VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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4. LIBERTA' E UGUAGLIANZA

Non va dimenticato che la grande questione dell'età moderna, il rapporto tra uguaglianza e libertà, tra egalitarismo sociale (e statalismo) e libertà individuale (privatismo, "liberismo" e capitalismo "senza controlli"), è già attribuibile, come concetti fondamentali, anche al mondo romano. I saggi del Crifò (da noi altrove citato) hanno dimostrato come l'idea di libertà "individuale" (valida soprattutto per i "cittadini" di pieno diritto -optimo iure-) fosse - già molto prima della Rivoluzione Francese- in qualche modo presente nel diritto romano. Ma questo concetto di "libertà", per la natura stessa della lotta politica nell'antica Roma, acquistò tra il II e il I sec. a.C. una valenza differente allorché, anziché servire genericamente alla difesa dei diritti e delle libertà dei singoli cittadini, fu utilizzata nella Media e Tarda Repubblica, e soprattutto nella fase finale della Repubblica, dai ceti oligarchici e aristocratici per la ostinata salvaguardia di uno stato sociale preesistente: diventò, cioé, motivo utilitaristico di propaganda aristocratica contro le novità e le personalità politiche emergenti, che mettevano in discussione la "parità" (in questo senso, non certo "uguaglianza") tra oligarchi (e in questo caso l'accusa politica più infamante diventava quella di "aspirare alla monarchia").

La libertas, quindi, restava valore fondamentale per tutta la cittadinanza romana, ma il movimento popolare e plebeo mise sempre più l'accento (come ricordano anche il Crifò e il Serrao) [1] Serrao Partiti - contro un certo tipo di libertas tanto propugnata dagli ottimati - sulla aequitas fin dalle riforme agrarie dei Gracchi, e contro la dominatio paucorum dell'aristocrazia senatoria.

Il giusto equilibrio tra libertà e uguaglianza, mai raggiunto nei tempi moderni tra socialismo[2] e capitalismo, tanto meno fu raggiunto nella società romana. Ma è falso credere che ne mancassero tutti i presupposti. Hegel, il grande filosofo che tutto ha capito dello Spirito del mondo, ha osservato nel 1806 (Fenomenologia dello Spirito, II, B, 57) che "le potenze che reggono il mondo moderno sono il potere dello Stato e la ricchezza" [3], anticipando così le più moderne realtà capitalistiche : massima dialettica è, secondo Hegel, tra chi vede nello Stato solo difesa dei diritti o chi vi vede al contrario solo oppressione (ad esempio, fiscale) [4], e chi vede nella ricchezza solo vantaggio comune e benessere, o al contrario profitto incontrollato e caducità morale. Il punto d'arrivo di tutto il discorso di Hegel è contro l'anarchia feudale e la reazione aristocratica, che pregiudica il concetto più "democratico" di Stato moderno. La nostra  citazione di Hegel non esprime  propriamente un rapporto tra libertà e uguaglianza (su cui la bibliografia moderna è sterminata, e più utile sarebbe ad esempio un testo di Karl Popper o l'ultimo volumetto di Norberto Bobbio per gli Editori Riuniti dal titolo "Libertà e uguaglianza"), ma come ben si vede un discorso sul "liberismo" economico non può prescindere anche da questo aspetto. Nella res publica (lo Stato) dell'antica Roma (priva delle concezioni di liberalismo economico e di moderno Statalismo) la sintesi più illuminante del rapporto tra difesa delle libertà individuali -in questo, con aspetti anche egalitarii- e libertà di arricchimento e onori (in chiave non certo egalitaria), si trova in questo frammento [5] di un discorso di Catone il Vecchio (conservato in Festo, 408, 33 L): "Per ciò che riguarda il diritto, la legge, la libertà, la cosa pubblica, è necessario che ne godiamo tutti in comune ugualmente; ma per ciò che riguarda la gloria e gli onori, sta a ciascuno procurarseli come può". Catone, che come risaputo "predicava bene e bazzicava male", non scelse la parte politica che salvaguardava l'avverarsi della seconda affermazione: si batteva invece, come vedremo meglio tra poco, insieme a quella oligarchia che bloccava il più possibile il libero emergere delle personalità non per motivi egalitarii, ma per "filtrare" e cooptare solo i nobili e i ricchi plebei che facessero una determinata scelta di casta.

Lo Statalismo romano, del resto, in linea con i migliori principi moderni di libero mercato e di capitalismo “democratico”, cioè in teoria aperto ai più vasti strati sociali, non escludeva qualsiasi cittadino da attività imprenditoriali: anzi, solo i privati e sempre più gestivano le attività statali. Per assurdo (e per motivi di stile o di ideologia o di valori conservatori) ne erano esclusi i ricchi aristocratici latifondisti. Ha scritto Kovaliov nella sua Storia di Roma: <<A Roma esisteva l'usanza di concedere in appalto non solo la raccolta delle tasse nelle province, ma anche tutta una serie di attività riguardanti l'economia statale. In Polibio (VI, 17) leggiamo: Molti lavori in tutta l'Italia, lavori che non riuscirebbe facile enumerare, riguardanti l'amministrazione e la costruzione di opere pubbliche, come pure fiumi, porti, giardini, miniere e, in breve, tutto quanto si trovava in potere dei Romani, veniva dato in appalto dai censori. Tutto si veniva a trovare nelle mani del popolo e si può dire che quasi tutti i cittadini partecipavano agli appalti e ai vantaggi che ne derivavano. Così alcuni ottenevano dai censori un determinato appalto a pagamento, altri ne godevano per mezzo di amicizie, altri ancora erano impiegati dagli stessi appaltatori, infine alcuni per ottenerli apportavano al tesoro statale la loro sostanza.

Sulla base del sistema degli appalti nacquero imprese particolari che ricordano lontanamente le società per azioni. Talvolta acquistare il diritto a determinati appalti non era possibile nemmeno ai più ricchi per quanto grandi fossero i loro capitali, poiché le somme che lo Stato richiedeva erano enormi. Perciò alcuni appaltatori si riunivano e formavano una compagnia (societas publicanorum). Ognuno apportava un determinato capitale e ne riceveva gli utili corrispondenti (partes). Con le « azioni » si facevano speculazioni: si vendevano, si compravano, si giocava al rialzo e al ribasso. Le grandi compagnie avevano un proprio apparato: scrivani, agenti, navi e uffici nelle province. Si trattava di organizzazioni impostate su larghe basi e che costituivano lo strumento principale per lo sfruttamento delle province>> (Kovaliov, cit. I, 317- 338).

 

Volendo noi esprimerci sulla democrazia in generale ed essendo indubbiamente Luciano Canfora a livello di filologia e di storia della letteratura uno dei massimi esponenti mondiali, agli inizi del 2000, di antica storia e letteratura greca, nonché di civiltà latina, non possiamo esimerci  dall’esaminare e discutere la tematica da lui esposta sulla democrazia antica e moderna, tematica che tanta parte ha nella discussione sul movimento democratico nell’antica Roma fino alla fine delle guerre civili (“populares” o “democratici” nella antica terminologia latina). Prendiamo lo spunto da un libro di Canfora del luglio 2004 e, ancora meglio, da una replica apparsa su un quotidiano.

MASSIMO SALVADORI- REPUBBLICA 4 AGOSTO 2004- COMMENTO AL LIBRO DI LUCIANO CANFORA SULLA DEMOCRAZIA DALL’ANTICHITA’ AD OGGI.

<<Le critiche più incisive alla moderna democrazia rappresentativa sono state rivolte per un verso dal liberalismo conservatore e per l'altro dal comunismo. Queste correnti hanno condiviso il considerare una mera ideologia e un pregiudizio privo di fondamento la concezione della democrazia come «forma di governo” di "tutti i cittadini». Per entrambe la democrazia era invece il movimento delle masse diseredate diretto contro i possidenti per assumere da ultimo il potere. Sennonché per la sinistra rivoluzionaria  la «democrazia» delle masse volta a diventare «dittatura» sui possidenti era una benedizione, la vera democrazia; per i liberali conservatori una maledizione, in quanto destinata a produrre la «tirannide della maggioranza”. Alla critiche rivolte da tali opposte scuole all'idea di una democrazia esercitata da tutti i cittadini attraverso le istituzioni rappresentative e alla concezione della democrazia delle masse si collega Canfora nel suo libro “La democrazia. Storia di un’ideologia” (Laterza, 2004) che parte dalla Grecia classica per arrivare alla nostra epoca. La tesi dell’autore è chiara e semplice: sin dall'Atene di Pericle la democrazia era sentita dai suoi avversari come «un sistema liberticida» in quanto attentava alla libertà e alle proprietà dei ricchi. Ma già allora essa diede luogo non a un governo popolare, ma ad una “guida del regime popolare» da parte di una frazione dei ricchi che accettava e sfruttava il sistema. Così nell'Atene antica, e così più che mai oggi, mutatis mutandis, nelle democrazie di matrice liberale. La democrazia è sempre stata e può essere una sola: la lotta di coloro che mirano a stabilire l’eguaglianza contro il predominio delle oligarchie fautrici della disuguaglianza. E perciò Canfora insiste che democrazia «non è una forma, non è un tipo di costituzione»; che essa è presente nelle «più diverse forme politico costituzionali», dove e quando si fa sentire con efficacia l'azione della parte popolare. Il che aveva capito Croce, il quale «aveva ben chiaro che "democrazia" non è un regime politico, ma un modo di essere dei rapporti di classe sbilanciato in direzione della "prevalenza del demo", per dirla con Aristotele». Impostata in questi termini la questione, Canfora traccia una storia della democrazia assai poco interessata alla ricostruzione delle dottrine democratiche e dei grandi dibattiti a queste legate. Quel che piuttosto per lui conta - e il richiamo ad Arthur Rosenberg è insistente - è la ricostruzione di una serie di capitoli esemplari dei conflitti tra le classi dominanti e le classi subalterne volta a mostrare come la teoria della democrazia intesa quale eguag1ianza formale di tutti nella legge, formazione della volontà comune mediante la rappresentanza delle diverse parti sociali nelle istituzioni parlamentari sia in effetti una «ideologia» in senso marxiano a beneficio delle minoranze al potere. Nella ricostruzione di questi capitoli egli appare sovrabbondante, mentre assai ridotti o soffocati sono i richiami a coloro che del significato della democrazia in epoca moderna discussero «classicamente» non solo sul versante liberale ma anche marxista. Basti dire che non compare il nome di Kelsen e che la grande controversia tra Kautsky [e aktri riformisti austro- marxisti NdA] e i leader bolscevichi è assente. L'attenzione poi è pressoché tutta eurocentrica e all'America sono dedicati cenni. I riferimenti a Bobbio il quale sostiene che «l'egualitarismo è l'essenza della democrazia» riescono fuorvianti, poiché svincolati dal contesto della sua tesi centrale che la democrazia può basarsi unicamente sull'individualismo e che quella dei moderni è e deve essere la «democrazia di tutti i cittadini».

Ma non si comprende lo spirito del libro di Canfora se non si coglie il suo rammarico per il fatto che «il punto di vista» comunista è quasi del tutto svanito» nel contesto di sinistre europee nella grande maggioranza integratesi nel sistema dominante. Riesce evidente l'intenzione di Canfora di ricostruire la buona memoria di quel punto di vista: A sostegno della memoria da non perdere Canfora dedica parti signîficative alla tradizione comunista. Grandi le lodi a Togliatti, ad aspetti esemplari della costituzione staliniana del 1936 e persino apprezzamento della via «leninista» seguita da Stalin nello stringere il patto con i nazisti nel 1939. Certo, egli non può non cogliere tutta la portata del naufragio del comunismo; sennonché è per lui pur sempre un naufragio della parte che ha in prima fila incarnato nel nostro secolo la battaglia per la democrazia: e perciò di questa battaglia l'autore rivendica tutto il valore. Ma la sua analisi sui progetti di una democrazia di classe pervenuti alla dittatura di nuove oligarchie impostesi in primo luogo sulle masse lavoratrici non dà risposta alla questione: può una forza intesa ad affermare una «democrazia di classe” non finire per promuovere un potere dispotico?

La conclusione di Canfora è che nel mondo occidentale «ha vinto la libertà» come libertà dei ricchi e che la democrazia - ormai «inesistente», ma sempre «indispensabile» - è «rinviata ad altre epoche», affidata ad «altri uomini», «forse non più europei». La democrazia della parte popolare - secondo l'autore rimasta viva come aspirazione ma senza ancoraggio nel mondo sviluppato - è così da lui stesso ridotta ad una utopia" che non ha più un soggetto in grado di farsene portatore efficace nella realtà presente. A me sembra che l'impostazione di Canfora vada rovesciata. la democrazia attuale nel mondo occidentale tradisce largamente le sue promesse, soggiace alle più pesanti deformazioni e la libertà dei ricchi tende a soffocare quella degli altri. Ma da ciò non segue che la partita sia chiusa e da rinviarsi ad un futuro e a luoghi indeterminati. La partita è tanto più aperta quanto più difficile. Niente di peggio può accadere agli strati poco o non difesi che cedere allo strapotere delle oligarchie per le disillusioni causate dalle vicende del comunismo.>> (Salvadori, cit.).

 

E’ evidente leggendo il testo di Canfora (e Salvadori lo rimarca sapientemente) la continua mania del comunismo (ovviamente rivoluzionario) di rinviare qualsiasi concreta realizzazione di palpabile democrazia a utopiche “rivoluzioni future” (non tangibili – per fideistico assurdo- nemmeno con le reali, effettive rivoluzioni già realizzate dai partiti comunisti che nella storia hanno raggiunto il potere). In buona fede ciò è dovuto alla ingenuità e ignoranza politica del fatto che gestire praticamente forme di democrazia non può essere demandato alla pura ideologia o a pretese di sostituire le religioni (un regno ”non di questa terra”). In mala fede e a livello scientifico ciò è dovuto alla impossibilità che un potere dispotico o lesivo di effettive libertà - motivato pretestuosamente dalla “dittatura della democrazia”, dalla dittatura democratica della maggioranza e delle classi più umili e diseredate della società - alla fine possa essere qualcosa di diverso di una oligarchia (nella peggiore delle ipotesi, non di nuovi ricchi, ma di piccolo borghesi o sottoproletari che sfruttano comunque masse di lavoratori). E così sono finiti i fascismi del 1900 e i comunismi dell’Europa orientale. Avevano perfettamente ragione gli antichi ed Aristotele: la democrazia è solo democrazia, l’oligarchia à oligarchia, la monarchia è monarchia. E proprio in questo sbaglia Canfora: credere che la democrazia come potere dei ricchi mitigato dal popolo possa essere mai in futuro differente, o diventare una “diversa” democrazia. Resterà democrazia finché non diverrà oligarchia, o qualcos’altro. Pur di non accettare la concreta democrazia di antiche città- stato e delle moderne democrazie occidentali e comunque liberali, Canfora preferisce evidentemente subito la tirannia (e il dispotismo della “dittatura democratica del proletariato”) o una aristocrazia di intellettuali rivoluzionari e giacobini che si trasformerà in ogni caso in oligarchia (perché la vera “aristocrazia” è gestibile solo da eredi di “vere” monarchie, ed è difficile in epoche in cui l’aristocrazia del denaro troppo sopravanza quella per nascita). E Canfora preferiva così Stalin. E preferisce così (in buona fede) chiamare Comunismo una “vera” democrazia che esiste solo nell’utopia, in senso sia pure populistico (perché allora, per gli antichi e i moderni, sarà “demagogia”) o anarchico (perché allora sarà anarchia, come sogno e utopia futura di una società autoregolamentata dalla coscienza individuale). Accontentiamoci, finché l’avremo e finché potremo difenderla e diffonderla, della democrazia. Magari migliorandola o mitigandola con forme socialistiche democratiche. Se vogliamo estrapolare formule, il compito della “vera” democrazia è mitigare ancora oggi le forme di oligarchia. Che ciò possa portare in futuro a nuove forme politiche perfette e utopiche, lo speriamo tutti quanti.

Come ha notato una volta il grande politologo Norberto Bobbio, filosofo della democrazia, l'individualismo -poi occidentale- prevalse nelle città-stato (poleis) dell'antica Grecia e principalmente nella culla della democrazia, Atene, di contro al collettivismo (dispotismo) orientale (oltre che di contro allo statalismo - o meglio egualitarismo oligarchico- spartano). Conciliare l'individualismo con il necessario e legittimo collettivismo -lo Stato- in forme avanzate di democrazia, fu compito difficile della repubblica aristocratica a Roma, delle monarchie ellenistiche a partire da Alessandro Magno e dell'impero romano poi.  Si trattava della nascita della democrazia moderna a partire da Temistocle, Pisistrato, Cimone, Efialte e Pericle nell'antica Atene, come ben illustrano il libro di Schachermeyr su Pericle del 1969 o i documentari satellitari  in dvd del 2004 su <Atene e la nascita della democrazia>. La democrazia è un valore universale: questa affermazione teorica - indiscutibile, checché affermino tutti -proprio tutti- gli ipocriti manuali di storia antica che denigrano o sminuiscono le antiche forme di democrazia in Grecia e in Roma perché sarebbero state valide solo per chi aveva la cittadinanza e non per gli stranieri (infatti è risaputo che nelle democrazie moderne o nei paesi comunisti alle elezioni politiche non vota chi ha la cittadinanza ma anche tutti gli altri e soprattutto gli stranieri e i popoli stranieri) (nota1)- e' stata alla base del crollo nel 1989 del comunismo sovietico -ex URSS- da quando anche Enrico Berlinguer, segretario del più forte partito comunista dell’Occidente, ebbe l'ardire di proclamarlo nel 1977 a Mosca al congresso del PCUS, tra il plauso degli <occidentali> e l'indignazione degli ideologi più o meno ortodossi. Allora tra il pubblico e poi come rappresentante ufficiale ai funerali di Berlinguer a Roma vi era quel Gorbaciov primo artefice poi del crollo del Muro di Berlino: egli non volle opporsi all' evidenza universale di quella affermazione. (nota1) L'assurdità da noi ora affermata con sarcasmo, così figura in un diffuso e molto accreditato manuale di storia antica per il liceo del 2005 nel capitolo su Pericle. E facciamo qui grazia di altre amenità, specie sulla repubblica romana e sull'impero, sulla falsariga di quei kolossal cinematografici che sanno rappresentare unicamente imperatori romani malati di mente, psicopatici e sanguinari, perché 1500 anni di civiltà romana si sarebbero basati solo sulla violenza, sul dispotismo politico e sullo strumento (costrizione) militare.

 



[1] Cfr. anche Venturini, cit.

[2] Intendiamo in quest'ambito anche le forme di socialismo nazionalista o nazionalsocialismo (nazismo), oltre alle posizioni (non sempre "ideologie") comuniste o socialdemocratiche.

[3] Fenomenolia… (B. Lo spirito si è reso estraneo a sé. La cultura. / I.  Il mondo dello spirito a sé estraniato. / a. La cultura e il suo regno dell'effettualità. [57]) Due potenze dominano il mondo moderno, il potere dello Stato e la ricchezza, e la coscienza le può considerare in modo diametralmente opposto, l'una come principio di legalità oppure fonte di oppressione, l'altra come fonte di benessere oppure come qualcosa di  temporaneo e labile. La coscienza nobile si realizza nell'eroismo del servizio e nell'eroismo dell'adulazione. La coscienza spregevole rifiuta le potenze del mondo, e per lei il servizio è interessato, l'adulazione è una maschera (trad. De Negri)..

[4] Venti anni dopo, Hegel, come Statalista, entrò in feroce polemica con i filosofi e gli economisti anche "liberali" tedeschi, perché voleva un inasprimento fiscale contro i ricchi per sovvenzionare l'assistenza pubblica ai bisognosi e garantire l'istruzione ai bambini (letteralmente, l'obbligo della Scuola pubblica statale, impedendo così anche il lavoro minorile). Il "campione" dell' illuministico e moderno "liberismo" (coniugato anche, stranamente, con lo Statalismo), entrò quindi in conflitto con gli altri "liberisti" che non volevano saperne di princìpi di "uguaglianza" sociale (una accusa generalmente rivolta ad Hegel fu che "egli faceva violenza ai genitori e alla loro autorità, privando soprattutto i poveri della disponibiltà anche lavorativa sui figli" e "favorendo l'ingerenza dello Stato nelle cose più private" (D. Losurdo, Hegel e la libertà dei moderni, Roma 1990, pp. 271 sgg.).

[5] Che mai ci stancheremmo di citare (cfr. il nostro II capitolo, L'esercito romano, paragr. "La riforma", 3° capoverso).