IV - L'ESERCITO CARTAGINESE.

.

RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> III

2- CARTAGINE.

Cartagine fu fondata nell' 814 a.C. secondo la cronologia di Timeo (frammento 23), storico greco del IV sec. a. C., seguita da Cicerone, Velleio Patercolo, Appiano e oggigiorno dal Moscati [1].

 

FIG. PORTI DI CARTAGINE: MILITARE ROTONDO E COMMERCIALE

Sull'organizzazione di Cartagine e sui suoi arruolamenti, ricorderemo sinteticamente che la città era retta da due suffeti, che avevano sia il potere di giudici supremi (ma non solo quello, nonostante quanto faccia supporre il loro nome semitico) sia il potere esecutivo. Erano eletti ogni anno, ma governava un Consiglio delle più notevoli famiglie nobili, di 300 membri; un comitato di 30 membri formava il Consiglio minore. L'adunanza popolare sceglieva i magistrati e i capi dell'esercito. Citiamo ancora il Vogt: "i cittadini furono chiamati sotto le armi solo raramente, e propriamente solo per la difesa della città di Cartagine. La leva degli alleati ed i mercenari arruolati nei più diversi paesi formavano l'esercito, che, come la maggior parte degli eserciti mercenari, si ridusse a docile strumento dei suoi comandanti. E forse il tribunale statale di 104 membri, la cui esistenza ci è provata fin dal V secolo, fu creato soprattutto per la sorveglianza sui generali. In ogni caso il governo militare restò sempre separato da quello politico, le autorità rimasero fedeli all'antica avversione dei commercianti verso la guerra e il mestiere della guerra". Questa diffidenza e separatezza spiega il comportamento del Senato di Cartagine verso Annibale e fa risaltare il merito dei Barca di aver creato un esercito alleato (quello dei Cartaginesi, o Punici, di Spagna) più allenato e più fedele di quelli mercenari di Libi, Berberi o Nùmidi, Galli, Spartani, etc.

A fianco delle poche truppe cittadine cartaginesi della capitale, vi erano per lo più le truppe libico- fenicie (così le indicheremo sempre noi) della provincia, cioè delle colonie africane dell'impero cartaginese nel suo complesso (a parte i Cartaginesi di Spagna e delle Baleari).

<<Dal punto di vista tipologico il nucleo centrale dell'esercito punico (in media, armate di 25-30.000 uomini, di cui un sesto cavalieri) era costituito dalla fanteria pesante, appoggiata dalla fanteria leggera. Iberi e Celti combattevano a piedi muniti di armi da taglio. La falange era formata da guerrieri di origine greca, armati di lunghe lance. Della cavalleria facevano parte soprattutto i Numidi, ma anche genti celtiche. Per lungo tempo i Cartaginesi impiegarono anche i carri da guerra, non più in uso però già al tempo delle Guerre Puniche, e sostituiti dagli elefanti addestrati al combattimento. Il loro impiego è testimoniato a partire dal 262 a.C. Di taglia piccola, questi animali si potevano muovere velocemente e senza difficoltà anche su dei terreni accidentati, preclusi ai tradizionali carri da guerra. L'organico di elefanti dell'esercito punico doveva forse ammontare a qualche centinaio. In epoca ellenistica si adottarono tanto le ultime novità in fatto di armamenti, quanto le nuove strategie e tattiche in voga nel periodo tolemaico. Secondo lo scrittore cristiano Tertulliano, l'ariete sarebbe stato inventato dai Cartaginesi, ma esso doveva essere noto già prima agli Assiri>>. (AMADASI GUZZO M.G.- BONNET C.- CECCHINI S.M.- XELLA P., Forze armate, in  Dizionario della civiltà fenicia, Roma 1992, p.115)

 

 

FIG. ISOLA DELL'AMMIRAGLIATO NEL PORTO MILITARE DI CARTAGINE (HURST)

Osserva Sandro Filippo Bondì: "Tutto fa pensare che nello Stato cartaginese gli abitanti si dividessero in due fondamentali categorie: i Libi, privi di diritti politici e vessati da un onere fiscale enorme ovunque si trovassero ed i Fenici, cittadini di pieno diritto ovunque si trovassero... I Libifenici, se così piace chiamarli, erano il ceto elevato di lingua fenicia presente un po' dappertutto nel territorio cartaginese e costituivano, crediamo consciamente, la spina dorsale di un sistema che garantì a Cartagine una lunga pace interna ed una fortuna economica che, a dire di Polibio, non trovò uguali nel mondo antico" ("I Libifenici nel'ordinamento cartaginese", Rendiconti della classe di scienze morali, storiche e filologiche dell'Accademia dei Lincei, ser. VIII, vol. XXVI, 1971, p. 661). Plinio, V, 24, pone i Libifenici soprattutto nel Bizacio [2], regione intorno a Cartagine di straordinaria fertilità e con resa agricola di "cento per uno". Vedremo che queste truppe non saranno in genere più valide di quelle di mercenari ellenistici, iberici, gallici o italici e neanche di quelle ispano- cartaginesi. La Bizacene era il granaio di Cartagine. Era una provincia soprannominata Emporia per il suo eminente carattere commerciale, con numerose città e depositi di mercanzie. Anche il livello degli allevamenti era tale, che Polibio [3] lo definisce insuperato anche ai suoi tempi.

Tutta la regione di Cartagine aveva una agricoltura perfezionata, e vi erano state fondate numerose colonie agricole [4] che già al tempo di Agatocle superavano il numero di duecento, poi gravemente danneggiate dalla guerra [5].

 

FIG. I DISTRETTI AMMINISTRATIVI DEL TERRITORIO DI CARTAGINE. Il fiume Tusca delle fonti viene indicato in DOREY T.A.- DUDLEY D.R. Rome against Carthage, London 1971, cartina p.158, quale affluente del Bagradas da Maktar (Pagus Tuscae)

Per quel che riguarda l'impiego di truppe servili nell'esercito cartaginese, abbiamo parallelismi con quanto avviene nell'esercito romano in particolare nella II guerra punica con i volones. Tali truppe servili nell'esercito cartaginese vennero utilizzate e (sintetizzando con l'Acquaro) "lo stimolo al loro massimo rendimento ne determinò in più casi l'affrancamento" (Acquaro, Cartagine..., cit., p. 68).

 

FIG. Cartagine era l’erede diretta della grande tradizione commerciale dei Fenici (FUORI VISTA ATLANTICO, AZZORRE E ISOLE BRITANNICHE)

 

 

FIG. ISOLA DELL'AMMIRAGLIATO NEL PORTO MILITARE DI CARTAGINE (HURST)

Nella storia di Cartagine, via via che ci si avvicina al periodo delle guerre puniche, prevalgono però "le scelte che qualificheranno in senso largamente mercenario la composizione delle truppe cartaginesi" (Ibidem) (per non fidarsi di armare il malcontento dell'elemento libico? Ndr). "L'impiego di cittadini, attestato nelle prime campagne di Malco e nelle guerre siciliane, diventa sempre più limitato, al di là di episodi eccezionali. Il grosso dei contigenti è assicurato dai sudditi nati nei territori sotto il dominio di Cartagine; arruolati con leva obbligatoria, partecipano alle principali campagne africane e d'oltremare. Le  regioni da cui Cartagine trae i propri mercenari sono l'Iberia, in cui dopo la conquista barcide si esercita anche la coscrizione riservata ai sudditi, le Baleari, la Sardegna, la regione elima e sicana, la Gallia". E ritorna ora il nostro grande assunto, il carattere ellenistico dell'esercito di Annibale: "Quanto alla struttura, è verosimile che l'esercito cartaginese, prevalentemente composto da soldati di mestiere, ricalchi quella utilizzata dai grandi Stati ellenistici" (Acquaro, Cartagine..., cit., pp. 68- 69). Accanto alla fanteria pesante, quindi, essenziale il ruolo svolto dalla fanteria leggera, soprattutto frombolieri baleari e Iberi armati di giavellotto. Alla cavalleria, costituita soprattutto da Nùmidi, è affidata parte notevole nella tattica dei condottieri cartaginesi, come anche dapprincipio ai carri da guerra, sostituiti negli ultimi secoli dagli elefanti. Non era comunque trascurabile la cavalleria libico- fenicia, reclutata nella regione d'Africa intorno a Cartagine. Lo stesso luogotenente di Annibale in Sicilia fino al 210, Muttine, così bravo a comandare i cavalieri nùmidi e sempre definito nùmida fino al Mommsen compreso, era libifenicio di nome e di fatto (GDS III2 p. 299 n. 170) [6].

 

Dal punto di vista più generale, civile e militare, risalta l'elemento di insieme di città- stato fenicie e puniche ("La persistenza della carica dei suffeti in centri e in piccoli insediamenti cittadini, posti all'interno del territorio cartaginese, costituisce una valida indicazione per l'attestazione di una certa autonomia amministrativa. A questa possibile autonomia in sede di amministrazione locale fa riscontro l'esercizio da parte di Cartagine di una politica accentratrice che avoca a sè gli aspetti più qualificanti per un serrato controllo economico e militare di tutto il territorio africano", Acquaro, Cartagine..., cit., p. 62) e si conferma la distinzione civile e militare, col controllo oligarchico rigido e diffidente della prima sfera sulla seconda ("La Corte dei Cento e il Senato.. In tempo di guerra ancora il senato esercita il controllo tecnico e disciplinare sull'esercito. Pesanti sono le limitazioni che l'assemblea pone, anche sul piano strategico e tattico, ai comandanti militari imponendo loro, in più occasioni, i termini di conduzione delle singole campagne o i luoghi dove dar battaglia... la Corte dei Cento, nata probabilmente nel V sec. a .C. come alta corte di giustizia volta in particolare al controllo delle operazioni militari... Riprova che essa eserciti una funzione essenziale per la sicurezza dello Stato è data dalla segretezza più assoluta che circondava le sue sedute. Rappresentanti del Consiglio dei Cento assolvono il compito istituzionale dell'organo provvedendo al controllo delle operazioni militari anche sul campo" Ibidem, pp. 65- 66). Troviamo conferma di ciò in Giustino, 19, 2; Livio, XXXIII, 46, 1; Aristotele, Polit. 2, 8; cioè il Consiglio dei 104 a Cartagine aveva la stessa funzione, nel controllo dei generali, di quella dell'oligarchia senatoria a Roma verso ogni tipo di personalismo dei consoli [7]. La riscossione dei tributi è il perno dell'amministrazione dello Stato cartaginese. Su essa si basava l'organizzazione civile e amministrativa dell'impero cartaginese. Tali tributi raccolti capillarmente nell'impero erano cospicui e un contemporaneo di Annibale, Polibio (XVIII, 35, 9), osserva che "Cartagine era considerata la città più ricca di quel tempo in tutto il mondo". Per quel che riguarda il periodo di guerra da noi trattato, la dislocazione di guarnigioni militari garantiva la regolare corresponsione dei tributi, che, con la condotta autocratica della politica internazionale, costituisce l'asse portante dell'autorità di Cartagine. Le vicende belliche che interessano il territorio africano negli ultimi secoli del dominio cartaginese dovettero spesso alterare anche quella già limitata autonomia amministrativa che si postula per le singole città; in queste circostanze operano dei governatori che, a somiglianza degli strateghi greci, assommano poteri civili e militari.

Ma il potere militare accentrato dai Barca nei vari scacchieri di guerra, non significò automaticamente dittatura militare nella sfera civile almeno a Cartagine. Abbiamo parlato di competenze militari, e una "riforma" militare è certo presente in quelle più ampiamente "istituzionali" dei Barca, così riassunte da Gilbert- Charles e Colette Picard in "Vie et mort de Carthage", cit., pp. 207- 208: "Senza dubbio essi (i cambiamenti istituzionali del partito di Amilcare Barca, NdR) consistono nell'estenderele competenze dell'Assemblea popolare e a trasferire il potere esecutivo... a magistrati annuali eletti dalla stessa assemblea. E' soltanto allora, crediamo, che i suffeti, ormai democraticamente eletti, diventano i veri capi civili della repubblica punica. Per definire la loro natura ci si serve abitualmente del parallelo con i consoli romani, ma considerando che ai suffeti non viene mai accordato il diritto di comandare l'esercito, è più calzante il paragone con i pretori, il cui istituto, come quello dei suffeti, è in primo luogo giudiziario. Tuttavia Amilcare conosceva troppo bene l'incostanza del popolo cartaginese per riporre in esso tutte le proprie risorse. Del resto, la realizzazione dei suoi progetti necessitava di una continuità incompatibile con il rinnovo annuale delle magistrature [8]; infine, egli aveva il temperamento di un militare e non quello di un politico. Così la riforma costituzionale non fu che la prima fase della rivoluzione barcide, la seconda doveva essere la creazione fuori dell'Africa di uno stato militare di cui Annibale avrebbe potuto disporre senza controlli". Stiamo parlando dunque della "rivoluzione barcide", cioè del partito democratico e nazionalistico di Amilcare Barca. A parte "il più vasto quadro dell'ellenismo", in cui viene calata dai Barca la religiosità cartaginese (Acquaro, Cartagine..., cit., p. 58) e "l'introduzione di nuovi moduli magnogreci" (che noi abbiamo vieppiù riferito agli aspetti militari) "anche nella cultura cittadina, materiale e no" (ibidem, p. 59), abbiamo conferme che "le limitate competenze attribuibili all'Assemblea generale del popolo cartaginese nel IV secolo non corrispondano all'originale importanza statutaria e che il suo progressivo svuotamento derivi dall'affermazione di princìpi di governo oligarchico. Da qui la notizia aristotelica (nella Politica, NdR) secondo cui l'assemblea è convocata solo per decisione dei suffeti ed è chiamata in primo luogo a dirimere, quando e se sorgono, le controversie fra questi e il senato. Non a caso nel periodo annibalico, che segna dal punto di vista politico un allargamento "democratico" a responsabilità di governo, l'assemblea acquista nuove attribuzioni, come la messa sotto accusa di magistrati" (ibidem, p. 66). Lo strapotere del Consiglio dei 104 era stato dunque un esempio di ulteriore involuzione oligarchica nella repubblica cartaginese: esso consisteva anche nel controllo rigido soprattutto sui generali e in processi a loro carico (sul tipo dei vincoli più rigidi imposti dall'oligarchia senatoriale romana alle singole personalità soprattutto militari della Repubblica, con grande diffidenza verso generali vittoriosi, plebei e "uomini nuovi") (Cfr. il saggio "Le città- stato e la rivoluzione democratica" di Luigi Firpo, pp. 12- 15, nel fascicolo su Fenici e Punici, supplemento a "La Stampa" n. 48 del 3 marzo 1988). Questo strapotere oligarchico fu fermato da Annibale con la sua "rivoluzione democratica", che limitò a un solo anno la durata della carica dei membri del Consiglio, non più quindi con mandato vitalizio. Del resto lo strapotere oligarchico si era sempre fatto sentire anche nei tributi e nelle tasse, di regola di 1/10 e anche 1/4 dei raccolti (in tempo di guerra del 50%), sottoponendo a monopolio tutte le miniere e procurandosi, con sfruttamento altamente intensivo, grano dalla Sardegna e argento spagnolo.

 

FIG.- CARTAGINE.

Oltre ai testi citati (nella bibliografia finale) del C.Picard, del Moscati, del Barreca e dell'Acquaro, sono stimolanti sulla civiltà di Cartagine alcune osservazioni contenute nel volume- catalogo "I Fenici", Milano 1988, per la mostra omonima allestita nel Palazzo Grassi di Venezia. Almeno due elementi complessivi di riflessione sono emersi, secondo noi, da questa mostra sui Fenici.

Il primo elemento caratteristico è la molteplicità di colonie nell'impero enorme ma particolaristico rappresentato dal mondo fenicio (col grifone alato in avorio, simbolo della sua potenza) e punico, con le sue città- stato sul tipo di quelle espresse al massimo livello dal mondo ellenico in Grecia e nelle colonie greche d'Europa. Due grandi realtà mediterranee dominavano dunque l'Europa antica a occidente dell'Egitto e della Grecia, mentre Roma si impegnava nella sua grande affermazione italica e insulare: l'impero particolaristico delle colonie città- stato fenicie e l'impero particolaristico delle colonie città- stato greche, mentre la minore talassocrazia ("dominio dei mari") etrusca era ormai tramontata. Originalisima sarà certo la nuova Federazione romana (latina e italica) come emerge soprattutto nelle guerre puniche, ma di più antico, variegato e ammirevole splendore erano ancora quegli imperi (ormai culturalmente in tutto ellenizzati) basati sulle città- stato. Città- stato greche e puniche- in primo luogo Siracusa e Cartagine- saranno implacabili nemiche di Roma nella II guerra punica. Ma città- stato greche e greche d'Italia e di Spagna saranno anche i più importanti alleati della Federazione Romana. Del mondo fenicio ormai punico, Cartagine rappresenterà sia il momento più elevato di civiltà (fusione di elementi fenici, greci, egizi, etruschi: sale da 5 a 13, 19, 20 e 22 della mostra) e di espansione, sia la più importante città- stato dell'impero fenicio; tra la prima e la seconda guerra punica, la nuova città- stato di Cartagine Nuova in Spagna (Nova Carthago- Cartagena), fondata dai Barca in Spagna, doveva rappresentare un nuovo polo di aggregazione e un nuovo faro di espansione di quella civiltà fenicio- punica che aveva perso ("anche" per colpa dei Greci) solo la Sicilia e solo da pochissimo, a tradimento, la Sardegna. Ma la guerra, terribile, doveva ridimensionare in solo 17 anni entrambe le città- stato guida del mondo punico, cioè dell'impero occidentale dei Barca.

 

Fig. NAVE IN AVVICINAMENTO A CARTAGINE

Questo alto livello di civiltà occidentale preromana nel periodo dell'estenuante conflitto con Roma si riflette in molte realtà "nazionali" mediterranee. In particolare proprio per la Spagna si è sottolineato di recente che "la civiltà iberica, quale si manifesta nel suo periodo di massimo splendore (V- III sec. a. C.), affonda le sue radici nei profondi mutamenti che dal Mediterraneo i Fenici e i Greci portano nel tessuto connettivo delle civiltà indigene, specialmente di quelle della zona meridionale della penisola iberica, favorita per posizione geografica, ricchezze minerarie e potenzialità agricole" (Archeo n. 71, apr. 91, Dossier "La Spagna prima di Roma"). E sono questi gli immediati antefatti della II guerra punica.

 Vogliamo sottolineare che soltanto tre potenze contrapposte vi furono per cinque secoli (dall'VIII al III secolo) nella penisola italiana: ELLENI, ETRUSCHI, FENICIO-PUNICI. E sosteniamo che quella Latino- romana era culturalmente soggetta agli Etruschi e loro erede diretta nell'esercito, nelle magistrature, nelle costruzioni (compresi viabilità, acquedotti e agricoltura), e che solo la fusione tra i caratteri specifici della federazione latina e degli Etruschi prima e tra questi e gli ordinamenti militari italici e sanniti poi avviarono Roma, nel corso del III secolo, a una piena affermazione nazionale ed extra-nazionale. Ciò è sempre più comprovato non dalla pura ricerca storica ma in maniera sorprendente e quanto mai veloce dai progressi archeologici e dagli studi etnografici (basti pensare alle dichiarazioni a proposito di Ugo Di Martino, cit., p. 170 sgg.).

Gli studiosi hanno sottolineato tra il mondo fenicio e quello punico, cronologicamente successivi l'uno all'altro, differenze relative al modo di concepire la loro egemonia mediterranea: per i Punici di Cartagine si evidenzia il carattere imperiale nella stessa fondazione e amministrazione delle colonie, mentre per i Fenici dell'Oriente tutte le fondazioni e colonizzazioni, anche nella più remota costa atlantica spagnola e africana, non erano rimaste altro che semplici attracchi e soste nelle linee commerciali (nelle regioni costiere colonizzate "per i Fenici si parla di 'influenza' e al massimo di talassocrazia; per i Cartaginesi si può parlare di vero e proprio imperialismo" anche nelle parti più interne delle isole e della Spagna - U.DI MARTINO, cit., p.173).

Nel complesso, all'inizio della guerra annibalica, l'impero di Cartagine si estendeva per 70.000 kmq., con 4- 5 milioni di abitanti [9]. Solo nella Libia Cartagine possedeva 300 città (Strabone, XVII, 3), senza calcolare poi tutto il territorio dalla Cirenaica all'Atlantico alla Spagna. Data l'ampiezza di questo impero, "i soldati (di Cartagine) consideravano il maggior premio alla loro fedeltà e tenacia il trasferimento presso centri (meno isolati) come Tharros, in Sardegna, o presso Cartagine per i più meritevoli. Fu proprio Tharros la città più importante della Sardegna che, insieme con Ibiza e con la stessa Cartagine, formava un triangolo difficilmente superabile per qualunque imbarcazione si fosse avventurata nello scacchiere del Mediterraneo occidentale. Ciò dimostra che i Cartaginesi erano capaci di operare non solo in zone limitate, ma su vasti territori, apparentemente assai distanti fra loro eppure facenti parte tutti di un unico indirizzo politico e di un'unica strategia militare. Quella punica fu una politica a largo respiro, che si rivelerà in tutta la sua ampiezza durante le guerre contro Roma". "I porti fenici, come i successivi punici, erano formati da due bacini contrapposti che garantivano la completa sicurezza alle navi in sosta soprattutto quando i venti soffiavano con violenza". (U.DI MARTINO, cit., pp.177- 178)[10].

Il secondo elemento di riflessione è dato dalla difficoltà per Roma di creare immediatamente (e non solo in un discorso politico- militare) livelli di confronto e di superamento veramente "maturi" e tipicamente etrusco- romani (come già nei castra, nella viabilità e nell'idraulica, nella gerarchia e nella divinazione, tra cui la "devotio"; e noi per etrusco intendiamo anche trasmissione di eredità medio- orientali ed assimilazioni del mondo greco) di contro agli insuperabili livelli greci e fenici nell'organizzazione militare, nella marineria, nella cultura ellenistica che Annibale esprimerà in sommo grado anche nelle capacità finanziario- commerciali. Roma riverserà nell'impresa ardua di 18 anni più dell'immaginabile, e tanto più sorprendenti saranno i frutti quanto più ineguagliabili erano i livelli degli avversari, che essa poteva superare solo copiandoli: copiare le navi e i sistemi marittimi cartaginesi e greci, tentare di superare le inizialmente superiori strutture militari ellenistiche (falangi, "isole" di cavalleria, macchine da lancio, elefanti da guerra; solo a metà guerra subentreranno Scipione e i véliti), confrontarsi sul piano dei legami mediterranei, non solo diplomatici e commerciali, e con la fitta rete di interessi e di vincoli degli avversari (che si rinsaldavano anche durante la guerra, dalla Siria alla Macedonia, dalla Liguria alle Baleari, dall'Illiria alla Gallia).

La mostra veneziana ha riproposto dei quesiti: tra Greci e Fenici, chi più ha copiato dall'altro per le navi da guerra a più ordini di remi (sala 6 e pp. 72- 77 del catalogo)? O nell'alfabeto (sale 14- 18 e pp. 86- 103)? Tranne che per le risposte che mancano assolutamente in fatto di navi da guerra, il libro- catalogo della mostra, con la direzione scientifica di Sabatino Moscati, ottimo volume di 750 pagine su Fenici e Punici fino ad Annibale, meriterà dunque sempre di essere consultato. Ciò vale sia per la I parte (relativa anche alla navigazione, p.72 sgg.) e la IV parte, globalmente per "I Fenici e gli altri" (pp. 512- 569), sia nella II parte relativa a "Le grandi aree" (specie le cartine geografiche archeologiche alle pp. 140, 167, 171, 186, 207- 211, 227, 237 e 513), dove si possono verificare datazione e rilevanza di alcuni centri punici in particolare in Spagna, in Sardegna e a Malta. Nella penisola iberica abbiamo aggiunto, per la nostra mappa ricostruttiva della guerra, Lebrija, Jaen e Osuna (località puniche del resto a noi già note e ancora attuali per il collegamento stradale e ferroviario in Spagna) più che altro per considerazioni diacroniche e ripensamenti militari (collegamento tra Cadice e Carmona la prima, sotto Baecula- Bailen la seconda, tra Ituci e Velez- Malaga la terza) [11].

 

FIG. IL PORTO MILITARE DI CARTAGINE DURANTE L’ATTACCO ROMANO NELLA III GUERRA PUNICA (KROMAYER- VEITH).

Aggiungiamo infine, a titolo di curiosità "marittima", che la prima circumnavigazione dell'Africa, effettuata dal fenicio Hiram dal porto di Ezion Geber su incarico del faraone egiziano Necoh (Erodoto, IV, 42), è argomento di una lode incondizionata da parte del moderno navigatore Ambrogio Fogar, che può ben raffrontare per esperienza diretta un antico e un moderno doppiaggio del Capo di Buona Speranza. Sintesi del viaggio suddetto (oltre che di quelli di Annone e di Imilcone) alle pp. 74- 75 dello stesso catalogo. Noi invece riportiamo qui direttamente il testo del viaggio di Annone.

Nel 450 a. C. circa, Imilcone si era spinto sin in Britannia alla ricerca dello stagno; così Annone navigò lungo le coste dell'Africa in cerca dell’oro (manoscritto di Heidelberg in lingua greca). Relazione del viaggio di Annone.re dei cartagincsi, nelle regioni dell' Africa al di là dello stretto di Gibilterra, da lui consacrata nel tempio di Baal; quanto segue è il testo:

I. I Cartaginesi decretarono che Annone navigasse al di là delle stretto di Gibilterra e fondasse colonie di libifenici. Egli salpò, con sessanta navi a cinquanta remi, uomini e donne in numero di trentamila, viveri e altri oggetti essenziali.

II. Dopo aver passato lo stretto e navigato per due giorni, fondammo la prima colonia che chiamammo Thylniaterion, presso la quale è una vasta pianura

III. Facendo sempre vela verso occidente, arrivammo in un luogo chiamato Soloeis, un capo coperto d'alberi.

IV. Dopo aver colà consacrato un santuario a Posidone, cambiammo direzione e navigammo verso oriente per mezza giornata, dopo di che arrivammo in una laguna non lontana dal mare, coperta di canne alte e folte. Elefanti e molti altri animali vi stavano pascolando.

V. Costeggiammo la laguna per un giorno. e poi lasciammo nuovi coloni al forte di Chirialt, a Cutta, Arca, Melitta e Arambi.

VI. Di qui navigammo verso il Lisso, un grande fiume che proviene dalla Libia. Sulle sue sponde i lissiti, che sono nomadi, pascolano i loro armenti. Rimanemmo qualche tempo con questo popolo, con il quale stringemmo amicizia.

VII. Al di là vivevano dei barbari etiopi in un paese pieno di belve e attraversato da catene di montagne, dove dicono che nasca il Lisso. Intorno a queste montagne vive un popolo dal curioso aspetto, i trogloditi; i lissiti affermano che sanno correre più velocemente dei cavalli.

VIII. Prendemmo con noi degli interpreti lissiti, navigammo verso mezzogiorno lungo la costa deserta per due giorni, e poi verso Oriente per un giorno. Colà trovammo in un golfo un'isoletta con una circonferenza di cinque stadi (tre quarti di miglio), la chiamammo Cerne e vi lasciammo dei coloni. Dalla distanza che avevamo percorso calcolammo che doveva essere situata dirimpetto a Cartagine, perchè il tempo occorrente per navigare da Cartagine allo stretto di Gibilterra era uguale al tempo impiegato per navigare dallo stretto a Cerne.

IX. Di là, passato un grande fiume, il Chretes, arrivammo a una laguna contenente tre isole più grandi di Cerne. Dopo averle lasciate, navigammo per un giorno e raggiungemmo l’estremità della laguna che era dominata da montagne altissime abitate da selvaggi vestiti di pelli di fiere, che ci impedirono di sbarcare scagliandoci delle pietre.

X. Di là imboccammo un alto fiume largo e profondo, pieno di ippopotami e coccodrilli; poi facemmo ritorno a Cerne.

XI. Più tardi navigammo ancora a sud di Cerne per dodici giorni lungo la costa e vedemmo popoli lontano da noi. Nemmeno i lissiti che erano con noi riuscirono a capire la loro lingua.

XII. Il dodicesimo giorno gettammo le ancore ai piedi di una catena di monti alti e selvosi, su cui crescevano alberi aromatici e di molte specie diverse.

XIII. Oltrepassammo questa catena di monti in due giorni di navigazione, e arrivammo in un'immensa baia ai due lati della quale si stendeva del terreno pianeggiante Di là vedemmo nella notte dei fuochi che si accendevano da ogni parte a intervalli irregolari.

XIV. Dopo esserci riforniti d' acqua navigammo lungo la costa per cinque giorni finchè giungemmo in un grande golfo, chiamato, ci dissero gli interpreti, Corno d'Occidente. In esso vi era una grande isola, e in quest’isola un lago marino contenente a sua volta un'isola. Sbarcandovi, non vedemmo altro che foreste e di notte molti fuochi accesi, udimmo suoni di pifferi, cembali e tamburi, e grida di una grande folla. Fummo presi da timore; e gli interpreti ci consigliarono di lasciare l’isola.

XV. Salpammo rapidamente e costeggiammo una regione che odorava di legno in fiamme; e dalla quale rivoli di fuoco si gettavano in mare. Non potemmo accostarci a terra a causa del gran caldo.

XVI. Proseguimmo quindi rapidamente con qualche apprensione, e per quattro giorni vedemmo la terra fiammeggiare nella notte; in mezzo a questa regione c’era un fuoco che torreggiava al di sopra degli altri e sembrava toccare le stelle; era la più alta montagna da noi vista e si chiamava Carro degli Dèi.

 

FIG. CARTAGINE- Impossibile che questo sia il porto circolare.

XVII. Dopo aver seguìto per tre giorni dei fiumi di fuoco giungemmo a un golfo detto Corno di Mezzogiorno. In questo golfo c’era un’isola simile all’ultima nominata, con un lago dentro al quale c’era un’altra isola Questa era piena di selvaggi; la massima parte erano donne dal corpo peloso, chiamate dai nostri interpreti “gorilla”.Demmo la caccia agli uomini, ma non riuscimmo a prendere nessuno perchè si arrampicarono su rocce scoscese e ci gettarono molte pietre. Catturammo però tre donne, che morsero e graffiarono i loro catturatori. Le uccidemmo, le scuoiammo e ne portammo le pelli a Cartagine. Questo fu il punto estremo a cui potemmo giungere a causa della mancanza di provviste.

 

FIG.PORTO MILITARE DI CARTAGINE E ISOLA DELL'AMMIRAGLIATO

 

FIG. NUOVO MUSEO DI CARTAGINE: PORTO E COLLINA DELLA BIRSA (foto dell'Autore)

L'ESERCITO DI CARTAGINE.

Per la difesa militare della città di Cartagine, lo storico Appiano fa desumere, nella triplice cinta difensiva della città, circa 70 torri a quattro piani, di cui 23 nel secondo piano della seconda cerchia di mura (dopo il fossato e il bastione di terra). Esse distavano circa 60 metri una dall'altra e l'istmo di Cartagine era largo circa 4 km e mezzo. Le torri erano alte 27 metri contro i 13 e mezzo delle mura. Secondo Diodoro le mura erano alte 16 metri e larghe 10 (il Cantù, cit., tomo VIII, p. 223, indica invece il solo triplice muro come alto 26 metri e largo 16). Interessante l'osservazione archeologica e la descrizione delle fortificazioni di Cartagine in S. Moscati, "L'enigma...", cit., pp. 50- 51.

 

FIG. CARTAGINE- PLANIMETRIA.

Cartagine aveva un notevole arsenale che, in talune circostanze, riuscì a fabbricare ogni giorno 140 scudi, trecento spade, cinquecento lance e mille proiettili per le catapulte [12] (di cui si parlerà a parte, comprese le 3000 macchine da lancio e da guerra che difendevano le mura della città ancora nell'ultimo anno di vita, oltre alle 200.000 armi di ogni tipo consegnate a Scipione vittorioso).

 

FIG. LE MURA DI CARTAGINE

AMELING W., Karthago, Studien zur Militär, Staat und Gesellschaft, Vestigia XLV, München 1993, offre interessanti spunti sulla storia di Cartagine. Alle pp.134-137 su Annibale Rodio (capitano di una nave punica a lungo imprendibile dalle navi romane a Marsala per la sua velocità- 250 a.C.) in Polibio: sarebbero tutte private le navi cartaginesi? Il Rodio era un ricco trierarca statale o un privato pirata? Certo era un "aristocratico" e un pirata "commerciante", non razziatore, perché l'autore accetta che non quadrireme, ma pentera (quinquereme) era certo (!!??) la sua nave, troppo costosa cioè per un semplice pirata). Sui Mercenari (pp.183-190) e sui Cittadini nella flotta (pp.190-194), La flotta (pp.194-203). Per la Cavalleria (pp.227-235), vi erano 2000 streitwagen-carri da guerra e solo 1000 cavalieri e 40000 fanti con Agatocle: Polibio è critico, ma è vero -archivi di Creta- anche se pochissimi carri da guerra vi furono in Sicilia nelle guerre puniche, per il "territorio inadatto"). Sugli Alleati a pag.210 si ricordano i 5000/10000 libi sudditi, già con Agatocle e poi comunque metà dei 20000 cartaginesi in Africa fino alla fine della I guerra punica (Pol.1,67,7;13). Un elenco dei mercenari alle pp.212-221: iberi, liguri (con Timoleone, poi nella I punica Pol.1,17;67,7;Diod 25.2; in Spagna -Pol.3,33,16- e con Annibale fino a Zama), etruschi (solo una volta nel 311 Diod.19,106,2, 1000 mistoforoi, opliti per falange), campani, celti, greci (la 1° volta dopo la battaglia del Crimisos, Plut.Tim.30,2; 1000 con Agatocle, metà provenienti da Siracusa, Diod.20,39,4)), baleari (Diod.19,106,2; 109,1 su 1000 a Cartagine, pochi cioè di numero perché specialisti).

 

FIG. LE MURA DI CARTAGINE SECONDO F.RAKOB

 

FIG. VISTA DELLA CITTA' DI CARTAGINE E DEL PORTO MILITARE CIRCOLARE.

Per i confini della regione di Cartagine (1/3 circa dell'attuale Tunisia), tra il fiume Tusca (Wadi Zain) e le Fosse Fenicie presso Thenae, cfr. De Sanctis, GDS III1, p. 35 e n. 104. Le 23 torri più interne suddette (prima della rotonda del porto militare) racchiudevano scuderie per 4.000 cavalli e 300 elefanti, magazzini e caserme per 20.000 soldati (tutte cifre che, detto per inciso, sono riprese realisticamente anche dal Flaubert nel suo Salammbò, cit., pp. 53- 54). Tali forze alloggiabili sopravanzavano quindi la legione sacra di 6000 giovani nobili cartaginesi con le loro pesanti corazze e i loro cavalli protetti da piastre d'argento. Plutarco (Timeo, 25, 29) parla di 2500 uomini dello squadrone sacro (legione sacra) cartaginese, da intendere qui come reparto di sola cavalleria, e forse unici "cittadini" dell'esercito cartaginese, perché gli altri servivano solo nella flotta, anche come rematori (conferme e controversie in Aleming, cit., 1993, pp.192 ssg)..

 

FIG. - CARTAGINE: QUARTIERI PRINCIPALI E CINTA DELLE MURA.

La città di Cartagine aveva durante la guerra annibalica più di 400.000 abitanti (ma non tutti di origine fenicia): negli ultimi anni della sua esistenza, dopo un secolo di guerra con Roma, aveva ancora 700.000 abitanti (Strabone XVII, 3). Tra la capitale e Lisso vivevano almeno altri 100.000 Punici. "Tutti questi, uniti alle guarnigioni isolane e degli avamposti, davano una cifra non inferiore a mezzo milione di Punici" (G. Herm, "L'avventura...", cit., p. 233).

 

FIG. CARTAGINE- isola dell'Ammiragliato con cantieri (Morrison).

Noi prendiamo in considerazione nella guerra (come dati storici e calcoli ricostruttivi computerizzati) poco meno della metà di queste forze disponibili (non essenzialmente di juniores) dei Punici d'Africa (dalla Tripolitania a Lixus): 230.000 Cartaginesi e Libi- Fenici e 20.500 uomini di cavalleria libico- fenicia (GDS II1 p. 38 n. 111 e c. I app. II). Ma i cittadini veri e propri della città di Cartagine servivano come truppe effettive solo nel battaglione sacro (2500/3000 cavalieri) e nella flotta, anche come rematori (conferme e polemiche in Ameling, cit., 1993, pp. 190 sgg.): il resto erano per lo più sudditi Libi e mercenari.

 

FIG.- CENTRI FENICI E PUNICI VICINO A CARTAGINE.

30/36.000 erano i giovani punici d'Africa (dell'impero africano di Cartagine; ma solo 10.000 secondo il Kahrstedt, cit., p. 451) che ogni anno raggiungevano l'età militare ancora nel 215 (GDS III2 p. 228 n. 56). I nostri calcoli vanno dunque ben al di là dell'elenco di forze di Annibale fornito da Polibio in III, 33, per la sola campagna d'Italia e ripreso da quello scolpito da Annibale stesso nel tempio di Hera Lacinia [13]. Elenco che peraltro consideriamo attendibile e integrato nella nostra ricostruzione nonostante le riserve del De Sanctis più oltre dibattute [14]. Alle nostre cifre complessive va aggiunto un altrettanto considerevole numero di Cartaginesi di Spagna (ovverossia Punici della Spagna cartaginese) [15], perchè essi furono una realtà militare importantissima, creata per lo più dai Barca e dalla loro concezione militare punico- ellenistica per unire saldamente la cittadinanza delle città- stato punico- fenicie e il servizio militare (276.000 Spagnoli- Cartaginesi e 22.870 arcieri e frombolieri delle isole Baleari, forniti in 18 anni ad Annibale e ai suoi fratelli [16]). Il Seibert (cit.), sempre affidabile per le fonti, elenca come partiti con Annibale dalla Spagna 8000 Baleari.

Nonostante che i contingenti di cavalleria spagnuoli siano sempre di 4000/ 4500 unità (ad esempio, Livio XXVIII, 12-13 ; XXIX, 1), quindi elevatissimi in proporzione quanto la fanteria, è molto minore l'apporto, per i Cartaginesi, della cavalleria pesante spagnola- cartaginese (7000 unità) [17], non solo per la sua inferiorità tattica rispetto alla cavalleria leggera africana (molto più agile e idonea alle tattiche annibaliche), ma anche perchè la maggiore bellicosità dei cavalieri Celti di Spagna e le mutevoli alleanze delle popolazioni iberiche durante la guerra si fecero sentire anche nel campo del mercenariato. E' pur vero che dal 219 e ancora nel 215 la "fanteria libica, fenicia e mercenaria formava il nerbo degli eserciti cartaginesi di Spagna" (GDS III2 p. 235), e non quindi eserciti spagnuoli - per una scelta di affidabilità che Annibale pare volesse salvaguardare più in Africa (mandandovi le sue fidate milizie spagnole) che non in Spagna-. Ma i continui arruolamenti di milizie puniche di Spagna e di mercenari spagnoli prima e dopo la partenza di Annibale per l'Italia, resero quegli eserciti di Spagna i più vitali per Cartagine e i più agognati (anche se invano !)[18] da Annibale come rinforzo per le sue campagne in Italia.

 

FIG. OPLITE CARTAGINESE

Come per tutte le altre parti riassuntive sulle truppe di Annibale nella II guerra punica, il pur ricchissimo e voluminoso testo di Jakob Seibert non confronta mai "militarmente" (cioè in rapporto agli effettivi reparti e a una ricostruita organizzazione militare cartaginese e romana) le cifre delle fonti, ma le riporta con ricchezza di riferimenti e di controlli bibliografici. Facciamo quindi sempre riferimento a lui per un ulteriore vaglio delle fonti sia antiche che moderne. Ma ce ne discostiamo spesso in rapporto a una "internazionalizzazione" anche militare delle strutture organizzative, rapporto che ci ha fatto riconoscere nell'utilizzazione tattica dei manipoli o di reparti della falange da parte di Annibale la struttura organizzativa che sia i Romani che Cartagine avevano mutuato dagli Ellenisti. La nostra ricostruzione dei reparti romani ed ellenistici è decisiva per la ricostruzione numerica delle truppe.

Seibert (Forschungen zu Hannibal, Darmstadt 1993, p.179-83) riporta le cifre di Polibio ma soprattutto di Cincio Alimento. L'estrema serietà e soprattutto precisione del suo lavoro non gli fa azzardare cifre proprie. Egli sintetizza comunque a pag. 183 un totale di 70000 fanti e 10000 cavalieri nell'esercito annibalico partito dalla Spagna, compresi 8000 Baleari.

E' stato osservato come la diffidenza di Annibale verso la madrepatria fin dall'inizio del conflitto lo abbia spinto a invertire i luoghi di presidio delle truppe arruolate : contingenti africani in Spagna e contingenti spagnoli (e, meglio ancora, spagnoli cartaginesi, fedelissimi alla sua famiglia e da lui preparati) in Africa e a Cartagine. Riassumiamo brevemente da WERNER HUSS (Universität Bamberg), Geschichte der Karthager, München 1985, pagg. 297 sgg. : Nell'inverno 219/18 Annibale manda in Africa 13850 fanti e 1200 cavalieri dalla Spagna, dalle tribù dei Thersiten (Tarschisch= Tartessi= Turdetani), dei Mastieni, degli Oretani Ibéri (cioé non Oretani Germani, Plin. nat. hist. III 25), degli Olcadi - e tra questi 870 Baleari-, per lo più in Metagonia d'Africa (Capo Metagonium, Cap de l'Agua, alla foce del Muluchath, per Walbank, Commentary I, 363, e per Huss ; città costiere tra Capo Bougaroun e Capo Spartel in S. Gsell, II, 112 segg.) e una parte più piccola a Cartagine. Dalle città dei Metagoniti egli prese inoltre 4000 uomini per Cartagine. Inviò in Spagna 12650 fanti: 11850 libii, 300 liguri e 500 baleari, oltre a 450 libifenici e libii, 300 lergeti (Ilergeti) e 1800 cavalieri numidi massili, masesili, makkoii e maurusi. Rafforza inoltre questo esercito con 21 elefanti africani. Difende le coste spagnole con 50 pentere, 2 tetrere e 5 triere (18 pent. e le due tetrere non equipaggiate) (Huss, pgg.296-297).

Nonostante che i contingenti di cavalleria spagnuoli siano sempre di 4000/ 4500 unità (ad esempio, Livio XXVIII, 12-13; XXIX, 1), quindi elevatissimi in proporzione quanto la fanteria, è molto minore l'apporto, per i Cartaginesi, della cavalleria pesante spagnola- cartaginese (7000 unità), non solo per la sua inferiorità tattica rispetto alla cavalleria leggera africana (molto più agile e idonea alle tattiche annibaliche), ma anche perchè la maggiore bellicosità dei cavalieri Celti di Spagna e le mutevoli alleanze delle popolazioni iberiche durante la guerra si fecero sentire anche nel campo del mercenariato. E' pur vero che dal 219 e ancora nel 215 la "fanteria libica, fenicia e mercenaria formava il nerbo degli eserciti cartaginesi di Spagna" (GDS III2 p. 235), e non quindi eserciti spagnuoli - per una scelta di affidabilità che Annibale pare volesse salvaguardare più in Africa (mandandovi le sue fidate milizie spagnole) che non in Spagna-. Ma i continui arruolamenti di milizie puniche di Spagna e di mercenari spagnoli prima e dopo la partenza di Annibale per l'Italia, resero quegli eserciti di Spagna i più vitali per Cartagine e i più agognati (anche se invano !)[19] da Annibale come rinforzo per le sue campagne in Italia.

Tralasciando ora l'aspetto mercenario, discusso altrove per gli eserciti punici ed ellenistici, ricorderemo come il vero nerbo delle forze di cavalleria cartaginesi fosse costituito, per tutto l'arco della guerra fino al 204, dalla cavalleria della Nùmidia (ora di Massinissa, ora di Siface) con 8.850 cavalieri nùmidi. E solo la minima parte di tale numero comprende forze di cavalleria nùmida passate alla fine con Massinissa dalla parte dei Romani nel 204.

In realtà, facendo il calcolo in Tito Livio delle truppe di Numidia per gli anni della seconda guerra punica (libri da XXI a XXIX) abbiamo un effettivo di 291.000 fanti e 9.500 cavalieri.  Noi, nei continui ricambi delle forze in campo del nostro QUADRO SINOTTICO, avremmo il numero di 88.500 cavalieri nùmidi in totale. Tale cifra elevata si spiega (come abbiamo visto anche per i frombolieri delle Baleari) con l'indispensabilità e l'onnipresenza tattica di tali formazioni, se esse subissero effettive perdite in combattimento all'interno delle cifre delle battaglie delle fonti antiche. In realtà, tali truppe (come si vede anche per i cavalli e gli elefanti di Annibale nel passaggio delle Alpi rispetto alle perdite di uomini) sono totalmente preservate, data la loro importanza. Dimostrazione evidente nelle fonti (oltre per i cavalli e cavalieri di Numidia particolarmente “salvati” durante il passaggio delle Alpi) è data dai numeri di tiratori baleari e cretesi (ad esempio la coorte cretese totalmente salva al Trasimeno nonostante la sconfitta, o i 2000 baleari di Magone totalmente salvi nella importante sconfitta dell’autunno del 207 in Celtiberia contro Marco Silano). La cavalleria (soprattutto la leggera nùmida) e gli agilissimi frombolieri si salvavano soprattutto con la mobilità anche in caso di sconfitta. Annibale perse solo circa 1000 dei suoi 3500 baleari in 4 anni e in altrettante dure battaglie in Italia, ricevendone altri 1000 di rinforzo subito dopo Canne.

 

FIG. TRASIMENO: RICOSTRUZIONE TRADIZIONALE (De Santis)

Il numero complessivo di cavalieri nùmidi nell'esercito punico, nella proporzione del nostro QUADRO SINOTTICO, può dunque sembrare eccessivo, ma oltre a controbilanciare nella realtà militare le forze di cavalleria della popolosa Federazione Romana e oltre ad evidenziare la netta superiorità della cavalleria di Annibale ovunque fino al 203, rispecchia oltretutto l'efficacia dei corpi speciali di arcieri nùmidi (frammisti alla cavalleria cartaginese e nùmida) agili e veloci non meno di Baleari e Cretesi. Noi, pur eccedendo di tanto nelle nostre cifre il ricambio dei cavalieri numidi (data la loro importanza) e comprendendovi anche i Mauri, INTENDIAMO SOLO I NUMIDI CON I CARTAGINESI E CON ANNIBALE.

Discorso a parte meriterebbe la fanteria dei due regni di Nùmidia: i 90.000 fanti da noi considerati (tra Massinissa e Siface) sono inferiori ai contingenti effettivamente mobilitati nella guerra (291.000 fanti, come già detto), ma rispecchiano la proporzionale debolezza di tali forze rispetto alle altre truppe mobilitate.

Tra i Nùmidi vanno considerati anche i Mauri (Nùmidi mauritani: Maurusios Nùmidas, Livio XXIV, 49,5), annoverati in Polibio III, 33, 15, e in Plutarco, Sulla, 3, tra i Nùmidi. Ciò nonostante la più precisa differenziazione è in Livio XXI, 22, 3.

Dal punto di vista delle forze mobilitate e dell'estensione geografica la II guerra punica fu tanto più notevole in quanto l'ingente e insuperato serbatoio umano della Federazione romana in Italia aveva comunque un corrispettivo nell'allora alta densità di popolazione del Nord Africa: per il clima e i campi irrigui erano ancora notevoli all'epoca di Annibale la fertilità e gli stanziamenti di coloni in molte zone della Numidia non solo costiere e tra Algeria e Marocco; e anche l'indice demografico risulta notevolmente elevato. Inoltre il quadro sinottico della nostra ricostruzione bellica (con gli schemi delle forze in campo) mostra più chiaramente che non una narrazione storica la complessa realtà militare dei Nùmidi Massaesyli e Massyli, coi capovolgimenti di fronte nelle alleanze di Siface e di Massinissa con Punici e Romani.

 

FIG. MASINISSA

I Nùmidi Masesilii di Siface dominavano tra l'Ampsaga e il Muluchat; i Nùmidi Massilii [20] di Masinissa, figlio di Gaia [21], tra la riva destra dell'Ampsaga e i dominii di Cartagine. E sebbene il De Sanctis (GDS III2 p. 503) parla sia di Siga che di Cirta (Costantina) come capitali di Siface nel 214, e in genere durante l'usurpazione dei Massilii, Siga era la capitale di Siface e dei Masesilii e Cirta la capitale dei Massilii di Masinissa.

Ricapitoliamo qui brevemente che gli anni 213 e 211 e infine quelli dal 206 al 202 vedono la massima contrapposizione tra Nùmidi filo- romani e Nùmidi filo- cartaginesi. Sull'arruolmento nell'impero di Cartagine, Sandro Filippo Bondì, nel volume- catalogo della mostra su "I Fenici", Milano 1988, nella parte "L'organizzazione politica e amministrativa", pp. 126- 131, sintetizza i distretti ("terre") amministrativi del Nord Africa punico, spiegando la figura, in periodo bellico, di un generale "come stratega di tutta la Libia" con poteri militari e civili, sul tipo ellenistico. La coscrizione era obbligatoria solo per i sudditi indigeni ("Libi"), mentre Cartaginesi e Libifenici erano esenti da canoni e tasse. E' importante che i Libifenici, pur essendo etnicamente più affini e militarmente più fidati di mercenari e indigeni, partecipassero alle guerre comuni con contingenti di soldati ma non di navi da guerra proprie: evidentemente coscrizioni e tributi anche molto onerosi equilibravano il peso che sui cittadini veri e propri di Cartagine gravava come servizio di marina (equipaggi e rematori), servizio impegnativo e delicato, mentre gli alti costi di una permanente armata navale pronta per la difesa comune [22], come già in precedenza avvenne per la lega delio- attica di Atene, accentuava per gli altri sottoposti i tributi o il contributo di forze di terra.

 

FIG.- Limes difensivo punico in Sardegna verso l'interno (dal volume "I Fenici", cit.).

Se consideriamo che dall'inizio della II guerra punica e in meno di quattro decenni i Sardi, combattendo contro i Romani, perdettero solo in battaglia 130.000 uomini fra uccisi, catturati e venduti schiavi (tanto che nacque la frase proverbiale latina "sardi venales" -"sardi da vendere"-), abbiamo non solo il livello di fedeltà ai Punici di ricchissimi centri commerciali e colonie cartaginesi della Sardegna, ma anche l'altissima densità di popolazione. L'imperatore Napoleone III (nella sua "Storia di Giulio Cesare") poteva constatare nel 1869 che "la Sardegna, che oggi conta 544.000 abitanti, allora [al tempo delle guerre puniche] ne possedeva un milione". Verissimo, almeno quanto il nostro discorso sull'altissima densità di popolazione e l'elevatissima resa agricola del Nord Africa cartaginese. Lì fattori anche climatici, in Sardegna invece soprattutto fattori di intensissimo sfruttamento provinciale romano resero (a parte la concorrenza di Sicilia ed Egitto) la sua produzione meno ricca, mentre prima essa era il secondo granaio di Cartagine (Livio XXIX, 36; Polibio, I, 79; Strabone, V, 2).

 

FIG. SARDEGNA ROMANA

Il "boetarca" deteneva il comando militare centralizzato della Sardegna, che era considerata giuridicamente parte del Nord Africa ("Libia").

 

FIG. SARDEGNA PUNICA

Nelle leve militari bandite nel territorio metropolitano di Cartagine di norma il numero degli effettivi non superava le 28.000- 30.000 unità, di cui circa un sesto cavalieri. I manipoli di fanteria pare fossero di 500 uomini mentre le unità operative di cavalleria non superavano i 50 elementi ognuna [23]. Il Bartoloni ricorda sinteticamente che "gli equipaggi delle navi da guerra- ufficiali, marinai di coperta e rematori- erano composti unicamente da cittadini di diritto cartaginese" (Ibidem, p. 137). Inoltre "sembra che 300 elefanti (da guerra) circa fossero ospitati negli alloggiamenti ricavati nello spessore delle mura di Cartagine" (Ibid., p. 136).

In margine a questi dati sull'arruolamento cartaginese e ancor più su popoli e città elencati più avanti per l'Africa, ricordiamo che i Gaetuli e i Garamantes (nella nostra mappa i Ramantes, vicino alla costa libica) sono molto secondari dal punto di vista militare cartaginese e nùmidico. Nonostante l'alta bellicosità dei Getuli ("hinc Gaetulae urbes, genus insuperabile bello", Virgilio, Aen. IV, 40), essi non sono nominati direttamente in contingenti militari. Vivevano nella regione a sud- est dei Mauri della Mauritania (Sallustio, Jugurtha, XVIII, 9), verso il deserto, col fiume Mulucca (Moulouya) al confine tra Getulia e Nùmidia (Ibidem, XIX, 7, dove i Mauri sono indicati tra l'Atlantico e la Spagna). La fusione sallustiana di Persiani e Getuli (ibidem, XVIII, 5- 7) si collega alla fusione tra Cretesi e tribù getulo- nùmidiche da noi altrove ricordata, e Getuli sottoposti al dominio nùmidico (anzi essi stessi divenuti Nùmidi, XVIII, 11; 12, "Libyes quam Gaetuli minus bellicosi"; XIX, 1) vi erano certo durante la II guerra punica (se ciò valeva ancora per Giugurta, XIX, 7): sebbene Libii, Fenici- Cartaginesi e Libifenici sono ricordati da Sallustio in questa successione temporale come già occupanti la parte costiera tunisina e libica senza nominare i Garamantes, che erano molto più verso l'interno della Libia, in gran parte nel Sahara (nell'attuale Fezzan) [24]. La capacità di "saettatori" non mancava del resto forse neanche ai Cirenaici, se nel Catabathmon (in greco, "discesa", valle di Aakabath tra Cirenaica ed Egitto) Cirene stessa è detta colonia dei Cretesi di Santorini (Sall., Jug., XIX, 3). Ma per Getuli e Garamanti, vedere meglio Plinio, Nat. hist. VIII, 20; V, 10- 26- 36- 43- 45; VI, 209 [25].

Per quel che riguarda la presenza punica in Sicilia[26] e il corrispondente arruolamento punico almeno fino alla perdita dell'isola da parte di Cartagine nel 241, bisogna considerare più le città- stato greche e puniche in Sicilia che non le popolazioni autoctone. A parte i più bellicosi Siculi, i Sicani ed Elimi di cui parla Tucidide in VI, 2 (già al tempo della guerra del Peloponneso limitati alla realtà occidentale dell'isola, a partire dal fiume Imera) erano al tempo delle guerre puniche di scarsa rilevanza militare rispetto a Greci e Punici e per lo più integrati in quelle realtà (sebbene molte carte geografiche di manuali e di atlanti storici li segnalano specificamente per il periodo della II guerra punica) e lo stesso Toynbee (cit., II, p. 514) li dà per completamente ellenizzati e grecizzati anche come lingua [27].

Sebbene provincia romana già dal 241, cioè dalla fine della I guerra punica, e dal 227 con due questori "classici" (navali) [28] che da Lilibeo controllavano le forze navali di difesa della Sicilia e della Sardegna (anch'essa provincia romana dal 226 dopo la chiamata dei Romani in seguito alla ribellione dei mercenari cartaginesi), la Sicilia era certo grande fornitrice di grano per Roma e di rifornimenti per i presidii e gli eserciti romani in genere, ma tenne molto vivi i legami con Cartagine. E ciò non solo da parte delle città di origine fenicia e delle città elime (prima fra tutte Erice) ma anche da parte di molte città di profonda tradizione greca, come ad esempio Eraclea Minoa [29]. Per cui, se già dal 241 l'esosità fiscale dei Romani nell'isola bastò a compromettere i vantaggi della libertà degli indigeni e dei Greci di Sicilia dal fornire leve di fanteria per gli eserciti romani (fornendo le città federate come Messina già dal 256 solo poche navi e socii navales) il malcontento contro i Romani si mantenne, nonostante tutto, anche nelle città più importanti come Agrigento e Siracusa. Bastò la scintilla della guerra annibalica per farlo esplodere completamente, con rapidi invii cartaginesi di aiuti, sbarchi e occupazioni in vari punti dell'isola e con flotte puniche mandate già dal 218 a sobillare la più fedele alleata di Roma, Siracusa [30]. Messana e Rhegium erano alleate romane dal 241: ognuna manteneva una nave da guerra, come anche Tauromenium e Neetum (siracusane) dopo la caduta di Siracusa. Immuni da tributo furono Halaesa, Kentoripe, Segesta, Halikyai e ultima Panormos, fino al 212 [31]. Va tuttavia considerato che, soprattutto per gli anni della II guerra punica (Livio, XXIX, 26 ; Polibio I, 41-42, 46, Floro, II, 2), il porto di Messina avrebbe potuto contenere 600  navi : e Messina era piccola città rispetto a Siracusa, con i suoi 600.000 abitanti al tempo di Gerone e di Annibale. Se ne deducono la ricchezza, l'alto livello demografico e il serbatoio militare dell'isola di tradizione greca e fenicia, ricchezza non subito prodigata a favore dei Romani.

 

FIG. SICILIA ROMANA

Nel 210, esattamente a metà della II guerra punica, erano 5 le colonie di Roma in Sicilia (Tauromenium, Catina, la appena acquisita Syracusae, Thermae e Tyndaris) e 68 nel complesso- comprese le colonie- i comuni siciliani tramandatici; di cui 3 città federate (Mamerte-Messina, Tauromenium, Neetum) e 5 libere (autonome), perchè meglio si erano comportate durante la guerra contro Annibale (Centuripae, Halaesae, Segesta, Halicyae, Panhormum). Dal che si può trarre col De Sanctis (GDS III2, pp. 334 sgg.) non solo  a) che in 68 comuni era divisa la Sicilia nel 210 ma soprattutto b) che essi corrispondono in Livio XXVI, 40, 14 ed Eutropio III, 8, alle città e fortezze espugnate o sottomesse da Levino nel 210, cacciando i Cartaginesi dalla Sicilia; inoltre c) che dalla compromissione di tutti questi importanti centri con i Punici durante la guerra derivarono le differenze e particolarità della lex provinciae valida da allora in poi. Dal punto di vista militare questo è dunque un dato preciso sulla presenza dei Cartaginesi e sul sostegno ad essi fornito almeno dal 219 in poi.

Più a Oriente, a est della penisola balcanica, ben maggiore ellenizzazione degli stessi indigeni siculi avevano i Traci (seppure bellicosamente barbari), specie i Celti di Tracia, utilizzati come validi mercenari nel mondo greco e punico; avevano una scimitarra molto lunga (Livio, XXXI, 39) ed erano fornitori di contingenti cospicui di mercenari soprattutto agli eserciti ellenistici in genere e macedoni in particolare. Ma quest'ultimo aspetto, già discusso anche nel paragrafo apposito del capitolo III, concerne il mercenariato greco e punico.

 

FIG. PUNICI E GRECI

Concludendo, tra Cartaginesi, Libico- Fenici e Spagnoli- Cartaginesi (Punici di Spagna), abbiamo un totale di 476.000 Punici dell'esercito cartaginese, comprendendo i Baleari ed escludendo i cavalieri nùmidi. Gli elefanti africani addestrati e utilizzati per la guerra sono 510 (il solo Asdrubale utilizzò in Spagna per la guerra, secondo le fonti, circa 200 elefanti).

 

Per un raffronto con le nostre notizie su eserciti e soprattutto flotte fenice e cartaginesi, riportiamo parte della voce “Forze armate” dal “DIZIONARIO DELLA CIVILTA’ FENICIA” Roma 1992, pp.113-116, positivamente sintetica pur ribadendo noi differenze di approfondimento su criteri quali: rostri e macchine da lancio, eserciti mercenari e cittadini etc. Oltremodo positiva comunque l’importanza data all’elemento cittadino nell’esercito di terra e soprattutto nella flotta.

<<Vi è la presenza, come in tutto il Vicino Oriente, di specifici capi militari (v. condottieri), tra cui spicca, per la Fenicia* dell'XI sec. a.C., il «comandante di campo» che viene menzionato nell'iscrizione del re di Biblo*, Ahirom, incluso tra le più alte cariche cittadine. Almeno per le epoche più antiche, infine, l'aristocrazia dei centri fenici, una sorta di milizia palatina, doveva combattere prevalentemente a cavallo o sui carri da guerra falcati. Per quanto riguarda la flotta da guerra (v. navigazione), la necessità di presidiare le coste difendendole dai nemici esterni (inclusi i pirati), unita alla naturale vocazione marinara delle genti fenicie, fece sì che la marina militare fosse assai efficiente ed universalmente assai apprezzata nella tradizione antica. Le fonti storiche non sono infatti avare di notizie concernenti dei contingenti navali fenici, spesso impiegati in azioni militari intraprese dai re persiani:ad es. Cambise contro l'Egitto nel 525 a.C. e Serse contro i Greci, caso in cui conosciamo anche i nomi degli ammiragli a capo delle flotte di Sidone*, Tiro e Arado alla battaglia di Salamina (480 a.C.).Nelle epoche più antiche, dovevano essere usate navi ad una fila di rematori, che aumentarono in seguito col passare del tempo. Secondo una tradizione, i Sidonii avrebbero per primi costruito la trireme, mentre Io storico Tucidide (v. autori classici) ne localizza l'invenzione in Grecia, a Corinto. Anche Cartagine*, che disponeva di una serie di imponenti fortezze* costruite nei punti di maggiore importanza strategica del Mediterraneo (oltre all' Africa* del Nord, la Sicilia*, la Sardegna* e la Spagna*), non ebbe un esercito permanente di terra, ma si sforzò di volta in volta di approntare armate occasionali secondo le specifiche necessità. A partire dal VI sec. a.C. il problema si pose con impellente necessità, poiche fu indispensabile allestire eserciti per le lotte contro i Greci e i Romani. La consistenza numerica di tali armate doveva aggirarsi sui 25-30.000 uomini, di cui circa un sesto era rappresentato da cavalieri. L'oligarchia cartaginese esentava dal servizio militare i cittadini più ricchi, mentre quelli abbienti, secondo le tradizioni orientali, prestavano servizio in cavalleria o sui carri, sempre comunque con gradi elevati. Gli equipaggi delle flotte erano interamente composti da cittadini cartaginesi. E' nota l"esistenza di un battaglione sacro" nella metropoli punica costituito esclusivamente da cittadini punici (in numero di 2500): il reparto, di speciale valore e di provata disciplina, combatte contro i Siracusani nella battaglia del Crimiso, nel 339 a.C. Parte assai cospicua dell'esercito era formata dalle truppe dei popoli confederati, raccolte cioè tra le genti soggette alla sfera di influenza di Cartagine: soprattutto genti libiche, iberiche e anche sarde. l contingenti di truppe forniti dai popoli alleati combattevano in genere raggruppati per nazionalità e comandati dai loro capi, nei modi a ciascuno più congeniali. Tipico è il caso della cavalleria numidica, composta da combattenti abilissimi e molto rapidi nei movimenti sul terreno. Si potrebbero ancora ricordare i frombolieri delle isole Baleari, micidiali tiratori di fionda di larga rinomanza. Il grosso dell'esercito era però formato da mercenari veri e propri, soldati provenienti da tutte le coste del Mediterraneo (Celti, Liguri, Etruschi, Campani, Corsi, Sardi, Siculi ed anche Greci), remunerati di certo in proporzione al loro valore ed alle loro specializzazioni. Il loro impiego è attestato già a partire dal VI sec. a.C. e, col tempo, divenne sempre più frequente e massiccio. l mercenari ebbero un ruolo decisivo nelle guerre combattute dai Cartaginesi in Sicilia* e successivamente nella prima fase delle Guerre Puniche*. Nonostante i preziosi servigi resi allo stato punico da queste truppe mercenarie, il giudizio espresso dagli autori classici* sulla loro efficienza e fedeltà è in genere assai negativo. l mercenari rimasero famosi già nell'antichità per il conflitto che li oppose a Cartagine tra il 241 e il 238. Tale guerra dei mercenari, chiamata anche Guerra Libica, fu contrassegnata da vari episodi di crudeltà che contribuirono al giudizio negativo degli autori classici sulle genti puniche (v. usi e costumi), nonché ispirò lo scrittore Gustave Flaubert per il suo romanzo Salammbò. Alla fine della I Guerra Punica i mercenari lasciano la Sicilia per Cartagine, al fine di ricevervi le loro paghe prima di essere congedati. Dapprima essi vengono concentrati a Sicca Veneria e le autorità puniche li fanno attendere, nella speranza che riducano le loro pretese. Il cartaginese Annone viene inviato come ambasciatore per tentare di convincerli, ma i mercenari non cedono e spostano anzi il loro campo nei pressi di Cartagine. In preda al panico, lo stato punico decide di accogliere tutte le loro richieste ed invia Gismne a pagarli. Tra i mercenari, tuttavia, prendono il sopravvento proprio i più agitati e violenti, tra i quali si ricorda l'osco Spendio, il libico Matone ed il gallo Antarito. Giscone è fatto prigioniero e le tribù libiche si sollevano su sollecitazione dei capi mercenari. Le città di Utica e lppona Acra sono assediate dai ribelli e i Cartaginesi sono costretti a restare dentro le mura. Nel 240 l'esercito punico, guidato sia da Annone che da Amilcare Barca, si scontra più volte con le truppe mercenarie, senza però esiti decisivi. Per evitare cedimenti o rese, i capi dei ribelli decidono d i torturare e di uccidere tutti i prigionieri cartaginesi, ivi compreso Giscone. Come rappresaglia per le atrocità commesse, Amilcare Barca fa calpestare dai suoi elefanti i mercenari prigionieri. Lo stesso generale punico riesce ad isolare i ribelli dal sostegno libico e ad affamarli, spingendoli ad atti di antropofagia per sopravvivere.L'esito finale vede le truppe dei mercenari ann ientate dai soldati punici ed i capi ribelli crocifissi.

Dal punto di vista tipologico, come detto prima, il nucleo centrale dell'esercito punico era costituito dalla fanteria pesante, appoggiata dalla fanteria leggera. lberi e Celti combattevano a piedi muniti di armi da taglio. La falange era formata da guerrieri di origine greca, armati di lunghe lance.Della cavalleria facevano parte soprattutto i Numidi, ma anche genti celtiche. Per lungo tempo i Cartaginesi impiegarono anche i carri da guerra, non più in uso però già al tempo delle Guerre Puniche* e sostituiti dagli elefanti addestrati al combattimento. Il loro impiego è testimoniato a partire dal 262 a.C. Di tag lia piccola, questi animali si potevano muovere velocemente e senza difficoltà anche su dei terreni accidentati, preclusi ai tradizionali carri da guerra. L'organico di elefanti dell'esercito punico doveva forse ammontare a qualche centinaio.In epoca ellenistica si adottarono tanto le ultime novità in fatto di armamenti, quanto le nuove strategie e tattiche in voga nel periodo tolemaico. Secondo Io scrittore cristiano Tertulliano, l'ariete sarebbe stato inventato dai Cartaginesi, ma esso doveva essere noto già prima agli Assiri.l generali (v. condottieri) provenivano inevitabilmente dalla aristocrazia, il loro numero variava secondo le circostanze ed essi erano eletti dal popolo (v. assemblee). In caso di morte di un generale sul campo, poteva essere subito designato il suo successore, che doveva poi essere confermato dalle autorità cittadine. Ai generali competeva di scegliere i propri collaboratori e sottoposti. Nella gerarchia militare, i cittadini di Cartagine si vedevano al solito riservati i gradi più elevati. Ruoli subalterni erano affidati ai comandanti dei contingenti stranieri che combattevano in gruppi nazionali, dei quali i capi avevano la diretta responsabilità, impostando il combattimento secondo i loro costumi e dirigendoli nella loro 1ingua.La marina da guerra era il fiore all'occhiello delle forze armate puniche (v. navigazione). Grazie alla millenaria tradizione fenicia, le navi erano fabbricate in patria, mentre tutto l'equipaggio era formato da cittadini cartaginesi. AI comandante della nave si affiancavano alcuni ufficiali ed il pilota. l marinai addetti alle vele, i rematori ed un piccolo contingente di fanti completava l'organico del vascello. A quanto ci è noto, una flotta (in genere 120 navi, talvolta però anche fino a 200) era composta da varie squadre navali costituite da una dozzina di imbarcazioni di linea; ad esse si aggiungevano navi più piccole e veloci destinate al collegamento ed alla ricognizione. Per quanto riguarda infine i rapporti tra armata di terra e flotta, appare probabile che il comando supremo fosse centralizzato e confluisse nelle stesse mani. Mentre fino al V sec.a.C. 1'imbarcazione d'uso più corrente era la pentecontera, a partire da quell'epoca prevalse la trireme. Nello stesso periodo si cominciò anche a costruire la tetrera o quadrireme, ritenuta invenzione punica dagli autori classici*. Durante le guerre contro Roma fu utilizzata anche la quinquereme o pentera. Le genti puniche non erano in genere interessate ad allestire navi di più grosse dimensioni e solo una volta le fonti menzionano una eptera, nave ammiraglia di Pirro re dell"Epiro, di costruzione cartaginese.In guerra come in pace, l'abilità marinara delle genti fenicio-puniche veniva riconosciuta ed ammirata dai loro stessi nemici. Essi erano capaci di navigare anche di notte orientandosi con la Stella Polare, un punto di riferimento più attendibile rispetto al Grande Carro preferito dai Greci. Circa la tattica di combattimento navale, durante un attacco si rinunciava alle vele e, smontati gli alberi, ci si affidava solo alla propulsione dei remi. I poderosi rostri di cui erano munite le navi consentivano poi di speronare il nemico: gli scontri avvenivano per lo più in acque non molto profonde, onde consentire il recupero dei feriti e dei combattenti caduti in mare.>>

 

IL PROBLEMA DELLE CIFRE DELLA CAVALLERIA NUMIDA CON ANNIBALE.

I Nùmidi di Annibale “includevano certamente sia fanti che cavalieri” (Pol III,71,6) (Lazenby p.15) (Pol.III,74,1 per i 1000 fanti- numidi, così soltanto infatti definiscono globalmente, fanti e cavalieri, Polibio III,74,1 e Livio 21,55,9- dei 2000 Numidi con Magone alla Trebbia, ma soprattutto fine di III,73 per gli altri Numidi che dalle retrovie- come soldati armati alla leggera- attaccano le ali romane): possiamo quindi sostenere che i fanti leggeri numidi, specializzati nella corsa e allenati a combattere frammisti con la cavalleria, figurano tra gli ottomila fanti leggeri schierati da Annibale in prima fila alla Trebbia e a Canne ma forse anche tra gli stessi cavalieri di Numidia tanto alla Trebbia che al Trasimeno e a Canne. Anche a Capua nel 212 Annibale avrebbe distaccato 2000 numidi, 1000 fanti e 1000 cavalieri (GDS III2 pag.280 nota 148).

Numidi e Spagnoli, inoltre, erano nei 6000 cavalieri arrivati in Italia con Annibale (Lazenby pag.15), oltre che nei 9000 “Nùmidi” partiti dalla Spagna. Spagnoli e Celti, come cavalleria pesante (stàsimos, dice a proposito della battaglia del Ticino Polibio 3.65.6; i frenatos equites di Livio 21,46,5, che parla di cavalleria spagnola con Annibale oltre a quella nùmida), erano certo allenati a combattere “en masse”, mentre la cavalleria leggera numida aveva una tattica più agile (Pol. 3.71.10) e maggiore monovrabilità (Pol. 3.72.10; 3.116.5). Oltretutto, Polibio non avrebbe alla Trebbia tanto sottolineato il fattore di sorpresa dei 2000 numidi nascosti con Magone alle spalle dei manipoli romani che ormai sfondavano il centro cartaginese formato dai Galli, se questa sorpresa non fosse stata determinante proprio nel momento più delicato della battaglia: quello in cui il ritorno della cavalleria e l’allargamento delle ali puniche frenarono l’irrompere del centro delle legioni (elemento sicuro di vittoria sul campo), capovolgendo il risultato della battaglia con la decisione del console Sempronio di ritirarsi verso Piacenza.

G. Faber, che è tra i pochi a dare giusto rilievo alla sorpresa di Magone (pag.98), ridicolizza un po’ il messaggio che Sempronio inviò al Senato di Roma subito dopo la battaglia, in cui affermava di essere stato sul punto di vincere, aggiungendo che era stato unicamente il nevischio (la scarsa visibilità) a impedirgli di approfittare della situazione di vantaggio in cui era venuto a trovarsi. La tesi di Sempronio è invece seria e credibilissima. Egli mentì forse solo sul fatto che non la scarsa visibilità, ma aver visto fin troppo chiaro nella pianura l’allargamento delle ali puniche e il ritorno della cavalleria nemica gli impedì di rischiare a quel punto troppo accorrendo in aiuto alle ali romane in difficoltà. Preferì ritirarsi con i suoi diecimila “vincitori” evitando il peggio. Del resto, senza quella sua bugia, difficilmente il Senato avrebbe messo sullo stesso piatto l’eccessiva prudenza del console e l’estrema abilità di Annibale, che rischiò temerariamente fino all’incredibile.

Certo, nella recriminazione di Sempronio quanta differenza con la ammissione in pubblico del pretore Pomponio al popolo di Roma dopo il Trasimeno: “In grande battaglia fummo vinti!”. Qui era scusante della disfatta, quasi di per sè, il tranello di Annibale sulle rive del lago. La battaglia della Trebbia fu peraltro la prima grande battaglia della storia romana, dopo le sconfitte nei primi scontri con la falange di Pirro, in cui venne infranto il nimbo di invincibilità delle schiere romane. Fu la prima netta sconfitta in campo aperto senza più quegli elementi di “novità” quali furono gli elefanti visti con sorpresa contro Pirro o il primo scontro diretto con la falange ellenistica. Del resto gli elefanti, che pure tanto operarono a favore di Annibale alla Trebbia, non erano più una grave minaccia tattica da dopo la battaglia di Palermo nella I guerra punica: provocarono sì alla Trebbia, “anche col loro odore, una fuga di vaste proporzioni della cavalleria romana” (Livio 21,55,7), ma corpi di veliti (fanti leggeri) ormai addestrati allo scopo li neutralizzarono ed essi fecero grave danno solo alle ali, contro gli alleati Galli dell’esercito romano.

 

Tornando ai numeri delle forze, il De Sanctis (GDSIII2, pp.81-82) parlando delle forze complessive di Annibale nel viaggio verso l’Italia, riporta l’incertezza delle fonti (anche in Livio 21,38,2): dai 100.000 fanti e 20.000 cavalieri al minimo di 20.000 fanti e 6000 cavalieri. Ma la fonte contemporanea di Cincio Alimento (Livio 21,38,3), del tutto rigettata dal De Sanctis, di 80.000 fanti più 10.000 cavalieri diventati dopo il Rodano 54.000 in tutto, con ingenti perdite anche di cavalli, non è secondo noi meno credibile di altre, nè ironizziamo sul fatto che Annibale in persona lo avrebbe riferito a Cincio Alimento durante la campagna d’Italia. Se al Trasimeno Annibale ha ancora 6000 cavalieri numidi (secondo le fonti), a Canne l’anno dopo ne ha 4000 su 10000 cavalieri, avendo avuto rinforzi di 6000 spagnoli (non sappiamo se anche a cavallo). Se i circa 200 cavalieri persi da Annibale a Canne secondo Polibio III, 117 corrispondono alla media di 300/500 per volta alla Trebbia, a Piacenza e al Trasimeno, dobbiamo pensare a maggiori perdite di cavalieri celti e iberi che non di numidi.

Altra questione mai affrontata da nessuno finora riguardo ai Nùmidi con Annibale è legata proprio alla presenza di fanteria di Numidia con Annibale, mentre vengono nominati quasi sempre e solo, nelle fonti antiche e moderne, i cavalieri numidi. Il Delbrück (I2 pag.374 sgg) sostenne, unico, e già prima del 1920, che tra i 26000 soldati giunti in Italia con Annibale Polibio III,56,7 avesse omesso la fanteria leggera, che alla Trebbia era di 8000 uomini: ma la sua tesi fu talmente stroncata subito dal Lehmann (Die Angriffe... cit., 1905, pag. 133 sgg.) e, dietro questi, dal De Sanctis (III2 pag. 82), che non fu più ripresa. Ma l’infondatezza della tesi del Delbrück in quei termini non inficia un problema sostanziale, da noi già toccato all’inizio: Annibale aveva anche fanteria leggera numida, che stranamente non viene nominata o sembrerebbe sottintesa ai cavalieri. Anche per i Baleari (frombolieri delle Baleari, altro corpo specialistico di Annibale, precisissimi nel tiro) si crea, nelle cifre complessive della guerra, lo stesso equivoco, persino per la Trebbia o per Canne, se non si quantifica meglio la provenienza dei “fanti leggeri” (equivalenti dei romani “velites”) posti in una linea di 8000 anche nella prima fila di Annibale a Canne. I pochi reparti di Baleari, di 500 uomini ognuno, non raggiungono infatti mai la cifra complessiva di 5000/8000 (se non addirittura 30/35.000 alla partenza di Annibale), che parrebbero avere anche nell’equilibrio di molte battaglie (e si rimanda alla cartina già nominata del Brizzi, ricostruttiva della battaglia del Trasimeno).

Il De Sanctis (Ibidem, pag. 280 nota 148), nonostante l’evidenza dei “duemila cavalieri numidi” di cui parla Livio XXV, 15, 3, intepreta esattamente “mille cavalli e mille fanti” soprattutto perché due sono i comandanti mandati da Annibale di presidio a Capua con quel distaccamento: Bostar e Annone, come Livio li nomina in XXVI, 5,6; 12,10 e Appiano in Hannib. 43: il De Sanctis scredita come tradizione interpolata il riferimento di Livio XXV, 18, 1 sul comando di Magone per quel distaccamento. E noi abbiamo indicato all’inizio altri casi in cui fanti leggeri numidi sembrerebbero utilizzati nelle fonti unitamente alla cavalleria, sia per l’utilizzo tattico di saltare giù dai cavalli e combattere a piedi, sia per il loro impiego congiunto di cavalleria leggera e fanteria molto veloce.

 

Non solo Numidi dunque erano i 12000 e poi 9000 cavalieri partiti con Annibale per l’Italia. Se 9000 erano all’inizio i cavalieri numidi in Spagna per tutto l’esercito di Cartagine nel suo complesso e, con i distaccamenti tanto per Cartagena che per Onussa sull’Ebro e per la stessa spedizione d’Italia, all’Ebro con Annibale essi sono molto probabilmente 7000 e 6000 al Rodano. Al Ticino saranno circa 4000 e dalla Trebbia a Canne - a parte perdite minime (la battaglia di Canne, la più grandiosa, vide la perdita di 200 cavalieri numidi, decisivi nella vittoria)-, tale resta il contingente fino ai primi rinforzi da Cartagine a Capua subito dopo Canne. Spieghiamo queste nostre cifre:

Secondo le fonti, 1000 cavalieri libico-fenici erano ancora con Annibale al Rodano, oltre ad 8000 cavalieri numidi, e oltre ai 1000 cavalieri (non sappiamo se libico-fen, spagnoli o numidi) lasciati ad Annone fino ai Pirenei e altri 1000, certo Spagnoli (GDS III2 pag.81), lasciati ai Pirenei. Dei 12000 cavalieri all’Ebro (1000 libico-fenici, 2000 spagnoli e 9000 numidi, nelle fonti) gliene restarono in tutto 9000- più 2000 distaccati- fino ai Pirenei, 8000 in tutto (Numidi) al Rodano e 6000 in tutto, alfine, al di qua delle Alpi: sempre, apparirebbe, Numidi. Sembrerebbe quindi che tra Ebro e Rodano veramente perduti (anche nel conto: 11000 anzichè 12000) siano solo i Numidi, mentre parrebbe d’altro lato che solo i 2000 cavalieri spagnoli non vi siano più dopo i Pirenei, e li ritroviamo invece, certo molto numerosi (vedere poco oltre) al Ticino.

Prima della battaglia della Trebbia, per provocare i Romani allo scontro, Annibale dà ai Numidi precisi ordini: convoca poi i restanti comandanti di fanteria e cavalleria (”mandata Numidis: ceteris ducibus peditum equitatumque...” Livio 21,54,5): è anche qui evidente la presenza di cavalleria non solo numida. E ancora, in Livio 21,48,5, Annibale manda verso la Trebbia “primum Numidis, deinde omni equitatu”. Non può trattarsi qui solo della cavalleria celtica (gallica).

Se Spagnoli vi erano dunque già nel precedente totale, e se pure cavalli relativamente rimpiazzabili saranno stati perduti più che non gli stessi uomini di Numidia, dobbiamo ipotizzare nei 6000 “numidi” in Italia ancora una presenza di almeno 1000 cavalieri libico-fenici e almeno 1000, se non 2000, spagnoli. In tal modo i 4000 numidi a Canne si spiegano nonostante le perdite di poche centinaia di nùmidi nelle due grandi precedenti battaglie (tre con lo scontro di cavallerie del Ticino) . Invece, essendo agli inizi forse in maggior numero gli Spagnoli, ancora al Ticino (Livio 21,46,5) Annibale, per lo scontro di cavallerie, pone “al centro la cavalleria pesante spagnola rafforzata ai lati dai Numidi”.

A Canne abbiamo cavalleria di 4000 numidi e 6000 ispano-galli (in verità ci risulterebbero 2000 galli, 2000 sanniti, 1000 campani e 1000 apuli, sebbene Polibio, Livio e tutte le fonti antiche e moderne sottolineino lo schieramento di un equivalente gallo-iberico sulla sinistra). Dobbiamo quindi accogliere per certo uno schieramento di cavalleria di 4000 numidi, 2000 galli e, se non 4000 spagnoli, almeno 2000 spagnoli e altrettanti italici (probabilmente sanniti). La intelligente tesi del De Sanctis III2 p.214 che, anche dopo Canne, il rifornimento di uomini e cavalli per Annibale in Bruzio e Lucania, nonostante l’alto numero di uomini atti a prestar servizio militare attivo, non portò per lui miglioramenti nè diminuì la disparità di forze tra lui e i Romani, anzi limitò i suoi movimenti per difendere e serbarsi fedeli i nuovi alleati, ha un riscontro anche immediatamente prima di Canne. Ciò spiega perché durante la battaglia, nonostante i 4000 cavalieri italici (2000 sanniti 1000 campani e 1000 apuli) da lui ricevuti, figura invece sostanzialmente lo schieramento più allenato, più fedele e più tatticamente vincente, riferito da Polibio e Livio.

Mettiamo infine nel conto dei 4000 cavalieri numidi che resterebbero ad Annibale anche dopo Canne (e fino al 211 nella marcia contro Roma, e dei quali perde 500 contro la cavalleria di Galba proveniente da Roma), il fatto che:

altri 450 sono uccisi e 50 catturati a tradimento a Salapia nel 210 [33], più altri 500 perduti a Canusio contro Marcello nel 209;

300 (272) tra spagnoli e numidi passano coi romani dopo il 2° tentativo di Annibale contro Nola nel 215;

1200 cavalieri numidi erano a Roma sull’Aventino come disertori nel 211.

Non solo a Canne, ma anche al Ticino, alla Trebbia e al Trasimeno qualche minima perdita di cavalleria numida vi deve essere stata.

 

Pare che qui valga più un discorso di “qualità” dei reparti originari, che non quello puramente numerico di un loro rimpiazzo. Ma già solo questi 3000 cavalieri numidi tra perdite e diserzioni, senza contare le eventuali minime perdite in battaglie contro Marcello e contro Nerone fino al 207, spiegano i rinforzi di 4000 numidi (Livio XXIII,13,7, con differenza dal solito, non specifica cavalleria), 1000 frombolieri delle Baleari e 40 elefanti che sbarcano per Annibale già nel 216 a Capua, lo sbarco di rinforzo in Lucania di 5000 cavalieri numidi (anche se solo nel 212) con 33 elefanti e il vasto rifornimento di 4000 cavalli per i suoi Numidi e Mauri a Salapia, nel Bruzio, già nel 214, per la doma e l’addestramento (Livio XXIV,20,16). Per surrogare i 4000 cavalieri numidi documentati con Annibale verso Roma nel 211 bastano quindi i 4000 fanti numidi ricevuti a Capua nel 216 (con i 2000 mandati poi lì di presidio nel 212) e 2000 dei 5000 sbarcati in Lucania (3000 sono dati a Mutine per le sue scorrerie in Sicilia, oltre ai 3000 con lui sbarcati da Cartagine nello stesso anno); tralasciando infine i 1500 cavalieri libico-fenici sbarcati di rinforzo a Locri con 22 elefanti nel 215.

 

Se neanche ai dati più generali lo stesso De Sanctis sa dare risposta, quanti erano allora i Numidi di Annibale al loro arrivo nella pianura Padana (dove peraltro fu fatto grande rifornimento di cavalli, avendo salvato comunque il più possibile i cavalieri)? Certo non molto più nè molto meno di 4000. Questa cifra ci pare la più credibile sia per la necessità di una buona cavalleria pesante spagnola alla partenza dell’esercito annibalico (e le cifre in Spagna le indicano spesso in più grandi formazioni di 2000 o 4000 cavalieri) sia per la cospicuità dei reparti di 500 uomini dei cavalleggeri numidi, con Polibio e Livio che ne nominano 500 al Rodano (Pol. III,44), 2000 a Lomellum, sul Ticino, per agganciare i Romani, o un reparto (“2000 fanti e 1000 cavalieri, per lo più numidi”, Livio 21,52,5) inviati a provocare Galli fedeli ai Romani prima della battaglia della Trebbia o ancora tutte le loro forze mandate in avanguardia alla Trebbia contro la cavalleria romana, forte di 4000 uomini.

Vedremo che la maggior parte di spedizioni di rinforzo o di reclutamenti di cavalieri numidi, dalla Spagna a Cartagine, dalla Sicilia all’Italia e fino alla stessa Numidia di Massinissa e Siface si quantifica, nei 18 anni di guerra, in contingenti di 4000 cavalieri, e pochi altri di 3000.

I Numidi a Canne, schierati contro la cavalleria di 3600 socii dei romani, dovevano bilanciare tale numero di avversari, sui quali vinsero nettamente costringendoli alla fuga pur aiutati alla fine da quella ispano-celtica e pur non causando gravissime perdite, quante ne ebbe invece - quasi totalmente distrutta- la cavalleria romana di 2400 schierata sull’altro lato contro la preponderante cavalleria celtica e iberica dei cartaginesi, forte di 6000 uomini. Anche il Brizzi sostiene queste cifre, e ancor più “i soli numidi, sulla destra, agli ordini di Annone... contro la cavalleria italica, di forza circa uguale alla loro” (cit. “A” p.101). Se poi fosse vero l’episodio di Livio 22,48,2 sulla finta diserzione di 500 numidi all’inizio della battaglia (accolti dai Romani nelle retrovie perchè in apparenza disarmati), un numero eccessivamente inferiore di numidi che attaccavano battaglia avrebbe non solo reso meno “fiacco l’inizio del combattimento in quell’ala” (Livio, ibidem) ma anche messo a rischio l’inizio della vittoria punica. Appurato quindi che non forse 5000, ma probabilmente circa 4000 erano i Numidi con Annibale in Italia e fino a Canne, vedremo meglio nei nostri quadri sinottici e nelle ricostruzioni mese per mese come si modificarono tali forze di Numidi presso i Cartaginesi, a cominciare dal rinforzo di 4000 Numidi con 40 elefanti che Annibale ricevette da Cartagine tra il 216 e il 215 a.C., subito dopo Canne, o meglio dopo il suo ingresso a Capua (Livio 23,13,7): certo 4000 fanti leggeri, perché Livio sarebbe stato altrimenti più preciso. Purtroppo per Annibale furono questi gli unici rinforzi della madre patria nella penisola italiana a parte il contemporaneo sbarco a Locri del rinforzo di 12000 africani, 1500 cavalieri libico-fenici e 22 elefanti, nel 215 a.C. e, solo nel 212, di 5000 cavalieri numidi e 33 elefanti sbarcati in Lucania: infatti tutti gli aiuti per lui preparati vennero poi dirottati in altri teatri di guerra in difficoltà: Spagna, Sardegna, Sicilia, Numidia, Grecia (intendendo qui flotte di 100 navi da guerra) ecc.

Gli 8850 cavalieri numidi, o 9500 a seconda di come si calcolino gli effettivi elencati da Livio nella sua Deca sulla seconda punica e riguardo ad Annibale (XXI-XXIX), presentano nel nostro caso - intendendo solo la cavalleria di Numidia presente con Annibale in Spagna dal 219 e nel suo esercito alla partenza verso l’Italia o restati (1800) a Cartagena - un totale di 9000 cavalieri. Escludiamo quindi i rinforzi di 3000 cavalieri numidi in Sardegna nel 215, i 3000 di Imilcone a Eraclea Minoa per Siracusa (per Ippocrate ed Epicide), con 25000 fanti libici e 12 elefanti, nel 214, i 5000 sbarcati in Lucania nel 212 (tra cui i 3000 per Mutine in Sicilia nello stesso anno, oltre ai 3000 cavalieri numidi e 8000 fanti sbarcati contemporaneamente in Sicilia)[34] e altri 2000 da Cartagine per Agrigento nel 211, nonchè i 10000 arruolati in Numidia tra Siface e Masinissa nel 213, che parteciperanno soprattutto allo scontro tra Masinissa filoromano e Siface filocartaginese per il dominio della Numidia, in particolare dall’anno 203. I medesimi contingenti saranno infatti stati spostati e reimpiegati dai contendenti in vari settori di guerra. Per la Spagna dopo la sconfitta dei fratelli Scipioni (211) e in parte per Cartagine, questi ultimi totali (26000 oltre i 9000) abbraccerebbero, a parte tutte le perdite effettive e i rinforzi suddetti, i Numidi per Asdrubale e Magone nelle loro campagne (anche fino all’Italia) e i Numidi con Massinissa che appoggiano Scipione in Africa fino a Zama. Nonché i “mille et ducenti” cavalieri numidi disertori ospitati sull’Aventino di cui parla Livio XXVI,10,5, a proposito dell’avvicinamento di Annibale a Roma nel 211, e ancora quelli giunti a Roma con Mutine nel 210 (forse 300 che iniziarono un ribellione contro i Cartaginesi a Eraclea Minoa -Livio XXV,40,11- o forse tutto un contingente di 3000).

 

Un ultimo mistero, già accennato, resterebbe dunque da chiarire: quando Polibio, Livio, Appiano e tutti gli altri storici antichi e moderni fino ad oggi parlano dei cavalieri numidi di Annibale, intendono veramente solo i cavalieri o anche una proporzione di fanti leggeri “montati” con loro, pronti a scendere a terra o a correre e combattere frammisti ai cavalli, come anche Livio ci fa spessissimo intendere sia nelle battaglie che secondo l’uso numidico? I Bruzi che, insieme a frombolieri (fanti leggeri) di Numidia, occupano nel 206 il Bruzio resistendo ai Romani e invadendo la Lucania fanno pensare a contingenti ancora non minimi di fanteria numida in Italia, seppure poco documentata nelle fonti rispetto alla cavalleria. Ma affronteremo più avanti tale quesito.

LA CAVALLERIA CARTAGINESE.

Quando Polibio XII, 18, parla dell'ordinanza di schieramento dei cavalieri al tempo delle guerre puniche si riferisce propriamente allo schieramento della cavalleria macedone. Ma parlando egli a livello più generale, ha ragione il De Sanctis (GDS III2 p. 146 § 3) a notare: "ma la forma che vi dà di massime generali, egli ufficiale di cavalleria e pratico della tattica romana, mostra che possiamo nel tutt'insieme valerci di tali dati anche pei cavalieri della legione". Ciò vale tanto più per la cavalleria cartaginese.

E' pur vero che il nerbo della cavalleria leggera (non catafratta) cartaginese, nello schieramento militare, era quella alleata o mercenaria di Nùmidia, afficacissima e della quale già si è accennato. Ogni cavaliere nùmida era armato con maneggevole scudo rotondo di legno e cuoio e con alcuni giavellotti.

Diamo per scontato che essa fosse organizzata per ALI, corrispondenti alle unità di cavalleria greca e romana di socii nel loro valore medio, cioè 512 cavalieri (10 unità base di 50 cavalieri più ufficiali). Tale documentata somiglianza trova riscontro sia nei modi di utilizzo da parte di Annibale, sia nella notizia di Livio (XXIX, 49, 11) che anche il nùmida Siface, re alleato dei Cartaginesi durante la seconda guerra punica, organizzò il suo esercito al modo romano, per equiparare anche la fanteria ai livelli della cavalleria. I livelli di quest'ultima, anche affidandoci a ciò che Livio fa dire a Siface, dovevano essere notevoli. E se Livio in un altro passo (XXIII, 26, 11) descrive l'episodio in cui i cavalieri nùmidi di Asdrubale nello scontro equestre non furono pari agli Spagnoli e in cui i fanti di Mauritania (del Marocco. famosi tra le fanterie leggere) furono superati dagli Spagnoli addirittura nel lancio del giavellotto "per coraggio e forza fisica", ci sembra che ciò denoti capacità non assolutamente generalizzabili- in diverse situazioni tattiche- nel raffronto tra Nùmidi e Spagnoli (anche se abbiamo comunque già riferito della capacità degli Spagnoli, certo soprattutto come cavalleria pesante (catafratta), di tenere più saldamente il posto di combattimento rispetto ad altri bellicosi popoli quali Galli, Liguri, Italici, etc.). In realtà le capacità delle molto leggere, agili e mobili fanteria e cavalleria numide non erano raffrontabili alle capacità di resistenza, compattezza ed impeto dei fanti Spagnoli e Galli nè della cavalleria pesante catafratta spagnola o greca; ma nelle apposite utilizzazioni tattiche (avvolgimento sui fianchi, celerità di arrivo sul posto delle operazioni e di inseguimento del nemico, oltre che nelle perlustrazioni, tattiche queste tanto sfruttate da Annibale), questi cavalieri erano insuperabili e astuti.

 

FIG. SOLDATI DELLO SQUADRONE SACRO CARTAGINESE

Comunque fossero di volta in volta organizzati gli eserciti di Annibale, con fanti Libifenici, Spagnoli, Nùmidi, Galli e mercenari in genere e con cavalieri Nùmidi, Libifenici, Spagnoli, Galli, ecc., la cavalleria ebbe sempre la massima cura e valorizzazione da parte di Annibale e fu sempre in numero elevato, "sempre alquanto superiore all'effettivo della proporzione usuale di 1/10 della fanteria" fin dal passaggio del fiume Ebro e poi delle Alpi (GDS III2 p. 81 § 4) [35].

Come cavalleria cartaginese vera e propria va considerata, specie dal punto di vista numerico, quella africana dei coloni fenici mischiati ai Libi. La cavalleria Libico-fenicia (dei Libifenici), qualitativamente non eccezionale, era alla base della struttura "regolare" dell'esercito cartaginese ben più di quella cittadina. Sebbene quest'ultima fosse molto più allenata, formata alla macedone dai nobili più provetti, e da noi considerata, come cifra base, di 2.500 cavalieri (la metà di quanto documentato dal Bartoloni). Con una Legione Sacra di 6.000 fanti anch' essa di giovani nobili, la cavalleria cittadina presidiava essenzialmente la metropoli; ma risulta che sia fanti che cavalieri di tale Legione Sacra portassero un anello per ogni campagna militare compiuta anche lontano da Cartagine.

Sulla cavalleria leggera nùmida, la più esperta e veloce utilizzata da Annibale, e su quella in genere dei re nùmidi Siface e Massinissa, che decisero spesso le sorti della guerra a seconda di battaglie importanti a secondo del loro schieramento con Cartagine o con Roma (Canne e controllo della Sicilia e del Sud Italia, tra gli effetti più importanti per i Punici; la campagna d'Africa di Scipione e Zama, per i Romani), si vedano le parti relative ne "L'esercito cartaginese".


GLI ALLEATI IN ITALIA.

Di ben maggiore utilità e forza che non l'esercito costituito da cittadini di Cartagine (utilizzati questi ultimi sostanzialmente per gli equipaggi della flotta), erano per Annibale gli alleati in Italia, fossero essi Bruzii e Sanniti o la rinomata cavalleria campana, tra cui spiccava quella di Capua- la migliore, insieme a quella di Taranto, tra quelle dei Magni Greci o Italioti (cfr. comunque J. K. Beloch, Campanien, Breslau 1890- ristampa Roma 1964, anche per la provvisorietà di questa alleanza per Annibale). Non mancheremo comunque di ricordare, a proposito, le origini etrusche proprio di Capua, da quegli Etruschi che nella guerra annibalica non mancheranno di manifestare simpatie per i Punici, con la rinascita di un forte sentimento nazionale anti- romano.

L'antica divisione, analizzata da storici e linguisti, e in particolare dal Devoto, tra antichi Latini (Protolatini) e antichi Italici (Protoitalici), divisione che perdurerà a lungo nella madrepatria anche dal punto di vista linguistico, fa meditare sulla conflittualità esistente tra le due stirpi, la prima delle quali erano Indoeuropei giunti in Italia con una seconda migrazione successiva a quella degli Indoeuropei protoitalici. Secondo Ugo Di Martino (cit., p. 62) "la teoria delle migrazioni successive consentirebbe persino di spiegare l'aspra opposizione degli Italici alla stirpe latino- romana, giustificando la speranza di Annibale di una sollevazione generale dei popoli italici contro Roma". Speranza che fu comunque appagata da Etruschi e Liguri, non indoeuropei e ancora più estranei alla stirpe e alla matrice culturale latina.

 

FIG. IL SANNIO AL TEMPO DI ANNIBALE

Ci sembrano di scarsissima importanza le osservazioni fatte da alcuni storici e riportate anche in C. Cantù nella sua Storia Universale, Documenti sulla guerra, Tomo IV, p. 147, sul rilevante valore della cavalleria celtica nella II guerra punica. Primo, perchè quella spagnola (fosse essa iberica o ispanica o celtiberica, intendendo con quest'ultimo appellativo sia la parte nord e nord- est della penisola, sia in particolare una delle popolazioni più bellicose, sia per antonomàsia la cavalleria spagnola) era quasi solo pesante (cioè catafratta sul modello greco) e quindi sul tipo di quella greca difensiva. Secondo, perchè quella gallica (celtica) - checchè si dica sul fatto che decise gli scontri di cavalleria, e quindi la guerra, a favore dei Romani quando i Galli cominciarono a lasciare le parti di Annibale per passare con Roma - non era molto superiore a quella italica, e caso mai quel ribaltamento di equilibri a favore di Roma è attribuibile alla cavalleria nùmida (lo riconosce esplicitamente Livio almeno in XXVI,38,14). Quando il primato della cavalleria nùmida andò scemando, anche al tempo di Cesare nella famosa guerra gallica (si pensi ad Alesia) fu quella germanica a superare miltarmente quella gallica, e Cesare utilizzava "solo" cavalleria germanica. La società "cavalleresca" celtica, che fu il il fior fiore dell'Europa più antica (cfr. Gerhard Herm, Die Kelten, Düsseldorf- Wien 1975), era in declino già ai tempi delle guerre puniche.

 



[1] Quest'ultimo ad esempio ne "Il mondo dei Fenici", cit., p. 152.

[2] Scilace di Carianda, Periplo, ne parla come della più splendida e fertile parte della Libia.

[3] Polibio XII, 3. Erano mandrie di cavalli, di buoi, pecore e capre.

[4] Aristotele, Politica, VII, 3, 5; Polibio I, 72.

[5] Diodoro Siculo, XX, 17.

[6] Conferma più recente in Hoffmann, Hannibal und Sizilien, pag. 492.

[7] Cfr. ad esempio M. H. Crawford (cit., ed. it., p. 35 segg.): "La storia del governo repubblicano è in larga parte la storia della rivalità all'interno di un gruppo di uomini formalmente pari tra loro, sempre nell'ambito delle decisioni del gruppo che su tutto prevalevano; l'ideologia del governo collettivo della repubblica fu potentemente rinvigorita da storie, vere o false, esemplari comunque, concernenti il destino patito da uomini che all'inizio dell'era repubblicana avevano oltrepassato il limite".

[8] Questo non è incompatibile, cioè, con magistrature annuali in Cartagine, ma rende per lo meno necessari ambiti di comando militare pluriennale lontano da Cartagine, nella fattispecie nel nuovo dominio dei Barca in Spagna.

[9] Cfr. anche A. Ferrabino, cit., p. 135- 136, e E. Faber, cit., p. 27.

[10] Importanti a questo riguardo, per porti punici, etruschi e romani in Italia, le opere di B. Frau, con sintesi anche bibliografica nel suo "Tecnologia greca e romana", Roma 1987, pp. 208 sgg.

[11] Una riproposizione ridotta, ma con le stesse carte geografiche, vi è nel volume di S. Moscati, L'ancora d'argento- I Fenici sul mare, Roma 1989.

[12] Strabone, XVII, 3.

[13] Hera Lakinia-Capo Colonna, in Calabria: stele in greco e punico del 205 a.C. SEIBERT J. (Hannibal. Feldherr und Staatsmann, Mainz 1997) indica l’importante località anche per il rostro ellenistico in bronzo di nave da guerra ritrovato e ora al museo di Brema, sia pure meno grande del modello di Athlit (Ibidem, p.13).

[14] La consistenza dell'esercito di Annibale alla partenza dalla Spagna e le sue esagerate perdite segnalate dalle fonti (20.000 fanti e 2000 cavalieri tra l'Ebro e i Pirenei, 12.000 e 1000 cavalieri fino al Rodano e 18000 più 2000 cavalieri fino alla pianura padana) vengono discusse dal Delbrück (Kriegskunst, cit., I2, p. 369 sgg), dal Lehmann (Die Angriffe... cit., p. 131 sgg.), dal Beloch (Bevölkerung... cit, I, p. 468) e da GDS III2 pp. 81- 82. La notizia di Cincio Alimento in Livio XXI, 38, 3, che tanto ha fatto dissentire gli storici, sui 36.000 uomini perduti da Annibale tra il Rodano e il Po, non è così esagerata se si accreditano comunque a 80.000 le forze di Annibale al Rodano.

[15] Ricordiamo che genericamente Punici (Phoenix volgarizzato dai Romani) sono tutti i Fenici occidentali e Fenici tutti quelli della madrepatria mediorientale.

[16] Curiosità storiografica: torneremo sugli elevati numeri che sembra di dover riconoscere a frombolieri delle Isole Baleari e a cavalleria leggera della Numidia negli eserciti cartaginesi della seconda punica; ma l’importantissimo utilizzo tattico di queste unità da parte di Annibale spiega come mai, visivamente, anche nella più credibile, recente ricostruzione della battaglia del Trasimeno (G. Brizzi, Archeo 88 del 1992, pag.97), la cartina sembra mostrare reparti di Baleari dislocati in numero equivalente a tutte le altre forze cartaginesi.

[17] Il nostro totale di 305.870 Spagnoli- Cartaginesi arruolati (compresa la cavalleria pesante, ma escludendo comunque Celtibèri e altri Spagnoli dell'interno quali Turdetani, Oretani e Olcadi), che potrebbe apparire molto elevato specie riguardo ai frombolieri delle isole Baleari, è comunque molto inferiore ai 317.700 soldati Spagnoli uccisi o prigionieri nel totale complessivo di Livio, XXX e segg.  Bisogna considerare l'altissima densità di popolazione e la prosperità della Spagna preromana, principalmente per miniere, cereali, bestiame e commercio con Fenici e Greci. Gades (Cadice) ancora la tempo di Strabone (526 a.u.c.), sebbene già meno importante di Cartagena, era la più popolosa città mediterranea dopo Roma (Strabone, III, 5).  In Tito Livio, XXIX, 1, (seconda guerra punica, 548 a.u.c.), Ilergeti e Ansetani, due sole delle circa 15 popolazioni più importanti di Spagna, allestiscono 20.000 fanti e 4.000 cavalieri. Dopo Zama, ancora 50.000 fanti e 4.500 cavalieri sono forniti dalla Spagna ad Asdrubale (Livio, XXVIII, 12, 13). Appiano per le quantità di truppe, Plinio e Strabone per il numero delle città, sono i più eloquenti sulla grande densità di popolazione della Spagna.

[18] Si veda in questo la grande intelligenza degli Scipioni (successivo paragrafo "Il teatro di guerra spagnuolo").

[19] Si veda in questo la grande intelligenza degli Scipioni (successivo paragrafo "Il teatro di guerra spagnuolo").

[20] Masaisilioi (Polyb., Strabo), Masaesulii (Livio); Massilei (Polyb.), Massilioi (Appiano) e Maesulii (Livio).

[21] Gaias e non Galas hanno ricostruito, contro Livio, il Dittenberger, il Lidzbarski e il De Sanctis.

[22] Esprime il medesimo concetto il De Sanctis, GDS III1, p.42.

[23] Piero Bartoloni, L'esercito, la marina e la guerra, in "I Fenici" cit., p.136.

[24] La popolazione fezzanese ne è forse l'attuale discendenza, seppure con molte fusioni tra Libici, Cirenaici, Bèrberi e Arabi.

[25] Sui popoli confinanti con Cartagine, cfr. anche De Sanctis, GDS III1, cap. I, p. 4 sgg. e Schulten, Das römische Afrika, Leipzig 1899.

[26] Per la Sicilia come prima Provincia romana dal 241, anche se "organizzata in fase sperimentale", e per la migliore bibliografia sulla Sicilia antica, vedere MANGANARO GIACOMO, Per una Storia della Sicilia Romana, in ANRW cit., I, 1, pagg. 442- 461. Tra la Lex Valeria del 210 a.C. e la Lex Rupilia del 131 a.C. (conclusione della prima guerra servile) avviene la normalizzazione "con una precisa formula", rispettosa delle tradizioni locali, dividendo in 4 categorie le città, che danno tutte la decima di tributo in grano meno 7 città privilegiate. Dal 241 al 210 a.C. vi è la vera Sicilia ellenistica, secondo Manganaro (cit., p.445).

[27] Cfr. anche Jean Bérard, La Magna Grecia- Storia delle colonie greche dell'Italia meridionale, Torino 1963, pp. 439- 447, "Sicani, Elimi e Siculi"; e più dettagliatamente "I Fenici nella Sicilia", Ibidem, pp. 78- 100.

[28] De Sanctis, GDS, III2, p.194 e n.114.

[29] Importante su tutto questo De Sanctis, GDS, III1, pp. 41 sgg. Diodoro XIII, 114, 1 e XVI, 9, 4 parla di usuali tributi dei Greci di Sicilia ai Cartaginesi e di amministratori punici in città greche dell'isola.

[30] Tra il 214 e il 211 Cartagine mandò in Sicilia circa 40.000 soldati ( di cui 6.000 cavalieri) e 200 navi (M. I. Finley, Storia..., cit., p. 136.

[31] CAH, cit., VI, p. 150 sgg.

[32] Il Badian (Foreign..., cit., p. 37 sgg.) riporta all'età immediatamente posteriore alla prima guerra punica l'istituto di queste prime civitates liberae (che si riteneva sorto solo all'inizio del II sec. a. C.): Roma non aveva alcun foedus con queste città, con un notevole privilegio di libertà reciproche (perchè anche Roma non mutava i fondamenti del suo stato), senza alcun vincolo legale. E ben sottolinea il Gabba (Esercito..., cit., p. 567), con il Badian (Ibidem, p. 42), che la civitas libera è il paradigma dello stato cliente. Lo stesso avverrà in Illiria, già con Demetrio di Faro (Ibidem, p. 42). Osserva il Gabba: "L'abbandono nel III sec. del principio delle alleanze vincolanti (anche verso Sagunto, NdR) per il più elastico sistema del libero stato cliente, testimonia bene la preoccupazione e l'esitazione del governo romano di fronte agli impegni che la nuova posizione (internazionale, con la II guerra punica, NdR) imponeva a Roma" (Ibidem, p. 568). Si vedano anche nel nostro cap. III i rapporti con l'Egitto, e in questo quelli con Sagunto.

[33] “I Numidi erano i cavalieri più valorosi di tutto l’esercito cartaginese... La perdita di questo squadrone di cavalleria fu per Annibale molto più grave della perdita della città di Salapia; nè in seguito Annibale ebbe più quella superiorità della cavalleria, in virtù della quale era stato di gran lunga il più forte”, Livio XXVI, 38, 14.

[34] Vedere poco prima il rapporto tra perdite numidiche di Annibale e rinforzi ricevuti tra il 215 e il 212 per constatare la maggiore necessità di cavalleria punica per la Sicilia, specie per Siracusa e Agrigento. Inoltre sono 7000 i cavalieri numidi che con Mutine razziano la Sicilia nel 211.

[35] Tale cura (e la massima attenzione ai cavalli proteggendoli, coprendoli, sollevandoli e trasportandoli nei passaggi più difficili) fece sì che la proporzione di cavalieri sopravvissuta al valico delle Alpi fosse estremamente superiore a quella dei fanti.