VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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PORRO --> IX

8. DALLA CLASSE DEI PLEBEI AL "PARTITO POPOLARE"

Si è pensato (anche nelle analisi più avanzate riguardanti l'età repubblicana pre- e post- graccana) che la differenza di fondo tra il "ceto popolare" precedente e guidato dai Gracchi (fino al 131 a.C.) e il "partito popolare" (dei populares o democratici) come esso si delineava dalla morte di Caio Gracco in poi (dal 121 al 31 a.C.) dipendesse da questo fattore:

un maggior peso del ceto dei piccoli proprietari contadini - con la questione dell'ager publicus e della cittadinanza italica - cioé del ceto contadino quale "centrale" rappresentante della contrapposizione sociale al Senato (ai nobili, o "ottimati", latifondisti), fino ai Gracchi;

un maggior peso della classe dei cavalieri e pubblicani nel programma del partito popolare dopo la fine dei Gracchi (121 a.C.) e l'ascesa di Caio Mario (107 a.C.), con relativa subordinazione del ceto dei piccoli contadini (pressoché scomparso e sostituito dalla plebe urbana) alle rivendicazioni e alla guida politica del ceto equestre come principale ("centrale") avversario del Senato (dei nobili, o "ottimati", latifondisti).

Ma noi, pur ritenendo giusta in questa analisi la centralità  "rivendicativa" o del ceto contadino o del ceto dei cavalieri nei rispettivi periodi, vediamo comunque il comune carattere (da tutti riconosciuto) di "alleanza tra classi sociali differenti" contro il Senato sia prima che dopo i Gracchi, e riteniamo che la centralità (egemonia) della guida politica (e dell'intelligenza imprenditoriale, come nobiltà del danaro e del lavoro contrapposta alla nobiltà del sangue) della classe dei cavalieri sia restata prioritaria anche precedentemente al Partito Popolare (Democratico) del 121-111 a.C. e dell'età di Mario. In particolare, a partire dal periodo durante e immediatamente successivo la II guerra punica.

Noi sosteniamo cioé che la guida dello scontro di classe fu rappresentata - a livello "alto" - dalla classe dei cavalieri già dalla fine del conflitto annibalico, e solo l'acuirsi dei contrasti tra i cavalieri e il Senato porterà all'escalation di 170 anni di lotta di classe (all'incirca dal 201 al 31 a.C.) con le conseguenti guerre "sociali" e "civili". Non consideriamo pertanto il problema dell'opposizione dei ceti più poveri e intermedi (contadini meno o più ricchi e cavalieri) e degli Italici che volevano la cittadinanza disgiunto e differenziato (nonostante le variegate e incostanti alleanze) dai più generali contrasti sociali che videro lo sviluppo dello scontro (per usare termini più chiari perché più moderni) tra elementi di "borghesia" (patrizi illuminati e plebei non nobili nè latifondisti) ed elementi di "feudalesimo" (nobili latifondisti) per tutta la Tarda Repubblica romana.

Non si capirebbe altrimenti perché, già dal 171 a.C. (e quindi un cinquantennio prima della leadership dei Gracchi) - cioé già dalle prime lotte politiche di controllo sui processi giudicanti per le forme di corruzione dell'aristocrazia nel governo della province, lotte anche legislative durate 150 anni - i cavalieri in primo luogo ("con l'appoggio del restante movimento democratico")[1] avrebbero combattuto contro la supremazia del Senato in tali tribunali De repetundis e con le leges repetundarum. Che la stessa legge di Caio Gracco a proposito (lex Sempronia iudiciaria, del 123 a.C.) togliesse finalmente al Senato l'egemonia assoluta di tali tribunali per l' "autocondanna" (ma per lo più l' "autoassoluzione") dei magistrati senatori corrotti, dando la totalità delle giurie ai cavalieri loro avversari politici, dimostra che già precedentemente alle date del 131-31 a.C. - definite come "la rivoluzione romana dei 100 anni"  per l'esplodere di veri, sanguinosi golpe militari e guerre civili - vi erano elementi di lotta politica guidati a livello più istituzionale dai cavalieri, in particolare a partire, in modo più documentato, dalla famosa lex Claudia del 218 a.C., quando gli equites già dimostrano una vera presa di coscienza politica nella lotta contro il Senato. E le leges repetundarum saranno lo strumento principale per un primo inserimento dei cavalieri nel vero governo dello Stato [2]. Il fatto che "fu proprio il lungo conflitto circa il controllo dei tribunali (123-70 a.C.) che contribuì maggiormente a dividere gli ordini" (l'ordine senatorio e quello equestre) (Brunt, cit., pag. 110), soprattutto perché "i cavalieri aspiravano ad essere indipendenti" (Ibidem) (e questa sarebbe una rivendicazione politica non di poco conto), non significa che già molto prima di quei contrasti più acuti e con alleanze meglio definite, 1) il Senato non abbia accentrato eccessivamente il controllo oligarchico dello Stato; 2) che la classe dei cavalieri, già ben esistente, non abbia tentato - come dimostrano tante iniziative di capi popolari, di tribuni della plebe e del partito degli Scipioni - di difendere i propri interessi anche in sede politica.

E' dalla legge di Gracco che già le fonti più antiche parlavano di governo bicipite dello Stato, col monopolio dell'ordine senatorio intaccato dall'ordine equestre (Varro apud Non. Marcellum, p. 728 L; Florus, 3, 17, 3). Quindi non una assenza di partecipazione politica, ma già un punto di arrivo nella lotta - ancora lunghissima e sempre più contrastata dall'oligarchia senatoria con mezzi anche illegali - per il potere.

Per di più, la tesi che vede solo dopo la fine dei Gracchi e la progressiva scomparsa del ceto piccolo- contadino la nascita dell'importanza politica della plebe urbana, trascura che la grandissima forza politica e popolare dei Gracchi e la loro pur tanto disastrosa fine meritano migliore riflessione: tanto salda era l'alleanza che Caio Gracco mantenne tra ceti contadini e cavalieri, tanto clamoroso fu il suo crollo, causato da perdita di fiducia da parte della plebe urbana con la demagogia di Livio Druso commissionata dal Senato [3].

Ma è anche vero che proprio e solo la classe dei cavalieri (guarda caso) salda il periodo di transizione tra prima e dopo i Gracchi [4], tra la scomparsa del ceto dei liberi contadini e l'emergere di una plebe urbana sempre più numerosa e importante politicamente. Se volessimo schematizzare sommariamente e presuntuosamente più vasti periodi, potremmo osservare che dalle guerre puniche ai Gracchi i ceti contadini medio- piccoli sono l'asse portante di una politica riformatrice (e colonizzatrice) [5], mentre da Caio Mario in poi la plebe urbana, ascesa come numero e come importanza militare (finalmente infatti i proletari - i cittadini più poveri - sono arruolati nelle legioni anche se nullatenenti), diventerà sempre più determinante nelle alleanze politiche guidate dal Senato o dai "cavalieri". Ma sono i "cavalieri", e non i ceti contadini o la plebe urbana, l'anima dello sviluppo e delle alleanze politiche [6].

 

 

FIG. CAIO MARIO

 

Sentiamo di nuovo il Bruni (cit., pag. 56) sulle conseguenze delle guerre puniche: "Roma, durante la prima metà del II secolo a.C. ... combatté quasi ininterrottamente, e contemporaneamente in Oriente, nella Gallia Cisalpina e in Spagna, riportando dovunque grandi vittorie. Una simile, straordinaria potenzialità bellica non si concilierebbe affatto con il supposto declino dell'esercito cittadino, che avrebbe dovuto essere la conseguenza di una rarefazione di quella classe di medi e piccoli proprietari terrieri tra cui, come sappiamo, venivano reclutati i legionari" (prima di Caio Mario).

Vediamo ora se, tra il riaffermarsi di un ceto medio e piccolo contadino alla fine della II guerra punica e il rinvigorirsi di un ceto plebeo ricco di commercianti e finanzieri nello stesso periodo storico, è possibile trovare dei precedenti, degli "embrioni", di quella classe sociale di imprenditori colonialisti e bellicisti (legati al commercio, agli appalti all'estero e soprattutto a una nuova visione culturale e morale, quanto meno riformista) che, fondendo insieme gli interessi dei "cavalieri" socialmente intesi e quelli dei movimenti popolari (prima essenzialmente plebeo- contadini e poi plebeo- urbani) daranno vita al vero e proprio "partito popolare"  quale esso si delinea dai Gracchi fino alla "rivoluzione" cesariana [7].

Precedenti che sarebbero tanto più plausibili, in quanto la classe di governo senatoriale, come abbiamo visto, tese proprio con la guerra annibalica ad accentuare l'esclusivismo e la chiusura aristocratica della propria casta oligarchica.

 

FIG. Publio Cornelio Scipione Africano

 



[1] Feliciano Serrao, Classi, partiti e legge nella Repubblica romana, Pisa 1974,  pag.207-209 ;  Livio, XLIII, 2 e Per. XLVII.

[2] Così si esprime il Serrao (cit., pag. 214), che definisce già da prima dei Gracchi i cavalieri come "l'alta finanza" romana, cioè come una classe non sorta improvvisamente ai fasti dell'ambizione economica e politica.

[3] "Livio Druso ... si sforzava di non apparire per quel che era, e cioé al servizio del Senato, ma di sembrare invece un vero tribuno del popolo, persino più estremista di Caio Gracco. Il suo fine era quello di conquistarsi, in tal modo, l'appoggio di tutta la plebe urbana, sottraendo così a Caio la maggioranza del comizio tributo, e quindi la base legale della sua politica riformatrice... Con un suo emendamento approvato, Druso ottenne il risultato di apparire un fautore degli interesi popolari ancor più convinto di Caio, anche se, in realtà e al di là delle apparenze, compromise l'attuazione della riforma agraria" (Bruni-Bontempelli, cit., pag. 131). "... Druso sostenne, con infiammati discorsi, che il prezzo del pane avrebbe dovuto essere ancora più basso di quello stabilito dalla legge di Caio" (Ibidem, pag. 132). E non furono solo le frumentationes o altre iniziative a favore della plebe urbana e del sottoproletariato urbano i metodi demagogici sfruttati dal tribuno della plebe Livio Druso. Il violento colpo di mano antidemocratico, l'assassinio di Gracco ad opera del Senato ebbe dunque la circostanza di una plebe non immediatamente mobilitabile a sua difesa.

[4] E' impressionante il parallelo che la storiografia moderna, non solo americana, ha stabilito tra i due fratelli Gracchi, uccisi a distanza di tempo dalla reazione oligarchica, e i due fratelli Kennedy (John e Robert) negli U.S.A., anch'essi assassinati per le loro riforme : per delle riforme democratiche in generale, per delle riforme agrarie in particolare ; entrambi assassinati a distanza di tempo nella prosecuzione della medesima politica "familiare". L'esattezza di questo parallelo sarà chiara qualora si colga l'enorme "ricchezza" (patrimonio di famiglia) dei Kennedy che, per la loro tradizione democratica, non erano nè oligarchi nè razzisti, ma grandi riformatori seppure capitalisti, novelli tribuni della plebe come i Gracchi.

[5] Sugli obiettivi di questo "partito plebeo", illuminante anche Max Weber, Röm.Agrargeschichte, cit., trad.it. "Storia agraria romana", Milano 1967, pp. 82- 83.

[6] Purtroppo l'opera in due volumi dell'annalista Licinio Macro, uomo di parte democratica, storia dall'antichità all'età per lui "moderna" (metà del I sec. a.C.), opera che scandalizzò per la modernità e l'interpretazione rivoluzionaria (Mazzarino, cit., 2, p.166), fu soppiantata dall'autobiografia di Silla e dalle Storie di Sisenna.

[7] Abbiamo già spiegato come la vera Rivoluzione è solo una risposta a una violenza "controrivoluzionaria" che tenta di fermare dei cambiamenti in atto svolgentisi in modo pacifico. Da questo punto di vista, l'azione di Cesare (il passaggio in armi del Rubicone) fu solo l'inevitabile risposta all'atto "violento" (e quanto meno ingiusto) del Senato di privarlo della legittima parità di comando militare (e della legittima leadership democratica) con Pompeo, delegando a quest'ultimo ogni effettivo potere.