tecnici non solo greci ma soprattutto punici e che le conoscenze e lo sviluppo avvennero nella linea ASSIRIA- FENICIA- CARTAGINE- SICILIA. Citando il Tarn, Giovanni Brizzi (Studi militari romani, Bologna 1983, Il trattato de rebus bellicis e lą impiego delle artiglierie in età tardoantica, p. 49-76) nota però: ą Lą impiego delle artiglierie alla presa di Motya rappresentò tuttavia una sorpresa terribile proprio per le forze cartaginesi e ciò sembrerebbe escludere che essi conoscessero lą esistenza di questi strumenti ą. Questione aperta, dunque. Ma- esagerando noi abbondantemente- anche le profonde conoscenze degli scienziati tedeschi sulle teorie atomiche non impedirono la loro sorpresa per gli effetti della prima esplosione nucleare.

Stranamente molti storici dell'arte della guerra, oltre l'Harmand, non fanno nessun riferimento nelle loro opere al sistema ossidionale cartaginese, anche se hanno spazio e tempo per criticare di Annibale, ad esempio, il "servizio informazioni" e "perlustrazione" "troppo poco ellenistici" (così l'Harmand; ma la migliore smentita proviene, pare a noi, dai testi dell'Aprea e del generale Ludovico -"Canne", cit.-, oltre che da Livio e Polibio). E non esagera l'Acquaro ("Cartagine: un impero sul Mediterraneo", cit., p. 69) quando sottolinea che "la tecnica dell'assedio raggiunge notevoli risultati nel'arte militare cartaginese, tanto da essere presa spesso a modello dagli stessi strateghi greci". Del resto- si può dire per inciso- nella documentazione storica (98 volumi, pare) che Gustave Flaubert utilizzò per il suo romanzo storico- epico "Salammbò" su Cartagine durante la ribellione dei mercenari di Amilcare Barca (alla fine della prima guerra punica), Giusto Lipsio gli fornì una minuta conoscenza delle macchine belliche dei Cartaginesi, a un livello superiore ad altre cognizioni sull'arte militare dell'epoca. La Faber (cit., pp. 54- 55), dopo essersi concessa qualche affermazione rischiosa sull'arte della guerra presso Annibale [30], afferma che "dopo l'assedio di Sagunto non volle più assediare nessuna città, e lasciò alle spalle, inespugnate, le città che non riusciva a prendere con la sopresa e col tradimento". Ma è certo che la mobilità, e non i lunghi assedi, erano l'arma vincente della strategia di Annibale.

Inoltre le macchine più sofisticate da assedio e per l'assalto alle fortezze potevano essere così poco utili ad Annibale contro Taranto quanto ai Romani contro Capua: nella Taranto conquistata da Annibale con la complicità dei difensori, la rocca in mano ai Romani rimase romana per tutta la durata della guerra; e nel colossale assedio di Capua il pericolo maggiore, paradossalmente, derivò agli assedianti Romani (6 legioni con poderose opere di circonvallazione ancora oggi invidiabili!) dalle macchine da lancio difensive di Capua. Siracusa si rivelò ancora più ardua per i Romani, che furono impossibilitati a prenderla per via di terra nonostante le macchine da assedio [31].

Gli strumenti con cui Annibale conquistò e devastò le città e i villaggi del Sud Italia non furono tanto le macchine d'assedio cartaginesi o procuratesi a Capua, Taranto e Siracusa e in tante altre città magno- greche, quanto la sua assidua presenza, l'aiuto e la defezione di parte degli abitanti assediati e la sua abile cavalleria, come conferma anche il Toynbee: "Di tutti i teatri in cui si era combattuta la guerra mondiale, il Sud dell'Italia e la Sicilia erano stati quelli che avevano subìto i danni maggiori. L'Italia a nord del Volturno e del Gargano se l'era cavata relativamente meglio. Annibale l'aveva attraversata solo durante la campagna del 217, e non era più riuscito a invaderla una seconda volta, eccetto per una breve incursione alla volta di Roma nel 211. Le successive campagne nell'Africa nord- occidentale, nella Grecia europea, nell'Egeo e nell'Anatolia occidentale erano state brevi paragonate ai 14 anni (216- 203) del duro soggiorno di Annibale sul suolo dell'Italia meridionale. La pianura padana e la Spagna erano regioni non ancora sviluppate, per cui vi erano dei limiti ai danni materiali e morali che si potevano loro infliggere. Ma le operazioni militari, le misure punitive, le rappresaglie di cui era stata teatro l'Italia meridionale in quei quattordici anni, avevano lasciato il segno. Alla fine del 146 a. C. Cartagine era un mucchio di rovine in abbandono, mentre Roma era una delle grandi e fiorenti città del mondo ellenico. Ma l'entroterra di Cartagine era più o meno intatto, mentre in Italia le disastrose conseguenze sociali ed economiche del sabotaggio di Annibale non si erano ancora estinte... Le comunità contadine (romane, latine, alleate) rimaste fedeli a Roma erano state disperse dall'onnipresente cavalleria di Annibale..." (Toynbee, "Il mondo ellenico", Torino 1967, pp. 163- 164). Toynbee tornerà, nella sua opera maggiore ("L'eredità di Annibale", 2 voll., cit.) sui danni inferti da Annibale al sud Italia. Del resto solo i campi più fertili, le pianure più estese e curate, quali erano allora le regioni del sud Italia, potevano consentire ad Annibale rifornimenti, razzie e approvvigionamenti, soprattutto per la sua cavalleria. Se dopo Canne, in quelle pianure, i Romani avessero insistito a dare battaglia, Annibale li avrebbe annientati.

 

 

FIG.- Il Sud Italia passato con Annibale.

IL SERVIZIO INFORMAZIONI.

L'oziosa polemica sulla mediocrità della strategia punica in Italia si è spinta al punto che anche per la raccolta e la trasmissione di notizie in guerra (le segnalazioni e "l'informazione", compreso lo spionaggio) si è voluto vedere in Annibale un esempio negativo in materia di informazione ellenistica. E' stato detto (Harmand, cit., p. 142) che "la sua (di Annibale) organizzazione trasmissioni risulta meschina nel 207, al tempo della campagna del Metauro". A noi pare il contrario. La perdita dei messi da parte dei Punici prima della battaglia del Metauro fu solo una fatalità e una sfortuna (Harmand e altri non hanno presenti i complessi movimenti delle truppe ricostruibili tra Lucania, Bruzio e Apulia, la puntualità all'"appuntamento" con i messi da parte di Annibale, a cui non corrispose da parte dei messi una medesima fiducia nella precisione di Annibale). Questa sfortuna fu determinante nell'impedire ad Annibale e ad Asdrubale di ricongiungere le loro forze per una decisa strategia contro Roma. D'altro canto anche Aprea ("Da Caudio a Canne. I Sanniti tra Roma e Cartagine", Roma 1981,  p. 37) riferisce sull'esattezza e la puntualità delle informazioni che Annibale otteneva da informatori, messi ed esploratori. Ci pare anche indicativa la frase di Livio (XXII, 41, 5), mai citata riguardo ad Annibale, "et omnia hostium erant nota ei haud secus quam sua", "infatti tutte le cose dei nemici erano a lui (Annibale) note non meno che le proprie". Questa frase, riferita al 538= 216, dopo il Trasimeno e poco prima della battaglia di Canne, in un momento in cui la circospezione e la tensione tra i due eserciti e la vigilanza soprattutto da parte dei Romani era massima, ci pare non lasci dubbi sulla puntualità e quantità delle informazioni di Annibale. E' falso anche asserire che "le vedute di Annibale nel 536= 218 sui mezzi romani erano all'opposto della realtà" e che egli partì dalla Spagna via terra per pura disinformazione sulle forze romane e sulla solidità della federazione italica. Al contrario avrà esagerato Granzotto, nel suo volume su Annibale, nel sottolineare la minuziosa precisione dei calcoli e delle informazioni del punico sulle forze romane che avrebbe trovato al di qua delle Alpi. Altrettanto bene informato era Annibale sulla situazione dei Galli della pianura padana. Neanche al Mommsen sfuggì, in poche righe, l’acume “spionistico” di Annibale: <<Nonostante la giovinezza passata nel campo di battaglia, egli possedeva 1a cultura dei nobili punici di quel tempo; nella lingua greca, che imparò, pare, quand’era già capitano, fece tali progressi sotto la direzione del fido Sosilo di Sparta da poter comporre egli stesso opere politiche in questa lingua. Quando fu cresciuto entrò nell’esercito di suo padre per fare sotto di lui le sue prime armi e per vederlo cadere morto al suo fianco in battaglia... Egli ne accettò l’eredità e ben lo poteva ...

Era innata in lui quella scaltrezza inventiva che forma uno del caratteri della razza fenicia; egli amava di battere vie originali e inattese, gli erano familiari gli agguati e gli stratagemmi di ogni sorta e studiava con grandissima cura il carattere degli avversari. Per mezzo di uno spionaggio senza pari (perfino in Roma aveva spie stabili) si teneva informato dei piani del nemico; si vedeva di frequente lui stesso travestito e con capigliature finte, per procurarsi informazioni di questa o quella cosa.

Ogni pagina della storia di questo tempo fa testimonianza del suo genlo strategico e non meno delle sue doti politiche, che egli dimostro anche dopo la pace con Roma [...]. Quale potere egli avesse sugli uomini lo prova la sua impareggiabile autorità sopra un esercito assai vario per lingue e costumi che, nemmeno nei tempi peggiori, si ammutinò contro di lui>> (Storia di Roma, I, Firenze 1963).

 

 

FIG.- La battaglia della Trebbia.

Il racconto di come Annibale affiancasse la sua abilità a manovrare in battaglia gli eserciti ad una serie fantasiosa e geniale di interventi non guerreschi č uno dei pregi del libro Guerra segreta dell'antica Roma (Libreria Editrice Goriziana, 2008, pagg. 482, euro 26) scritto da Rose Mary Sheldon, una storica della guerra molto attendibile e stimata, insegnante al Virginia Military Institute. Commentando questo libro, STEFANO MALATESTA il 15 maggio 2008 sul quotidiano La Repubblica scriveva:- I servizi segreti sono sempre esistiti, almeno da quando gli uomini hanno fatto quel passo fatale di razionalizzare la più irrazionale delle attività umane: la guerra. I soli che non avevano bisogno delle spie sono stati i mongoli, che applicavano la tecnica corleonese - con otto secoli di anticipo sui siciliani - di spargere il terrore prima della battaglia. Come i loro scout apparivano in cima alle colline, i governatori della città si affrettavano a consegnare le chiavi, sapendo perfettamente quale sarebbe stata la loro sorte in caso di resistenza. Ma questo disinteresse per le notizie che riguardavano i nemici era solo apparente. I mongoli sapevano benissimo chi avevano di fronte nelle battaglie e mostreranno sempre una conoscenza assoluta dei territori che stavano per attraversare. Credere che l'orda mongola fosse una massa eterogenea di ululanti ed esaltati cavalieri, priva di qualsiasi ordine e gerarchia, è costato molto caro a un'infinità di eserciti. Nei loro continui spostamenti attraverso la steppa, i mongoli acquisivano indirettamente una serie di notizie che i popoli stanziali non avevano. E quello che mancava, lo trovavano nei grandi mercati dell'Asia centrale, frequentati da pastori, mercanti, soldati con le facce di cuoio, dello stesso colore dei loro stivali, e che provenivano dalle più estreme latitudini del continente. Nell'antichità si diceva che anche i romani si servivano poco dei servizi segreti. Storici come Tito Livio sono stati molto attenti a creare il ritratto del romano del buon tempo antico come un contadino laziale semplice e duro, cortese ma sbrigativo, che detestava i fronzoli e l'eccesso di ricchezza. Le legioni romane erano riuscite ad ottenere un'impressionante serie di vittorie attraverso l'uso della pura forza. Andavano lente e sicure e i loro ingegneri costruivano poi le strade pensando alla marcia dei legionari. Nei primi secoli della Repubblica nessuno pensava, almeno pubblicamente, che servizi d'informazione più celeri potessero essere molto utili. E anche i soldati non erano professionisti e non vedevano l'ora di tornare ai loro campi. Ma doveva contare anche la scarsa fiducia dei romani verso chi faceva la spia di mestiere, sia pure per lo Stato. E' un' attitudine ereditata dagli italiani che continuano a diffidare di qualsiasi persona si aggiri nei meandri dei servizi: non hanno tutti i torti a leggere le cronache nere nell'Italia democristiana, ora aggiornata ai nuovi fenomeni politici, in cui quello che rimane non dico di morale ma di dignitą č molto vicino allo zero. Testardi com'erano, i romani impararono la lezione molto tardi, solo quando erano andati vicinissimi alla catastrofe. Questa volta avevano di fronte non i ducetti locali o re greci della decadenza, ma il più grande tattico che si fosse mai visto sul campo. Già prima di venire in Italia Annibale aveva preparato un sistema di spionaggio che gli permetteva di sapere una quantità di cose sull'esercito romano. E' stato in base a queste informazioni che sfruttò il dissidio tra i due consoli Quinto Fabio Massimo e Minucio Rufo, riuscendo a metterli uno contro l'altro. Questa fiducia nella soffiata come arma primaria per la difficile guerra che stava sostenendo esigeva un controllo accurato e anche spietato dei soffiatori, come poi farà Giulio Cesare nelle Gallie, costringendoli a passare sotto il duro screening dei centurioni. Quando le guide di Annibale capirono male i suoi ordini e lo portarono sulla Casilina invece che a Gassino, il cartaginese fiutando il tradimento li fece crocifiggere senza pietà. Annibale non č stato il primo ad inventarsi la guerra psicologica, ma è stato uno dei più tempestivi a servirsene. In precedenza, appena giunto in Italia, il primo atto fu quello di ingraziarsi i paesi italici assicurando che non aveva attraversato le Alpi per combattere i locali, ma per liberarli da Roma. Quando Fabio Massimo, detto il Cunctator, cominciò a metterlo in difficoltà con la sua tattica di rinviare lo scontro finale per usurare le truppe nemiche, Annibale rispose incendiando i terreni che circondavano la proprietà del generale romano, ma senza che questa venisse toccata. Il Cunctator, già non popolarissimo a Roma cominciò a essere guardato con sospetto. Bisogna aspettare la conquista delle Gallie e un militare della personalità di Giulio Cesare perchè Roma si scuotesse dal suo provincialismo e creasse un'organizzazione informativa all' altezza delle sue ambizioni. L'efficienza e la velocità di Cesare erano due tra le sue più apprezzate caratteristiche. Nell'esercito che sconfisse i Galli un'enorme importanza era data alla ricognizione del terreno, perchè il comandante romano voleva sempre partire da una posizione vantaggiosa: non era solo una posizione attiva favorevole, ma un'iniezione di fiducia nei soldati che sarebbero andati a combattere con la certezza di vincere. Il lavoro di ricognizione era svolto dagli "esploratores", che avevano il diritto di conferire direttamente conilcapo supremo, cosģcomefacevano gli "speculatores", un termine che comprende i messaggeri e le spie. Da allora i romani hanno continuato a ritenere finalmente i servizi informativi una branca vitale per uno stato bellicoso e imperialista come quello romano. Mai buoni propositi, secondo la Sheldon, non si sono poi concretizzati in comportamenti adeguati. Tutti i grandi fallimenti e le grandi sconfitte dei romani sarebbero da attribuire alla mancanza di uno spionaggio all'altezza dello scontro futuro, come la sparizione delle legioni romane nella selva di Teutoburgo o l'annientamento dell'esercito guidato da Crasso a Carre, in territorio persiano. Questa mi sembra una considerazione discutibile. Senza volersi perdere nel dibattito senza fine, che riguarda l'epoca romana solo di rimbalzo e che negli ultimi trent'anni è stato incentrato sul ruolo delle decrittazioni dei messaggi in codice, credo che le due famose catastrofi siano state causate dall'assenza totale di leadership. Sia a Carre che a Teutoburgo le legioni avevano alla loro testa due cretini leggendari, che si comportarono adeguandosi perfettamente alla loro fama. Anche lo sbarco di Giulio Cesare in Britannia, che la Sheldon definisce quasi un insuccesso, la defaillance dei servizi informativi c'entra poco. Il generale andava di carriera o non aveva avuto tempo di prepararsi con la necessaria tempestività, come faceva sempre. Ma si può essere sicuri che, se la lunga mano del caso da lui stesso direttamente controllata non lo avesse dirottato molto più ad Oriente, sarebbe certamente ritornato nelle isole oltre la Manica, e invece degli anglosassoni, ci saremmo ritrovati altri latini.-

E' molto interessante un testo di Giovanni Brizzi (I sistemi informativi dei Romani, Collana "Historia", Wiesbaden 1982) nel capitolo "L'informazione: tecniche di acquisizione tra il 218 e il 168 a.C.", pp. 176-267, pag. 188 e pag. 267 più in generale. Ne emerge non solo l'importanza della guerra annibalica anche in questo campo, ma soprattutto le notevoli capacità di Annibale e la sua pericolosità (pp. 271- 272). Su Scipione in particolare, pp. 273- 277. Per lo spionaggio punico e macedone in Roma negli anni di Annibale si cita anche Livio 22,33,2; 26,12,15; 23,34,6; 26,27,9. Catone sarebbe stato influenzato nel suo odio verso la cultura greca persino dalla politica spionistica senza scrupoli dei greci (Ibidem pag.185): Roma era impreparata e solo dopo la II guerra punica si sviluppò un servizio informazioni anche ufficiale (tramite legati e legazioni) per controllare il rispetto delle limitazioni a Cartagine, Macedonia e Siria. Ma restiamo alle nostre personali considerazioni.

Per quel che riguarda "l'informazione" militare in quanto "perlustrazione" e rapidità di comunicazioni con la cavalleria, non v'è dubbio che le critiche possono essere mosse non certo ad Annibale e ai suoi Nùmidi, ma caso mai ai Romani, per lo meno alla Trebbia, al Trasimeno e persino ai "tre" Scipioni in Spagna (compreso lo sganciamento di Asdrubale verso i Pirenei, che il Senato non avrebbe mai perdonato a Scipione l'Africano).

Già all'inizio della guerra, immediatamente prima del Trasimeno, il De Sanctis nota obiettivamente che il console Flaminio "non aveva modo di tenersi minutamente informato delle mosse dell'avversario per regolare le sue; poichè Annibale poteva dissimularle mercè la cavalleria; mentre era malagevole a Flaminio riconoscere a sufficienza il terreno per mezzo de' suoi cavalieri, sempre in pericolo d'esser colti d'improvviso e sopraffatti da quelli più numerosi del nemico. Condizione di cose sì grave e pericolosa che il console aveva dovuto pregare il collega di spedirgli immediatamente a rinforzo per Foligno e Perugia tutta la sua cavalleria" (GDS III2 p. 38). E si sta qui parlando di Annibale nel cuore del territorio nemico, a pochi passi da Roma!

Anche il verso degli Annales di Quinto Ennio: "explorant Numidae, tostam quatit ungula terram" (libro VIII, framm. 152, dell'ed. Valmaggi; libro VII, framm. 164,  dell'ed. Baehrens) ("sono in esplorazione i Nùmidi (di Annibale), lo zoccolo scuote la compressa (?) terra") ha tutta la sinteticità storica che attiene a un grande poeta, testimone dell'accortezza astuta di quei cavalieri. Eguale pregnanza ha l'altro verso enniano: "cònsequitùr, summò sonitù quatit ùngula térram" (sempre nel libro VIII sulla II guerra punica, fr. 164 dell'ed. Valmaggi e 196 dell'ed. Baehrens) ("...si insegue, un estremo rimbombo..."), copiata due secoli dopo da Virgilio in Aen., VIII, v. 596: "quàdrupedànte putrèm sonitù quatit ùngula càmpum".

Non può non risaltare la pericolosità dei tranelli nùmidi quando C. Nepote (Hannibal, 5, 3) sottolinea l'agguato in cui cadde il console Tiberio Gracco a Benevento (agguato ad opera di Magone Barca e della cavalleria nùmida in assenza di Annibale) nonchè quello in cui morirono presso Venosa i due consoli in carica Marcello e Crispino, perdita quest'ultima quanto mai grave per i Romani, anche perchè senza nè battaglia nè esercito i più validi generali e cavalieri di Roma si erano fatti accerchiare. Plinio, Nat. Hist., VII, 92, osserva: "Cesare dette battaglia per 52 volte, e fu l'unico a superare Marco Marcello che era sceso in campo 39 volte": è il Marco Claudio Marcello morto nel 208 appunto, cui si dovevano tra l'altro la vittoria di Clastidium sui Galli Insubri nel 222 a. C., la presa di Siracusa nella II guerra punica e le più efficaci operazioni militari in Italia contro Annibale [32].

 

FIG. HERA LACINIA, IN CALABRIA.

IL TEMPIO DI HERA LACYNIA E L’ASYLUM nell’antica Roma e in Grecia

Il termine anche latino deriva dalla alfa privativa premessa al verbo greco “depredo, spoglio”.

 

Il termine latino indispensabile per trovare riferimenti all’ Asylum[66]) è luco, ablativo singolare di lucus, o meglio ancora l’accusativo plurale lucos. Romolo fece “in luco” asylum secutus Atheniensium morem (un asilo secondo il costume ateniese)123.

I riferimenti più importanti sono in Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane II, 15, 4) e Plutarco (Romolo, 9, 4) per la relativa ampiezza del riferimento, in Ovidio (Fasti III, 430) per l’importanza nel calendario di una ricorrenza che, sebbene rivitalizzata da Augusto per consacrare un tempio al defunto Cesare con “diritto di asilo”, risalirebbe addirittura a Romolo o almeno a 160 anni prima dell’Impero; inoltre in Livio e Virgilio che, pure anch’essi dell’età augustea, con intenti celebrativi della romanità e ancor più con licenze poetiche e romanzesche (cioè meno rigorosamente storiografiche) nelle loro opere, tuttavia sono emblematici per la viva, radicata tradizione nella memoria del popolo romano, che pur non avrebbe avuto giuridicamente il “diritto di asilo” quale era presso i Greci. A differenza di Dionigi e di Ovidio, Livio e Virgilio utilizzano di fianco al termine lucus anche il termine asylum. Plutarco (Romolo 9,3), che ha massimamente “latinizzato” la sua terminologia, a proposito dell’Asilo di Romolo parla del dio Asilo cui fu intitolato il luogo sacro come asilo per i ribelli) e di diritto di asilo; egli esclude la specifica terminologia greca se non nel riferimento a “un responso dell’oracolo di Delfi che avrebbe permesso loro (ai Romani) di garantire a tutti il diritto di asilo” [34].

Parlando di concorsi e santuari panellenici, e particolarmente dei santuari agonistici, Pierre Lévêque (Anfizionìe, comunità, concorsi e santuari panellenici, in “I Greci – Storia Cultura Arte Società”, a/c Salvatore Settis, Torino Einaudi 1996, vol. II, 1, pp. 1111 sgg.) ricorda come tali santuari panellenici prendano origine da “piccoli recinti rurali di pastori” (che sarebbe l’accezione minima e iniziale del termine ‘, <<sacro, consacratro, santo>> - equivalente sanscrito: isira-, <<forte>>[35]) per le offerte sacre, e indicante poi comunque lo spazio consacrato alle divinità, il santuario, o anche “le grandi realizzazioni civiche sulle acropoli o le agonai delle poleis, come il Partenone di Atene o il tempio arcaico di Apollo a Corinto, per arrivare infine agli ampi recinti in cui vengono celebrati concorsi comuni a tutta la Grecia, come Delfi o Olimpia” (Ibidem, pag. 1118), con concorsi celebrati a scadenze periodiche. Restando noi al significato più “limitato” spazialmente dei luoghi di tali santuari [36], notiamo che “il recinto del tempio si chiama Altis (da <<bosco sacro>>), il cui nome rivela la sua origine di recinto boscoso senza costruzioni” (Ibidem, pag. 1119)[37]. E’ evidente quindi l’analogia con il “recinto sacro”, il “boschetto sacro” insito anche nel termine latino lucus.

LE FONTI

I riferimenti fondamentali sull'Asylum sono preso i seguenti autori:

LIVIO 35,51,2 (<<Templum est Apollinis Delium... ubi et in fano lucoque ea re(li)gione et eo iure sancto quo sunt templa quae asyla Graeci appellant, et nondum aut indicto bello aut commisso ut strictos gladios aut sanguinem usquam factum audissent, cum per magnum otium milites alii ad spectaculum templi lucique versi, alii in litore inermes vagarentur, magna pars per agros lignatum pabulatumque dilapsa esset, repente Menippus palatos passim adgressus eos cecidit, quinquaginta vivos cepit>>)

LIVIO 1,8,5 (<< adiciendae multitudinis causa... locum, qui nunc saeptus escendentibus inter duos lucos est, asylum aperit>>), e 1,9,5 (i popoli vicini, che rifiutavano di dare donne in spose ai Romani, domandavano offensivamente se mai avessero aperto un asilo anche per le femmine- <<ecquod feminis quoque asylum aperuisset; id enim demum compar conubium fore>>: quello davvero sarebbe stato un degno accoppiamento).

VELLEIUS PATERCULUS, Historiarum Libri duo, recognovit W.S.Watt, 1,8,6; (<<Id gessit Romulus adiutus legionibus Latini, avi sui; libenter enim iis qui ita prodiderunt accesserim, cum aliter firmare urbem novam tam vicinis Veientibus aliisque Etruscis ac Sabinis cum imbelli et pastorali manu vix potuerit, quamquam eam asylo facto inter duos lucos auxit>>) Teubner Leipzig 1988.

LUCANUS 1,97 (<<exiguum dominos commisit asylum>>) De Bello civili, edidit Bailey, Stutgardiae Teubner 1988.

SILIO ITALICO XV,91 (Roma minanti/ impar Fidenae contentaque crescere asylo/ quo sese extulerit dextris; idem adspice,)[38], che usa il latino asylum una volta sola nel poema (asylo), con riferimento a Romolo, mentre le numerosissime occorrenze di lucus (lucum, luco, ecc.) sono genericamente luoghi consacrati, forsanche asili. Vedere 3,676.

VIRGILIO, Aen. 8,342 (<<Hinc lucum ingentem quem Romulus acer Asylum/ rettulit>>: Qui il bosco immenso che Romolo, acuto, ad Asilo ridusse).

TACITO, Hist. III, 71

FLORO I, 1, 9

MINUCIO, Octavius 25,2

LACT. Div. Inst. II, 6, 13

AUGUSTIN. Civ. I, 34; V, 17: de cons. ev. I, 12

HIERON. Chron. p.88 a Helm2

CICERONE, Verr. 2,85 e fano Dianae.

In Catullo XVIII,1 vi è un riferimento a "lucum dedico consecroque".

 

In Ovidio il riferimento nel poemetto dei Fasti è in II,140 (luco) e III,429 [39] (lucos). Il vocabolario sulle ricorrenze lessicali in Ovidio di OTTO EICHERT, Vollständiges Wörterbuch zu den Verwandlungen des Publius Ovdius Naso, Olms Verlag, Hildesheim- New York 1972 (Hannover 1878), a pag. 142 per il termine lucus,i, spiega “recinto sacro” (traducendo infatti col tedesco Hain, “boschetto” sacro) (2,76; 7,95; 15,793; plur. per sing.1,663 e 8,742); non manca infatti neanche l’utilizzo poetico per “bosco, foresta” (Wald) (3,35; 5,391; 13,845). Nell’ed. tedesca di P. OVIDIUS NASO, Die Fasten, curata da Franz Bömer, Heidelberg 1958, in due volumi, uno di testo critico con traduzione tedesca a fronte e uno interamente di commento, nel Kommetar, pag. 173 si esplica così:

anniversario dell’inaugurazione del tempio di Veiove inter duos lucos, cioè nella sella tra le cime dell’Arx del Campidoglio (GELLIO V 12,1 sgg.). Il tempio fu gestiftet nel 192 (Livio XXXV,41,8 Iovis). La definizione ufficiale sarebbe stata nel calendario prima di Giulio Cesare: (festa) “Vediovi inter duos lucos”; dopo Cesare:  “Vediovi inter duos lucos” (WISSOWA, Hermes 58, 1923, pag.384). L’insuffienza di tali notizie rimane anche in VITRUVIO IV,8,4 e PLINIO XVI,216. Un più antico santuario doveva essere stato eretto da Titus Tatius (Varro V, 74), ma non se ne conosce il luogo. Col tempio tra i duos lucos era collegato un Asilo, certo originariamente un edificio non romano, sebbene esso fosse attribuito a Romolo (Ovid. II, 140; Verg. Aen. VIII, 342, Livio 1,8,5; Dionigi di Alicarnasso II, 15,4; Strabone V,3,2; Plutarco, Romolo 9,3; Dione Cassio 47,19,3; Velleio 1,8,5 sgg; Floro 1,1,9). In epoca classica ne restava quasi solo il nome, ma non si osò distruggerlo sebbene fosse così instabile che (pferche es so ein) nessuno poteva introdurvisi. Sulla problematica di un “diritto di asilo” nell’antica Roma cfr. Mommsen, RStrR 458 sgg., Ges. Schr. IV,22 sgg., WISSOWA RuK2 474,3, ALTHEIM a.O.u. Italien und Rom II 79, 227 sgg., WAGENVOORT (Tit. o. I 609) 49,4. Purtroppo il Daremberg-Saglio manca di riferimenti ai veri aspetti giuridici del problema, affrontato invece in GEORG WISSOWA. Nell'edizione Paravia, Corpus Scriptorum Latinorum dei Fasti di Ovidio, Torino 1973, 2 voll., in II (Annotationes) pag.28 per il v.430 si ricorda che “Vediovis luci ab asylo distinguendi erant”, in base a Livio 1,8,5: “locum, qui nunc saeptus descendentibus Inter duos lucos est, asylum aperit”: “Inter duos lucos” nomen fuit valleculae inter duo Capitoli capita iacentis.

Dionigi di Alicarnasso, sicuro nell’attribuzione a Romolo della scelta del luogo e del tempio, ammette di non saper dire a quale dio o divinità Romolo dedicò quel tempio che, nella valletta tra i due lucos[40], “egli stabilì come per i supplicanti”, “salvandoli dai nemici e promettendo loro la cittadinanza se sceglievano di restare con lui”.

In Dione Cassio la viene collegata nel passo a , per indicare l’immunità di carattere religioso (<<And they enacted that no one who took refuge in his shrine to secure immunity should be driven or dragged away from there-a distinction which had never been granted even to any one of the gods, save to such as were workshipped in the days of Romulus. Yet after men began to congregate in that region even this place had inviolability in name only, without the reality; for it was so fenced about that no one could any longer enter it at all>>.)[41]

 

Nel DICTIONNAIRE DES ANTIQUITéS GREQUES ET ROMAINES di DAREMBERG e SAGLIO, Paris 1877, I, la voce ASYLIA è dedicata nelle pp.505-509 al significato greco, nelle distinzioni tra ‘Asilia (per alcuni templi in particolare, che salvavano anche dalla condanna a morte) e ì (propria di tutti i santuari), per la quale l'innocente aveva una ulteriore possibilità di discolparsi, mentre il colpevole rinviava soltanto l'ora del suo supplizio). Lungo è quindi l'elenco e la spiegazione a proppsito dei simgoli templi greci. Solo metà pag.510 è dedicata invece al diritto d'asilo presso i Romani, perché il corrispondente latino al greco asilìa (‘Asilìa) non esiste o esiste in Tito Livio XXXV,51 per l'asilo di Delo "come una istituzione completamente estranea alle usanze di Roma". Quando alla morte di Cesare il popolo decide che nessuna violenza venga fatta verso chi si porrà sotto la protezione del tempio innalzato in onore del dittatore, questa decisione sembra del tutto eccezionale; Dione Cassio XLVII,19, che ricorda come Augusto diede al tempio di Cesare diritto di Asilo (cfr. anche Drumann, Gesch. Roms I, 133,97), dichiara che bisogna risalire fino a Romolo per trovare qualcosa d'analogo.

Il compilatore della voce del Dizionario, E.Callimer, nega esistenza giuridica all'Asilo di Romolo, già dal tempo dei primi re. Lo stesso luogo di asilo, supponibile in un tempio di Veiovis vicino al successivo e più grande tempio di Giove Capitolino, sarebbe già stato chiuso e del tutto inaccessibile in età classica. Riguardo allo ‘ di cui parla Dionigi di Alicarnasso IV,26 a proposito del tempio di Diana sull'Aventino, questo tempio "non sarebbe stato un asilo nel vero senso del termine, ma solo un santuario venerato e rispettato".

DAREMBERG-SAGLIO, III2, pp.1353-1354, alla voce LUCUS, specificano le caratteristiche di recinto sacro in un luogo di culto, pur non facendo alcun riferimento ad aspetti giuridici dell'asilo. Numerosi i "luci" elencati dentro Roma: oltre a quello di Romolo "inter duos lucos" sul Campidoglio (il "lucus asyli" di Tacito Hist. III,71) altri da lui fondati e numerosi altri tra Palatino, Aventino, Quirinale, Esquilino e sui bordi del Tevere. Interessante che sul colle Celio risulti un lucus sacro, detto "inter duos lucos" (Trig.tyr. XXIV).

 

GEORG WISSOWA (PAULYS REAL-ENCYCLOPAEDIEE DER CLASSISCH. ALTERTUMWISSENSXCHAFT, Stuttgart 1896, vol. II, pp.1879-1885) considera ‘Aì e Asylon nell'aspetto sacrale-giuridico di salvezza personale presso luoghi sacri. Per l' ‘Aì, questa forma sacrale non ottenne mai significato politico, ma influenzò in vario modo la staatsrechtliche Form soprattutto in Grecia. Ad es.: la citt… di Teos, con un editto di Asilo, votò tutto il suo territorio al dio Dionisio per salvaguardare persone e beni.

Per l' Asylon, il diritto di asilo vero e proprio, non sancito da Stati e da leggi, ma connesso con la sacralità del luogo, non ebbe riconoscimento unanime e immutabile in varie località della Grecia, della Magna Grecia e dell'Asia Minore. In genere esso valeva per luoghi determinati (elenco alle pp.1883-1884), tanto che Euripide lamenta che anche l'assassino incallito potesse salvarsi in luogo sacro col diritto d'Asilo. Rari comunque, nell'antica storia greca, i casi in cui dal tempio sacro con asilo venissero ripresi a viva forza i criminali là rifugiatisi.

Alcuni Asili erano così grandi, che i fuggiaschi poterono vivere lì per molti anni. Pausania, benché condannato, visse libero fino alla morte nell'Asilo di Athena Elea a Tegea. Tacito (Annales, III, 62) dice che il tempio di Artemide a Hierocaesarea ebbe diritto di Asylo per un raggio di 2 miglia romane. Marco Antonio raddoppiò a Efeso ed estese a parte della città il cerchio sacro dell'asilo, già ampliato da Mitridate; Augusto lo rimise nei limiti antichi.

Il costume delle genti, il rispetto delle divinità rendeva quasi "giuridico" tale asilo, tanto che popoli come i Focesi, gli Etoli o i Cretesi riconobbero ufficialmente inviolabili i santuari di altri Stati ex-avversari o amici (in questi casi, Tenos, Pergamo e Anafia).

Alcuni asili avevano valore e riconoscimento locale, altri a più vasto raggio, quasi un riconoscimento internazionale (tra essi, il tempio di Hera Lacinia). Per la DIFFUSIONE DELL'ASILO NEL MONDO ROMANO, Tiberio nel 22 d.C., dopo che per molto tempo in Asia Minore molte città e stati avevano avuto templi con il diritto d'Asilo, ordinò al Senato una revisione dei trattati e della Costituzione di questi Stati in tal senso (Tacito, Annales III,60-63; IV,14). Se all'inizio i Romani avevano ricavavano utilità dall'Asilo per i loro cittadini, contro ire o violenze dei provinciali, col tempo sempre più schiavi fuggitivi, debitori insolventi, pericolosi criminali, se non addirittura popolazioni ribelli a Roma abusavano dell'Asilo. Tiberio poi abolì del tutto il diritto d'Asilo (Svetonio, Tib. 37). Restò solo quello legato ai templi e alle statue dell'imperatore (Svetonio, De clementia I,18) fino ad Antonino Pio.

 

F.Lübker, Lessico ragionato dell'antichità classica, Roma 1898, nomina l' "intermontium", boschetto di quercie sul Campidoglio tra l'arx e il Capitolium. Nella Biblioteca dell'Enciclopedia Italiana (TRECCANI) alla voce ASILO (da: 'A + silion =depredo,spoglio) si nota che nell'Ellenismo il diritto di asilia non ha carattere nazionale: la divinità protegge persone di razze e religioni differenti.

Al diritto di asilo per i debitori inadempienti si poteva validamente rinunziare contrattualmente. In Grecia vi era l'asilo con carattere locale e altri generalmente riconosciuti. I templi muniti di asilia erano anche immuni da imposte, e la protezione che essi accordavano ai rifugiati si estendeva naturalmente a tutto il personale del tempio.

Si dice che i Romani, per il loro senso giuridico, ritenessero straniera e poco valida questa istituzione; soprattutto perché l'inviolabilità del tribunato della plebe e il diritto di protezione che esso forniva agli indifesi rendeva superfluo l'asilum. Il recinto sacro e inviolabile del tempio, di un bosco sacro o monte consacrato alla divinità cessò forse, dopo Romolo, con l'Aventino consacrato (prima con Cerere, poi con Diana) a luogo sacro dei plebei.

Ma la corrente giuridica filo-greca in Roma introdusse l'asilia nel diritto romano. Se i primi imperatori (escluso Augusto per il tempio di Cesare e i successori per templi e statue degli Imperatori) osteggiarono l'istituto dell'asilia, la corrente giuridica greca prevalse comunque a Roma anche verso le province dell'Asia Minore e dell'Egitto (documentato qui anche dai dati del Concilio di Calcedonia nel 451 d.C.).

 

Il Diritto d'Asilo dei templi pagani passò direttamente alle Chiese cristiane (Zos. IV,40; V,8,18,23,35; Amm.Marc. XXVI,3; Malal. chron. XIV,373; XV,390; XVI,396f.; Dind. Cassiod. var. II,11).

L'asilo cristiano si collega al diritto d'intercessione riconosciuto ai Vescovi verso coloro gravemente indiziati o già condannati che si rifugiavano "in ecclesiam". Questo diritto di asilo mitiga anche molti aspetti della schiavitù: nel Codice Teodosiano IX,45,5 il padrone non può esigere la restituzione degli schiavi rifugiatisi presso monasteri se non concedendo loro il perdono.

RELIGIONE ROMANA

<<Tutte le esperienze religiose che tendevano al privato, che presentavano rischi di esaltazione collettiva tali da mettere in pericolo lo stato romano, vennero indicate come superstizione e, talvolta, perseguitate. A un certo punto, questo atteggiamento entrò tuttavia in crisi. Cio accadde quando, in situazioni di particolare difficolta, nella societa romana emersero forme emotivamente piu soddisfacenti di spiritualita religiosa; e quando, con la diffusione della cultura greco-orientale, esperienze religiose di carattere individualistico si radicarono nel mondo romano. Al primo caso e riconducibile, per esempio, la crisi religiosa che si manifesto nella fase piu dura e terrorizzante delle guerre annibaliche. Dopo Canne, Livio ci informa che “il parossismo religioso” raggiunse livelli impressionanti, di modo che “le tradizionali pratiche religiose romane erano gettate al vento” e le donne “recitavano preghiere e facevano sacrifici in modo non convenzionale”; inoltre era facile per maghi, indovini, profeti “arricchirsi sulle aberrazioni mentali dei loro seguaci. Il mestiere che esercitavano era quasi arrivato a essere riconosciuto come legittimo”. Di fronte a questa perdita di controllo, il senato reagi con la repressione: i ciarlatani furono allontanati, sacrifici e preghiere non convenzionali o stranieri, vietati. Indicativo della seconda situazione è l’atteggiamento tenuto dal governo nei riguardi dei culti dionisiaci, diffusi a partire dal 11 secolo a.C. Prirna si tentò di addomesticare il culto, associando Dioniso al dio romano Libero e facendone un patrono della libertà, depurato delle componenti individualistiche e orgiastiche. Fallita la prima strategia, di fronte al diffondersi di associazioni private del culto bacchico, si passo, quindi, alla repressione. La piu feroce si ebbe nel 186 a.C., allorché migliaia di aderenti ai culti furono condannati a morte, come in una tipica caccia alle streghe. La brutalita fu determinata non da motivi teologici ma dalla volonta di ristabilire il controllo dello stato sui processi religiosi. I culti furono autorizzati, infatti, a condizione che il postulante ne facesse richiesta al senato, che non più di cinque persone partecipassero al sacrificio, che non ci fossero nè una cassa comune nè un presidente delle cerimonie. Insomma, tutto poteva essere permesso, ogni culto praticato purchè non vi fossero rischi politici. Con l’ebraismo e con il cristianesimo le preoccupazioni saranno le stesse: queste religioni non tolleravano, infatti, il controllo dello stato>>. (S.AIROLDI-U.FABIETTI-A.MOROSETTI-P.PONTANI, La civiltà romana dalle origini all’apogeo dell’impero, II, Milano 1997, p. 112-113)

 

Evocatio, in MACROBIO, Saturnalia III, 9, 2-8

<<E’ noto che tutte le città sono sotto la protezione di qualche dio e che i romani avevano un rituale segreto e sconosciuto a molti con cui, quando cingevano d’assedio una città nemica e avevano la speranza di impadronirsene presto, chiamavano a se gli dei tutelari. Facevano questo perche credevano che non fosse possibile prendere altrimenti la città, oppure perche, anche nel caso fosse possibile, ritenevano sacrilego impossessarsi di divinita prigioniere. Proprio per questa ragione, infatti, i romani vollero che rimanessero segreti sia il dio sotto la cui protezione si trovava Roma, sia anche il nome latino della città. [...] Questo era ignorato anche dalle persone piu colte, poiche i romani temevano che, se si fosse risaputo il nome del loro protettore, avrebbero potutO subire essi pure, a seguito di rituali messi in atto dai nemici, quel che loro sapevano di aver fatto piu volte nei confronti delle città avversarie... Ecco la formula con cui gli dei vengono invitati a uscire quando una città è cinta d’assedio: <<Se c’è un dio o una dea che protegge il popolo dei cartaginesi e tu in particolare che hai assunto la tutela di questa città e di questo popolo, vi prego, vi scongiuro e vi supplico di abbandonare il popolo e lo stato cartaglnese, di lasciare il loro territorio, i loro templi, le loro cerimonie e le loro città, di andarvene via da loro, di gettare quel popolo nella paura e nel terrore e di venire propizi a Roma da me e dai miei, di trovare i nostri territori, i nostri templi, le nostre cerimonie, la nostra città piu graditi e piu accetti, di essere propizi a me, al popolo romano e ai miei soldati. Se farete questo in modo che noi siamo certi e convinti, io faccio voto di costruire templi e di allestire giochi in vostro onore>>. (Evocazio, in MACROBIO, Saturnalia III, 9, 2-8).

 



[1] Come è riaffermato in testi recenti soprattutto per Lucania e Apulia nei periodi che immediatamente precedono e seguono la battaglia di Canne. Cfr. A.A.Aprea, Da Caudio a Canne, Roma 1981; Canne dove fu?, Scauri 1980; Gen. G.Ludovico, La battaglia di Canne, Roma 1954; G.Gualdi (Direttrice del Centro Culturale Remo Croce di Roma), Leggende su Annibale in Puglia.

[2] I Fenici (entità culturale ormai inserita in Oriente all'interno dei vari regni ellenistici e senza reale autonomia politica) erano indicati in Occidente come Punici (Phoenix= Fenici =Poeni in latino). I Punici erano cioè i Fenici d'Occidente.

[3] Anche il De Sanctis (GDS III2 p. 604 § 9) definisce di fonte annalistica e poco attendibile questo riferimento di Livio. Ma nello stesso paragrafo la credibilità di Livio e di Polibio per il trattato di pace tra Roma e Cartagine alla fine della II guerra punica è contrapposta alla genericità di Cassio Dione e Appiano.

[4] Che Annibale nel 211 marciasse su Roma solo per distogliere legioni romane dall'assedio di Capua e non certo per assediare o minacciare l'urbe, trova esauriente conferma, secondo noi, in Livio, XXXI, 31, 12. E così concordano gli autori più seri. Stranamente da ultimo T. Schmitt (Hannibals Siegeszug, München 1991, pag. 325) sostiene che Annibale marciò su Roma solo per una "dimostrazione di capacità di controllo del territorio" (sic!).

[5] Potenzia nel frattempo la flotta e la possibilità, da questa fornita, di sostegno e rifornimento.

[6] Smentiamo qui E. Faber (Annib., cit., p. 57) che rieccheggia tutta la critica anti- romana in tal senso.

[7]  CAH, cit., VI, p. 256. E noi personalmente vediamo nella ricerca di questo "rimedio" la vera causa della sconfitta di Annibale.

[8] Ibidem. Su questa realistica considerazione si inserisce l'altra calzante constatazione che "cercando di vincere una pace, Cartagine finì per perdere la guerra". E l'esagerazione di questa linea strategica fu più del Senato di Cartagine che di Annibale.

[9] Torneremo sul perchè Annibale, marciando su Roma mentre i Romani assediavano Capua, non assaltò l'urbe e si ritirò senza colpo ferire. Rafforzeremo la tesi più accreditata (e le sue fonti): egli voleva distogliere alcune delle 6 legioni dall'assedio di Capua, che forse si sarebbe potuta liberare dallo strangolamento. Infatti l'ingegno di Annibale nell'intercettare i Romani in movimento (erano terribilmente trincerati in Campania, con trincee degne della 1° guerra mondiale) e la superiorità della cavalleria campana e di Capua in quell'anno potevano realizzare il miracolo. Anche E. W. DAVIS, Hannibal's Roman Campaign of 211 B:C:, Phoenix 13, 1959, pp. 113- 120, sostiene che Annibale non vuole attaccare Roma (pp. 115 e 120), ma non adduce tali motivazioni.

[10] Cfr. A.J. Pfiffig, Die Haltung Etruriens im 2. Punischen Krieg, "Historia" (Wiesbaden) 15, 1966.

[11] Come mi ha fatto rimarcare mio zio materno Salvatore Pili.

[12] Appropriata su ciò anche l'osservazione di Montesquieu, cit., p. 44 e nota t.

[13] Nel corso della guerra furono 300.000 i soli cittadini romani periti secondo Appiano, Pun., 134, e 100.000 già fino a Canne per Appiano, Hannib., 25. Cifre confrontate dal Toynbee, cit,. I, Append. X, p. 599, in contrasto con Beloch per le cifre dei censimenti del 209- 208 e 204- 203 in Livio, XXVII, 36 e XXIX, 37.  90.000 le perdite solo cittadine indicate dal Toynbee nel quindicennio dal 218 al 204, vedendo nelle cifre di Appiano, Polibio e Livio anche i Socii (alleati) nelle legioni romane.

[14] A parte le truppe concentrate da Marco Antonio per la spedizione in Asia contro i Parti prima della sua sconfitta ad Azio, bisogna arrivare comunque a due secoli dopo, nel 9 d. C., quando Tiberio non ancora imperatore riappacificò con grande fatica la Pannonia, per vedere consimili eserciti. Svetonio considerò giustamente quelle campagne di Tiberio contro Marcomanni e Pannoni come "le più dure tra quelle sostenute contro un nemico esterno dopo la fine delle guerre puniche" (Tiberio, 16). La recente Storia di Roma, Einaudi (SII2, p. 473) ricorda l'entità di tali forze: 10 legioni, 10.000 veterani e oltre 70 coorti ausiliarie (altri 42.000 uomini circa): meno del numero di soldati mobilitati dai Romani nell'anno tra la battaglia del Trasimeno e Canne.

[15] Ad esempio Yan Le Bohec, Arnold J.Toynbee, Mario Silvestri ecc., o ancora prima De Sanctis III2 p.313.

[16] E’ anche vero che trattiamo nel paragrafo sul teatro di guerra spagnolo come gli Scipioni per primi capirono che, più che difendere subito l’Italia, occorresse controllare la Spagna per ostacolare i rifornimenti ad Annibale. Genialmente lungimiranti, e sicuri di non essere “soli” a gestire la drammatica situazione.

[17] Giusta constatazione. De Sanctis invece critica e non si spiega la scelta di navi piccole anzichè delle più capienti quinqueremi (di cui comunque Filippo disponeva, anzi fino alla 16 ordini).

[18] L’unica eccezione è il capolavoro di Asdrubale di sganciarsi da Scipione pur perdendo la battaglia in Spagna, per recarsi in Italia.

[19] I suoi bravissimi ed esperti ammiragli, anche con grandi flotte, hanno talvolta terrore di poche navi romane intraviste all’orizzonte (è il caso di Bomilcare, che fugge con 100 navi grandi dinanzi a 10 piccole romane).

[20] “Marcello e Claudio Nerone sono i primi generali che vincono Annibale. Ma tali avversarii non sono comparabili ad esso.” Carlo Pisacane, Dell’arte bellica in Italia, Opere complete, ristampa Milano-Roma 1957, vol. II pag.85.

[21] In "Opere complete", a/c A. Romano, Milano 1957- 64 (Saggi Storici- Politici- Militari sull'Italia, 4 voll., 1957; Guerra combattuta in Italia, 1961; Scritti vari, inediti e rari, 3 voll., 1964); i primi due volumi (Cenno storico e Dell'arte bellica) contengono le parti che qui ci interessano (in particolare il capitolo 6.- Dalle Alpi alla battaglia del Metauro- e il capitolo 7.- Dalla battaglia d'Hibera a Zama). Ciò che più motiva l'opera del Pisacane è l'assunto che i cittadini- soldati e i contadini- soldati costituivano l'ossatura della repubblica romana di contro agli eserciti di professione e mercenari greci e cartaginesi, eserciti mercenari propri, ai suoi tempi, degli Stati della Restaurazione in Europa.

[22] "Scipione - Un generale più grande di Napoleone", ha intitolato la sua opera il moderno "militare" Sir Basil Liddell Hart.

[23] Per dirla in termini sportivi più moderni, ci sono nazioni in cui l’assiduità dell’educazione e dell’organizzazione sportiva crea tanti campioni, e quelle in cui nonostante la mancanza di strutture scaturiscono dei fuoriclasse da fare invidia alle squadre egemoni. E’ il caso di Annibale di fronte a tutto uno staff di generali assidui quali quelli romani. I Romani hanno vinto alla distanza.

[24] Fondamentale, anche su questi aspetti degli elefanti da guerra, il paragrafo sugli elefanti nel nostro Cap. III - L'ESERCITO DEI GRECI, anche per l'elefante di Annibale, Surus.

[25] Nel quadro sinottico del II volume.

[26] Tra gli altri, Harmand, cit., p. 140.

[27] Athenaei Deipnosophistae, VI, 106, ora in: Ateneo, Schiavi e servi, Palermo 1990, p.69 originale greco e italiano, p.94 latino (1657).

[28] BRISSON, Problemi della guerra a Roma, cit.

[29] Approfondiremo nel cap. V le macchine dalancio. A Siracusa Archimede utilizzò feritoie di 7,5 cm per skorpidia (scorpioni), una forma perfezionata di preceenti balestre greche (grastraphetes) e forse inventata da Zopiro di Taranto. Il Gastraphetes individuale più piccolo era 3 volte più forte di un arco ordinario. La gittata media degli scorpioni era di 450 metri o più. I 136 kg. di Vitruvio come peso di un proiettile e i 230 di Archimede a Siracusa nel 214 (Plut., Marcellus, XIX) fanno meditare sulla potenza delle macchine ellenistiche. 2000 scorpioni avevano ancora i Cartaginesi nel 149 a. C. a difesa della loro città, 50 anni dopo la fine della II guerra punica.

[30] E' possibile che la sua strategia copiasse solo quella di Alessandro Magno? Ma è pur vero che "manteneva la cavalleria come arma risolutiva e trascurava la flotta dopo l'esperienza della I guerra punica" (Ibidem).

[31] Due anni di assedio furono vani per i Romani nonostante "la superiorità numerica, i mezzi d'assalto e l'equipaggiamento più perfezionati per terra e per mare". I Romani capirono "di non poter prendere la città nè d'assalto, nè per assedio contro la flotta cartaginese". Essa cadde in mano romana "grazie soprattutto al tradimento di un gruppo di nobili" (E. Faber, cit., p. 137). Dice Livio XXV, 25, 5: “(il console Marcello) vedendo che non avrebbe potuto impadronirsi dell’Eurialo né per assalto né per resa, pose gli accampamenti tra Neapoli e Tica”. Sarà l’argivo Filodemo, capo del presidio siracusano filo- cartaginese, a consegnare l’Eurialo a Marcello.

[32] In Posidonio (Plut., Fab. 19; Marc. 9) Fabio è detto lo scudo, Marcello la spada di Roma durante la seconda guerra punica.

[33] Serv. Aen 2,761

[34] “Appena fu realizzata la prima fondazione della città, istituirono un luogo sacro come asilo per i ribelli, e lo intitolarono al dio Asilo: vi accoglievano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il plebeo [per il greco dovremmo intendere il “plebeo-proletario” romano] ai creditori, né l’omicida ai magistrati; affermavano anzi che per un responso dell’oracolo di Delfi potevano garantire a tutti il diritto di asilo, in modo tale che la città si riempì presto di gente, mentre si dice che i primi focolari non fossero più di mille”, Plutarco, Le vite di Teseo e di Romolo, a/c Carmine Ampolo e Mario Manfredini, Fondazione Lorenzo Valla, Milano 1988, pag.105-107. Si noti che nel confronto finale tra gli eroi greco e romano, Plutarco (4, 3-4) esprime la lode più elevata a Romolo in tale raffronto col più “democratico” Teseo (Romolo avrebbe teso invece alla “tirannide”) proprio in riferimento alla fondazione e all’ampliamento il più illuminato possibile della sua città: “fece la città dal nulla… non uccise nè tolse di mezo nessuno, ma faceva del bene a coloro che, privi di casa e focolare, volevano essere popolo e cittadini. 4. Non uccise né briganti né malfattori, ma con la guerra assimilò popoli, abbatté città, re e condottieri.”

[35] Quindi di origine indoeuropea, come anche il sinonimo , <<campo tagliato>>, dal verbo , non lontano dal latino templum, <<tempio>>

[36] I quattro grandi panellenici della Grecia erano Olimpia e Nemea per Zeus, Corinto per Posidone, Delfi per Apollo. Inizialmente i cerimoniali avevano luogo ogni otto anni, rappresentando <<il grande anno>>, cioè la riconciliazione tra l’anno solare e quello lunare.

[37] Secondo il Lévêque (cit., pag.1122) fortissimo sarebbe il legame di questa teologia dei santuari dei concorsi con il passato miceneo: gare di resistenza di eroi che esaltano il trionfo della vita eterna sula morte.

[38] Concordantia in Silii Italici Punica, curavit Manfred Wacht, I-II, Olms-Weidemann, Hildesheim-Zurich-New York 1989, I pag. 95.

[39] 7. B NON F  Una nota est Marti Nonis, sacrata quod illis / templa putant lucos Veiovis ante duos. (Fasti, III, 429-439).

[40] Dionysius of Halicarnassus, Roman Antiquities, with English Trnaslation by Earnest Cary, Harvard University Press, London 1948.

[41] DIO CASSIUS, Roman History, with English Translation by Earnest Cary, London 1917, 9 voll., XLVII,19,3 (vol.V, pag.155)