VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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9. LA FIGURA DI SCIPIONE L'AFRICANO TRA L'AFFERMAZIONE DEL MOVIMENTO PLEBEO-CONTADINO E LA NASCITA DEL "PARTITO POPOLARE" PRE-MARIANO.

La grande personalità militare e politica di Cornelio Scipione l'Africano, emersa durante la II guerra punica, non rappresenta certo di per sè stessa una classe sociale, né un movimento politico assolutamente autonomo, né tanto meno tendenze "popolari", come noi oggi intendiamo la difesa o la rivendicazione di diritti ormai diffusi nella società. Ma esistendo (come vedremo tra breve), durante e alla fine della guerra contro Annibale, un vero e proprio "partito di Scipione" contrapposto a uno più aristocratico e oligarchico (il partito del Senato, o meglio il partito di Fabio e di Catone), resta da chiedersi se questo acceso conflitto all'interno del governo romano ebbe delle ripercussioni più generali nella politica, negli equilibri economici e nelle visioni culturali, o fu unicamente un conflitto di interessi tra alcune famiglie (quelle degli Scipioni e dei loro alleati contro le altre più influenti della nobiltà senatoria) per semplice, momentanea sete di potere.

Cominciamo col dire che anche l'interpretazione tradizionale di uno Scipione, personalità troppo geniale e di spicco, che suscita gelosie nella ristretta "parità tra uguali" della aristocrazia senatoria, mettendo a rischio quel "livellamento tra componenti" indispensabile per un governo oligarchico, se pur delimita molto il campo fino ad escluderlo da valutazioni più politiche, prefigura in molti autori non solo moderni capacità carismatiche, consensi di massa e concezioni "imperiali" (più o meno democratiche) che troveremo solo nei Gracchi o in Mario, e più ancora solo in Cesare.

Se noi analizziamo molti atti di Scipione e i numerosi punti in cui egli andò a compromettere la rigida compattezza dell'oligarchia, vedremo come non si trattò solo di una personalità eccezionale con le sue ambizioni, ma di  una visione politica più moderna, più legata ai nuovi tempi [1], e come tale invìsa alla nobiltà tradizionalista e da essa contrastata. Certo non troveremmo in Scipione elementi di rottura, di rivoluzione (né tanto meno di "giustizia sociale", se non verso pochi dei propri clienti, soldati e concittadini), rispetto alla tradizionale mentalità romana di conquista e di governo. Ma acquiescenza e assuefazione alla tradizionale gestione di governo dell'oligarchia non vi fu, e l'opera di un Don Chisciotte, di un visionario, non si attaglia assolutamente all'attività di Scipione, valutato sempre più e sempre meglio come "statista", addirittura come fondatore del nuovo impero mediterraneo di Roma (così ormai egli può essere ufficialmente definito, non solo dallo Schur).

 La tendenza prosopografica (di studio delle grandi famiglie, e di rilievo dato ad esse soltanto, per lo sviluppo storico) è stata certo fondamentale, in quanto ha definito le alleanze e i contrasti tra le famiglie importanti (e i ceti dirigenti) nei periodi più critici della Repubblica. Ma slegando questo da interessi reali più generalizzati (in primo luogo vecchia aristocrazia da una parte e nuova finanza dall'altra) e dai movimenti di opinione, di consenso e di "massa di manovra" politica, quell'analisi storiografica non è riuscita a cogliere il contributo che tali personalità hanno dato alla vittoria o alla sconfitta di tendenze politico- sociali allora esistenti.

Noi riusciremmo a fare questo per la figura di Scipione con molta più difficoltà di quanto si potrebbe fare parlando di un Cesare. Nondimeno possiamo cogliere qualche aspetto utile vedendo i grandi schieramenti in lotta a metà della guerra annibalica. Il "partito di Catone" il Vecchio (che era lo stesso partito di Fabio Massimo il Temporeggiatore) si contrapporrà nettamente al "partito di Scipione" : già da qui si può esaminare come delle reali forze politiche potessero avere interesse ad appoggiare l'uno o l'altro o a fare alleanze (più o meno temporanee). Il partito di Scipione, ancora nel 196 a.C., rappresentava "tutto quel settore della nobilitas che aveva acquisito non solo molto denaro ma anche il gusto di spenderlo nei nuovi consumi di lusso provenienti dall'Oriente ellenistico, ed era perciò aperto agli influssi della cultura greca. Attorno a Publio Cornelio Scipione l'Africano si erano raccolti gli uomini più influenti della gens Cornelia e molti senatori, uniti tutti da una mentalità nuova e meno attaccata al costume tradizionale; essi avevano formato un gruppo relativamente omogeneo detto 'circolo degli Scipioni' " (Bruni, cit., pag. 74). Tutto questo è certo insufficiente per capire come delle divisioni "di vedute" all'interno del Senato possano veramente influire negli antagonismi sociali e politici. Ma, cosa molto più importante, le vere tendenze di fondo dei due "partiti" erano esplicite : acceso spirito nazionalista, conservatore e "pacifista" in quello di Catone, partito "bellicista" e innovatore quello di Scipione.

Sembrerebbero però non aiutarci neanche le considerazioni che per il partito degli Scipioni varranno ancora moltissimi anni dopo, nel 133 a.C., e che leggiamo in Bruni (cit., pag. 118) : "(prima di diventare tribuno della plebe) Tiberio Gracco aveva sposato Claudia, figlia di Appio Claudio Pulcro, il quale era nientemeno che 'princeps senatus' (cioé l'uomo più eminente del Senato). Quindi Tiberio si era imparentato con uno dei più potenti gruppi familiari di Roma, quale indubbiamente era la 'gens Claudia'. Questa era stata, a suo tempo, una delle più accese sostenitrici del partito di Catone e aveva osteggiato con asprezza il partito degli Scipioni. Tuttavia il matrimonio con Claudia non tolse a Tiberio l'amicizia e la protezione di Scipione l'Emiliano. La contrapposizione tra quei due tradizionali partiti era infatti ormai venuta meno. Ad essa si era sostituita la divisione tra coloro che erano violentemente contrari a qualsiasi anche timida ipotesi di riforma e coloro che invece avevano un atteggiamento più moderato e flessibile. Tra questi ultimi c'erano uomini provenienti indifferentemente sia da quello che era stato il partito di Scipione l'Africano, sia da quello che era stato il partito di Catone. La nobilitas, insomma, si stava dividendo al suo interno". Niente di nuovo, dunque, sotto il sole, riguardo alla divisione nella nobilitas !  Ma una qualche continuità nella contrapposizione tra le famiglie e le loro posizioni politiche di fondo sembrerebbe permanere, oltre al fatto che la disponibilità alle riforme nel sistema di governo restò il filo conduttore delle alleanze dei "plebei" con parte della nobilitas patrizio-plebea nella lotta contro l'oligarchia (intesa, almeno nel suo nucleo, se non come nobiltà del sangue, comunque come esclusivismo aristocratico). Si ricordi la genesi stessa dell'uomo politico (oltre che generale) Scipione: egli fu il primo privato della storia di Roma che una decisione popolare abbia investito di un comando proconsolare (ai suoi inizi, quando andò in Spagna a sostituire il padre e lo zio morti combattendo contro i Cartaginesi). Una nuova era del diritto pubblico, come l'ha definita lo Schur. O, più ancora, "l'ora di nascita dell'autonomo imperium proconsolare, che divenne la base militare dell'impero romano". Già con questo precedente, la figura di Scipione, guardata con sospetto e disapprovazione dall'oligarchia, anticipò di decenni concezioni di governo  e metodi di comando militare che dovevano affermarsi sempre e solo a scapito dell'esclusivismo del Senato.

 

Ciò che più sorprende, in un periodo in cui l'egemonia dell'oligarchia era comunque rinsaldata e indiscussa, sono i metodi che alcuni esponenti più conservatori e tradizionalisti utilizzano contro gli avversari politici aderenti al partito di Scipione: metodi che ci richiamano i livelli della lotta politica nella Tarda Repubblica.

Importante fu nel 189 a.C. la lotta elettorale per la carica di censori. "I due candidati del partito degli Scipioni, Scipione Nasica, uomo notevole e Acilio Glabrione sembra avessero le migliori speranze di riuscita. La canditatura di Catone e del suo amico Flacco avevano probabilità molto minori. Ed anche i due candidati del vecchio partito dei Fabii, Flaminino e Marcello, si credevano sicuri di vincere. Allora il piccolo borghese Catone inventò un nuovo mezzo di lotta: quello d'intentare uno scandaloso processo politico all'incomodo avversario. Dai tribuni, suoi amici, fece citare davanti al tribunale popolare l'uomo consolare Glabrione, sotto l'accusa di aver sottratto il bottino di guerra. E depose egli stesso, come principale testimonio d'accusa, contro il generale, al cui Stato Maggiore era appartenuto durante la guerra greca. Quando Glabrione rinunziò ad aspirare alla censura, Catone, per mezzo di altri tribuni, fece sospendere il processo; tanto poco si curava Catone di lottare per l'onestà nell'amministrazione! Ma lo scopo politico era aggiunto" (Schur, cit., pag.176).

 Durante la guerra di Scipione in Africa contro Annibale, nel 205 a.C., in Roma, "i tre cugini Servilii (Cn. Servilio Cepione, C. e M. Servilio Gemino) rivestono le più alte cariche e si valgono della loro potenza per prestar mano ai vecchi avversari di Scipione, del gruppo di Fulvio Flacco. Conclusione di questi intrighi fu la grottesca dittatura di C. Servilio Gemino, che in una campagna elettorale di inaudita violenza fu tenuta in vita al di là del termine legale. Le mene di questo gruppo contro Scipione, le cui gesta sperava di cancellar dalla storia, sono fatti provati e documentati. Münzer ("Partiti aristocratici...", pagg. 144 sgg.) dimostrò che la tirannide di C. Servilio Gemino durò effettivamente sino al maggio. Ma egli non riconobbe ancora che con quei fatti si iniziò il grande movimento della nobiltà, minacciata nella sua potenza, contro l'individuo di meriti superiori" (Schur, cit., pag.126).

Certo il Senato doveva dare costantemente l'esempio che, per arrivare alle alte cariche (militari e di governo), non servivano i meriti e le capacità eccezionali, bensì la cooptazione e l'accettazione da parte degli oligarchi nella loro ristrettissima cerchia. Sono gli antecedenti di quella nuova recrudescenza di chiusura oligarchica che durò dalla fine della guerra contro Annibale fino alla caduta della Repubblica. Scipione anticipò la nuova, lunghissima lotta contro questa chiusura, riproponendo peraltro quelle tematiche "belliciste" che saranno di nuovo proprie del movimento democratico fino a Cesare. Né la storiografia antica (che non usa ancora per questo periodo i termini di populares e democratici, ma parla di plebei e tribuni della plebe) né  noi potremmo mai azzardare per Scipione una definizione di "democraticità" contrapposta al Senato. Ma resta lo scontro acceso, senza esclusione di colpi, con l'oligarchia. E Scipione anticipa anche per primo, nella Storia di Roma, quell'accezione di "personalità preminente", di generale vittorioso e "ambizioso" che sarà il vero, grandissimo elemento di rottura dell'oligarchia senatoria.

Durante gli ultimi due anni della guerra contro Annibale, il Senato assistette per la prima volta alla prevalenza di un uomo, la quale, per durata e intensità, travalicava le regole tradizionali e le divisioni di compiti tra oligarchi: "un proconsole condusse alla vittoria gli eserciti della repubblica mentre i consoli dovettero accontentarsi di modeste operazioni di polizia in Italia... La nuova politica mondiale si stava creando la forma di costante efficacia che meglio le conveniva. Ma qui il patriziato ravvisò soltanto la sconfinata ambizione d'un individuo che, senza riguardi, spezzava le barriere separanti i diversi ceti e violava la morale di classe. La grande maggioranza dei nobili signori non vedeva per qual motivo Scipione dovesse essere particolarmente idoneo a comandare la guerra d'Africa, e un Nerone o un Lentulo non potessero risolvere altrettanto bene i problemi che poneva il teatro africano della guerra. Essi si schierarono per combattere l'ardito innovatore, che, per la seconda volta in cinque anni, trasgrediva le regole della tradizione aristocratica. Vecchi amici, credendo danneggiato l'interesse dello Stato, lo piantarono in asso. I Servilii, prima suoi alleati, si unirono ai suoi peggiori nemici. Pare che perfino il vecchio Livio Salinatore non gli sia stato fedele, e che gli stessi tre giovani Emilii della sua generazione, uno dei quali era suo cognato, in principio fossero tra i suoi avversari. Così, negli ultimi due anni della guerra, si formò il fronte unico dell'aristocrazia contro di lui" (Schur, cit., pag. 133-134).  L'intelligenza militare del Comando Supremo romano, nel Senato, era tale da non poter misconoscere le grandissime innovazioni e capacità militari di Scipione : ma in linea di principio il Senato preferiva "sacrificare" genialità e innovazioni per formare - omogeneamente e gradualmente - una più numerosa e preparata schiera di comandanti militari, poi politici. La stessa guerra annibalica, peraltro, coi tanti teatri di operazioni, fu la conferma di questa grande capacità del Senato. Ma i nuovi valori portati da Scipione (i meriti nonostante la giovane età ; i meriti con l'investitura popolare e plebea di contro a quella oligarchica ; scegliere tra clienti e amici "uomini nuovi", anche plebei, da inserire nella nobilitas) erano di tale peso - in un'epoca già contrassegnata, dopo la figura del "democratico"  Caio Flaminio, da contrasti di classe e lotte politiche - che gli effetti di tali posizioni potevano ben durare nel tempo.

Del resto, con la certezza che già il Senato aveva acquisito della vittoria finale contro Annibale e ancor più con la certezza dell'egemonia acquistata nel governo, si profilava con la fine della guerra l'orgogliosa e ostinata rivendicazione di unicità e di chiusura dell'oligarchia.

Troviamo conferma in queste parole dello Schur: "Nei primi 10 anni del II secolo a.C... l'aristocrazia romana si trovò... in possesso del dominio del mondo e acquistò un tale orgoglio di casta quale, forse, non fu mai più raggiunto. Il Senato, in cui essa dominava, fu il vero campo della sua azione politica. Fra questi principeschi dominatori del mondo, il vincitore di Zama era... il personaggio più eminente (come <<princeps senatus>>)...". "Ma l'efficace esercizio di questa influenza fu contrastata in modo notevole dai cattivi rapporti in cui si trovava con vasti circoli della nobiltà. Scipione, nel legittimo senso di forza che è proprio del genio, s'era fatto strada contro tutte le tradizioni del ceto patrizio. Senza riguardi, espulse dal comando in Spagna C. Claudio Nerone, molto più anziano di lui. Senza tener conto del diritto tradizionale del Senato, di dare dei sorveglianti politici ai consoli [2], impose con la violenza la sua politica di guerra alla corporazione regnante. Contro ogni usanza, per quattro anni, quale semplice proconsole, tenne saldamente in mano l'esercito più numeroso e la trattazione dei principali problemi di politica estera, mentre i normali detentori del potere dovettero contentarsi di còmpiti secondari, privi d'ogni importanza. La sua genialità e le molte gravi difficoltà da lui superate gli diedero, nello Stato, una potenza prima mai vista. Era evidente che, nella sua nuova qualità di primo dei senatori, si proponeva di continuare ad esercitare decisiva influenza, ma nella più legittima forma.

Contro l'alta coscienza del proprio valore di quell'uomo geniale, - valore che s'era affermato nelle tempeste d'una guerra mondiale - si levò tuttavia l'orgoglio dell'antica classe dominante" (Schur, cit., pag.140-142). Già nell'anno del trionfale ritorno di Scipione dall'Africa, la coalizione a lui avversa ritornò a dirigere la politica estera. Giungiamo poi "alle importanti elezioni dell'anno 198 a.C., nelle quali il più pericoloso rivale di Scipione, T. Quinzio Flaminino, pervenne al potere. Egli, legato alla vecchia casa principesca dei Fabii [da sempre i più fieri avversari della plebe e ora di Scipione] da vecchi rapporti di carattere sacerdotale e da vincoli di sangue, rappresentava le pretese di questo casato al potere, - pretese che il nipote, ancora minorenne, di Fabio Massimo il Temporeggiatore non era in grado di sostenere. Le sue eminenti doti e la sua brillante personalità offrirono, al partito rimasto privo di capo, la possibilità di una nuova ascesa al Governo. Quindi, come dieci anni innanzi era avvenuto al giovane Scipione, a trent'anni fu promosso dalla questura al consolato, e tosto incaricato di dirigere la guerra in Oriente... In seguito, fra Scipione e Flaminino durò un costante contrasto personale e una continua e sempre viva lotta per la suprema influenza. I più freschi allori di Cinocefale misero per qualche tempo nell'ombra i trionfi del più anziano generale" (Schur, cit., pag. 144-145). Comunque anche "l'artificiosa politica di pace" inaugurata da Flaminino in oriente segnerà una delle grandi discriminanti tra la tendenza del partito oligarchico e il "bellicismo" e il colonialismo del movimento democratico ben prima e ben oltre i Gracchi.

Si è detto che, per la prima guerra punica, "fu il nuovo ceto dei commercianti romani a ottenere, nelle assemblee popolari e contro l'espressa volontà del Senato, che quella guerra fosse decisa" (Schur, cit., pag.44). Iniziò così la spedizione e l'avventura siciliana contro i Cartaginesi. E anche nella prima grande flotta da guerra romana è stato visto "un caratteristico strumento delle guerre commerciali". La guerra fu risolta dal console  Q. Lutazio Catulo, un <<homo novus>>, un plebeo, capo del ceto mercantile romano, che, sotto la sua direzione, si assoggettò ad estremi sforzi per vincere la sua guerra. "Fu questo il successo delle nuove potenze del denaro" (Ibidem, pag. 45). La spedizione africana di Scipione, se sembra per alcuni versi ripetere la storia, non ha tali connotazioni di politicità filo-plebea, ma indubbiamente derivava da un uomo che, anche come casato, aveva sempre avuto una visione politica lungimirante. "Il casato degli Scipioni, secondo la tradizione riferisce, appartenne sempre al partito che guardava più lontano... Il nostro Scipione ereditò dai suoi antenati una grande tradizione di politica lungimirante" (Ibidem, pag.47). Addirittura per quanto riguarda i rapporti con la plebe (rapporti di dialogo quando più il Senato si arroccava nell'assolutezza dei propri privilegi) colpisce che non solo l'Africano ma anche Scipione Emiliano [3] dopo di lui godettero di immenso favore popolare. Riguardo alle leggi che imposero la segretezza del voto nelle assemblee (il voto palese metteva la plebe a rischio di rappresaglia dei nobili se il voto non veniva espresso o secondo regole clientelari o secondo quanto gradito all'aristocrazia e ai magistrati ; e queste leggi furono importantissime nell'emancipazione della plebe e nello spezzare il monopolio oligarchio) [4], nota il Brunt: "Misteriosamente, la seconda di queste leggi (tribunizie) sullo scrutinio segreto fu energicamente appoggiata da Scipione Emiliano, il nobile più potente del tempo, la cui carriera prefigura stranamente quella di Mario e di Pompeo. Nel 148 e nel 135 il popolo, guidato da un tribuno, sostenne la sua elezione al consolato, per la quale egli non aveva titoli sufficienti, e si battè perché gli venisse affidato il comando delle operazioni contro Cartagine e contro Numanzia" (cit., pag.101). E ancora: "Scipione era qualcosa di più che l'eroe di molte battaglie: le masse lo amavano e quando entrava nel foro era accompagnato da una schiera di liberti e da altri plebei acclamanti" (Ibidem). "Le leggi sullo scrutinio segreto del 139 e del 137 - come del resto anche la resistenza opposta alla coscrizione e le agitazioni in favore di Scipione - sono comunque del massimo interesse perché indicano il crescere dello scontento contro il governo della nobiltà e una nuova disposizione da parte dei tribuni della plebe ad agire in veste di campioni del popolo" (Ibidem, pag.102).

<<Prima che il voto diventasse segreto, dopo la metà del II secolo a.C., i nobili patroni avevano la possibilita di controIlare il voto dei clienti, con la minaccia di togliere loro il proprio appoggio se non votavano secondo i desideri del patrono. Lucio Emilio Paolo, il vincitore di Pidna [la battaglia di Pidna chiuse la terza guerra macedonica nel 168 a.C.], personaggio tanto lodato dall’agiografia della tradizione aristocratica, ma autore nella campagna di Grecia di azioni brutali e perfide che farebbero impallidire i generali nazisti, aveva provocato il malcontento dei soldati con una dura disciplina e con l’esiguità del bottino loro concesso. Quando i comizi tributi nel 167 dovevano votare per la concessione del trionfo a Emilio Paolo, i soldati erano intenzionati a votare contro, e le prime tribù chiamate al voto avevano bocciato la proposta. Allora Emilio Paolo prese la parola, minacciando di annotarsi i nomi dei soldati che votavano contro di lui, per esercitare poi rappresaglie: evidentemente egli considerava i suoi soldati come clienti personali obbligati all’obbedienza anche sul piano politico>>. (L:PERELLI, La corruzione politica nell’antica Roma, Milano 1994).

 La decisione, la sicurezza di Scipione Africano nelle decisioni sia militari che politiche emerse in modo strabiliante nei rapporti con l'oligarchia. Al veto posto energicamente dal vecchio Fabio Massimo il Temporeggiatore, capo del partito oligarchico, a una spedizione militare in Africa, soprattutto se guidata da Scipione, il giovane generale, "minacciando una rivoluzione, impose la sua volontà alla riluttante maggioranza del Senato. Ma la nobiltà aveva ricevuto un mònito... Questo inizio lo fece bollare come un nemico degli antichi ordinamenti e della loro inviolabilità" (Schur, cit., pag.99).  "Lo scontro politico tra Scipione e il Senato si svolse nel 205 a.C. Ma Scipione ebbe un appoggio popolare così totale e fervido che venne eletto all'unanimità console per il 204 a.C. Non solo, ma il popolo elesse come suo collega il pontefice Publio Licinio Crasso che, come pontefice, non avrebbe potuto muoversi da Roma. Il Senato perciò non avrebbe potuto in alcun modo evitare che tutti gli incarichi militari fossero conferiti a Scipione. Questi, come console, ebbe il diritto di preparare uno sbarco romano in Africa. Il Senato, però, cercò di impedirglielo negandogli il denaro necessario per preparare la spedizione. Ciò, del resto, appariva giustificato dal fatto che le Casse dello Stato erano vuote e lo Stato stesso era pesantemente indebitato. I senatori speravano che questo sarebbe stato un ostacolo insormontabile. Ma non fu così. Scipione si rivolse all'aiuto dei privati, e la sua richiesta ottenne una risposta insperata. Migliaia di volontari si arruolarono a fianco dei veterani che avevano combattuto con lui in Spagna, pronti ad andare tutti insieme in Africa. Da un capo all'altro dell'Italia, decine di migliaia di privati inviarono piccole o grandi somme di denaro. Varie città inviarono gratuitamente materiali di loro produzione necessari per la spedizione. Questo slancio si spiega non solo con il prestigio, ormai mitico, di Scipione, ma anche con il desiderio di porre termine al più presto possibile ad una guerra che devastava le campagne e rovinava i commerci" (Bruni, cit., pag. 51-52).

I commerci erano certo allora il settore economico più danneggiato dalla guerra. Il totale disinteresse del Senato ad accelerare la fine della guerra si spiegherebbe meno se i danni ai possedimenti di campagna degli oligarchi avessero inficiato le loro ricchezze o se il desiderio di "pace" proprio del loro partito ("pace" qui intesa come rinuncia ad azioni dirette di guerra in Africa) non servisse, non certo a "perdere" la guerra, ma bensì a gestire comodamente e lentamente i vari comandi militari. Riassume ad esempio lo Schur:

"Mentre Scipione si apprestava alla lotta decisiva contro Annibale a Zama... a Roma, nella seduta senatoriale del 15 marzo 202, i consoli entrati di fresco in carica [M.Servilio Gemino e Tito Claudio Nerone, entrambi del partito di Catone avverso a Scipione) chiesero che ad uno di loro fosse affidato il comando supremo dell'esercito d'Africa. Questa richiesta rispondeva alle tradizionali usanze del regime aristocratico. Esistendo ormai solo due comandi supremi, l'uno in Africa e l'altro ai confini settentrinali dell'Italia, i consoli bastavano a comandare gli eserciti, e si poteva rinunziare ai servigi del proconsole Scipione : e i consoli in carica avevano maggiore diritto ai posti di comando. Il Senato deliberò in conformità alla proposta del console. Ma Metello [proconsole amico di Scipione e ora suo patrocinatore in Roma] non diede ancora come perduta la causa del suo amico. Riuscì infatti a far prendere una nuova decisione, secondo la quale il popolo doveva, sotto la presidenza dei tribuni della plebe, stabilire chi dovesse condurre a termine la guerra d'Africa. Naturalmente, il popolo decise unanime a favore del suo beniamino, Scipione. Ma il Senato si attenne, per quanto potè, alla sua prima decisione. Decretò che l'uno dei consoli in carica armasse una nuova flotta di 50 quinqueremi e la conducesse in Africa, onde tenere colà, accanto a Scipione, il comando supremo. L'urugano autunnale che distrusse la flotta di Nerone e lo costrinse a ritornare in Italia, dalla quale non potè più raggiungere l'Africa prima che scadesse il suo consolato, conservò indiviso, per l'anno 202 a.C., il comando al vincitore di Zama" (cit., 129-130). Ha constatato - senza alcuna indulgenza verso Scipione o verso il movimento di opposizione al Senato - il Brunt : "Il talento individuale contava poco ; tra gli oligarchi ciò che più si apprezzava era la parità. La rielezione fu limitata e alla fine proibita in modo che i turni fossero distribuiti al maggior numero di persone possibile ; l'incapacità era un difetto comune" (cit., pag.103).

 

Abbiamo parlato finora di nuovi valori in generale, di cui il partito di Scipione era portatore in apertissimo contrasto con l'oligarchia senatoria. Vediamo ora alcuni aspetti particolari che legano indiscutibilmente le scelte politiche di Scipione a nuovi ceti e a nuove realtà sociali emergenti nella Repubblica tra i III e il II secolo a.C.

"Al di fuori della sua casata e di poche famiglie alleate, Scipione dovette contare soprattutto sull'appoggio degli uomini nuovi, che in guerra gli avevano reso buoni servigi ed ora dovevano alla sua influenza i loro posti nella burocrazia e nel Senato". "Ma l'esempio più brillante di questi uomini nuovi dell'epoca della grande guerra fu il pretore Sesto Digizio, originario di un paese confederato con Roma : a lui, per i meriti acquistatisi in qualità di ufficiale della flotta, dopo la presa di Cartagena Scipione fece accordare la cittadinanza romana. Così, in quegli anni di lotta, Scipione si creò una cerchia sempre più vasta di uomini ex-pretori ed ex-consoli, i quali dovevano a lui la loro carriera" (Schur, cit., pag.150-151). Mentre Scipione era fuori d'Italia "Caio Lelio, [braccio destro e] ottimo aiutante di Scipione ma incapace di agire da sè e di assumersi responsabilità, privo d'autorità perché <<uomo nuovo>>, non era individuo da respingere il pericoloso attacco al suo partito nel 190 a.C." (Schur, cit., pag. 174). Il Brunt (cit., pag. 101) fa rilevare addirittura che "uno dei suoi amici [di Scipione Emiliano], Lelio, elaborò persino una proposta di legge agraria che forse anticipava in parte quella promossa più tardi da Gracco, ma si guadagnò il nomigliolo di <<Prudente>> per averla ritirata in ossequio alle obiezioni del Senato". Un filo conduttore, questo, con una riforma agraria graccana, che sarebbe fondamentale, tra il 230 e il 130 a.C., nella storia del movimento di opposizione al Senato.

Ma oltre a questa presenza di tanti uomini nuovi nelle file del partito di Scipione, vi è un altro elemento illuminante sul legame con i settori  più avanzati della tradizione plebea romana. Sentiamo direttamente il passo dello Schu: "Già nelle elezioni per il 187 a.C. si fece sentire il ritorno del vecchio leone alla vita pubblica [il ritorno di Scipione alla vita politica di Roma]. Lepido ottenne finalmente, nella sua terza candidatura, il consolato. Suo collega fu il figlio del capo dei contadini [del capo del partito democratico, NdR], C. Flaminio, che aveva iniziata nel 209 la sua carriera in qualità di questore di Scipione in Spagna. Con l'ingresso dei nuovi consoli nella loro carica, cominciò la lotta politica contro Manlio Vulsone e Fulvio Nobiliore [accaniti avversari di Scipione  dal 189 al 188 a.C.]" (Ibidem, pag. 178).

 

Quali che siano i più profondi risvolti politici dell'attività di Scipione e del suo partito, il grande uomo era diventato molto superiore al posto che una repubblica aristocratica poteva concedere al suo miglior cittadino. La nobiltà, a un certo punto, fece fronte compatto contro il suo avversario e lo costrinse al ritiro dalla vita politica, minacciandolo altrimenti di un processo per aver venduto allo sconfitto re di Siria una pace troppo favorevole. Accusa indubbiamente falsa, ma che avrebbe previsto l'arresto e una multa. Data la personalità di spicco di Scipione in Roma, Tito Sempronio Gracco intercesse contro l'arresto a condizione del volontario ritiro che il condottiero, nel 185 a.C., a due anni dalla morte, trascorse in esilio nella sua villa di Literno, in Campania. Morì in cupa collera contro l'ingratitudine della sua patria e volle essere sepolto nel luogo dell'esilio anzichè nel sepolcreto di famiglia alle porte di Roma. Il trucco escogitato da Catone, il capo del partito oligarchico, per far tornare a Roma Scipione, arrestarlo e processarlo, corrisponde a una metodica politicamente iniqua: si accusò di corruzione il fratello dell'Africano, Scipione Asiatico, comminando una grossa multa che questi non potè pagare subito. Protestandosi innocente, l'Asiatico rifiutò di presentare dei garanti per i suoi ulteriori pagamenti e fu arrestato. L'Africano accorse al processo, ma sarebbe toccato a lui difendersi da una accusa di tal genere. Da cui il compromesso e il ritiro dalla vita politica. Come avverrà, in modo molto più sanguinoso, per Mario e Silla, sarà sempre il partito senatorio a inaugurare metodi scorretti di lotta politica a cui poi, purtroppo, gli avversari si adegueranno. Nel caso del partito scipionico, vi erano già state ritorsioni con accuse di malversazione verso candidati catoniani che più avevano fatto uso, per primi, di processi per danneggiare politicamente gli avversari [5].

 

Al di là di ogni considerazione politica, Scipione è stato visto come il simbolo della "lotta dell'individuo, diventato così forte da trionfare della potenza della classe" ("degli interessi dell'onnipotente aristocrazia") (Schur, cit., pag. 200), preludio a quelle personalità che, andando contro le regole del monopolio oligarchico, costruiranno il  loro forte, ambizioso potere personale (Mario, Cesare, Ottaviano [6]).

Ma anche questo stesso è già un valore politico molto moderno: la libertà dell'individuo di ascendere e di affermarsi, contro i vincoli posti dal potere alle capacità individuali, alla libertà economica e alla sua adeguata rappresentanza politica. In questo, la lotta di Scipione non fu diversa da quella delle classi sociali romane che volevano affermare la libertà del lavoro sulla rendita latifondistica, la libertà di arricchirsi e di contare politicamente, la libera nobiltà del denaro di contro a quella del sangue e di contro a una oligarchia chiusa nei suoi ristretti privilegi. La lotta politica, insomma, degli antichi "equites".

 



[1] Su questo aspetto insiste molto l'analisi prosopografica prussiana di un Münzer e di uno Schur, anche se inteso molto genericamente come prefigurazione di personalità e tendenze "imperiali".

[2] Cosa molto in uso nell'oligarchia cartaginese.

[3] Che era cognato e cugino d'adozione di Tiberio Gracco anche se, stranamente, all'ultimo minuto, sarà uno dei più fieri avversari di Tiberio (sua la famosa, crudele frase : "Così periscano tutti quanti come lui possono nuocere").

[4] Anche se Cicerone (De legibus, III, 34) le critica acerbamente per la possibilità che i votanti possano approvare misure deleterie  (strano concetto di democrazia ! !).

[5] La regola di una via per lo più istituzionale e pacifica del movimento democratico per ottenere le riforme, è confermata dalla storiografia antica e fatta risaltare dal Serrao nel suo volume sulle classi e i partiti politici romani. Ciò varrà tanto più per la politica di Cesare, anche se egli sarà protagonista della parte più accesa della rivoluzione romana. Ancora agli inizi della guerra civile contro Pompeo, constata Mommsen : "Ma un uomo come Cesare, nella cui mente il generale era assolutamente subordinato all'uomo di Stato, non poteva non rendersi conto che la riorganizzazione dello Stato con la forza delle armi lo sconvolge profondamente con gravi conseguenze, e spesso lo rovina per sempre, e doveva perciò cercare di districare la matassa possibilmente con mezzi pacifici o almeno senza giungere ad una aperta guerra cittadina" (cit., pag.31).

[6]  Escludiamo qui Silla e Pompeo perché, come estremi difensori dell'oligarchia senatoria, promettevano e mantennero l'assoluta fedeltà alle vecchie - logore -regole oligarchiche.