IV - L'ESERCITO CARTAGINESE.

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3- LA FLOTTA CARTAGINESE.

Di ben altro livello mediterraneo e perizia militare, rispetto alla fanteria cartaginese vera e propria, era la flotta da guerra, costituita in larghissima parte da quinqueremi. Anche per i Romani (anzi per loro ancora di più, data l'inesperienza nelle agili manovre) le triremi assumevano un ruolo marginale già dalle prime grandi flotte statali durante la I guerra punica, che fu soprattutto guerra navale. Nel vasto mare Mediterraneo e nei lunghi [1] spostamenti con eserciti considerevoli, le veloci e rinomate ma minori biremi, lembi e liburne degli Illiri furono efficaci solo per Filippo V di Macedonia, che lamentava una notevole debolezza navale nell'Adriatico e nello Jonio, nonostante avesse grandi poliremi nei suoi porti dell'Egeo. Gli stessi Etoli e i Rodii usavano costantemente le più capienti pentere e tetrere (di originaria concezione siracusana e cartaginese; anche perchè essendo elevati i costi di ricerca e di realizzazione di queste innovazioni, solo le più ricche città commerciali come Siracusa avevano potuto dapprima permetterseli). Analizzeremo nel capitolo apposito i diversi tipi di quadriremi (tetrere) e quinqueremi (pentere) in uso tra i Cartaginesi e i Greci, tipi di navi poi copiate dai Romani.

 

 

FIG. ISOLA DEL PORTO MILITARE DI CARTAGINE SECONDO HURST

Appureremo nel capitolo V sulle flotte come i rematori di ogni quinquereme fossero più di 290, e spesso più dei 300 dichiarati da Polibio. Ma anche secondo la vecchia, limitativa ricostruzione di Uccelli e Wilsdorf, che prevedono in ogni pentera 200 rematori (5 ad ogni singolo remo) in un unico livello di vogatori, le cifre di equipaggi e rematori per flotte di 80/ 100 quinqueremi (come minimo, in certi anni di guerra) sono rilevanti. Trattandosi oltretutto, per vogatori ed equipaggio, di "cittadini" veri e propri di Cartagine (per motivi di affidabilità ed esperienza nelle delicate manovre), l'apporto dei cittadini per gli eserciti di terra era comunque marginale rispetto ai coloni Libi e Spagnoli e ai mercenari, ed era limitato, come già ricordato, soprattutto al presidio di Cartagine. Viene ricordato in "I Fenici", cit., p. 76: "Di estremo interesse è la constatazione, tramandataci dalle antiche fonti, che, mentre gli eserciti cartaginesi erano composti prevalentemente di mercenari assoldati nelle varie regioni del Mediterraneo, gli equipaggi delle navi, invece, erano costituiti esclusivamente da cittadini cartaginesi" [2]. Il Toynbee (cit., I, p. 43) osserva: "(Nella costituzione cartaginese) il demos (assemblea del popolo) aveva voce in capitolo negli affari pubblici, cosa giusta e saggia in uno Stato marinaro la cui potenza e prosperità dipendevano dall'abilità delle ciurme". Riguardo al fatto che sia a Roma che a Cartagine erano i "cittadini" (anche se i più poveri) a fornire rematori ed equipaggio per la flotta, ciò non stupisce in quanto anche nell'età di Pericle ad Atene fornivano i marinai e i rematori per la flotta i Teti, che erano i "cittadini" più poveri, e non schiavi [3].

 

FIG. PORTO DI CARTAGINE

 

FIG. CARTAGINE OGGI. Dopo 2000 anni questo non può essere il porto circolare.

Lo storico Appiano riferisce che il porto militare di Cartagine (un enorme portico circolare con colonne intorno a un'isola, su cui si trovava l'ammiragliato) accoglieva, ormeggiate in cerchio, 220 navi da guerra. "Gli arsenali erano interdetti anche ai mercanti che entravano con le navi nel porto mercantile [4]; essi erano infatti circondati da un doppio muro con porte che permettevano il passaggio nella città senza attraversare gli arsenali" (Appiano, Lybica, 26).

 

FIG. ISOLA DELL'AMMIRAGLIATO

 

FIG. ISOLA DELL'AMMIRAGLIATO

 

FIG. ISOLA DELL'AMMIRAGLIATO

La flotta era divisa in più squadre di 12 navi ognuna, e con tali formazioni si schierava a battaglia. Vedremo che si trattava essenzialmente di quinqueremi, mentre quadriremi e triremi erano presenti in misura limitata; comunque in un rapporto superiore a quello di 1 a 6 già indicato (rispetto alle quinqueremi) per i Romani; in quanto l'abilità di manovra dei Punici faceva utilizzare loro le triremi come navi veloci da speronamento in quantità proporzionalmente doppia rispetto ai Romani. Sui compiti di comando e sugli ufficiali della flotta torneremo nel capitolo apposito sulle navi da guerra. Rinviando a tale capitolo e al paragrafo "I socii navales e gli equipaggi di marina romani" nel I capitolo, evidenziamo qui come la composizione degli equipaggi cartaginesi è analoga a quelli romani: proletarii sono utilizzati dai Romani per la flotta, Cartagine utilizza cittadini dell'impero punico: "cittadini cartaginesi costituiscono il fulcro degli equipaggi: ciò a riprova dell'importanza che lo Stato attribuisce alla propria marina da guerra. Fatta salva l'indubbia perizia tecnica di manovra e di crociera, è tuttavia da ritenere che la marina cartaginese non differisca molto, strutturalmente, da quella di Greci ed Etruschi. Recentemente, nei pressi dell'isola di Mozia, nelle acque antistanti Capo S. Teodoro, sono stati individuati resti di navi puniche: il loro recupero e il loro studio fornisce dati di estremo interesse sulla tecnica navale cartaginese" (Acquaro, "Cartagine: un impero sul Mediterraneo", cit., p. 69). Ci si riferiva al ritrovamento del 1969 a nord di Marsala, guidato da Honor Frost; sui ritrovamenti e sulle tecniche costruttive delle navi si vedano le osservazioni nel capitolo apposito sulle flotte e la bibliografia finale.


GLI EQUILIBRI ECONOMICI DEL MONDO ELLENISTICO.

Il Moscati ha sottolineato più volte l'importanza dell'oro dell'Africa e dell'argento di Spagna per la ricchezza commerciale dei Cartaginesi.

L'importanza di questo argento spagnolo fu decisiva per il rafforzamento dell'impero di Cartagine, per il rapido saldo di tutti i debiti di guerra con Roma dalla fine della I guerra punica e per l'armamento dell'esercito di Annibale. Non si è mai evidenziato abbastanza come la quantità di questo argento, proprio negli anni di Annibale, fosse di rilievo nella storia economica dell'antichità. Karl Marx (Grundriße zur Kritik der politischen Ökonomie, Berlin 1974, pp. 99- 100) osserva: "Se quindi prima, proporzionalmente, vi fu maggior valore dell'argento sull'oro... in un secondo momento aumentò il valore dell'oro rispetto all'argento... I Cartaginesi, in particolare, con l'argento della Spagna determinarono una rivoluzione nel rapporto tra oro e argento paragonabile a quella che vi fu alla fine del XV secolo con l'argento delle Americhe appena scoperto". Marx pone, a tal riguardo, a 1: 17 il rapporto medio oro- argento nella repubblica romana. L'argento di Annibale aveva già certo "invaso il mercato" [5], e ancor più ciò avvenne col successivo sfruttamento romano di quelle miniere spagnole (vedere anche il nostro VI capitolo sui partiti politici a Roma al tempo di Scipione).

E' pur vero che tutta questa ricchezza non favorì fin dall'inizio unicamente i Punici nè servì solo a danneggiare la Federazione Romana. Ha osservato acutamente G. C. Picard: "I metalli preziosi della Spagna che giungevano ai mercati italici (con l'economia cartaginese disastrata dalla prima guerra persa) furono un fenomeno analogo a quello che si verificherà con maggiore evidenza nel mondo moderno durante il secolo XVI, quando l'afflusso dei metalli preziosi americani attraverserà, per così dire, la Spagna andando ad arricchire i Paesi Bassi e l'Inghilterra: il confronto appare tanto più impressionante se si pensa che l'impero dei Barcidi, come quello di Carlo V e di Filippo II, consacra tutte le energie disponibili alla guerra terrestre e, proprio come Filippo, anche Annibale non potrà sfruttare la superiorità del proprio esercito per l'insufficienza della flotta" (Annibale, cit., p. 112). Ma comunque, senza quell'argento (e senza i soldati di Spagna) non sarebbe esistito un "impero dei Barca" che preparava la guerra di rivincita.

Poco prima del periodo annibalico Marx aveva analizzato che il rapporto oro- argento nel commercio era 1: 13,71. Questa media di incremento è confermata anche da Fritz M. Heichelheim, nella sua "Storia economica del mondo antico", IV, La repubblica romana, Bari 1979, p. 681: "Nel corso del III sec. a. C. il rapporto dell'argento con l'oro salì ancora a 1: 13,3 come nel V sec. a. C. Il processo si verificò attraverso stadi intermedi. Nel periodo aureo dell'ellenismo l'oro cominciò a diventare alquanto più raro, forse perchè, a lungo andare, a causa delle condizioni geologiche, nelle colonie ellenistiche, dalla Spagna all'India, si apriva un numero maggior di miniere di argento che non di oro, oppure perchè quelle erano più sfruttate di queste. Come nei secoli precedenti, l'Italia, da parte sua, rimase indipendente riguardo alla valutazione del metallo monetario, a motivo, pare, dell'assestamento degli alti costi per i trasporti marittimi mediterranei. Sulla base dei valori romani del III sec. a. C. sembra possibile stabilire un rapporto rame- argento di 1: 120 e argento- oro di 1: 15, anche se questi dati potevano subire alterazioni".

Anche il rapporto rame- argento è posto da Marx a questi livelli: "Fino all'inizio della guerra punica= 400: 1; al tempo della I guerra punica= 140: 1; nella II guerra punica: 112: 1... Dopo la II guerra punica l'asse ridotto a un'oncia; il sesterzio d'argento nuova unità monetaria e tutti i grossi pagamenti erano fatti in argento (anche se la moneta di rame restò di più facile uso quotidiano)" (ibidem, p. 100). Conferme ulteriori in Francesco De Martino, Storia economica di Roma antica, I, Firenze 1980, pp. 52- 53: "In entrambi i casi, che Plinio cioè in XXXIII, 3, 42 si riferisca al denario o ad una moneta doppia, bisognerebbe ammettere una vera e propria rivoluzione finanziaria avvenuta nella prima o seconda guerra punica; allora l'asse librale venne ridotto alla sesta parte di peso e quindi il rapporto fissato a 1/ 120, rapporto che rimase abbastanza costante nell'età successiva. Naturalmente si possono trovare sempre spiegazioni del fenomeno, supporre che il prezzo del rame fosse aumentato o quello dell'argento diminuito ovvero formulare altre ipotesi, sebbene Plinio adduca semplicemente le ristrettezze dell'erario" (Ibidem, p. 52). "Si può ritenere probabile che il governo romano via via trovasse conveniente di ridurre il prezzo dell'asse per stabilire un rapporto più equilibrato con l'argento, per evitare le difficoltà che si potevano incontrare negli scambi, se le rate di cambio fossero state molto elevate. Questo è il dato più appariscente nella storia della monetazione romana, che trova la sua maggiore espressione nella riduzione dell'asse alla sesta parte del suo valore, cioè al peso di due once, attestata dalle fonti per l'età delle guerre puniche e quella successiva della riduzione ad una sola oncia, che avrebbe avuto luogo nel 217" (Ibidem, p. 53).

E' secondo noi non curioso, bensì fondamentale ciò che lo Heichelheim, citato, osserva alla fine della II parte del cap. VI del IV vol. della sua opera: "La ricchezza mineraria della Spagna fu una delle fonti materiali di potere più importanti per le due massime potenze dell'Occidente. Le miniere di Nuova Cartagine, per esempio, che si estendevano su un'area di 48 miglia, nel II e nel I secolo a. C. davano lavoro a circa 40.000 minatori, una cifra abbastanza notevole, anche se la confrontiamo con quelle moderne. L'azienda di Bruto fruttava un incasso netto di circa nove milioni di denarii, e una sola miniera di argento, di proprietà di Annibale, rendeva circa 110.000 libbre di minerale... Il latino repubblicano aveva molte espressioni tecniche (per le miniere) derivate dal linguaggio greco e cartaginese... L'interdipendenza ellenistico- cartaginese e le formule amministrative dei complessi a livello industriale erano tanto progredite che anche l'organizzazione delle miniere romane deve collocarsi al secondo posto dopo di loro... In questo campo, come praticamente in tutti i settori dell'economia del tempo, vediamo assai chiaramente che il destino dell'antica civiltà mediterranea risentì fortemente delle conquiste romane. Il continuo progresso che si era avuto per circa 800 anni per la prima volta si fermò, e si giunse ad una battuta d'arresto generale, sotto tutti i punti di vista" (Ibidem, pp. 910- 913; corsivo nostro). Lo stesso Heichelheim, già a p. 690 del medesimo volume, riassumendo le posizioni sull'ellenismo di Ulrich Kahrstedt, osservava: "L'economia ellenistica rivelava, secondo Kahrstedt, un continuo progresso e una crescente intensificazione come risultato della penetrazione in nuove vastissime estensioni di territorio. Il capitalismo agrario e commerciale del periodo ellenistico si fermò solo qualche passo prima di raggiungere le forme più elevate delle formule industriali del capitalismo moderno. La schiavitù e le concezioni negative sul lavoro tipiche della Grecia classica stavano estinguendosi, gradualmente, sempre che accettiamo la ricostruzione di Kahrstedt. Pareva che stesse per sorgere un periodo caratterizzato dal lavoro libero e indipendente". E poco prima: "Secondo lui la scienza e l'erudizione erano quasi mature per progredire verso le invenzioni e le concezioni del XIX secolo occidentale e solo le distruzioni romane impedirono di continuare questa fioritura" (Ibidem,).

LIPINSKI E: (in AA.VV., STUDIA PHOENICIA, a/c LIPINSKI E. : Vol. VI-Carthago, Leuven 1988 ;  Vol. X-Punic Wars, Leuven 1989) accoglie un saggio sulle ricchezze minerarie della Spagna dei Barcidi (METALLGEWINNUNG… pp.157-166), in cui si nota, per l' IBERIA BARCIDE, la vicinanza di numero tra i 36000 minatori del Laurion in Grecia e i 40000 di Carthago Nova.

Senza voler detrarre nulla ai grandi progressi apportati da Roma già con la Repubblica, e pur ridimensionando le posizioni di U. KAHRSTEDT, EDUARD MEYER, WILAMOWITZ- MÖLLENDORFF e K. J. BELOCH [6], non condividendo cioè totalmente le posizioni filo- ellenistiche di questi autori- e non solo per esaltazione della romanità- ci pare che anche le posizioni a riguardo del De Martino (cit., pp. 210- 213) non siano più credibili e propositive, sebbene il De Martino voglia porsi in modo intermedio tra le appena accennate posizioni e quelle opposte, rappresentate da M. ROSTOVZEV, F. ALTHEIM, R.STIEHL, E.STIER e da altri autori [7].

Dicevamo che le posizioni del De Martino non sono più propositive di quelle dello Heichelheim, che secondo lo stesso De Martino sono assimilabili al Kahrstedt e che secondo noi sono invece davvero "mediane" e obiettive, con elementi costruttivi nel cap. VI, e particolarmente alle pp. 705- 712.

Il tema delle cause del crollo economico- politico del formidabile mondo ellenistico intorno al 200 a. C. (esattamente dalla fine della II guerra punica) è troppo vasto e arduo (e ancora insoluto) per trattarlo in esiguo spazio. Del resto il De Martino ha polemizzato col Toynbee per l'interpretazione di quest'ultimo delle colonie romane e latine come città- stato ellenistiche, e il Toynbee in troppo esiguo spazio ha svolto il tema della doppia cittadinanza romana come sviluppo a suo modo ellenistico. Ma se si accetta per parzialmente buona la posizione "mediana" dello Heichelheim, le tesi estreme del Rostovzev sui caratteri negativi dell'ellenismo in quell'epoca, sul "salvataggio" economico da parte della conquista romana e sulle cause solo interne e indipendenti dalla conquista romana del crollo dell'Oriente ellenistico, sono ancor meno credibili di quelle ugualmente estreme (del Kahrstedt) sulle colpe solo romane di quel crollo. Se solo con Giulio Cesare si avrà la prima, seria reimpostazione economica e finanziaria dell'assetto mediterraneo, è pur vero che proprio la II guerra punica e le immediatamente successive guerre romane in Oriente furono determinanti per la crisi politica, sociale e finanziaria che dissolse (dopo il primo ristagno del 250- 230 a. C.) il mondo ellenistico dal 200 al 190 a. C. (e da lì al 139 a. C.), nonostante i segni di ripresa dal 220 al 210 a. C., nel pieno della II guerra punica, del profilarsi di una vittoria annibalica (tramontata definitivamente solo nel 207 a. C.) e nel corso di riforme politico- sociali in Macedonia, nella Siria di Antioco II, nelle città- stato greche indipendenti. Velocissimo fu il procedere di Roma in quei brevissimi anni: l'impero cartaginese (sconfitto solo in Sicilia e a tradimento in Sardegna) si fidò tanto del suo inarrestabile riaffermarsi e rifiorire, da aggredire Roma. E Roma e il suo esercito (allenato e quasi nato terribilmente proprio nella II guerra punica) furono veramente un carro armato che travolse tanti e prestigiosi Stati orientali, sì in guerra tra di loro e con gravi crisi interne, ma sempre nella ricerca di un normale, tradizionale equilibrio di forze internazionale (anche finanziario) tra Egitto, Grecia e Asia. Nè l'Etolia nè Rodi pensavano, chiamando in aiuto Roma, di essere subito travolte totalmente da una conquista occidentale. "La Seconda Guerra Punica come la Seconda Guerra Mondiale" di cui parla Toynbee (cioè una potenza sconfitta che cerca la rivincita con più temibilità che nella prima guerra già persa) e la Terza Guerra Macedonica come molto più pericolosa per Roma della Seconda Guerra Macedonica e della stessa Canne devono far riflettere a proposito. Detto in termini banalmente militari, ancora la legione non era considerata internazionalmente in grado di battere la falange. Vedremo nel nostro VI capitolo come proprio questo aspetto del "capitalismo" romano, in cui prevale troppo l'aspetto militare su quello di diretta produzione economica, ha fatto parlare grandi esperti (da Max Weber a Polanji) di una strana, plurisecolare forma di "precapitalismo di rapina". Proprio dalla II guerra punica, con le conseguenti guerre in Oriente, data, secondo noi, la nascita di questo fenomeno.

Il Giannelli [8] concisamente osservò che, ancora durante le due guerre puniche, "tutti e 4 i grandi stati del Mediterraneo- Siria, Egitto, Macedonia, Cartagine- sopravanzavano di gran lunga Roma per potenza economica e per risorse finanziarie, per capacità di produzione industriale e per lo sviluppo dei traffici, per numero e per qualità di navi da commercio e da guerra; nessuno poteva competere con essa per la solidità degli ordinamenti interni, per la perfezione- organica, logistica e tattica- delle istituzioni militari, per le doti di resistenza fisica e per le virtù civiche dei cittadini tutti e di gran parte degli alleati". La prima parte di queste affermazioni è vera; la seconda deve riferirsi a una superiorità organizzativa militare non precedente alla II guerra punica, ma emersa, specie come solidità organizzativa federale e militare, proprio nel corso della guerra annibalica.

Sorprendente conferma di ciò è già soltanto nelle semplici parole di Polibio che, contemporaneo alla battaglia di Pidna, in cui la legione romana superò definitivamente la falange greca, disse che già nel 168 i Romani erano divenuti i signori del mondo conosciuto anche se non lo governavano direttamente. Un altro testo contemporaneo (I Maccabei, 8. 1 sgg.) annotava: "Giuda sentì parlare della fama dei Romani, che erano guerrieri potenti..." etc., e due righe sotto si ripete: "che erano guerrieri potenti". Espliciti riferimenti a una potenza straordinariamente militare, ma appunto ancora solo outsider e che pareva solamente e improvvisamente allora non avere più avanti a sè alcun ostacolo bellico. Come avvenne appunto in quei fatidici 53 anni in cui l'egemonia navale contro Cartagine e quella militare contro la falange furono il basamento su cui si sviluppò il superiore ingegno legislativo, diplomatico e politico di Roma a livello internazionale, essendo ormai già acquisito in Italia l'acume giuridico- istituzionale per la supremazia e le alleanze (Nomen latinum, cives sine suffragio, foedera, municipia, etc., anche nelle prime "province" di Sardegna e Sicilia acquisite tra le prime due guerre puniche). Ancora 200 anni dopo, al tempo di Augusto, un greco guadagnato come Polibio alla causa universale di Roma, Dionisio di Alicarnasso, sentendo di dover più altamente legittimare, per la storia e per la cultura, l'ascesa e l'impero di Roma, rifacendone la storia fino alla prima guerra contro i Greci (quella contro Pirro) [9], accenna nell'introduzione dell'opera (Romaike archaiologhia, I, 3, 1- 5) all'epoca di vera affermazione della potenza romana. Dionisio calcola da sette generazioni prima del 7 a. C. l'inizio della "supremazia universale" di Roma (Ibidem, 3), subito dopo che essa era "riuscita a spazzar via dai mari Cartagine, che era la più grande delle potenze marittime, e a sottomettere la Macedonia, che fino ad allora sembrava possedere la più grande potenza militare di forze terrestri, e non ha più avversari, nè fra le popolazioni barbare, nè fra quelle greche" (Ibidem, 4). Equivalendo a 27/30 anni ogni generazione [10], abbiamo i circa 200 dalla II guerra punica- II macedonica. Conferma più esplicita in I, 4, 1.

La via romana all'imperialismo, in particolare dal 219 a. C. in poi (provocata perciò in larga parte da Annibale) [11], si sviluppa quindi con una questione storiografica di fondo, che noi colleghiamo alla più o meno reale legittimità e caratura militare di Roma- all'inizio della sua egemonia extraitalica e mondiale- rispetto alle potenze ellenistiche. Questione che il Gabba (in SII1 p. 192) con acume così sintetizza, lasciando aperto comunque tutto l'aspetto problematico: "Gli storici greci (o meglio ellenistici) eredi di una lunga tradizione di storiografia politica, e oramai abituati a pensare la storia dei loro tempi entro i parametri forniti dallo scontro continuo e mai volutamente risolutivo fra le monarchie post-alessandrine, con la complicazione rappresentata dalle città e dalle leghe greche, possono aver prima cercato di inserire Roma in quel giuoco, ma si saranno presto accorti- anche prima di Polibio!- che l'irrompere della potenza romana sconvolgeva tutte le situazioni stabilite e i modi stessi tradizionali di pensare la politica e la storia: per questo Polibio si assumerà il compito, politico e scientifico, di spiegare le ragioni di un successo altrimenti incredibile [12]". Non è un caso che, ancora secoli dopo, come già ricordato, il greco Dionisio di Alicarnasso sentisse l'esigenza morale e ideologica di giustificare e meglio legittimare storiograficamente nel mondo greco- ellenistico la supremazia universale di Roma, risalendo esattamente a tutto il periodo precedente le guerre puniche (fino alla guerra contro Pirro in particolare). Andrebbero meglio messe in evidenza, nella storiografia sulle guerre puniche e macedoniche, le diversità di analisi storiografiche tra gli altri storici greci contemporanei e Polibio. Quegli storici non potevano accentuare l'importanza internazionale di Roma anche perchè erano meno vicini di Polibio alle cose militari romane. Roma era forse allora tutt'al più la "più forte", ma non ancora la "migliore", per rifarci alla terminologia usata a proposito dal Gabba (Ibidem, p. 211; ID., Aspetti culturali dell'imperialismo romano, in "Athenaeum" LXV, 1977), che analizza la progressiva legittimazione storiografica, culturale e filosofico- morale dell'egemonia romana presso i Greci, quando ancora Roma riconosceva nell'ellenismo una "civiltà superiore alla propria" (Ibidem, p. 202).

 

FIG.PORTO MILITARE DI CARTAGINE

ECONOMIA ELLENISTICA E ROMANA SUCCESSIVA ALLE GUERRE PUNICHE.

Discuteremo nel capitolo sulle flotte, alla voce "scienza ellenistica", le antiche capacità di spostamenti e commerci marittimi, con i sofisticatissimi strumenti creati già prima del 300 a.C. da Greci e Punici (contamiglia marine, sfericità della terra, bussola punica, ecc.), ricordando la scoperta di monete cartaginesi nell'isola di Cornus, nell'Atlantico non lontano dal Brasile, e altre audaci circumnavigazioni e collegamenti con l'Estremo Oriente.

Il punto di incontro tra Oriente e Occidente era rappresentato dalla Bactriana- l'attuale Afghanistan-,conquistata da Alessandro Magno nel 329 a.C. [13], dove pare siano giunti nel I secolo d.C. emissari cinesi alla ricerca di maggiori notizie su Roma. Al tempo di Marco Aurelio (161-180) una ambasceria romana raggiunse la capitale cinese Ch'ang-an, come risulta dalle cronache cinesi della dinastia Han, i cosiddetti Annali di Han [14]:"Durante il regno dell'imperatore Han-tun (Marco Aurelio Antonino) un'ambasceria romana, venendo dalla frontiera di Jih-nan (Annam), offrì avorio, corna di rinoceronti e gusci di conchiglie. I rapporti [15] con questo paese datano da quell'anno" (il 166 d.C.). La via della seta, un gigantesco anello di 8000 chilometri aperto dalla dinastia Han d'Occidente, congiungeva Ch'ang-an ad Antiochia di Siria e a Palmira e da qui ai porti della Siria sul Mediterraneo. Su questa via Parti e Kushani (potente tribù della Battriana) avevano interesse a facilitare e fornire sicurezza alle carovane (da cui traevano lauti pedaggi), scortandole e sorvegliando le strade. Anche Palmira e Petra, grazie a questa funzione di intermediarie, accumularono tante ricchezze da edificare splendidi edifici pubblici. Una grande quantità di monete d'argento romane si sono trovate nell'India meridionale e persino monete d'oro di Giulio Cesare sono state ritrovate in Cina.

In quei secoli la via della seta continuò a costituire il "filo rosso" che legava l'Occidente all'impero cinese, ma i trasporti marittimi vennero sempre più intensificandosi rispetto a quelli terrestri anche in ragione della loro maggiore economicità. Lo sviluppo delle vie merittime ridusse grandemente il prezzo della seta e accrebbe l'uso delle spezie orientali nella cucina romana.  Se tutto ciò è ormai assodato presso gli studiosi, noi sosteniamo che la frequentazione di queste vie marittime, già più sicure in tempi remotissimi, vanno di molto retrodatate, e non solo nei periodi più floridi o con minor presenza di pirati. Le merci orientali di lusso, così importanti per gli ellenisti prima e i Romani dopo, furono certo il motivo dell'incremento dei traffici già prima di Alessandro Magno, cioè prima dello sviluppo di avanzatissime capacità cantieristiche e navali puniche ed ellenistiche. Alessandro incaricò Nearco di riportare indietro con la flotta, dal fiume Indo, parte del suo esercito, in quanto percorso più sicuro nonostante le conquiste troppo recenti. Ciò videro anche i Romani, ponendo a Taprobane (Ceylon, Skri Lanka) i loro uffici commerciali.

 

 

FIG. MONETE CARTAGINESI (IL CAVALLO ERA IL SIMBOLO DELLA CITTA')

MONETAZIONE.

Le difficoltà nella catalogazione e nella datazione delle monete romane della Repubblica sono ben poste in rilievo da Franco Panvini Rosati (Gli studi sulla numismatica romana repubblicana e il loro contributo alla storia della Repubblica Romana, in ANRW I, 1, 1972, pag. 297 sgg.), che ricorda la “mancanza di elementi intrinseci di datazione” per la moneta repubblicana: “la cronologia è basata per lo più o su elementi stilistici o sullo studio dei ripostigli”, anche i dati prosopografici dei magistrati monetari ben raramente permettono di stabilire una data precisa e “talora alcuni decenni intercorrono per alcuni magistrati tra le diverse cronologie adottate dai numismaici” (Ibidem, pag. 299). Il Rosati ricorda le critiche rivolte a proposito da storici come A. Momigliano o A.H.M.Jones [16] all’imprecisione dei numismatici nell’interpretare tipi e simboli. Localizzare le zecche, attribuire all’una o all’altra zecca le emissioni, l’ordinamento cronologico dei monetari, l’interpretazione stessa dei tipi non si basano su dati oggettivi intrinseci ma su ipotesi fondate su avvenimenti noti da altre fonti. Va quindi ridimensionato il valore di tale tipo di numismatica come documento storico. Del resto la datazione delle prime serie argentee romane resta il problema più grave della Numismatica romana repubblicana che travaglia gli studi di ricerca per tutta la seconda metà del XX secolo. Meglio negli ultimi trenta anni  per le lotte tra Mariani e Sillani e comunque per la fine della Repubblica e la nascita del Principato. La certezza, riproposta da Hubert Zehnacker [17], per la nascita dell’organizzazione delle emissioni monetarie della Repubblica romana dal 289 a.C. (certezza databile a partire dal 1971), può forse consolarci. Ma anche lo Zehnacker affronta unicamente tematiche e catalogazioni tardo repubblicane e imperiali.

 

FIG. MONETA DI ANNIBALE

 

 



[1] Polibio, I, 22, parla di una macchina allora in uso al posto della nostra bussola per la scienza nautica.

[2]  Anche ibidem, p. 136.

[3] Tradizionalmente anche Perieci e Meteci (forestieri residenti ad Atene). AS, cit., pp. 186- 187, ne accredita una forte presenza come mercenari per la voga. Ibidem, p. 188 per gli schiavi arruolati in casi di estrema necessità con la promessa di libertà e cittadinanza (sulla flotta ateniese alla battaglia delle Arginuse già nel 404 a. C.). Cfr. anche, più in generale, S. Moscati, "Cartagine regina dei mari", dossier in "Archeo" n. 7, sett. 1985.

[4] Come vedremo anche per Rodi, pena la morte.

[5] Polibio XXXIV, 9, 9, parla di 25000 dramme al giorno (1500 talenti all'anno) ricavate dai Romani dalle miniere d'argento della sola Cartagena dopo la conquista della Spagna. E' difficile calcolare i ricavati di tutte le altre miniere cartaginesi nella Betica al tempo di Annibale, ma non paiono leggendarie le 300 libbre d'argento fornite ogni giorno ad Annibale dalla fossa di Baebelo secondo Plinio, N. H. XXXIII, 96. I riferimenti delle fonti in Polibio XXXIV, 9, 8- 11; Strabone III, 2, 10 e Diodoro Siculo, V, 35, 1; V, 38, 3 a proposito delle miniere spagnole ritornano in GDS III2 p. 490 e SII1 p. 201.

[6] Per la posizione (filo- ellenica e relativamente anti- romana) che vede nella conquista romana la causa del crollo del mondo ellenistico con l'interruzione della sua massima fioritura finanziaria, politica e tecnica, cfr.: KAHRSTEDT U., G. G. A., 1926, pp. 122 sgg. (ma più interessante per noi KAHRSTEDT U., Die Grundlagen und Voraussetzungen der römischen Revolution, in "Neue Wege zur Antike", IV, 1927, pp. 97 sgg.); MEYER EDUARD, Blüte und Niedergang des Hellenismus in Asien, 1925; MÜNZER F., Die politische Vernichtung der Griechen, in "Das Erbschaft der Alten", II, 1925; WILAMOWITZ- MÖLLENDORFF U. von, Glaube der Hellenen, II, 1932; BELOCH K. J., Griechische Geschichte seit Alexander, in "Einleitung in die Altertumswissenschaft", III, 2.

[7] Per la posizione filo- romana, che vede nella conquista romana dell'Oriente ellenistico un risanamento dell'inarrestabile crollo dell'Ellenismo, cfr.: ROSTOVZEV M., Storia economica e sociale del mondo ellenistico, Firenze, I, 1966; II, 1973; III, 1979; ALTHEIM F.- STIEHL R., Finanzgeschichte der Spätantike, Berlin 1956; STIER E., Roms Aufstieg zur Weltmacht und die griechische Welt, Köln- Opladen 1957.

[8] G. Giannelli, Roma nell'età delle guerre puniche, Bologna 1934, p. 14.

[9] Cioè fino all'inizio della prima guerra punica (264 a.C.), là da dove aveva iniziato le sue Storie Polibio. Dionisio, più che riconoscere implicitamente la completezza di Polibio dalla prima guerra punica in poi, vuole meglio legittimare, con le ascendenze e i diretti influssi dei Greci nella storia di Roma fin dalle origine, il dominio romano sulla base della comune matrice culturale e spirituale greca e poi ellenistica.

[10] Cfr. anche Ibidem I, 9, 4 e la nota 4 p. 35 dell'ed. Cantarelli di Dionisio, Milano 1984.

[11] Si potrebbe anche dire dal 270, contro Pirro, o dal 264; ma è allora più giusto dire dal 201, con la decisione di intervento diretto in Oriente contro la Macedonia, appena conclusa la II guerra punica.

[12] J.S. Richardson, Polybius' View of the Roman Empire, in PBSR, XLVII, 1979; H. Fuchs, Der geistige Widerstand gegen Rom in der antiken Welt, Berlin 1938.

[13] Alessandro conquistò fino al fiume Indo (tutto l'attuale Pakistan) e il Kashmir a est, e verso nord oltre Samarcanda, fino al Kazakistan e quasi sopra il Pamir, dopo la terribile traversata delle nevi eterne dell'Hindu Kush. Esattamente quindi tutta l'area e il percorso, in centro Asia, della successiva "via della seta". Alcune città di Alessandria, da lui fondate, coronano i due percorsi di questa via nel suo centro.

[14] La dinastia Han dominò la Cina a partire dal 202 a.C., cioè durante la guerra di Annibale in Europa, fino alla morte di Augusto per quel che riguarda la dinastia Han d'Occidente.

[15] Rapporti ufficiali.

[16] Momigliano, Per gli studi di storia antica, 1946-1954, Firenze 1955; Jones, Numismatics and History, Oxford 1956.

[17] Zehnacker, La numismatique de la République romaine – Bilan et perspectives, in ANRW I, 1, pag. 266 sgg. ; Zehnacker, Moneta, Paris-Sorbonne 1971.