IV - L'ESERCITO CARTAGINESE.

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RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> II

KARTHAGO

Ausgeartetes Kind der bessern menschlichen Mutter,
     Das mit des Römers Trotz paaret des Tyriers List.
Aber jener beherrschte mit Kraft die eroberte Erde,
     Dieser belehrte die Welt, die er mit Klugheit bestahl.
Sprich,was rühmt die Geschichte von dir?Wie der Römer erwirbst du
     Mit dem Eisen, was du tyrisch mit Golde regierst.

Friedrich Schiller, Die Horen 1796
    Werke, Vol.I, Weimar 1943.

Della più nobile madre umana, figlia degenere,
All'orgoglio del Romano tu unisci l'astuzia del Tirio.
Ma l'uno domina con forza le terre conquistate,
L'altro istruisce un mondo depredato con saggezza.
Dimmi, di te che cosa vanta la storia?
Col ferro come i Romani tu acquisti
Ciò che con l'oro governi
Come i Fenici.

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"Grandi vantaggi vennero ai due popoli che più sfruttarono le miniere d'argento di Spagna, ai Fenici che hanno il genio di scoprire fonti di ricchezza, e agli Italiani, il cui genio consiste nel non lasciare nulla per chiunque altro".

DIODORO SICULO

 

FIG. MONETA CARTAGINESE, CON PALMA DA DATTERI SIMBOLO DELL’ESERCITO PUNICO.


Spiegare la struttura, l'organizzazione e i modi di combattimento dell'esercito cartaginese è possibile solo nell'ambito di quelli che erano i più sofisticati e specialistici ordinamenti di battaglia del mondo antico: il sistema a falange prima tebana e poi macedone spiegato per l'esercito greco, e quello manipolare spiegato per l'esercito romano (ripreso sostanzialmente da quello sannita). Annibale stesso era totalmente formato e inserito in questi sistemi militari: oltre ai numerosissimi mercenari allenati a quei modi di combattimento, Magni Greci, Macedoni [1] e Sanniti saranno i suoi più fidati e valenti alleati nella guerra (anche se buona parte dei Sanniti lo saranno altrettanto strenuamente dalla parte dei Romani, come sostiene A. A. Aprea in "Il Sannio tra Roma e Cartagine", Roma 1981) [2]. Annibale copierà o perfezionerà con originali innovazioni gli schemi di battaglia manipolari o a falange più convenienti al momento, non ripetendo però l'errore di Pirro che in Italia non si era deciso sulla maggior convenienza dell'uno o dell'altro ordinamento di battaglia.

Ciò non deve però far sottovalutare la grande impotanza dello stesso Pirro nella storia militare. Egli iniziò a conferire maggiore elasticità alle formazioni di combattimento della falange macedone ed ellenistica, mischiando tra loro fanteria pesante e leggera e, probabilmente, sostituendo la lancia della cavalleria pesante (più adatta per lo sfondamento) con il giavellotto, che aveva il vantaggio di consentire l'uso dello scudo e manovre più dinamiche. "Pirro inoltre sistematizzò in opere purtroppo andate perdute la tattica ellenistica diventando per i contemporanei il riconosciuto maestro di questa scuola militare e costituendo l'anello di collegamento tra la tradizione Alessandrina e l'opera innovatrice di Annibale (246- 183). Il comandante cartaginese è senza dubbio il più grande interprete della scuola militare ellenistica: le quattro componenti dell'esercito (fanteria e cavalleria sia pesanti che leggere, NdR) nelle sue mani si trasformano in elementi 'attivi', ciascuno dei quali prende l'iniziativa nei combattimenti ed opera per trascinare il nemico nella trappola che Annibale predisponeva. Il sistema ellenistico si trasforma, in poche parole, da statico in dinamico" [3].

L'esempio e l'esperienza di Annibale stimolarono lo stesso Scipione Africano a modificare profondamente i metodi di combattimento della legione manipolare romana.

Ha di recente sintetizzato lo stesso Zotti: "Le armate di tradizione ellenistica furono un osso molto duro da rodere per la nascente potenza di Roma, soprattutto per l'eccezionalità degli uomini che le guidavano: Pirro e Annibale" (Ibidem, p. 12).

Ma questa assodata constatazione non ha mai portato a un'analisi del filo conduttore che, attraverso la falange ellenistica e il sistema manipolare romano, attraverso Annibale e Scipione [4], conduce direttamente durante gli anni della Seconda Guerra Punica a una velocissima modificazione e riforma dei metodi di combattimento, modifiche che segneranno profondamente la storia militare mediterranea e in particolare la storia di Roma.

Vediamo dunque meglio questi collegamenti e questi sviluppi, dopo aver già parlato di Scipione nel capitolo dedicato ai modi di combattimento dell'esercito romano.


 

FIG.1 - ANNIBALE  BARCA.

ANNIBALE E LA TRADIZIONE ELLENISTICA.

Per Annibale il greco era una seconda lingua madre. Nell'Enciclopedia Italiana (Treccani) si dice: "E' quasi certo che l'educazione militare di Annibale sia stata integrata da uno studio attento e profondo dell'arte militare dei grandi capitani greci... E' stato paragonato a Napoleone... anche per la dettatura (in più lingue, NdR) di memorie e appunti non pervenutici... E' certo che descrisse in greco la marcia di Manlio Vulsone nella Galazia" (vol. IX, p. 215).

Fino a Cesare nessun grande generale romano fu anche scrittore e storico, e solo ufficiali e senatori romani come Catone assunsero questo ruolo [5]. Invece nel campo cartaginese, per tutta la campagna annibalica d'Italia, ve ne furono almeno tre: Annibale, lo storico Sosilo di Sparta (il suo precettore greco, a cui Annibale dettò parte dell'opera in 7 libri su se stesso) e Sileno di Calacte, greco di Sicilia, altro illustre storico, la cui opera è perduta ma da cui attinsero ampiamente storici romani [6].

L' "eccellenza storica" di Annibale è posta in risalto da Santo Mazzarino, "Il pensiero storico classico", 2, Roma- Bari 1983, pagg. 153 sgg. (Tra Annibale e Cesare): "Questo uomo straordinario non fu solo, in tutta la sua età, il più grande generale, il più coerente difensore della libertà dei popoli, come egli la intendeva; fu uomo di cultura allievo dello storico siciliano Sosylos, e storico egli stesso. Era stato (per usare un'espressione di Plutarco, a tutt'altro proposito) "la storia di se stesso".... La sua mentalità per eccelenza storica si volgeva, verso la fine della sua vita, alla "propaganda" intesa come interpretazione dei fatti contemporanei... alla fine della sua vita, appunto l'azione dei Romani in Asia Minore, dopo Magnesia" [7].

Le "novità" nell'investigazione archeologica che emergono nel dossier di "Archeo", n°4 (110), dell'aprile 1994, su "Il tramonto di Cartagine", sono interessantissime, ma vanno intese per noi ancor più nella loro importanza: si sostiene in quella sede che quando Roma, nella seconda metà del III sec. a.C., sconfigge in importanti guerre Cartagine, l'impero di quest'ultima è già indebolito, anzi "già sconfitto" culturalmente (pag.63 e 64) a causa della perdita di una identità culturale sostituita, in Sardegna come in Sicilia e in Spagna, dall'Ellenismo; e i dati archeologici, con relative datazioni, dell'intero dossier sono più che esaurienti. Ma bisogna in realtà vedere come ciò rappresenti una nuova forza, una nuova politica interna di Cartagine per il proprio rafforzamento [8]. E soprattutto la famiglia dei Barca, come vedremo più avanti, accentuò questa politica. Lo stesso dossier, oltretutto, sottolinea una "convergenza feconda nel comune quadro mediterraneo" tra "tramonto" culturale punico ed ellenismo [9].

 

FIG. PIRRO

Dando quindi per scontati i forti legami ellenistici e orientali della cultura e della scienza militare di Annibale (che concernono, come vedremo, anche i modi di utilizzo in battaglia della falange oplitica, della cavalleria e degli elefanti) [10], per spiegare il magistrale uso che egli fa dell'esercito cartaginese bisogna necessariamente [11] aver analizzato la strategia e la tattica di Filippo II e di Alessandro III di Macedonia. Aggiungendo la conoscenza e la pratica del perfezionato sistema manipolare romano già prima delle guerre contro Pirro, e cioè, in sostanza, il comportamento degli eserciti sanniti [12].

Cominciamo, per sinteticità, a citare da "Alessandro Magno", Verona 1969, pp. 19- 23 e 41 [13]: "Filippo II perfezionò per le sue truppe una formazione di battaglia che prese il nome di falange. Questa al contrario della falange tebana (di Epaminonda) presentava la cavalleria come ala offensiva, mentre la fanteria aveva il ruolo di ala difensiva... Della cavalleria fece una unità manovriera, cosa che era stata appena tentata a Tebe; il re macedone fu veramente il padre della funzionalità tattica della cavalleria e ne scoprì le grandi qualità. Alessandro suo figlio perfezionò ancor più le tattiche di manovra... Alla cavalleria Alessandro aveva dedicato ogni sua cura particolare. Le 8 "isole" di cavalleria erano guidate dagli otto più provetti cavalieri della nobiltà macedone. Ad essi affiancava la agile e famosa cavalleria Tessala".

Già qui abbiamo la formulazione originaria delle teorie militari annibaliche. Soprattutto qui risiede l'invincibilità della cavalleria di Annibale, che fidando sull'agilità e maestrìa dei cavalli e cavalieri nùmidi del Nord Africa (Berberi) unì ad essi il suo genio di manovra e di esecuzione fulminea. Tanto più efficace se si pensa che anche con la fanteria egli riusciva sempre a sganciarsi e a disimpegnarsi dal nemico come meglio desiderava, con le sue famose, decantate "marce laterali". Anche Granzotto (cit.), nel suo volume su Annibale, quando vuole romanzare (sempre "realisticamente") le imprese del condottiero cartaginese, torna spesso sulle azioni avvolgenti, turbinanti e imprevedibili dei suoi squadroni di cavalleria.

Tipicamente ellenistica e falangitica era la manovra (che Polibio II, 33, 7, definisce tattica tipicamente romana) della ritirata epì pòda, cioè con la fronte rivolta al nemico. La ritirata frontale, testimoniata da Xenoph. Anab. VII, 8, 8 sgg., Pol. XI, 24, 4 sgg. e App., Syr. 35, non può essere intesa come manovra unicamente romana, anche se solo eserciti disciplinatissimi e risoluti come quello romano, con ottimi ufficiali (GDS III2 p. 158), potevano realizzarla. Ma il fatto che Annibale la attuò indubitabilmente a Canne col centro del suo schieramento, in situazione difficilissima, dimostra piuttosto anche in ciò la preparazione "ellenistica" di Annibale [14].

 

FIG. ANNIBALE

Tra i tanti volumi che sottolineano l'aspetto ellenistico della formazione culturale di Annibale, citiamo il molto sintetico Joseph Vogt (cit., p. 151): "L'esercito cartaginese ebbe in Annibale un capo di doti geniali; la politica cartaginese un propugnatore lungimirante. L'aspetto singolare della sua apparizione nella storia cartaginese consiste nel fatto che il capo militare e politico aveva anche la cultura di un principe ellenistico di questo periodo". E più avanti: "Annibale, seguendo l'esempio dei principi ellenistici, nel 205 fece porre una relazione delle sue imprese nel tempio di Hera sul promontorio Lacinio, segno che riteneva chiusa la sua opera in Italia" (Ibid., 166). Che Annibale parlasse usualmente in greco lo testimonia Cassio Dione 54, 3. Giovanni Brizzi, in "L'avventura di Annibale", nel volume- catalogo della mostra sui Fenici del 1988, cit., pp. 62- 63, osserva che i Barca, la famiglia di Annibale, "si erano fatti promotori di una profonda riforma delle istituzioni in senso antioligarchico... ed erano stati, ad un tempo, tra le voci più illuminate e sensibili a favore dell'Ellenismo nel dibattito sulla cultura greca, allora assai vivace all'interno di Cartagine". Inoltre il Melqart- Eracle scelto dalla famiglia come divinità preminente "è uno dei simboli universali anche della sovranità ellenistica" perseguita soprattutto da Annibale, che "venne accostandosi all'Ellenismo per tradizione di famiglia e per educazione non meno che per inclinazione personale". "Amilcare, forse nel ricordo del suo ideale maestro- lo stratega spartano Santippo già alla guida delle forze puniche alla fine del primo conflitto contro Roma- sceglie per il figlio un precettore di Sparta, Sosilo...; sotto un magistero attento soprattutto agli aspetti militari, Annibale studia a fondo sia le campagne di Alessandro il Macedone, che diviene il suo modello, sia le opere di storia militare successiva; e impara a conoscere ogni più recente sviluppo nel campo della tattica e della strategia. Superiore a Pirro e allo stesso Alessandro... il condottiero che viene formandosi in questi anni è senza dubbio il sommo esponente della scuola militare ellenistica" (Ibidem).

Interessante comunque anche ciò che, non in contrasto ma ad integrazione di questo e di ciò che noi tratteremo più avanti sulle tecniche militari di Annibale, il Brizzi riassume dei corpi militari annibalici. Innanzitutto alcune novità introdotte da Annibale: "Le modifiche apportate alle strutture dell'esercito punico rappresentano il contributo originale dato dal Cartaginese alla scienza bellica del suo tempo" (Ibidem, p.63). Ma su questo, appunto, e sull'originale utilizzo della fanteria e della cavalleria più leggere si vedano i paragrafi successivi.

Riteniamo interessante e sintetico riportare due pagine (36 e 37) dell'opuscolo che Nicola Zotti e Riccardo Affinati hanno dedicato alla battaglia di Zama (cit., Roma 1992), approfondendo aspetti soprattutto strategico - tattici:

"Orientarsi nelle 38 battaglie combattute nella Guerra Annibalica non è cosa facile, comprendere come queste avvenissero lo è ancor meno. Vediamo quindi di aiutarci con qualche cifra, quelle poche che gli storici antichi ci hanno riportato, tra l'altro anche con varie inesattezze. La decisione di scendere sul campo non sembra vincolata alla entità delle forze a disposizione: la differenza media tra gli eserciti è di circa il 10% ' Patta ma può arrivare anche al 40%. Ciò è dovuto anche al fatto che l'armata meno numerosa ha le stesse probabilità di vincere di quella maggiore: su 16 battaglie delle quali abbiamo notizie sufficienti, infatti, 6 furono vinte dalla forza maggiore e 6 da quella minore, mentre 4 non diedero un risultato.

Difficile, però, è forse proprio definire la vittoria: infatti i casi che portarono alla distruzione completa di uno dei due eserciti sono solo un terzo (13 su 38) delle battaglie complessive: delle quali ben la metà (6) ad opera di Annibale. Il che dà la misura di quanto egli fosse temibile, casomai qualcuno avesse dei dubbi. Ciò non toglie che i romani, forse per una lieve tendenza da parte di annalisti poco coscienziosi a manipolare qualche dato e qualche circostanza, si addebitarono ben il 50% delle vittorie, mentre ai cartaginesi lasciarono solo circa 1 vittoria ogni 6 battaglie, concedendo una patta su 3. Il modo migliore per guadagnare una "vittoria decisiva" era quello di intrappolare il nemico sconfitto in una zona chiusa, per poi compiere una vera e propria mattanza. Ad esempio poteva essere confinato in uno terreno tanto ristretto da non poter combattere efficacemente, come Annibale alla prima battaglia di Erdonea (212) o Scipione contro gli Ilergeti (206); oppure ottenendo lo stesso risultato ammassandoli assieme in una folla incapace di muoversi, come alla Trebbia (218) o a Canne (216); oppure ancora chiudendo una per una le vie di fuga come in Lucania (212).

Un'altra possibilità era quella di riuscire ad inseguire lestamente i fuggitivi dentro il loro campo, conquistandolo e facendo strage di un nemico ormai senza più difesa, è il caso di Cissa (217) e della seconda battaglia di Erdonea (210). In altri casi i fuggitivi non avevano proprio alcun luogo in cui rifugiarsi e vennero cacciati dalla cavalleria, come a Saleca (204) e a Zama (202). Infine ci sono i casi più eclatanti di un nemico sopraffatto con un'imboscata o in un assalto notturno al campo, quando materialmente non aveva modo di reagire: al Trasimeno (217) e ai Castra Cornelia (203). Comunque, la decisione di affrontarte una battaglia è molto raramente senza costi: e Annibale ne è sempre ben cosciente quando affida i compiti più gravosi e pericolosi ai galli anziché alle sue truppe migliori. Ecco in una tabella riassuntiva gli effetti ipotizzabili di una battaglia.

 

tipo di battaglia /                   Percentuale di perdite (media) / Prigionieri

                                              Vincitori           Sconfitti

PATTA                                   5 -13 (9)             5-13(9)             ---

SENZA INSEGUIMENTO  0,5 -21 (13)         14-33 (29)         6,5

CON INSEGUIMENTO         0 -5  (2.5)          38-44(41)          5,5

VITTORIA DECISIVA          5 -20 (13)          48-89(67)          14

 

Come si può vedere il 13% di perdite sembra essere il massimo che un'esercito può sopportare senza che ciò ne determini la sconfitta. Oltre questa percentuale si perde, e allora iniziano i guai, perché è garantito o quasi un altro uomo su 8 di perdite, senza contare i prigionieri.

Questo è il caso in cui il nemico non possa inseguire, una circostanza dovuta essenzialmente a due fattori. Il primo e principale è l'accampamento: nel 40% delle battaglie lo sconfitto riesce a riparare e a riorganizzarsi nel proprio campo, ed è indubbiamente una percentuale molto alta. Il secondo fattore che determina la conclusione del combattimento, sia esso giunto o no ad una decisione, è il sopraggiungere della notte: invariabilmente l'assenza di visibilità dà scampo a chi lo cercava e ferma chi non lo voleva dare.

Le sciagure iniziano se non si ha un campo dove rifugiarsi o se la notte non arriva abbastanza in fretta. In questo caso un nemico ancora abbastanza fresco ed in forze per farlo si impegnerà in un inseguimento. Questo garantisce tre volte le perdite di una sconfitta "semplice": il 38% dell'esercito viene massacrato è c'è una comprensibile minore predisposizione a prendere prigionieri.

 

Dove le cose si fanno nere davvero è nelle vittorie decisive: tra morti e prigionieri se ne partono come minimo i due terzi dell'esercito, ma non senza un costo anche per il vincitore, perché il modo in cui viene ottenuta spesso comporta che il perdente venda molto cara la pelle: il campo di battaglia diventa una specie di pantano per il grande volume di sangue versato, ed è anche difficile scivolare: quello sparso a Canne sarebbe bastato a riempire una piscina.

Il numero dei feriti non viene quasi mai riportato: e ciò deve lasciar presupporre che non ne rimanessero poi tanti: se uno era in condizioni di andarsene con le sue gambe dal campo di battaglia veniva contato tra i vivi, altrimenti andava a fare statistica coi morti. Il numero dei prigionieri, infine, è tutto sommato abbastanza alto: vendere schiavi è sempre un'operazione redditizia.

Prima di passare ad un altro aspetto della battaglia, quello delle armi, voglio riportare un ultimo dato, relativo alle 4 battaglie principali della Seconda Guerra Punica, per sottolineare un aspetto che non ho mai visto evidenziato. e che aumenta un poco i meriti di Scipione alla battaglia di Zama, riducendo forse, anche se non di molto, i demeriti dei generali sconfitti da Annibale.

 

Battaglia             Cavalleria

                  Cartaginese    Romana          %

Trebbia           10.000         4.000            250%

Trasimeno      10.000         3.000            333%

Canne            11.000         6.000            183%

Zama              4.000          5.600            140%

                 (+80 elefanti)

 

Come si può vedere Annibale nelle sue maggiori vittorie ebbe un vantaggio di cavalleria maggiore di quello che dovette concedere a Scipione. Il che, se da un lato dimostra l'importanza di avere superiorità nella cavalleria, come ricorda anche Polibio, dall'altro indica che Annibale era meno svantaggiato in quell'occasione di quanto fossero stati i suoi avversari in precedenza.

La guerra antica era un affare cruento, molto: appena iniziati i primi scontri i soldati dovevano assumere l'aspetto di macellai: soprattutto i legionari di Scipione che erano armati almeno in parte della falcata iberica nota tra i romani come Gladio Hispaniensis: una spada dall'origine incerta ma dalla forma somigliante alla kopis greca e alla sapara assira. L'ottimo minerale di ferro con il quale la si fabbricava e soprattutto la sua forma, ne facevano un'arma terrificante. Il peculiare profilo della lama, che si allargava verso la punta, spostava il centro di gravità ben più avanti che in una spada dritta, incrementando in misura tanto grande l'energia cinetica del colpo da consentirgli di spaccare scudi ed elmi, e di tagliare di netto braccia e teste. Scipione l'aveva importata dalla Spagna e ne aveva addestrate all'uso le proprie truppe: infatti richiedeva un po' più di scherma di quanta non fosse abituale, perché permetteva anche l'uso del taglio oltre che della punta, e quindi era, ad esempio, l'arma ideale per i veliti, i più liberi nei movimenti tra i legionari.

Se la spada era l'arma principe di ogni combattimento, il prologo, e che prologo, veniva recitato da le arrni da getto. Tanto le truppe romane quanto quelle al servizio dei cartaginesi, infatti, si avvalevano di un giavellotto per preparare il combattimento ravvicinato. I legionari ne avevano due o tre, uno o due leggeri ‑ di lunghezza variabile tra m. 1.2 e m. 2, con peso medio di kg. 1.3-1.8 che veniva scagliato a circa 40 metri di distanza dal nemico e uno pesante‑ lungo m. 2.10, di cui un terzo circa di puntale e il resto di manico, per un paio di chili di peso ‑ lanciato subito dopo, per preparare il contatto col nemico.

Ho personalmente qualche difficoltà a definire giavellotto il pilum pesante del legionario romano: il pilum è un'arma, per l'epoca, tecnologicamente avanzatissima ma forse non veniva ancora utilizzata in quelle salve micidiali che da sole valsero a vincere molte battaglie di epoca successiva. In sé, l'idea di un giavellotto pesante non è, infatti, rivoluzionaria: già nell'Iliade gli eroi hanno giavellotti di metallo, gli íberici lo chiamano soliferrum, i celti chiamano invece gaesum uno spiedo con un manico di legno sul quale viene innestata un puntale con un cannone molto lungo, che contribuisce ad appesantirlo non poco. Ed è dai celti, più che da etruschi e sanniti come è stato ipotizzato, che i romani assunsero probabilmente il pilum, modificandolo con alcuni accorgimenti: la sua struttura era tale da conferirgli una penetrazione micidiale: moderni esperimenti hanno mostrato una penetrazione di tavole spesse 2 cm. di legno compensato e di 3 cm. di legno di abete, con un lancio da 5 metri.

La forza del pilum non è solo nella sua penetratività: usato come arma da impatto è maneggevole e, avendo una punta di metallo, resiste ai colpi tendenti a spezzarlo. Però, per essere veramente efficace deve venire lanciato simultaneamente linea per linea in rapida successione: in pochi secondi una centuria, ammesso che solo la metà degli uomini riuscisse a lanciare le proprie armi, metteva un giavellotto ogni 250 cm2 di fronte, con gli effetti che possiamo immaginare".


TERMINI MILITARI, TECNICHE MILITARI ANNIBALICHE E TERMINOLOGIA LIVIANA

Livio, XXVI, 7, 10, parlando dell'avvicinamento di Annibale con il suo esercito a Roma, si esprime nominando "le legioni" di Annibale. Mentre Polibio, III, 43 e 53, parla indiscutibilmente della presenza di "opliti" e di "peltasti" nell'esercito di Annibale quando egli attraversa le Alpi [15]. A parte la maggiore fedeltà e attendibilità contemporanea di Polibio e la tendenza di Livio a utilizzare termini latini (e raramente greci), di uso a lui contemporaneo 200 anni dopo la guerra annibalica [16], per strutture militari "barbare" (giacchè Polibio non considerava certo "barbaro" Annibale nè per formazione nè per versatilità nella direzione della guerra), tali termini diversi (oplitico era comunque l'armamento dei fanti pesanti anche romani) evidenziano il carattere ricco e composito delle truppe di Annibale, e già cartaginesi in genere. Da considerare inoltre ciò che dice Livio, XXX, 11, 4, per il 551= 203, due anni prima della fine della II guerra punica ma riferendosi a un periodo già precedente: Siface, re di Nùmidia, solitamente alleato dei Cartaginesi, "divide i cavalieri in turmae e i suoi fanti in coorti come una volta aveva imparato dai centurioni romani" [17].

Sallustio, un cesariano esperto di cose militari, nel suo Bellum Iugurtinum (Giugurta, figlio illegittimo di un fratello di Massinissa, era diventato re di Nùmidia), quando in 79, 4, parla di una lunga guerra tra Cirene (in Libia) e Cartagine già prima della II guerra punica, non può esprimersi diversamente, per indicare le truppe delle due potenti città africane, se non così: "Postquam utrimque legiones, item classe saepe fusae fugataeque..." ("quando a più riprese le legioni e le flotte dell'una e dell'altra città furono sconfitte e volte in fuga..."). Sallustio sta qui raccontando degli altari dei fratelli Fileni (Arae Philaenorum, a 180 miglia a est di Cartagine e a circa 80 a ovest di Cirene), luogo sacro dei Cartaginesi, e della loro origine come confine tra Cartagine e i Cirenaici e più in generale tra l'impero di Cartagine e l'Egitto.

FIG.- L'Italia DAL 264 AL 150 a.C.

Sallustio fa qui ciò che il greco Polibio fa spesso al tempo di Annibale: definire col termine "stratopedon" sia una legione che due legioni consolari o addirittura un intero esercito o un'armata navale. Il GDS III2 pp. 309 sgg. ha dibattuto molto questi aspetti filologici, invitando più volte "a non pesare sulla bilancia di precisione le espressioni di Polibio" a questo proposito. Figuriamoci quelle di Livio! Ma resta comunque la rispondenza di termini greci e latini in un mondo mediterraneo ormai ellenizzato e con interscambi e copiature militari molto più fitte di quanto si pensi. Si è validamente sostenuto che Polibio si avvalse per la sua storia della II guerra punica di fonti storiche cartaginesi che, non avendo interesse a riferire enumerazioni di singole legioni romane o la loro distribuzione, parlano molto genericamente degli "eserciti" romani combattenti in Italia e in Spagna, e soprattutto di quelli dei consoli. Ma, pur usando in questo modo spesso impropriamente il termine "stratopedon" anche per "legio", Polibio aveva comunque in mente ordinamenti militari basati sullo schieramento oplitico. Anche la formula latina "legio exercitusque", del resto, al di là del senso letterale, definisce la leva di un esercito di una o più legioni. Il Bell (Tactical..., cit., p. 404 sgg.) si sofferma sugli anacronismi di Livio, che traduce "speira" di Polibio ("manipolo") con "coorte", come tipico degli scrittori post- mariani e augustei (Ibidem, p. 405; Marquardt, Röm. Staat. II, pp. 435 sgg.). Klotz (in Schulten, Fontes Hispaniae Antiquae III, 52) attribuisce molti anacronismi liviani a fraintendimenti di Celio Antipatro (Livio XXVIII, 13, 8; 14, 17; 23, 8; 25, 15; 33, 12; XXXIV, 12, 6; 14, 1; 14, 7).

FIG.- L'Italia nel 264 a.C.

Anche Quinto Ennio, di origine greca e combattente nella II guerra punica contro Annibale nelle legioni in Sardegna, autore del più antico e monumentale poema latino in esametri, gli "Annales" sulle guerre puniche, nel verso "ob Romam noctu legiones ducere coepit" (framm. 172 del libro VIII, ed. Valmaggi, Annalium reliquiae, Torino 1945; framm. 211 del libro VIII, ed Baehrens, Fragmenta poetarum Romanorum, Lipsiae 1886, pp. 58- 137), che tutti gli editori senza esclusione concordano nel riferire alla marcia di Annibale verso Roma nell’inutile tentativo di liberare Capua dall'assedio romano [18], utilizza un termine ed esprime un concetto più appropriato dell'unica alternativa dell'epoca: "falange". Nonostante i caratteri ellenistici propri dell'esercito di Annibale, non attiene alla terminologia militare usare in questo caso (spostamento di eserciti e non schieramento da battaglia) falange o epixenagia al posto di legione o manipolo. Di contro abbiamo che Dionisio di Alicarnasso, al tempo di Augusto, descrivendo lo schieramento in battaglia di Pirro contro i Romani ad Ascoli indica "la falange dei Tarantini" (Rom. Arch. XX, 1, 2; e poco più avanti ancora "la falange dei Tarantini dagli scudi bianchi", 1, 4) e la "falange dei Sanniti coperti di scudi" (Ibidem, 1, 5) perchè questo era comunque lo schieramento oplitico, affiancato al nerbo principale falangitico (in questo caso quello macedone di Pirro), anche tra chi, come i Sanniti, aveva tradizionalmente uno schieramento più agile e frazionato, quello che i Romani avevano copiato con i loro manipoli.

Livio userà talvolta il termine "coorte" (che era a lui contemporaneo dopo la riforma mariana) in modo improprio anche per i reparti di Romani (e non solo di alleati- socii, com'era in uso anche precedentemente): lo intendeva comunque sempre nel senso di "reparto".

Tale è il caso del libro XXX, 33, 1 e 11, 11, dove il senso di coorte è anche "reparto" di ausiliari alleati. Sempre nel libro XXX, 33, 16, parrebbe invece strano l'uso di "Macedonum legionem", ma trattandosi dei 4000 Macedoni inviati da Filippo V in aiuto a Cartagine prima di Zama, Livio sottolinea probabilmente solo il completo inserimento dell'aiuto macedone nello schieramento delle truppe di Annibale durante la battaglia, facendo risaltare lo schieramento di ispirazione romana di Annibale o facendo per lo meno non risaltare la formazione oplitica a falange, inserita in quella che il Grazioli così descrive: "Annibale pone a Zama in seconda schiera, a distanza assai maggiore del consueto, poderosamente raccolti in pugno, i suoi veterani punici (ma del liviano "in secunda acie Carthaginienses Afrosque et Macedonum legionem", quest'ultima è taciuta dal Grazioli, ma sottintesa nel suo particolare valore) e i volontari italici da lui condotti dall'Italia (aciem Italicorum militum- Bruttii plerique, come in Livio), cioè le migliori sue truppe. E questo è appunto il concetto nuovo. Non potendo sperare, per deficienza numerica di cavalleria e per la troppo modesta prevalenza numerica della sua fanteria, di sfuggire all'avviluppamento, affida la sorte decisiva della battaglia a una poderosa massa di manovra, in una parola ad una 'riserva manovriera', elemento nuovissimo introdotto nell'arte militare da quell'inesauriile genio tattico; concetto che resterà poi eterno, come fondamentale nei secoli, e che sul campo di Zama poco mancò non gli desse la vittoria" (Grazioli, "Scipione l'Africano", cit., pp. 19- 20). Che nell'avviluppamento e aggiramento, tra Annibale e Scipione, il punico sia stato il primo grande maestro e il romano il migliore fin dalla Spagna, è forse cosa evidente. Meno evidente è sapere se per primi Annibale o i Romani abbiano sviluppato il concetto moderno di "riserva" (gli specialisti che lo attribuiscono ai Romani e a Scipione sono in maggioranza) e i manuali di storia della guerra lo attribuiscono a Epaminonda e ad Alessandro Magno in diversa maniera [19]. E' chiaro però che una autentica massa di manovra (riserva manovriera) prima del perfezionato sistema manipolare di Scipione, è riferibile, oltre che al genio di Annibale, unicamente a truppe addestrate ellenisticamente alle evoluzioni e alle manovre di avanzata, spostamento e indietreggiamento della falange macedone. Oltretutto, per lo svolgimento della battaglia di Zama del 19 ottobre 202, il più attendibile Polibio dice espressamente: "ambedue le falangi (di Annibale, NdR) avanzavano a passo lento e grave, tranne quelli che con Annibale erano venuti dall'Italia, i quali rimasero nel primo luogo che occuparono". Vi è sicuramente qui, ripetiamo, compenetrazione tra schieramento punico (con copiature ellenistiche e romane) e formazioni greche a falange. Così come, già a Canne, i Romani avevano compenetrato il proprio schieramento manipolare con quello a falange greca, con acies triplex anzichè, come solitamente, simplex, riducendo gli spazi tra i manipoli e tra gli stessi legionari, per meglio sfondare il centro cartaginese. Sfondamento da parte dei legionari, a Canne, che sarebbe dovuto automaticamente avvenire [20] , come già alla Trebbia e al Trasimeno era avvenuto con strettissimo passaggio; il fatto che a Canne esso non avvenne [21], fa risaltare tanto più il genio di Annibale, che seppe rischiare tutto al centimetro, dosando l'effettivo ripiegamento dei suoi nel momento di quasi- vittoria romana e calcolando il ritorno della propria cavalleria nel momento decisivo della battaglia. Riguardo invece a Zama, cui dedichiamo parimenti largo spazio nella ricostruzione della battaglia nel VII volume, essa viene riproposta anche graficamente nel recente "Le grandi battaglie che hanno fatto la storia- da Maratona allo sbarco di Normandia", Milano 1989, (Zama, pp. 23- 36) e in M. Silvestri, La vittoria disperata, Roma 1991, pp. 461- 466, appena citato in nota. Esauriente ricostruzione tattico- strategica è quella offerta da Nicola Zotti in "Zama 202 a.C.", 1992, cit.

 

FIG.- La battaglia del lago Trasimeno in G. Brizzi.

Per concludere queste considerazioni sull'uso di termini militari da parte di storici antichi, i termini legione o falange, coorte o manipolo, spira (speira) o stratopedon, oplite o falangita, vélite, psilita o fromboliere, etc. sono quasi sempre interscambiabili e appropriati nel loro significato di fondo: variano unicamente nel preciso, particolare impiego tattico dello schieramento, nell'utilizzo che se ne fa, come disposizione dei reparti, nelle singole battaglie.

E' stato ben sottolineato dal Giuffrè (La letteratura "de re militari", 1974), a proposito di Catone, che visse e combattè al tempo di Annibale, la grande importanza e limitazione del suo "ellenismo militare" (pur essendo egli tutt'altro che filo- greco, e tuttavia il primo a tradurre dal greco manuali militari ellenistici); soprattutto in alcune sezioni dei "libri ad Marcum filium" (Ibidem, pag. 12 e 19- 20) [22]. E parliamo di Catone anche nel paragrafo sulla cavalleria romana (capitolo sull'esercito romano).

Sviluppando considerazioni sul carattere ellenistico dell'esercito di Annibale e sui vari corpi militari punici, il Brizzi (cit., pp. 63- 64) osserva che: "costretto, come tutti i suoi predecessori, a servirsi di contingenti eterogenei, tratti dai vasti domini di Cartagine, Annibale è il primo a rendersi conto che, per trasformare un'accozzaglia di mercenari spesso di origine barbarica in una forza efficiente, è necessario sfruttare al meglio i caratteri più autentici delle diverse etnie, combinandone, se possibile, l'azione in battaglia" (si pensa qui a Baleari, Nùmidi, Ispani, Galli, Italici, etc.; ed è quanto faranno in seguito i Romani, e massimamente Giulio Cesare, con l'utilizzo di corpi specifici nùmidi, cretesi e germanici). "Conviene rispettare i requisiti delle altre truppe: e rinnovare piuttosto, adattandoli a questi, l'equipaggiamento e il modo di combattere della fanteria pesante libica, nerbo degli eserciti punici. Questa forza è stata finora armata e impiegata alla greca, con risultati invero non sempre brillanti, perchè sia la tattica oplitica sia- più ancora- quella falangitica, la cui efficacia si fonda sulla coesione perfetta di una formazione serrata, richiedono lungo addestramento, disciplina a tutta prova e abitudine al maneggio di armi adatte, come la lancia da urto e la lunghissima sarissa macedone. Al contrario, il guerriero occidentale- anche il libico- è avezzo a battersi per lo più corpo a corpo, e concepisce la battaglia come una serie di duelli individuali; e così, invece della picca- tipica tanto degli eserciti ellenistici quanto di quello, profondamente ellenizzato, di Cartagine (che sembra aver allineato, nell'ultimo periodo, anche nuclei di falangiti)- Annibale fornisce la spada come principale arma offensiva a tutti i contingenti della sua fanteria pesante. Oltre agli Ibéri e ai Celti, che già ne sono dotati, anche i Libi ottengono immediatamente" (retaggio immediato della occupazione della Spagna trattandosi già del gladio falcato spagnolo, NdR) "un'arma più adatta al combattimento ravvicinato: lo dimostra il fatto che essi, dopo le vittorie al Trasimeno e a Canne, mutano le loro panoplie con quelle tolte ai caduti romani, qualitativamente superiori ma evidentemente affini alle loro". Continuiamo questa fitta citazione del Brizzi perchè stimolante, più che acutamente sintetica. Infatti, anche per lo schieramento, egli osserva: "All'apparenza meno potente e compatto delle contemporanee armate ellenistiche, fondate sul blocco massiccio della falange, l'esercito di Annibale è però di queste assai più elastico e duttile; diviso in speirai (spira), unità tattiche minori paragonabili ai manipoli romani, esso possiede rilevanti capacità di manovra; meno legato alla necessità di mantenere costantemente uno schieramento rigido, esso è anche molto meno condizionato dalla natura del terreno sul quale si trova a combattere; e infine, pur se deve saper operare talvolta anche come formazione compatta, esso mantiene ai suoi uomini quella nativa ferocia [23] e quella capacità combattiva individuale che ne costituiscono le prerogative più autentiche" (noi pensiamo in particolare ai Liguri, e ai Celti in genere- cfr. Herm, cit., sull'impeto dei Celti dai lunghi brandi). "Così, per equipaggiamento oltre che per composizione etnica" (si ricordi la enorme differenza coi cittadini- soldati romani e alleati della federazione romana) "quello che il barcide conduce seco in Italia è un esercito in certo modo anomalo rispetto agli schemi dell'epoca: al suo interno sono mantenuti e ad un tempo pefettamente fusi i caratteri- che potremmo genericamente definire occidentali- delle genti che lo compongono... l'armata di Annibale non ha tuttavia conservato alcun carattere greco" [24] .

Abbbiamo ricordato in precedenza come talune di queste osservazioni sembrano in contrasto con gli assunti nostri (e del Brizzi) sul carattere ellenistico dell'esercito di Annibale: in realtà non sono altro che una valida integrazione. Il Brizzi continua: "Greca resta soltanto la manovra che essa (l'armata di Annibale) è chiamata ad eseguire sul campo: come negli eserciti ellenistici, l'aggiramento è operato dalla cavalleria, ma può essere preparato dalle formazioni di fanteria pesante, assai più agili di quelle greche, come nell'esempio di Canne. Al Barcide spetta di aver rivendicato per primo all'Occidente una sua originalità tattica, svincolandolo da una soggezione ai moduli del mondo ellenico che ancora affliggeva, in alcune soluzioni, persino l'esercito di Roma. La sua armata rappresenta l'anello di giunzione tra gli eserciti romani della media Repubblica, tuttora lenti e gravemente limitati dal carattere ripetitivo e meccanico dei loro schemi tattici, e quelli successivi alla riforma di Scipione, capaci, nel decennio dopo la battaglia di Zama, di imporsi senza sforzo" (senza sforzo eccessivo, mitighiamo noi) "alle antiquate armate ellenistiche". Questa apprezzabile sintesi del Brizzi, che si affianca agli sforzi interpretativi dell'ex- militare Liddell Hart (cit.) su Scipione, è stata da noi puntualizzata nel paragrafo su Scipione nel II capitolo e troverà conferme nella ricostruzione dettagliata delle singole fasi della guerra annibalica, vista come foriera di questi massimi cambiamenti.

 

FIG. - LA BATTAGLIA DI ZAMA (NARAGGARA): SCHIERAMENTO INIZIALE.

 

FIG. - LA BATTAGLIA DI ZAMA- SECONDA FASE.

 

FIG. - LA BATTAGLIA DI ZAMA- LA FASE FINALE.

I MERCENARI.

L'alto numero di mercenari nell'esercito di Cartagine (in gran parte Libici, ma ancora più importanti Baleari, Nùmidi, Mauretani e Liguri) rendeva questi soldati per lo più dei professionisti, i quali (come i Cartaginesi di Spagna lungamente allenati da Amilcare padre, Asdrubale zio e Annibale stesso, nonchè i frombolieri delle isole Baleari, i migliori d'Europa ancora dopo Giulio Cesare, insieme agli arcieri Cretesi) li rendeva idonei a utilizzazioni tattiche molto efficaci [25]. E ciò sebbene fossero meno affidabili di milizie "nazionali", che sono di per sè più leali e meno facili alla defezione.

Ancor meno affidabili militarmente erano infatti i Galli (tranne le tribù più fieramente anti- romane, quali Boii e Insubri) e gli Spagnoli (Celti anch'essi e robusti e resistenti come i Galli e i Liguri, ma più tenaci nel mantenere la posizione occupata) [26].

Nominiamo subito i valenti mercenari celtibéri (e spagnoli in genere) perchè importanti e non in sottordine, per i Cartaginesi, rispetto a quelli già nominati; essi ebbero per Annibale come mercenari, all'inizio della guerra, l'importanza prioritaria che assunsero come ausiliari per i Romani con gli Scipioni in Spagna, essendo quello il primo consistente episodio di mercenariato nella storia romana [27].

 

FIG. ZAMA (G. BRIZZI)

La fanteria leggera spagnola era armata con la caetra, scudo rotondo di dimensioni ridotte, la spada falcata (con lama lunga circa 60 cm.) e con soliferrum, sottile giavellotto tutto in ferro e puntapiatta. Fanteria e cavalleria pesanti eranmo armati alla greca soprattutto nel periodo punico e tra gli Spagnoli- Cartaginesi [28].

Harmand (cit., pp. 83 e 120), parlando dei mercenari in Grecia e a Cartagine, afferma: "sin dall'epoca arcaica il mercenariato è uno dei protagonisi della vita greca... Il principale centro di reclutamento è al capo Tenaro, in Laconia, il personale è prevalentemente arcadico. Nel IV secolo le forze armate delle città sono composte sostanzialmente da assoldati. Alessandro conduce con sè in Asia un certo numero di elementi mercenari, altri ne affronta, anch'essi greci, reclutati dagli Achemenidi. Il III secolo ellenistico vede l'apogeo del mercenariato greco e macedone. J. Heurgon (cit., p. 26) più di ogni altro ha messo in rilievo l'importanza per Roma, nel III secolo, dei suoi mercenari campani e sanniti, a dire il vero integrati solo per metà. Dalla II guerra punica in poi i suoi reparti speciali sono composti di mercenari balearici, cretesi e nùmidi".

E' mitigata oggi per l'Ellenismo, e in particolare per l'epoca delle due prime guerre puniche, l'idea esposta dallo Ehrenberg (Der Staat..., cit., p. 121) secondo cui "soltanto in casi relativamente rari i mercenari erano non- greci, mentre viceversa si trovano greci dappertutto al soldo di barbari". Aumenta invece, anche se non in misura determinante, il mercenariato non greco tra la I e la II guerra punica.

L'affermarsi (e l'internazionalizzazione) del dominio di Roma esattamente con la II guerra punica si conferma quindi (oltre che per gli aspetti economici, di politica interna e di diplomazia estera) anche per le novità nell'utilizzazione del mercenariato, dopo le prime prove deludenti con i Celtibèri da parte del padre e dello zio di Scipione in Spagna; Scipioni sconfitti e uccisi [29] in parte per la diserzione di questi 20.000 alleati- mercenari. La grande varietà multinazionale di mercenari che troveremo nell'esercito di Annibale non era invece una novità per Cartagine (anche se era una realtà tanto diversa allora dalle milizie cittadine della Federazione Romana). I 20.000 mercenari di Cartagine che si ribellarono nel 241, alla fine della I guerra punica, "suscitando la ribellione in tutto il nord Africa" (Nepote, Hamilcar, XXII, 2, 2) erano Africani, Iberici, Greci della madre patria e d'Italia (come il campano Spendio, uno dei capi della rivolta), Galli e Liguri. Harmand ci ha appena ricordato come questo utilizzo "professionale", tipicamente greco e punico, verrà seguìto da Roma, con riforme militari interne e con accordi internazionali che vietavano ai potenziali nemici il ricorso a contingenti militari specifici, quali mercenari delle città greche, elefanti da guerra coi loro guidatori, corpi speciali di ausiliari del Mediterraneo, specie gli abitanti di Majorca come frombolieri, e molti altri reparti particolari da noi elencati in vari punti della trattazione.

FIG. La battaglia di Regolo in Africa contro Xantippo nel 255 a.C.(Le Bohec)

 

 

FIG. La battaglia di Bagradas dei Cartaginesi contro i mercenari ribelli (Brizzi 2004)

I Galli Cisalpini, popolazioni bellicose, furono con Annibale sia come alleati, perchè risoluti nemici di Roma, sia soprattutto come mercenari. Della consistente presenza di Galli nelle truppe di Annibale parla Polibio III, 74, 10 e lo ricorda G. Clemente in SII1 p. 82. Come avveniva in genere nella storia cartaginese, i mercenari più fidati di Annibale erano già o furono celermente addestrati ai metodi di combattimento della tradizione greco- ellenistica (anche accettando per vero che le armi dei Romani sconfitti in battaglia furono da Annibale distribuite ai suoi in sostituzione di quelle greche e fenicie  [30] ; ma fu poco dopo, nella medesima guerra, che i Romani sostituirono le proprie con la corta spada spagnola). I veterani di Annibale sapevano attuare nel modo migliore lo schieramento oplitico a falange, come documentato sia nelle marce difensive durante il passaggio delle Alpi secondo Polibio che nella finale battaglia di Zama. A parte la derivazione greca (tebana) dello squadrone sacro cartaginese, (2500/3000 uomini), l'esercito di Cartagine aveva corazze e scudi tipicamente greco- ellenistici, come confermato dall'importante fregio tunisino di Chemtou.

Istruttori spartani e mercenari macedoni inviati in soccorso a Cartagine alla fine della guerra da Filippo V dovettero rappresentare un aiuto di grande importanza nella gravità del momento. Diciamo pure che i migliori combattenti di fanteria pesante esistenti allora al mondo erano i Macedoni e i mercenari greci [31] (a livello internazionale, il legionario romano acquisiva allora la sua gloria), nonostante lo sfascio politico- militare documentato per quegli anni nelle varie città- stato greche. E si riveda il paragrafo sul mercenariato nel capitolo III.

Balsdon (J.P.V.D. Balsdon, Rome and Macedon, 205- 203 B.C., JRS XLIV, 1954, pp. 30- 42) e Dorey (Macedonian Troops at the Battle of Zama, cit., pp. 185- 187) concordano nel vedere una falsificazione annalistica (cioè propaganda anti- macedone) in Livio XXX, 26, 2, a proposito dei reparti macedoni in aiuto ad Annibale a Zama. Essi concordano che i 4000 Macedoni inviati da Filippo V in Africa non fossero presenti alla battaglia di Zama (ma il Dorey dissente che fossero di guarnigione a Cartagine, perchè in tal caso "non catturabili" dai Romani). Il Dorey suppone che una presenza di mercenari macedoni a Zama, tra i mercenari di Annibale, vi fu, ma piccola e forse di cavalleria (Silio Italico, Punica, XVII, 418 sgg.). Ma, anche se elencati solo da Livio e non da Polibio e Appiano come consistenti reparti di mercenari a Zama, tali piccoli reparti vi erano per lo stesso Dorey (pp. 186 ultima riga- 187 prima), se pur non in numero di 4000.

 

FIG. AFRICA CARTAGINESE AL TEMPO DI ANNIBALE

 Il problema del mercenariato non solo greco nell'esercito cartaginese ci fa addentrare in un altro aspetto interessante e complesso relativo all'esercito di Annibale.

 

FIG. AFRICA CARTAGINESE AL TEMPO DI ANNIBALE

 

FIG. Spostamenti di Scipione e Annibale prima di Zama (Christ, cit.)

I MERCENARI DI ANNIBALE.

L'esercito dei Barca e di Annibale in Spagna era dello Stato cartaginese o piuttosto un esercito privato della famiglia dei Barca (e del "partito" della guerra)?

Per Livio, XXX, 22, sembrano credibili le professioni di pace fatte nel 551= 203 dai messi del Senato cartaginese, che a) riversando tutte le colpe della guerra su Annibale, b) richiamano i trattati di alleanza tra Roma e Cartagine prima della presa di Sagunto e della II guerra punica e definiscono ultimo (l'ultimo del Senato di Cartagine?) quello chiamato il "trattato di Lutazio" (241 a. C.), cioè la pace conclusa al termine della I guerra punica dal vincitore della battaglia navale delle Egadi, ancor prima cioè del trattato del fiume Ebro tra Asdrubale Barca e i Romani (225 a. C.).

 

FIG. Kromayer- Veith: l’assedio di Annibale a Sagunto

Il De Sanctis (in "Problemi di storia antica", Bari 1932, p. 169) smentisce la pretesa a), e in questo modo deve definire inesatta anche b), perchè "vi era anche il trattato concluso nel 226 o 225 da Asdrubale, che si suole designare come il trattato dell'Ebro" (ibid., p. 162). Il problema qui della credibilità del Senato cartaginese (e della veridicità dello stesso Livio) è però legata strettamente alla funzione dei Barca e dei loro eserciti (principalmente Punici di Spagna, e alleati o mercenari Spagnoli, Galli, Liguri, Italici e Magno- Greci) rispetto al Senato cartaginese (e al suo partito definito "della pace"), che, formato da oligarchi e proprietari terrieri che non volevano la guerra nè commerci aperti dalla conquista, diffidava dei generali e dei loro eserciti privati. Argomento quest'ultima da noi trattato più avanti, ma solo parzialmente risolto, nonostante la quasi totalità dei testi specialistici sottolinei la linea politica per lo più "personale" tenuta dai Barcidi. Basti pensare che J. Harmand (cit., p. 119), trattando del mercenariato nella vita greca, dei capitani mercenari (come Ificrate, specialista dei peltasti, Conone e Carete) e di personaggi che in età ellenistica vendono i propri talenti (ad esempio lo spartano Sosilo presso Annibale), nota come a cavallo delle guerre puniche il carattere greco del comando mercenario si attenua: accanto al campano Spendio, i capi della rivolta dei mercenari del 513=241 contro Cartagine sono un celta, Autarito, e un libico, Mato (Polibio, I, 69, 4; 77, 1). Pur restando indiscussa la superiorità complessiva dei mercenari greci, la preparazione ellenistica dei nuovi capi non greci spinge Harmand a porre in questi termini la questione dei Barca: "L'equivoco ateniese di un Carete, denunziato da Eschine (Sulla mala ambasceria, II, 70- 71) può aiutarci a capire quello dei Barcidi in Spagna e in Italia nella seconda metà del III sec. Difficile è stabilire in quale misura Amilcare o Annibale siano dei generali cartaginesi o i sovrani di uno Stato militare quasi autonomo- l'una o l'altra interpretazione riporterebbe ai capi naturali- o degli appaltatori di mercenari che utilizzano i loro uomini teoricamente in nome della metropoli africana. In questa l'inquietudine del partito di Annone di fronte a piani che potevano sfociare in un atto di forza monarchico entro la stessa Cartagine spiega parecchi tratti punici negativi del secondo conflitto con Roma". W. Hoffmann (Hannibal und Sizilien) ha sostenuto che con la caduta di Siracusa nel 212 e di Agrigento nel 211 gli avversari dei Barca, il partito cartaginese anti- annibalico, si rafforza: fino ad allora il governo cartaginese fa di tutto per aiutare Annibale; da allora in poi (Capua nel 213, Siracusa nel 212) si avrebbe la svolta decisiva della guerra. Ma queste interpretazioni parziali non mutano la sostanza dei fatti. N. MANTEL, "Poeni fedifragi (241- 201 v.Chr.)", München 1991, pag.79, ha obiettato, in base alle fonti, che il colpo di Annibale contro Sagunto sarebbe riuscito con placet dei Romani se egli non avesse poi passato in primavera l'Ebro, creando allarme a Roma  [32].

 

FIG.- Carthago Nova (Cartagena), la capitale dei Barca in Spagna.

Si vedrà meglio più avanti che la nostra interpretazione personale è quella di Annibale come un principe ellenistico, patriota e condottiero della sua patria, il quale, a capo di un partito "democratico", cioè di commercianti propensi alla guerra e alla conquista, per questi suoi motivi ideologici propenderebbe per una monarchia illuminata o anche militarizzata piuttosto che per una repubblica oligarchica imbelle e subalterna ai Romani [33]. Egli era e restava sostanzialmente un militare, e in questo certo più idoneo all'addestramento e all'appalto di mercenari e coloni guerrieri che non a una carica onorifica, sia pure monarchica, in Spagna o dove altro fosse. E per questo forse gli si adatta, quant'altri mai, il termine di "conquistatore". Ma tutti questi ruoli, ormai riconosciutigli (generale, statista, principe), si intrecciavano notevolmente, e le basi culturali ellenistiche (la discendenza da Ercole e l'emulazione militare della grande tradizione greca e di Alessandro) che lo stesso Annibale seppe acquisire e utilizzare propagandisticamente, oltre a una patina "democratica" verso gli Italici da "liberare" di contro all'oligarchia latifondista ed espansionista del Senato romano in Italia, raggiunsero livelli tali da renderlo un completo principe ellenistico. Egli fu capito meno in patria che altrove. Come non credere a Cornelio Nepote, quando, in Hannibal, 1, 2, afferma che in Italia "il successo finale sarebbe toccato ad Annibale- così pare- se in patria il malvolere dei suoi concittadini non ne avesse indebolito la posizione. Ma la gelosia di molti (che comandavano, cioè degli oligarchi, NdR) ebbe il sopravvento sul valore di uno solo". D'altra parte lo stesso Nepote (ibid., 3, 1) dice che il conferimento ad Annibale del comando supremo nel 221 avvenne da parte dell'esercito stesso di Spagna e che poi "Karthaginem delatum comprobatum est" ("Cartagine, informatane, diede il suo assenso ufficiale"). Ci sembra, cioè, abbastanza posteriormente come consenso e con conferimento del tutto autonomo, da parte dell'esercito, rispetto ai due shofetim (suffetes), ai Pentarchi, al Tribunale dei 104 e al Senato che reggevano Cartagine. In Hamilcar, XXII, 3, 3, Cornelio Nepote ribadisce che "Annibale ebbe dalle truppe il comando supremo" [34]. In De Sanctis (GDS III1, p. 407 nota 78) abbiamo peraltro una difesa delle capacità di Annibale come uomo di Stato di contro a Beloch in Gercke- Norden, Einleitung III, 2, p. 175. Come di un Alessandro o di uno Scipione, di un Cesare o di un Napoleone (dei quali Annibale non fu certo da meno) non si poteva dire che non fossero grandi conquistatori se non avessero avuto anche senso diplomatico, così su Annibale non condividiamo le riserve di Giannelli ("Annibale non fu un buon diplomatico" - Roma nell'età delle guerre puniche, cit., p. 267) e di C. Picard ("Meglio per Cartagine se Annibale fosse stato meno fiero e più diplomatico"- Annibale, cit., p. 8), quest'ultimo peraltro il più esperto studioso del Punico oltre a G. Brizzi. E se invece è veritiera tale critica ad Annibale, egli forse peccò in tal senso per controbilanciare l'eccessiva diplomazia del Senato di Cartagine, in cui il "partito della pace" attendeva e cercava ogni pretesto per trattare la normalizzazione con Roma.

Su Annibale statista e politico restano i legittimi dubbi posti da Seibert alla fine del suo volume (Hann. pag. 543), anche se ci pare troppo severa la valutazione negativa che ne deriva per il tornaconto politico di Cartagine: noi pensiamo che se in fondo Pirro aveva lasciato un campo di battaglia per Romani e Cartaginesi, perché Annibale non doveva lasciarne- convenientemente- uno per Greci ed ellenisti ormai indeboliti? Ma sentiamo il Seibert: “I suoi (di Annibale) metodi per la dissoluzione del sistema di alleanze romano era certo rimarchevole, ma lascia allo stesso tempo qualche dubbio sulle sue capacità politiche. Quale concezione politica voleva egli realizzare? Cosa voleva porre egli in Italia al posto del dominio romano? Non ci sono su questo concreti indizi. Se il suo programma (“Libertà agli Italici”) si fosse attuato, difficilmente egli avrebbe potuto realizzare un dominio cartaginese in Italia, bensì egli avrebbe lasciato il caos dietro il suo passaggio. Si sarebbe arrivati ad una atomizzazione politica della penisola, che avrebbe condotto alla guerra di tutti contro tutti”: era dunque vano sperare in un grande indebolimento di Roma senza distruggerla, e la grande capacità organizzativa e calcolatrice di Annibale ebbe debolezze fatali nel confronto con la tenacia romana (Traduzione letterale e breve sintesi di G. Pollidori). Poco prima Seibert aveva lodato la logistica di Annibale, che non rischiò e azzardò mai più di Alessandro Magno, che spesso fu ferito e talvolta mise a rischio in modo irresponsabile la propria vita (pag.542).

Ancora sulla figura di Annibale, è da prendere con molta attenzione e con giusto mezzo quanto afferma il De Sanctis (Problemi di storia antica, cit., p. 184), quando parla della civiltà punico- semitica ed ellenistica come "profondamente diverse e assimilate solo esteriormente" e dipinge Annibale come troppo disinteressato patriota, meno individualista ma comunque meno magnanimo dei principi- avventurieri dell'età ellenistica, di un Pirro o di un Demetrio Poliorcete. Sembra contrastare con ciò, ma è adeguata, la frase dello stesso De Sanctis (GDS III2, p. 73) su "Annibale condottiero clemente e generoso". In questo c'è profonda verità, anche nella prima affermazione del De Sanctis: senza la "diversità" culturale, senza la curiosità e l'inventiva profondamente fenicie, Annibale non avrebbe integrato, modificato e spesso superato così ampiamente gli stessi aspetti delle strutture militari e delle tattiche tradizionali ellenistiche, delle quali era profondissimo conoscitore.

Noi propendiamo dunque per Annibale (soprattutto militarmente) come "principe ellenistico", e per la sua figura- insieme a quella di Scipione- come anello di congiunzione carismatico tra l'età di Alessandro Magno e quella di Cesare: per l'idealità di una "monarchia ellenistica" universale con ascendenze divine (derivate nella famiglia di Annibale soprattutto dalla figura di Ercole), che Giulio Cesare e Marco Antonio cercheranno di collegare- come potere politico pur democratico e "popolare" dal punto di vista sociale- alla tradizione dinastica egizia ellenizzata.

Su Annibale come re (Basileùs) dei Libii (che sono qui da intendere come Africani in genere, ma più in particolare come Cartaginesi, Libi- fenici, nonchè Punici di Spagna) cfr. Favorino di Arelate, De Fortuna, §24 (in Opere, ed. critica, Firenze 1966, testo e nota a p. 260 e 294). Il Barigazzi, nella nota suddetta, indica come imprecisa questa definizione di Annibale. Essa pare a noi, invece, comunque interessante, al posto dell'usuale greco "stratego", come spesso per i generali stranieri (barbari) anche in Polibio, o del generico "condottiero" e "generale", vista la mentalità greco- ellenistica dell'autore e la sua provenienza (sia pur tanto posteriore) proprio dal confine (Arles) con quei territori di Spagna (sia pure ben oltre l'Ebro) sotto la diretta giurisdizione di Annibale. E Basileùs ci pare qui appropriato per un principe ellenistico, il cui esempio, nell'orazione di Favorino, fa seguito a quello di Pirro e con pari ampiezza a quello di Alessandro (Ibidem, §20), con rapido accenno (§23) anche a quell'Ercole comune ispiratore dei condottieri macedone e punico. Ciò non stona peraltro con l'universalismo culturale ellenistico propugnato (con cosmopolitismo e tolleranza davvero moderne) da Favorino anche nell'orazione Corinthiaca (ibidem, pp. 298- 346, specie §23- 27). Non ci pare infine un'esagerazione che Favorino parli, nel primo passo citato, di 500 città distrutte dal generale cartaginese (Appiano dice 400) nell'Italia meridionale (si sta parlando del dopo- Canne)[35]. Del resto anche Dione (Chrys. or., 37; 25, 7= II, 280, 11 Arn.) ricorda che Annibale dominò l'Italia (meridionale) per 17 anni.

Riguardo all'autonomia dei Barca dal governo cartaginese, Cornelio Nepote fa risaltare i contrasti tra Annibale (e il suo partito) ed il Senato cartaginese e il partito di Annone, per quasi tutta la durata della guerra. Per cui l'esercito cartaginese di Annibale in Spagna sembrerebbe un esercito personale per lo più mercenario, con la fusione di due aspetti: uno, caratteristico di Cartagine, dell'importanza da sempre dei mercenari nei suoi ranghi; l'altro, specifico dei Barca, di una fedeltà "nazionale" dei Punici di Spagna sia alla madre patria che alla figura di comandanti ricchi dell'argento spagnolo. Ma non erra di contro il Liddell Hart (cit., p. 151) quando, prima di Zama, osserva: "Alla vigilia di questa fase finale, l'appoggio sia morale sia materiale fornito ad Annibale dalla sua patria sembra essere stato, nel complesso, superiore a quello concesso a Scipione (dal Senato di Roma, NdR)". E in effetti, con la guerra portata dai Romani in Africa dinanzi a Cartagine, con il ricordo dei pericoli corsi con Atilio Regolo e con l'orgoglio per la sperimentata capacità dei veterani di Annibale e la fiducia ora in lui riposta, lo Hart ben esprime lo stato d'animo dei Punici.

Il testo ad oggi più ricco per le fonti anche archeologiche sui mercenari di Cartagine è di una italiana, FARISELLI ANNA CHIARA, I mercenari di Cartagine, La Spezia 2002. Testo che contiene anche una piantina sui reclutamenti cartaginesi in epoca annibalica (TAVOLA XIII). La Fariselli sostiene in definitiva e sapientemente che le truppe libiche negli eserciti cartaginesi non possono essere qualificate semplicemente come mercenarie, ma caso mai con differenziazioni di utilizzo più salariato (mercenario) nelle spedizioni oltremare e più coloniario (guarnigioni nelle provincie cartaginesi e in Sicilia e Sardegna) in caso di presidio. Particolare evidenza storiografica e archeologica vi è per la condizione delle guarnigioni libiche in Sardegna, proprio a metà tra trapianto coloniale ( con fornitura di ausiliari e tutela militare con sostentamento agricolo) e ingaggio mercenario (epikourikoi in Pausania X, 17, 9). Nella sostanza, Libies greco e Afri latino indicano i non fenicio- punici e i non numidi, prima che in epoca cesariana libi e numidi talvolta si equivalgano contrapposti a Garamanti e Getuli della parte interna sahariana. Fondamentali erano dunque i Libifenici (arruolati come i fenicio-punici) e gli Afri nel territorio di Cartagine, più gli alleati mauri, numidi e cirenei (nominati questi sia come Libi che come Afri). Ma in ambito del territorio di Cartagine, anche i Libi, oltre agli Afri, potevano essere svincolati amministrativamente dal controllo punico. Anche in fase storica successiva alle guerre tra Punici e Greci in Sicilia e precedente alle guerre puniche, Polibio distingue sempre i Libi ribelli a Cartagine dalle altre etnie mercenarie ribelli nella guerra contro Cartagine (Pol. I, 65- 88), ma la questione risulta certo più complessa e di difficile interpretazione in Polibio, Livio e Appiano nella guerra annibalica. La difficoltà di interpretazione è posta saggiamente dalla Farinelli (cit., pag. 46), anche per il rapporto tra Cirenei (greci ed ellenistici) e Libi studiato in un saggio da Bacchielli (cit. 1978); è comunque certo che Numidi e Mauri diventano elementi militari nordafricani prevalenti per Cartagine solo con Annibale (e certo per le sue tattiche) rispetto a quelli che erano i coloni a regime agrario di un impero cartaginese sia intorno a Cartagine sia in Sardegna, che vengono definiti per Cartagine i serbatoi agricoli e i serbatoi militari. La symmachia (alleanza per fornitura di ausiliari) tra Cirene e Cartagine è attestata almeno dal 323-322 a.C. (Fariselli, pag. 19). Il primo arruolamento di libi in un testo storico è in Erodoto (VII, 165, Imera nel 480 a.C.), riferito ai Maci (Maxues) dei Libi, una delle tre tribù di agricoltori di Cartagine. LOPEZ CASTRO (Los libiofenicio: una colonizacion agricola cartaginesa en el sur de la Peninsula Iberica, Rivista di Studi Fenici, 1992, pp.47-65) definisce meglio di altri etnia e impiego dei Libifenici che può valere anche per Annibale: una mescolanza etnica punico- africana che, come entità politica alleata diretta o indiretta con Cartagine, e con diritti civili equiparati a Cartagine, erano lo strumento di approccio coloniale, con aree produttive e fornitura di tributi. Posizioni non molto dissimili da quelle di S. F. Bondì 1971, da A. J. Dominguez Monedero 1987, da A. Mederos Martin - G. Escribano Cobo 2000 (vedere nostra Bibliografia), e, pare a noi, non in contrasto con la vecchia posizione del Mommsen (1903), che vi vedeva dei cittadini fenici, per diritti civili, del nordafrica con obblighi tributari e militari verso Cartagine. Chi non accentua una forma di sudditanza tributaria tra libifenici e Cartagine è S. Gsell (cit., 1972), che li pone come cittadini di pieno diritto in città puniche del nordafrica con ordinamento municipale simile a quello cartaginese. Ma la subordinazione, o sudditanza, per il forte aspetto tributario, anche militare, ci sembra più realistico nelle altre interpretazioni e persino in quella di Tito Livio XXI, 22, 2-3. Livio, più di Polibio III, 33, 15-16, sottolinea, per i libifenici lasciati da Annibale in Spagna prima di passare le Alpi, una loro differenziazione etnica intermedia tra Libi e Punici. Anche il libio-fenicio Muttine, in Livio XXV 40, 5, viene considerato etnicamente inferiore ai punici sebbene nato in una città di diritto punico ed ufficiale cartaginese di alto rango e cultura con truppe numidiche di Annibale in Sicilia. Infine la Farinelli discute la tradizione antica secondo cui Annibale avrebbe usato le truppe in tempo di ozio per impiantare colture di ulivo in tutto il Nord Africa (Aurelio Vittore, De Caes. 37, 2-3; Fariselli cit., p.52). Secondo FOULON (Contribution a une taxinomie des corps diinfanterie des armees hellenistiques, EtCL 64 1996 pp.317-338)  lo spartano Xantippo al servizio di Cartagine, nella prima punica, avrebbe adottato falangi greco- ellenistiche di 4096, 256 file per 16 uomini di profondità, inserendo anche i Libi nello schieramento e rendendolo sì pesante (oplitico) ma anche intermedio tra opliti e peltasti (fanteria più leggera), con armature di lino pressato, scudo rotondo (pèlte), lunga spada e lancia non ificratea (solo 3-4 metri). Annibale avrebbe mantenuto i Libi nello schieramento falangitico politico, ma divisi in reparti minori (speirai) (non dissimili dai mobili manipoli della legione romana), con maggiore mobilità, spada come arma principale e corto giavellotto al posto della lunga picca falangitica. I Libi come schieramento centrale, funzione oplitica e come reparti di riserva furono dunque perfezionamenti dovuti ad Annibale.

 

L’etimologia dei nomi di Annibale e dei suoi familiari Amilcare e Asdrubale è analizzata in questo breve saggio reperibile in internet, in latino. I riferimenti sono al dio Baal e all’eroe mitico Ercole- Melqart. Per il fratello Magone si vedano i nostri riferimenti al De Sanctis.

De nominibus ducum Carthaginensium: Hannibal, Hasdrubal, Hamilcar.

Altera pars nominum Hannibal vel Hasdrubal, "-bal" videlicet, ad illum deum spectat quem omnes fere Semitarum gentes olim coluerunt, quique proprio nomine Ba‘(a)l vocatur, quod origine nomen quidem proprium non est, sed interpretatur "Dominus". Producta autem non erat, origine saltem, eius syllaba, cum una sit vel duae breves sint syllabae, interposita Phoenicum littera consonanti pharyngali sonora (quam glottologi dicunt) [‘ain], quae aliquando in Punico sermone evanuit, neque a Romanis et Graecis, qui tali sono carebant, satis clare audiebatur.

Nomen autem praeclari Carthaginiensium ducis "Hannibal" ex "Hann(i)-Ba‘l" fluxit, quod significat "Gratiam praebuit Ba‘l"; alterius autem nominis "Hasdrubal" origo est " ‘Azar-Ba‘l " = "Adiuvit Ba‘l".

["Hann" verbi temporalis (radix hn’) forma simplex ("qal" ut ab Hebraeorum grammaticis vocatur) temporis perfecti est (mediae geminatae, quae dicitur), similiter ‘azar verbi ‘zr tempus est perfectum, quod vocamus, regulare.]

Simile exstat nomen " ’Adoni-Ba‘l" (= "Dominus meus Ba‘l"), quae forma in quadam tabella cuneata Assyriorum regis Assurbanipalis (in eius Annalibus) adservatur, et variis quoque formis compendiatis (quae syncopen et assimilationem, quas grammatici dicunt, passae sunt) offenditur, veluti "Iddibal", "In(n)ibal" (Corpus Inscriptionum Latinarum VIII 22772; Inscriptiones Graecae XIV 279,2) et (Graece per nominativum sigmaticum) e.g. apud rerum scriptorem Diodorum Siculum "Annibas".

"Hamilcar" autem ex " ‘abd-Milqart" videtur fluxisse; quod interpretatur "famulus (dei) Milqart".

Plura de hac re (unde et exempla relata sumpsi) – si cui studium movet – apud Ioannem Friedrich et Volfgangum Roellig (adiuvantibus Maria Iulia Amadasi Guzzo et Wernero Mayer), "Phoenizisch-Punische Grammatik" (= ars grammatica Phoenicia et Punica), Romae tertium edita, apud Pontificium Institutum Biblicum, 1999, passim. Qui liber mirificus prorsus est et artis grammaticae optime concinnatae praeclarum exemplum.

Scripsit Volfgangus Jenniges.

 

 

FIG. L'Africa cartaginese (confini).


VENERE CONTRO ERCOLE.

Quando negli ultimi decenni prima di Gesù Cristo, Cesare, Ottaviano e per loro Virgilio esalteranno le origini divine dei nuovi condottieri e dominatori romani, sarà per loro Venere la protettrice e l'ispiratrice dell'impero: la Venere di Enea e dei Troiani. Prima di allora i grandi conquistatori greci, ellenistici e punici avevano preso a simbolo del loro carisma Ercole (Eracle), dall'India alla Spagna: Alessandro Magno e Annibale faranno risalire a quel dio l'ispirazione e l'origine delle loro famiglie.

Sebbene ancora Cesare, proprio davanti al tempio di Ercole a Cadice, lamenterà la sua giovanile inoperosità a confronto di un Alessandro e di un Annibale, ormai già nel segno di Venere era stata l'ascesa di Roma nella Repubblica, oltre al Marte di Romolo e addirittura al Giove di Scipione l'Africano. E nel segno del legame con i Troiani fu l'amicizia di Roma con la città (anzi ormai il villaggio) di Ilio prima della II guerra punica.

Ercole era invece il dio che nell'Oriente ellenistico e soprattutto nell'Occidente punico, in Sardegna come in Spagna (cfr. BLANQUEZ PEREZ J., La Via Heraklea y el camino de Anibal, Simposio sobre red viaria en la Hispania romana, Saragozza 1990) - identificato col dio fenicio e punico Melqart- aveva il maggior numero di templi legati alla conquista da parte macedone o cartaginese. I Barca più di tutti, la famiglia più guerriera nella storia del mondo punico, ebbero in Ercole il simbolo non solo del sempre più intenso legame con la cultura greco- ellenistica, che essi favorivano in Cartagine, ma anche della loro aspirazione alla conquista nel segno di un dominio sovranazionale e universale, ispirato soprattutto in Annibale dall' esempio di Alessandro Magno [36].

 

H. Scullard (Scipio Africanus in the Second Punic War, Cambridge 1930), in "The scipionic legend and Polybius' attitude to it" (paragr. 4 del cap. I), ricorda un C. Oppius contemporaneo di Cesare che scrisse una vita di Scipione paragonandolo a Cesare e J. Hyginus che al tempo di Augusto amplificò anch'egli la leggenda di Scipione. Sia Oppio che Igino, in accordo a Gellio VII, I, si rifaranno a una leggenda di Scipio addirittura precedente allo stesso Polibio: annalisti come C.Acilius e A. Postumius Albinus avrebbero contribuito, come Quinto Ennio, alla leggenda dei diritti divini di Scipione, della sua origine da Giove Ottimo Massimo, così come avrebbe poi tentato Cesare. Livio e vari storiografi greci non mancheranno poi di collegare la leggenda di Scipione a quella di Alessandro.

In verità i riferimenti della leggenda e del romanzo di Alessandro Magno in chiave piuttosto anti- romana vengono obiettivamente e convincentemente analizzati da D. Pacella, Sui rapporti di Alessandro con Roma e Cartagine nella leggenda, SCO, 1984, p.103-125. Alessandro Magno che passa in Sicilia e poi in Licaonia (Lucania) nel 323 o 334 a.C. e riceve gli ambasciatori romani che gli portano doni e un ambiguo atto di sottomissione, all'interno del cosiddetto e indatabile "Romanzo di Alessandro", è visto ormai come tardo tentativo propagandistico anti- romano così come anche la lettera di Annibale agli Ateniesi. Essa doveva far parte "di una elaborazione letteraria di stampo popolare della guerra annibalica, se non di un ciclo epistolare compiuto in cui era trattata la seconda guerra punica" (Pacella, cit., pag. 111; E. CANDILORO, Politica e cultura in Atene da Pidna alla guerra mitridatica, SCO XIV 1965, p.173; E.GABBA, P.Cornelio Scipione Africano e la leggenda, Athenaeum n.s. LIII 1975, p.6). La bibliografia più ampia sulla leggenda e il "Romanzo" di Alessandro Magno si trovano nella sezione relativa  e nel catalogo della mostra su Alessandro organizzata a Palazzo Ruspoli - Fondazione Memmo di via del Corso a Roma e nell'articolo già citato della Pacella. La quale ci aiuta a focalizzare come l'identificazione di Annibale con Alessandro Magno ed Ercole ha aspetti più complessi. Ella parla a ragione di un ipotetico "Romanzo di Annibale",  con lettere affiancate anche nel "Romanzo di Alessandro" (Ibidem, p.111). I due sogni di Annibale di cui parla Celio Antipatro, che si rifà secondo Cicerone a Sileno, collegano il condottiero punico a Giove e Giunone: il primo per il serpente distruttore che segue Annibale in Italia, la seconda per l'invito a non toccare la colonna di oro massiccio del tempio di Hera (Giunone) a Capo Lacinio in Calabria. Ma tale colonna corrisponde in tutto a quelle che Alessandro Magno incontrerebbe, nella leggenda, alle colonne d'Ercole e alle due statue di onore ad Ercole che egli troverà in India presso il re Poro: le farà perforare - come fa Annibale a Capo Lacinio - riparandole scoprendo che erano di oro massiccio. Alessandro sarà condotto in sogno da Ercole a Tiro per l'assedio della città (ibidem, p.117). Polibio (III 47, 6-48, 12) e Sileno (in N.S. DE WITT, Rome and the Road of Hercules, TAPhA LXXII 1941, p.60 s.) discutono il passaggio di Annibale sulle Alpi come il medesimo del greco Ercole [37]. Si discute se da parte romana Scipione fosse anch'egli, per contrappeso, propagandisticamente paragonato ad Alessandro nella presa di Cartagine Nuova (il miracolo del mare di Panfilia come il miracolo del mare davanti Cartagena) (Polibio X 2-20) o se il colloquio ad Efeso tra Scipione e Annibale con diadema reale (F.CASSOLA, Il diadema di Annibale, AAEC XII 1961-63, Atti Convegno Studi Annibalici, pp.191-94)[38] sconfini nella leggenda. "Livio XXI, 21, 9, menziona un sacrificio ad Ercole prima che Annibale lasciasse la Spagna. L'associazione del viaggio di Annibale con quello di Eracle nella propaganda cartaginese (col tramite della storiografia greca) ha indotto a vedere in alcune leggende su Scipione, in cui è esplicitato il parallelo tra Eracle e l'Africano, una possibile replica di parte romana" (Pacella, cit., p.116; Livio XXI 41,7, App., Syr.,10, Dio fr.54,10 per Ercole in rapporto ad Annibale sulle Alpi). Ma al di là del problema dell' estensione della imitatio Alexandri, è fuori dubbio che anche la persistenza del mito di Ercole in rapporto ad Annibale e i conflitti in Grecia avranno portato sempre più nel segno della discendenza troiana, e quindi di Venere, la mitizzazione leggendaria degli eroi di Roma. Silio Italico, proprio nel suo poema su Scipione l'Africano (l'eroe positivo contro l'eroe negativo Annibale), sarà un punto d'arrivo nella mitizzazione e divinizzazione degli Eneadi.

 



[1] Non soltanto il contingente di Sopatro impiegato nella battaglia di Zama. E' strano che, pur essendo confermato da diversi passi di Livio, da Frontino e da Silio Italico e pur essendo nella logica delle cose, il GDS III2 p. 425 n. 100 attribuisca ad invenzione annalistica l'invio di Sopatro ad Annibale da parte di Filippo.

[2] Già GDS III2 p. 214 n. 28 criticava comunque l'affermazione liviana (XXIII, 43, 11) sulla defezione ad Annibale di tutta la gioventù sannita nel 215

[3] Nicola Zotti, "L'esercito ellenistico, grande avversario della legione", in "Strategia e tattica", n. 1, marzo 1992, Roma, p. 13.

[4] Un recente tentativo in G. Brizzi, "A", n. 88, giugno 1992, Dossier pp. 58- 115.

[5] "Gli uomini che guidarono gli eserciti romani con successi tanto notevoli nel IV e III sec. non scrissero libri sulle loro imprese da divulgare in pubblico" (Jocelyn, Forme letterarie e vita sociale, in SII1 p. 619). Inoltre niente apparve in latino (al posto del greco) prima del De re militari di M. Porcio Catone (console nel 195, trionfatore in Spagna l'anno successivo e morto nel 149): notevole era però già l'interesse dei Romani per la ricca letteratura militare greca esistente, e Catone, valente generale e perfetto conoscitore del greco anche per la trattatistica e i termini più specialistici, si rivolse con la sua opera ai giovani ufficiali romani spesso luttuosamente penalizzati dal 218 a. C. in poi e, come osserva lo Jocelyn (Ibidem), specialmente dal 194 in poi.

[6] Tralasciamo per ora tutta la tematica di Annibale come statista, su cui torniamo più oltre ribadendo autori ricchi sull'argomento. Il vecchio Kromayer (Hannibal als Staatsmann, Hist. Zeitsch. 103 (1909), pp. 237- 273) è stato riproposto nel volume di autori vari "Hannibal", Darmstadt 1974, a/c Karl CHRIST, pp. 241- 274, per la sua pregnanza. Charles- Picard, Görlitz e Groag (citati) hanno altresì difeso questo aspetto.

[7] La vittoria dei Romani sul principale alleato di Annibale, Antioco di Siria, e "l'imperialismo romano" condannato da Annibale nella sua lettera ai Rodii (FgrHist 181) per la loro comune libertà e nel suo scritto su Manlio Vulsone (il console del 189 a.C. che nel 188- 6 anni prima della morte di Annibale- avanzò vittorioso in Asia Minore), sono traccia di una acuta mentalità storica, come dice Mazzarino. Ma ciò non ci porta a condividere il concetto di imperialismo schiavistico che lo storico di Rodi seguace di Annibale, Antistene, attribuisce negativamente a Roma: soprattutto perché la sua profezia sull'invasione di Roma e dell'Europa dall'Asia negli ultimi anni di Annibale denota un "anti- imperialismo" certo non "difensivo" (Mazzarino, cit., pagg.156 sgg.).

[8] Un piccolo esempio militare: l'uso ellenistico degli elefanti da guerra ormai pienamente introdotto tra i Punici.

[9] Ibidem, pag. 95. Con gli esempi ben documentati di Sulcis, Santa Gilla, Padria, Neapolis presso Oristano, ecc. La fase greco- ellenizzante, dal 397 a.C. per Lilibeo in Sicilia, e comunque dal V-IV secolo, risulta come penetrazione lenta e non dissolvente; cioè non tale da manifestare un arretramento, un indebolimento militare, ma solo un superamento culturale, una sconfitta del tradizionalismo culturale punico.

[10] Il GDS III2 p. 11, parlando dell'alleanza di Annibale con i Galli del Po, ribadisce che egli "qui trovava in copia ausiliari bellicosi che, istruiti dai suoi ufficiali greci o cartaginesi, avrebbero potuto raddoppiare il suo esercito". Si veda più avanti sulla forte presenza di Galli nell'esercito di Annibale, con i riferimenti di Polibio e della recente SII1 p. 69 sgg.

[11] Come suggerisce anche l'Aprea in "Canne...", cit.

[12] Cfr. E.T.Salmon, Il Sannio e i Sanniti, ed. it. Torino 1985

[13] Citazioni di questo genere, che sembrano abbastanza banali, non lo sono affatto, come ha dimostrato anche l'Aprea, cit. Una citazione di tal tipo sulla falange macedone, ma più recente, ripresa dal dossier della mostra del 1996 su Alessandro Magno a Palazzo Ruspoli di Roma (Fondazione Memmo), si trova nel nostro capitolo III sull'esercito dei Greci.

[14] Brizzi, "A", cit., p. 89 : “Studiò a fondo sia le campagne di Alessandro il Macedone, che divenne il suo modello, sia le gesta dei più grandi generali ellenistici: Antigono Monoftalmo e il figlio Demetrio Poliorcete, Pirro, Santippo. Il suo spirito si nutrì della lettura assidua delle opere militari contemporanee: le Effemeridi reali di Eumene di Cardia; la Storia di Tolomeo Sotere, re d’Egitto; le Praxeis di Callistene, che narravano le imprese di Alessandro Magno; le Memorie di Pirro; i rapporti del suo storiografo Prosseno”. Riguardo alle novità ellenistiche più vicine ad Annibale, vedremo le innovazioni per la falange ben note anche a Polibio (che scrisse una Vita di Filopemene), anche se attengono per certi aspetti più all’uso tradizionale che alla vera mobilità di manovra perfezionata da Annibale e da Scipione.

[15] Termini ripresi a proposito anche dal GDS III2 p. 23.

[16] Termine legio in GDS III2 p. 310, a proposito di Polibio. Per Livio, cfr. il cap. II sull'esercito romano.

[17] Notizia in Livio XXIV, 48- 49 (e in Appiano, Iber. 15) e riferita al 214, quando i Punici erano seriamente impegnati in Spagna dai due Scipioni, tanto da far illudere in Africa Siface su una guerra vittoriosa contro Cartagine. Pare che gli Scipioni lo aiutassero lasciando presso di lui, come istruttore militare, il loro ufficiale Statorio.

[18]  De Beer, cit., pag.245: non per assaltare la città di Roma, ma per distogliere le legioni da Capua.

[19] Cfr. il volume Geschichte der Kriegskunst, Ed. Militari, Berlino 1987, p. 19, sui rapporti tra "manovra" e "riserva", e lo schema a p. 609. A p.22 per l'attribuzione a Giulio Cesare del primo criterio moderno di "riserva".

[20] "Se i Romani dilacerassero il cordone centrale gallo- iberico della mezzaluna punica (che indietreggiava lentamente allargandosi) e dilagassero in aperta pianura, allora la battaglia tornerebbe a essere quella di ogni uomo contro ogni uomo, e il numero soverchiante dei Romani avrebbe partita vinta" (M. Silvestri, cit., p. 26).

[21] Lo risostenne, tra i più convincenti, il De Sanctis III2 pag.154, negando uno sfondamento centrale da parte romana che sarabbe stato fatale per i Punici, in siffatta pianura, mentre alla Trebbia e al Trasimeno esso fu reso inoffensivo dalle condizioni ambientali; a pag.156 ribadendo come “la vittoria fosse nello sfondare al centro”; e a pag. 158-159 ammettendo che su 100/200 metri una ritirata in buon ordine di fronte era possibilissima ai reparti e agli ufficiali di Annibale (come lo sarebbe stata di regola per i Romani, Th. Steinwender, Römische Taktik, cit. p.134 n.6), anche se eccessivi paiono i 600 metri alla battaglia di Cheronea secondo il Kromayer, “Hist.Zeitschrift” XCV p.19 sgg.

[22] Il testo del Giuffrè, che sottolinea la tesi dell'importanza dei militari come "causa" essenziale della "fine" del mondo romano, è interessante bibliograficamente soprattutto alle pp. 17- 18, mentre il resto della bibliografia e larga parte dell'opera vertono sui più ricchi aspetti giuridici della tarda repubblica e dell'impero, aspetti peraltro importanti nella letteratura "de re militari" proprio dal giurista L. Cincio (fino della Repubblica) in poi (pag. 39 sgg.)

[23] Così tipica anche del furor romano, NdR.

[24] "Annibale aveva assimilato in modo tanto perfetto il concetto (macedone ed ellenistico) di armi combinate, da non sentire quasi la necessità di disporre di un esercito abituato ad un lungo adestramento comune, ma sapeva sfruttare al meglio il materiale umano che aveva a disposizione, con le sue caratteristiche nazionali, le sue armi particolari, il suo eterogeneo addestramento, adattandolo ai propri scopi: le efficientissime truppe addestrate in Spagna combattevano fianco a fianco con i guerrieri appena reclutati in Gallia" (N. Zotti, "L'esercito ellenistico, grande avversario della legione", cit., p. 13).

[25] Sulla fama proverbiale dei frombolieri baleari, cfr. anche Plinio, Nat.hist., III, 77. I Mauri "iaculatores" e i Liguri tiratori erano molto apprezzati (GDS III2 p. 590) ma non altrettanto rinomati durante la seconda guerra punica.

[26] Il Crawford, cit., p. 50, parlando dell'esercito di Annibale in Spagna, lo definisce "il più grande esercito professionale dell'antichità".

[27] Kromayer (Heerwesen..., in Handbuch der Alter, IV, 3, vol. 2) in particolare in "Die Zeit der Masnipulartaktik", pp. 288- 376, evidenzia i Galli come primi auxilia dei Romani nella 1° guerra punica e i 600 arcieri cretesi al Trasimeno nella 2°(pag. 312). Ma i primi erano propriamente alleati e i secondi mercenari dell'alleata Siracusa, che li prestò ai Romani. Ma si veda nel capitolo sull'esercito romano il capitolo su Scipione.

[28] Sull'enorme importanza del mercenariato nell'età ellenistica e punica, cfr. in particolare Griffith, cit.; per i mercenari di Annibale, pp. 222- 233.

[29] Presso Iliturgi sul fiume Baetis.

[30] Eppure i veterani di Annibale avrebbero già allora adottato la tipica spada falcata spagnola, poi ripresa da Scipione per le sue legioni.

[31] Non è errato considerare in quest'ultimo contesto anche i migliori soldati etolici. Macedone e falangitico era comunque ormai il nerbo fondamentale degli eserciti dei regni d'Asia Minore e d'Egitto.

[32] Lo stesso W. Hoffmann (Die Römische Kriegserklärung an Karthago im Jahre 218, Rhein. Museum 94 [1951], pp. 69- 88) aveva esposto questa tesi. Il Mantel si diffonde molto (pp. 69- 104) sui vari aspetti delle colpe della guerra, sul trattato dell'Ebro e sulla crisi di Sagunto, a proposito della fama di "fedifraghi" assunta tradizionalmente dai Punici.

[33] Ci arrischiamo forse in una valutazione un po' troppo più positiva di quella che già dava Santo Mazzarino in "Il pensiero storico classico", II, Roma-Bari 1983, pag. 153 sgg., già citato nel nostro capitolo su Annibale e l'ellenismo.

[34] Su Annibale acclamato prima dall'esercito e confermato poi dal Senato e dal popolo cartaginese cfr. Polibio, III, 13, 3- 4; Nepote, Hamilc., 3, 1; Livio, XXI, 3, 1; Appiano, Iber., 8; Appiano, Hann., 3; Zonara, VIII, 21; De Sanctis, GDS III1, p. 403, nota 68.

[35] "Cumque Hannibal terram Italiam laceraret atque vexaret", Catone, or. 48 de Achaeis fr. 187 Malcovati, in Macr. Sat., VI, 7, 10.

[36] La più recente, sintetica raccolta di dati sulle leggende, sulla tradizione e sull'iconografia relativa a Eracle- Melqart- Ercole nella tradizione fenicio- punica e greco- ellenistica (nonchè romana) è in "Archeo" n° 1 (107) del gennaio 1994, ppp. 58- 101. In particolare per i Fenici da Taso a Lixus (pp. 74- 83) e per l' "identificazione" con Alessandro Magno (pp. 86 sgg.).

[37] Pacella, cit., p.115; Corn.Nep. Hann. 3,4; Plinio N.H. III 17; Amm. XV, 10, 8-9; Serv. Ad Aen. X,13; D.Proctor, Hannibal's March in History, Oxford 1971, pp.191 ss.

[38] Trattaremo altrove il rapporto dell'episodio con le tendenze monarchiche della famiglia dei Barca a Cartagine e in Spagna.