VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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2. CARATTERISTICA DEL MONDO ROMANO

I Romani antichi realizzarono una civiltà a tuttora esemplare per tre fattori fondamentali: l’acqua, la viabilità (inizialmente per motivi solo militari), la lingua. Riguardo a quest’ultima, i filosofi e i poeti moderni da Kierkgaard, Heidegger e Wittgenstein e da Hölderlin a Mallarmé a Montale (per indicare una linea di sviluppo) ritengono che la lingua (la parola) quasi ontologicamente “crea” il mondo: non si esagera dicendo che comunque lo “domina”[1]. I Romani, almeno con il loro alfabeto (latino, da cui i moderni italiano, inglese, francese, tedesco e così via), più di fenici e greci, dominano fino ad oggi. Ma se questi tre fattori sono secondo noi costitutivi della grandezza dell’antica Roma, ciò non basta a spiegarne l' integrazione in un grande sistema politico.

Ed è proprio la politica l’elemento che nell’antica Roma favorì lo scontro e lo sviluppo, l’organizzazione più rigida e la crescita più duttile. La nostra opera sulle guerre puniche dedicata alle strutture militari voleva dimostrare che la “democrazia militare” costitutiva dell’antica Roma, e tanto duratura, fu un fattore che coniugava politica ed esercito ben al di là dei moderni concetti di militarismo e imperialismo. Anzi, l’estrinsecazione del cittadino come soldato (nella migliore tradizione della polis greco-ellenistica) ne indicava il percorso nella carriera politica e civile, realtà cittadina che il più delle volte ebbe risvolti ampiamente democratici (primi fra tutti, i Gracchi, Caio Mario e Cesare) [2].

Due sono quindi i presupposti fondamentali di questo studio

1 la grande importanza della politica nell'antica Roma;

2 l'importanza, sempre di più fino ad oggi, di due concetti che guidarono i Romani in 400 anni di lotte politiche “democratiche” e poi in altri 100 di guerre civili (tralasciando cioè i secoli dell'impero).

1

Nessun popolo nella storia ha messo al primo posto la politica quanto i Romani. Ad altissimo livello, e la politica comunque: vale dire, sia di destra che di centro che di sinistra. Quando gli antichi romani facevano politica, sia di destra che di centro e di sinistra, essa era estremamente raffinata e lo fu sempre di più nei secoli, dalla repubblica all'impero. Spesso e volgarmente si è creduto che per i romani venissero prima l'esercito e la guerra, poi la politica. E’ vero esattamente il contrario: avanti a tutto veniva la politica -essenzialmente collegiale- poi l'esercito e il resto. Il serpente che si morde la coda che solo la carriera militare consentisse la carriera politica cela questa verità: la politica era il punto di arrivo, il massimo livello dell'amministrazione dello Stato. Il libro di E. Luttwak del 1976 (1981) sull’utilizzo diplomatico e politico dell’esercito romano soprattutto tra la fine della Repubblica e l’inizio del Principato [3] è eloquente in proposito.

Nel mondo classico esiste, fino dalle età più antiche (Aristotele Pol. 4, 1289b), un nesso ideale strettissimo tra diritti politici e doveri militari: nelle poleis greche e a Roma l’assemblea popolare non è altro che l’esercito civico chiamato ad espressione politica (Brizzi, in AA.VV., HIERARCHIE 1995, p. 19; Moscati, I fenici e Cartagine Torino 1972, p.678)

Gli antichi romani erano estremamente religiosi, come afferma Cicerone, e politica e religione erano tutt'uno; la loro religione era anche per questo estremamente pragmatica. Forse anche per tradizione plurisecolare non si spiegherebbe la Chiesa di Roma, la Chiesa Cattolica di Roma pensando alla sola spiritualità senza la politica, senza considerare ad esempio l'altissimo livello della diplomazia vaticana.

2

Uguaglianza e libertà furono già per i romani la problematica, la dialettica fondamentale dello Stato [4](bastino le poche parole di Catone, con finalità però più o meno oligarchiche, riportate in nota). Nessuno Stato ha resistito senza coniugare le due cose. Il socialismo non democratico e il fascismo- una estremizzazione di destra del socialismo, ed entrambi sfocianti in una oligarchia (modernamente: “una dittatura”- e questo vale anche per le oligarchie piccolo borghesi dei regimi comunisti dell’est europeo a metà del 1900)[5], nel primo caso della classe cosiddetta operaia e lavoratrice, nell’altro esplicitamente della piccola borghesia - non hanno dato né danno la libertà; ma la sola libertà crea disuguaglianze e ingiustizie letali per uno Stato, per il suo equilibrio e la sua sopravvivenza.

Comunque sia, uguaglianza e libertà non sono esattamente alla pari, anche come aspirazione pratica: la libertà resta sempre più importante; lo è stata nella storia e lo rimane come valore morale. Il desiderio di libertà può essere molto più forte del benessere -o malessere- economico e nessun “muro” ha resistito al desiderio di libertà. Da ciò si spiega la forza del Capitalismo oggi, nei primi anni del 2000, dato che propugna essenzialmente la libertà.

Prendiamo ad esempio il più evoluto dei comunisti del partito comunista cinese del 2004 e il più evoluto degli industriali statunitensi: il comunista propugnerà la libertà per attuare l'uguaglianza, l'industriale propugna l'uguaglianza per ottenere il massimo di libertà (ad esempio commerciale e di mercato). ma se entrambi sono 'buoni' -pessimo termine dal punto di vista storico, ma non per l'etica- entrambi vorranno sia l'uguaglianza che la libertà, e saranno al fondo dei democratici.

Per assurdo e assolutizzando potremmo dire che chi vuole solo l'uguaglianza è un giacobino e un estremista e chi vuole solo la libertà è un reazionario. Inoltre, per assurdo ed entrando nella psicanalisi; chi vuole soprattutto l'eguaglianza per il proprio popolo vuole la libertà solo per sé (Hitler, Stalin, Mussolini) e chi vuole solo la libertà non ha scrupolo ad affamare interi popoli.

 

Volendo infine anticipare ragionamenti (e attualizzazioni) sul precapitalismo nell’antica Roma, non possiamo non indicare un testo importante sul concetto fondamentale di capitalismo non oligarchico, di capitalismo “democratico” (cioè aperto) e di “capitalismo rivoluzionario” (del quale tratteremo per Giulio Cesare): “Salviamo il capitalismo dai capitalisti” (2004) di Luigi Zingalis, economista italiano docente all’Università di Chicago.

Non senza una buona dose di provocazioni, con alcune estremizzazioni non accettabili da raziocinanti politici sia di destra che di sinistra, egli vede nella chiusura del capitalismo a livello apparentemente (e di etichetta) neoliberista (la destra mondiale), una pericolosa e antidemocratica deviazione “oligarchica” (non di oligopolio, ma fin dall’oligarchia greca e romana dei tempi di Aristotele e di Polibio, che condannavano l’oligarchia come degenerazione dell’aristocrazia), che sbarra il passo al libero arricchimento di altre classi sociali. Una deviazione dal sano “liberismo” del capitalismo in quanto tale (democratico perché veramente libero e aperto) che può e dovrebbe essere propugnato da una sinistra democratica mondiale. Questa la tesi dei due autori del libro. Essi hanno in mente certo la globalizzazione mondiale dell’economia e della finanza e un neoliberismo mondiale selvaggio e di destra (negli Usa da Reagan e Bush) che favorisce ristrette oligarchie mondiali, un neoliberismo a cui contrapporre forze progressiste democratiche che difendano un libero mercato (senza “salvataggi statali” di aziende in crisi e non competitive), una concorrenza aperta, una nobiltà del denaro non oligarchica (quanto più oligarchica era la nobiltà del sangue) e una apertura del capitalismo verso le masse più povere ed escluse dal benessere mondiale, perché questa –eticamente parlando- è una missione del capitalismo non meno che del socialismo democratico. Nel 1987, avviando il nostro lavoro, anticipammo molto in piccolo questa tematica sulla lotta contro l’oligarchia (aristocratica ed economica) della Repubblica romana, lotta avviata già al tempo di Scipione prima ancora della nascita del Partito democratico a Roma (“democratici” o “populares”) dopo la fine delle Guerre Puniche.

Infine, per surrogare le nostre tesi sul perché il precapitalismo non si sia evoluto nella Repubblica romana e sia stato anzi soffocato e affossato nella Repubblica e nell’Impero -Principato o Dominato che sia-, tesi che avevamo già enunciato col presente lavoro dal 1987, citeremo talvolta un testo apparso nel 2004: GIORGIO RUFFOLO, QUANDO L’ITALIA ERA UNA SUPERPOTENZA. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti, Einaudi Torino 2004, che condensa e supera Foraboschi (cit. SII, Dinamiche e contraddizioni economiche alla fine della Repubblica,  pag. 809- 830, da noi digitalizzato in Appendice al nostro intero lavoro), Fusari (cit. Formello 2000) e Schiavone (cit. SIV, La struttura nascosta. Una grammatica dell'economia romana, pp.7- 69, Bari 1996, saggio anch’esso da noi integralmente digitalizzato in Appendice). Ci piace che un testo non puramente storico, né economico, ma piuttosto politico e discorsivo, comprovi in poche pagine ciò che noi con ampio spazio di riferimenti e citazioni sostenevamo in modo piuttosto isolato.

 

Tornando a un discorso generale, va sottolineata questa caratteristica: i Romani fecero nella pratica enormi rivoluzioni (le fecero per più di 1.000 anni), grandi trasformazioni e rivoluzioni sociali, economiche e culturali perfezionando molti aspetti della cultura ellenistica, ma- proprio come gli ellenisti- a parole le hanno sempre condannate. Ce le hanno cioè tramandate a parole come fatti per lo più iniqui, negativi, contrari al “buon costume antico”, ma nella pratica perseguirono questi cambiamenti, questi miglioramenti sociali, incessantemente e spesso, purtroppo, senza un confine tra la passione politica, il golpe militare e la violenza della guerra civile. La cosa strana è che non basta neppure, per questa differenza storiografica tra il “fare” e il “dire”, constatare che gli scrittori romani di storia erano al 99% fautori o membri di una sola delle due parti in lotta, cioè del senato, di quel ristretto gruppo oligarchico conservatore che non voleva nessun cambiamento. Né basta dire che le grandi trasformazioni tecniche e tecnologiche furono sempre sminuite “a parole” (nella letteratura come nella filosofia) per il motivo che la tecnica, la manualità e la pratica, nella mentalità anche greca, erano inferiori rispetto ad ogni attività intellettualle, all’otium come alla politica (intesa come conduzione, governo dello Stato). La “pratica” politica (intesa come lotta politica) fu sempre comunque aborrita e osteggiata. Uno tra i tanti casi emblematici è Appiano: scrivendo durante l’Impero i suoi libri sulle guerre civili a Roma (per le quali non ha nessun interesse reale e tantomeno politico –in realtà non le comprende e le rifiuta-, ma che deve assolutamente scrivere per inserire quelle parti della storia di Roma dal punto di vista greco), egli esalta quelle “novità” disprezzando i personaggi che ne furono portatori, condannandoli apertamente da un punto di vista conservatore perché rappresentavano “partiti” per lui incomprensibili (cfr. Fraccaro in “Appiano”, UTET 2000).

Eppure veri e propri “partiti” politici (non solo “movimenti”) erano nati per la prima volta in Roma, più ancora che in Grecia: bisogna soltanto intenderci se per noi oggi la “rivoluzione sociale” possa essere introdotta solo da una forza politica estremista, ideologizzata e rivoluzionaria che vuol sostituire in tutto –anche con le armi- vecchie forme di potere, o se essa possa essere portata avanti più profondamente nella società con la lotta politica anche da parte di gruppi di potere contrapposti che si appoggiano a strati sociali differenti, a idealità e progetti economici differenti, pur guidati comunque e da sempre da una “elite borghese” [6]. Se la risposta è questa ultima, ha ragione chi nega che in 500 anni di violenta lotta di classe e di guerra civile vi sia mai stata a Roma tanto lotta di classe rivoluzionaria quanto lotta tra partiti politici per “rivoluzionare” radicalmente il sistema di potere.

Ma anche gli schiavi resi spessissimo cittadini liberi, e come liberti segretari dell’imperatore, amministratori dell’Impero e funzionari importanti dello Stato e in grandi aziende private, nonché il loro coinvolgimento (armi date agli schiavi) in molti episodi non solo delle guerre civili, illuminano sulla estensione a qualsiasi categoria sociale (anche alle “cose parlanti”, gli schiavi) dell’attività politica nell’antica Roma, con riflessi cioè in ogni ambito della società. Sembra che il discorso sui liberti non possa limitarsi al ragionamento di un nobile aristocratico: <<Creo dei nuovi cittadini che voteranno per me, dei clientes sicuri>>. Proprio perché, riguardando i liberti l’ambito commerciale e imprenditoriale, essi non erano col tempo vicini al “costume degli antenati”, all’otium e alla mentalità aristocratica quanto piuttosto alla sfera produttiva e alla mentalità della classe dei cavalieri. E infatti liberti e cavalieri furono l’elemento cardine della prima politica augustea, pur limitandosi per legge il numero ormai esorbitante dei liberati.

<<I liberti diventarono i nuovi ricchi. Anzi, crescendo il loro patrimonio finanziario, non fu loro difficile, consapevoli com’erano del censo acquisito, di approdare alla riva <<commerciale dei cavalieri>>, che a Roma costituivano quella che, in termini moderni, chiameremmo la borghesia imprenditoriale>>. (Furio Sampoli in Archeo 11 nov.2007 pag.72). <<Non pochi liberti, che dal 310 a.C. nel commercio erano riusciti ad accumulare una notevole sostanza, si trovarono a votare non solo nelle tribù, a lato di grandi possidenti, ma iscritti nelle centurie privilegiate dei più ricchi cittadini delle prime classi>>. Furio Sampoli continua ricordando che dal primo importante scrittore di Roma in assoluto (Andronico), ai più grandi commediografi (Plauto e Terenzio), al più grande favolista (Fedro), al più grande di tutti in assoluto (Orazio), si tratta sempre di schiavi liberati, liberti. E da Augusto, con l’Impero romano per secoli, la vera amministrazione di tutto l’impero romano- e soprattutto dei palazzi imperiali sul Palatino- dipendeva dai liberti, divenuti ricchissimi e potentissimi. Conclude il Sampoli: <<Da Claudio e fino all’arrivo di Traiano il gabinetto imperiale, che decideva sia delle istruzioni alle province di Europa, Asia e Africa, sia della giurisdizione dei tribunali, compresa l’alta corte senatoriale, era composto esclusivamente di ex schiavi. Che, confidenti e tutto il giorno vicini alla persona sacra dell’imperatore finivano per comandare senza riguardi ai nobili e ai plebei romani. Domiziano (81 d.C.) li immise nella Curia. Divenuto però insaziabile dei loro beni, gli stessi senatori (liberti) decisero di sbarazzarsene. Lo uccisero, ispirati da loro, altri liberti (96 d.C.): intimi e domestici della casa imperiale>>. Già Tiberio, nel 37 d.C., si servì di Nevio Sertorio Macrone, figlio di un suo ex schiavo. L’imbronciato solitario di Capri per disfarsi di Seiano, che aspirava all’impero, elevò Macrone a prefetto del Pretorio. Questi elementi potrebbero far denotare solo aspetti individualistici, personalistici del potere. Si tratta invece di aspetti sociali diffusi nell’ultima fase della repubblica e nell’impero.

Ed è strano che nessuno, tranne Machiavelli, abbia tentato fino ad oggi di riferire alla politica di Roma antica quel concetto di “politica delle alleanze” analizzato da Antonio Gramsci e valido nella dialettica politica odierna in tutti i Paesi democratici. Anche il concetto di “clientela” (ora nell’accezione negativa estensibile una volta in Italia al governo della Democrazia Cristiana, ai “portaborse” o alle Lobby economiche negli USA, ora nel significato positivo del consenso di singoli ambienti della società - attori, commercianti ecc.-, con sponsorizzazioni e supporter) è stato affrontato finora con l’occhio deformato dalla nostra presunta superiorità moderna in fatto di acume e di moralità politiche. Superiore acume e superiore moralità politica potevano invece avere quelle antiche famiglie romane che legavano comunque a sé vasta parte dell’elettorato cittadino e che rendevano quasi 200.000 plebei della città di Roma in qualche modo "assistiti" dallo Stato pur senza escludere il libero mercato. Il problema ulteriore della crescita così di un massiccio sottoproletariato urbano non ci interessa in questo momento, anche se da sempre e per sempre il sottoproletariato urbano sarà la base elettorale della destra conservatrice e delle classi reazionarie, molto più della piccola borghesia.

 

Per rendersi conto degli inconsapevoli errori che la critica storica recente continua a fare sulla politica nell’antica Roma, basta leggere questo pregevole saggio di Andrea Giardina su Augusto, da Archeo del 1995; ma sono errori sempre più “veniali”, colgono cioè alla fine – al fondo- la realtà delle rivoluzioni romane: colgono grazie a G. Niccolini e F. De Martino quella della nobiltà contro la monarchia; con Serrao quelle della plebe dal 469 al 133 a.C.; con Canali (Cesare)– e qui con Giardina - (molto meno Toynbee e Canfora) quella della “rivoluzione romana dei cento anni” conclusa da Augusto Augusto; con Carlo Lanza e altri prima di lui quella della nuova “auctoritas” plebiscitaria di Augusto[7]. Va da sé che gli storici del mondo romano che meno sbagliarono e sbagliano sulla politica romana sono i prussiani elitisti e prosopografici o i marxisti prestati al capitalismo (potremmo dire con una battuta, "tutti i rinnegati dell'ideologia"); coloro che più sbagliano sono quelli che sognano ideologie contrapposte, che cercano modelli da seguire o spauracchi da agitare nei risvolti dittatoriali o nelle oppressioni schiavistiche (che pure vi furono persino nella storia di Roma).

Ma torniamo alla primissima parte del saggio di Giardina.

 

(ANDREA GIARDINA, “La <<rivoluzione>> del divino Augusto”, Archeo marzo 1995, Dossier “Imperatori romani”).

<<Prima del capitalismo nessuna società fu più complessa di quella romana. Roma non conobbe lo stato nella sua forma moderna ma diede vita a compagini politiche altamente strutturate, che potrebbero anche apparirci con talune caratteristiche di «modernità». È questo il caso dell'impero tardoantico, che fu in gran parte una creazione di Diocleziano e di Costantino. o del principato, come viene comunemente definito il regime con il quale Augusto sostituì la vecchia e logora repubblica romana. La nascita di nuovi sistemi politici, la creazione di nuove forme organizzative, l'invenzione di nuovi apparati di governo sono tutti fenomeni che rimandano lo storico dell’antichità a una domanda fondamentale: come avveniva il cambiamento in sistemi la cui cultura politica era dominata dal mito della tradizione, del mos maiorum (il «costume degli avi»), come dicevano i Romani?

Una differenza basilare tra la politica moderna e quella antica riguarda l'idea di rivoluzione sociale. Nel mondo antico essa non aveva una connotazione positiva. Era oggetto di approvazione soltanto quel sovvertimento che mirasse a ripristinare un ordine precedente, alterato per esempio dall'instaurazione di una tirannide. Ma non era assolutamente lecito elogiare l'azione eversiva di chi volesse abbattere un sistema politico accreditato dal tempo. Lo stesso termine revolutio veniva usato a indicare i fenomeni cosmici, non i mutamenti politici, le rotture della storia istituzionale, le alterazioni dei rapporti sociali: per designare questi fenomeni si adoperavano invece termini come seditio o tumultus, il cui risvolto negativo è fin troppo evidente. Così, quando i gruppi tradizionalisti volevano gettare discredito su un avversario che sosteneva una politica filopopolare e che voleva magari introdurre qualche riforma istituzionale, lo accusavano di voler «turbare la concordia degli ordini» oppure di «tramare cose nuove». Nel peggiore dei casi lo calunniavano dicendo che egli aspirava segretamente alla monarchia: accusa gravissima, che solitamente preludeva al suo annientamento fisico.

Altra differenza importante tra l'antico e il moderno è l'assenza di partiti politici. Non esisteva il partito inteso come associazione dotata di un apparato stabile, come organismo che mira a realizzare un modello di società (cioè un'ideologia). Esistevano invece fazioni, raggruppamenti fluttuanti di individui accomunati spesso da amicizie, parentele, interessi, clientele, che si mobilitavano a favore di determinati personaggi (il più delle volte dei nobili) per condurli al potere e sostenerli.

Le fazioni potevano ovviamente farsi portatrici di scelte sociali contrapposte [grassetto nostro NdR] ma la stabilità dell'ordine politico costituito era un valore cui tutti dovevano dichiarare di ispirarsi.

Durante l'ultima fase della repubblica romana, gli schieramenti politici avversi si erano riconosciuti grosso modo in due fazioni: quella degli optimates e quella dei populares. Gli optimates, vale a dire gli «uomini eccellenti» (detti anche boni, «quelli che pensano bene», che sono guidati da «buoni principi») erano coloro che, come per esempio Cicerone, operavano per rafforzare il senato, per contrastare le rivendicazioni delle masse popolari, per opporsi a tutti quei cambiamenti che potessero alterare gli equilibri sociali ed economici.

Populares erano invece quei nobili che, come i Gracchi o come Giulio Cesare, si facevano interpreti delle esigenze delle masse popolari. Favorevoli al ridimensionamento dei poteri del senato, essi propugnavano la necessità di attenuare lo squilibrio tra ricchi e poveri e di redistribuire la ricchezza mediante la promulgazione di leggi agrarie. le distribuzioni alimentari.

Un altro fattore che impedì la maturazione di un'ideologia di tipo rivoluzionario fu la schiavitù. In una società dove il numero degli schiavi era altissimo e dove di conseguenza la paura delle rivolte schiavili [servili] era ossessivo, sullo sfondo delle agitazioni popolari si delineava sempre lo spettro dello schiavo che prende le armi contro il padrone. Inoltre, la violenza delle masse era regolarmente descritta come un fenomeno imprevedibile, quasi come la manifestazione di un'improvvisa follia. In mancanza di organizzazioni che le inquadrassero entro una strategia politica di ampio respiro, le spinte eversive nate dal disagio sociale esplodevano infatti all'improvviso e si esaurivano altrettanto rapidamente, in folate di rabbia collettiva.

Per tutti questi motivi, il mondo romano non conobbe rivoluzioni come quelle che plasmarono l'età moderna[8]. Conobbe invece grandiose operazioni di ingegneria politica, imposte dall'alto per rafforzare un sistema sfibrato e lacerato da gravi tensioni (a questo tipo di operazioni Gramsci attribuì la bella definizione di «rivoluzione passiva»).

Uno dei più grandi rivoluzionari del mondo antico (secondo questa particolare accezione del termine rivoluzione) fu Augusto. Il suo genio si manifestò nella straordinaria abilità con cui ridisegnò completamente lo Stato romano sotto l'apparenza di non modificare nulla. Si dice che la menzogna politica sia nata con la città stessa e quindi con la politica. Come tutti i discorsi politici, anche quello falso può essere effimero o creativo, un mero imbroglio o un prezioso strumento di trasformazione. Le forme più alte della menzogna politica sono due: quella di chi dichiara di aver cambiato tutto allo scopo di non cambiare nulla e quella di chi dichiara di non aver cambiato nulla allo scopo di modificare tutto. Augusto eccelse in questo secondo genere.

Gli storici discutono da sempre sulla natura del principato augusteo. L'operazione preliminare consiste nel dare voce allo stesso Augusto e rileggere quella specie di testamento politico che va sotto il nome di Res Gestae divi Augusti, «Imprese del divino Augusto»…>>. Fin qui Giardina. L’opera del 1999 di Luciano Canfora su Giulio Cesare, che citeremo oltre, sembra andare, a proposito di una “politica rivoluzionaria”, leggermente oltre i limiti presumibili di un autore che si dichiara ancora ufficialmente di ideologia comunista: il livello “rivoluzionario” di Cesare viene accettato nell’ambito di una radicale riforma del sistema politico romano nell’interesse delle classi dirigenti: una riforma talmente “rivoluzionaria” da non essere compresa dagli stessi membri della aristocrazia senatoria che dovevano beneficiarne, e Cesare fu assassinato. Criticando Canfora (un passo indietro rispetto a Luca Canali), ci sorprende che Cesare fosse talmente riformista e difensore del sistema preesistente da ricorrere persino a una violenta guerra civile (sic!). Possibile che persino una sanguinosa guerra civile a seguito di una rivoluzione sociale, se riguarda il mondo romano, viene da noi moderni definita “rivoluzione passiva” per distinguerla da una rivoluzione attiva!!! Come si vede, al di là della giustezza - e delle a lungo attese novità- di quasi tutti gli assunti di un Giardina o di un Canfora, non può saltare agli occhi che anche la interpretazione “politica” della realtà romana è ancora soggetta a criteri legati alle tendenze e, oserei dire, quasi alle mode dell’epoca (a volte, di pochi anni) in cui vivono gli interpreti. In particolare proprio la politica, una componente della vita umana oggigiorno a volte aborrita (“tutti rubano”) a volte esaltata (“bisogna sempre fare il proprio dovere di elettori”), può dar luogo a troppe interferenze “soggettive” sulla valenza più o meno “rivoluzionaria, o “radicale” o democratica” di un leader del mondo antico; o sul suo grado di “sensibilità democratica” o di “militarismo” o di “ambizione al potere”. Nell’epoca moderna, tra la comparsa di un Napoleone e l’età delle grandi dittature (Rivoluzione Russa e fascismi in Europa) nella prima metà del ‘900, si tendeva a vedere nell’ambizione personale al potere, nel carisma dei grandi leader e nel culto della personalità da parte dei soldati, la spiegazione storico- politica delle principali figure della rivoluzione romana: Scipione e Silla, Cesare, Pompeo e Augusto ricadevano in questo stereotipo. Si tentava erroneamente di ridurre in un individuo le tensioni di una intera epoca e di un intero popolo [9]. Di contro il marxismo, legandosi alla realtà economico- sociale, divaricava lo scontro tra le classi (oppressi ed oppressori, schiavi e plebei contro i patrizi), cercando un radicalismo inesistente nella realtà romana. Con una deprimente delusione per la comparsa di solo un paio di seri tentativi di ribellione (non certo rivoluzione) schiavistica in 1000 anni. Ancora oggi se ne da la colpa alla “stupidità organizzativa” (a fini della rivoluzione) da parte degli antichi, che pure - guarda caso - sapevano scientificamente organizzare in falangi e legioni almeno dai 30.000 ai 60.000 “stupidi” ogni volta. Tenteremo il più possibile di non cadere in tutte queste tendenze interpretative “soggettive”.

 

Per chi ci accuserà di una nostra “tendenzialità” o di eccessivo “storicismo” nell’esaminare lo svolgimento soprattutto da Mario a Cesare ad Augusto, sul loro presunto “partito” e sulla funzione che noi definiamo “sindacale” di Augusto con la sua auctoritas durata 40 anni (unico tribuno della plebe annualmente confermato tra i dieci rinnovantisi) anticipiamo già una risposta con una fonte tanto antica quanto poco partigiana: Tacito. Osserva LUCA CANALI all’inizio del suo “POTERE E CONSENSO NELLA ROMA DI AUGUSTO”, Bari 1975, che “non v'è ragione di attribuire a Tacito un valore di testimone inoppugnabile, ma neanche di negargli autorità di giudice acuto. La sua famosa formulazione iniziale degli Annales, sull'accentramento dei poteri da parte di Ottaviano e sulle ragioni politiche e psicologiche del consensus, contiene gran parte di verità: “Uccisosi Antonio, [Ottaviano] rimasto unico capo del partito giuliano, deposto il titolo di triumviro, presentandosi come semplice console e pago dell'autorità tribunizia, con la quale diceva di voler tutelare gli interessi della plebe, come ebbe tratto a sé i militari con doni, il popolo con l'approvvigionamento di derrate, e tutti gli altri con la dolcezza della pace, a poco a poco cominciò a innalzarsi, ad attribuirsi i poteri del Senato, dei magistrati, delle leggi, senza che nessuno gli si opponesse, essendo caduti in guerra o nelle proscrizioni i suoi più fieri avversari, essendo tutti gli altri notabili tanto più accresciuti di potenza e di onori quanto più inclini a servile obbedienza, e preferendo essi, resi influenti dal nuovo corso, la presente tranquillità ai rischi del passato (Ann. I, I, 1).”

 

Anticipando la discussione sugli elementi di capitalismo presenti nell’antica Roma repubblicana, iniziamo da una lunga citazione. Sintetizza così i problemi del capitalismo antico e moderno l’economista Giorgio Ruffolo (in Jacques Delors- Giorgio Ruffolo, Sinistra di fine secolo, Milano 1997, pp.37-43):

<<Le vittorie della sinistra in Europa [alle soglie del 2000, NdR] dimostrano la forza che i partiti socialisti e socialdemocratici conservano; e traducono una domanda angosciata di protezione sociale. Oppure una semplice domanda di cambiamento di classe dirigente, dopo troppi anni di gestione del potere. Alla prima categoria appartiene il caso francese [Jospin, NdR]. Prevalentemente, non esclusivamente, alla seconda quello britannnico [Tony Blair; su basi diverse, intorno all’anno 2000, aggiungeremmo Schroeder in Germania e D’Alema in Italia NdR]. Queste vittorie, insomma, non rispecchiano il consenso ad un progetto di società. Esprimono un rigetto, non un progetto. Di fatto, da molto tempo ormai, l'iniziativa politica è passata alla destra e resta nelle sue mani [si pensa qui, intorno al 2000, a Silvio Berlusconi in Italia, NdR] anche se la spinta iniziale degli anni ottanta (quella thatcheriana) è stata frenata. La stessa sinistra finisce per adottare i temi della destra, attutendoli e addomesticandoli. Non presenta un suo dossier. Una volta Nixon poteva dire: ormai siamo tutti keynesiani. Oggi i capi della sinistra potrebbero dire: siamo tutti monetaristi. Il vento è cambiato. Fino a far apparire la sinistra come una variante della destra: una destra dal volto umano. Non si tratta però di un evento singolare e di una svolta storica. Si tratta piuttosto di un tornante ciclico, se è vero - come è stato proposto in sede teorica - che il pendolo della storia contemporanea oscilla periodicamente tra le due componenti fondamentali della civiltà occidentale: la democrazia e il capitalismo. Non vi è dubbio che negli anni dell'età d'oro - cinquanta e sessanta - il principio dominante era la democrazia. Erano gli anni del «secolo socialdemocratico». Quel secolo è durato, in realtà, non più di venticinque anni. E non vi è neppure dubbio che nei venticinque anni successivi il primato è stato assunto dal capitalismo. C'è però, in quest'ultima oscillazione, forse, qualche cosa di nuovo e di «drammatico». Per approfondire questa sensazione, dobbiamo, sia pure in un rapido flash, allargare la scena, e inserire questa vicenda ciclica della modernità nel più vasto panorama della storia dell'Occidente. Il rapporto tra mercato e politica segna, nella storia dell'Occidente, un'evoluzione caratteristica, che lo distingue dall'esperienza del resto del mondo, spiegandone, almeno in parte, la superiorità economica. Quella storia può essere sintetizzata in una metafora a tre tempi: il mercato fuori delle mura; il mercato entro le mura; il mercato senza le mura (1). Nel mondo antico e durante tutto l'alto medioevo il rapporto tra mercato e politica in Occidente non è gran che diverso da quello che vige in tutte le altre parti del mondo civile. In Oriente come in Occidente esistono ovviamente, anche nel mondo antico, i mercati. Non si può invece parlare del Mercato, come sistema organico e autonomo regolato da prezzi flessibili. Il mercante resta una figura sospetta, pericolosa, non integrata nella struttura sociale. Il pesante giudizio di indegnità gli resterà addosso a lungo, per tutto il Medioevo: homo mercator vis aut numquam potest Deo placere, a stento o mai il mercante può piacere a Dio, ammonisce la Scolastica (2). Pertanto, deve essere attentamente vigilato. Tollerato, sì, ma mai inserito nella civitas: sempre, per così dire, tenuto fuori dalle sue mura; e sempre obbligato a una stretta disciplina. L'attività mercantile autonoma è riservata a certe caste o a certe etnie e contenuta entro il commercio dei beni di lusso. Sia gli scambi autonomi, sia quelli organizzati dallo Stato portano però in sé, nei loro cromosomi, le potenzialità atte a svilupparsi in un vero e proprio mercato, e addirittura in forme capitalistiche. Se questa evoluzione si sia in qualche modo e in qualche tempo compiuta è ancora disputa accanita tra gli storici dell'economia. Forse, solo nell'età ellenistica la concomitanza di una fioritura di nuove tecnologie e di un ceto commerciale e finanziario importante ha sfiorato il decollo. Ma l'antichità occidentale non si distingue da quella orientale per quanto riguarda il fattore, in fin dei conti, decisivo, che ha bloccato ogni possibilità seria di sviluppo capitalistico: la potenza soffocante delle strutture politiche e amministrative. In altri termini, le mura della civitas antica sono troppo massicce per lasciarsi invadere dal mercato e per lasciar penetrare al loro interno il virus del capitalismo. Queste condizioni mutano però nell'Europa del tardo medioevo. Qui non possiamo neppure sfiorare l'enigma delle origini del capitalismo moderno in Europa: del perché solo l'Occidente coltiva e nutra il capitalismo. Forse l'anarchia dell'alto medioevo ha allentato la morsa che lo stringeva? Sta di fatto che proprio alla periferia dei regni e degli imperi, nelle libere e autonome città- stato, le pòlis del Medioevo, italiano soprattutto, si «cova l'uovo del capitalismo moderno" (3). Il mercato diventa capitalistico. Il mercante diventa borghese. È entrato nelle mura della città. Addirittura si impadronisce delle città. Da allora, e per tutta l'età moderna, l'uovo del capitalismo libera forze sempre più potenti. Il capitalismo mercantile non investe se non marginalmente le attività produttive: l'agricoltura e l'industria. Ed è «regolato», tenuto a freno dal dirigismo corporativo, dalla potenza dei giovani Stati nazionali, dalla forza etica della religione. Anche così, tuttavia, esso provoca, dispiegandosi, effetti sociali dirompenti: conflitti, sommosse, turbolenze. Con la rivoluzione industriale, il capitalismo europeo compie il suo decisivo salto di qualità, che lo distacca definitivamente dalle vicende storiche delle altre civiltà, imprimendogli una eccezionale forza espansiva. La massa critica che innesca questa forza è costituita dalla  coniugazione della tecnica e del mercato. È questa la formula che consente, per la prima volta nella storia, l'avvio di un processo sistematico di crescita dell'economia. La mercatizzazione investe i fattori della produzione: la terra e il lavoro. L'economia invade i settori produttivi: l'agricoltura e l'industria. E con la mercificazione della moneta (4) sviluppa i grandi giochi internazionali della finanza. L'economia capitalistica ha generato il  Mercato capitalistico, un sistema complesso che si pone come interlocutore alla pari dello Stato nazionale. Esso pretende uno spazio di grande autonomia, con il minimo di interferenze politiche. Si può tracciare la storia dei rapporti tra Stato e Mercato, nell'Europa moderna, come una successione di tre «compromessi storici». quello mercantilista, quello liberale, quello socialdemocratico: interrotti da grandi crisi economiche, sociali, politiche. È evidente il predominio dello Stato nell'ambito del primo; quello del nuovo capitalismo industriale nell'ambito del secondo; mentre nel terzo, nel cosiddetto compromesso socialdemocratico, sembra realizzarsi, nel nostro secolo, una «età dell'oro», un equilibrio economico e sociale soddisfacente. Quali sono le caratteristiche fondamentali di quell'equilibrio? Perché si è spezzato così presto? E in che modo ha dato vita a una nuova esplosione capitalistica che minaccia di tracimare «oltre le mura» della città?

 

L'età dell'oro

 

Secondo lo storico Hobsbawm (5) non ci sono spiegazioni realmente soddisfacenti del “grande balzo in avanti” dell'economia mondiale capitalistica tra la fine dell'ultima guerra e la metà circa del decennio settanta (1970). In effetti, è impossibile individuare un fattore esplicativo dominante. Un concorso di fattori ha creato una condizione «esplosiva». Ma è difficile misurare il peso e la funzione che ciascuno di essi ha avuto nel costituire la massa critica della reazione a catena. In particolare, non è facile rispondere alla classica questione del ruolo rispettivo dei fattori strutturali (tecnologici ed economici) e di quelli sovrastrutturali (politici e morali) nell'innesco di un processo di crescita così possente. Certamente, le condizioni strutturali di un tale processo possono essere riconosciute nella congiunzione di tre fattori positivi: a) l'introduzione (spesso frutto di una trasposizione dall'uso bellico all'uso pacifico) di nuove tecniche che hanno consentito una immensa estensione della gamma dei nuovi prodotti, dalle plastiche ai detersivi, dalle auto ai televisori: una gigantesca innovazione di prodotto; b) la spinta di una domanda a lungo compressa, dalla depressione prebellica prima, dalle restrizioni della guerra dopo; c) la disponibilità a buon mercato di fonti di energia e di lavoro in quantità praticamente illimitate: scoperte e sfruttamento di immense risorse petrolifere, boom demografico postbellico, esodo di manodopera dall'agricoltura. L'effetto combinato di un'alta pressione della domanda e di bassi livelli dei costi è sufficiente a rendere ragione del boom? Sì e no. Ci si può legittimamente chiedere se alla fine della prima guerra mondiale, sia pure in misura diversa e più limitata, non esistessero condizioni analoghe. Eppure, il boom postbellico, che pure ci fu, soprattutto in America, risultò molto più breve, meno vigoroso e si volse rapidamente in tragedia. Per spiegare la differenza bisogna volgersi, forse, a quei fattori «soggettivi» e «sovrastrutturali» che nelle analisi marxiste più grezze sono considerati come epifenomeni delle correnti profonde. Intendo dire il quadro politico internazionale e i sentimenti dei popoli. Il fatto è che il quadro politico e il clima morale delle due epoche erano radicalmente diversi. Nel primo dopoguerra, il nazionalismo imperante contrastava ogni sforzo di cooperazione internazionale. Lotte di classe e conflitti ideologici avvelenavano la vita sociale, alimentando un'aggressività distruttiva. Niente di più diverso, tra i due dopoguerra, della struttura politica del mondo capitalistico. Nel primo dopoguerra esso era caratterizzato dall'oligopolio instabile delle Grandi Potenze e dalla proliferazione, attorno ad esse, di Stati nazionali minori, tanto più rissosi quanto più effimeri. Nel secondo dopoguerra era emersa, nel mondo capitalistico, una sola Superpotenza, quella americana. Essa era in grado, per superiorità militare ed economica indiscutibile, di condizionare le decisioni degli altri Stati nazionali, europei e giapponese; e soprattutto, di unirli in una alleanza il cui solido cemento era costituito dalla minaccia mortale dell'Unione Sovietica. Dunque, mentre nel primo dopoguerra i conflitti nazionalistici impedirono ogni forma stabile di cooperazione economica, nel secondo la pax americana fornì un quadro di stabilità eccezionale allo sviluppo delle forze produttive. Occorre subito aggiungere che gli Stati Uniti seppero sfruttare magistralmente la minaccia sovietica (certo, per la semplice ragione che ne erano giustamente e profondamente convinti) e seppero esercitare, almeno nella prima fase di avvio del nuovo ciclo, in modo responsabile e lungimirante la loro egemonia. L'instaurazione del sistema dei cambi fissi di Bretton Woods, che assicurò fino alle soglie degli anni settanta la stabilità monetaria nel segno del dollaro, e il piano Marshall, che fornì alle economie esauste dell'occidente europeo la massa critica d'innesco del loro sviluppo, furono le principali innovazioni politiche che consentirono, all'opposto di quanto era avvenuto alla fine della prima guerra mondiale, di realizzare, purtroppo per un periodo di tempo limitato, un ambiente internazionale cooperativo.>> (NOTE: 1 G. Ruffolo, La benevolenza del Macellaio, in “La virtù del politico”, Marsilio, 1997; 2 M. Weber, Storia Economica, Donzelli, Roma, 1993; 3 L. Mumford, Le città nella storia, Comunità, Milano, 1963; 4 K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1944; 5 E.G. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995.)

 

Secondo Ruffolo, oltre questa sua lunghissima citazione, la risposta più moderna al capitalismo del 2000 sarà quella alla sua “mondializzazione” (dopo le due fasi precedenti - da Nixon in poi, metà anni settanta- di “internazionalizzazione” e di “multinazionalizzazione”, che successero a quella definita “il secolo socialdemocratico” – anni ‘50/60, boom economico, “età dell’oro”, fordismo- taylorismo coniugati con la teoria keynesiana); partendo dal presupposto che il capitalismo comunque non è mai “autoregolabile”. Ma questo ci riporta al presente, alla mondializzazione e globalizzazione della Finanza e dei Mercati, alla ricerca di Superpotenze competitive con gli USA (non più l’URSS e non ancora –ma per quanto?- la Cina, forse l’Europa Unita, e speriamo mai un mondo arabo integralista – specie dopo le Torri Gemelle dell’11 settembre 2001); questo ci riporta cioè in realtà al futuro. A noi interessa il mondo antico, con i primi tentativi del “capitalismo” di avere una dimensione mondiale[10]. E se, come ha appena ricordato Ruffolo, nell’antichità classica forse solo con l’ultima fase dell’Ellenismo si coniugarono sviluppo tecnologico e mercato, ci si domanda come mai l’Impero Romano, erede in tutto di quell’Ellenismo in Occidente e in Oriente, abbia invece “affossato” quello sviluppo incipiente. Noi pensiamo che il compromesso politico di Augusto in Roma abbia anticipato quella svolta in parte “anticapitalistica”. Erede “di” e vincitore “con” una linea politica fautrice di quello sviluppo capitalistico ed ellenistico – il sogno di Cesare, la nobiltà del denaro contro la nobiltà della terra e del sangue, la vittoria della città sulla campagna- in realtà l’accordo politico con l’aristocrazia senatoria latifondista, il ritorno alla tradizione religiosa e politica della vecchia repubblica, nonché i 40 anni di governo che spinsero Augusto su posizioni sempre più “conservatrici” (fosse solo per l’età anagrafica), diedero inizio alla svolta in tal senso[11]. Le potenze ellenistiche più sviluppate nel campo della nuova Finanza (Egitto e Siria: il miraggio politico- finanziario di Cesare e Marco Antonio) furono trascinate lentamente in questa svolta: ad esempio, non più tendenza verso il lavoro salariato bensì stabile importanza della società schiavistica. Anche se sembrerà fuori luogo e insignificante, vogliamo qui addurre un piccolo episodio che riguarda Augusto: l’esilio del poeta Ovidio. Come tutte le epoche più alte di sviluppo politico ed economico, sia l’età di Augusto che l’Umanesimo e il Rinascimento italiano coniugarono lo sviluppo mercantile e finanziario con una grande fioritura artistica e culturale. Gli scrittori dell’età augustea, la suprema età dell’oro della letteratura latina, vissero questa fase di fioritura: non solo opera propagandistica di regime politico, ma consenso, innovazione sociale e di costume (da Properzio a Virgilio, da Orazio a Ovidio) (entra in questo contesto persino un antesignano, sia pure debole, movimento di liberazione –se non di eguaglianza- della donna). A tale consenso e partecipazione seguì, nel mondo culturale romano, alla fine del regime augusteo, un episodio enigmatico: l’esilio di Ovidio a Tomi sul Mar Nero, dove il poeta- prima il più ammirato e celebrato nella Roma di Augusto- morì in doloroso confino. Noi non sappiamo nulla della colpa di Ovidio, di come mai Augusto sia stato severo con lui quanto lo fu con la figlia Giulia: forse qualche adulterio, qualche scandalo “familiare” o “di corte” o “politico” che ebbe Ovidio testimone o complice. Tuttavia certo il ritorno più netto a un tradizionalismo e moralismo di vecchio tipo sembra trasparire dalla condanna promulgata da Augusto. Anche questo, secondo noi, può essere indice di un determinato atteggiamento morale e politico del vecchio Augusto, nuovo rispetto alla ammirazione per un Orazio “figlio di schiavi liberati” o alla “tolleranza” e sostegno verso un Tito Livio (filo- pompeiano, ancora fautore della parte politica avversa). La spinta propulsiva a uno sviluppo di arte e scienza sembrano offuscati. I vecchi gruppi dirigenti romani, sconfitti politicamente, sembrano tornare in auge a lungo con la loro morale tradizionale e con la loro storiografia anti- imperiale, con la loro condanna aristocratica dell’arricchimento e delle attività commerciali[12]. Gli alti livelli tecnologici, ingegneristici ed economici della Roma ellenistica continuarono ancora a lungo. Ma la spinta propulsiva del capitalismo romano si spense molto rapidamente.

 

La politica non è una opinione, è una scienza basata sugli ideali. I fondatori della scienza politica moderna sono stati Nicolò Machiavelli e Antonio Gramsci, quest’ultimo a proposito della politica delle alleanze. Ma la palestra politica più alta a tutt'oggi rimane quella antica della repubblica romana. Pensare che nell’antica Roma l’unica molla politica tra Repubblica e Impero fosse “l’ambizione dei capi”, l’ambizione e l’aspirazione al potere di singoli, di poche personalità che andavano contro tradizionali forme democratiche e contro il popolo pur di attuare i loro disegni di egemonia o monarchici, significa non capire nulla della politica antica e moderna. Così purtroppo si è svolta sempre l’analisi delle personalità di Mario e Silla, Cesare e Pompeo (unica positiva eccezione Mommsen per Cesare), Marco Antonio e Ottaviano. E ancora nel 2004 un illustre testo di storia per i Licei ( il Camera- Fabietti) recita: <<(al tempo dei Gracchi e di Mario) la decadenza del partito democratico, d'altra parte, era «scontata» fin dalle origini, perché anche nei suoi momenti migliori esso si era battuto contro i privilegi del senato non per uscire dalla logica stessa del privilegio, ma solo per difendere altri privilegi particolari (degli ex piccoli proprietari o dei cavalieri o del sottoproletariato urbano o dei veterani). Per questa sua incapacità di concepire e attuare una politica di più ampio respiro, il partito democratico subì perciò un processo di continua involuzione morale e politica e finì nelle mani di avventurieri che lo usarono come strumento per soddisfare le proprie ambizioni personali.>> Morale: un partito riformatore non deve mai difendere gli interessi di chicchessia, di qualche classe sociale, meglio se difende il nulla. E ancora: <<Si potrà dunque riconoscere a Catilina quell'acume politico che gli permise di progettare il rovesciamento del regìme oligarchico, da tempo in crisi, ma si dovrà anche confermare ch'egli tentò di sfruttare le virtualità democratiche della situazione a proprio esclusivo vantaggio>>. Inoltre (ma gli esempi potrebbero essere centinaia, nella Repubblica e nell’Impero): << (Silla) infatti non aspirò mai a farsi re, e anzi, portata a termine la sua riforma, depose volontariamente i poteri dittatoriali all'inizio del 79 e si ritirò a vita privata nei suoi possedimenti in Campania, dove morì l'anno dopo di malattia. Naturalmente il corso degli avvenimenti fece rapida e completa giustizia delle illusioni di Silla. La sua politica ebbe invece conseguenze durevoli per ciò che essa significava oggettivamente. La distruzione della democrazia, il miglioramento dell'apparato amministrativo, la dittatura militare mascherata dietro le forme della repubblica (cioè i temi fondamentali della vera politica sillana) rimasero infatti molto a lungo caratteristiche salienti della storia di Roma>>.

 

Quella di Augusto, ha osservato acutamente Canali nel 1975, era <<la dittatura militare del rappresentante della « borghesia » e della sua coscienza critica, trascesa da una concezione statuale di cui essa poteva costituire l'asse oggettivo ma non necessariamente l'articolazione ideologica soggettiva: il soggetto della rivoluzione restava sempre il principe, forse condizionato da precise forze sociali, ma, a sua volta, guida illuminata d'un processo economico e politico ben più vasto di quello che avrebbe potuto essere determinato da una ristretta visione corporativa. Tantomeno questa autorità poteva essere asserita o contestata dai personaggi influenti e dai clan familiari, usciti sconfitti dalla rivoluzione ed ora attivi solo nell'ambito del « nuovo corso » o entro margini calcolati di labile dissenso: la prosopografia è sempre stata un valido ausilio all'analisi storica, ma anche una rischiosa tendenza a distrarsi dai motivi di fondo di ogni dialettica economico- sociale>>. Syme aveva già asserito: “L'ostilità contro i nobiles era connaturata al principato fin dalle sue origini militari e rivoluzionarie. Nel primo decennio del suo governo costituzionale, Augusto non ammise neppure un nobilis fra i legati che comandavano gli eserciti della sua provincia, e soltanto tre uomini di condizione consolare. Quando la sua posizione diventa piú solida, e una volta costituito un governo di coalizione largamente basato su vincoli familiari, nobiles come Ahenobarbo, Pisone e Paullo Fabio Massimo governano le province militari, è vero: ma non viene a cessare del tutto una logica diffidenza”.

Noi ribadiamo che questo risultato oggettivo di un lungo processo storico e politico, questa “borghesia”, questo consenso augusteo basato sulla plebe e sulla carica di tribuno della plebe a vita, non potevano essere solo il punto di arrivo di singole personalità ambiziose, per quanto eccezionali. Su due fronti opposti, sia quello del conservatore Syme che del marxista Kovaliov, l’eccessivo peso dato alle singole personalità “politiche” nella storia di Roma ha condizionato a tuttoggi in modo molto negativo le analisi. E ciò nonostante l’enorme e profondo acume di questi studiosi che hanno segnato per sempre e in positivo la storia romana. Del resto lo stesso Syme, in alcuni suoi passi, è quasi venato di “autocritica” per la sua pessimistica visione della smodata ambizione personale dei singoli capi democratici (e non) romani: a pg. 505 (La rivoluzione romana, cit.) dice ad esempio: “Per spiegare la caduta della repubblica romana, gli storici chiamano in causa una pluralità di forze e di impulsi convergenti, di natura politica, sociale ed economica, mentre l'antichità era incline a riconoscere soltanto l'ambizione e l'opera di singoli individui. Ma in un modo o nell'altro, bisognerà tener conto di Balbo. Il banchiere Attico sapeva tutto sulla storia contemporanea, e sapeva che Balbo aveva contribuito a farla, a cominciare dal patto tra i potentati nel 60 a. C. giú giú per le guerre civili e la dittatura fino al dominio dei triumviri. L'uomo di Gades [Cadice], console nel 40 a. C., è davvero un prodigio, un prodigio premonitore della futura potenza degli Spagnoli e dei Narbonensi. Al tempo di Caligola, la Narbonense fornisce due consoli, un Valerio di Vienne e un Domizio di Nemauso, discendenti da famiglie locali da tempo godenti della cittadinanza romana”.

Eppure proprio il Syme fece la considerazione più politica (e più legata alla lotta di classe) quando disse nella sua opera maggiore sulla rivoluzione nell'antica Roma:<<... e poichè i soldati erano il proletariato d'Italia la rivoluzione assunse carattere sociale oltre che politico>>. È stato osservato: "La tendenza conservatrice sul piano sociale ed economico è forte da una parte e dall'altra; poichè la paura del pericolo dal basso è acuta, l'opposizione antinobiliare non si avventura in un'alleanza troppo stretta coi ceti inferiori: per conseguenza questa alleanza è del tutto precaria, non ha quella saldezza e durata che aveva avuto, per esempio, in qualche periodo dell'ascesa imperialistica di Atene e che avrà nella Francia della Rivoluzione ed in qualcuno dei movimenti nazionali europei. La lotta politica conserva il carattere di lotta di clientele, perchè neppure l'opposizione antiaristocratica vuole eliminare il sistema delle clientele; ma il fenomeno è più l'effetto che la causa della mancanza di radicalizzazione nella lotta ideologica. Si aggiunga che l'opposizione antiaristocratica non è capace di esprimere una propria èlite politica e che trova i suoi leaders per lo più nella vecchia classe politica dell'aristocrazia. Dopo la vittoria di Cesare, infine, la radicalizzazione scompare ancora più decisamente perchè ogni regime che si propone di stabilire l'ordine nello stato e si appoggia all'esercito tende ad eliminare il dibattito ideologico". (da Sallustio e la rivoluzione romana, Feltrinelli, Milano, 1969, pp. 135-136). E su clientele e gruppi politici citiamo: "Vorrei notare quanto allo studioso della storiografia, ancora più che allo studioso della storia politica, risulti angusta la riduzione della vita politica romana a lotta tra clientele personali. Lo studio delle clientele nobiliari, dei gruppi politici è stato di grande utilità per dissolvere schemi ereditati dal formalismo giuridico; il passaggio dalla Repubblica all'Impero si vede attraverso le lotte di clientele molto meglio che nell'evoluzione di esangui schemi costituzionali o di formule propagandistiche: gli uomini ed i loro interessi contano molto più delle leggi e dei programmi, ne sono, anzi, alla base. Ma le clientele, i gruppi politici non rappresentano, quando veramente incidono nella storia, interessi di ceti e di masse che vanno molto più in là dei loro angusti confini? Il giuramento degli Italici ad Ottaviano, l'auctoritas di Augusto si legano, certo, alla mentalità della clientela: ma chi crederà che la vittoria di Cesare, la vittoria di Ottaviano si riducano alla sopraffazione di una cricca da parte di un'altra? Il fatto che i partiti dell'antica Roma non siano da confondere con i partiti moderni, non è ragione sufficiente per far ritenere del tutto legittimo per i primi ciò che non è legittimo per i secondi, il considerare, cioè, i partiti astrattamente dalle forze sociali che rappresentano e il ridurre magari la vita dei partiti a lotte fra cricche personali".(da Il significato dei poemi sallustiani, in Maia, 1959, XI, pp. 118-119). Per l'aspetto sociale e proletario dei "giuramenti" che i plebei romani prestavano ai loro beniamini nella lotta contro l'oligarchia senatoria, Emilio Gabba ha posto bene in evidenza, in due studi, che l'esercito professionale, formato per lo più da elementi provenienti dall'ambiente rurale italico, spinti ad arruolarsi dal bisogno economico, accelera il moto di fusione delle varie stirpi italiche, nel mentre che valorizza il proletariato nella vita politica statale (Le origini dell'esercito professionale in Roma: i proletari e la riforma di Mario, in Athenaeum, 1949, pp. 173 e sgg. e Ricerche sull'esercito professionale romano da Mario ad Augusto, in Athenaeum, 1951, pp. 171 e sgg.). Nel primo degli studi citati l'autore trae la conclusione che la milizia romana era fortemente proletarizzata già prima della cosiddetta riforma dell'arruolamento di Mario. Nel secondo articolo Gabba precisa nella storia politica dell'ultimo secolo della repubblica romana l'elevazione nella vita dello Stato di elementi italici socialmente bassi.

Slegare le grandi personalità politiche di Roma antica (“statisti” del livello di Cesare e Augusto, per fare solo due esempi) da un lungo corso storico e da movimenti, o addirittura partiti, effettivamente in campo nella società e legati a valori e interessi non solo “individualisti” e inerenti a singoli personaggi ma legati a movimenti di popolo, ha portato nei secoli gravi guasti nell’intendere la storia e la politica romana durante le guerre civili. Su altri campi, anche un grande e valido storico come il Kovaliov ha contribuito, pur impostando analisi politiche e sociologiche estremamente interessanti e moderne, alla confusione fin dai primi anni ’50 del XX secolo. Prima dei commenti, riportiamo l’intero suo brano relativo alle guerre civili nella Storia di Roma:

Le guerre civili e la loro divisione in periodi- I Romani usavano il termine 'guerre civili' non nel senso in cui lo intendiamo noi. Essi indicavano con «guerra civile», nel preciso significato della parola, solo la lotta armata fra cittadini romani. Così, per esempio, la guerra fra Mario e Silla, quella fra Cesare e Pompeo erano guerre civili. Ma la rivolta degli Italici del 91 non era considerata tale: essa era denominata «guerra sociale», come pure non erano considerate guerre civili le rivolte degli schiavi, che erano chiamate «guerre degli schiavi». Noi invece adoperiamo il termine in senso più lato e chiamiamo guerra civile qualsiasi lotta di classe che abbia assunto un carattere di contesa armata. Anche per la storia romana adotteremo la nostra accezione del termine 'guerra civile'.

Quali dunque furono le guerre civili di Roma? Come definire in termini storico-scientifici marxisti tutta quella serie di acuti conflitti sociali che si trascinò per più di cento anni e che portò alla caduta della Repubblica? Nella storiografia contemporanea le guerre civili del II e I secolo vengono indicate sotto la denominazione di `rivoluzione’. Nella concezione marxista- leninista questo termine deve comprendere i seguenti punti fondamentali (indipendentemente dal fatto che la rivoluzione sia o no portata a termine): rivolta armata, conquista del potere politico e cambiamento dei metodi di produzione. A queste tre caratteristiche è necessario ancora aggiungere un'altra circostanza: una rivoluzione non può aver luogo quando il sistema sociale contro il quale essa è diretta si trova in periodo di sviluppo o nel suo apogeo. La rivoluzione, nella precisa accezione di questa parola, può cominciare solo quando siano maturate le premesse oggettive e soggettive della caduta di una data formazione economico- sociale, cioè quando essa si trova nello stadio della sua decadenza. Quindi, qualsiasi movimento che avviene durante l'ascesa di una data formazione, anche se ha il carattere di una lotta armata contro il regime esistente in nome di migliori sistemi di rapporti sociali, non può essere considerato come una rivoluzione. In questo caso si tratta di un movimento rivoluzionario, ma non ancora di rivoluzione.

Se consideriamo le guerre civili del II e I secolo da questo punto di vista, vediamo che in esse manca la quarta caratteristica di una rivoluzione, poiché ebbero luogo nell'epoca dell'apogeo del sistema schiavistico romano. Perciò, anche trascurando la delicata questione di vedere in qual misura erano presenti, in tali guerre, i tre primi elementi, non abbiamo motivi per chiamarle « rivoluzione ». Di una vera rivoluzione si può parlare solo nell'epoca del tardo Impero, quando gli schiavi e i coloni, assieme ai conquistatori barbari, misero fine all'antica società.

Le guerre civili del II e I secolo furono un potente movimento rivoluzionario diretto contro tutto il sistema dei rapporti politico-sociali che si era venuto formando nel II secolo. Furono rivolte di schiavi contro i padroni, movimenti di contadini per ottenere la terra, rivolte di Italici e provinciali per il conseguimento dei diritti politici, lotte fra cavalieri e senatori per il potere. Tutti questi movimenti rivoluzionari non poterono svilupparsi in rivoluzione e furono repressi. Come conseguenza si ebbe il passaggio a un nuovo sistema politico: quello dell'Impero.

La divisione in periodi delle guerre civili si può stabilire considerando il fatto che esse non si susseguirono ininterrottamente, ma furono interrotte da più o meno lunghi periodi di reazione. Esse si riassumono in alcune acute manifestazioni del movimento rivoluzionario che ogni volta abbracciavano una considerevole parte dei dominii romani. Di tali grandi crisi rivoluzionarie ve ne furono quattro.

La prima si ebbe negli anni compresi fra il 140 e il 120. Ad essa si riferiscono: la prima rivolta degli schiavi in Sicilia; la rivolta degli schiavi e dei poveri in Asia Minore e in molte altre località; infine, il movimento dei Gracchi.

Alla prima crisi seguì un periodo di reazione che durò circa 15 anni. Alla fine del II secolo scoppiò la seconda crisi: nuove rivolte di schiavi in Sicilia e in altre zone, che avvennero contemporaneamente agli attacchi dei barbari ai confini settentrionali dell'Italia, e acute manifestazioni del movimento rivoluzionario democratico nella stessa Roma.

Alla reazione degli anni compresi fra il 100 ed il 90 seguì una nuova esplosione del movimento rivoluzionario: la guerra sociale, le rivolte delle province orientali e la lotta fra aristocrazia e democrazia in Italia.

La dittatura di Silla (82-78) segna un breve periodo di reazione, dopo il quale ebbe luogo la grandiosa crisi del 70: la rivolta di Sertorio in Spagna e la rivolta degli schiavi italici sotto la direzione di Spartaco. Questo fu il punto culminante dell'ondata rivoluzionaria. Poi il movimento si spense gradualmente, dando origine alla lotta per la dittatura fra le frazioni della classe padronale e fra personaggi particolari (Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio).

La periodizzazione è esatta. Le motivazioni molto meno. Non capiamo assolutamente né lo stupore del Kovaliov sulla accezione per gli antichi romani di “guerre civili” (e non sociali né servili), né le asserzioni sulla identità (nella guerra civile) del rapporto schiavi- cittadini. Disordini anche violenti di immigrati (extracomunitari) nei centri di raccolta della Sicilia o della Puglia nel 2003 d.C. dopo sbarchi clandestini, o scontri sporadici tra gang di giovani disadattati nelle periferie più degradate delle metropoli di oggi, con violenti tafferugli con forze dell’ordine, sono forse catalogati nella storia della “guerra civile” in Italia? Chi era e che cosa voleva, Spartaco? Gli schiavi non avevano la cittadinanza, e per lo più (purtroppo) erano “cose”. Riguardo alla guerra civile americana (di Secessione), gli schiavi potevano parteciparvi marginalmente, non promuoverla. Anche la guerra degli alleati di Roma (i socii) contro Roma e le rivolte nelle province orientali, perché dovrebbero essere considerate guerre civili? Se alleati americani o russi o comunisti o capitalisti (stranieri) di Cuba le si rivoltassero improvvisamente contro con un embargo e con azioni violente, solo perché prima erano alleati vitali e fedeli sarebbe ciò una guerra civile cubana? Uguale stupore- che non capiamo- in Kovaliov, per gli sviluppi di un movimento rivoluzionario che si evolve in lotta per la dittatura ambiziosa e personale di singoli, solo perché essi non sarebbero capi di posizioni ben differenti, bensì esponenti di una stessa classe politica dirigente romana. Fu osservato intelligentemente nel 1975 da Asor Rosa che persino Marx, Engels, Lenin e altri rivoluzionari radicali erano “grandi intellettuali borghesi”, che la Cultura resta sempre e soltanto “borghese” (a tutt’ora) e che anche chi vuole una rivoluzione “non borghese e anti- capitalistica” in realtà fa parte di gruppi politici dirigenti borghesi il cui sogno sono riforme sociali radicali se gli avversari non si opponessero –per lo più con le armi- ad avanzamenti dapprima pacifici e democratici (Alberto Asor Rosa, Intellettuali e classe operaia- Saggi sulle forme di uno storico conflitto e di una possibile alleanza. La Nuova Italia Firenze 1973, pp. 604, in particolare “Note sul tema: intellettuali, coscienza di classe, partito” - “Marx ed Engels intellettuali borghesi” pp. 499 sgg.). Noi aggiungiamo che solo il demagogo e il secessionista vogliono subito il mutamento radicale con la violenza. Perché accusare Cesare e Ottaviano di essere stati – in tutto e per tutto- politici all’interno delle classi dirigenti romane? La stessa accusa del Kovaliov (solo un po’ più “feroce”) viene mossa dal conservatore Syme ai grandi rivoluzionari romani (Mario, Cesare e Augusto): Augusto ammantava una restaurazione militare e sociale sotto la finta copertura di un potere rivoluzionario. Eppure lo stesso Syme dimostra per oltre 500 pagine che questa rivoluzione, che questo diverso regime, questo consenso della plebe vi fu; solo che lui è preconcettamente contrario ad esso, e lo dichiara all’inizio del XXXIII capitolo, l’ultimo, “Pax et princeps”: “Quando un partito ha trionfato con la violenza e si è impadronito del controllo dello Stato, sarebbe pura follia considerare il nuovo governo come un'accolta di personaggi simpatici e virtuosi. La rivoluzione richiede e ingenera qualità più severe. Riguardo ai personaggi chiave al governo del nuovo Stato, e cioè riguardo al principe stesso e ai suoi alleati Agrippa, Mecenate e Livia, la storia e la scandalistica ci tramandano testimonianze sufficienti a smascherare la cruda realtà del loro dominio; lo splendido alone di gloria che li circonda può abbagliare, ma non accecare l'occhio del critico. Altrimenti, non può esservi storia di quei tempi degna del nome, bensì soltanto adulazione e giustificazione pragmatica del successo”. E Syme non salva assolutamente nessuno di quel regime. Riporteremo in appendice a questo lavoro, così come facciamo per lo Schur, alcuni capitoli dell’opera fondamentale del Syme, anche se riguardano 100 anni lontani dal periodo delle Guerre Puniche.

Tornando al Kovaliov, concordiamo con lui, invece, per il termine di “rivoluzione”: se essa è il sovvertimento armato di uno Stato per modificare ogni rapporto sociale (non più schiavi, né padroni e proletari ecc.), i Romani non fecero mai tale rivoluzione radicale e “subitanea” (neppure col colpo di Stato conservatore, col golpe militare di Lucio Cornelio Silla), neanche approfittando di un momento di debolezza di chi deteneva il potere. Ma se intendessimo per rivoluzione (ad esempio “pacifica”, o “democratica”) qualsiasi radicale cambiamento dei rapporti di forza all’interno della società, dando più diritti a chi non ne aveva e modernizzando l’economia e la mentalità e facendo riforme abbastanza radicali, tanto da resistere con le armi a chi per primo aveva preso le armi contro le innovazioni, allora i Romani ne tentarono una tra le più importanti della storia. Per assurdo potremmo concludere che, pur sbagliando secondo noi le premesse, l’analisi scientifica marxista colse nel segno (tra rivoluzione e movimento rivoluzionario) proprio per il fallimento della rivoluzione romana dei cento anni (quella di Mario, Cesare e Augusto, per intenderci): fallimento non nell’effettiva presa del potere, ma nel modo in cui essa fu gestita da Augusto, dai cavalieri, dai liberti, dalla plebe e dai tribuni della plebe che avevano vinto contro l’aristocrazia senatoriale, cioè contro l’oligarchia.

Con le nostre tesi vogliamo anche rispondere alla problematica insoluta di FELICIANO SERRAO, “Il modello di costituzione. Forme giuridiche, caratteri politici, aspetti economico- sociali” (in SII 2, pp. 29- 71, saggio da noi digitalizzato in Appendice al nostro intero lavoro), che qui citiamo:

“Paragr. 7. Rivoluzione o assestamento? - Cinquant'anni fa, con un volume meritatamente famoso, un grande storico di Roma poneva il problema se nella caduta della repubblica e nella formazione del principato augusteo si potesse ravvisare una rivoluzione. La risposta positiva era già nel titolo del libro: The Roman Revolution. La «rivoluzione» del Syme è la trasformazione della classe dirigente, la cui composizione cambia profondamente, mentre rimangono in piedi «la vecchia struttura e le vecchie categorie», sí che la monarchia governa mediante una nuova oligarchia”.

Interrompiamo qui la citazione perché, per correttezza scientifica, noi dobbiamo necessariamente puntualizzare che il Principato non fu costituzionalmente un monarchia, né esso costituì assolutamente una oligarchia propriamente intesa, né tanto meno rappresentò la tradizionale oligarchia precedentemente e sempre presente- dalla caduta dei re- nella Roma repubblicana. Questo a scanso di equivoci sul fatto che monarchia, aristocrazia e democrazia (con le tre degenerazioni di tirannia, oligarchia, demagogia) non sono assolutamente mutate oggi –per nomenclatura e per analisi politica- dai tempi di Aristotele e di Polibio.

“Lo storico inglese, usando il termine «rivoluzione» per indicare un cambiamento politico- costituzionale certamente profondo, ma essenzialmente politico, cui si accompagnava un'osmosi fra le classi e una trasformazione della composizione della vecchia aristocrazia e della stessa e piú recente classe equestre, si muoveva, senza dubbio con visioni piú moderne e prodotte dal metodo prosopografico, nel solco di un filone storiografico per il quale ogni rivolgimento politico più o meno violento e costituzionalmente illegale, pur nella permanenza delle precedenti strutture economiche e sociali, può essere considerato e definito rivoluzionario. Si tratta di concezioni che, come ha notato il Nicolet, hanno radici forse in Aristotele, ma certamente in Cicerone, e che, da l'Abbé de Vertot, autore di un celebrato volume settecentesco sulla storia delle rivoluzioni accadute nel governo della repubblica romana, arrivano al Mommsen e al de Francisci e, piú di recente, al Brunt. La legittimità o meno di un tale uso del termine «rivoluzione» dipende strettamente da un problema lessicografico (o semantico) che ciascuno studioso, in base alle sue particolari concezioni storiografiche e, se si vuole, anche politiche e ideologiche, può risolvere in un modo o in un altro. Ma si tratta, è bene tenerlo presente, sempre di una soluzione soggettiva, derivante dal riconoscere al termine « rivoluzione » un significato piú proprio e ristretto ovvero un significato amplissimo e piuttosto sbiadito. Nel primo senso non si può ravvisare rivoluzione se non nei casi in cui si verifica un completo bouleversement, violento o pacifico poco conta, delle strutture economiche (almeno in alcune delle loro componenti fondamentali, quali, ad esempio, modo di produzione, modi e forme di appartenenza dei beni, dinamica della produzione e della circolazione dei beni ecc.), dell'assetto sociale (mutamento delle forze lavorative, cambiamenti radicali delle classi economiche egemoni o politicamente dirigenti, mutamento della struttura delle classi, strati o ordini della società e dei rapporti fra le stesse ecc.) e, conseguentemente, dell'ordinamento politico costituzionale. Nel secondo si può considerare rivoluzionario anche un importante mutamento soltanto politico- costituzionale o un forte moto riformatore voluto oppure inconscio, violento e illegale o pacifico e apparentemente legittimo, o, infine, come nel caso del Syme, un forte mutamento della mera composizione della classe dirigente, pur rimanendo ferme la struttura e la dinamica economica e le precedenti categorie sociali. Ove il termine «rivoluzione» si assuma nel primo significato mi sembra che da quanto sopra si è detto circa le forze profonde che portarono al principato, all'assetto che l'economia e la società di Roma, dell'Italia e delle province ebbero sotto Augusto, alla costituzione augustea - monarchica nella sostanza e mista nella forma, ma comunque rafforzata da un'oligarchia economicamente premente -, l'avvento del principato e l'assetto augusteo non possano considerarsi un processo rivoluzionario. Infatti permangono le precedenti basi e fonti della ricchezza agricola, commerciale e industriale. La dinamica economica si sviluppa lungo la via già segnata con l'espansione imperialistica. Il processo di produzione e circolazione dei beni è caratterizzato sempre dal modo di produzione schiavistico, che provoca anche forti conseguenze nelle strutture sociali con l'espansione numerica e l'affermazione economica, amministrativa e politica dei liberti. I rapporti di proprietà non mutano. Le classi dirigenti (senatori e cavalieri) si rinnovano nella loro composizione in misura considerevole, ma la struttura di classe della società non muta, e si potrebbe dire: mutano i nomi dei componenti, non muta la classe (o ordine che si voglia chiamare). Gli strati popolari avanzano le loro rivendicazioni al principe, che si presenta apparentemente come il loro tutore e difensore (anche in forza della sua potestas tribunicia), e trovano nell'esercito l'unica sede per una presenza”

Ma tutto questo ci rimanda, appunto, a Giorgio Ruffolo, già citato, e al vaglio dettagliato, da parte nostra, di tutti i punti di partenza di questo lungo percorso.

 



[1] Hermes Trismegisto, il Thot egiziano “tre volte grande”, aveva questa valenza fin dal mondo antico.

[2] Su questo concetto che può apparire modernamente “strano” ritorneremo a proposito della posizione di Hegel e di Mommsen verso Cesare e contro Cicerone. Mommsen vide in Cesare la “necessità dell’unione di Monarchia e di Democrazia” o meglio ancora di Militärmonarchie und Demokratie - con ben chiaro l’elemento militare e democratico della svolta -, dove la necessità storica del compimento di un lungo processo (sociale, politico, democratico) nella Repubblica Romana è tanto finalizzata (anche ad un personaggio “geniale”) che la famosa monumentale Storia di Roma del Mommsen quasi si interrompe con la morte di Cesare: il  volume IV resta incompiuto, il successivo V volume resta un’opera a sé con tematiche “sistematiche”: manca cioè ormai quel flusso di sviluppo storico, di obiettivo e fine raggiunto da una storia dinamica e ricca, conclusosi con la morte di (ma anche con gli obiettivi raggiunti da) Cesare: l’inevitabile superamento della tarda Repubblica Romana. Ed è sorprendente che anche Hegel veda in Pompeo il difensore del Senato e della Repubblica, in Cesare il “genio” che realizza una necessità ben superiore alla sua persona: il compimento di un grande punto di svolta storico, in cui la realtà romana – poggiata essenzialmente su potere e struttura militare- arriva al culmine di un grande processo di sviluppo grazie a un individuo geniale. E – si noti bene- ciò perché Cesare („mit seinen Legionen und der Überlegenheit des Genies”, Philosophie der Geschichte 377) coniuga genialità militare e storica. Probabilmente il concetto di “genio” che Hegel e Mommsen hanno in mente non è solo trasposizione storica, filosofica, politica di un concetto cardine del Romanticismo germanico (e inglese), ma anche un appropriato riferimento a quelle “personalità” politiche più popolari che – appiattite nella rigida repubblica oligarchica in quanto pericolose per la collegialità del potere- sole possono intaccare il monopolio oligarchico e aristocratico di una società al tramonto. Vedremo come Scipione l’Africano, molto prima dei Gracchi e di Mario e Silla, fu forse il primo predecessore romano di tale figura. Su questi concetti – anche se restrittivi verso Hegel e Mommsen per dimostrare limiti di analisi storiche e filosofiche legate a determinate epoche – si veda ora W. Chr. Schneider, Vom Handeln der Römer – Kommunikation und Interaktion der politischen Führungsschicht vor Ausbruch des Bürgerkriegs im Briefwechsel mit Cicero, in SPUDASMATA Studien zur Klassischen Philologie und ihren Grenzgebieten, Band 66, Olms Verlag Hildesheim- Zurich- New York 1998. All’ impostazione di Hegel e Mommsen ha fatto eco nel 1993 Luciano Perelli nel suo volume sui Gracchi (I Gracchi, Roma 1997): „Ai Gracchi si ispirarono i capi popolari che vollero rompere il monopolio del potere detenuto dall’oligarchia nobiliare e ridare autonomia e dignità politica al popolo. La lotta iniziata dai Gracchi si protrasse per quasi un secolo e il movimento popolare, in qualche periodo soffocato dalla repressione aristocratica, a più riprese risorse con nuove iniziative, ma i risultati raggiunti furono modesti; ci volle la forza degli eserciti di Cesare perché il monopolio aristocratico del potere venisse spezzato e una parte del programma di riforme die Gracchi venisse realizzato, a prezzo però della perdita della libertà politica, divenuta ormai una facciata priva di contenuto, una mascheratura ideologica del dominio di un ristretto numero di famiglie“ (Ibidem,pp.10-11). Il Perelli fa un minimo accenno alla fazione politica di Scipione l’Africano nel suo volume, ma nella parte cronologicamente relativa (La lotta politica prima die Gracchi, pp.12-34) cita acutamente Gaetano De Sanctis: <<niuno è tanto avverso alle disuguaglianze tra gli ottimati quanto un governo di ottimati, il quale sente sempre il pericolo di uno stabilirsi, di diritto o di fatto, di un principato>> (GDS IV, 1, 488), ove ottimati sta per aristocratici oligarchi.

[3] Anche se egli talvolta si ostina a chiamarlo “monarchia”, regime a metà tra “repubblicano e assolutistico”, riconoscendo comunque la “straordinaria ambiguità di quel sistema costituzionale”. In Luttwak, consigliere militare del Pentagono, a proposito di Augusto come semplice “primo cittadino (princeps)” con un potere quasi senza limiti sulle forze armate (quale veramente fu l’imperium proconsolare), ci piace comunque la tacita allusione a un presidente repubblicano con poteri “presidenziali”, cioè di capo di tutte le forze armate (magari negli USA). E del resto il suo libro non è forse dedicato all’ “impero americano”? Concordiamo con lui d’altra parte, in molti punti del nostro lavoro, che nella storia della civiltà tre sono stati i massimi punti di arrivo di società multietniche, multiculturali e con elevatissimi livelli di tolleranza (più o meno democratici): l’antica Roma, il Regno di Prussia con il II Impero tedesco fino alla I guerra mondiale e gli Stati Uniti d’America. Se per l’antica Roma e gli USA è facile dimostrarlo, per la Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento sarebbe più facile osservarlo per la cultura mitteleuropea in genere, per la grande eredità umanistica già molto prima di Goethe, per l’alto livello culturale che la componente ebraica vi apportò prima di Hitler (il che vale molto anche per gli USA nel ‘900) e per gli enormi sviluppi in chiave socialdemocratica sopravvenuti fino alla I guerra mondiale (che non a caso il Wilamowitz propagandava come guerra di popolo, di alleanza tra aristocrazia e popolo su una base democratica) (cfr. Luciano Canfora, Ideologie del classicismo, cit.). Osserva giustamente Silvestri nel suo libro sulla battaglia navale dello Jutland nel 1916 (cit. 2004): <<L'intesa anglo- francese con l'autocrazia zarista smentisce in modo radicale la pretesa di una connotazione democratica o anche semplicemente liberale di uno degli schieramenti in campo nella prima guerra mondiale. Semmai erano le dinamiche società degli Imperi centrali, quella tedesca in particolare, a presentare tratti di tolleranza e apertura nei confronti dei ceti subalterni. Non certo l'Inghilterra aristocratica, la Russia zarista e neppure la Francia repubblicana, nata sulle ceneri della repressione della Comune di Parigi. Nei primi anni del Novecento a dominare le scelte non erano le ideologie politiche, ma gli interessi, veri o presunti che fossero, e in questo campo è difficile distinguere le cause dagli effetti. In altri termini: la costituzione della Hochseeflotte (flotta d’alto mare tedesca) fu all'origine del dissidio fra Inghilterra e Germania o fu la conseguenza dei tentativi britannici di costringere i tedeschi, e il loro apparato industriale in pieno sviluppo, entro i confini di una potenza regionale europea? Probabilmente sono veri ambedue gli assunti>>.

[4] Catone il Vecchio (conservato in Festo, 408, 33 L): "Per ciò che riguarda il diritto, la legge, la libertà, la cosa pubblica, è necessario che ne godiamo tutti in comune ugualmente; ma per ciò che riguarda la gloria e gli onori, sta a ciascuno procurarseli come può".

[5] Nell’antica Roma la dittatura era un governo costituzionalmente e democraticamente previsto, cioè legale, per un massimo di sei mesi, mentre in età moderna designa un potere illegittimo, illegale, assunto magari tramite un golpe militare e al di là di preesistenti forme costituzionali.

[6] Abbiamo qui presenti importanti asserzioni nel volume: AA.VV. I programmi della socialdemocrazia tedesca da Bad Godesberg al 1986, Roma 1986.

[7] Noi aggiungeremmo “sindacale”, per l’unica carica effettivamente stabile di Augusto in 40 anni verso lo Stato, il Senato e soprattutto il popolo: tribuno della plebe.

[8] Se ci si riferisce a rivoluzioni “ideologiche”, ciò è vero. Ma se si pensa a rivoluzioni sociali, “economiche” come fu quella Francese (realizzata dalla boghesia), i Romani ebbero una lunghissima rivoluzione economica (del mondo commerciale contro il mondo aristocratico, nobiltà del denaro contro quella della terra).

[9] Perelli (I Gracchi, cit., 1993, p.10) rimette un po’ di ordine affermando:” Plutarco e Appiano, seppure in forma diversa, vedono il conflitto fra i Gracchi e i loro avversari essenzialmente come una lotta di classe tra ricchi e poveri, non come una contesa di nobili per il potere, come vorrebbero alcuni storici moderni, che considerano la linea popolare scelta dai Gracchi come un puro strumento ritenuto utile per raggiungere il primato sulla scena politica”. E riguardo a una forte opposizione politica popolare in Roma già nel II secolo (non certo popolare “proletaria”, ma forse pre-borghese e pre-capitalista) è illuminante questa osservazione del Perelli:” Da Polibio VI 17… risulterebbe che i pubblicani costituivano l’unica forza in grado di contrapporsi sul piano politico all’aristocrazia senatoria… Dunque il popolo sarebbe costituito da imprenditori, affaristi e finanzieri; probabilmente Polibio afferma questo perché le uniche persone non appartenenti all’ordine senatorio che avevano la possibilità di influenzare i comizi popolari e di contrastare le decisioni del Senato erano i pubblicani, che si valevano anche dell’appoggio corporativo dei dipendenti delle loro imprese” (commerciali, edili e finanziarie). Si vedano comunque più avanti i nostri completi riferimenti al Toynbee su questo aspetto.

[10] “Per sua natura, come ricorda Braudel e prima di lui Marx, il capitalismo è una forza che tende a dispiegarsi sull’intero arco della scena mondiale”, Ibidem, pag.54

[11] Questa nostra tesi – sviluppata a partire dal 1987- è ora avallata dal testo di Ruffolo del 2004 precedentemente citato).

[12] Conferme a questo nostro assunto troviamo in L. Canfora, “Giulio Cesare”, Laterza 1999, pp.381-383, allorchè si discute della tolleranza di Augusto, sostanzialmente “restauratore”, verso il “pompeiano” Tito Livio. Ma si riequilibra infine il “conflitto politico” e la vera, definitiva rivoluzione cesariana di Augusto (pp. 423-424: Augusto andava ancora in Senato con la corazza sotto la toga, e i senatori venivano perquisiti prima di avere accesso alla Curia– Svetonio, Aug. 35,2).