VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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6. TOYNBEE E I NUOVI UOMINI D’AFFARI ROMANI DURANTE LE GUERRE PUNICHE.

Il nostro presente lavoro non vuole esser un puzzle di riferimenti, citazioni e parti di libri relativi a tutte le tesi sulla esistenza di contrasti tra la classe senatoria oligarchica al potere a Roma prima di Augusto e la nuova classe degli equites o uomini d'affari nei secoli della repubblica. O, per esprimerci meglio, vuole sì presentare quelle tesi, ma esse vengono riportate per convalidare i nostri assunti iniziali e la nostra tesi finale. Partendo noi- anche se non limitandoci in particolare- al periodo delle guerre puniche, ci pare utile riportare integralmente un brano del Toynbee su “I nuovi uomini d'affari romani”- capitolo XI del II volume della sua opera fondamentale su “L’eredità di Annibale”, voll. I- II, con nostre evidenziazioni -in grassetto- e con nostre osservazioni in nota. Le note del Toynbee sono raccolte tutte insieme alla fine del suo capitolo, in corsivo. Ricordiamo che la I e la II Guerra Punica sono sempre indicate dal Toynbee col termine di prima o seconda fase del conflitto romano- cartaginese (e sintetizzate con “il duplice conflitto” romano- cartaginese).

Il saggio del Toynbee merita la lunga citazione non solo per l'acume sul conflitto senato- equites in un'epoca -gli anni sessanta del XX secolo- in cui scarsa e senza coraggio era ancora l'analisi di tale conflitto, ma anche per la selettiva quanta accurata bibliografia, e per l'appropriato riferimento al Tenney Frank, “An Economic Survey” I- III, cit. , allo Hatzfeld, “Les trafiquants ...” , cit. , e allo Hill, cit. Inutile infine rimarcare qui il continuo riferimento al più rigido degli oligarchi, Catone, nelle sue instancabili lotte fin dalla guerra annibalica per l'estromissione degli affaristi privati romani, in qualsiasi modo, anche illegale, dalle intraprese dello Stato romano. Per il riferimento finale ai liberti risulta buono l'apporto del Toynbee alla Taylor, “Voting districts...”, cit.

In appendice al nostro volume, l’altro capitolo del Toynbee dalla stessa opera (vol. II, cap. XV) su “La sfida alla classe di governo romana”, sempre riferito ad innovazioni politiche tentate da Scipione l’Africano ed ostacolate dall’oligarchia senatoria.

 

TOYNBEE:  Capitolo undicesimo- I nuovi uomini d'affari romani

Nel 266 a. C. Roma aveva completato l'unificazione dell'Italia peninsulare sotto il suo dominio. Due anni dopo aveva intrapreso una guerra con Cartagine per il possesso della Sicilia. Compiendo questi passi, Roma si era inserita appieno nel flusso delle relazioni internazionali del bacino mediterraneo e si era impegnata a entrare in lizza con le altre potenze coeve situate all'estremità occidentale dell'ecumene del vecchio mondo. Due di queste potenze contemporanee, cioè Cartagine e l'Impero tolemaico, avevano complessi sistemi di finanza pubblica, e l'Impero tolemaico possedeva inoltre un corpo di funzionari civili di professione. Nella politica della classe di governo romana, tuttavia, uno dei punti fondamentali era rappresentato dalla conservazione, a Roma, della tradizionale forma costituzionale della città-stato, e ciò equivaleva a condannare Roma ad essere governata da dilettanti in un mondo in cui i governi di altri Stati del calibro di Roma erano ormai, almeno in parte, in mano a professionisti. Le magistrature romane erano elettive; in linea di principio, il periodo di carica era limitato a soli dodici mesi; anche quando l'assoluto bisogno di funzionari che ricoprissero un crescente numero di cariche costrinse il Senato a ricorrere all'espediente di prolungare tale periodo oltre i dodici mesi originari, raramente tali proroghe, anche per cariche geograficamente distanti, andarono al di là di uno o due anni supplementari; e per finire, nel passaggio dall'una all'altra magistratura c'era soluzione di continuità. Un nobile romano che abbracciava la carriera politica trascorreva solo una piccola parte della sua vita adulta ad occupare le successive cariche di questore, edile, pretore, console e censore (supponendo che egli toccasse i gradi piú alti della serie). Fra l'uno e l'altro di questi periodi di carica dovevano trascorrere intervalli di tempo nei quali egli non avrebbe ricoperto alcuna magistratura, e questi intervalli consuetudinari furono definiti e resi obbligatori dalla Lex Villia Annalis del 180 a. C. 1.

E' ben vero che il ricoprire una carica minore qualificava il titolare a far parte in perpetuo del Senato, a meno che e finché egli non ne fosse radiato da una coppia di censori quando costoro, come avveniva ogni quattro o cinque anni, rivedevano ed emendavano l'albo senatorio. Nella maggior parte dei casi, dunque, l'esperienza che gli derivava dall'esser membro del supremo organo deliberativo dello Stato romano si accresceva col trascorrere dèl tempo. D'altra parte la sua diretta esperienza di amministrazione pubblica e di comando militare era relativamente breve e in piú discontinua. Un simile ordinamento costituzionale conferiva al Senato, con la sua esperienza politica collettiva, una grande autorità, de facto se non de iure, su quei senatori che in un dato momento si trovavano a ricoprire cariche pubbliche. Questo era l'espediente di cui la classe di governo si valse per impedire che altre classi della comunità, o anche un membro della stessa classe di governo, usurpassero il suo potere collettivo, e tutto sommato l'espediente funzionò. Per la classe di governo esso costituí una salvaguardia contro la democrazia e del pari contro la dittatura. Ma il successo fu pagato con l'inefficienza, e poiché lo Stato romano, e quindi la stessa classe di governo, non potevano permettere che Roma fosse meno efficiente delle potenze con cui si trovava a competere, la classe di governo, per rimediare alle manchevolezze dell'amministrazione pubblica romana che erano l'inevitabile conseguenza della sua stessa politica, dovette rivolgersi altrove, al di fuori di sé e al di fuori di quella struttura cittadina del governo romano che essa era risoluta a conservare 2.

Il settore cui si rivolse la classe di governo era l'impresa privata romana, e quest'ultima seppe ben cogliere l'opportunità che le si offriva di realizzare profitti e di acquisire il potere che ne derivava. Nell'organismo sociale romano non c'era penuria di capacità finanziarie e amministrative. L'antiquata costituzione cittadina romana veniva conservata non perché i Romani fossero incapaci di far funzionare un sistema di governo piú efficiente, ma perché la conservazione della costituzione tradizionale era l'espediente adottato dalla classe di governo per conservare il suo potere collettivo. Gli Italici incorporati nella cittadinanza romana erano provvisti di un innato talento per gli affari su grande scala in misura pari ai Fenici ed ai Greci; essi furono lesti a impadronirsi delle arti levantine dell'organizzazione e della pratica d'affari quando la conquista della penisola italiana ad opera di Roma mise i suoi cittadini in diretto contatto con il coevo mondo ellenico. Quando la classe di governo si rese conto che la forma costituzionale della città-stato, che essa era riluttante ad abbandonare, era di per sé inadeguata a soddisfare le esigenze finanziarie e amministrative di uno Stato ormai diventato parte integrante del mondo contemporaneo, scopri anche che esistevano cittadini romani in grado di rimediare alle deficienze amministrative di Roma e disposti a farlo dietro compenso. Gli affari pubblici che la classe di go. verno romana non poteva trattare nel quadro della costituzione cittadina furono allora dati in appalto perché fossero condotti da privati o da compagnie di privati.

Dato che la costituzione romana restò immutata mentre il potere, i domini e i possedimenti dello Stato romano continuavano ad accrescersi, il settore dell'amministrazione pubblica che fu appaltato all'impresa privata crebbe fino a raggiungere dimensioni colossali. Questo aspetto del sistema di governo romano impressionò profondamente Polibio quando, alla vigilia della rivoluzione romana dei cent'anni, egli conduceva la sua indagine sugli affari pubblici di Roma.

 

Il Senato, benché detenga un potere immenso, è costretto a curarsi delle masse e a cercare la benevolenza del Démos. ... Reciprocamente, tuttavia, il Démos è legato al Senato e deve cercare la sua benevolenza, tanto sul piano collettivo quanto su quello individuale. Gli appalti delle opere pubbliche aggiudicati dai censori sono numerosi; essi riguardano la manutenzione e la costruzione degli edifici pubblici in tutta Italia. Il loro numero è quasi incalcolabile. Vi sono anche molti fiumi, porti, giardini, miniere e tratti di terra e altri beni che son diventati proprietà del governo romano [e che sono anch'essi dati in locazione dai censori]. Tutti questi contratti sono in mano alla massa del popolo (Toú plezoùs). In pratica tutti i cittadini sono interessati all'acquisto di tali appalti e ai lavori cui essi dànno origine. Alcuni cittadini prendono di persona gli appalti dai censori; altri entrano in società con i primi; altri presentano garanzie per gli appaltatori; altri dànno in pegno il loro patrimonio allo Stato come sottoscrittori delle garanzie. In tutte queste transazioni il Senato ha sempre l'ultima parola. Esso può prorogare i termini del contratto, alleggerire gli oneri dell'appaltatore che si trovi in difficoltà e perfino sciogliere dagli obblighi del contratto se qualcosa ne ha reso impossibile l'esecuzione. In molte circostanze, anzi, il Senato può pregiudicare gravemente gli interessi degli appaltatori oppure sostenerli efficacemente. In tutte le transazioni che ho menzionato il Senato funge da corte d'appello. Ma il « privilegio » maggiore del Senato è che in seno ad esso vengono reclutati i giudici per [i processi che riguardano] la maggior parte degli appalti, sia pubblici che privati, nei casi in cui si tratti di imputazioni gravi. Sicché tutti hanno a che fare con il Senato e sono alla sua mercé ; e poiché vivono nel timore di imprevedibili situazioni di emergenza, ci pensano due volte prima di opporsi al Senato o di cercare di ostacolare la sua politica 3.

 

La tesi fondamentale di questo passo di Polibio è corretta. Alla data in cui egli scriveva (forse un po' dopo la metà del ii secolo a. C.) era l'impresa privata che, assicurandosi gli appalti pubblici, consentiva il funzionamento del meccanismo governativo romano. Nel contempo, i lettori ammaestrati dal senno di poi noteranno subito i due punti sui quali la valutazione degli affari romani da parte dell'osservatore acheo risulta errata. Polibio ha sopravvalutato sia il grado di diffusione nell'organismo politico romano del giro d'affari legato agli appalti pubblici, sia la capacità, da parte della classe di governo, di controllare gli appaltatori e i loro soci in virtú del suo ruolo, consuetudinario o tradizionale, di rappresentante dello Stato romano, - che in tutti i casi era una delle parti contraenti.

«Le masse» sarebbero rimaste sorprese e infastidite nell'apprendere che Polibio le immaginava coinvolte in questo lucroso affare. Nell'età postannibalica un contadino romano si sarebbe potuto considerare fortunato se fosse riuscito a conservare il possesso del suo podere nell'Italia peninsulare o a compensarne la perdita procurandosi una nuova fattoria sul fianco nord-orientale degli Appennini 4. L'idea che egli avesse a disposizione denaro superfluo da investire negli appalti pubblici sarebbe stata presa da lui come uno scherzo alle sue spalle, e uno scherzo di cattivo gusto. Non avrebbe creduto che persino un osservatore straniero potesse pretendere che questo roseo quadro della situazione finanziaria del contadino fosse preso sul serio. Quanto alla sparuta minoranza del «Démos» romano 5 che era realmente in grado di reperire i mezzi finanziari necessari per arricchirsi con gli appalti pubblici, questa minoranza privilegiata avrebbe sorriso della convinzione, espressa da Polibio, che i suoi interessi economici la assoggettassero al controllo della classe di governo senatoria. Il Senato, certo, aveva tentato di mantenere le attività degli appaltatori nell'ambito piú ristretto possibile. La classe di governo era morbosamente gelosa di tutti i possibili rivali al potere all'interno dello Stato e della Federazione romana. Tuttavia gli appaltatori sapevano bene di essere in posizione di vantaggio nella perpetua «guerra fredda » che li opponeva alla classe di governo senatoria: erano loro ad avere la capacità finanziaria e amministrativa che mancava alla classe di governo, ma di cui lo Stato aveva bisogno; erano loro, non lo Stato, a disporre del denaro senza il quale sarebbe stato impossibile amministrare quell'enorme impresa d'affari che era ormai diventato il governo romano. Le sue dimensioni crescevano decennio dopo decennio, e di pari passo aumentavano i profitti dei pubblicani e il potere che ne derivava. Al tempo in cui scriveva Polibio, la nuova classe romana degli uomini d'affari aveva di fatto raggiunto una posizione, nell'organismo politico romano, paragonabile a quella della nobiltà plebea nel 367 (364 0 363) a. C. Essi erano diventati gli arbitri della lotta politica interna fra la classe di governo e le masse: essi potevano dare un crollo decisivo alla bilancia se decidevano di gettare tutto il loro peso su uno dei due piatti. Il vantaggio di cui godevano gli uomini d'affari, non avvertito da Polibio, fu ben chiaro a C. Gracco venti o trent'anni dopo.

Dando in appalto attività governative che governi piú efficienti avrebbero gestito con i propri mezzi, il governo romano lasciava che un sostanzioso margine di profitto rimanesse in mano ai privati invece di affluire al Tesoro pubblico 6. 11 sistema degli appalti privava il governo dei profitti che andavano agli appaltatori, e dal suo punto di vista ciò era tanto piú grave perché la maggior parte della ricchezza della comunità romana era comunque in mani non pubbliche ma private. Nel 215 a. C., per esempio, il Tesoro romano andò in fallimento 7; ma, alla stessa data, vi erano capitalisti romani che disponevano di fondi sufficienti per continuare a rifornire il governo a credito, anche fino al termine della guerra 8. Nel 214 a. C. altri capitalisti privati eseguirono a credito lavori di edilizia pubblica 9. Nel 21o a. C. fu sottoscritto un prestito nazionale di metalli preziosi 10. Nel 205 a. C. le regioni nord-occidentali e centrali dell'Italia peninsulare, che erano sfuggite alla devastazione diretta, furono in grado di fornire a Scipione, a titolo di contributo volontario, i mezzi di cui egli aveva bisogno per allestire un corpo di spedizione destinato a invadere l'Africa 11.

I fondi in mano ai privati erano dunque ben lontani dall'esaurimento, benché i contribuenti stessero pagando fin dal 218 a. C. un'imposta patrimoniale annuale (tributum) 12, e benché l'aliquota di tale imposta fosse stata elevata, negli anni fra il 217 e il 203 a. C., dalla normale percentuale dell'un per mille a quella del due per mille 13; nel 214 a. C., intanto, era stata riscossa una soprattassa patrimoniale, per la quale i contribuenti furono ripartiti in cinque fasce in base alle stime censuarie del 220 a. C., allo scopo di pagare il salario ai rematori della flotta 14. L'abbondanza di fondi in mano privata contrasta in modo impressionante con la contemporanea povertà dello Stato romano. Nel 214 a. C. lo Stato prese in prestito i beni delle vedove e degli orfani che erano tenuti in custodia per loro 15. Nel 209 a. C. attinse ad un fondo di riserva, accantonato per qualche grave emergenza, formato dai proventi di un'imposta del 5 per cento sulla manomissione degli schiavi che si erano accumulati a partire dal 357 (354 0 353) a. C., anno della sua introduzione 16. Nel 205 a. C. lo Stato romano si procurò denaro vendendo una parte della terra confiscata in Campania dopo la capitolazione dei tre municipi campani secessionisti nel 211 a. C. 17. E' significativo il fatto che, pur in una fase cosí avanzata della guerra annibalica, dei privati cittadini romani si trovassero ancora in una posizione finanziaria tale da consentir loro di pagare in contanti il prezzo d'acquisto di questa ottima terra.

Nonostante le continue difficoltà del Tesoro romano, il rimborso dei crediti e dei prestiti che lo Stato aveva ricevuto dai privati citttadini fin dal 215 a. C. ebbe inizio prima della fine della guerra. Due rate furono pagate in contanti nel 204 e nel 202 a. C. 18. Nel 200 a. C. il Tesoro non disponeva di liquidi con cui saldare la terza e ultima rata, e i creditori dello Stato fecero osservare come fosse improbabile che potesse reperirli in un prossimo futuro, visto che Roma stava iniziando una nuova guerra, questa volta contro la Macedonia. La terza rata fu perciò pagata in natura, sotto forma di ager publicus Populi Romani situato in un raggio di cinquanta miglia romane dall'Urbe. Con questa transazione lo Stato si privava di una parte dei suoi beni piú preziosi, ed era facile prevedere che il già alto valore di questi terreni sarebbe ulteriormente cresciuto, dal momento che erano a poca distanza dal mercato in espansione offerto dalla sempre piú numerosa popolazione della città di Roma 19.

Le condizioni alle quali lo Stato romano dovette saldare i debiti contratti in tempo di guerra erano dunque pesanti per lo Stato e molto vantaggiosi per i suoi creditori. Ma in questo caso, forse, non era assurdo, dal punto di vista dello Stato, acconsentire ad un cattivo affare. I suoi creditori avevano salvato la situazione finanziaria in un momento di gravissima emergenza pubblica ed avevano perciò una sorta di diritto morale ad esigere un alto prezzo per un cosí grande servizio. Ciò che è maggiormente degno di nota è che, saldati i suoi debiti a questo prezzo, alla prima occasione 20 lo Stato romano arrivò a restituire ai suoi contribuenti del tempo di guerra l'importo di 25 1/2 imposte dell'un per mille (21) sulle 34 che erano state riscosse dal 218 al 201 a. C 22. Il tributum era chiaramente considerato un prestito piuttosto che una tassa 23. In effetti esso era imposto non perennemente, ma soltanto in tempo di guerra, e fini per essere abolito una volta per tutte nel 167 a. C. 24, dopo che, sconfitta la Macedonia, nel raggio d'azione di Roma non vi furono piú potenze rivali del suo stesso calibro. Questo modo di considerare il tributum getta luce sull'intera concezione romana dei rapporti finanziari fra Stato e cittadini. Non solo il denaro della comunità romana era di fatto in mani private, ma lo Stato riconosceva anche che non poteva essere altrimenti.

In altri settori lo Stato romano non trattava con indulgenza i suoi cittadini. L'impegno che esigeva da loro per il servizio militare era sempre stato oneroso, e a partire dal 216 a. C. esso diventò schiacciante 25. Da allora in poi, il prelievo operato da Roma sul tempo che ogni cittadino romano dedicava al lavoro aggravava il rischio di morte aggiungendovi la probabilità della rovina economica per un contadino-soldato che fosse trattenuto per parecchi anni di seguito in lontani teatri d'operazione. Il governo non ebbe la minima esitazione quando si trattò di impedire al soldato di mantenere in efficienza il suo podere avito; ma questo stesso governo, cosí spietato verso il cittadino sulla questione piú vitale, gli avrebbe sollecitamente restituito tutti i versamenti di tributum che gli era possibile rimborsare. La vita di un Romano era a disposizione di Roma, ma il suo denaro, se ne aveva, gli apparteneva, ed era intoccabile.

La nuova classe degli uomini d'affari fu creata dalle nuove opportunità offerte all'impresa d'affari privata dalla duplice guerra romano- cartaginese, che faceva seguito all'unificazione politica dell'Italia peninsulare sotto il dominio romano. La progressiva estensione, nel volume e nella portata, delle operazioni dello Stato romano portò alla creazione di nuovi rami della pubblica amministrazione, e tutti i rami che il governo non poteva o non voleva curare attraverso i suoi magistrati divennero altrettanti campi in cui l'impresa privata poteva realizzare profitti gestendo gli affari del governo in sua vece 26.

Uno dei primi settori della pubblica amministrazione ad essere dato in appalto ad impresari privati (publicani) dovette essere la riscossione dei dazi doganali (portoria) nei porti dell'Ager Romanus. L'importo dei dazi dovette salire a una cifra notevole dopo l'annessione della Campania nord-occidentale, incluso l'Ager Cumanus sulla costa, nel 338 (335 0 334) a. C., e dopo l'annessione dell'Ager Caeritis, con la sua catena di porti, probabilmente nel 272 a. C. 27. È verosimile che l'approvvigionamento degli eserciti romani in campo sia diventato un affare troppo vasto e complesso perché se ne occupasse il governo (o almeno, perché se ne occupasse da solo senza l'aiuto dell'impresa privata) non appena gli eserciti romani si trovarono a operare per lunghi periodi, senza interruzioni, nelle regioni transmarine. Ciò accadde per la prima volta quando i Romani invasero la Sicilia, all'inizio della prima fase della duplice guerra romano- cartaginese 28. La prima fase fu largamente superata dalla seconda per il numero di uomini sotto le armi, per il numero di fronti su cui operavano e per la distanza che separava i fronti piú lontani dalle basi romane. I profitti derivanti dagli appalti per le forniture, accumulatisi nel corso delle due fasi della duplice guerra, dovettero rappresentare la fonte principale delle risorse finanziarie di cui di lí a poco sarebbero venuti a disporre i nuovi uomini d'affari romani.

Nella prima fase Roma conquistò gran parte della Sicilia, nella seconda conquistò la parte restante dell'isola, che un tempo costituiva il regno di lerone II. In tal modo non solo crebbe il numero dei porti in attività in cui si doveva riscuotere i dazi, ma all'impresa privata (in questo caso soprattutto siciliana, non romana) si schiuse il nuovo campo d'affari rappresentato dall'esazione delle decime e quinte parti dei diversi raccolti nei territori di quegli Stati siciliani che non godevano dell'eccezionale privilegio dell'esenzione fiscale 29. La devastazione dell'Italia sud-orientale nella seconda fase della guerra preparò il terreno per l'introduzione nella penisola dell'allevamento nomade su vasta scala, e cosí l'appalto della riscossione della tassa sul pascolo (scriptura) divenne un affare abbastanza lucroso perché se ne occupasse l'impresa privata. L'ampliamento dell'Ager Romanus, e insieme l'estensione del controllo di Roma su territori che giuridicamente non erano sotto la sua sovranità, fecero dello Stato romano il proprietario di molte miniere dell'Italia peninsulare, della Spagna, della Macedonia e delle regioni cisalpine. Visto che lo Stato era per lo piú poco incline ad intraprendere lo sfruttamento diretto delle miniere, esso doveva appaltarlo all'impresa privata, a meno che non preferisse chiuderle.

Queste erano le principali possibilità che si offrivano all'impresa privata nel settore pubblico dell'economia romana, e gli affari del governo furono probabilmente il settore in cui i nuovi uomini d'affari romani fecero il loro esordio. Nel contempo, com'è ovvio, niente impediva loro di entrare ben presto in rapporti d'affari fra loro e con altre parti, non escluse imprese e governi stranieri. Questo settore dell'impresa privata romana, nel quale l'altro contraente non era il governo romano, cominciò ad acquistare importanza nell'età postannibalica. Cittadini degli Stati siciliani e dell'Italia sud-orientale alleati di Roma, e cittadini di altri Stati siciliani che erano invece ad essa soggetti, cominciarono in questo periodo a estendere le loro attività commerciali, sotto l'egida di Roma, in quelle parti del bacino mediterraneo che avevano visto il predominio commerciale di Cartaginesi e Rodi. La strada aperta da questi uomini d'affari non romani sotto la protezione di Roma fu infine percorsa anche da cittadini romani. Questo settore d'affari privato era suddiviso in due altri settori: uno era quello delle attività bancarie, che nel peggiore dei casi voleva dire prestito a usura; l'altro era quello dei traffici, il cui ramo peggiore era il commercio di schiavi 30.

L'ascesa della nuova classe di uomini d'affari emerge nella piena luce della storia solo nel 123 a. C., l'anno del primo tribunato di C. Gracco. Una delle leggi fatte approvare da Gaio nel corso dei suoi due tribunati prescriveva che le giurie romane fossero composte non piú da membri dell'Ordo Senatorius ma da membri dell'Ordo Equester; questa legge deve anche aver definito i requisiti che consentivano l'accesso all'Ordo Equester. Non sappiamo quali fossero i requisiti originari ", ma è evidente che i membri del nuovo ordine erano in pratica i membri della nuova classe di uomini d'affari, per cui una conseguenza della legge di Gaio dovette essere che, dal punto di vista giuridico, la nuova classe fu distinta dalla massa dei comuni cittadini romani cosí come era avvenuto molto tempo prima per la classe senatoria. Siamo abbastanza ben informati sul ruolo svolto dall'Ordo Equester nella rivoluzione dei cent'anni che segnò la fine del regime repubblicano a Roma; piú oscura invece è la storia della nuova classe nel periodo precedente, quello della sua formazione. Le notizie relative a questa fase sono frammentarie. Ciò che si può capire è che una «guerra fredda» opponeva la nuova classe alla vecchia classe di governo e che tale conflitto risaliva almeno alla fase della guerra annibalica immediatamente successiva alla disfatta di Canne, quando alcuni degli appaltatori che allora rifornivano il governo romano a credito ne approfittarono per compiere degli illeciti. Piú difficile è capire attraverso quali passaggi, e in quali momenti, la nuova classe abbia raggiunto la ricchezza e il potere che deteneva nel 123 a. C. 32.

Alcuni indizi lasciano intendere che la nuova classe fosse già prospera e potente prima dell'inizio della seconda fase della guerra romano- cartaginese 33. Uno di questi è la promulgazione, nel 218 a. C., della Lex Claudia 34, che vietava ai membri dell'ordine senatorio di impegnarsi nel commercio e, in particolare, proibiva loro il possesso di navi idonee alla navigazione d'alto mare. Lo scopo di tale legge non sarà stato quello, puramente vendicativo, di penalizzare un'oligarchia politicamente privilegiata. L'esclusione di una classe della comunità da una redditizia attività economica deve essere stata attuata per dare ad un'altra classe il monopolio in questo settore, e questa doveva essere una classe già allora abbastanza potente da dover essere presa in considerazione come un elemento della politica interna di Roma. La Lex Claudia, difatti, deve essere stata emanata a beneficio della nuova classe di uomini d'affari; il suo promotore, C. Flaminio, deve aver calcolato, cosí come avrebbe fatto C. Gracco novantacinque anni dopo, che i campioni del ceto rurale avrebbero avuto la meglio nel conflitto politico interno che li opponeva alla classe di governo se fossero riusciti ad assicurarsi il sostegno della nuova classe di uomini d'affari. La data stessa in cui fu approvata la Lex Claudia è significativa. I nuovi uomini d'affari, certo, non condividevano la sollecitudine dei sostenitori della riforma agraria per il benessere dei contadini; ma una alliance de convenance fra le due classi era possibile, in quanto gli uomini d'affari, a differenza della classe di governo, non avevano alcun interesse a che lo Stato romano conservasse la sua struttura di città-stato e perciò non avevano nessuna ragione di contrastare il programma (che C. Flaminio aveva ereditato da M'. Curio) di ampliare l'area della colonizzazione rurale oltre i limiti nei quali doveva essere mantenuta se si voleva che Roma continuasse ad essere di fatto una città- stato.

Nel 218 a. C. Roma stava entrando nella seconda fase della guerra con Cartagine. Anche se in quel momento nessun Romano dovette prevedere l'ampiezza che avrebbe assunto questa seconda fase del conflitto, doveva esser molto chiaro che anche nella seconda fase non sarebbero mancate le opportunità per l'impresa privata di realizzare profitti con gli appalti governativi. I nuovi uomini d'affari saranno stati impazienti di assicurarsi i futuri profitti 35, e questo obiettivo sarà stato conseguito con la Lex Claudia, dal momento che le attività commerciali da cui questa legge escludeva l'ordine senatorio sembra comprendessero anche i rapporti d'affari in cui una delle parti era il governo romano 36.

Un altro elemento sembra indicare che a quella data i nuovi uomini d'affari avevano già accumulato grandi capitali. Allorché il Tesoro romano falli, nel 215 a. C., gli appaltatori furono in grado di continuare a rifornire il governo a credito fino al termine della guerra.

Quando, nel 215 a. C., gli appaltatori si impegnarono a rifornire il governo romano, per di piú a credito, per tutta la durata del conflitto, essi puntavano tutte le loro fortune su una vittoria romana. Potrebbe sembrare che il loro comportamento fosse dettato dal senso civico; ma in realtà gli appaltatori non avevano scelta: se Roma avesse dovuto perdere la guerra, essi ci avrebbero rimesso tutto il loro denaro. Inoltre, il fatto che essi avessero la possibilità e la buona volontà di continuare a rifornire a credito il governo romano mise temporaneamente quest'ultimo nelle loro mani, e allora alcuni di loro si comportarono in base al principio che « il bisogno della nazione è la buona occasione per il mercante». Questo episodio è cosí importante che il resoconto di Livio merita di essere citato per intero.

 

Alla fine dell'estate [del 215 a. C.] arrivarono [a Roma] alcuni dispacci di P. e Cn. Scipione. Essi riferivano delle grandi e vittoriose operazioni condotte in Spagna, ma informavano che non avevano piú né il denaro per pagare i soldati e i marinai, né le stoffe e il grano per vestire e nutrire le truppe. Se le casse dello Stato erano vuote, dicevano, avrebbero provveduto a estorcere denaro agli Spagnoli per pagare i soldati, ma le altre cose avrebbero dovuto essere comunque spedite loro da Roma. Senza questi rifornimenti non sarebbero stati in grado di tenere insieme né l'esercito né la provincia. Quando i dispacci furono letti (ad alta voce in Senato), nessuno cercò di contestare la realtà dei fatti riportati né la ragionevolezza delle richieste, ma i senatori erano consapevoli [dell'impossibilità di raccogliere i fondi necessari]... La conclusione fu che lo Stato doveva vivere a credito, in quanto non c'erano fondi su cui poter fare assegnamento. Fu deciso che il pretore [Q.] Fulvio [Flacco] convocasse un'assemblea, spiegasse al popolo le difficoltà in cui si dibatteva il governo e incitasse i cittadini che si erano arricchiti con gli appalti pubblici a dare tempo allo Stato, visto che era lo Stato la loro fonte di ricchezza. Bisognava chiedere a costoro di prendere in appalto la fornitura di ciò che occorreva all'esercito in Spagna, con l'intesa che il pagamento dei debiti dello Stato sarebbe stato il primo impegno del Tesoro quando il Tesoro fosse tornato a disporre di fondi. Il pretore fece debitamente questi proclami e fissò il giorno in cui avrebbe messo all'asta gli appalti per la fornitura di ciò di cui avevano bisogno l'esercito e gli equipaggi della flotta in Spagna 37.

Quando giunse il giorno prestabilito, tre società, composte di diciannove persone in tutto, si presentarono per fare le loro offerte 38. Essi posero due condizioni: in primo luogo, che essi fossero esentati dal servizio militare per tutto il tempo in cui fossero stati impegnati in questi affari; in secondo luogo, che i loro carichi fossero assicurati dallo Stato contro il rischio di tempesta o di assalto nemico. Il governo accettò queste due condizioni; di conseguenza le società si aggiudicarono gli appalti e cosí lo Stato fu finanziato da fondi privati. Tutte le classi nutrivano gli stessi sentimenti idealistici e patriottici. I contratti non solo furono assunti a condizioni magnanime, ma furono anche eseguiti con scrupolo, e le truppe approvvigionate con la stessa generosità con cui le avrebbe rifornite un Tesoro opulento 39.

 

Fu forse un presagio infausto il fatto che, nel 213 a. C., uno degli appaltatori a credito, T. Pomponio Veientano, abbandonasse l'impresa per assumere il comando di una banda di partigiani nel Bruzio. La sua avventura in campo militare si risolse presto in un fallimento 40. Si scoprì anche (senza dubbio retrospettivamente) che, nella sua precedente carriera di appaltatore del governo, egli aveva commesso ogni tipo di illeciti ed era stato rovinosamente disonesto nei rapporti vuoi con lo Stato vuoi con le società appaltatrici 41. Nel 212 a. C. lo scandalo venne alla luce.

 

I consoli [del 212 a. C.] non poterono [adempiere il loro primo dovere, che era quello di] arruolare le truppe a causa del processo di M. Postumio Pyrgense, che giunse quasi a provocare una sommossa. Postumio era un appaltatore (publicanus) che per diversi anni non aveva avuto rivali, fatta eccezione per T. Pomponio Veientano, quanto a disonestà e avidità di denaro. Questi due appaltatori approfittarono in modo criminale del fatto che i carichi che trasportavano agli eserciti [in Spagna] erano assicurati dallo Stato contro il rischio di tempeste. Essi denunciavano naufragi che in parte erano del tutto inventati, in parte erano veri solo perché non erano stati fortuiti, ma deliberatamente provocati da loro stessi. Caricavano navi vecchie e incapaci di reggere il mare con poche merci prive di valore; le affondavano in alto mare dopo aver trasferito gli equipaggi su barche predisposte allo scopo e per i carichi perduti denunciavano un valore molte volte superiore a quello reale 42.

Questa frode era stata denunciata l'anno precedente al pretore M. Emilio [Lepido] e costui ne aveva puntualmente riferito al Senato, ma il Senato si era astenuto dall'approvare una risoluzione di condanna perché non voleva offendere, in momenti cosí critici, la categoria degli appaltatori del governo. Il Popolo ebbe meno esitazioni a denunciare la frode, e alla fine due tribuni della plebe, Spurio e L. Carvilio, furono indotti ad agire nei confronti di quello che, per loro ammissione, era un odioso e infame imbroglio. Essi proposero che M. Postumio fosse multato di 200 00o assi. Quando arrivò il giorno in cui si doveva discutere questa proposta, la folla convenuta al concilium plebis era cosí numerosa che a stento poteva essere contenuta nell'area del Campidoglio. Dopo che furono pronunciate le arringhe, sembrava che l'unica speranza [per Postumio] stesse nella possibilità che un [altro] tribuno della plebe, C. Servilio Casca, socio e parente di Postumio, riuscisse a invalidare il procedimento prima che le tribii fossero chiamate a votare. Prodotte le testimonianze, i tribuni aggiornarono l'assemblea e fu portata un'urna perché si decidesse, per sorteggio, in quale tribil i Latini [presenti in quel momento in città] dovessero esprimere il loro voto. Nel frattempo i pubblicani premevano su Casca perché impedisse che il concilium definisse la questione quel giorno, e il popolo protestava. Casca era per caso seduto in prima fila all'ala estrema. Egli era diviso fra la paura e la vergogna e fu chiaro che i pubblicani non potevano piú contare su di lui. Di conseguenza essi decisero di disperdere l'assemblea. Rimossero un cuneo di seggi e irruppero nello spazio che avevano cosí sgombrato coprendo d'insulti il popolo e i tribuni. Stava ormai per scoppiare un tumulto, quando il console [Q.] Fulvio [Flacco] urlò ai tribuni: « Non vedete che siete stati deposti [in ordinem coactos esse, cioè siete stati degradati] e che, se non sciogliete subito il concilium plebis, ci sarà una sedizione? » 43.

Il concilium fu sciolto, fu convocato il Senato e i consoli riferirono che il concilium plebis era stato disciolto dall'audace ricorso alla violenza da parte dei pubblicani.... [Essi informarono il Senato che] Postumio Pyrgense aveva strappato dalle mani del Popolo romano il suo diritto di voto, aveva posto fine a un concilium plebis, deposto i tribuni, dichiarato guerra al Popolo romano e occupato una posizione con l'intento di isolare i tribuni della plebe e di impedire che le tribù fossero convocate per esprimere il loro voto. Essi fecero osservare che si doveva solo alla pazienza dei magistrati se era stata evitata una sommossa, con relativo spargimento di sangue. I magistrati avevano per il momento lasciato che alcuni individui sfogassero la loro furia e la loro temerarietà; essi avevano tollerato che fossero sconfitti loro stessi e il Popolo romano e avevano volontariamente messo fine ai comitia - che un criminale aveva chiaramente mostrato di voler ostacolare con la forza delle armi - per non lasciare alcuna giustificazione alle fazioni che puntavano allo scontro.

Tutti i migliori elementi del Senato riconobbero l'atrocità dei fatti che erano stati riferiti. Il Senato approvò una risoluzione nella quale si dichiarava che questa violenza era stata diretta contro lo Stato e che essa avrebbe costituito un precedente pernicioso. Tosto i tribuni della plebe, i due Carvilii, lasciarono cadere la loro proposta di multare Postumio e lo accusarono di delitto capitale. Essi disposero che, se non avesse presentato garanzie, fosse arrestato e imprigionato. Postumio forni le garanzie ma non comparve. I tribuni allora ottennero dalla plebe un plebiscito nel senso che, se M. Postumio non si fosse presentato entro il i° maggio, e se, convocato in quel giorno, non avesse risposto alla convocazione e non avesse giustificato l'assenza, egli doveva esser considerato in esilio - nel qual caso, i suoi beni sarebbero stati venduti e gli sarebbe stato negato l'uso dell'acqua e del fuoco. Poi i tribuni mossero l'accusa di delitto capitale, e chiesero garanzie, a ciascuno degli [altri pubblicani] che erano stati gli istigatori della sommossa. In un primo tempo mandarono in prigione solo coloro che non avevano fornito garanzie, ma in seguito anche coloro che furono in grado di fornirle. Molti di loro (plerique) andarono in esilio per non esporsi al rischio di subire un simile trattamento 44.

 

Il termine plerique è rivelatore: esso ci dice che, nel gregge dei pubblicani «idealisti e patrioti», Pyrgense e Veientano non erano le sole pecore nere.

La narrazione di Livio mette in luce parecchi elementi significativi.

In primo luogo il governo era cosí dolorosamente consapevole della sua disperata situazione finanziaria che dovette reprimere la sua collera e chiudere un occhio di fronte alle vergognose frodi che M. Postumio Pyrgense e i suoi soci stavano commettendo, a danno della patria, in un momento di gravissima crisi. In secondo luogo il governo si senti infine obbligato, ciò nonostante, a chiedere conto a Pyrgense, e il fatto nuovo che indusse  il governo a mutare atteggiamento fu l'inquietante rivelazione che Pyrgense godeva di una certa autorità presso una parte almeno della popolazione romana del tempo di guerra e che egli non aveva esitato ad approfittarne per mettere in difficoltà il governo, mobilitando i suoi sostenitori al fine di turbare l'ordine pubblico_ R presumibile che l'autorità di Pyrgense presso una parte della popolazione derivasse dalla sua posizione di grande imprenditore nel settore industriale. I rifugiati del tempo di guerra in cerca di occupazione erano in suo potere, cosí come era in suo potere il governo, che aveva bisogno di essere rifornito, a credito, dei prodotti del lavoro dei rifugiati.

L'affare era cosí vergognoso che è verosimile abbia influenzato in modo duraturo l'atteggiamento della classe di governo nei confronti della nuova classe di uomini d'affari. Nel contempo l'importanza di questo episodio, per quanto grande possa essere stata, non va sopravvalutata.

In primo luogo la condotta di Pyrgense e dei suoi accoliti rappresenta certamente un'eccezione. Se essa fosse stata un esempio indicativo del livello medio dell'onestà, o meglio della disonestà commerciale della nuova classe, il sistema di governo romano, che prevedeva l'appalto alle imprese private degli affari di pubblico interesse, difficilmente avrebbe potuto conservarsi, come in effetti avvenne, per quasi un quarto di millennio prima di cedere il passo al sistema dell' amministrazione diretta istituito da Augusto e dai suoi successori. In secondo luogo, a giudicare dal suo cognomen è possibile che Pyrgense non fosse un tipico rappresentante della nuova classe, anzi un tipico cittadino romano. Certo il cognomen potrebbe indicare che M. Postumio, o suo padre, era uno dei trecento coloni romani che si erano installati a Pyrgi - probabilmente nel corso della prima fase (durata dal 264 al 241 a. C.) della duplice guerra romano- cartaginese45. Ma potrebbe anche indicare che la sua famiglia era di origine locale 46. Se l'Ager Caeritis, di cui Pyrgi faceva parte, era stato annesso all'Ager Romanus nel 272 a. C. 47, e se in quella stessa data gli indigeni etruschi che popolavano l'Ager Caeritis erano diventati cittadini romani sine suffragio ed avevano ottenuto il diritto di voto solo nel 225 a. C. 48, Pyrgense potrebbe essere stato nell'intimo un nazionalista cerita il cui rancore nei confronti di Roma per l'ingiusto trattamento riservato a Cere non era stato placato dall'acquisizione dello status di cittadino romano optimo iure. Egli potrebbe aver pensato che la posizione di vantaggio in cui si trovava dal punto di vista finanziario, durante e dopo il 215 a. C., gli offriva l'opportunità non solo di realizzare un profitto personale, ma anche di vendicarsi in nome della patria. A parte ciò, può darsi che egli non provasse né devozione né attaccamento nei confronti di Roma e che perciò niente lo trattenesse dal frodare il governo romano.

Se questo era lo stato d'animo di Pyrgense, esso non doveva essere indicativo dello stato d'animo dei pubblicani romani in generale. Tutti i pubblicani avranno certamente ritenuto che fosse nel loro diritto realizzare attraverso i contratti con il governo i maggiori profitti che se ne potevano ricavare ricorrendo a pratiche lecite. Ma, a differenza di Pyrgense, essi non si saranno spinti fino al punto di truffare la patria nel momento del bisogno. Inoltre non possiamo avere la certezza che la classe di governo non sarebbe stata ostile nei confronti della nuova classe di uomini d'affari anche se la condotta di tutti i pubblicani fosse stata sempre irreprensibile. È lecito supporre che agli occhi della classe di governo la colpa piú grave dei pubblicani non fosse la loro occasionale disonestà ma il perenne e sempre crescente potere che proveniva loro dal fatto di essere indispensabili. Era diventato impossibile per la classe di governo romano amministrare lo Stato e la Federazione romana senza la cooperazione della nuova classe, e se da un lato non poteva fare a meno dei nuovi soci, dall'altro continuava ad essere gelosa dei nuovi venuti che inevitabilmente usurpavano il monopolio del potere che la classe di governo aspirava a detenere nella comunità romana.

Nei suoi rapporti con i pubblicani la classe di governo sembra aver adottato, in età postannibalica, comportamenti diversi in relazione ai diversi settori degli affari d'interesse pubblico che essa dava in appalto. A quanto sembra, era prassi normale, non solo in Italia ma anche nelle province 49 che la riscossione della tassa sul pascolo (scriptura) 50 e dei dazi (portoria) fosse appaltata a pubblicani romani. È esplicitamente attestato che i censori del 199 a. C. diedero in appalto la riscossione dei dazi doganali a Capua, Pozzuoli e Castrum (vale a dire Castrum Hannibalis, sulla costa ionica del Bruzio) 51. Nuove stazioni per la riscossione dei dazi furono istituite nel 179 a. C. 52; questa iniziativa, insieme alla contemporanea istituzione di nuove tasse d'altro genere, dovette presumibilmente portare ad un aumento del volume d'affari dei pubblicani 53. Anche il monopolio del sale in Italia era dato in appalto, benché ciò avvenisse a condizioni tali da garantire il basso prezzo di vendita del sale 54 Tenney Frank, d'altro canto, potrebbe aver ragione nel ritenere che i canoni d'affitto delle terre campane confiscate dopo il 211 a. C. non fossero incassati attraverso l'opera dei pubblicani perché le operazioni di riscossione erano poco efficienti 55, e potrebbe essere nel giusto anche quando afferma che il governo romano, nella seconda e terza guerra romano-macedone e nella guerra romano-seleucidica, si occupò direttamente dell'approvvigionamento e dei trasporti 56 cosí come aveva fatto, sempre secondo Frank, nella prima fase della guerra romano-cartaginese. Potrebbe essere corretta anche la sua ipotesi 57 che il mutamento di politica in questo settore, o il ritorno ad una politica precedente, fosse dovuto all'infelice esperienza dell'affare Pyrgense.

 

SPEZZIAMO QUI IL LUNGHISSIMO INSERIMENTO (NON CITAZIONE) DELL’INTERO CAPITOLO DEL TOYNBEE, per considerazioni importanti relative a questo punto. Non parrebbe che la classe politica romana abbia variato in questo periodo atteggiamenti e appalti verso la classe dei cavalieri solo per utilitarismi momentanei o per diversi settori di interesse pubblico prevalenti al momento. Parrebbe piuttosto che una precisa “politica” di comportamento anche economico sia stata assunta, di volta in volta anche più rigida, severa, conflittuale e persecutoria, secondo le esigenze dell’oligarchia di condizionare una nuova classe sociale.

E ciò si evince dai passi del Toynbee. RIPRENDIAMO QUI LA LUNGA CITAZIONE DEL TOYNBEE.

 

 

La riscossione delle decime di grano nelle province di Sicilia e Sardegna e delle vicesime di grano nelle due province spagnole non era appaltata dal governo ai pubblicani romani 58. Le operazioni commerciali di interesse governativo alla cui aggiudicazione i pubblicani erano autorizzati a concorrere (come, per esempio, la riscossione dei dazi e delle tasse sul pascolo, la gestione del monopolio del sale e l'esecuzione di alcuni soltanto fra i lavori pubblici) erano messe all'asta nella città di Roma. L'asta per la riscossione delle decime provinciali era tenuta invece nelle stesse province. I privati cittadini romani, o le società di cittadini romani, erano forse liberi di avanzare offerte anche per questa operazione, ma se volevano partecipare dovevano presenziare all'asta che si svolgeva nel capoluogo della provincia; perciò, se non ne erano esclusi, non erano nemmeno incoraggiati a prendervi parte. Le autorità romane preferivano che fossero gli stessi provinciali a fare le offerte 59. Le autorità comunali potevano gareggiare, come talora avvenne, per la riscossione dell'intera decima relativa al territorio di una comunità provinciale. Forse questa politica del governo romano non era dettata dalla sua ostilità nei confronti dei pubblicani; piú verosimilmente esso si preoccupava saggiamente di tutelare i produttori della provincia in considerazione dell'importanza che i loro cereali rivestivano per l'approvvigionamento dell'Urbe e degli eserciti romani in campo. Comunque sia, quando, nel 123 0 122 a. C., C. Gracco fece approvare una legge in base alla quale la riscossione delle decime della provincia d'Asia 60 doveva essere in futuro messa all'asta a Roma - e quindi affidata in pratica ai pubblicani romani - ciò rappresentò un'innovazione rivoluzionaria.

I due settori in cui si accesero dei contrasti fra la classe di governo senatoria e la nuova classe di uomini d'affari erano l'esecuzione dei lavori pubblici e lo sfruttamento delle miniere di proprietà dello Stato. Il governo romano riservò a se stesso l'esecuzione di certi lavori pubblici, e quando l'esecuzione di altri lavori fu appaltata dai censori a privati` non di rado vi fu attrito fra le due parti. Lo sfruttamento delle miniere era il settore in cui, a quanto sembra, la classe di governo si mostrò particolarmente diffidente nei confronti dei pubblicani e maggiormente incline a tenerli a distanza.

Lavori di edilizia pubblica furono eseguiti direttamente dagli edili nel 193 a. C. 62, e nel 160 a. C. il prosciugamento delle Paludi Pontine fu intrapreso direttamente da uno dei consoli di quell'anno 63. Nel 109 a. C. fu un censore a compiere i lavori di bonifica nel bacino padano 64. Ma nella maggior parte dei casi, in età postannibalica, l'esecuzione dei lavori pubblici sembra sia stata appaltata a imprenditori privati.

La quantità dei lavori da eseguire era ormai diventata considerevole. Le attività erano state quasi completamente sospese fin dalla censura del 220 a. C., sicché era rimasto lavoro arretrato da portare a termine 65; ma le autorità pubbliche non potevano limitarsi a questo, se la Roma postannibalica doveva essere provvista di quelle attrattive che ornavano le metropoli coeve e di cui mancava la Roma d'età preannibalica 66. Nel periodo postbellico, i censori del 199, 194 e 189 a. C. disponevano di fondi appena sufficienti per pochi appalti 67. Ma il bottino che Cn. Manlio Vulsone portò dall'Asia nel 187 a. C. liberò il Tesoro romano dalle difficoltà in cui si dibatteva fin dal 215 a. C. e consenti al governo, fra le altre iniziative che richiedevano l'impiego di denaro pubblico, di porre mano ai grandi lavori pubblici ancora incompiuti. Il numero e il valore dei contratti che dovettero essere allora negoziati dal governo romano erano dunque insolitamente elevati, e non sorprende che le due parti fossero in disaccordo allorché c'erano in gioco cosí grandi interessi.

La contesa fra censori e pubblicani ebbe inizio nel 184 a. C., il primo anno di censimento dopo il miglioramento della situazione finanziaria dello Stato nel 187 a. C. La disputa accesasi nel 184 a. C. divenne famosa perché fu la prima di una serie 68 e perché uno dei due censori di quell'anno era M. Porcio Catone, il quale si senti in dovere di movimentare la sua carriera politica ricorrendo a metodi inutilmente provocatori nel tentativo di imporre la sua volontà. Ma il conflitto sarebbe scoppiato comunque in questa censura, anche se fra i censori eletti per quel lustro non ci fosse stato Catone. Esso era implicito nella situazione del periodo, come dimostra il fatto che si ripeté nelle censure del 179, 174 e 169 a. C. 69. In ciascuna di queste tre censure, come in quella del 184 a. C., la massa dei lavori dati in appalto era notevole. I censori del 184 a. C. curarono in particolare i lavori da eseguire sulla rete viaria e fognaria dell'Urbe 70. Quelli del 179 a. C. si fecero mettere a disposizione dal Senato il vectigal di un intero anno e poterono cosí appaltare molte opere edilizie 71. Anche i censori del 174 a. C. riuscirono a eseguire grossi lavori edilizi; per di piú introdussero un'innovazione estendendo la loro attività a località dell'Ager Romanus fuori della stessa Roma 72. Ai censori del 169 a. C. fu dato da spendere il vectigal di solo mezzo anno, ma con questa somma riuscirono a edificare la Basilica Sempronia 73. La prima censura successiva al 187 a. C. che trascorse senza problemi fu quella del 164 a. C. 74, e la causa, ancora una volta, non stava in una differenza di personalità quanto nel fatto che la situazione era cambiata. Certo, uno dei censori di quell'anno era L. Emilio Paolo, che, diversamente da Catone, non era aggressivo né per temperamento né per scelta deliberata; ma è anche vero che a quella data il grosso dei lavori pubblici arretrati era stato già completato, e questo dovette essere il motivo principale per cui i rapporti fra censori e appaltatori divennero meno tesi.

Nel corso di questa interminabile contesa vi furono momenti in cui si giunse agli estremi. Nel 184 a. C. Catone pose condizioni cosí dure agli appaltatori che questi si appellarono al Senato, e sebbene il Senato non fosse certo ben disposto nei riguardi degli appaltatori, esso giudicò fondate le loro proteste e ordinò ai censori di annullare i contratti e di procedere a una nuova stipulazione. Catone e il suo collega, L. Valerio Flacco, dovettero obbedire, ma per rappresaglia esclusero dalle nuove gare d'appalto gli aggiudicatari dei contratti annullati e negoziarono i nuovi contratti a condizioni poco piú favorevoli delle precedenti per i pubblicani 75. Gli appalti aggiudicati dai censori del 174 a. C. furono eseguiti cosí male che i censori del 169 a. C. esclusero dalla gara allora imminente tutti i pubblicani che si erano assicurati gli appalti nel 174 a. C. Questa iniziativa dei censori indusse i pubblicani rimasti esclusi ad appellarsi al Senato e quindi, dopo che il loro appello fu respinto, a chiedere l'intervento di uno dei tribuni della plebe, P. Rutilio; costui era risentito con i censori perché avevano costretto un suo liberto a buttar giú un muro che egli aveva innalzato su suolo pubblico. Il tribuno cercò di invalidare i contratti stipulati dai censori con i nuovi appaltatori e giunse al punto di intentare causa ai censori con l'accusa di alto tradimento (perduellio), sostenendo che essi gli avevano impedito l'esercizio delle sue funzioni. Quando il caso fu dibattuto nei comitia, parve in un primo momento che il voto fosse contrario ai censori nelle centurie equestri e in quelle della prima classe, nelle quali doveva esserci una forte rappresentanza dei pubblicani e degli altri uomini d'affari legati a costoro da interessi comuni. Ma all'ultimo momento un appello personale dei senatori piú in vista fece pendere la bilancia a favore dei censori 76, i quali poi si vendicarono cancellando il nome del tribuno P. Rutilio dall'albo degli equites Romani, allontanandolo dalla tribú e dichiarandolo aerarius 77.

La politica del governo romano riguardo allo sfruttamento delle miniere di proprietà dello Stato sembra esser stata diversa nei vari periodi e nelle varie regioni. È probabile che in un primo momento il governo romano abbia tenuto sotto il suo diretto controllo le miniere spagnole, altamente redditizie, che erano state sfruttate dai Cartaginesi e poi strappate a questi ultimi dai Romani nella seconda fase della duplice guerra romano-cartaginese. La riscossione dei copiosi vectigalia provenienti dalle miniere di ferro e d'argento della Spagna Citeriore fu organizzata nel 195 a. C. da Catone 78, al quale era toccata questa provincia come comando consolare di quell'anno. Il termine « vectigalia » indica forse che, nell'ordinamento catoniano, lo sfruttamento di queste miniere era affittato all'impresa privata dietro pagamento di un canone 79, ma la parola potrebbe anche avere il senso piú generale di «entrate pubbliche» e riferirsi quindi ad entrate percepite da un'impresa commerciale che lo Stato gestiva attraverso propri agenti. Tenney Frank è dell'avviso che lo sfruttamento delle miniere sia stato dato in appalto a pubblicani romani per la prima volta nel 179 a. C. 80. Se ciò è vero 81, è sorprendente che il governo abbia affidato a pubblicani la gestione di un settore cosí redditizio nel momento in cui più aspra era la contesa fra le due parti. È comunque certo che al tempo di Polibio le miniere d'argento situate a 20 stadi da Carthago Nova erano sfruttate da affittuari; queste miniere, in cui lavoravano 40 000 uomini, assicuravano al Tesoro romano un'entrata giornaliera di 25.000 dracme (cioè denari) 82. Il margine di profitto degli affittuari dev'essere stato proporzionalmente alto.

Nel 167 a. C., d'altro canto, quando il periodo di attrito fra il governo e i pubblicani volgeva al termine, il governo preferí chiudere le miniere d'oro e d'argento macedoni, cadute in mano a Roma in seguito all'annientamento del regno di Macedonia, piuttosto - cosí si dice - che lasciare che le sfruttassero i pubblicani 83. Se è questo il vero motivo della decisione del governo, e non il motivo che Livio o la sua fonte attribuisce retrospettivamente al governo romano, la politica da esso adottata in questa occasione sembra essere in contraddizione con la prassi seguita appena undici anni prima nel caso delle miniere spagnole (supponendo che Tenney Frank abbia ragione su questo punto). È possibile che la ragione sia un'altra, e cioè che il governo si preoccupasse di mantenere la Macedonia in una condizione di impotenza politica. Le miniere d'oro e d'argento erano state la principale fonte della sua ricchezza fin dal regno di Filippo II, e chiudendole Roma si sarebbe assicurata contro il rischio di una futura resurrezione della Macedonia 84. Ma quale che ne fosse il motivo, tale politica si rivelò impraticabile. Lo sfruttamento delle miniere fu ripreso nel 158 a. C. 85. Non sappiamo se il governo romano sia riuscito a sfruttarle direttamente o se sia stato costretto ad affidarle ai pubblicani romani o se le abbia affidate ai governi dei quattro cantoni autonomi in cui era stato suddiviso l'antico Regno di Macedonia o ancora se le abbia restituite agli affittuari macedoni che le avevano sfruttate sotto il precedente regime. L'ultima di queste possibilità alternative sembra essere la piú probabile, considerando che nel frattempo le miniere erano state sempre lasciate nelle mani di questi affittuari.

La politica del governo romano riguardo alle miniere dell'Italia peninsulare e della regione cisalpina è oscura. A partire almeno dal 195 a. C., i profitti derivanti da queste miniere devono aver risentito negativamente della concorrenza delle miniere spagnole, in quanto queste ultime erano piú redditizie. Alla data della fonte di Strabone le miniere d'oro nei pressi di Victumulae, nel territorio di Vercelli, erano state eclissate da quelle spagnole e da quelle della Gallia transalpina 86. Il Senato romano, dice Plinio, chiuse le miniere dell'Italia peninsulare 87 e un censore, o dei censori, fissarono a 5000 il numero massimo di operai che potevano essere impiegati nelle miniere d'oro di Victumulae 88. Plinio non fornisce le date di queste presunte chiusure e restrizioni e non ne spiega le ragioni; inoltre, per quanto riguarda le miniere dell'Elba e della Zona Metallifera, nell'Etruria nord-occidentale, le sue affermazioni sono contraddette dalla testimonianza offerta dai cumuli di scorie a Populonia, che dimostrano come queste miniere siano state sempre in attività durante i periodi repubblicano e imperiale della storia romana 89. In realtà, almeno prima del 90 a. C., la chiusura di miniere situate nel territorio di Populonia, che fino a quella data non era municipio romano ma alleato sovrano di Roma, sarebbe stato un atto arbitrario da parte del governo romano. È possibile che il governo non abbia esitato tanto a chiudere le miniere del territorio volsco sud-orientale (le Mainarde), che facevano parte dell'Ager Romanus fin da prima della fine del iv secolo a. C. Tuttavia, quando Catone scriveva il suo De Agri Cultura, intorno al 170 a. C., le città di provincia situate in questi paraggi rifornivano di ferramenta le piantagioni locali 90; considerando quanto fosse costoso in questo periodo il trasporto via terra di metalli pesanti, possiamo supporre che l'industria metallurgica del luogo si procurasse la materia prima dalle locali miniere. L'affermazione di Plinio resta dunque inspiegabile.

Come si vede, le superstiti notizie relative all'ascesa della nuova classe sociale degli uomini d'affari sono cosí scarse per il periodo anteriore al 123 a. C. che è impossibile per noi calcolare il volume degli affari pubblici trattato dai pubblicani nelle successive date di questo periodo, ed è impossibile, a fortiori, appurare come i loro profitti fossero distribuiti fra i vari settori cui il governo consentì loro di accedere. Tenney Frank ha certamente ragione a ribadire 91 che la fortuna dell'Ordo Equester fu creata da C. Gracco quando, nel 123 0 122 a. C., mise nelle loro mani un affare particolarmente remunerativo, cioè la riscossione delle decime e della scriptura nella provincia d'Asia. D'altro canto la valutazione alquanto bassa che dà Frank del volume degli affari governativi trattati dalla nuova classe prima di quella data fa a pugni con la testimonianza di Plauto. Plauto attacca i finanzieri in parecchi passi delle sue commedie 92, e presumibilmente egli non lo avrebbe fatto se non fosse sembrato, a lui e al suo uditorio, che i finanzieri erano diventati inopportunamente potenti e importanti. La diversa valutazione di Tenney Frank è frutto di un'ipotesi che potrebbe essere esatta, ma che si fonda su una sua idea preconcetta e non su un'esplicita documentazione. Egli sostiene 93, per esempio, che l'esecuzione dei contratti per la riscossione della scriptura sui pascoli pubblici d'Italia e della decima sull'ager publicus romano d'Italia coltivato da occupanti abusivi « richiedeva un certo capitale e un certo numero di agenti, ma non dobbiamo pensare a imprese di grandi dimensioni». Egli avanza l'ipotesi 94 che la percentuale della ricchezza nazionale del Popolo romano impegnata nei contratti pubblici prima del 122 a. C. non superasse il 2 per cento. Egli osserva 95 che « durante tutto quel secolo [cioè il ii secolo a. C.] pochissimi uomini appartenenti all'ordine equestre riuscirono a entrare nell'aristocrazia senatoria». Anche questo è indubbiamente vero, ma non prova che in questo secolo la nuova classe di uomini d'affari non avesse acquisito il controllo di ampi settori degli affari pubblici e non avesse ammassato una corrispondente ricchezza. L'ostacolo che si frapponeva alla loro ammissione nelle file della classe di governo non era economico, ma politico. Nel 123 a. C. l'Ordo Equester si trovava nella posizione in cui le gentes plebee che furono associate al potere dai patrizi nel 367 (364 0 363 a. C.) si erano trovate prima di quella data. Ma nel II secolo a. C. la nobiltà patrizio- plebea non mostrò la sensibilità politica di cui i patrizi avevano dato prova nel IV secolo a. C. Ancora una volta il momento era piú che maturo per un ampliamento della base della classe di governo. La classe di governo non poteva piú conservare il controllo del governo dello Stato romano sulla base che era stata creata due secoli prima. Nel II secolo a. C. la nobiltà romana commise un grave errore politico non accogliendo nel suo seno l'Ordo Equester prima che C. Gracco facesse nascere nella nuova classe l'irresistibile tentazione di schierarsi con l'opposizione.

Nell'Ager Romanus e nelle sue dipendenze, in Italia e oltremare, situate a ovest del Canale d'Otranto, l'impresa commerciale privata era impegnata sia in contratti pubblici sia in affari non di interesse governativo fin dalla data (forse all'inizio della prima fase della duplice guerra romano- cartaginese) in cui i contratti pubblici divennero per la prima volta un importante settore dell'economia romana. A est del Canale d'Otranto, d'altro canto, cittadini di Stati italici alleati di Roma e di Stati siciliani ad essa soggetti erano impegnati nel commercio privato già molto tempo prima che, per merito di C. Gracco nel 123 0 122 a. C., si schiudesse all'impresa degli appalti pubblici il nuovo, grande settore della provincia d'Asia. Le informazioni in nostro possesso circa il commercio privato in Occidente nel corso di quel secolo sono ancora piú scarse di quelle relative ai contratti pubblici nello stesso ambito geografico e cronologico. Sappiamo che nel 198 a. C. Catone espulse dalla Sardegna usurai italici, romani o alleati o entrambi 96, e che nel 195 a. C. lo stesso Catone espulse dalla Spagna appaltatori romani 97. Piú copiose, grazie alla documentazione epigrafica, sono le notizie relative alla contemporanea attività degli uomini d'affari italici nel Levante.

Nel Levante, come certamente avvenne anche altrove, il commercio italico segui le insegne delle legioni romane. Nella Grecia continentale europea, per esempio, i soldati che militavano in un corpo di spedizione romano praticavano un'attività commerciale (presumibilmente su pia cola scala) mentre erano nei quartieri invernali sia durante che dopo la seconda guerra romano-macedone (combattuta dal 200 al 197 a. C.) e la guerra romano- seleucidica (combattuta dal 192 al 190 a. C.) 98. Non sappiamo se questi soldati- commercianti italici fossero di nazionalità romana o alleata; ma sappiamo che, in generale, gli alleati italici e i sudditi siciliani di Roma precedettero i suoi cittadini nel praticare commercio privato nei paesi del Levante. Nel 183- 182 a. C., per esempio, gli Achei temevano che trafficanti italici potessero vendere grano e armi a Messene 99.

Le comunità coloniali greche della Magna Grecia e della Sicilia avevano allacciato relazioni commerciali con la Grecia continentale europea e con l'Egeo sin dalla fondazione delle piú antiche colonie greche d'Occidente nell'VIII secolo a. C. Nei primi due o tre secoli di vita, ciascuno di questi Stati greci occidentali rivali fra loro era legato da vincoli politici, oltre che commerciali, ad un socio della parte orientale del mondo ellenico. Fin da quando Alessandro aveva abbattuto l'Impero persiano e fondato Alessandria-sul-Nilo, Siracusa aveva intrattenuto attive relazioni con lo Stato tolemaico succeduto in Egitto all'Impero persiano. I rapporti commerciali fra le comunità greche d'Occidente e quelle del Levante esistevano dunque già da molto tempo quando, nel corso del iii secolo a. C., Roma sottomise prima la Magna Grecia e poi la Sicilia. La novità introdotta dalla conquista romana fu la partecipazione a questi antichi traffici fra le due metà del bacino mediterraneo prima degli alleati non greci dell'Italia sud- orientale e poi degli stessi Romani.

Nel 250 a. C. Arato si imbarcò, ad Andro, su una nave romana diretta in Siria e che gli diede un passaggio fino in Caria 100. Alla vigilia della prima guerra romano- illirica, scoppiata nel 229 a. C., navi mercantili italiche navigavano da una sponda all'altra del Canale d'Otranto. La guerra fu provocata dalle aggressioni condotte dai pirati illirici contro queste navi. Tuttavia, fu solo dopo la fine della seconda fase della duplice guerra romano-cartaginese che le attività commerciali degli Italici nel Levante cominciarono ad assumere notevole portata. Zacinto ospitava un'importante comunità commerciale italica 101 Verso l'inizio del II secolo a. C. uomini d'affari italici operavano a Larissa, e forse anche a Gonno, in Tessaglia 102. Togati sono segnalati in Tessaglia nel 170 a. C. 103 e nello stesso periodo svolgono attività in Beozia 104. Un Italico figura tra i vincitori nella festa dei Basileia celebrata a Lebadea, intorno al 220 a. C. 105; un certo Cn. Pandosino fu onorato a Tisbe nel 167 a. C. e altri Italici fecero la loro comparsa ad Acrefia". La presenza di uomini d'affari italici nella Grecia continentale europea durante la prima metà del ii secolo a. C. è ancora confermata dal fatto che nelle liste di próxenoi di Delfi, risalenti a questo periodo, figurano nomi romani e italici tosi come italioti e sicelioti 107. Queste liste comprendono cittadini di Tauromenio, Agrigento, Reggio, Velia, Taranto, Brindisi, Canosa, Arpi e Ancona 108. I nomi italici sono meno numerosi nelle liste delfiche della seconda metà che in quelle della prima metà del II secolo a. C. 109. D'altro canto, la seconda metà del secolo vide un aumento del numero degli Italici residenti in Beozia 110 nonché l'ascesa di comunità commerciali italiche ad Atene 111 e nell'isola di Delo.

Contrariamente a Delfi, Delo era un centro commerciale 112; ma, al pari di Delfi, Delo doveva la sua fortuna al suo carattere sacro. «Poiché era un santuario, Delo diventò una città internazionale; poiché era una città internazionale, diventò un centro commerciale» 113. Le attrezzature portuali dell'isola erano povere. Nelle Cicladi esistevano porti migliori a Gaurion, Siro, Paro e Melo 114. I vantaggi di cui godeva Delo non erano di natura geografica, bensí religiosa e politica. In virtú della sua sacralità, essa conservò l'indipendenza politica mentre il resto delle Cicladi conobbe il dominio, successivamente, dell'Impero tolemaico, di Rodi e della Macedonia 115. Grazie a questo favorevole status politico, Delo era già diventata un mercato internazionale prima della terza guerra romano- macedone (combattuta dal 171 al 168 a. C.) 116 Nel corso di questa guerra Delo conservò una neutralità che infastidiva Roma, perché l'isola dava rifugio a navi da guerra macedoni malgrado la flotta romana avesse il dominio dell'Egeo. Alla fine della guerra, perciò, Roma si assicurò il controllo politico indiretto su Delo collocando l'isola sotto la sovranità della sua alleata Atene; nello stesso tempo inferse un duro colpo alla prosperità commerciale di Rodi stabilendo che da allora in poi Delo fosse porto franco 117. Nel 165- 164 a. C. il governo rodio fece osservare al governo romano che, in seguito a questa decisione romana, le entrate assicurate a Rodi dai diritti portuali avevano subito una grave contrazione 118. Ciò nonostante sembra che Rodi si sia rapidamente ripresa e che a creare la fortuna commerciale di Delo sia stata la distruzione di Corinto ad opera dei Romani nel 146 a. C. (vent'anni dopo che Delo era stata dichiarata porto franco) 119.

Delo non divenne un centro industriale. Abbiamo una sola attestazione di una fabbrica (di cui era proprietario un Italico) e mancano testimonianze archeologiche di un'attività industriale nell'isola 120. Delo era un emporio di mercanzie d'ogni tipo, ma diventò famosa soprattutto come mercato di schiavi. Nel periodo della sua piú intensa attività in questo settore, Delo, secondo Strabone 121, poteva smerciare 10 000 schiavi al giorno. Ma l'isola non si assicurò il monopolio dei traffici nel Levante per quanto riguarda l'esportazione di schiavi in Occidente 122. In questo commercio era presente, per esempio, anche la città di Side nella Panfilia orientale 123. Delo non era neppure l'unica isola dell'Egeo che attirasse, nel II secolo a. C., uomini d'affari siciliani e italici. Costoro frequentavano anche Tenos 124. Un banchiere siracusano, Timone figlio di Nínfodoro, era attivo a Tenos già verso il 200 a. C. 125, e in questa isola fa piú tardi la sua comparsa anche un certo Gaio Pandosino (che potrebbe essere nipote dello Cn. Pandosino che si trovava a Tisbe, in Beozia, nel 167 a. C.) 126. Il mondo ellenico a est e sud-est delle Cicladi (per esempio l'Asia Minore, la Siria e l'Egitto) rimase invece fuori del raggio d'azione degli uomini d'affari italici ancora per tutta la prima metà del II secolo a. C. 127.

A Delo il dieci per cento degli uomini d'affari venuti da occidente era composto di Sicelioti e Italioti 128. Questi fecero da battistrada ai loro vicini non greci dell'Italia sud-orientale 129 e questi ultimi a loro volta ai Romani. «Si passa senza soluzione di continuità dai Greci della Magna Grecia agli Italici indigeni, dal Greco di Taranto all'Osco di Canosa, che si insediarono [entrambi] a Delo intorno al 200 a. C.  130. Nelle iscrizioni relative a uomini d'affari occidentali attivi nel Levante, durante e dopo il ii secolo a. C., abbondano i gentilizi campani e apuli; in numero assai minore sono i nomi che indicano provenienza dall'Italia centrale; rari infine quelli che provengono dall'Etruria e dalla valle padana 131. A Delo non figurano nomi di cittadini romani prima dell'età postgraccana 132. Quando fanno la loro comparsa nomi latini, i loro portatori provengono da Lanuvio, Terracina, Gaeta e Pozzuoli nell'Ager Romanus, dallo Stato latino alleato di Roma Preneste, dalla colonia latina di Brindisi e dagli Stati alleati non latini di Arpi e Canosa 133. Fra gli uomini d'affari occidentali i cui nomi compaiono a Delo, Tenney Frank ne trova quattro di Siracusa, sei di Eraclea, quattro di Taranto, due di Azetium, sei di Velia e parecchi altri di Napoli, Locri, Petelia, Canosa e Ancona; infine sono rappresentate anche Cuma, Fregelle e Lanuvio 134.

Per gli alleati italici sud-orientali di Roma la possibilità di svolgere attività commerciale in Oriente, nel II secolo a. C., rappresentava una sia pur piccola contropartita delle sofferenze patite per mano dei Romani nel secolo precedente: prima al tempo dell'originaria conquista romana, poi in occasione del loro fallito tentativo di staccarsi dalla Federazione romana dopo la battaglia di Canne. Nel Mediterraneo orientale gli alleati romani dell'Italia sud-orientale si giovarono del loro status politico di cittadini di Stati membri della Federazione romana. Nelle iscrizioni latine redatte nel Levante a partire all'incirca dal 150 a. C. si usa il termine «Italici» per indicare uomini d'affari occidentali qualunque fosse la categoria politica cui appartenevano. Nelle iscrizioni greche contemporanee si incontra il termine « `Romaioi» usato anch'esso nello stesso significato generale e non per indicare esclusivamente cittadini romani. Gli uomini d'affari d'origine siciliana avevano nel Levante lo status di «Italici» 135. «L'unità dell'Italia trovò espressione in Sicilia e in Oriente prima che fosse realizzata nella stessa Italia» 136. Non sorprende che gli Italici sud-orientali di nazionalità non romana, che in Oriente erano de facto equiparati politicamente, anzi identificati, con i cittadini romani, tollerassero sempre meno la perpetuazione, in patria, della tradizionale differenza di status. La stessa borghesia dell'Italia sud-orientale da cui provenivano tanti uomini d'affari occidentali attivi nel Levante forni anche al movimento secessionista alcuni dei suoi capi nella guerra del 90-89 a. C. 137.

Gli uomini d'affari sicelioti e italioti impegnati nei traffici del Mediterraneo orientale non si limitarono a indicare la strada ai loro vicini non greci; essendo Greci essi stessi servirono anche da anello di congiunzione culturale e sociale fra gli uomini d'affari occidentali in genere e i Greci levantini fra i quali gli occidentali erano venuti a stabilirsi 138. I residenti di origine occidentale non tentarono di costituire comunità chiuse; al contrario, essi cercarono di associarsi con i Greci del luogo loro vicini 139. La fusione sociale fra loro e i locali avveniva nei ginnasi e nelle palestre 140. Essi diventarono membri di associazioni greche locali 141. Si videro offrire, e accettarono, la cittadinanza degli Stati in cui risiedevano 142 e vennero perfino eletti a magistrature locali 143, nonostante la legge stabilisse che almeno i cittadini romani perdevano automaticamente la loro cittadinanza se accettavano quella di altri Stati 144. Quando l'Agorà degli Italiani a Delo fu ricostruita dopo la catastrofe dell'88 a. C., alla sottoscrizione parteciparono anche non Italici, forse per ricambiare i contributi offerti dagli Italici a donazioni locali 145. Non erano infrequenti i matrimoni fra residenti occidentali e indigeni 146. «Anche qui l'Ellenismo celebrò il suo trionfo - questa volta non su un conquistatore militare, ma su una pacifica invasione di banchieri e mercanti» 147. «Nel Levante i `Pomaioi furono progressivamente assimilati da un ellenismo trionfante» 148. « Chiaramente i `Pwµct o . fallirono come agenti per la romanizzazione del mondo greco; lungi dal conseguire questo obiettivo, essi contribuirono all'ellenizzazione della loro patria » 149.

Sebbene questi rapporti culturali e sociali intrecciati in Oriente abbiano portato all'assimilazione degli immigrati occidentali ad opera dei loro vicini greci 150, «la situazione dei `Poµaioi nelle province greche [dei domini romani] era una situazione di privilegio, almeno de facto, se non forse de iure » 151: da ciò il rancore 152 che trovò infine una barbara espressione nel massacro dell'88 a. C. 153. Tuttavia i privilegi di cui godevano gli uomini d'affari occidentali nel Levante non erano ampi 154 né furono conferiti dal governo romano in base a un proposito deliberato. Non risulta che il governo romano intendesse favorire il commercio italico nel Levante quando abbatté il Regno di Macedonia, umiliò Rodi, diede Delo ad Atene, distrusse Corinto 155. Il governo romano non pensava in termini economici, ma militari e politici 156. La ragione dell'ostilità di Roma nei confronti di Rodi, per esempio, non era economica, ma politica. Ciò che irritava Roma era il desiderio, da parte di Rodi, di rimanere politicamente neutrale e di fungere da arbitro nel campo della politica internazionale 157. La distruzione di Corinto fu un atto di rappresaglia contro la Confederazione achea per aver mosso guerra a Roma 158. Roma diede Delo ad Atene per metter fine alla neutralità politica dell'isola, che aveva intralciato l'azione di Roma nel corso della terza guerra romano-macedone 159. Gli Italici che commerciavano all'estero ebbero scarsa influenza sulla politica romana 160. Fu certo nel loro interesse che Roma si impegnò nella prima guerra romano- illirica 161. Nella versione riveduta delle condizioni di pace accordate ad Ambracia nel 187 a. C. era pattuito che Romani e Latini fossero esentati dal pagamento dei dazi doganali della città 162. La stessa condizione sembra sia stata imposta ad Abdera in una data imprecisata della prima metà del ii secolo a. C. 163. Invece non risulta che il governo romano abbia inserito clausole commerciali nei trattati di pace successivamente imposti a Cartagine dopo la guerra annibalica, alla Macedonia dopo la seconda guerra romano- macedone e alla monarchia seleucidica e alla Confederazione etolica dopo la guerra romano- seleucidica 164; né, a quanto ci consta, Roma chiese a Massinissa la concessione di privilegi commerciali come ricompensa per aver creato la sua fortuna politica 165 Furono i Rodi a ottenere che nel trattato di pace romano- seleucidico del 189 a. C. fossero inserite delle clausole che ordinavano la restituzione ai loro cittadini delle case e degli altri beni di loro proprietà situati nei territori soggetti ai Seleucidi e il ripristino dell'esenzione dai dazi doganali dei Seleucidi di cui i Rodi avevano goduto prima del conflitto 166. A Delo, la decisione di Roma di dichiarare l'isola porto franco avvantaggiò non solo gli uomini d'affari di origine occidentale, ma anche i loro colleghi siriaci, egiziani e asiatici 167. I Poseidoniastae, vale a dire i mercanti della città fenicia di Berito, riuscirono a edificare il loro centro comunitario prima che gli Italici fossero in grado di costruire il loro 168. Quanto ai traffici atlantici di Cartagine, Roma consenti che le subentrasse Cadice dopo che questa città passò dalla sua parte 169. « On ne peut donc pas dire que Rome a eu une politique mercantile. Les trafiquants italiens ont pu profiter de la politique de Rome; ils ne l'ont jamais dirigée» 170.

La comunità commerciale occidentale stabilitasi nel Levante, durante e dopo il II secolo a. C., era eterogenea non solo per nazionalità, ma anche per status sociale. Oltre ad essere composta di Sicelioti, Italioti, Italici non romani e cittadini romani, essa era composta di liberi, liberti e schiavi. A Delo, sui 231 «`Romaioi» il cui status sociale ci è noto, 88 erano uomini liberi (e fra di essi vi erano 27 Italioti), 95 erano liberti e 48 schiavi (171). In un'iscrizione dedicatoria bilingue trovata a Delo (172), sei delle dodici persone menzionate sono liberti. In un'altra (173) compaiono i nomi di un liberto e di quattro schiavi. Mentre i nomina dei liberi sono campani e lucani, i cognomina dei liberti e degli schiavi sono greci 174. Il rapporto fra liberi da un lato, liberti e schiavi dall'altro, sembra fosse a Delo piú alto del rapporto che in media si riscontra nell'insieme della comunità occidentale residente nel Levante 175. La direzione degli affari era presumibilmente in mano ai liberi 176; fra questi ultimi i piú, a quanto sembra, provenivano dalla classe media delle città italiche appartenenti alle varie categorie politiche 177. Pochi di loro erano membri delle famiglie senatorie romane 178, mentre l'Ordo Equester romano preferiva al piccolo commercio privato i grandi appalti governativi 179. In Oriente si incontrano Italici dediti a mestieri umili (marchiatori, barcaioli, follatori) che tuttavia sembra fossero di condizione libera 180.

Questa gerarchia sociale, ovviamente, non era peculiare della comunità d'affari occidentali che operava nel Levante in età postannibalica. Fin dal VII e VI secolo a. C. tale gerarchia formava l'ossatura della società in tutte le comunità del mondo ellenico che erano passate da uno stadio puramente agricolo ad uno almeno in parte commerciale e industriale. In questa struttura sociale tipicamente ellenica erano i liberti a occupare la posizione chiave. In una società dedita al commercio e all'industria il servizio domestico diventa un lusso alla portata di pochi. L'attività commerciale e industriale ricevette un impulso, nel mondo ellenico, dalla pratica di togliere gli schiavi dal servizio domestico per trasferirli a quelle attività e di far balenar loro, come incentivo al lavoro, la prospettiva di poter acquistare un giorno la propria libertà 181. Il mondo ellenico doveva il suo progresso economico tanto allo schiavo che aveva abbastanza successo negli affari da divenire liberto quanto all'antico padrone del liberto che gli aveva offerto l'opportunità, se non anche i mezzi, di percorrere una fortunata carriera d'affari. Trasformando la famiglia servile in un organismo commerciale, gli Italici non greci di condizione libera che si davano agli affari seguivano una prassi diffusa da lungo tempo nel mondo greco. Proprio grazie all'efficace adozione dei moderni metodi commerciali greci da parte di privati cittadini romani il governo romano poté conservare un'antiquata organizzazione amministrativa, tipica di una città-stato ellenica ferma allo stadio precommerciale e preindustriale, per la conduzione di uno Stato e di una Federazione romana che, prima dell'inizio della duplice guerra romano- cartaginese, avevano incorporato tutta l'Italia peninsulare e che, nel II secolo a. C., si espandevano tanto su terra, nella regione cisalpina, quanto oltremare, in tutte le direzioni. Il governo romano fece fronte al rapido ampliamento del settore degli affari pubblici, che era incapace di trattare direttamente, appaltandone la gestione a società di uomini d'affari privati competenti in campo amministrativo. L'ascesa dell'Ordo Equester e della classe dei liberti nella comunità romana, durante e dopo la duplice guerra romano- cartaginese, dà la misura della persistente inadeguatezza dell'organizzazione amministrativa propria del governo romano.

Nei confronti dei liberti dei suoi cittadini, Roma fu politicamente piú generosa della maggior parte degli Stati greci, come mise in luce Filippo V di Macedonia nella sua lettera del 215 a. C. ai Larissei 182. In quasi tutti gli Stati greci gli schiavi emancipati diventavano uomini liberi ma non cittadini. Essi ricevevano il medesimo status degli stranieri residenti di origine non servile. Nell'Ager Romanus la manomissione di uno schiavo ad opera di un privato cittadino romano aveva l'effetto pubblico di trasformare l'ex schiavo in un cittadino romano tale e quale il suo antico proprietario, a patto che quest'ultimo pagasse la tassa di emancipazione. Anche nell'Ager Romanus, tuttavia, la cittadinanza che un liberto veniva cosí ad acquistare non era della qualità migliore. Certo egli non era sine suffragio, aveva bensí il diritto di votare; ma durante il periodo della storia romana in cui valeva la pena disporre del suffragio il valore del voto del liberto subí a piú riprese artificiose restrizioni.

Il ruolo del liberto nella politica romana era non solo controverso, ma anche ambivalente 183. Se si considera l'inderogabilità degli obblighi legali di un liberto nei confronti del suo antico padrone, e l'inderogabilità ancora maggiore dei suoi obblighi morali, si potrebbe supporre che il voto dato al liberto si sarebbe rivelato, in realtà, un voto in piú a disposizione del suo antico proprietario. Nel contempo, l'aumento di forza elettorale che a quest'ultimo ne derivava era un patrimonio destinato a scomparire nel tempo; infatti, benché il rapporto di clientela che legava il liberto al suo ex padrone passasse ai suoi discendenti, per costoro esso sarebbe progressivamente diventato meno vincolante nel corso delle successive generazioni. I discendenti del liberto si sarebbero infine emancipati cosí de facto come de iure se continuavano ad aver successo negli affari; ma era probabile che ciò avvenisse, poiché l'emancipazione legale del loro antenato liberto doveva esser stata la ricompensa per la sua abilità negli affari e i suoi discendenti avrebbero verosimilmente perpetuato questa abilità, considerando che il successo economico era la sola cosa che controbilanciava l'iniziale svantaggio sociale di cui soffrivano il liberto e la sua famiglia. Alla fine, dunque, l'emancipazione di uno schiavo ad opera di un cittadino appartenente, poniamo, alla classe senatoria si sarebbe probabilmente rivelata un vantaggio politico non per l'Ordo Senatorius, ma per l'Ordo Equester, perché era questa la classe nella quale sarebbe infine penetrata una famiglia di origine servile che si fosse costruita una buona posizione economica. Alla luce di queste considerazioni, un campione del ceto rurale poteva cercare di limitare il valore del voto dei liberti ritenendo che, almeno a breve termine, esso sarebbe stato in realtà un voto in piú per la classe di governo; un rappresentante della classe di governo, invece, poteva cercare di limitare il valore del voto dei liberti prevedendo, in base ad un calcolo diverso ma non meno ragionevole, che a lungo andare esso avrebbe incrementato la forza elettorale degli uomini d'affari dalla recente fortuna: una classe che minacciava il monopolio del potere politico detenuto dalla classe di governo proprio perché forniva un indispensabile complemento alle insufficienti risorse amministrative della classe di governo.

Non sappiamo in che cosa consistesse il diritto di voto dei liberti romani prima della censura di Appio Claudio Cieco nel 312 (311-310 o 310) a. C. Le fonti dicono 184 che Cieco fece accedere al Senato alcuni figli di liberti, ed è stato ipotizzato 185 che avesse inoltre concesso ai liberti stessi di farsi registrare nella tribú in cui avevano proprietà o erano domiciliati. Secondo un'ulteriore ipotesi della Taylor 186, i censori del 304 (304-303 0 303) a. C. relegarono - o tornarono a relegare - i liberti nelle quattro tribú urbane; essi sarebbero stati in seguito redistribuiti fra tutte le tribú e infine, in una data imprecisata fra il 234 e il 220 a. C., sarebbero stati di nuovo relegati nelle quattro tribú urbane 187. Un plebiscito del 189 o 188 a. C., promosso dal tribuno della plebe Q. Terenzio Culleone, diede facoltà ai figli di liberti (e non, a quanto pare, agli stessi liberti) di farsi registrare in qualsivoglia tribú 188. Una frase di Livio dalla formulazione poco chiara 189 farebbe pensare che i censori del 179 a. C. modificarono in senso piú liberale la distribuzione dei voti fra le tribú. La Taylor suppone 190 che questi censori abbiano permesso ai liberti in possesso del censo richiesto per far parte delle due classi piú alte di farsi registrare in una tribú di loro scelta. Quali che fossero i provvedimenti liberali adottati dai censori del 179 a. C., è certo che essi ebbero l'effetto di far oscillare il pendolo nella direzione opposta. A. H. McDonald formula l'ipotesi 191 che questo movimento in senso inverso fosse stato avviato già dai censori del 174 a. C., i quali sarebbero stati indotti a prendere misure restrittive dal fatto che a Roma affluivano molti schiavi provenienti dalla Sardegna in seguito al felice esito della campagna ivi condotta dai Romani nel 176 a. C. 192. Nel lacunoso resoconto a noi pervenuto 193 relativo alle iniziative dei censori del 174 a. C. non si fa parola di una simile misura; ma i censori del 169 a. C. limitarono certamente il valore del voto dei liberti. Pare, stando a Livio 194 che nel momento in cui essi entrarono in carica la situazione fosse la seguente 195: i liberti in generale erano confinati nelle quattro tribú urbane, ma quelli che avevano un figlio di piú di cinque anni e quelli che avevano una o piú proprietà rurali il cui valore superava i trentamila sesterzi (vale a dire superava il censo minimo richiesto per la I e II classe) non erano soggetti a questa restrizione. I censori del 169 a. C., a quanto sembra, lasciarono intatti i privilegi di queste due categorie di liberti, ma ridussero il valore del loro suffragio relegandoli da allora in poi in una sola delle quattro tribú urbane. Questa tribú doveva esser scelta per sorteggio, e la sorte designò la tribú Esquilina. Questa decisione sembra esser frutto di un compromesso fra due tesi contrastanti. Il censore Ti. Sempronio Gracco (il padre dei tribuni Tiberio e Gaio) sembra intendesse privare del suffragio tutta la massa dei liberti che non rientravano nella minoranza privilegiata, mentre il collega C. Claudio Pulcro sosteneva che era ultra vires per il censore privare del suffragio anche un solo cittadino senza un espresso mandato del Popolo romano. Secondo Livio, l'effetto restrittivo del compromesso tornò gradito al Senato. Se ciò è vero, ne possiamo forse dedurre che in quel momento la classe di governo riteneva che il voto di un liberto rappresentava, almeno a lunga scadenza, un voto in piú per l'Ordo Equester e non per l'Ordo Senatorius.

Le notizie in nostro possesso ci consentono solo di supporre quali siano stati i motivi dei successivi cambiamenti apportati, fra il 312 (311-310 o 310) e il 169 a. C., alle leggi che disciplinavano il voto del liberto. Alla luce di ciò che avvenne in seguito, comunque, possiamo esser certi che le norme introdotte nel 169 a. C., e dirette a ridurre il peso del voto dei liberti, non impedirono a questa classe di uomini d'affari di continuare la sua ascesa economica nel mondo. I discendenti dei liberti, se non gli stessi liberti, diventarono una base di reclutamento dei membri dell'Ordo Equester. La famiglia servile, trasferita dal servizio domestico alle attività commerciali e stimolata dalla prospettiva di ottenere l'emancipazione come ricompensa del successo negli affari, fu ampliata dai pubblicani romani fino a raggiungere le dimensioni richieste dalla scala delle operazioni commerciali che essi conducevano per conto del governo romano. Queste famiglie servili allargate, dirette da uomini liberi, ma gestite da liberti ai livelli inferiori dell'organizzazione, diventarono il modello, anzi il germe, dell'amministrazione civile imperiale che, nell'età del Principato, doveva infine assicurare il buon governo, e per un lungo periodo, ai cittadini e ai sudditi di Roma che abitavano l'intero perimetro del bacino mediterraneo. « I liberti furono il supporto del cesarismo» 196.

 

 

Il Toynbee conclude l’ultimo capitolo della sua opera, il XV, “La sfida alla classe di governo romana”, constatando che alla fine della guerra contro Annibale, nelle lotte contro l’oligarchia senatoria Scipione rappresentava il futuro, il progresso, Catone, il massimo difensore di quell’oligarchia, rappresentava il passato, e non aveva storia davanti a sé (le parti integrali nel capitolo completo in Appendice a questo lavoro). Toynbee arriva a questa conclusione con una disamina di fatti che parzialmente qui citiamo:

<<((Dopo la fine della guerra annibalica)) la classe di governo oppose alle opportune, e infine inevitabili, riforme una resistenza così intransigente e ostinata da provocare un'esplosione che fu la nemesi del suo rifiuto di seguire i precedenti storici allentando la tensione attraverso il compromesso. La rivoluzione romana dei cento anni (che infuriò tra il 133 e il 31 a. C.) fu la conseguenza della reazione psicologica poco costruttiva, da parte della classe di governo romana, alla guerra annibalica e ai suoi postumi.

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Dopo il ristabilimento della pace con Cartagine nel 201 a. C., non si verificò alcun cambiamento nello spirito o nel modo di agire della classe di governo, e quasi nessuno nella sua composizione sociale. Dei duecento consoli che furono in carica nel secolo immediatamente precedente il 133 a. C., data del tribunato di Ti. Gracco, 99 provenivano da 10 sole famiglie, 85 dei 92 consoli patrizi provenivano da 10 gentes, e 48 da 4 di queste.

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Mentre la classe di governo si aggrappava in tal modo al suo monopolio collettivo del potere, essa era altrettanto risolutamente determinata a far sì che, nei suoi stessi ranghi, tale potere non venisse monopolizzato da una singola gens, famiglia o individuo. Come gli «hómoioi» spartani, i nobili romani erano uguali fra loro. Essi erano gelosamente in guardia contro qualunque possibile tentativo, da parte di chiunque di essi, di innalzarsi ad una posizione di permanente preminenza rispetto agli altri; ed essi definirono norme e regole volte a rendere impossibile una tale eventualità.

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Catone certo esagerava disprezzando in tal modo tutti gli altri esponenti della nobiltà romana della generazione dell'Emiliano come se fossero delle nullità. In Ti. Gracco, l'Emiliano aveva un cugino che gli stava alla pari, sul piano morale come su quello intellettuale. Ma in quest'epoca la classe di governo romana era come una casa dove regna la discordia. Tiberio ebbe il coraggio di proporre, e portare avanti, quella riforma agraria da lungo tempo dovuta e ormai improrogabile che anche Scipione e i suoi amici avevano riconosciuto necessaria. E quando Tiberio pagò con la vita la colpa di aver intrapreso quell'azione che il circolo scipionico aveva esitato a intraprendere, l'Emiliano applicò a lui un altro verso di Omero: «così perisca anche chiunque altro faccia tali cose » . È vero che l'azione di Tiberio aveva fatto precipitare la rivoluzione romana dei cento anni; ma la causa reale di questa catastrofe era la violenza con cui la classe di governo romana resisteva alle riforme. Scipione e il suo circolo avrebbero potuto servire meglio il loro paese se avessero anticipato l'iniziativa di Tiberio, o se almeno lo avessero sostenuto quando Tiberio la prese dopo che essi non erano riusciti a farlo.

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Dalla fine della seconda fase della guerra romano- cartaginese e fino al 46 a. C., data del suicidio di Catone Uticense, occorse alla classe di governo più di un secolo e mezzo per deporre se stessa dalla posizione di comando che per essa era il soffio stesso della vita. La durata notevolmente lunga della sua agonia mortale fu in parte dovuta ad un fattore di ordine negativo. Nei giorni del suo splendore, la nobiltà romana si era trincerata nella sua posizione di potere così saldamente che anche la più diffusa corruzione e il più flagrante malgoverno non potevano condurla immediatamente alla rovina.

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“E appunto in lui [scil. l'Africano] l'antico e tetro ideale romano, contrario alle personalità e veneratore del potente stato impersonale, aveva ceduto il campo dinanzi ad un sentimento piú largo e individualistico: egli non era piú [solo] un civis, [solo] un caput nelle centurie e nelle tribú del grande popolo quirita, ma uno di quegli eroi che il piú libero mondo greco aveva magnificati, e per i quali la democrazia ateniese aveva escogitato l'ostracismo ".... l'Africano e... suo fratello Lucio [furono] rei in sostanza, come Vulsone, di avere una personalità troppo spiccata e un agire che si staccava dalle forme della tradizione piú tipicamente romana” (Tarditi, art. cit.. p.275).

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Il primo Scipione Africano è una figura di grande rilievo nella storia costituzionale romana non in quanto fenomeno contemporaneo, ma come presagio. Fu come tale che egli suscitò ansia e ostilità in quei cani da guardia del regime esistente, dotati di intuito politico, quali furono Q. Fabio Massimo Verrucoso e M. Porcio Catone.

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La gladiatoria crudeltà con cui Catone conduceva il suo gioco politico gli guadagnò l'ostilità personale di molti membri della classe di governo, a parte i suoi diretti avversari politici. Egli provocò numerosi contrattacchi 122. Di fatto, ci viene riferito 123 che egli venne perseguito in tutto quarantaquattro volte, pur se mai con successo. Tuttavia l'efficienza politica di Catone non lo rese una figura politica significativa sul piano storico. « È vero: vittorioso sulle persone [rivali], egli fu vinto dal corso ineluttabile delle cose» 124. Dopo essersi aperto a forza la strada entro la classe di governo e su fino al vertice, egli fu dominato dallo zelo del neofita in modo così esclusivo da non riuscire a sviluppare una qualunque idea politica originale durante quel critico terzo di secolo in cui egli fu uno dei più influenti membri del Senato 125. La sua unica idea era quella di conservare il monopolio del potere di cui godeva la classe di governo.

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Ma conservarlo era probabilmente del tutto impossibile, in ogni caso, dopo che la struttura tradizionale della società romana era stata scossa fin dalle fondamenta dal colpo inferto dalle due fasi della duplice guerra romano- cartaginese…..

Nello stesso tempo, Catone avrebbe potuto apportare un notevole contributo alla colonna positiva del bilancio della Roma postannibalica se avesse consacrato la sua combattività e le sue qualità forensi al compito di servire come un malleus maleficorum in alto loco. L'unica ragionevole possibilità che restava alla classe di governo romana per mantenere la sua posizione tradizionale in un'epoca rivoluzionaria, consisteva nella prevenzione o punizione rigorosa di tutti i misfatti compiuti da singoli nobili romani nell'esercizio delle magistrature…..

Egli sarebbe forse riuscito a imprimere alla storia romana un'altra direzione, se avesse speso su questo soggetto di importanza vitale ((la corruzione all’interno dell’oligarchia)) la stessa energia che di fatto spese in inutili tentativi di imporre superficiali regolamenti contro il lusso. In realtà Catone, così come Scipione, non riuscì a mettere a frutto l'ascendente politico che si era acquistato. Ma, contrariamente a Scipione, Catone non incarnava «il corso della storia » (Cfr. FRACCARO, Opuscula, I cit., p. 137; GRIMAL, op. Cit., pp. 116 e 139). « L'avantage eut beau, un moment, appartenir à Caton; la retraite de Scipion ne ralentit méme pas le mouvement irresistible qui entrainait Rome vers son destin impérial» (GRIMAL, ibid., p. 116). Catone morì come «il grande vecchio» della tradizione conservatrice romana ormai votata alla sconfitta. «Scipione morì screditato e in disgrazia, ma egli aveva cambiato per sempre il corso della storia romana e della storia mondiale» (HAYWOOD, Op. Cit., p. 105.)>>.

 

Non possiamo concludere queste lunghe citazioni del Toynbee e le osservazioni sulla politica di Catone senza fare riferimento al discorso più generale di raffronto tra mentalità aristocratica latifondista degli oligarchi e mentalità commerciale e modernista della maggior parte dei plebei ricchi. Questo raffronto emerge nella prefazione di Luca Canali al testo di Catone “De agri cultura” e troviamo in esso conferme alla nostra analisi. E’ infatti perspicuo sulla “ideologia” di Catone il Censore questo inizio di Prefazione di Luca Canali (Catone il Censore, De agri cultura, a/c L. Canali-E. Lelli, Milano 2000):

<<La letteratura latina (almeno fino alla dinastia Flavia, e fatti salvi i connotati antropologici, psicologici e culturali di ogni scrittore, poeta, storico o trattatista che fosse) sembra correre su di un binario dalle rotaie di lega diversa: la prima forgiata nelle fattorie suburbane di Catone, la seconda nelle virtuali industrie urbane degli Scipioni.

Plauto è commediografo "catoniano", non certo per la sua spregiudicata e spesso cinica concezione del mondo, bensì per la rude forza creativa senza argini nè margini di pietà; Terenzio fu invece l'intimista, sommesso e umbratile indagatore della psicologia umana che tanto piaceva ai raffinati "signori della guerra" del cosiddetto circolo degli Scipioni, e al loro "umanesimo illuminista”. Naturalmente sotto queste categorie la realtà dei fatti, anche culturali, era diversa: il contrasto rigido fra Catone e gli Scipioni avrebbe finito di lì a non molto per armonizzarsi in prodotti letterari nei quali le due tendenze e culture avrebbero cospirato in profondità nelle varie opere, senza mai confondersi tuttavia, o talvolta, giustapposte, coesistere, se non in contraddizione, almeno in rispettiva autonomia. Il "catonismo" fu sostanzialmente filosofia della conservazione, culto del mos maiorum e della collettività quiritaria, ostilità al protagonismo delle "grandi personalità", opposizione a qualsiasi res nova, e etica ispirata alla solidità e rozzezza contadine, teoria della conduzione agricola adatta alla media e grande proprietà terriera (ma non al latifondo), antiellenismo militante, moralismo accigliato, nazionalismo orgoglioso, ma al tempo stesso rispettoso, finché possibile, delle ragioni degli altri popoli, e, di conseguenza, diffidenza nei confronti degli espedienti guerreschi basati sull'inganno, sugli agguati, sugli accorgimenti più truci di una strategia imperialista sanguinaria e spregiudicata e, contrapposta a essa, concezione del guerriero duro e valoroso, ma al tempo stesso cavalleresco. Sul terreno culturale il "catonismo” operò come ostilità alle raffinatezze e elucubrazioni filosofiche e ai culti estranei a quelli tradizionali dell’Urbs…..>>

Altra parte della stessa prefazione (ibid., pagg.VI-VIII):

<<A questa linea d' intollerante tradizionalismo e misoneismo catoniano (ma Catone stesso s'indusse ad apprendere la lingua greca e non fu certamente quell'uomo rozzo che egli amava apparire), era radicalmente contrapposta quella che possiamo definire "linea scipionica": erano due "linee" antitetiche non solo sul terreno ideale e culturale, ma anche su quello politico: ad esempio la maggiore spinta imperialista e la tendenza a un accentramento del potere nelle mani dei generali trionfatori o degli "spiriti eletti" erano caratteristiche indiscutibili del pensiero e della prassi degli Scipioni. Di contro, v'era lo "spirito della collettività" e la visione espansionistica moderata di Catone. Ma tale contrasto restava pur sempre all'interno della stessa classe dirigente e di una società duramente schiavistica. [ ??????? NdR][1]. Tornando al contrasto ideale e culturale, è possibile dire che probabilmente neanche Catone credeva davvero nelle divinità olimpiche, ma gli Scipioni, pur senza mai ostentare disprezzo per la religione ufficiale, erano decisamente orientati verso interpretazioni cosmologiche mediate dalla filosofia greca. Del resto essi, al contrario di Catone, amavano circondarsi di scrittori (i latini Terenzio e Lucilio) e filosofi (i greci Polibio e Panezio), i quali si trasformassero in portavoci del loro "gusto" e del loro "individualismo", o in sostenitori, ancorché problematici, del valore positivo del primato e del dominio di Roma sugli altri popoli, barbari o civili che fossero. Con gli Scipioni la cultura greca, e in particolare l'ellenismo alessandrino, mettono salde radici nella società colta romana, e contro la compagine del collettivismo catoniano si va affermando l'interesse per l' individuo " soggettivo" con i suoi problemi morali. psicologici, passionali. Ma è evidente che una superfetazione di tale scoperta rischiava anche di far nascere tentazioni autoritarie: ad esempio non è del tutto improbabile supporre che la rappresentazione fortemente satirica che Lucilio (legatissimo al circolo scipionico) fa del disordine caotico del Foro, e la sua icastica frase (ripresa e persino inflazionata in tempi moderni) omnes contra omnes, "tutti contro tutti", mascherassero l'intento di prefigurare l'avvento o almeno il desiderio di un "uomo forte" che rimettesse ordine non solo nel centro giuridico della città, ma anche nello stato.

Politicamente Catone vinse la sua battaglia: Scipione l' Africano, sospettato di mire monarchiche, dovette farsi da parte. Ma nel campo cuIturale. filosofico e letterario, la linea scipionica risultò vincitrice: Varrone e Cicerone, Catullo e Lucrezio sarebbero stati impensabili al di fuori di essa. Tuttavia la sconfitta culturale di Catone non fu una disfatta: il "catonismo” sopravvisse a lungo, condizionando per qualche secolo la produzione letteraria latina: la forte esigenza morale, il culto della tradizione, il legame con la civiltà agricola, il vagheggiamento o il rispetto per il mos maiorum, la diffidenza per gli stranieri (soprattutto greci e orientali) e per i "diversi", influenzò a lungo gli scrittori latini, e in alcuni di essi poté addirittura apparire una rivincita sul cosmopolitismo e sulla spregiudicatezza dei circoli intellettuali alla moda. Ma è anche necessario notare che il "catonismo” assunse di rado una preminenza sulla linea scipionica e poté costituire non più che, come s'è già detto, una delle rotaie del binario unico della letteratura e dell'intera cultura latina. Si è accennato a Varrone, Cicerone. Catullo, Lucrezio come sostanzialmente "scipionici": ma l'influsso catoniano non è assente neanche in loro: certo il De re rustica di Varrone non possiede la rudezza pragmaticamente tecnica del De agri cultura di Catone, e tende ad avvicinarsi alla trattazione letteraria dell' argomento, ma è anche impossibile negare una qualche dipendenza dall' archetipo catoniano. Cicerone tende invece a inserire motivi catoniani soprattutto nel culto del mos maiorum e nel famoso racconto della fondazione di Roma, laddove egli esalta la genialità di Romolo nella scelta del luogo ove gittare le mura della nuova città: il merito principale di tale scelta è identificato nella vantaggiosa dislocazione "non lontano dal mare" ma non sulla riva di esso: posizione, questa seconda, che avrebbe esposto la città a improvvisi e imprevedibili attacchi e anche alla "corruzione" che di solito si diffonderebbe negli abitati urbani rivieraschi.

Non ricordo se Catone si sia occupato di simile topografia, ma in quanto tetragono terragno e proprietario terriero quale egli era, al pari della maggior parte dei Romani guardava con diffidenza, se non addirittura con ostilità, al mare (si ricordi in proposito che con grave ritardo Roma poté diventare una potenza marinara. e che, per citare una testimonianza poetica ma non meno sintomatica di tale atteggiamento, Palinuro, il timoniere di Enea, si oppone a chi l'invita a godere di una dormita ristoratrice, definendo il mare un «mostro» cui non intende certo affidare i suoi compagni di esilio). Per giunta, dal mare arrivano di frequente le novità, che Catone odiava. Quanto a Catullo, lo spregiudicatissimo Catullo, gli attacchi violenti a Cesare e a Mamurra sono condotti esclusivamente sul terreno morale e moralistico, smascherando le loro perversioni sessuali e la loro avidità nel rapinare i popoli sottomessi; quanto a Lucrezio, occorre ricordare che, quasi a simbolo della decadenza della patria (patriai tempus iniquum), è descritta la mestizia del contadino al cospetto della sua «vecchia vigna avvizzita …..>>.

Tornando a differenze non irrilevanti tra la mentalità oligarchica e gretta della parte catoniana e alcune “aperture” o modernità presenti in un precapitalismo romano, sia pure conservatore e non apertamente democratico, colpiscono queste parole di FIORENTINI ROBERTO, L'economia del mondo antico: la villa romana, Roma 2001, un manuale ad uso anche didattico:

“…Come venivano trattati gli schiavi a Settefinestre? Quali erano le loro condizioni di lavoro? Gli agronomi romani ci hanno descritto due modelli di comportamento nei confronti della schiavitù. Da un lato c'è il modello di Catone nel quale il proprietario, avendo presente il solo calcolo economico, considera gli schiavi strumenti di lavoro da sfruttare al massimo, risparmiando su cibo e vestiario, riducendo le razioni alimentari nei periodi di malattia, aggirando i divieti di lavoro nei giorni di festività religiosa, insomma senza nessuna concessione ad istanze di tipo umanitario: "Il padrone faccia vendite all'asta: venda l'olio,....ferraglie in disuso, schiavi anziani, schiavi malaticci." (De agri coltura III, 7). Dall'altro lato abbiamo il modello proposto da un altro degli scriptores rei rusticae: Marco Terenzio Varrone che nel De re rustica (17, I), pur partendo anch'egli da considerazioni economiche, dimostra una maggiore attenzione alla dimensione umana degli schiavi”. Senza alcuna finalità né allusione politica, e considerando comunque Varrone un oligarca latifondista e conservatore (mentre a noi risulta più una sua collocazione “cesariana” su alcune questioni economiche, sociali e capitalistiche), Fiorentini riporta l’intero brano di Varrone in questione, brano che a noi pare illuminante per il parallelismo e le affinità con le posizioni del suo contemporaneo Crasso quale appare in Plutarco, un Crasso senz’altro capitalista per ideologia e orientamenti. Leggiamo il brano, preceduto dall’originale latino:

[17, I]

... Nunc dicam, agri quibus rebus colantur. Quas res alii dividunt in duos partes, in homines et adminicula hominum, sine quibus rebus colere non possunt; alii in tres partes, instrumenti genus vocale et semivocale et mutum: vocale, in quo sunt servi, semivocale, in quo sunt boves, mutum, in quo sunt plaustra. Omnes agri coluntur hominibus servis aut liberis aut utrisque: liberis, aut cum ipsi colunt, ut plerique pauperculi cum sua progenie, aut mercennariis, cum conducticiis liberorum operis res maiores, ut vindemias ac faenisicia, administrant, iique quos obaeratos nostri vocitarunt et etiam nunc sunt in Asia atque Aegypto et in Illyrico conplures. De quibus universis hoc dico, gravia loca utilius esse mercennariis colere quam servis, et in salubribus quoque locis opera rustica maiora, ut sunt in condendis fructibus vindemiae aut messis. De iis, cuius modi esse oporteat, Cassius scribit haec: operarios parandos esse, qui laborem ferre possint, ne minores annorum XXII et ad agri culturam dociles. Eam coniecturam fieri posse ex aliarum rerum imperatis, et in eo eorum e noviciis requisitione, ad priorem dominum quid factitarint. Mancipia esse oportere neque formidulosa neque animosa. Qui praesint esse oportere, qui litteris (atque) aliqua sint humanitate inbuti, frugi, aetate maiore quam operarios, quos dixi. Facilius enim iis quam (qui) minore natu sunt dicto audientes. Praeterea potissimum eos praeesse oportere, qui periti sint rerum rusticarum. Non solum enim debere imperare, sed etiam facere, ut facientem imitetur et ut animadvertat eum cum causa sibi praeesse, quod scientia praestet. Neque illis concedendum ita imperare, ut verberibus coerceant potius quam verbis, si modo idem efficere possis. Neque eiusdem nationis plures parandos esse : ex eo enim potissimum solere offensiones domesticas fieri.  Praefectos alacriores faciendum praemiis (ad facienda) dandaque opera ut habeant peculium et coniunctas conservas, e quibus habeant filios. Eo enim fiunt firmiores ac coniunctiores fundo. Itaque propter has cognationes Epiroticae familiae sunt inlustriores ac cariores. Inliciendam voluntatem praefectorum honore aliquo habendo, et de operariis qui praestabunt alios, communicandum quoque cum his, quae facienda sint opera, quod, ita cum fit, minus se putant despici atque aliquo numero haberi a domino. Studiosiores ad opus fieri liberalius tractando aut cibariis aut vestitu largiore aut remissione operis concessioneve, ut peculiare aliquid in fundo pascere liceat, huiusce modi rerum aliis, ut quibus quid gravius sit imperatum aut animadversum qui, consolando eorum restituat voluntatem ac benevolentiam in dominum.

 

[117, I] ...Ora dirò dei mezzi con cui si coltivano i campi, mezzi che alcuni distinguono in due specie: uomini e attrezzi necessari alla loro lavorazione. Altri li distinguono in tre tipi: vocale, semivocale e muto. Al primo tipo appartengono i servi, al secondo i buoi, al terzo appartengono i carri. Tutti i campi vengono lavorati da schiavi o da uomini liberi o dagli uni e dagli altri: da uomini liberi, quando i padroni se li coltivano da sé, come la maggior parte dei piccoli proprietari, insieme coi loro figli, o servendosi di braccianti allorché si prendono a giornata uomini liberi per effettuare i lavori più grossi, come la vendemmia e la falciatura del fieno, o quelli che sono chiamati da noi obaerati, di cui esiste ancora un buon numero in Asia, in Egitto e nell'Illiria. Parlando in generale di tutti questi lavoratori, penso che è più utile far lavorare le zone malsane da braccianti salariati che da schiavi, e anche nei luoghi salubri far effettuare da quelli i lavori agricoli più pesanti, come la vendemmia e la mietitura. Cassio scrive come hanno da essere questi braccianti, con tali parole: bisogna procurarsi della mano d'opera capace di resistere alla fatica, non al di sotto di 22 anni e che dimostri attitudine ai lavori dei campi. Ciò è possibile arguire dalla prova che essi fanno in altri lavori loro ordinati e nel caso di prima assunzione informandosi che cosa facessero presso il padrone precedente. Gli schiavi non debbono essere né paurosi né coraggiosi. Coloro di essi che sovraintendono debbono saper leggere e scrivere e avere un'infarinatura culturale, debbono essere onesti e più anziani dei lavoratori di cui ho parlato. Più facilmente, infatti, essi obbediscono a loro che non a quelli più giovani. Inoltre è necessario che a capo siano persone pratiche di lavori agricoli. Chi è a capo, infatti, non deve solo dare ordini, ma deve lavorare anche lui, affinché i subalterni, vedendolo all'opera, ne imitino l'esempio e capiscano che a giusta ragione quello li comanda, perché ne sa di più di loro. Né bisogna permettere agli assistenti di comandare più con le botte che con la voce, quando se ne possa ottenere il medesimo effetto. Ne è opportuno avere parecchi schiavi della medesima nazionalità; ciò è una fonte precipua di contese domestiche. Bisogna rendere più zelanti con premi d'incentivazione coloro che sovrintendono ai lavori, procurare che si formino un peculio, e che si sposino con compagne di schiavitù e da queste abbiano figli, poiché in tale maniera divengono più attaccati e legati al fondo. Proprio a causa di siffatti vincoli di parentela le famiglie di schiavi dell'Epiro godono di maggiore reputazione e costano di più. Si devono sollecitare le loro buone disposizioni con qualche carica e, quanto agli operai migliori, bisogna anche consultarsi con loro sui lavori da fare, poiché così essi sono portati a credere di non essere tenuti in poco conto, ma di godere di qualche considerazione da parte del padrone. Più diligenti nei loro compiti diventano i servi, quando siano trattati con maggiore liberalità o nel vitto o nel vestiario o con esenzioni dal lavoro o col permesso di pascere nel fondo qualche loro bestia e con altri simili mezzi, affinché quando sia loro imposta una fatica più pesante o siano in qualche maniera puniti, la loro fedeltà e buona disposizione verso il padrone venga restituita dai motivi di sollievo derivanti da quelle considerazioni.

 



[1] Richiamiamo l’attenzione sulla classica impostazione moralistica, anche da parte di un massimo conoscitore mondiale della storia e cultura latina, nei confronti della “Rivoluzione romana”. Ciò spiega quel “pur sempre”: i “veri rivoluzionari” sarebbero dovuti essere, in verità, poveri e anti- borghesi e fautori del sovvertimento sociale! Esattamente l’opposto di quanto la lotta all’interno delle classi dirigenti romane rappresentò tra Repubblica e Impero.