VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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5. IL PARTITO DEMOCRATICO

Dice esattamente il Kovaliov nella sua "Storia di Roma", I, cit.[1], pag.213: "A Roma, come a Cartagine, il periodo compreso fra la due grandi guerre puniche (dal 241 al 219) si distinse per l'ascesa del movimento democratico".

Ciò valeva in particolare per i Barca (Amilcare, Adrubale e Annibale) a Cartagine ed i plebei a Roma.

A Roma nel 241 circa furono fondate due nuove tribù: Quirina e Velina, e vi furono in tutto 35 tribù. Circa in quell'anno vi fu la riforma dei comizi centuriati. Questa la formula sintetica indicata dallo stesso Kovaliov per questa riforma (di cui già abbiamo parlato nel paragrafo "LA RIFORMA" del nostro capitolo II sull' ESERCITO ROMANO, dove tentiamo di precisare il numero esatto delle centurie e il meccanismo -fino ad oggi irrisolto- di reclutamento militare) :

[ (2 centurie X 5 classi di censo) X 35 tribù territoriali] + 18 centurie cavalieri + 4 centurie artigiani e musici + 1 centuria proletari  =  373 centurie.

Il vantaggio del nuovo sistema sul vecchio consisteva nel fatto che in esso la maggioranza assoluta era data da 187 centurie e, di conseguenza, a parità di voti delle centurie di ogni categoria, avevano un peso decisivo le classi medie e non più solo i cavalieri e la 1. classe dei possidenti (che avevano solo il voto di 158 centurie). Dunque 70 centurie in ciascuna delle 5 classi. Tra il 222 e il 218 fu fatta la legge Claudia, appoggiata dal tribuno della plebe Quinto Claudio e da Caio Flaminio (capo del partito democratico romano dal 240 al 220), contro il volere del Senato. La legge esigeva "che nessun senatore o figlio di senatore potesse possedere una nave di capacità superiore a 300 anfore (anfora= 26 litri ; 300 anfore= 8000 litri, cioé una nave davvero molto piccola). Tale capacità era considerata sufficiente per il trasporto di cose per consumo personale ; era infatti considerato vergognoso per i senatori (oligarchi latifondisti, cioé proprietari terrieri che vivevano di rendita, NdR) occuparsi di commercio  (cfr. Livio, XXI, 63).  Tale legge rese difficile ai senatori occuparsi del commercio marittimo ed era diretta contro la nobiltà (è stato anche detto : con la scusa del "prestigio" senatoriale da difendere) [2]. Fu certo promossa nell' interesse dei gruppi finanziario- commerciali dei cosiddetti cavalieri (come abbiamo già detto, un ceto "capitalistico borghese", intermedio tra oligarchia senatoria e plebe) e fu probabilmente frutto di un accordo fra i cavalieri e la parte democratica plebeo- contadina [3]. Non bisogna d'altra parte pensare che la plebe rappresentasse unicamente la parte più povera e indigente della popolazione. Osserva giustamente Engels in "L'origine della famiglia, ecc..." : "populus e plebs dividevano uniformemente il possesso fondiario, ma la ricchezza mercantile e industriale era già, all'inizio della Repubblica, in mano della plebe, alcune famiglie della quale (concentrando grandi ricchezze) divennero una potente élite nello Stato" (Marx Engels Werke, Band 21, pag.124, Berlin 1973). Ma questo non rendeva la lotta di classe meno accesa (sebbene Engels stesso tenda a sminuire enormemente la conflittualità tra nobili e ricchi plebei), perché l'oligarchia senatoria - nobiltà latifondista particolarmente conservatrice - voleva mantenere per sé tutta l'autorità e i privilegi. Lo stesso Caio Flaminio già nominato fu inviso sempre alla parte senatoria e alla sua storiografia, sebbene abbia realizzato come console nel 223-222, la vittoria nella guerra gallica contro le popolazioni della Gallia Cisalpina oltre il Po. Il trionfo fu accordato a Flaminio (contro il volere del Senato) dalla plebe, quella stessa plebe a favore della quale egli, nel 232 come tribuno della plebe (e sempre con l'opposizione del Senato), riuscì a far approvare la distribuzione di piccoli appezzamenti di terra acquisiti dallo Stato [4].

 

Una legge del 342 a.C. del tribuno della plebe Lucio Genucio stabiliva che fosse lecito eleggere tutti e due i consoli dalla plebe. Ma Livio ci dice (XXIII, 31) che nel 215 a.C. viene eletto console Marcello (plebeo) a larga maggioranza; egli doveva immediatamente entrare in carica (per sostituire Postumio morto in battaglia, affiancando l'altro console Tiberio Sempronio Gracco, plebeo). Ma al momento dell'investitura il cielo tuonò; vennero chiamati gli àuguri ed essi dissero che l'elezione sembrava invalidata per vizio di forma; i patrizi allora andavano in giro dicendo che gli dei erano contrari, perché, per la prima volta, due plebei stavano al consolato. Marcello allora abdicò e al suo posto, come console sostituto, fu eletto Fabio Massimo (anziano e fidato esponente dell'oligarchia senatoria). Del resto, solo nel 172 a.C. l'elezione di due plebei al consolato non trovò alcuna opposizione. Giustamente G. Niccolini ("Il tribunato della plebe", Milano, Hoepli, 1932) osserva che "fin dai primi tempi della repubblica... neanche le leggi si opponevano a certe prassi e libertà da parte dei plebei, ma questi non erano abbastanza garantiti. Data dunque l'esistenza di questa plebe libera, si comprende quanto importante fosse la funzione del regno (dei Re), di una forza moderatrice delle varie classi sociali. Col rovesciamento della monarchia viene a mancare alla plebe una protezione, anzi un mezzo di elevazione; ed è naturale che essa si accingesse ben presto alla conquista di diritti civili e politici. Gli antichi riconoscevano che con la cacciata dei re fu rotto un equilibrio, e che se ne dovette ricercare un altro, facendo concessioni alla plebe: "O non si sarebbero dovuti cacciare i re, o si doveva dare la libertà alla plebe di fatto e non a parole" (Cicerone, Le leggi, III, 25)". Anche F. De Martino (Storia della Costituzione romana, Napoli, Iovene, 1972, I. pag.79) fa eco a questa problematica: "Si comprende perché la tradizione è dominata dalla drammatica lotta dei due ordini patrizio e plebeo per la parità politica solo a partire dalla fondazione della Repubblica e tace interamente di lotte fra le classi durante l'età monarchica. In questa il fenomeno dell'accrescimento della plebe non fu tanto considerevole come nell'età successiva [5]. D'altra parte le condizioni dell'economia erano migliori e la dominazione etrusca, per quanto possa apparire paradossale, era, si consenta il termine, più democratica di come non fosse la successiva repubblica fondata sul rigido potere del patriziato, che si chiuse gelosamente contro le rivendicazioni della plebe". Come si vede, dunque, certo "mediazione" della monarchia rispetto alle prepotenze della nobiltà latifondista verso il popolo minuto e i piccoli contadini, come nella Francia "pre- rivoluzionaria": ma anche mancanza, coi re,  di quella molla di sviluppo e di lotta, che, come vide Machiavelli, fu propulsiva alla grandezza di Roma antica.

 Fu certo la nobiltà, l'aristocrazia romana a scacciare i re (in alleanza "apparente" -cioé più che altro "propagandistica"- con il "popolo")[6], per avere mano libera più diretta verso i suoi antagonisti sociali. E da subito la plebe (nel 509 a.C. nasce la Repubblica, nel 494 a.C. vi è la prima assemblea di protesta della plebe -concilium plebis-) si organizza con i suoi difensori plebei sacri e inviolabili: i tribuni della plebe, che sanciscono plebisciti (solo in seguito leggi "statali") anche contro l'approvazione (auctoritas) del senato (del "governo" ufficiale).

Una sintesi sul sistema elettorale nell'antica Roma vi è in un opuscolo di Romolo A. Staccioli, Roma 1996.

 

Tornando alla seconda guerra punica, istituzionalmente abbiamo nel 217 una novità: per la prima volta nella storia di Roma un dittatore viene eletto dai comizi centuriati [7], ed è Quinto Fabio Massimo, di parte senatoria, e di grande esperienza. Occorreva scegliere il suo "secondo" [vice], cioé il comandante della cavalleria: ma anzichè essere scelto dal dittatore, come era prassi, anche egli, per la prima volta, viene eletto dall'assemblea popolare , ed è Minucio Rufo di parte democratica. Fabio, che insegue Annibale temporeggiando, dopo la beffa dei 2000 buoi col fuoco tra le corna grazie ai quali Annibale riesce a fuggire a un accerchiamento, viene richiamato a Roma dallo stesso Senato col pretesto di riti religiosi. Rufo, rimasto solo al comando, ottiene non piccoli successi sugli scorridori di Annibale e, per acclamazione popolare, diviene co- dittatore. Anche questa è una cosa che avviene per la prima volta nella storia di Roma. Purtroppo per Minucio, Annibale è molto più furbo di lui e, approfittando della divisione dell'esercito romano tra i due dittatori, sta per far cadere Rufo in un tranello, dal quale solo l'accorto Fabio riesce a salvarlo in extremis. Dopo questo incidente, Rufo rinuncia alla parità di grado, torna ad essere solo magister equitum e l'esercito torna ad essere riunito sotto un solo comando.

Quando Silio Italico, nei primissimi versi dei suoi Punica, nell'invocazione alla Musa, mette in evidenza non solo l'aspetto quantitativo delle centinaiai di migliaia di soldati impegnati dai Romani nella II Punica ma anche la qualità dei condottieri romani (cosa non meno importante per i risultati della guerra) (quantosque ad bella crearit e quot Roma viros), mette in evidenza l'importanza di ciò non solo per la storia militare ma anche per la storia politica. Quei condottieri e i capi politici romani (democratici o di parte oligarchico- senatoria che fossero, ma vedremo meglio, fino agli ultimissimi anni della guerra con Scipione, sempre più di parte oligarchica) furono decisivi per rinsaldare un sistema di potere e di governo  romano che, tradizionalmente e in senso aristocratico, garantiva efficienza militare, centralità di controllo statale non personalistico, e valori incrollabili nel perpetuare il primato di Roma in Italia e fuori d'Italia. Efficienza politica, dunque, nonostante tutte le crisi precedenti e successive. Il sistema politico interno all'Urbe e nella politica municipale e coloniale si dimostrava capace di superare qualsiasi confronto con i Punici e addirittura con i Greci. Quando Livio in IX, 14, 5 e in IX, 19, 17, già per il 320 a.C., contrappone alle discordie dei Greci di Taranto le virtù principali di Roma (pacis amor et civilis cura concordiae), egli non pensa alla pace come puro ideale antimilitarista, ma a un sapiente equilibrio civile e politico, che mirava sempre alla concordia tra le classi e le fazioni politiche che pure caratterizzavano anche (noi diciamo, con Machiavelli, "soprattutto") la vita di Roma. E' dunque un ideale, un primato politico, quello di Roma: la lotta politica mantiene sempre un suo terreno di equilibrio, soprattutto nei confronti dei popoli stranieri. Politica ed esercito, in Livio come in Virgilio, sono dei Romani, così come arte e scienza sono dei Greci (C.Moreschini, Livio e il mondo greco, GIF, cit., pag. 34).

 

Anticipando alcuni aspetti delle conseguenze della II guerra punica, osserveremo che, come dice il Kovaliov (anche se non vogliamo privilegiare le sue analisi), abbiamo durante la guerra gravi sconfitte dei democratici: morte del "democratico" Flaminio [8] al Trasimeno, infelice tentativo di duplice dittatura col "popolare" Rufo affiancato a Fabio Massimo, disfatta di Canne con grande responsabilità del "democratico" Varrone [9], morte in battaglia del prode e sfortunato Sempronio Gracco. La nobiltà si rafforza con l'accentramento del potere e con l'esperta direzione dei suoi generali [10]. Aumentarono i magistrati cum imperio su delega diretta del Senato. Molto spesso il senatus consultum è immediatamente operante, senza bisogno di approvazione dei comizi, per lo stato di necessità. Diminuisce l'autorità dei funzionari sine imperio. Aumenta l'autorità militare e prevale il rinnovo della carica alle stesse persone: ad esempio Fabio Massimo è console nel 215, nel 214 e nel 209, Marcello nel 215, nel 214, nel 210 e nel 208. Subentra l'abitudine di prorogare i poteri dei comandanti, come proconsoli o propretori (Scipione in Spagna, Marcello in Sicilia).

Ma noi vogliamo anche dissentire da alcune delle analisi fatte su questi problemi sociali e politici dell'età annibalica, in particolare dal Kovaliov, la cui analisi ci pare troppo schematica pur riconoscendo i conflitti di classe, e dal Toynbee, la cui analisi ci pare catastrofale nel considerare un  costante "immobilismo" politico romano oltretutto minato sempre più dall'ambizione di singole personalità e famiglie [11]. Per analisi schematica "a sinistra" intendiamo che troppo poco peso si dà a differenze sostanziali presenti all'interno della stessa plebe e dei cavalieri, alla variegatissima politica delle alleanze in quella società antica e alle spinte progressiste e rivoluzionarie del ceto commerciale- capitalistico pregraccano (cioè già prima della rivoluzione dei cento anni).

Per analisi "catastrofale" intendiamo l'ottica del Toynbee, che vede gli elementi di rovina nell'eredità di Annibale per l'economia italiana come validi per tutta la società italica e romana nel suo complesso (e non solo per il Sud Italia più devastato) e ne vede elementi di degenerazione e corruzione (la vendetta postuma di Annibale) là dove a noi essi paiono molle sì di conflitti di interessi e privilegi più radicati ma anche di sviluppo sociale e di più maturo confronto istituzionale e politico nelle vecchie e nuove classi dirigenti. Su quest'ultimo aspetto basti solo citare Bruni e Bontempelli (cit., pag.56-57) a proposito delle conseguenze della II guerra punica: "Diciamo che la tradizionale teoria circa gli effetti della seconda guerra cartaginese sulle piccole aziende agricole indipendenti va capovolta, nel senso che quella guerra determinò non la loro rovina, ma anzi una loro rinnovata vitalità, grazie al basso prezzo degli schiavi e ai proventi dei bottini di guerra: questi, infatti, permisero ai contadini di allargare le proprie terre e di introdurvi migliorie, o almeno di porre riparo agli effetti delle devastazioni compiute dall'esercito di Annibale. A ciò dobbiamo aggiungere la grande colonizzazione romana e latina della pianura padana, prevalentemente nelle aree a sud del Po, che avvenne proprio nei primi decenni del II secolo a.C., e che creò nella pianura padana una fittissima rete di medie e piccole proprietà terriere schiavistiche. Le piccole aziende agricole indipendenti, dunque, ... non solo non scomparvero dall'Italia centrale, ma si estesero anzi fino al Po".

Nell' analisi di questi aspetti "post-annibalici", in cui è da riconoscere ormai come indubbiamente valida la tesi appena sopra esposta, vi è stata nell'interpretazione storiografica molta incertezza, dalle tesi più negative del Toynbee ("L'eredità...", cit.) a quella intermedia del De Martino ("Storia economica...", cit. ,I, pagg. 59- 64), che vede comunque "esagerazione nelle fonti [12] e quindi negli storici moderni" rispetto ai danni, per la piccola e media agricoltura del Mezzogiorno, dopo la partenza di Annibale (Ibidem, pag. 59).

Comunque ha ragione il Kovaliov nel vedere, a partire dal 539=215, un rafforzamento della nobiltà romana. Tanto che il Brunt (nel suo "Classi e conflitti sociali nella Roma repubblicana", Laterza 1972, cap. IV, pag. 93) può parlare di un'epoca di relativa pace interna dal 287 al 134 a.C. Egli imputa ciò anche alle scarse notizie sulla politica interna di quel periodo (la storiografia era senatoriale e la guerra - cioé la politica estera - era un ottimo deterrente contro i tumulti interni).

Ma la grande novità, che neanche il Brunt nota, è che, mentre prima del periodo delle prime due guerre puniche la guerra esterna fu sempre il miglior deterrente usato dall'aristocrazia verso il malcontento sociale interno e per far vigere leggi speciali e militari di espropriazione dei normali diritti costituzionali (in particolare, senatusconsultum e dittatore per organizzare la "difesa" dello Stato dai nemici, decadenza del diritto di veto -intercessio- dei tribuni della plebe verso tutti i magistrati)  (lo stesso Livio non fa segreto di questo "ottimo" sistema di arginamento della plebe, e il partito senatorio appare sempre propenso alla guerra);

proprio con le guerre puniche, invece, la guerra esterna, di conquista, nonché la sua migliore conduzione, diventano la richiesta prioritaria della parte democratica, popolare e plebea, della cittadinanza : il partito democratico è cioé a Roma, da allora in poi, bellicista, guerrafondaio e colonialista, e il partito conservatore, senatorio, rappresenterà quasi costantemente il "partito della pace".

Inoltre il fatto che Sallustio osservasse che l'epoca delle lotte intestine cominciò quando scomparve la paura di Cartagine (e cioé dal 146 a.C. in senso più stretto), non significa che la lotta non avesse già prima dei momenti acutissimi (anche se non ancora di guerra civile) proprio per l'accentramento del potere nell'oligarchia senatoria e per l'arroccamento a difesa dei suoi privilegi. Al di là di ogni singolo periodo storico repubblicano - e come valori ben duri a morire - il Salvioli può infatti osservare che a Roma erano presi in considerazione solo il servizio militare (preludio alla carriera politica e di governo) e il lavoro agricolo, e l'ideale economico non fu mai quello di grande produzione. "Il popolo doveva essere organizzato per la politica e l'esercito, e cresceva il valore e la stima del cittadino secondo che serviva nell'una o nell'altro" (Salvioli, cit., p. 84). Il pubblicano, il capitalista così viene definito ad esempio in un passo di Livio (metà della II guerra punica, XXV, 3, 10): omnibus malis artibus et reipublicae et societatibus infidus (infìdo in tutte le male arti verso lo Stato e la società). In questo caso (certo non raro) questi pubblicani simulano affondamento di navi piene, ma in realtà vuote, per riscuotere l'assicurazione dallo Stato sulle mercanzie (armamenti, cibo, vestiario) che dovevano fornire su appalto agli eserciti romani dalla Spagna alla Grecia, dalla Gallia all'Africa. Ma è anche vero che il parere di Livio (di fede aristocratica e nostalgico del vecchio sistema conservatore repubblicano) fa relativamente testo su queste tematiche nella più avanzata età di Augusto.

Il fraintendimento più grave è senza dubbio quello del Cassola ("Aristocrazia e clientele", in "La repubblica romana...", cit., pag. 320) che ritiene, dal III secolo a.C. in poi, "un grave errore interpretare la vita politica romana, ancora nel III secolo, in termini di lotta tra patrizi e plebei" o, ancor più, "tra un partito conservatore  e uno democratico": ciò perché la nascita di "una nobilitas (come la chiamavano i Romani), cioé di una nobilitas patrizio- plebea (come la chiamiamo noi oggi per maggiore chiarezza)" ridusse i contrasti di interesse economico. Eppure lo stesso Cassola constata: "Ai patrizi restavano senza dubbio vari privilegi (auctoritas patrum, interrex, la riserva di un certo numero di posti nei collegi sacerdotali [13]), ma il patriziato come tale non aveva propri interessi economici o politici da difendere". Noi stiamo tentando con questo saggio di chiarire questo equivoco, proprio non solo del Cassola, sulla funzione dei "nobili" e ricchi cavalieri plebei romani, non sempre perfettamente integrati nell'aristocrazia (anzi, "oligarchia"). Lo stesso Cassola deve concedere che anche le interpretazioni storiografiche contrarie a quelle modernizzanti e "bipartitiche" sono unilaterali e eccessive nel peso dato all' "individualismo" politico dei membri e delle famiglie dell'aristocrazia romana: "alcuni nobili romani non si battevano soltanto per fini personali o familiari, bensì anche per gli interessi di determinati ceti sociali... In molti casi quindi, gli accordi più o meno duraturi fra le varie fazioni aristocratiche potrebbero essere basati sulla convergenza dei programmi, anziché sulle parentele e sulle amicizie" (Ibidem, pag. 322). Grazie della concessione!  Tanto più che proprio l'esistenza di "programmi" delle fazioni in lotta è l'ipotesi in assoluto più respinta da tutti i sostenitori della mancanza di lotte e di "partiti politici organizzati" nella Media e Tarda Repubblicana romana.

Persino il Brunt, ancora 200 anni dopo il periodo che stiamo analizzando, parlando degli assassini di Cesare, può dire (cit., pag. 208) : "Bruto e Cassio...nel 44-42 a.C., di nuovo si appellarono allo spirito repubblicano. Era in gioco la libertà, così come essi la intendevano, ma era una libertà di pochi, in tutto simile a una vera e propria oligarchia; sulle masse aveva scarsa presa e persino le classi che potremmo chiamare "rispettabili" desideravano sopra ogni altra cosa la sicurezza". E ancora, su Cesare: "Egli, dal canto suo, aveva fatto professione di sentimenti popolari", e poiché non si può misconoscere il suo alto ruolo di capo del partito democratico, il Brunt riduce un po' sbrigativamente la questione dicendo che "alcune delle sue utili riforme testimoniavano delle sue antiche simpatie per il partito popolare" (cit., pag. 209)[14]  (ma per il ritratto politico di Giulio Cesare si veda il nostro paragrafo successivo, oltre alle moderne, più realistiche ricostruzioni nel "Cesare" di Luca Canali e in "Cesare- il grande giocatore" di Antonio Spinosa; ma non meno interessanti appaiono il Cesare "borghese" del Mommsen o il Cesare "capitalista" di Bertolt Brecht nel romanzo "Gli affari del signor Giulio Cesare” e "Cesare, il dittatore democratico" di Luciano Canfora." [15]).

Un autore "imparziale"[16] come il Giannelli ("La Repubblica romana", cit., pag. 275) osserva: "Che anche dopo le riforme democratiche del IV secolo e l'ingresso pieno dei plebei nella vita politica [un console poteva essere plebeo, poi anche il pretore], la classe dirigente, riflessa nel Senato, fosse rimasta tuttavia un'oligarchia, che la repubblica romana non fosse affatto una democrazia, nel significato che ordinariamente [2500 anni fa od oggi, NdR] si dà a questa parola, s'intende agevolmente solo se ci si richiama ai caratteri della costituzione romana e alle forme in cui si svolgeva a Roma la vita politica. Essendo i magistrati senza stipendio, diveniva quasi impossibile aspirare alle cariche pubbliche per chi non possedesse beni di fortuna". Una attività lavorativa, una piena attività economica non erano alla stessa stregua (soprattutto "moralmente") dei "beni di fortuna" di una rendita nobiliare latifondistica. "L' <<ordine senatorio>> si andava così trasformando in una vera e propria casta, come il patriziato degli antichi tempi ; non, come quella, una casta rigidamente chiusa, ma di accesso tanto difficile quanto appunto era aspro per un homo novus adire la via degli honores ; non meno di quella, lontana dall'anima del popolo e sorda alle voci inquiete, ai rumori confusi che tentavano di giungere fino ad essa. A rendere più netto il distacco, una legge del 218 [lex Claudia, de quaestu senatorum] proibiva ai senatori di possedere navi di capacità superiore alle 8 tonnellate. La legge, di origine popolare, mirava in realtà ad impedire che la nobiltà, politicamente onnipotente, si valesse del proprio prestigio politico per fare una troppo facile concorrenza, nel campo commerciale, alla piccola borghesia [17]; ma se questo scopo della legge fu facilmente eluso dalla possibilità di farsi rappresentare, negli affari commerciali, da interposte persone, rimase l'effetto di appartare sempre più la nobiltà senatoria dalle altre classi della cittadinanza" (Ibidem, pag.510).

La stabilizzazione conservatrice del Kovaliov e la lunga epoca di pace interna [18] del  Brunt non corrispondono secondo noi alla piena realtà della vita sociale e politica romana e mediterranea durante e dopo la II guerra punica. Il Brunt salta a pié pari tutto questo periodo e constata solo, in prospettiva all'età dei Gracchi, che ormai "i cavalieri erano giustamente chiamati il "vivaio" del senato; si imparentavano con i senatori e anche con i nobili, sposando membri della loro classe, cenavano con loro, avevano gli stessi scopi sia nel campo intellettuale che sociale e in generale i loro interessi economici erano identici. I più importanti, il "fiore dell'ordine", erano agli occhi di Cicerone gli appaltatori pubblici o pubblicani" (cit., pag.105). Ma abbiamo già accennato come l'inserimento, l'omologazione nell'ordine aristocratico non costituisse l'unica aspirazione di tutto l'ordine dei cavalieri e costituirà anzi, nel tempo, la peggiore alternativa a una reale presa di coscienza e di potere politici.

Il Brunt stesso deve peraltro fare anch'egli una "concessione" ai tanto negati conflitti di classe nell'antica Roma : "aspirazioni politiche e interessi economici particolari dei cavalieri potevano indurli a contrastare a volte la nobiltà e a farne degli alleati dei riformatori sociali, ma sostanzialmente essi non avevano simpatia per i poveri" ("Classi...", cit., pag.110). Questa ci pare una concessione quanto mai utile a suffragare la nostra tesi. E ancora per i 100 anni degli scontri più accesi alla fine della Repubblica romana, non negando l’evidenza della lotta per la conservazione del potere da parte dell’oligarchia, osserva il Syme: “Estese erano le ramificazioni di questa oligarchia, le cui decisioni piú importanti erano inoltre prese in segreto; sicché se poterono essere conosciute o congetturate dai politici del tempo, sovente sfuggirono alla registrazione storica, lasciando sconcertati i posteri. La sua azione risulta palese in diverse occasioni: schierata apertamente in difesa di un governatore accusato di estorsioni ai danni della sua provincia oppure contro qualche pestilenziale tribuno, o all'opera per imbrigliare un generale ostile al governo.

 

Altra importante considerazione riguarda la nascita della potenza mediterranea di Roma (l'impero mediterraneo di Roma) non solo alla fine della seconda guerra punica, ma già nel pieno del conflitto annibalico [19]. Hanno osservato Bruni e Bontempelli (cit., pag. 41-42):

 "Proprio la gravità del disastro militare del Trasimeno, non incrinando minimamente la compattezza politica della confederazione romana, ne aveva messo in evidenza la granitica saldezza [20]. Dopo la battaglia del Trasimeno, infatti, tutte le città italiche e greche si erano unite attorno a Roma, e ciscuna di esse aveva versato ingenti quantitativi di argento, per permettere alle autorità romane di compiere tutte le spese necessarie per fronteggiare la difficilisima situazione militare creatasi. Roma aveva dunque a disposizione notevoli risorse finanziarie, tanto che aveva potuto coniare una nuova moneta d'argento, e cioé il sesterzio. Il sesterzio d'argento valeva quattro assi di bronzo e quattro sesterzi valevano un denario. Il denario, così, valeva 16 assi anziché 10, come era stato sino a quel momento, e ciò perché l'asse di bronzo venne allora svalutato, in relazione al grosso afflusso di metallo di cui Roma poté disporre".

L'arricchimento della classe dei plebei ricchi ("argentarii", poi "cavalieri") era certo stato già notevole nel corso e con la conclusione della I guerra punica. Ma allora esso non era paragonabile a ciò che si verificò durante e alla fine del conflitto annibalico. Sebbene il secondo conflitto fosse più breve (18 anni contro 23 del precedente), ben maggiori furono le potenze coinvolte e le forze impegnate in tutto il Mediterraneo.[21]

Già per il I conflitto romano- cartaginese scrivono Bruni e Bontempelli: "A Roma, gli effetti della vittoriosa prima guerra contro Cartagine favorivano un'evoluzione politica tendente ad accrescere il peso anche dei ceti estranei alla nobilitas che dirigeva lo Stato. La guerra, infatti, aveva creato un ceto di nuovi ricchi, i cosiddetti "argentarii", che avevano cominciato come piccoli bottegai, artigiani e mercanti di città, e avevano poi accumulato grosse somme in denari d'argento vendendo merci agli eserciti e alle flotte : si erano così trasformati in banchieri, amministratori dei patrimoni della nobilitas, imprenditori impegnati nella manutenzione dei templi e nella costruzione di case. Inoltre molti piccoli proprietari terrieri con le paghe e i bottini di guerra avevano potuto accrescere l'estensione dei propri campi e il numero dei propri animali e schiavi. C'era dunque un ampio strato della popolazione romana che aveva avuto, con la guerra, un avanzamento economico e sociale, con conseguenze anche sul piano politico. Seguì così, nel 241 a.C., una riforma del comizio centuriato, che dava proporzionalmente meno voti alla nobilitas e più voti  alle altre classi della popolazione" (cit., pag.29-30). "Le rivendicazioni delle classi estranee alla nobilitas e soprattutto la richiesta di distribuzione delle terre dell'ager picenus e dell'ager gallicus suscitarono aspri contrasti politici. Infatti, dopo la I guerra cartaginese le due più tormentate vicende della repubblica romana furono prima la guerra gallica (238-234 a.C.) [anch'essa coi grandi risvolti politici legati alla figura del plebeo Caio Flaminio, NdR] e poi il contrasto politico interno circa i provedimenti da prendere a favore delle classi meno abbienti della popolazione libera (233-229 a.C.)" (Ibidem, pag.30-31).

Ma la nuova classe di uomini d'affari riceverà ben maggiore forza propulsiva proprio dalla II guerra punica, anche grazie alle "società" di fornitori e di appalti per le spese di guerra. Sia i prestiti allo Stato con interessi altissimi, che il Senato era costretto a tollerare per vincere la guerra, pur col "nobile" patto del pagamento solo a guerra vinta, sia le frodi di grosse dimensioni su forniture e assicurazioni, resero questa classe sempre più forte.

Gli argentarii ricevevano in deposito soldi che poi restituivano con un interesse che dimostra, alla fine, quanto di più in realtà essi dovessero guadagnare dagli investimenti e dai prestiti: da Polibio XXXI, 28, e da ricostruzioni recenti, sappiamo che Scipione riebbe una sua somma da una banca col 36% di interesse in un anno (Salvioli G., cit., p. 29.).

Dice il Bruni: "Alcuni degli argentarii riuscirono a comprare estese proprietà fondiarie, ad imparentarsi con famiglie senatorie, a servirsi di quelle proprità e di quelle parentele per farsi eleggere alle magistrature dello Stato, e ad accedere per questa via alla nobilitas. Ma furono pochissimi quelli che riuscirono a percorrere una tale strada, perché la nobilitas, anche se non costitutiva certo una nobiltà ereditaria [22] , era tuttavia un gruppo molto chiuso in sé stesso, che difficilmente lasciava inserire nel suo àmbito uomini di diversa provenienza sociale. La maggior parte degli "argentarii" arricchiti, perciò, tagliata fuori dalla possibilità di accedere alla "nobilitas" [e quindi ad ogni meccanismo di "governo", NdR], si dedicarono esclusivamente ai traffici e alle speculazioni, con cui accrebbero ulteriormente le proprie ricchezze" (cit., pag.58).

Dall'appalto delle miniere d'argento spagnuole - che fornirono una immensa ricchezza a questi affaristi - alle "società" di affari per il commercio degli schiavi e alle ingenti somme di denaro per l'acquisto di mandrie di bestiame e di vasti pascoli nell'Italia meridionale, l'arricchimento della classe che è ormai, negli anni di Annibale, definibile come quella dei "cavalieri", fu notevole. E crebbero le aspirazioni "politiche" di tale classe.

CIMMA Maria Rosa, in “Ricerche sulle società dei publicani”, Milano Giuffrè 1981, ricorda la chiara affermazione di Cicerone, in Verr. 2,3,72,168, …publicani, hoc est… equites Romani. Se i publicani fossero solo dell'ordine equestre, vi sono dei dubbi in Cassola (I gruppi politici…cit., p.82 sg.) e De Martino (Storia della costituzione romana, cit., p. 305 sgg.). Ma anche i dubbi del Nicolet, che si limita agli equites equo publico (L'ordre… cit., p.47 sg.; Cimma, cit., p.4), confermano la validità del divieto ai senatori di formare ditte di appaltatori come da plebiscito claudiano del 219-218 a.C.; considerando che addirittura fino ad Adriano vi furono conferme di tale divieto (Cimma ne riporta le fonti). Le societates comunque non avrebbero avuto personalità giuridica fino al Principato (Cimma, cit., p.95-98), perché solo il manceps (pur senza essere rappresentante di altri soci ma riconosciuto quanto essi dal magistrato romano –censore- come un insieme societario nel contratto) contraeva con lo Stato ed era direttamente responsabile.

La prima fornitura a privati di appalti come societas publicanorum sarebbe in Livio 23, 48, 10-49, 4, per la seconda guerra punica nel 215 a.C. (fornitura alle due legioni di Spagna, oltre alle navi per il trasporto, con capitali certo ingenti). La Cimma (cit., p.7 seg.) dimostra che la capacità organizzativa dei publicani e il patrimonio ingente di pochi (solo 19) cittadini non senatori è certo precedente a quell'episodio o a quello del 213 (Livio 25, 1, 4) che si riferisce a una lunga attività precedente di publicano di Pomponio Veientano; o alla truffa del 214 (finti carichi su navi-carretta). Anche se diminuirono dentro Roma, durante le prime due guerre puniche, i lavori pubblici, appalti ai publicani dentro Roma durante le guerre puniche furono:

nel 217 per il tempio alla dea Concordia, nel 209 per la ricostruzione di edifici pubblici distrutti da un incendio, nel 204 per la costruzione di una via e di un tempio in città (rispettivamente: Livio 22,33,7;  27; 11,16;  29,37,2).

Societates publicanorum così forti e potenti da influire sulle decisioni della classe dirigente romana non vi furono prima della metà del II sec. a.C. secondo il Frank ("The Financial Activities…200-150 B.C.", Classical Philology XXVIII 1933) e molti altri, ma certo esse furono molto attive e importanti dalla metà III sec., dopo la prima vittoria su Cartagine (Cimma, p.6); tralasciando i precedenti di appalti per lavori nell’Urbe fin dal 493 a.C. e per i secoli successivi, come documentato da Dionigi di Alicarnasso ed altri. Riguardo ai termini specifici delle attività dei publicani nelle fonti antiche, la costruzione e manuntenzione di opere pubbliche vengono indicate con “ultro tributa locare”; riparare opere pubbliche con “sarta tecta exigere”, ecc. (cfr. Cimma cit.).

Sull’esosità della riscossione di tasse nelle province da parte dei publicani, ma anche sulle riforme imperiali migliorative a proposito, è proverbiale l’affermazione di Svetonio, Tib 32, 5: boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere; sulla necessità cioè di tosare e non scorticare i provinciali.

 

Bisogna considerare che, nella Roma repubblicana, il diritto pieno di cittadinanza comportava, per l'esercitazione di una forma di democrazia diretta, una partecipazione attivissima alle assemblea politiche (comizi) (tanto che Claude Nicolet ha parlato dell'esercizio dei loro diritti da parte dei cittadini romani come di una "professione a tempo pieno"). Il realtà il maggior tempo libero che il cittadino poteva ottenere, soprattutto se molto ricco vivendo di rendita (cioé, senza attività commerciali), era preziosissimo per esercitare la più importante di tutte le attività: la politica (e l'oratoria con essa), conseguente anche al pieno esercizio di attività e carriera militari. Da qui la fondamentale virtù anche "culturale" della vita romana: l' otium, inteso come studio e approfondimento [23].

Ma il "contratto" che di volta in volta  il cittadino con la sua partecipazione attiva doveva concludere, era, se vediamo bene, o elettorale, o legislativo, o giudiziario. Come mai, in un sistema politico relativamente evoluto - anche rispetto ai giorni nostri - come quello romano, manca una partecipazione più diretta a quell'aspetto così vitale, l'esecutivo (la vera attività di governo)? In realtà, le funzioni di governo (quelle "esecutive") furono sempre tenute il più possibile come geloso privilegio dall'oligarchia senatoria al potere. I magistrati esecutori del governo (e che pure in parte, a un certo punto, erano scelti direttamente dal popolo), che avevano il potere di convocare e presiedere i comizi sia elettorali che legislativi nonchè le giurie dei tribunali, potevano spesso, "se non soddisfatti", rinviare la prova, oppure ricorrere ad autorità speciali del Senato come il senatusconsultum. La stessa centuria "prerogativa" (quella che, votando palesemente prima di tutte le altre, dava un "esempio" alle successive), poteva essere il pretesto per vedere subito come "buttava". E ancora, il potentissimo potere religioso del pontificato, e gli àuguri, potevano inficiare o annullare elezioni e decisioni "non grate" agli dei, come vedremo proprio durante la II guerra punica contro l'elezione di un console plebeo. Ancora di più: lo stesso calendario repubblicano, con mesi "intercalari" da togliere o da aggiungere in modo conosciuto solo ai sacerdoti patrizi, permetteva di allungare o accorciare la durata in carica dei magistrati a secondo del loro "gradimento" ai nobili: soprattutto per questo motivo (per eliminare gravi forme di ingiustizia) Cesare fece la famosa riforma del calendario, detto da lui "giuliano".

A chi riterrà anacronistico e forzato il nostro riferimento alla divisione dei tre poteri, frutto solo "moderno", del secolo della rivoluzione francese, faremo osservare questo passo di un vecchio (1981) saggio di Luciano Canfora (Il pensiero politico greco), saggio peraltro da noi essenzialmente non condivisibile, nonostante il solidissimo impianto di argomentazione relativista per dimostrare che democrazia e oligarchia, sempre, si possono equivalere se non sono basati su criteri economicamente classisti e se il rapporto libertà- eguaglianza non è perfettamente (utopisticamente) risolto: -Costituzione mista quindi (quella che Polibio riprenderà per esaltare lo stato romano, un po' monarchia, un po' aristocrazia, un po' democrazia), come risposta empirica al dilemma "democrazia o libertà". Costituzione mista, cioè politeia, cioè buona democrazia, che per Aristotele è il regime del ceto medio: dove c'è polarizzazione frontale, c'è scontro di classe con esiti democratici ovvero oligarchici; dove un consistente ceto medio attenua questo conflitto si ha un "Idealbild", una forma immaginaria, di stato ideale che è appunto la politeia. Ma questa si rivela illusoria proprio nell'età in cui affiora alla coscienza del pensatore politico: giacchè il quadro sociale che Aristotele ha sott'occhio è in realtà quello del IV secolo, di cui l'oratoria demostenica è specchio molto più veridico. E' quel quadro che dicevo prima di costante scontro sulla ricchezza, volto alla diretta appropriazione della ricchezza. Voi sapete quanto questa nozione di costituzione mista abbia avuto fortuna nella riflessione politica moderna al punto che, al suo nascere, il pensiero liberale (mi riferisco per es. alle Lettere di Junius di Richard Temple, dunque all'Inghilterra del Settecento) tende ad identificare l'idea di costituzione mista in cui c'è un po' di oligarchia, un po' di monarchia, un po' di democrazia compresenti in un equilibrio, in una crasis positiva, con la nozione moderna di divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario). Ma in realtà questo che è un tratto tipico della riflessione del pensiero liberale sulla politeia antica lo ritrovate già nella riflessione che Aristotele svolge intorno alla politeia spartana, quando dice: "i re rappresentano l'elemento monarchico, l'assemblea rappresenta l'elemento aristocratico e gli efori ... gli efori non si sa: secondo alcuni rappresentano l'elemento tirannico, secondo altri l'elemento democratico" ( Politica 1265b ). Singolarissima riflessione, questa, per cui il medesimo elemento della costituzione spartana per alcuni è tirannico e per altri democratico. Lo sforzo che qui fa Aristotele è di pensare la costituzione spartana con i suoi tre organismi come una costituzione mista, allo stesso modo in cui Temple pensa alla divisione dei poteri come proiezione della costituzione mista- (L. Canfora, cit.).

 

Altre considerazioni sono interessanti: ad esempio, come mai l'egemonia e il prestigio riacquisiti dal Senato con la guerra annibalica, anzichè indebolire e sconfiggere sempre più la classe avversa dei cavalieri, abbia invece ricompattato spesso questo avversario nelle sue aspirazioni. Secondo noi, l'alleanza tra plebei ricchi e classi plebee povere (più ceti contadini che plebe urbana) fu proprio favorito dall'incremento di una accentramento politico, di una oligarchia sempre più ristretta. Noi interpretiamo in tal senso anche queste considerazioni del Bruni (cit., pag.68):

"(Nella guerra annibalica) la necessità di programmare la distribuzione delle risorse di guerra, tenendo conto simultaneamente dei problemi di tutti i teatri di operazioni militari e stipulando contratti di forniture per gli eserciti con le varie <<società>> di affaristi, aveva finito per accentrare nel Senato la riscossione di tutti i tributi e la decisione di ogni spesa.

Con la seconda guerra cartaginese, perciò, il Senato aveva ulteriormente ampliato i suoi poteri di direzione della politica estera e militare, aveva acquisito nuovi poteri sui magistrati, nella gestione del denaro pubblico e nell'amministrazione della giustizia penale. Il popolo, disperso su un territorio troppo vasto, con troppe scarse informazioni sui problemi di conduzione complessiva della guerra, e troppo impegnato a combattere i Cartaginesi in casa propria, aveva accettato volentieri le nuove responsabilità assunte dal Senato, al punto che i <<senato-consulti>>, cioé le decisioni del Senato, vennero accettati senza neppure convocare i comizi per farli ratificare, lasciando così esercitare al Senato anche il potere legislativo. Alla fine della guerra, però, le assemblee popolari cominciarono a riprendersi alcune delle loro tradizionali attribuzioni, tentando di restringere i poteri del Senato. La classe dei medi e piccoli proprietari terrieri, cioé, rafforzata sul piano economico, tendeva a rafforzarsi anche su quello politico. La classe dei grandi proprietari terrieri, però, non intendeva rinunciare neppure in minima parte al completo controllo dello Stato esercitato attraverso il Senato, perché solo in questo modo poteva sfruttare a proprio preminente vantaggio i frutti della vittoria su Cartagine e poteva riaffermare la propria egemonia sociale parzialmente scossa dal rafforzamento economico delle classi contadine".

Leggendo con la nostra ottica queste constatazioni, va dunque vista proprio tra le conseguenze della II guerra punica una delle cause dell'insorgere di una più rapace oligarchia senatoria, con un crescente esclusivismo di casta sociale che poi, in realtà, andava a scontrarsi con il dinamico sviluppo della società romana. Abbiamo infatti visto come (a differenza di come sostenuto da tante analisi moderne) si può verificare, dopo Annibale, il risorgere della piccola proprietà plebeo- contadina e la massima ascesa della grande finanza plebea [24], le due grandi forze sociali che saranno alla base dei conflitti dell'età dei Gracchi. Polibio, che scrive alla fine della seconda guerra punica, dice che il "popolo" dipendeva dal Senato in parte perché quasi tutti erano interessati ai contratti pubblici (anche prima del 123 a.C.) e il Senato poteva apportarvi ogni genere di modifiche, in parte perché solo i senatori potevano decidere in tribunale i casi civili e penali più importanti (cfr. anche Brunt, cit., pag.109).

 

 

FIG. I FRATELLI GRACCHI

 

Uno studio dei diversi periodi della storia repubblicana romana in rapporto alle tendenze dell'aristocrazia romana verso un maggiore esclusivismo oligarchico è stato spesso tentato, ma mai in chiave decisamente politica in relazione alle classi sociali antagoniste (piccoli contadini, plebe urbana, cavalieri). La dimostrazione, da noi poco fa tentata, che proprio la guerra annibalica abbia accentuato questa chiusura, troverebbe riscontro in antichi dati storiografici, come proveremo in particolare fra poco riguardo alla "chiusura" aristocratica verso la politica di Scipione l'Africano. Comunque anche il Serrao (cit., pag. 167 sgg.) ha cercato di sintetizzare elementi di questo tipo nella storia repubblicana. In particolare già nel 358 a.C. la rogazione di un "tribuno infeudato al patriziato", C. Petelio, proibendo i giri di propaganda elettorale per nundinas et conciliabula, doveva impedire che chi fosse privo di retaggi familiari, di clientela, di forti alleanze e di tradizione, cercasse agganci per la propria ambizione politica rivolgendosi direttamente agli elettori e propagandando di persona la propria candidatura per le piazze ed i mercati. Il "conservatore" Livio è esplicito a proposito: "credeva il Senato di comprimere, con quella rogazione, l'ambizione degli uomini nuovi" (Livio, VII, 15, 13). Anche nel 314 a.C. il Serrao trova elementi di tentativi senatorii in questo senso.

Ma la cosa più interessante, ai nostri fini, è che queste tendenze andranno sempre più aumentando. Già nel III secolo meno di un centinaio fra genti patrizie e stirpi plebee componevano il ceto oligarchico della nobilitas. "E il cerchio va sempre più serrandosi, sì che, già nella seconda metà del III secolo, sono pochissimi (dal 264 al 201 a.C. solo 13) i nomi nuovi che ascendono al consolato. Nessuna legge precisò mai diritti, privilegi, distinzioni onorifiche ; la preminenza del gruppo venne affermandosi consuetudinariamente ed anche in questo campo, prima e più che in ogni altro, la tradizione signoreggiò" (Serrao, cit., pag. 168). Il Serrao constata, della nobilitas, che "le sue basi economiche erano e rimasero principalmente i grandi possessi fondiari". Il suo tentativo di ricostruzione (egli cita anche dati presenti nel Broughton e nel Pais [25]) del rapporto tra stirpi plebee avviate alla politica (soprattutto di tribuni della plebe a noi noti) e stirpi aristocratiche con funzioni di governo, è molto indicativo, ma purtroppo abbraccia indistintamente il periodo dal 493 a.C. al 23 a.C.: 500 tribuni a noi noti appartengono a 210 stirpi, 1000 magistrati superiori (con funzioni di governo - consoli, dittatori, magistri equitum, ecc.) appartengono a 169 genti consolari. Ampliando ipoteticamente il medesimo rapporto, si avrebbero 169 genti che davano magistrati superiori contro circa 1700 stirpi di tribuni plebei (che, cioé, ebbero la carriera  politica bloccata) per lo stesso periodo di tempo (Ibidem, pag. 200). Sarà utile puntualizzare questa indagine per i periodi che precedono e seguono la II guerra punica.

Ma già ora non abbiamo difficoltà a vedere proprio dalla fine della guerra annibalica in poi l'accentuazione delle tendenze oligarchiche, il restringimento cioé del numero delle famiglie nobiliari al governo, in contrasto con lo sviluppo economico e sociale. Il Giannelli, da noi precedentemente citato a proposito del restringimento dell'oligarchia senatoria, constata "il progressivo consolidarsi del predominio del Senato nel II secolo a.C. ... L'<<ordine senatorio>> si andava così trasformando in una vera e propria casta, come il patriziato degli antichi tempi" ("La Repubblica romana", cit., pag. 510). Proprio per quel periodo il Giannelli annota le particolari distinzioni anche onorifiche che si vennero via via conferendo alla "casta" senatoriale: dai posti riservati  negli spettacoli pubblici, agli abiti e ai contrassegni (sandali, orli, anelli, ecc.). "Su due punti l'oligarchia senatoriale del II secolo a.C. si è trovata ad agire concorde e costante: nell'ammettere in Senato il minor numero possibile di nuovi nobili, per evitare che questi prendessero il sopravvento sugli antichi; nell'impedire che l'uno o l'altro dei suoi membri divenisse troppo potente o troppo influente sulle altre classi del popolo, sì da potere, con l'appoggio di queste, dominare, in una qualsiasi forma, lo Stato" (Ibidem, pag. 511).   Impedire cioé che nuovi uomini e nuove mentalità potessero determinare la politica dello Stato, al di là dei privilegi oligarchici costituiti.

<<I1 ceto equestre (equites) era costituito da quei cittadini che possedevano un censo di 400.000 sesterzi ma che non facevano parte del senato nè avevano ricoperto magistrature. Agiati quanto i nobili, non partecipavano però alla direzione politica dello stato, perchè piu interessati agli affari e perchè la nobilta non intendeva concedere loro questa opportunità. Un gruppo cospicuo di cavalieri era dedito alla produzione manifatturiera, che impiegava ampiamente nelle imprese la manodopera servile e nelle attivita amministrative i liberti. Piu redditizie erano però le attività commerciali di importazione ed esportazione di merci (mercatores, negotiatores) che garantivano alti profitti. L’espansione imperiale apri gradualmente a questi ceti spazi di mercato - specie in Africa, in Oriente, nella Gallia meridionale, in Spagna - sempre più ampi e la maggior ricchezza che affluiva a Roma garantì loro una crescente domanda di merci di lusso.

I1 gruppo equestre più importante fu tuttavia costituito dai pubblicani che, come abbiamo visto, accumularono patrimoni immensi e una proporzionale forza di condizionamento nelle vicende politiche romane. Per comprendere chi fossero e come operassero i pubblicani e necessario tener presente il grande accrescimento della ricchezza pubblica dello stato romano, con i bottini, le indennita di guerra, le rendite delle province. Ai pubblicani - coloro che hanno a che fare con i publica, ossia gli affari pubblici - lo stato romano affido la gestione e l’esecuzione degli affari e delle opere pubbliche. Le attività dei pubblicani riguardavano - oltre, come abbiamo già visto, l’esazione dei tributi e delle decime nelle province - molteplici campi: la riscossione dei dazi doganali e portuali, la gestione delle miniere, i1 monopolio del sale, la fornitura degli eserciti, l’esecuzione di tutte le opere pubbliche. Le gare d’appalto che si svolgevano tra le diverse compagnie finanziarie dei pubblicani eran o gestite dai censori e dagli edili che valutavano i costi e la convenienza delle diverse offerte e successivamente controllavano l’esecuzione dei lavori. Si trattava di un vastissimo spazio d’affari che consentiva enormi profitti, ma che si prestava anche a generare corruzione. Le tensioni tra potere politico, rappresentato dalla nobiltà, e potere finanziario, rappresentato dai pubblicani, non tardarono a emergere. I pubblicani miravano, come ovvio, a estorcere allo stato prezzi piu alti, mentre il potere politico tendeva a risparmiare, e meeno che il denaro dei pubblicani non riuscisse con la corruzione a convincere senatori e magistrati a intervenire in loro favore. Ma a1 di là degli episodi di corruzione, tuttavia, gli interessi dei senatori e quelli dei pubblicani erano inevitabilmente portati a scontrarsi. Gli affari dei pubblicani erano nelle mani dei nobili che potevano favorire o meno l’assegnazione e la conduzione degli appalti, ma che, soprattutto, controllavano in modo esclusivo i tribunali delle quaestiones de repetundis che dovevano giudicarli per le accuse di concussione e di illecito

Inoltre, la nobiltà comprese con crescente lucidità che i pubblicani erano divenuti indispensabili, che non era piu possibile amministrare lo stato senza la loro cooperazione e che il peso del loro denaro - a cui moltissimi nobili fecero ricorso per prestiti - condizionava sempre di piu l’attivita politica. L’oligarchia, se da un lato era consapevole di non poter più fare meno di questo nuovo ceto, dall’altro temeva che esso finisse per usurpare il monopolio nobiliare del potere tanto gelosamente custodito. I pubblicani si trovarono insomma in quelle condizioni in cui si era trovata tempo addietro la nobilta plebea: erano, cioè pronti a essere cooptati al potere. Ma i nobili del II secolo non seppero dar prova della stessa sagacia politica: esclusero il ceto equestre dal governo finchè questo non divenne un loro accanito avversario e si alleò con l’opposizione popolare>>. (S. AIROLDI- U. FABIETTI- A. MOROSETTI- P. PONTANI, La civiltà romana dalle origini all’apogeo dell’impero, II, Milano 1997, p. 110- 112). Questa lunga citazione ci aiuta a cogliere, nelle parti da noi sottolineate, gli aspetti della questione, che vedono proprio nell’età di Scipione Africano la massima chiusura della casta oligarchica verso i nuovi plebei ricchi.

Le decine di pagine che Syme dedica nella sua opera fondamentale a “Il tramonto della nobiltas” (cap. XXXII de La Rivoluzione Romana), con l’esame delle singole casate oligarchiche rovinate dalla rivoluzione romana di Mario, Cesare e Ottaviano Augusto, possiamo sintetizzarle ai nostri fini in queste poche righe: “Non era stata sconfitta soltanto una fazione della nobiltà, ma tutta una classe, giacché la lotta non era stata soltanto politica, ma sociale. Silla, Pompeo e Cesare erano tutti qualcosa di piú che dei semplici capi di una fazione, tuttavia la dominazione personale di questi potentati non si tradusse mai in una così drastica repressione dei nobiles. Adesso avevano di fronte un partito organizzato e un organizzato sistema di governo. I nobiles persero potenza e ricchezza, pompa, dignità e prestigio. Uomini malvagi, rozzi, avidi e insopportabili occuparono le proprietà dei defunti e usurparono i privilegi e la condizione sociale dei viventi: cosí Vedio Poilione con i suoi acquari, Mecenate dai principeschi giardini, Tizio e Quirinio che ottennero in moglie donne di famiglie patrizie, Tauro pavoneggiantesi per tutta Roma con una guardia del corpo di germani come il princeps in persona, Agrippa, monumentale e massiccio simbolo del dispotismo militare. Per i nobiles, non piú trionfi dopo le guerre, non piú strade, templi e città intitolate al loro nome, a memore testimonianza della gloria delle grandi casate che si identificavano con la repubblica e Roma… Ma non è tutto. Per l'orgoglio romano e aristocratico, le famiglie che tramontarono e si spensero durante l'ultima generazione della libera repubblica o che si estinsero d'un tratto durante la rivoluzione ebbero sorte migliore di altre che trascinarono oscura esistenza ancora per una generazione o due. Oppressi dai vizi o dalla povertà, dallo scarso senso d'iniziativa o dall'eccessivo attaccamento ai loro principi, alcuni dei nobiles non riuscirono a raggiungere il consolato sotto Augusto. Il figlio di P. Servilio Isaurico passò la vita in tediosa inerzia, non andando oltre il rango pretorio e senza lasciare eredi'; la sua fiera sorella preferí morire con il marito, Lepido junior. Scauro fu risparmiato dopo Azio. Suo figlio, che divenne console sotto Tiberio, era tanto grande oratore quanto malfamato nella vita privata, degno consorte dell'Emilia Lepida di Quirinio, la quale gli diede un figlio con cui la famiglia si spense. M. Ortensio Ortalo, nipote del famoso oratore, ricevette sovvenzioni da Augusto e fu da lui incoraggiato a formarsi una famiglia; poi Tiberio si rifiutò di aiutarli, ed essi ricaddero in vergognosa povertà” (cit.pp. 494 sgg.). Noi non abbiamo le prove, al contrario di Syme, che gli uomini che combatterono la nobilitas oligarchica fossero per forza più malvagi, rozzi, avidi e insopportabili di coloro che soppiantarono. La storia dello splendore e dei livelli culturali e tecnologici dell'impero romano, soprattutto ai suoi inizi, sembrerebbero dimostrare tutto il contrario, dopo cento anni di sanguinosa guerra civile voluta da chi non voleva cambiamenti, progresso e democrazia.

 



[1] Per cit. si intende per lo più : citato nella nostra bibliografia finale.

[2] Di recente alcuni autori sono tornati su questo aspetto, sospettando anche che la legge fosse suggerita o "voluta" dai senatori stessi, per impedire ai loro colleghi di "macchiarsi" di affarismo (il che rientrò poi, anche, nella tipica mentalità di un Catone). Ma perché allora non una legge proposta da magistrati "patrizi", anzichè da tribuni anti-nobiliari proprio in un periodo accesissimo di contrasti politici con il "democratico" console Flaminio ?

[3] E così risulta nella stragrande maggioranza delle interpretazioni storiografiche, fin dall'antichità.

[4] "Flaminio, l'uomo che 9 anni prima, come tribuno della plebe, aveva fatto distribuire ai nullatenenti le fertili terre dell'ager picenus e dell'ager gallicus sulle rive dell'Adriatico, era intenzionato a proseguire, da console, la sua politica di distribuzione di terre ai ceti meno abbienti. Per questo egli intendeva non già limitarsi a difendere il territorio della confederazione romana da nuove invasioni galliche, come il Senato avrebbe voluto, ma piuttosto strappare ai Galli Insubri parte del loro territorio, per farlo colonizzare da Romani e Latini. Quindi avanzò [nel 223 a.C.] sino al Po e organizzò a Casteggio (presso l'attuale Pavia), un campo militare romano. Poi, respinto vittoriosamente un attacco degli Insubri, procedette oltre il Po e raggiunse il fiume Oglio, dove annientò le tribù galliche nemiche di Roma in una battaglia decisiva. L'anno dopo, un gruppo di Insubri si spinse fino alla base romana di Casteggio, ma qui fu annientato dal nuovo console Marco Claudio Marcello, che poco dopo occupò Mediolanun (Milano), capitale degli Insubri. Vennero allora create le prime colonie romane e latine nella pianura padana, Modena, Piacenza e Cremona" (Bruni-Bontempelli, pag. 36-37). Modena (Mutina), fu per la verità creata successivamente al 218 a.C. e alla II guerra punica, cioé dopo le altre due.

[5] Ma fu certamente favorito e promosso dai re etruschi fin da Tarquinio Prisco, anche con grandi lavori pubblici e attività economiche.

[6] Chissà  perché tutte le peggiori dittature della storia si sono riempite tanto la bocca della parola "popolo", che in realtà, politicamente, non esiste perché, essendo il popolo "tutti e nessuno", esso non può alludere a chi ha davvero rivendicazioni da fare. L'uso ripetuto di questa parola demagogica da parte di una forza politica dovrebbe far diffidare anche l'elettore più sprovveduto. Stessa accezione e funzione demagogica acquistano il termine e la prassi del Referendum, a meno che non manchi totalmente un democratico potere legislativo. Nell'antica Roma, invece, il plebiscito era espressione costante della "democrazia diretta" in campo legislativo.

[7] E non su designazione di un senatusconsultum (decreto speciale del senato).

[8] Abbiamo già accennato dello status plebeo di questo console, già tribuno della plebe (non si poteva essere tribuni della plebe se non si era di origine plebea).

[9] Scadendo i sei mesi della dittatura temporeggiatrice di Fabio Massimo e dovendo eleggere i consoli per il 216 a.C., "Senato e popolo si accordarono per eleggerne uno di parte senatoria e uno di parte popolare. Il primo fu Lucio Emilio Paolo, di una delle più illustri famiglie dell'oligarchia, e il secondo fu Marco Terenzio Varrone, figlio di un oscuro mercante. Lucio Emilio Paolo cercò di ritardare il più possibile lo scontro con Annibale, che però, alla fine, dovette essere tentato, per salvare la pace sociale interna di Roma. Del resto la fiducia sull'invincibilità delle legioni romane nelle battaglie campali non era stata ancora scossa" (Bruni-Bontempelli, cit., pag.44).

[10] "Il partito popolare, che aveva voluto la battaglia di Canne, fu completamente screditato, e il Senato riprese senza difficoltà un assoluto controllo politico sulla confederazione romana. Soddisfatto di questo, il Senato ebbe l'intelligenza di non abbandonarsi a rivalse e recriminazioni, ma di fare appello alla concordia nazionale per superare quel tragico frangente. Ne diede per primo l'esempio, perché, quando tornò il console Varrone, lo ringraziò "per non aver disperato della repubblica" (Bruni- Bontempelli, cit., pag.45). Ma uno spirito di corretta collaborazione era stato dimostrato in precedenza anche dal "presuntuoso" Rufo, che per primo diede l'esempio riconoscendo il suo errore e rimettendosi alla dittatura di Fabio Massimo.

[11] Medesime critiche fa il Serrao ("Classi, partiti e leggi...,cit., pag.171) al Syme di "The Roman Revolution" (ed. it., 1962, p.13 sgg.).

[12] Esagerazione dovuta "soprattutto a Livio e all'enfasi della tradizione annalistica" ; e anche alcune ipotesi del Toynbee non sarebbero suffragate da prove (Ibidem).

[13] Ad esempio, il rex sacrorum. Ma ben più numerosi e "costituzionali" erano i privilegi dei patrizi.

[14] Molto più arguto ed esplicito a proposito il grande Mommsen, commentando la provvisoria alleanza di Cesare e Pompeo nel primo triumvirato della Repubblica : "Sebbene allora tanto Pompeo quanto Cesare facessero ufficialmente parte del cosiddetto partito popolare [contro il Senato], non poteva nascere il minimo dubbio che Cesare avrebbe scritto sulla sua bandiera <<Popolo e progresso democratico>> e Pompeo nella sua <<Aristocrazia e legittima costituzione [repubblicana]". "Sarebbe stato svelato nell'imminente conflitto [tra democratici e oligarchi, tra Cesare e Pompeo] anche il vero volto di Pompeo : era ormai chiaro che egli vi avrebbe preso parte come generale della legittima repubblica. Se la natura aveva mai creato un uomo per essere membro di un'aristocrazia, questi era Pompeo, e soltanto motivi impreveduti e l'egoismo l'avevano spinto a disertare il campo aristocratico per entrare in quello democratico" (Röm. Gesch., VIII, pag.26-27). Errore rapidamente corretto da Pompeo. Quanto al terzo triumviro Crasso, tra i cavalieri più ricchi e di parte popolare, Cesare poteva fare assoluto affidamento su di lui, non solo in quanto acerrimo nemico politico di Pompeo. "La catastrofe di Carre [contro i Parti] del giugno 701=53, che costò la vita al comandante Crasso e ne distrusse l'esercito, fu quindi anche per Cesare un colpo terribile" (Ibidem, pag.25).

[15] B.Brecht, Die Geschäfte des Herrn Julius Caesar, Berlin 1957 (trad.it., Einaudi, Torino 1959) ; L.Canali, Diario segreto di Giulio Cesare , Milano 1994 ;  A.Spinosa, Cesare. Il grande giocatore, Milano 1986 ;  T.Mommsen, Storia di Roma, ed.it. Milano 1972, vol. VIII - Cesare.  Brecht, che vide lungimirantemente in Cesare un vero "capitalista" ante litteram, parla sempre, nel suo romanzo sul riformatore romano, di "city" (il centro affaristico), di "Club elettorali democratici", di Camere di Commercio, ecc., senza alcuna stonatura con le realtà economiche e politiche dell'età di cesare.

[16] O di contro “disgustoso”, come lo definisce Canfora, Cesare cit. pag.120.

[17] Si direbbe proprio una legge contro gli oligopoli, una legge anti-trust.

[18] "Un'epoca di pace interna, 287-134 a.C.",  Brunt, Classi..., cit., pagg. 93-111.

[19] Si attribuisce generalmente proprio a Scipione l'Africano e alla guerra annibalica la nascita di questo impero mondiale di Roma. Tanto che lo Schur, parlando della seconda guerra punica, la definisce talvolta genericamente : "il conflitto mondiale".

[20] Io penso in particolare alla resistenza di Spoleto e alla mancata defezione dei popoli italici e della Magna Grecia, come invece subito sperato da Annibale.

[21] <<L'espressione “Repubblica imperiale”, coniata dallo storico Claude Nicolet (Rome et la conquete du monde mediterraneen, Paris 1979) è ripresa nella Storia di Roma, cit., vol. II, parte I. La repubblica imperiale è usata qui in una accezione più vasta, che può apparire arbitraria, perché abbraccia un lunghissimo periodo storico, per metà repubblicano e per metà imperiale secondo le partizioni tradizionali. Sta di fatto che c'e tra i due periodi una continuità sostanziale, segnata dall'espansione della potenza romana, non interrotta dal mutamento del regime politico>> (G. Ruffolo, cit., 2004).

[22] La nobilitas patrizio-plebea, per sua stessa definizione, non comprendeva  solo aristocratici in quanto dal  367 a.C. la legge consentiva che un plebeo divenuto console desse- dopo tot generazioni- diritto di magistratura, e quindi di "nobiltà" senatoria, ai discendenti. Ma abbiamo già visto le diverse dignitas (prestigio) e importanza nelle funzioni di governo tra senatori di "sangue blu" e plebei.

[23] In età moderna la più piena ed efficace ripresa di tale concetto, sul piano intellettuale, è in Friedrich Nietzsche.

[24] Si pensi anche solo all'appalto delle grandi miniere d'argento spagnole, che erano state la ricchezza di Annibale.

[25] BROUGHTON, The Magistrates of the Rom. Republic, II, 524 sgg. ; PAIS, Ricerche, III, 391 sgg.