VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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7. IL RUOLO POLITICO DEI CAVALIERI

Abbiamo visto come gli "argentarii" (affaristi e cambiavalute) acquistano in seguito un peso sociale più rilevante in quanto classe dei "cavalieri", e come tra questi cavalieri i "publicani" (privati che avevano dallo Stato l'appalto di forniture, di riscossione delle tasse e di costruzioni pubbliche) si arricchirono sempre più con le due guerre puniche, soprattutto con gli appalti nelle ricche "province" (oggi diremmo "governatorati") della Repubblica all'estero. Schematizza il Brunt: "I pubblicani erano i più ricchi fra i cavalieri ed erano gli unici organizzati; in molti passi in cui Cicerone parla dei cavalieri il contesto mostra che allude ai pubblicani" ("Classi...", cit., pag.109).

Nella Repubblica romana finanzieri, banchieri e mercanti appartenevano dunque all'ordine equestre (cioé dei cavalieri) e furono una molla commerciale- finanziaria dello sviluppo di questo ordine sociale già nella II guerra punica, cioé 150 anni prima di Crasso e di Cesare. Già da allora essi dovevano essere in possibili e temporanee alleanze con la parte più popolare della plebe romana, se non ne rappresentavano essi stessi la guida politica più capace e facoltosa.

Lo stesso Brunt, da cui in parte dissentiamo per le ragioni sopra esposte, riporta così gli svolgimenti di quel periodo:

"Nel 232 il tribuno della plebe Gaio Flaminio fece approvare la distribuzione di un territorio sulla costa adriatica che Roma possedeva da cinquant'anni. Probabilmente l'aristocrazia lo aveva sfruttato fin d'allora per il proprio bestiame; infatti il senato si oppose ferocemente al passaggio della legge. Flaminio era un tenace oppositore del senato e deve aver fatto anche qualcosa per ridurre il peso dei debiti (Festo 470, Lindsay). Coerentemente con la propria linea, questo capo popolare cercò di risolvere il problema dell'occupazione promuovendo la costruzione di un circo a Roma e di una grande strada che collegasse la città con Rimini e con i nuovi insediamenti ; i moderni equivalenti di queste imprese portano ancora il suo nome" (cit., pp.97-98).

"Nel Meridione, dopo le guerre puniche, vennero confiscati vasti territori a spese degli italici ribelli"... Probabilmente, nella generazione posteriore al 200, furono creati in questo modo 50.000 piccoli poderi a beneficio di romani e latini. I grandi latifondisti che dirigevano lo Stato risolsero così in gran parte il problema di quanti avevano sofferto per il prolungarsi del servizio militare e per il conseguente abbandono delle terre ; del resto, la conquista nel Meridione e nella Gallia Cisalpina lasciavano loro ancora enormi estensioni da sfruttare ; in più, l'elevato tasso di mortalità toccato durante l'invasione di Annibale aveva fortemente ridotto il numero di cittadini bisognosi di terra" (cit., pag.98).

 

Il Brunt tende nella sua opera a minimizzare tutti i contrasti tra senato e cavalieri, per avallare ipotesi di immobilismo politico, di tradizionalismo congenito e di mancanza di qualsiasi valore etico- politico nelle lotte sociali romane durante e dopo la Repubblica. Noi consideriamo invece quella età come particolarmente evoluta, dinamica e sofisticata anche nei conflitti di classe e nella politica delle alleanze. Politica delle alleanze sulla quale del resto il Brunt non può, indirettamente, non ritornare più volte (cit., pp. 106, 109-111), oltre ai conflitti di interessi che spesso deve sottolineare. Ad esempio: "Ma gli interessi dei pubblicani potevano scontrarsi sia con quelli dell'erario, di cui il senato era il più geloso guardiano (eccetto che verso i suoi membri), sia con quelli dei contribuenti provinciali che Roma aveva il dovere di proteggere" (cit., pag.109); e così oltre, fino al "lungo conflitto circa il controllo dei tribunali" tra senato e cavalieri. Del resto la evidente "mancanza di simpatia per i poveri" da parte dei cavalieri non esclude quella articolatissima politica di alleanze contro l'oligarchia che caratterizza i nuovi contrasti (superiori a quelli originarii tra patrizi e plebei) della vita politica romana già dalla fine della I guerra punica. Il Brunt non manca di ricordare i motivi concreti e decisivi di dissenso tra l'esclusivismo e il conservatorismo della classe senatoriale (che avrà il massimo rappresentante nell' "uomo nuovo" Catone), da una parte, e l'ascesa delle classi popolari romane e dei ricchi argentarii spesso in alleanza, dall'altra. "Le aste tenute ogni 5 anni dai censori... per i contratti di forniture militari e riparazioni o costruzioni di edifici pubblici... potevano essere modificati dal Senato". Il Senato controllava strettamente la censura e i contratti. I pubblicani (prima solo plebei, poi solo dell'ordine equestre) affittavano dallo Stato le ricche miniere in Italia e fuori d'Italia ed ambivano a tutti i vari contratti delle aste di appalto. "I loro interessi spesso entravano in conflitto con la politica del governo" (cioé del Senato). "La loro influenza dipendeva non solo dalla loro ricchezza ma anche dai servizi che rendevano allo Stato, servizi che successivamente sarebbero stati prestati da impiegati statali. Altri cavalieri si occupavano di affari di altro genere, ed erano banchieri, usurai, commercianti. D'abitudine si assimila questa categoria ai pubblicani e li si definisce tutti come "affaristi", in contrapposizione con la classe dei proprietarii terrieri che sedeva in Senato. A volte i cavalieri sono stati visti come i ricchi par excellence e inoltre si è pensato che i loro interessi commerciali li ponessero frequentemente in conflitto col Senato". Il Brunt tende invece a identificare politicamente e socialmente i cavalieri più ricchi con la stessa classe senatoriale.

Consideriamo in parte molto giuste, ma in parte anche semplici illazioni personali, le osservazioni che il Brunt fa alle pp. 107-108 del suo libro: "Per grandi linee possiamo affermare che la ricchezza consisteva principalmente nel possesso di terre e che la maggior parte dei cavalieri erano, come i senatori, proprietari terrieri". Secondo noi ciò che osserva il Brunt indica solo una divaricazione (più grande col passare del tempo e notevole nell'epoca più tarda della Repubblica) all'interno della stessa classe dei cavalieri e della sua politica delle alleanze (per semplificare: o di avvicinamento al senato o di avvicinamento alla plebe meno povera). E ciò spiega la spaccatura, tra le stesse famiglie equestri, tra correnti ostili al Senato (ad es: Caio Mario, Crasso, Sallustio, ecc.) e correnti e famiglie alla fine solo filo- senatorie (ad es: Cicerone e Pompeo Magno). Sempre il Brunt ricorda a proposito gli elementi latifondistici nello status sociale delle famiglie equestri di Cicerone, Attico e Cneo Plancio (Ibidem, pag.107).

Che elementi a volte importantissimi di una classe sociale meno elevata possano non essere coerenti con la loro origine o con i loro originari orientamenti politici, è facilmente dimostrabile nella Storia. Spesso è facile sostenere che queste persone non posseggono vera intelligenza politica e tendono a un qualunquismo tanto vuoto quanto accanito. Altre volte è più facile constatare che i loro interessi materiali o la loro ambizione, il loro volersi adeguare a uno status sociale più elevato (spinti anche da una convinta emulazione), li spinge a essere più accesi sostenitori, più fedeli "portatori d'acqua"  verso coloro che vogliono "servire" (sono, cioé, "più realisti del re"). Per molti esponenti della classe dei cavalieri questa spinta all'emulazione della aristocrazia (una forma anche di "complesso di inferiorità" verso i nobili), li ha spinti a esserne i più preziosi alleati: è il caso di Catone, di Cicerone e di Pompeo nell'età di Cesare. Riportiamo un giudizio a proposito su Cicerone dal "Cesare" di Antonio Spinosa, che non vuole fare alcuna considerazione politica (cit., pag. 80 sgg.): "Acuto e geniale intellettualmente, in politica Cicerone si rivelava instabile. Mommsen [1]lo definisce una "banderuola" poiché teneva ora per l'una ora per l'altra fazione. Non apparteneva a nessun partito, dice ancora lo storico tedesco, se non a quello degli "interessi materiali". Per nascita, essendo figlio di un cardatore d'Arpino, ma pur sempre eques, avrebbe dovuto militare tra i popolari, e del resto si chiamava vere popularis solo per distinguersi da loro e non potendo chiamarsi patricius, ma la labilità del carattere e l'incapacità di resistere all'adulazione lo spingevano ora di qua ora di là". Ma la più feroce stroncatura politica di Cicerone è in Massimo Fini.

 

(Massimo Fini, Catilina – Ritratto di un uomo in rivolta, Milano 1996)

<<Politicamente appoggiò all' inizio i democratici, senza troppa convinzione e più che altro perché, avendo difeso Roscio contro i sillani, aveva acquistato la simpatia dei populares che lo avevano scambiato per quello che non era. Cicerone aveva infatti un genuino e istintivo orrore per la plebe (<<la feccia di Romolo>> come la chiamava) ed era dell' idea, peraltro assai diffusa all' epoca, che se i poveri sono tali è solo per colpa loro. Lasciati quindi presto i democratici, per un certo tempo meditò di costituire un partito di Centro (il problema, evidentemente, esisteva anche allora) che avesse come base il ceto da cui proveniva, i cavalieri, e come duplice scopo di allearsi con gli optimates contro la plebe e di difendere gli interessi della borghesia degli affari, che si stava affermando proprio in quei decenni, nei confronti dell' aristocrazia del sangue e della terra. Ma quando, nel 64, gli aristocratici gli proposero la candidatura al consolato passò dalla loro parte con armi e bagagli e un pericoloso eccesso di zelo. Quello che doveva essere un centro-destra divenne subito una destra-destra. Il consolato di Cicerone fu uno dei più reazionari della storia della Repubblica. Lo inaugurò buttandosi a testa bassa, con quattro successive orazioni, contro la legge agraria del tribuno Servio Rullo che prevedeva una più equa distribuzione delle terre. Esibizione superflua perché gli aristocratici avevano già provveduto per conto loro prezzolando un tribuno e facendo interporre il veto. Si batte contro la proposta di restituire i diritti civili ai figli dei proscritti, che erano stati spossessati di tutto, col solo risultato di farli accorrere sotto le bandiere di Catilina. Osteggiò qualsiasi cosa avesse anche solo l' odore di una riforma. Difese ogni sorta di privilegio anche quelli più minuti e ridicoli e arrivò al grottesco di pronunciare, lui console, un' orazione (Pro Othone) perché a teatro fossero mantenute ai cavalieri quattordici file di posti riservati (P.Grimal, Cicerone, Garzanti 1987, p.133). Pur vivendo in un' epoca di grandi rivolgimenti economici e sociali fu ottuso a qualsiasi istanza provenisse dalla povera gente, verso la quale dimostrò sempre il più totale e cieco disprezzo.

Una chiusura mentale abbastanza stupefacente in un uomo che certo stupido non era. Per lui la concordia ordinum significava puramente e semplicemente l' immutabilità della gerarchia sociale e la conservazione del potere dell'oligarchia aristocratica nelle cui file Cicerone, da buon borghese, ambiva ad inserirsi stabilmente per condividerne status e privilegi. La difesa della legalità era da lui intesa come il mantenimento a oltranza dello statu quo, salvo cambiare idea quando la legge era d'intralcio a qualche manovra di potere o affaruccio poco pulito. In questo caso si trova ogni sorta di cavillo per disattenderla e la si viola con la massima disinvoltura. Naturalmente questo strenuo arrocco a difesa dei propri interessi è mascherato, come sempre, con nobili parole sulla humanitas, la dignitas, la virtus, l' amor di Patria, delle tradizioni, dei penati, degli Dei. Cicerone è davvero il campione dei campioni del benpensantismo ipocrita e sostanzialmente violento. Ha scritto lo storico Luigi Pareti: <<Cicerone non è che un miope rappresentante guadagnato dalla fazione dei plutocrati: pronto a ogni astuzia, a ogni larvata illegalità, a ogni violenza, che non implicasse la sua sola responsabilità, contro gli avversari democratici» (L. Pareti, Cicerone in Studi minori di storia antica, III, Roma 1965, p.420). <<Uomo di notoria doppiezza, come lo definisce Mommsen, Cicerone quando si aprì lo scontro fra Cesare e Pompeo parteggiò ora per l'uno ora per l'altro, voltando e rivoltando gabbana mille volte, adulando ambedue in modo sfacciato e impudico, piegandosi alle più umilianti ritrattazioni. Era un politicante di terz'ordine, maneggione e intrigante, a livello di portaborse. E infatti nonostante si fosse profferto più volte a Pompeo e a Cesare come consigliere i due non lo degnarono di alcuna considerazione trattandolo in una maniera molto vicina al disprezzo (cfr. lettera al comandante generale Cneo Pompeo Magno, aprile 62, Ad familiares V,4). La sua vanagloria è rimasta proverbiale. Lo stesso Plutarco, che pur ne fa un ritratto complessivamente favorevole anche se non privo di qualche punzecchiatura, scrive che lodare».ll A furia di menarla con la congiura di Catilina, che aveva scoperto e sventato, finì per venire a noia a tutti. Racconta ancora Plutarco: si in Senato, a una seduta dell' assemblea o in un tribunale senza dover sentire Cicerone che tirava in ballo Catilina e Lentulo. Finì col riempire di elogi personali anche i libri e i trattati che scrisse e la sua parola così dolce e ricca di grazia divenne molesta e pesante per gli ascoltatori; sembrava che per una sorta di fatalità gli si fosse appiccicata questa prerogativa di infastidire gli altri». E’ Cicerone l' autore dello sciagurato verso <<O fortunatam natam me consule Romam!». Si autocelebrò in tutti i modi e scrisse anche, in tre volumi, un poemetto, fortunatamente perduto, sulla sua impresa e, in greco, una Storia del suo consolato che pure non ci è pervenuta (De consulatu suo). Chiese agli amici Attico e Archia, a Posidonio, a Lucceio di scrivere racconti, monografìe, poemi sulla congiura e poiche Attico ebbe la compiacenza e la dabbenaggine di assecondarlo manipolò il testo da cima a fondo per enfatizzare ancor più il molo che aveva avuto. Senza ombra di ironia si paragonò a Pompeo, a Mario, a Scipione l' Africano e persino a Romolo. Fu avido di onorificenze in modo infantile e quasi patetico. Per aver disperso, quando era in Cilicia, una banda di predoni pretese il titolo di imperator e avrebbe voluto anche il trionfo. Del resto è tipico del personaggio maramaldeggiare con i deboli e i vinti e appiattirsi come una sogliola ai piedi dei potenti. È ancora Mommsen a notare come le famosissime orazioni contro Verre e le ancora più celebri Catilinarie furono pronunciate quando gli avversari erano già sconfitti (cfr. T.Mommsen VIII, p.348).

E per i complici di Catilina, ormai inermi, volle a tutti i costi la pena di morte.

Ma alla fine fu proprio la vanità a perderlo. Dopo aver dribblato per decenni rischi e pericoli non seppe resistere all' invito del giovane Ottaviano che, per combattere Antonio, lo voleva accanto a se in quel molo di consigliere che Cesare e Pompeo gli avevano sempre negato. Questa volta, proprio come all' inizio della carriera quando aveva difeso Roscio contro il potente liberto di Silla, l' amor proprio poté più della paura. Giocava anche il comprensibile desiderio senile di rientrare, a sessantatre anni suonati, nel. Accorse al grido sente quando mi si chiede di salvare per la seconda volta la Patria!». Pronunciò quindi, a imitazione di Demostene, le quattordici Filippiche contro Antonio in cui volle vedere, ossessivamente,. Ma gli andò male perche l'anno successivo Antonio e Ottaviano si accordarono per formare, con Lepido, il secondo triumvirato. E Antonio, che avev a il dente avvelenato con Cicerone non tanto per le Filippiche ma perche aveva sputato sul cadavere ancora caldo di Cesare, a cui, vivo, aveva leccato entrambi i piedi, ne volle la testa (Subito dopo la morte di Cesare, Cic. lo accusò apertamente, nel De consillis suis, di essere stato complice della congiura di Catilina).

Fu uomo vilissimo, di una viltà, fisica e morale, patologica e caricaturale. La paura gli giocava dei brutti scherzi anche nel campo in cui veramente eccelse, l'oratoria, paralizzandolo. Racconta Plutarco: oltre a essere poco coraggioso in guerra, anche come oratore, quando cominciava a parlare, era sempre pervaso da una grande paura, e in molte cause continuò a palpitare e a tremare anche dopo aver raggiunto l' apice del discorso. Una volta... nel perorare la causa di Milone, a vedere Pompeo seduto in alto come se si fosse in un accampamento, e le armi che brillavano tutt'in giro alla piazza, si turbò e riuscì a stento a iniziare il discorso, mentre il suo corpo era scosso da brividi e la voce gli rimaneva soffocata in gola".

Quando, dopo averlo utilizzato come boia in una vicenda dove c' era da sporcarsi le mani con il sangue di concittadini, gli aristocratici lo mollarono e restò isolato, il giovane, arrogante e ribaldo tribuno Publio Clodio, che agiva agli ordini di Cesare, prese gusto a umiliarlo in tutti i modi, affrontandolo per la pubblica via, insultandolo, schernendolo, prendendolo a pedate nel sedere, facendolo inseguire da bande di ragazzetti che gli davano la baia e gli gettavano addosso fango e pietre. E lui, il “Padre della Patria", alzava la sottana e se la dava a gambe. In una società come quella romana in cui si faceva un conto relativo della vita e si riteneva che fosse la morte e il modo in cui la si affrontava a dare il significato conclusivo a un' esistenza, si assiste allo spettacolo penoso di questo vecchio che, sapendo di essere stato condannato da Antonio, tenta una fuga disperata e grottesca alla ricerca di una impossibile salvezza.

Quando viene informato che il triumviro, nonostante le resistenze, per la verità blande, di Ottaviano, l' ha messo in cima alle liste di proscrizione, Cicerone si trova nella sua villa di Tuscolo insieme al fratello Quinto. Decidono di partire subito per Astira, una città della costa dove Cicerone aveva delle terre, e, via mare, cercare di raggiungere l'amico Bruto che si trovava in Macedonia. Scrive Plutarco: Per strada di quando in quando si fermavano e, accostando le lettighe, lamentavano insieme le proprie sventure». Ma, fra un pianto e l'altro, si accorgono che, nella furia della partenza, hanno dimenticato “la roba”. Quinto torna indietro a prenderla, Cicerone prosegue la fuga. Arrivato a Ostia si imbarca e, costeggiando, raggiunge il Circeo. I marinai vorrebbero prendere il largo immediatamente, ma il mare si è alzato, Cicerone ha paura, decide di sbarcare. Non sa che fare, percorre qualche chilometro a piedi in direzione di Roma, ci ripensa e torna indietro, ad Astira “dove passa la notte in pensieri terribili e disperati”. Medita il suicidio. Fantastica di raggiungere Ottaviano e di pugnalarsi platealmente e stoicamente davanti a lui per attirare sul triumviro la vendetta degli Dei. Ma lascia subito perdere. Non son cose per lui. Plutarco: “nella sua mente si susseguirono un gran numero di propositi affannosi e contrastanti, finche si affidò ai suoi servi: voleva essere portato, via mare, a Gaeta. Là possedeva delle terre...». Approda a Gaeta, entra nella sua villa, si stende sul letto a riposare un poco coprendosi il capo con la veste per dimenticare, almeno per un momento, l'incubo che sta vivendo. Ma degli uccellacci del malaugurio lo svegliano. I sicari incalzano e i servi lo caricano sulla lettiga quasi di forza. Via, di nuovo, verso il mare. Appena in tempo: gli uomini di Antonio, il centurione Erennio e il tribuno militare Popillio, con la soldataglia, sono ormai alla villa. Sfondano la porta. Interrogati, i servi dicono di non sapere dove sia il padrone. Ma un giovinetto, un liberto di nome Filologo, che era stato allevato e istruito personalmente da Cicerone, indica un viottolo alberato che scende verso il mare dietro le cui curve siè appena dileguata la lettiga. Mentre il tribuno fa circondare la casa, Erennio si precipita fuori di corsa. Cicerone sente dietro di se i passi affrettati, fa fermare la lettiga, sporge tremante il capo canuto e arruffato, protende il collo e <<presenta ai sicari un volto disfatto». Fu scannato senza pietà. Secondo le crudeli usanze del tempo gli vennero mozzate le mani e la testa che, portata a Roma, fu appesa ai rostri del Foro. Qualcuno, per dileggio, gli infilò uno spillone nella lingua a significare che era stato bravo solo con quella.

A metà dell' Ottocento il grande storico della latinità, Theodor Mommsen, tutt' altro che tenero con i catilinari ma evidentemente stufo di diciotto secoli di enfatizzazione del ciceronismo e del suo protagonista, lo liquidò così: “Da uomo di Stato senza acutezza, senza opinioni e senza fini, Cicerone ha successivamente figurato come democratico, come aristocratico e come strumento dei monarchici, e non fu mai altro che un egoista di vista corta».(VIII, p.345). È difficile dargli torto>>.

 

E che dire della lampante "labilità", debolezza e insicurezza politica di Pompeo? La verità è che Cicerone militò ufficialmente e convintamente nel partito aristocratico (pur dopo averlo pungolato e criticato -in ciò che riteneva deleterio- con le orazioni verrine), anche se il suo desiderio di politica delle alleanze più convinta (e ideologicamente, anzi filosoficamente, costruita) lo spingeva ad accostarsi talvolta a Cesare e agli altri cavalieri antioligarchici (ma in sostanza solo con la convinzione di trascinarli dalla sua parte, e soprattutto dalla parte della sua egocentrica visione politica). Che dire poi di Catone Uticense, castigatore dei costumi dei democratici e demagogici triumviri Cesare, Crasso e Pompeo? Egli li accusò pubblicamente e pesantemente di prostituirsi l'un l'altro il potere con matrimoni delle rispettive figlie e di procurarsi così scambievolmente incarichi ed eserciti per mezzo di donne. Ma Catone stesso aveva dato solo per ragioni politiche la figlia Porcia in moglie a Bibulo, avversario di Cesare, e aveva "prestato" sua moglie Marcia a Quinto Ortensio, a patto che gliela restituisse dopo che ne avesse avuto un figlio (Spinosa, cit., pag.133). Inoltre Catone, che biasimava energicamente il prestito a usura (perché indegno di senatori che vivono di rendita coi latifondi), lo effettuava con alti tassi di interesse.

Tito Labieno fu il più fedele luogotenente di Cesare nelle guerre galliche, e ne fu anche il  collaboratore più onorato e stimato insieme al tribuno della plebe e generale Marco Antonio. Mommsen  riporta come, ancora nel 50 a.C., Cesare avesse richiesto per Labieno il supremo comando della Gallia Cisalpina, anche per promuoverlo. "Ma in questa circostanza Labieno si mise in relazione con il partito avverso e si recò, al principio delle ostilità tra Cesare e Pompeo, nel 49, al quartier generale di Pompeo anzichè a quello di Cesare, combattendo in tutta la guerra civile con accanimento senza pari contro i cesariani... Non siamo abbastanza informati né del carattere di Labieno né delle circostanze che lo decisero a cambiar bandiera, ma... secondo tutte le apparenze Labieno era una di quelle nature, le quali al talento militare associano la più crassa ignoranza politica, e le quali, quando disgraziatamente devono o vogliono occuparsi di politica, si espongono a quegli insani accessi vertiginosi, di cui la storia dei marescialli di Napoleone registra parecchi esempi tragicomici [[noi pensiamo anche agli utlimi anni di vita del povero, grande Ludendorff, per quanto sempre coerentemente Junker, NdR]]. Labieno si sarà creduto in diritto di figurare come secondo comandante della democrazia vicino a Cesare; e come ciò non fu, si sarà deciso a recarsi nel campo nemico" (Mommsen, cit., VIII, pag. 49).

Anche Pompeo, la cui figura ambiziosa e incolta in politica quanto valente in battaglia meriterebbe più ampi studi per i suoi "ondeggiamenti" politici (ma forse il termine "vanaglorioso"[2] è l'unica parola che lo può definire sotto questo aspetto), fu sempre e comunque uomo "subalterno" al Senato e all'oligarchia. Cicerone e Pompeo, i più accaniti e fedeli leader del Senato contro il partito democratico di Cesare, erano uomini nuovi (novi homines) e cavalieri al pari dei cavalieri sponsorizzatori di Cesare. Ma questi ultimi rappresentavano certamente la maggioranza della loro classe sociale, ed erano certo legati a un interesse economico molto più evoluto e dinamico che non gli ambiziosi sogni di gloria dell'oratore e del generale d'Oriente, con aspirazioni in sostanza da "possidenti terrieri" [3]. Il figlio adottivo di Cesare, Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, era anch'egli di origini equestri (di una famiglia di "cavalieri" di Velletri). Forse non aver avuto complessi di subalternità verso la nobiltà latifondista permise a lui e a tutta una classe sociale (la "borghesia" dell'epoca) di sostituire alla mentalità e ai modelli di vita sorpassati dell'oligarchia i nuovi modelli economici e culturali della democrazia imperiale e di realizzare quella lucida politica di alleanze che doveva portare alla nascita dell'Impero sotto il segno della politica cesariana [4]. Per usare parole che Luca Canali fa scrivere a Cesare nel suo "diario segreto": "La nostalgia del passato può forse ispirare i poeti, non certo una politica del presente e per l'immediato futuro... L'economia romana è ormai in prevalenza mercantile. Roma è diventata una grande potenza sovranazionale. E l'antica morale non è più adatta ai nuovi tempi" (parole di Cesare in Luca Canali, cit., pag. 60) [5].

E forse il fatto di essere "davvero" della classe dei cavalieri (e non di origini aristocratiche, quali i Gracchi, lo stesso Cesare,  Catilina, o un Clodio - che per poter essere eletto tribuno della plebe da aristocratico che era, dovette fare la traductio ad plebem, cioè farsi adottare da un plebeo più giovane di lui) favorì in Augusto non odio accanito verso l'aristocrazia, ma una politica di "compromesso" e di dialogo verso gli avversari, messi con estrema sobrietà in condizione di non nuocere. Molti aristocratici, invece, faranno una lotta molto più feroce, ancor più senza quartiere, verso la corruzione della loro classe, per il recupero ad essa di capacità di governo.

Per suffragare la nostra tesi su una "distinzione" netta, come classe sociale, tra aristocrazia e classe dei cavalieri, riportiamo altre osservazioni dello stesso Brunt:

"I senatori non erano certamente commercianti nel senso della parola, così come lo erano alcuni cavalieri; ciò significa che essi non compravano prodotti per poi rivenderli ... Di nessuno [dei senatori] si disse mai che fosse un armatore, un commerciante o un banchiere. Queste attività non erano ritenute sicure e abbiamo ragione di dubitare che i cavalieri che la praticavano fossero generalmente i più ricchi e i più influenti del loro ordine". (?)  "Cade così l'ipotesi che gli interessi economici comuni dell'ordine equestre nel suo complesso divergessero da quelli dei senatori, e ogni tentativo di dimostrare che essi aspiravano a mutare la politica estera del senato a vantaggio dei loro interessi commerciali - tentativo che non confuteremo in questa sede - si dimostra sterile" (?) (Ibidem, pag. 108). Prima si sostiene che in realtà gli interessi materiali (commercio, banche, flotte commerciali) non potevano assolutamente collimare, subito dopo si vuole dimostrare che comuni erano gli interessi economici.

Inoltre, noi sosterremo come i partiti della "pace" e i partiti della "guerra", ben noti a Cartagine con gli "oligarchici" Annoni e i democratici "Barca" e a Roma con il "conservatore" Fabio e l' "anti-oligarchico" Scipione negli anni di Annibale, facevano capo a forze politiche ed economiche ben definite e non con (almeno momentaneamente) "comuni interessi economici": le forze espansioniste, militariste, che si arricchivano con la guerra, da una parte, quelle desiderose di non turbare in alcun modo gli equilibri interni e internazionali - e soprattutto i patrimoni latifondisti- dall'altra.

E furono proprio queste forze a mutare a tal punto la "politica estera" dei loro Paesi da scatenare con Annibale il primo conflitto "mondiale" (allora "mediterraneo") della storia e a creare il miraggio di un impero (colonizzazione) ellenistico democratico per le plebi di Cartagine, come già il "democratico" filo-plebeo Flaminio aveva appena fatto per le plebi di Roma nella pianura Padana.. I Barca realizzarono questo miraggio in Spagna, Roma dovette - contro la volontà e le intenzioni più "pacifiste" dei conservatori senatori - cimentarsi, oltre che contro Annibale, in politiche di conquista anche in Oriente, tanto veloci e inattese da creare l'impero mediterraneo di Roma.

 Si ricordi, oltretutto, che in quell'epoca il grande latifondismo schiavista non si era  esteso, neppure in Sud Italia, a tal punto da far emergere tra i senatori veri interessi di espansione e conquista mediterranea per far aumentare il numero e far calare il prezzo degli schiavi; prevaleva ancora uno schiavismo "domestico" e non intensamente rurale, ed era caso mai interesse solo dei mercanti italici in generale e dei commercianti romani in particolare far espandere il mercato anche in questo senso.

In realtà, fu proprio l'interferenza dei cavalieri nella politica estera del senato l'aspetto più interessante e foriero di novità - militarmente, politicamente ed economicamente - nella storia romana a partire dalla II guerra punica.

 

Il Brunt sminuisce, anzi elide, proprio quella grande molla di scontro politico e sociale tra esclusivismo senatoriale di grandi proprietari terrieri latifondisti (bisognosi di pace e magari in segretissimi accordi con le classi dominanti oligarchiche di Cartagine altrettanto bisognose di difendere uno status quo interno e internazionale) da una parte, con il loro esclusivismo nella gestione della cosa pubblica, e tutte le altre classi e strati della popolazione romana, dall'altra, senza avvedersi della grande importanza che tale molla ebbe nello sviluppo della politica interna ed estera romana. Essa va invece evidenziata e non ci dispiace che Bruni e Bontempelli, nel loro volume sulle "Antiche strutture sociali mediterranee" (II, Milano 1979), nonostante gravi ed erronei schematismi "di sinistra", evidenzino tutto ciò a partire dalla fine della I guerra punica (241 a.C.). Ovviamente, per il loro schematismo "di sinistra", Bruni e Bontempelli hanno toni estremamente duri e critici verso la "plebe ricca" e i cavalieri affaristi, indulgendo verso politiche (peraltro allora inesistenti) che tendessero a indebolire la società schiavistica o addirittura ad aggregare ed emancipare gli schiavi in chiave politica (e non solo religiosa cristiana). Questo non poteva minimamente esistere nella Repubblica romana. Gli schiavi erano cose (anche se parlanti): attrezzi agricoli, macchinari per l'edilizia, ecc. Non erano "cittadini", e tanto meno con diritto di voto. L'umanità verso di essi, in città ma molto meno nelle campagne, era comunque diffusa tanto quanto un acquirente di automobili, che investe molti soldi in una Mercedes, difficilmente la prende a martellate o la butta giù da un burrone, bensì la lucida e le cambia l'olio. E d'altra parte, a un magistrato di Roma, al Pretore, poteva normalmente ricorrere uno schiavo per lamentarsi di non essere ben nutrito o ben vestito dal padrone.

Quando noi parleremo del ricco cavaliere capitalista Crasso, vedremo che il problema di Spartaco e della sua rivolta di schiavi non si poneva eticamente, politicamente e socialmente che in un' unica misura: impedire che fossero Pompeo o Lucullo a sconfiggere e sterminare quegli schiavi ribelli, altrimenti l'onore del trionfo, gli enormi meriti politici e sociali verso la massa del popolo (conservatori o democratici) sarebbero stati carpiti a chi, in effetti, aveva il merito di tutta la vittoria. Purtroppo per Crasso, ciò avvenne nonostante che l'opera fosse tutta sua, e il suo avversario personale e politico Pompeo divise il trionfo e quasi ebbe il merito maggiore per aver sgominato poche migliaia di schiavi scampati alla battaglia e fuggiti in Etruria.

Ragionare così della fine di migliaia di schiavi sarebbe oggi un grave problema di cinismo, di insensibilità e inumanità. Ma allora il problema schiavistico era marginalmente visto solo o in organizzazioni politiche "popolari" che agivano molto dal basso (ad esempio, vedremo poi con Clodio) o in proprietari tanto democratici quanto rigidamente conservatori che avessero premure familiari (gli schiavi erano dei "familiari") e di affetto verso i propri dipendenti, fino a concedere loro libertà e cittadinanza (i famosi liberti, poi così importanti nell'amministrazione imperiale di  Augusto).

 

Sembra importante ricordare che la tenace conservazione dei privilegi da parte del senato e della nobiltà oligarchica che esso rappresentava, portò sì al riconfermarsi (nello scontro e nelle guerre sociali dal 241 all'80 a.C.) dell'oligarchia senatoria come centro dirigente di governo e come concentrazione latifondista della proprietà terriera schiavistica dominante nella Tarda Repubblica, ma determinò sempre più l'accentuarsi (fino alla massima intelligenza sociale e politica) dello scontro politico e di classe. Ciò portò a livelli di confronto politico anche istituzionale, di elaborazione concettuale e di sviluppo delle politiche delle alleanze incompresi fino ai giorni nostri.

Alla fine della rivoluzione romana dei cento anni (133- 31 a.C.) anche il Brunt deve realisticamente constatare che "la vecchia nobiltà (oligarchia senatoria, NdR) si era quasi estinta e il suo posto era stato occupato da uomini nuovi provenienti dall'ordine equestre e, soprattutto, dalle oligarchie municipali" (Ibidem, pag. 111). Del resto, già secoli fa Machiavelli ha evidenziato gli aspetti talvolta violenti ma sostanzialmente positivi che questi confronti e scontri di classe determinarono per la storia romana. Per dirla proprio con Machiavelli (cap. IV del Libro Primo dei suoi "Discorsi sopra la prima deca di T. Livio"): "La disunione della Plebe e del Senato romano fece libera e potente quella Repubblica". I tumulti e la lotta di classe di più di 300 anni, per Machiavelli, "partorirono i migliori effetti" (in queste analisi sarà radicale il contrasto con il Guicciardini [6]). E già prima, nel cap. II, Machiavelli aveva affermato per la Repubblica romana: "E tanto li fu favorevole la fortuna, che benché si passasse dal governo de' Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse; nondimeno non si tolse mai, per dare autorità alli Ottimati, tutta l'autorità alle qualità regie; nè si diminuì l'autorità in tutto all'Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista [7], fece una repubblica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della plebe e del Senato, come nei duoi seguenti capitoli largamente si dimostrerà" (N. Machiavelli, "Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio", Firenze 1901, pag. 15).

La prima parte del saggio di EGON FLAIG, Entscheidung und Konsens. Zu den Feldern der politischen Kommunikation zwischen Aristokratie und Plebs (in “DEMOKRATIE IN ROM? Die Rolle des Volkes in der Politik der Roemischen Republik, Stuttgart 1995) (e non l’ultima parte sul ruolo dei giuochi del circo e dei ludi gladiatorii) ci ispira queste considerazioni: se è vero che nei comizi la plebe eleggeva democraticamente non le idee di un partito con il suo programma, ma solo personalità di illustri e famose famiglie nobili o di famiglie nuove che aspiravano alle cariche (magistrature) e al Senato, come mai il favore “esclusivamente” personale che queste elezioni comportavano non portarono all’emergere di personalità “esaltate” dal popolo già secoli prima dei Gracchi? Come mai - visto nelle statistiche che quasi mai, nelle leggi popolari votate dai comizi, la plebe si oppose alle proposte dei magistrati e approvava le leggi (è pur vero che le leggi erano decise al 99% dai plebisciti diretti dai tribuni della plebe di cui essa si fidava) – la fiducia delle plebe verso i magistrati che erano in sostanza espressione degli aristocatici fu tanto duratura prima delle guerre civili e dell’aperto conflitto tra plebe e Senato (cioè aristocrazia olgarchica)? I comizi visti come organo più di consenso che di scontro, come luogo di creazione del consenso che evita anche lo scontro extra-istituzionale, sono una delle accettabili riposte a questi quesiti. Notiamo con piacere che Millar, Jehne, Hoelkeskamp e Flaig si impegnano su questo terreno, e apprezziamo la polemica con cui Flaig può domandare a Millar: <<Per Millar, che parla di “apparently democratic elections” (JRS 74, 1984) nei comizi della democratica riforma del 241/218, l’uguaglianza politica non è un decisivo criterio di democrazia. Welche Kriterien fuer Demokratie gibt es dann hueberhaupt?>>(Ibid., p.78, n.4). Anche noi, d’altra parte, rischieremmo di schematizzare e semplificare troppo la complessissima realtà sociale e politica della Roma repubblicana soprattutto nel periodo dalla morte di Mario all’ascesa di Cesare, se vedessimo in quei partiti orientamenti ideologici e rivendicazioni sociali per allora anacronistiche. Ma proprio su questa complessità per lo più contraddittoria e sul concetto di “partito” (concetto che non riteniamo anacronistico per la fine della Repubblica), si veda anche il volume di Luigi LABRUNA, Il console sovversivo – Marco Emilio Lepido e la sua rivolta, Napoli Liguori 1975, specie per i due “partiti” del 78 a.C., alla morte di Silla: quello conservatore oligarchico- senatorio e quello filo mariano guidato da quel momento dall’ ex sillano Lepido (figura appunto “contraddittoria”).

 



[1] Mommsen ha trasfuso nella sua Storia di Roma, oltre le sue profondissime conoscenze su Roma antica, due aspetti fondamentali: poesia e passione politica. Due cose da considerarsi al vertice dell’esistenza umana. Poiché la prima è musica più retorica, la seconda è filosofia più socialità.

Scrive Vittorio Scialoja nella prefazione a una edizione italiana della Storia di Roma (a/c A. G. Quattrini, Milano 1971) : <<Ma egli non era allora tutto assorto nello studio storico del diritto, e compose con gli amici anche dei versi (Liederbuch dreier Freunde, 1843) non privi di pregio. Continuò anche in seguito a coltivare le muse, e tradusse in versi tedeschi, fra le altre, alcune poesie del Giacosa (1878) e del Carducci (1879); perfino talune delle piú difficili a rendere in quella lingua, come l'ode alla Rima. In queste sue attitudini per la poesia sta forse in parte il segreto del fascino che esercitano le sue maggiori opere, e il pregio artistico della loro forma. La sua prosa è stimata fra le migliori della letteratura germanica.>>  <<Maturava appunto allora in Germania quella rivoluzione (1848) che alla metà circa del secolo scorso rivoluzionò tutti gli ordinamenti della vecchia Europa. Teodoro Mommsen non era uomo da restare estraneo a così grande agitazione di idee; animato da spiriti sinceramente liberali, a cui rimase poi per tutta la vita fedele, prese anzi parte con ardore a quel movimento con la parola e con gli scritti, come giornalista battagliero della Gazzetta dello Schleswig- Holstein; si sarebbe considerato, come egli stesso disse in seguito, indegno di vivere in un tempo in cui si compivano così solenni avvenimenti, se non vi avesse partecipato in qualche modo, e se, tutto intento alle guerre sannitiche, non si fosse accorto di quelle che si combattevano intorno a lui. Le conseguenze furono però la perdita della cattedra nel 1850: il governo sassone destitul il Mommsen e i due suoi amici, che al pari di lui avevano parteggiato per la libertà. Esule, fu accolto nel 1852 dalla università di Zurigo, dove tenne per circa due anni lo stesso insegnamento del diritto romano. Questa sua dimora a Zurigo gli dette occasione di esercitare in un nuovo campo le sue ricerche epigrafiche; per primo raccolse in quegli anni le antiche iscrizioni elvetiche. Tornata la calma negli animi, e attenuatisi alquanto i ricordi delle passate vicende, il governo prussiano lo chiamò nel 1854 a insegnare diritto nell'università di Breslavia; di qui passò nel 1858 a insegnare storia antica presso la facoltà filologica di Berlino. Da Berlino non si mosse piú fino al termine della vita, avendo ricusato nel 1876 l'offerta di una cattedra fattagli dall'università di Lipsia, quasi per ammenda dell'espulsione subita.>> (cit., I pag. 6 sgg.)

[2] Si colga questo termine nel senso più vero, che non è "attribuirsi impropriamente meriti di gloria" (Pompeo fu veramente "glorioso", soprattutto nella guerra piratica), bensì "accentuato compiacimento di sé, che rende vani anche motivi di gloria".

[3] Ci sovviene anche questa frase del Brunt ("Classi..." cit., pag.197): "Molti altri cavalieri erano probabilmente, come il padre di Cicerone, semplici gentiluomini di campagna".

[4] Si ricordi l'orgoglio con cui Orazio (Satire, I, 6) rivendica di essere figlio di uno schiavo liberato (liberto), che pure lo ha tanto mantenuto agli studi. Egli lo rivendica come orgoglio perché "tutti lo stuzzicano in quanto nato da padre liberto" (versi 45-46), e ricorda al suo protettore Mecenate (consigliere dell'imperatore Augusto) : "Tu dici che non importa da qual padre uno sia nato, purché sia nato libero, e sai benissimo che prima di Tullio, che ebbe potere e regno benché non nobile, spesso molti uomini senza antenati illustri ebbero una vita onorevole ed alte cariche" (vv.7-11). Sante parole contro mentalità dure a morire.

[5] "Quel partito ("i compagni di partito di Catone") è detto degli ottimati, come essi definiscono sé stessi, considerando me un aristocratico transfuga che per brama di potere si è fatto capo del popolaccio, dei ricchi affaristi e dei legionari fuorilegge" : altre parole pronunciate da Cesare in Luca Canali, "Diario...", cit,  pag. 44.

[6] "Non fu adunche la disunione tra la plebe e il senato che facesse Roma libera e potente... laudare la disunione è come laudare in uno infermo la infermità" (Guicciardini, Considerazioni sui Discorsi).

[7] Era la concezione, già in Polibio negli anni di Annibale, del "governo misto" (monarchia dei consoli più aristocrazia del senato più democrazia dei comizi popolari), che avrebbe reso Roma la migliore forma di governo del mondo antico. Teoria in buona parte esatta: ma l'arbitrarietà generica di qualche attribuzione si può desumere dal fatto che: 1) quando Polibio espose questa teoria, al tempo di Annibale, in effetti la lotta tra partito aristocratico e partito democratico aveva spesso in Roma dei "pareggi", ma Polibio chiama aristocrazia quella che in realtà era già una ristretta oligarchia; 2) che la ripresa di questa concezione in Cicerone era completamente sbilanciata dalla parte del Senato e dell'oligarchia, nella pratica, ed era democratica solo nella teoria più pura. In verità, la "concordia ordinum" (la collaborazione tra le classi), tanto propugnata da Cicerone, voleva "solo la collaborazione tra le classi economicamente più privilegiate, nobiltà e cavalieri" (Serrao, cit., pag.175), con esclusione cioé di "alleanze politiche" con qualsiasi altro ceto sociale, il che subordinava automaticamente i cavalieri al modello di vita dell'oligarchia latifondista.