VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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3. UNA NUOVA CLASSE SOCIALE.

La classe sociale dei cavalieri (equestre - oggi diremmo "borghese"- e con origini plebee [1]) sarebbe nata ufficialmente a Roma, con nuovo senso terminologico, connotazione e incidenza politica rilevante (secondo analisi di Emilio Gabba ancora non sufficientemente riconosciute nel loro valore [2]), proprio nel corso della II Guerra Punica, o guerra annibalica, sul finire del III sec. a.C. (e si veda la nostra "scheda" sui CAVALIERI nel primo capitolo di questa Introduzione).

E' vero che la lotta tra patrizi e plebei come corpi sociali contrapposti risaliva già alla nascita della Repubblica aristocratica e sempre più oligarchica, e più esattamente al 494 a.C.; ed è vero che già prima, dal re Tarquinio Prisco, datano importanti conquiste della plebe ricca nell'ambito dei cavalieri come corpo militare, conquiste poi confermate dalla riforma attribuita a Servio Tullio.[3]

Ma solo nel periodo tra la prima e la seconda guerra punica, e in particolare durante la seconda, il più generale movimento plebeo e popolare da una parte e la supremazia oligarchica senatoria (aristocratica) dall'altra videro la nascita di un ordine (ceto sociale) di cavalieri (equitatus, non più solo corpo militare), solo relativamente indistinto tra patrizi e plebei, che avrà un peso politico e non solo economico negli schieramenti e nelle alleanze. Fino ad allora la distinzione tra centurie di cavalieri patrizi e centurie di cavalieri plebei denotava solo la differente dignitas (considerazione sociale) tra le prime e le seconde nell'ambito dell'organizzazione militare. Era nato invece, adesso, un nuovo soggetto sociale, pronto ad agire pro o contro i due maggiori schieramenti politici. E la maggioranza di questi nuovi soggetti - di origine plebea- , per la loro stessa genesi sociale, era pronta a meglio utilizzare gli strati medio-bassi della plebe, favorendone gli interessi o alleandosi con essi per i propri contro lo strapotere senatorio (gli oligarchi, optimates, o Ottimati, come rileggeremo tra breve anche in Machiavelli) [4]. Criticando le tendenze a sminuire i conflitti tra le parti sociali nell'antica Roma da parte di un Syme [5](noi facciamo lo stesso verso un Toynbee e un Brunt), il Serrao ("Classi, partiti e legge..., cit., pag.173) fa queste considerazioni: "Oggi si suole spesso coprire con veli ideali gli interessi economico- sociali che un dato partito politico rappresenta. I romani, come di recente è stato giustamente notato dal De Martino (Storia della costituzione romana, III, 115), non temevano di presentare la lotta nella sua cruda realtà, non usavano nascondere i motivi di classe, proclamavano non di rado apertamente gli interessi di cui i movimenti erano portatori. E gli storici parlano di lotta tra gli ordines, ossia fra le classi, e nella stessa denominazione dei movimenti si rispecchiano talvolta gli interessi che rappresentano: optimates i nobili, populares il movimento contrario ai nobili e che quindi esprime gli interessi del popolo. Intorno alla reale portata di questa distinzione ho già accennato allo scetticismo nutrito da parte della recente storiografia... Non raramente gli scrittori antichi usano il termine popularis ad indicare determinati uomini nobili che si pongono contro l'aristocrazia per eccellenza, contro la factio optimatium... ma ciò non contrasta l'altro uso del termine, contrapposto alla nobilitas... Comunque più dei termini conta la realtà... Sallustio (Iug. 41, 1) contrappone le partes popularium alla factio degli ottimati e Cesare parla di <<populus Romanus factione paucorum oppressus>> ("oppresso dalla fazione dei pochi") (de bello civ. 1, 22, 5)". Noi annotiamo che se le “fazioni” erano alleanze (anche legittime) delle singole famiglie oligarchiche, la visione politica di Cesare e del suo “partito” era ben diversa.

Giuste quindi le osservazioni del Serrao. Se poi volessimo cercare dei motivi per il moderno cammuffamento ideale degli "interessi" reali, per quella "ideologia"  (sempre in senso "negativo", per dirla col giovane Marx) che guida i moderni movimenti politici, potremmo pensare che l'astuzia moderna nella lotta politica e nella moderna scienza politica (in cui la ricerca del consenso più ampio spinge i politici a promettere tutto a tutti o almeno a trovare alleati anche tra i sostenitori dell'avversario) induce le parti politiche a escogitare una estensione delle "idealità" anche dove meno sarebbero aderenti alla realtà. Ma poichè anche gli antichi romani, come stiamo dimostrando, soprattutto sui criteri della lotta politica erano avanzatissimi e moderni (tanto sulla politica delle gramsciane "alleanze" quanto su quello dei criteri di libertà personale e individuale [6]), è più ragionevole pensare che, proprio la radicata convinzione dei "migliori" (degli "aristocratici", alla greca) di dover tutelare meglio i propri interessi - per la salvezza soprattutto politica (chi aveva più tempo, perché viveva di rendita, si dedicava all'oratoria e alla politica) e militare (chi più aveva soldi, più rischiava in battaglia con le proprie armi [7] in prima fila, per la difesa comune), ma anche morale, dello Stato -, rendeva gli antichi Romani più espliciti e brutali nell'affermazione dei propri privilegi di casta. La stessa condizione di "cittadinanza", anche per i plebei più poveri e indigenti delle città- stato, era privilegio indiscusso e gelosamente orgoglioso rispetto a non cittadini e schiavi [8].

Si spiegherebbero così anche i passi espliciti di Tito Livio, soprattutto nella prima deca delle sue Storie, di giustificazione degli artifici persino illegali a cui ricorse la classe senatoriale contro la plebe in ascesa.

Questo carattere di "franchezza" e quasi spudoratezza nelle questioni politiche stupisce  anche molti lettori del "Commentariolum petitionis" COMMENTARIOLUM PETITIONIS"

(Manualetto di campagna elettorale) [9], un manuale per la propaganda elettorale scritto da Quinto Tullio Cicerone per il più famoso fratello Marco Tullio candidato al consolato, manuale conservatoci integro. Il senatore a vita Giulio Andreotti, nella presentazione dell'opera in una edizione a cura di Paolo Fedeli, si sorprendeva della "spregiudicatezza con cui certe norme di comportamento venivano teorizzate e pubblicamente dichiarate" (fare promesse a tutti, anche se non si possono mantenere; farsi amici in campagna elettorale anche individui poco raccomandabili, della cui amicizia ti vergogneresti in altre situazioni; denigrare gli avversari politici in qualsiasi modo, con sospetti di colpa, lussuria, sperpero ecc.; intimidazione dell'avversario col timore grandissimo di processi intentati contro di lui, rischiosi sotto campagna elettorale; ecc.). Ma il senatore si chiede anche (siamo nel 1987) "se sia più da apprezzare la franchezza con cui queste cose erano scritte e pubblicate - sia pure entro cerchie ristrette e ben definite - dagli antichi, o l' "omaggio all'onestà" che ne fa tacere in pubblico i moderni, anche quando nella prassi certi metodi, non esclusi l'insinuazione e la calunnia, continuano ad essere ampiamente praticati" (Ibidem, pag.11) [10]. Non c'è dubbio che due frammenti messi a confronto da Paolo Fedeli nell'introduzione dell'opera (uno antico, su un senatusconsulto che condannava alcuni metodi fuorilegge per l'acquisto di voti, e uno moderno del quotidiano "La Repubblica" sugli "altarini scoperti" di una tornata elettorale nel Sud Italia) rende giustizia al maggior accanimento ma anche alla maggiore onestà elettorale degli antichi!![11]

Se Giulio Andreotti può ravvisare nel manualetto antico l'anticipazione della scienza politica di Nicolò Machiavelli, non è dubbio che tanta elaborazione concettuale, quasi, appunto, scientifica, dimostra i continui tentativi di sormontare la resistenza della classe politica al governo. Cicerone era allora un "homo novus", un uomo nuovo di origine equestre e ancora in sospetto all'aristocrazia (di cui diverrà, solo dopo, il più accanito sostenitore); un uomo nuovo a cui, tra le altre cose, si consiglia come "ingraziarsi" i nobili, come poter accedere alla loro cerchia. Non a caso anche il Serrao (cit., pag.174) sottolinea, fin nelle prime note del manualetto, la più importante riflessione che il nuovo candidato deve fare: Novus sum, consulatum peto ("sono un <<uomo nuovo>>, aspiro al consolato"). "La preoccupazione, e quasi il timore, dell'uomo nuovo che tenta di inserirsi nel gruppo oligarchico non potrebbe essere più dichiarata" (Ibidem) [12].

Che le campagne elettorali dell' "opposizione" (come la definisce per quel periodo storico anche il Mommsen) non fossero spesso più pulite è evidente, anche dal fatto che la sponsorizzazione degli "affaristi" cavalieri non doveva andare per il sottile, tanto più quando la mira era non solo ai "condizionamenti" verso il potere ma proprio al "potere". Ma Quinto Tullio, nel suo "ottimismo", può anche dire: "So bene che non esistono assemblee tanto insozzate dalla corruzione, in cui alcune centurie [i gruppi votanti dei cittadini romani nei comizi] non votino gratuitamente per i candidati ai quali sono particolarmente legate" (Commentariolum, XIV, 56). Molta base popolare (se non la parte di sottoproletariato urbano più utilizzabile come massa di manovra pagata) e molti aristocratici (se non i più corrotti e avidi di potere) avranno votato per onesta convinzione (seppur legata al proprio interesse sociale). I "programmi" politici, cioé, checché dicano alcuni storiografi moderni, esistevano. E ammettiamo pure, col Serrao (cit., pag. 171), che si debba parlare di "partiti" e "movimenti politici", ma non propriamente di "partiti di tipo moderno".

 

Su tutte queste tematiche politico- sociali andranno meglio viste quelle forme di organizzazioni individualistiche proprie della società romana, quali il patronato e la clientela, e in misura minore quelle equivoche forme di associazioni politiche che furono in alcuni momenti i collegia e le sodalitates, forme tutte che si differenziano certo dai grandi partiti di massa dei tempi nostri [13], ma che, insieme alle analisi "prosopografiche" della storiografia prussiana dell'inizio del XX secolo (soprattutto Münzer, Gelzer, Ed. Meyer e Schur), possono dare il senso di quell'intreccio tra grandi famiglie e movimenti politici di massa che fece Roma per secoli grandissima nella legislazione, nel diritto e nello scontro politico.

Osserva il Ruffolo: “Giudicandolo con i nostri criteri di «moderni», il modello economico romano della maturità è stato rappresentato dagli storici dell'economia romana in modi che variano tra due estremi: da quello «primitivista» a quello «modernista». Ci sono quelli (come Rodbertus) che l'hanno considerata una economia arcaica, tutta racchiusa in forme di produzione e di consumo autosufficienti, praticamente prive di una rete significativa di scambi; e quelli, come Rostovzev e Mommsen, che l'hanno raffigurata come una vera e propria economia capitalistica ante litteram: un'anticipazione delle nostre economie di mercato. La critica moderna ha fatto giustizia di queste rappresentazioni estreme, distinguendo anzitutto tra le epoche dell'economia romana. Abbiamo visto come neppure il modello patriarcale si possa considerare un'economia chiusa. E vedremo ora come quello che chiameremo modello della Repubblica imperiale, pur evolvendo verso forme mercantili incomparabilmente più sviluppate, sia restato ben al di qua della soglia di un capitalismo moderno. La formula «Repubblica imperiale» è dello storico francese Claude Nicolet. Essa abbraccia i secoli della conquista e della stabilizzazione dell'Impero, grosso modo dal II a.C. al II d.C., scavalcando la partizione politica convenzionale tra repubblica e Impero, che dal punto di vista dell'evoluzione dell'economia ha scarso significato. Se per questo periodo si può parlare di «capitalismo», si deve subito aggiungere che si tratta di un capitalismo mercantilistico abortito. Al capitalismo i romani si avvicinarono più di tutte le potenze del mondo antico e da più di un punto di vista. Ma restarono ben al di qua di una soglia critica. Per rendercene conto dobbiamo partire dalle grandi trasformazioni provocate dalla folgorante conquista mediterranea. È infatti in quel momento storico che si crearono condizioni di accumulazione tali, potenzialmente, da formare una economia-mondo di tipo capitalistico: la prima nella storia. Ciò che era avvenuto su piccola scala e parzialmente nelle città greche e fenicie e nella stessa Roma dei Tarquini, l'affermazione di una economia mercantilistica, avrebbe potuto verificarsi sulla scala di un grande Impero. Perché non lo fu?”

Poco oltre Ruffolo avvia l’analisi di questo “capitalismo” abortito:

<<Fermiamo l'obiettivo sulla Repubblica imperiale a metà del suo percorso, al tempo di Augusto, al momento in cui la conquista si sta esaurendo: quando svaniscono i sogni, pure accarezzati dal primo imperatore, di portare le aquile di Roma alle sorgenti del Nilo, lungo la pista vanamente tentata dalle carovane del console Gallo; di soggiogare l'indomabile Germania; di raggiungere attraverso la Persia l'India delle perle e il misterioso paese della seta, la terra dei Seres. L'Impero raggiunge allora i suoi confini storici. Entro quello spazio esso sembra anche giunto ai limiti del tempo. Impero senza fine, lo chiamerà Virgilio.

È il più grande Impero dei suoi tempi, non superato dai suoi contemporanei, la Persia l'India e la Cina. Resterà la maggiore unità economica della storia dell'Occidente conservando il suo primato fino al XIX secolo. Ha una densità, rispetto alle nostre misure, assai bassa: 17 persone in media per chilometro quadrato. I tassi di natalità e mortalità sono elevati, la vita media non supera i 20 anni: un Impero di giovanissimi. Solo un decimo della popolazione vive nelle sue 3 mila città, un ventesimo nelle 4 più grandi (Roma, Cartagine, Antiochia e Alessandria) e un milione nella capitale.

   Secondo calcoli eroicamente approssimativi il prodotto interno lordo di quell'Impero, a quell'epoca, si sarebbe aggirato attorno ai 20 miliardi di sesterzi, che ancora più eroicamente ragguaglieremo a 20 miliardi di dollari di oggi. ((i 10 € per HS-sesterzio di altre valutazioni economiche cambiano poco la questione)). Certo, il confronto è più che grossolano, data l'incomparabilità dei poteri d'acquisto tra strutture economiche così difformi! E tuttavia ci serve a stendere questo «trasparente» sulle nostre carte. Ci accorgiamo così che, con un prodotto pro capite di 375 dollari, l'Impero romano si poneva sulla media dei paesi sottosviluppati alla metà del secolo XX, superando però quelli allora più poveri, come l'India: l'India delle perle.

   Dunque, una economia povera, nel complesso, certo, ma con vertiginose concentrazioni di ricchezze, proprio come l'India. Il reddito annuale del solo imperatore stava nell'ordine di 15 milioni di dollari e cioè lo 0,1 per cento del Pil. Quello dei 500 senatori presi insieme ammontava a 100 milioni di dollari, pari allo 0,5 per cento del Pil. L'élite economica dell'Impero, e cioè il 3 per cento dei percettori di redditi, godeva del 25 per cento del Pil. Se pensiamo che oggi il 45 per cento del reddito mondiale, mille volte più grande di quello romano, è nelle mani del 10 per cento della popolazione mondiale, dobbiamo dare, dell'iniquità romana, un giudizio meno scandaloso.

   Questa sommaria istantanea della repubblica imperiale all'inizio del I secolo (nei due secoli seguenti non sembra ci siano state variazioni rilevanti: il prodotto è aumentato lievemente nel primo per diminuire lievemente nel secondo) ci fa capire la portata delle trasformazioni che hanno investito Roma e l'Italia dalla fine delle guerre puniche al Principato di Augusto. L'apertura di nuovi grandi mercati di approvvigionamento: di grano, in primo luogo, ma anche di ogni tipo di merci di comfort e di lusso; e di nuovi mercati di sbocco dei prodotti italici, vino e olio soprattutto. Disponibilità immense di terre confiscate alle popolazioni sottomesse. Tributi in moneta e in natura dalle province. Bottini di guerra. Ruberie, rapine, estorsioni degli eserciti e dei proconsoli. E oro, a tonnellate. E schiavi, a milioni.

   Questa tempesta di ricchezze, questa vera e propria «accumulazione politica» che investe Roma e l'Italia avrebbe potuto innescare un processo di sviluppo autopropulsivo >>.

 

Già nel 1953 il Kovaliov, nella sua Storia di Roma, utilizzando un linguaggio politico abbastanza “moderno”, aveva sintetizzato: <<In tal modo la classe dei grandi proprietari di schiavi romani si divise nel II secolo in due frazioni: gli agrari ed i mercanti. La prima possedeva le terre e per mezzo del Senato e delle magistrature governava la Repubblica; la seconda comandava nel campo delle finanze, ma era priva di reali poteri politici. Con ciò si spiega perché i cavalieri si trovarono in opposizione al Senato e costituirono l'ala destra del nuovo movimento democratico. Il nuovo partito democratico era ben diverso dal vecchio partito democratico contadino del V-III secolo. È vero che il nucleo principale era ancora costituito dai contadini, ma ora si trattava di poveri e proletari di villaggio. Alla destra erano i cavalieri, alleati infidi, pronti a tradire nel momento decisivo e a passare nel campo nemico. Ma grazie alla loro ricchezza e organizzazione i cavalieri talvolta capeggiavano il movimento democratico. Ai contadini si univano i poveri della città, piccoli artigiani e commercianti, proletari e tutto il folto gruppo del sottoproletariato declassato. Sebbene l'ala cittadina dei democratici su molti punti si trovasse d'accordo con i contadini, pure aveva alcuni interessi specifici che talvolta furono causa di dissensi nelle file del fronte democratico>>.

Non ci sembrano eccessive anticipazioni di tematiche moderne e sviluppi contemporanei. Nel Capitale Marx, nella Introduzione del '57, <<sottolinea una caratteristica rilevabile nella storia della guerra: che attraverso di essa e negli eserciti “determinati rapporti economici come il lavoro salariato, le macchine ecc. si sono sviluppati prima che all'interno della società borghese [14]. Anche il rapporto tra forza produttiva e rapporti di traffico diviene particolarmente evidente nell'esercito” (Il capitale, cit., II, trad. it. di R. Panzieri, p. 34 sgg.). Cfr. in proposito la lettera ad Engels del 25 settembre 1857, in cui Marx commenta una ricerca inviatagli dall'amico ed intitolata « Army », con alcune notazioni che spiegano meglio il passo dell'Introduzione (scritto del resto a breve distanza di tempo): « La storia dell'Army mette in luce con maggiore evidenza di qualsiasi altra cosa l'esattezza della nostra concezione del rapporto esistente tra le forze produttive e le condizioni sociali. L'Army in generale è importante per lo sviluppo economico. Per es. presso gli antichi il sistema salariale si è sviluppato completamente anzitutto nell'esercito. Così presso i romani il peculium castrense è la prima forma giuridica in cui si riconosce la proprietà mobiliare di quelli che non sono padri di famiglia. Così il regime corporativo nella corporazione dei fabri. Così si trova qui il primo impiego delle macchine in grande. Perfino il valore particolare dei metalli e il loro use come denaro pare che originariamente si basi - appena passata l'età della pietra di Grimm - sulla loro importanza bellica. Anche la divisione del lavoro all'interno di un determinato settore si compì primamente negli eserciti. Tutta la storia delle forme della società civile vi si trova riassunta in modo evidente. Se avrai un po' di tempo, dovrai rivedere la faccenda da questo punto di vista » (K. Marx- F. Engels, Carteggio, trad. it. di M. A. Manacorda, Roma, 1972 3, III [1857-1860], pp. 93- 95; ora in Opere complete. XL, Roma, 1973, pp. 201- 202). Marx insomma delinea l'ipotesi che talune forme (il lavoro salariato, la divisione del lavoro) e tecniche (il macchinismo), proprie della società borghese, si ravvisino già all'interno di un settore determinato (l'esercito) delle formazioni sociali precapitalistiche. Non sarebbe propriamente un'anticipazione, ma l'origine stessa di rapporti e tecniche moderni. La conoscenza di tale origine partecipa dell'analisi delle loro forme.>>

 



[1] Soprattutto nelle 12 nuove centurie che, dal tempo dei re, si aggiunsero alle più antiche 6 patrizie, e ancora con funzione e terminologia militare, non politica.

[2] Gabba E., Esercito e società nella tarda Repubblica romana, Firenze 1973, in particolare l'Appendice "Note sul ceto equestre in età repubblicana", pagg. 335- 345. Noi possiamo relativamente difendere la terminologia di "classe media" (middle class) usata per i "cavalieri" da H. Hill, "The Roman Middle Class in the Republican Period", Oxford 1952, e verso cui il Gabba ha delle giustificate riserve (Ibidem, pag. 342)

[3] <<Pasquali G., La grande Roma dei Tarquini, La Nuova Antologia, Roma 1936 consente di sostenere la tesi di un futuro alternativo possibile per una Roma che avrebbe potuto seguire il modello cartaginese; e di considerare l'avvento della Repubblica come un vero guaio, almeno dal punto di vista economico>> (G. Ruffolo, cit., 2004, bibliografia pag. 292).

[4] Abbiamo detto strati plebei medio-bassi, perché quelli più bassi, con le forme più accentuate di clientela (come oggi il sottoproletariato urbano, il Lumpenproletariat, gli strati più emarginati e privi di istruizione e coscienza), sono da sempre meglio utilizzabili come massa di manovra e sobillabili demagogicamente dalle classi più reazionarie e conservatrici ; i più poveri e diseredati per lo più non sono con chi difenderebbe in parte, realisticamente, i loro interessi, ma per lo più con chi, blandendoli con false promesse o illudendoli ad esempio sul non pagamento di indispensabili tasse, è pronto a costruire, come destra o sinistra estreme, società "oligarchiche" (siano esse fasciste, naziste o comuniste, con i loro apparati di Stato, di Partito e di Sindacato). Che le forme di "socialismo reale" dei Paesi dell'Est Europa siano crollate perché la formula di "dittatura del proletariato" celava forme di oligarchia piccolo- borghese, pare ormai accertabile. Per le forme di fascismo, ciò è più evidente.

 

[5] Syme ammette e non ammette la rivoluzione romana negli esatti termini che noi porremo:” Come la politica e le azioni del popolo romano erano dirette da un'oligarchia, così anche i suoi annali erano scritti con spirito oligarchico. La storia ebbe origine dalle iscrizioni ricordanti i consolati ed i trionfi dei nobiles, dalle antiche memorie sulle origini, alleanze, inimicizie di quelle famiglie; e non rinnegò mai le sue origini. Necessariamente, era una concezione ristretta, per cui soltanto la classe dominante poteva avere una storia e soltanto la città dominante, Roma, non l'Italia'. Con la rivoluzione fu infranta la potenza della vecchia classe dirigente e la sua composizione ne risultò trasformata. L'Italia e le classi non partecipanti alla politica attiva trionfarono di Roma e dell'aristocrazia romana. Rimasero tuttavia in piedi la vecchia struttura e le vecchie categorie: la monarchia governò tramite un'oligarchia”. E oltre: “Essendo l'oligarchia non già una fantasia di teorici della politica, una speciosa finzione o un termine denigratorio, bensí un reale insieme di persone, essa si presta ad un esame positivo, nelle sue forme e caratteristiche immediate, concrete ed evidenti. Si può dire che in qualsiasi momento della storia della repubblica romana, venti o trenta uomini, usciti da poco piú d'una decina di famiglie predominanti, detennero il monopolio delle cariche e del potere. Di volta in volta troviamo famiglie in auge ed altre che decadono. Con l'allargarsi del dominio di Roma in Italia, si amplia la cerchia in cui la nobiltà viene reclutata e rinnovata. Ma benché la composizione dell'oligarchia si sia lentamente trasformata di pari passo con la trasformazione dello Stato romano, minimi sono i mutamenti nella tattica e nella forma della politica dei potentati; e per quanto nobili casate subissero sconfitte nella lotta per il potere e attraversassero lunghi periodi di eclissi, esse si salvavano dall'estinzione grazie alla coesione primigenia della famiglia romana e grazie al senso d'orgoglio per le loro proprie tradizioni: e attendevano pazientemente di poter riaffermare la loro antica preminenza.” (cit. 20 sgg.) . E poco prima: “Il nobile era sempre un proprietario terriero, grande o piccolo. Il denaro però scarseggiava e, d'altra parte, non si volevano alienare i possedimenti; ma occorreva continuamente del liquido per svolgere con dignità la propria parte, per conciliarsi il popolo con magnificenza di giuochi e spettacoli, per corrompere elettori e giurati, per sovvenzionare amici e alleati. Ne derivavano debiti, corruzione e venalità a Roma; oppressione ed estorsione nelle province. Crasso soleva ripetere che non si poteva chiamare ricco colui che non fosse in grado di mantenere un esercito con le proprie entrate; e Crasso doveva ben saperlo”.

[6] Sui criteri di libertà fino ad oggi attribuiti, come nascita, solo dalla Rivoluzione Francese in poi ed invece dimostrati propri anche della giurisprudenza romana repubblicana, si vedano i  paragrafi  sulla "RIFORMA" nel II capitolo (L'esercito romano) di questa nostra Introduzione alla guerra annibalica,  soprattutto con i riferimenti a Giuliano Crifò, "Libertà e uguaglianza in Roma antica - Emersione storica di una vicenda istituzionale", Roma 1984, che fornisce adeguata analisi e bibliografia.

[7] Questo valeva sempre, ma ancor più prima di Caio Mario (107 a.C.) che propose un armamento più o meno "gratuito" (cioé, a spese dello Stato) anche per le classi più povere della popolazione romana (i "proletarii"). In Grecia e a Roma le armature oplitiche, cioé quelle dei soldati armati più pesantemente, costavano notevolmente e permettevano di combattere in prima fila. Lo stesso vale per i cavalieri, che dovevano permettersi il cavallo. Vedere il nostro II capitolo, sull' esercito romano, e il cap.III,  sull' esercito greco.

[8] "L'Ateniese si conosceva libero soltanto come ateniese, il cittadino romano solo come ingenuus. Ma che l'uomo sia libero in sé e per sé, secondo la sua sostanza, che sia nato libero come uomo: ciò non lo seppero né Platone, né Aristotele, né Cicerone, né i giuristi romani, benché questo concetto sia la sorgente del diritto romano" (Hegel's Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, hsgg. v. K.Michelet, Berlin 1833 [1833-36] [1840-44], ed. it. pp.88).

[9] Quinto Tullio Cicerone, Commentariolum petitionis (Manualetto di campagna elettorale), a/c di Paolo Fedeli, Roma 1987. Riproposto, con diverso traduttore, anche in appendice a R. A. Staccioli, Le elezioni nell'antica Roma, Roma 1996.

[10] Ci  paiono molto simpatici, nel Commetariolum, la figura e l'esempio di quel Gaio Cotta, che, in campagna elettorale, "non diceva di no a nessuno", perché troppo di frequente si presentava un motivo per non mantenere le promesse, e che in definitiva sosteneva : "esse extremum ut irascatur is cui mendacium dixeris" (l'ultima cosa da temere è che si adiri la persona a cui si è mentito) : tra i rischi del non promettere e quelli del promettere invano, in politica sono infinitamente superiori i primi  (IX, 47). Qui si parla, comunque, di promesse espressamente chieste da elettori, non di "fanfaronate" arbitrarie dei politici (tipo "un milione di posti di lavoro").

[11] Ecco i due brani a confronto: "Pagare delle persone perché vadano incontro ai candidati, assoldarle perché li accompagnino, distribuire posti a tutti, per tribù, nei combattimenti dei gladiatori e offrire pranzi pubblici, tutto ciò costituisce una violazione della legge" (senatoconsulto per le elezioni consolari romane del 63 avanti Cristo). "E' possibile che si debba tornare a votare, almeno per quanto riguarda il Senato. E la verifica dei voti potrebbe portare lo scompiglio anche in altri partiti. Certo è che la campagna elettorale in tutta la Puglia è stata una battaglia senza esclusione di colpi. I concorrenti non hanno esitato a usare armi come promesse di lavoro, buste con centinaia di migliaia di lire in contanti, buoni benzina. In giro per le masserie più povere, là dove l'ulivo è l'unica ricchezza di una famiglia numerosa, un candidato è stato visto consegnare televisori a colori. Qualche volta si è parlato di minacce e di ricatti, di controllo scientifico dei voti. Qualche volta sono state attribuite a motivi elettorali misteriose aggressioni notturne. Tutto per una manciata di voti, che negli uffici delle prefetture pugliesi vengono adesso contati, passati al vaglio, scrutati, contati ancora" (elezioni politiche italiane, giornale "La Repubblica" 23 giugmo 1987). Paolo Fedeli osserva giustamente che, a distanza di 2050 anni, asserire che "le elezioni degli antichi erano contraddistinte da campagne elettorali personalistiche" (poiché viene sottolineato dagli storici moderni "il loro carattere personalistico"), a differenza delle elezioni moderne, è una tesi messa un po' in crisi da questi brani.

[12] "Le stesse persone, al cui rango e al cui ceto vuoi pervenire, ti ritengano degno di quel rango e di quel ceto... Convincerli che abbiamo sempre nutrito gli stessi sentimenti degli ottimati e non siamo stati affatto favorevoli ai popolari ;  che se le nostre parole sono apparse simili a quelle dei popolari, l'abbiamo fatto con l'intento di conciliarci Gneo Pompeo, in modo da avere nella candidatura l'amicizia, o comunque non l'ostilità, di quell'uomo potentissimo" (Commentariolum, I, 4-5).

[13] Serrao, cit., pag. 173.

[14] Citiamo, fino alle virgolette, dal volume “ANALISI MARXISTA E SOCIETA’ ANTICHE” a/c Luigi Capogrossi, Andrea Giardina, Aldo Schiavone- ISTITUTO GRAMSCI- EDITORI RIUNITI 1978, da noi riportato in appendice (cartella “Testi”).