VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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15. IL TRAMONTO DELLA POLITICA CESARIANA

Abbiamo accennato alla metamorfosi più conservativa, “aristocratica” e anti- capitalistica dell’Ottaviano più maturo, capo dello Stato per 40 anni (metamorfosi dovuta alla senilità? O a un piano già preordinato di compromesso fin da giovane? O imposto dalla realtà di Roma dopo l’accettazione del titolo di Augusto?). Un documento redatto dal XV Municipio di Roma, ora chiamato ufficialmente Arvalia- Portuense per l’antica presenza del collegio pontificale dei Fratelli Arvali, ha brevi riferimenti non inutili tra i tanti di supporto ai nostri ragionamenti. Riportiamo le frasi significative (e in nota il testo integrale)

<<La confraternita (dei FRATRES ARVALIUM) rimanda ad antichissime origini. in particolare ai dodici figli di Acca Larentia, che secondo la leggenda fu la nutrice di Romolo, e ad una più antica divinità, la Fors Fortuna venerata lungo il tracciato della via Campana, divenuta poi via Portuense. A questo riguardo gli storici concordano nel ritenere che fu proprio il sodalizio dei FRATRES ARVALES, per lo più latifondisti, ad estromettere la divinità plebea di Fors Fortuna con la più "aristocratica" dea Dia. Come testimoniano storici ed illustri autori, Ottaviano Augusto nominò tra i rappresentanti delle antiche famiglie romane i dodici sacerdoti. A partire dal 29-28 av. Cr. in seguito alla riforma religiosa di Ottaviano, il culto agrario di Dia volle restituire consapevolezza collettiva e amore per quella terra, che i romani, dopo tante guerre e disastrose vicende politiche e sociali, avevano abbandonato. Inoltre, la costituzione di un organismo di prestigio, del quale facevano parte, oltre all'imperatore, alcuni membri della sua famiglia, poté far convergere in esso anche i vecchi oppositori e rifondere la nobiltà romana al servizio di un unico disegno morale e politico. Potenti personaggi imperiali si trasmettevano ereditariamente la corona di spighe, simbolo del prestigio e del potere sacerdotale. Il Collegio si rese popolare e gradito anche ai plebei soprattutto per le feste e i giochi di cui era promotore: le Ambarvalie>>. [1]

 

 

FIG. Cleopatra VII a Roma, ospite di Giulio Cesare.

 

A parte i nostri continui accenni a un “miraggio” finanziario” politico ellenistico e centralisticamente orientaleggiante di Cesare e Marco Antonio verso l’Egitto di Cleopatra, miraggio che portò Antonio al conflitto con l’Occidente tradizionalista incarnato nella Repubblica italica, nessuno meglio di Ruffolo sa concentrare in breve capitolo ciò che la politica del primo imperatore romano, Augusto, pur continuatore delle idee e del partito dello zio Giulio Cesare, rappresentò per il capitalismo romano:

<<   La grande età dei torbidi che termina nel I secolo a.C. con le guerre civili che decimarono le file dell'aristocrazia sarebbe stata forse la più adatta per una svolta radicale e innovativa dell'economia e della società romana. Ciò che in quel tempo emerse chiaramente, anche alla coscienza dei contemporanei, come Cicerone, come Sallustio, era l'incapacità del «blocco veteroaristocratico», quello nato dalla fusione fra patrizi e plebei, di governare la complessità dell'Impero. Sappiamo come quella crisi fu risolta: con l'avvento del Principato, un compromesso storico in cui l'antica aristocrazia manteneva i suoi privilegi e le sue ricchezze cedendo di fatto al principe il potere politico e militare. Torneremo tra poco su questo esito, sul suo apparente successo e sulle sue profonde contraddizioni. Ma è lecito chiedersi se non erano disponibili altre alternative. La storia non è fatta con i «se»? Certo! ma l'indagine storica può essere arricchita con i «se»! A meno di non cadere in un rigido e sterile determinismo, l'indagine sulle alternative teoricamente disponibili non è affatto oziosa e futile. Essa fa risaltare i costi e i benefici delle scelte compiute in certi momenti cruciali, in certe «biforcazioni» che si aprono alle scelte.

FIG. Caio Giulio Cesare.

   Quella fase di violenta crisi della aristocrazia romana avrebbe, per esempio, potuto risolversi in senso assolutistico o in senso democratico. Giulio Cesare, forse, avrebbe potuto cambiare la storia nel primo senso. Con la vittoria di Giulio Cesare su Pompeo si affacciò una concreta soluzione di trasformazione radicale dalla Repubblica aristocratica, ormai ridotta a brandelli, in un assolutismo monarchico che avrebbe anticipato i tempi e forse permesso di evitare la grande crisi del III secolo e persino di promuovere l'introduzione nell'economia di forze ed energie nuove, represse dalla barriera dell'aristocrazia (l'ipotesi è avanzata da Angelo Fusari).

La seconda ipotesi, di segno opposto, è avanzata da Aldo Schiavone. Sulla scorta di una intuizione ciceroniana, egli affaccia la possibilità che alla vecchia nobiltà esausta subentrasse la vasta formazione dei ceti medi, presente nei municipi italici, in una cornice di solidarietà nazionale che non era affatto in contrasto con la coesione dell'Impero «universale». Anche in questa ipotesi democratica e municipale i germi di una economia dinamica avrebbero trovato un terreno di coltura favorevole.

   E probabile che entrambe le vie fossero disponibili. Ed è certo che non furono percorse. La soluzione alla crisi della Repubblica fu quel compromesso davvero improbabile che si chiama Principato.

L'Impero nelle mani di un ragazzino.

   Come sempre nella storia di Roma erano le vicende della politica a dominarne il corso: l'economia scorreva sotto, ben nascosta, inconsapevole di sé. La morte della Repubblica si consumò nell'agonia delle guerre civili. I generali avventurieri, usciti quasi tutti dalle file dell'aristocrazia, ne travolsero il potere combattendosi gli uni con gli altri in una spietata carneficina, nel corso di quella che Ronald Syme ha chiamato, piuttosto impropriamente, «rivoluzione romana»: impropriamente perché, di solito, le rivoluzioni si fanno per rovesciare le monarchie, non per instaurarle. Quella rivoluzione si compie attraverso la selezione di una serie di grandi prove fallite: da Silla a Crasso a Pompeo e a quella, di gran lunga la più esaltante, di Cesare. Finché si giunge all'impresa vittoriosa di un ragazzino (così lo chiamavano Cicerone e Marco Antonio).

   Quel che soprattutto colpisce, nella grande sorte di Ottaviano Augusto, è la sua apparente metamorfosi, dal bandito Ottaviano all'olimpico Augusto. Apparente, perché nei due volti di questo stupefacente Giano traspare evidente l'impronta caratteristica dominante dell'ipocrisia. Grande baro, lo ha definito nella sua biografia Antonio Spinosa. Di solito, dopo di lui, gli imperatori hanno compiuto la loro metamorfosi nel senso più ovvio della patologia del potere: dalla normale virtù alla follia criminale. Lui la percorse a ritroso: da gangster a padre della patria. Da questa canaglia sbocciò, infatti, il fondatore di uno dei più gloriosi regimi della storia.

   Sulla ferocia del giovane Ottaviano non si possono nutrire dubbi. Anche se sull'obiettività di Svetonio non possiamo contare, troppi sono i riscontri che ne abbiamo. Possiamo dubitare che torturasse personalmente il pretore Quinto Gallo fino a cavargli gli occhi con le sue proprie mani? Che giocasse con la testa di Bruto prima di spedirla a Roma, perché fosse fatta rotolare ai piedi della statua di Cesare? Non possiamo però dubitare delle stragi, violenze, rapine, abusi, stupri, torture inflitte dopo la vittoria sugli assassini di Cesare a migliaia di nemici con le proscrizioni, che fecero impallidire il ricordo di quelle di Silla, e che egli condivideva in pieno con gli altri due triumviri, in una gara raccapricciante.

   Del resto, la ferocia era un aspetto costituente della civiltà antica. Quel che le era peculiare, rispetto alle esplosioni di ferocia dei nostri tempi, era la sua caratteristica endemica e la sua assoluta compatibilità con la raffinatezza culturale. Nell'epoca in cui nacque e crebbe Ottaviano, discendente diretto, non da Afrodite, come dovettero credergli i romani, ma da un usuraio di Velletri, violenza e ferocia toccarono un diapason: violenza e ferocia sugli altri e su se stessi. La terribile Fulvia, moglie prima di Clodio, poi di Marco Antonio, si fece consegnare la testa di Cicerone, assassinato dai suoi sicari, per trafiggere la lingua del grande nemico con uno spillone della sua chioma, mentre Antonio si accontentò di staccargli la mano, quella che aveva scritto le Filippiche, per conservarla come ricordo. Porcia, la moglie di Bruto, non volendogli sopravvivere e non riuscendo a convincere gli schiavi a trafiggerla, ingoiò due pezzi di carbone arroventato nella brace, morendo fra atroci tormenti.

   Una volta sgominati tutti i suoi rivali Ottaviano, rimasto solo vincitore, diventò Augusto, un titolo del tutto nuovo che si attribuiva ai monumenti e che il Senato personalizzò per lui. Augusto significa l'accrescitore e ha la stessa radice di auctoritas, l'impalpabile qualità del comando. La società romana, estenuata dalle guerre civili e dalle violenze, aveva bisogno di pace. Quella pace, solo qualcuno che si sollevasse al di sopra delle istituzioni della Repubblica poteva assicurarla. Il nuovo Augusto rispose a quel bisogno immenso di pace e di sicurezza senza toccare le istituzioni: solo avvolgendole nella sua auctoritas. Nel 27 a.C. giunse, in una seduta solenne del Senato, fino al punto di restituire i poteri straordinari che gli erano stati conferiti proprio dal Senato. Non aveva bisogno di investiture formali. Gli bastava l'auctoritas, il potere di fatto. Un giorno, in un'aula di giustizia si stava processando per qualche soperchieria un suo intimo amico. Lui entrò nell'aula del tribunale e gli sedette vicino, in silenzio. L'amico fu assolto, senza che vi fosse bisogno di altro.

   Di quell'enorme potere egli, tuttavia, fece normalmente un uso saggio e moderato. Come politico non era certo all'altezza di Cesare. Come soldato, nemmeno se ne parla. Le battaglie le vinceva grazie ai suoi alleati, come Antonio, o ai suoi generali e ammiragli, come Agrippa. A Filippi, prima si nascose in un canneto, per sfuggire a Bruto, poi si rifugiò in una tenda, con la scusa della febbre e degli oroscopi sfavorevoli.

   Ma come amministratore era superlativo. Riorganizzò l'esercito articolandolo sul territorio dell'Impero e affiancando alle legioni regolari, tutte di estrazione italica, un esercito ausiliare di pari entità, reclutato nelle province. Creò, accanto all'antico erario della repubblica, il fiscus (significa originariamente il cesto) dell'imperatore, alimentato dal suo immenso patrimonio, integrando di tasca sua - si fa per dire - le spese crescenti dell'immenso Impero: primo, credo unico, monarca che abbia finanziato la sua monarchia. Riordinò il sistema monetario fissando i cambi tra la moneta aurea (1/40 di libbra) equivalente a 25 denari d'argento e a 100 sesterzi di rame, che restò praticamente immutato per due secoli. Affermò la posizione dominante, non di Roma soltanto, ma dell'intera Italia, sulle province dell'Impero: un'Italia che per la prima volta, con lui, entrò nella storia tutta intera come domina, e di cui l'amico Virgilio edificherà il mito sacro e ancestrale. Adornò Roma di monumenti e fori e teatri: e ne razionalizzò la struttura amministrativa in quelle dodici regiones, che sono ancora oggi i suoi rioni. Adunò, nel salotto di Mecenate, un'intelligenza non abiettamente cortigiana, degna dei suoi modelli greci e orgogliosa del suo nome latino……

   Fu incontestabilmente il fondatore dell'Impero romano, nella sua prima e strana forma, ambigua e ipocrita, com'era stato lui: il Principato. Una Monarchia costituzionale? Oppure, meglio forse, un Protettorato repubblicano? Quella forma era il frutto di un compromesso. Come abbiamo detto, c'è chi ha immaginato che, con Cesare, la grande stagione delle guerre civili avrebbe potuto chiudersi con la definitiva rovina dell'antica aristocrazia e con l'instaurazione di una autentica monarchia assolutistica. Con Ottaviano Augusto non fu così. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, quella paleo-borghesia che era costituita dal ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre. Su quest'ultimo si appoggiava soprattutto l'imperatore, che, non nelle forche, ma nella sostanza, spogliava l'aristocrazia tradizionale del potere politico e militare, ma le riconosceva pienamente quello economico e sociale; e riconosceva a un Senato, che però aveva epurato degli elementi più avversi e infidi, gli onori dovuti al suo immenso prestigio.

   In questo compromesso stava il segreto del successo e il germe della decadenza del Principato. Da una parte, esso ereditava dalla Repubblica l'arte di integrare le immense conquiste nell'ambito di una struttura amministrativa «leggera» e fortemente decentrata e flessibile, grazie al pieno riconoscimento delle autonomie municipali e della libera iniziativa economica individuale. Augusto razionalizzò quella struttura senza appesantirla. Dall'altra, riconoscendo all'aristocrazia il controllo economico delle risorse, delle terre e degli schiavi, esso impediva che un processo parallelo a quello politico e amministrativo, di evoluzione delle strutture economiche e sociali, nel senso della mercatizzazione e della salarizzazione, inserisse nell'economia quei germi dinamizzanti dai quali avrebbe potuto nascere un meccanismo di sviluppo autopropulsivo.

   Questo aspetto è stato particolarmente argomentato da chi - come Fusari - ha messo a nudo l'intima fatale contraddizione del Principato: tra la sua struttura politico- amministrativa flessibile e «moderna» dalla quale sarebbe potuto nascere mille anni prima un capitalismo; e la struttura stagnazionista di un'economia essenzialmente agricola e schiavistica. Delle due forme storiche l'una avrebbe finito per prevalere sull'altra. Come vedremo, a prevalere fu la seconda: nel senso che un'economia stazionaria esige una struttura politica rigidamente dirigistica e concentrata. Questa tensione, unita al profilarsi della minaccia barbarica, avrebbe determinato la grande crisi dell'Impero>>.

 

 

FIG. Scipio Africanus


 

CONCLUSIONE PROVVISORIA

Indiscutibili a tuttora le definizioni che già Aristotele, e Polibio dopo di lui, diedero per qualsiasi forma di governo: aristocrazia, con la degenerazione in oligarchia; monarchia, con la degenerazione in tirannia; democrazia, con la degenerazione in demagogia. Nel mondo sono esistite ed esisteranno solo queste forme di potere. Anche nei tempi moderni (repubbliche giacobine o dittature fasciste e comuniste, che si risolvono comunque in oligarchie –di intellettuali o di piccolo borghesi e non di nobili-, paesi sudamericani in cui il golpe ha protratto oligarchie di latifondisti, paesi capitalisti che costituiscono comunque una forma di democrazia, paesi di capitalismo e socialdemocrazia, che costituiscono una democrazia più avanzata), anche nei tempi moderni, dicevamo, non si rifugge da questa distinzione, anche se le forme di promiscuità studiate dagli antichi (famosa quella riferita da Polibio per la costituzione romana, che equilibrava apparentemente le tre forme) sono ancora oggi giudizio di valore: una monarchia costituzionale che “media” e fa da garante di capitalismo e di democrazia sarà sempre meglio di una repubblica oligarchica, di una monarchia assoluta o di una repubblica democratica solo di nome perché non ha un capitalismo pienamente sviluppato. I Romani nel mondo antico hanno mostrato che solo la fusione di Democrazia e di Capitalismo, con una Monarchia illuminata, avrebbe potuto determinare un mondo migliore. I limiti gravi costituiti da aspetti aristocratici o oligarchici (e solo alla fine le invasioni barbariche) impedirono questo sviluppo. E oggigiorno si pone lo stesso problema (indipendentemente che la socialdemocrazia possa essere intesa come una forma più avanzata di democrazia).

Le più grandi figure storiche, e soltanto esse (erroneamente considerate “conquistatori”, generali, condottieri, fondatori di imperi, ma in realtà grandi statisti e uomini politici) rifuggono dallo schema più rigido e creano anzi l’ossìmoro, l’antitesi di termini inconciliabili: Scipione fu Monarca (secondo i suoi nemici conservatori e reazionari) in una Repubblica (anche Annibale lo sarebbe stato a Cartagine), Cesare fu un dittatore democratico, Napoleone fu un Imperatore giacobino, Garibaldi fu un inflessibile repubblicano che creò un Regno (d’Italia). Alessandro Magno (ma ci spingiamo troppo indietro e in un ambito al di fuori della semplice politica di “cittadinanza”) si interessò unicamente di cultura (comprese le scienze naturali), di sincretismo religioso e di commerci con la Cina: non aveva nessun interesse ad essere un re espressione di una aristocrazia in Grecia, un dio in Oriente e in Egitto, un imperatore a Babilonia. Nei risultati fu superiore a tutti quelli che vengono dopo di lui.

Finora abbiamo trattato in maniera relativamente asettica e obiettiva degli sviluppi politici nell’antica Roma al tempo di Scipione l’Africano e fino a Giulio Cesare. Ora vogliamo di più esprimere nostre valutazioni personali, crediamo in massima parte non condivisibili da chi ha opinioni politiche radicate. Parrà strano, ma Roma fu una ottima Repubblica a cui mancò un buon re, e finalmente venne l’Impero. Ma un eccesso di compromessi con l’aristocrazia tradizionale impedì il decollo del capitalismo nell’antica Roma. Né Scipione né Cesare vollero mai farsi re, e non volevano una monarchia a tutti i costi, neanche ellenistica. Ma senz’altro vedevano nell’accentramento monarchico e nello sviluppo di capitalismo e di democrazia (intesi almeno come rimedio a una economia agraria tradizionalista e latifondista e a una chiusa oligarchia “catoniana”) la ricetta ai mali di una Roma ormai imperiale (Repubblica imperiale) ma arretrata politicamente. Dal nostro “test”, dalla prova dei fatti dell’analisi storica è scaturita, almeno per noi, l’evidenza che nella Roma antica solo una monarchia costituzionale più “filocapitalista” di quelle che l’avevano preceduta poteva favorire sviluppo, benessere, uguaglianza e democrazia ben più di qualsiasi regime repubblicano, astrattamente aristocratico o democratico, e ben più di qualsiasi oligarchia, tirannia o demagogia (utopistica, comunistica, anarchica, financo religiosa e integralista). E in quanto alle limitazioni per le Monarchie costituzionali attuali da parte di una aristocrazia – come in Roma antica- che tende comunque all’oligarchia (come il capitalismo tende spesso a limitare la propria libertà per lo sviluppo di oligopoli, monopoli, trust, lobby troppo condizionanti), le monarchie moderne (costituzionali, del Nord Europa per intenderci) sono avvantaggiate in questo: subiscono di meno il peso di aristocrazie arroganti e pretenziose, regnano in paesi a capitalismo abbastanza avanzato, hanno alle spalle esperienze più o meno drammatiche a cui con l’insegnamento della storia sapranno meglio fare fronte in avvenire.

Ultima breve annotazione: le forze reazionarie (quelle della conservazione ad oltranza) vedono con molto più sospetto e combattono più energicamente il Capitalismo che non il Comunismo: perché il Comunismo può essere combattuto con qualsiasi mezzo, anche con i soldi, mentre il Capitalismo non solo non può essere sconfitto con i soldi, ma al contrario ideologizza la libertà per fini immediatamente, grettamente pratici, e non morali. Ma la libertà è un valore essenzialmente morale, ed è un valore universale insopprimibile.

 

APPENDICE:

WERNER SCHUR -I PARTITI DELL'EPOCA DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANO

Oggi, ogni storia dei partiti romani si basa sulle fondamentali ricerche di F. Münzer, che creò metodi della sua elaborazione scientifica e ne fece eccellente impiego in vasti campi ("Partiti e famiglie aristocratiche di Roma", 1920). Egli mostrò che dagli elenchi dei funzionari si può ricavare un frammento della storia dei partiti. E mostrò pure che la tradizione annalistica (contenuta essenzialmente in Livio), circa le amicizie e le inimicizie degli uomini dirigenti, e sui motivi di certi atti politici e di certe elezioni, è assai più esatta e importante di quanto s'è finora creduto. Quando si confronta quell'annalistica con gli avvenimenti o coi fasti, si trova che essa è molto bene informata. Abbiamo quindi, qui, un materiale del tutto nuovo per la trattazione critica, materiale a cui finora fu attribuito, in complesso, scarso valore.

Münzer elaborò in modo quasi completo questo materiale per il secondo secolo; invece, il suo bel libro contiene una notevole lacuna per l'epoca della guerra annibalica. La eminente personalità di Scipione, attorno alla quale i partiti si divisero dal suo primo consolato fino alla guerra di Antioco, emerge solo di quando in quando, alla periferia. Ciò oscura la visione di molti nessi che risultano da sè ove si consideri quell'uomo e la sua posizione di dirigente. Solo riferendoci alla grande contesa fra il primo personaggio e la massa dei suoi compagni di partito possiamo accordare ai dettagli della storia dei partiti di quell'epoca un interesse storico superante un punto di vista puramente antiquario. Cercheremo di colmare, con quanto esporremo ora, quella lacuna.

Come spiegammo [2] , la sorprendente promozione di Scipione al grado di proconsole in Spagna dopo che, l'anno precedente, era stato mandato colà il propretore Nerone, sperimentato in parecchie campagne, si può spiegare solo con la situazione dei partiti. Per l'epoca della guerra annibalica, Münzer studiò i tre grandi partiti che allora ebbero per capi Q. Fabio Massimo Verrucoso, detto il Temporeggiatore, Q. Fulvio Flacco e M. Livio Salinatore. E dimostrò che quei partiti erano legati da forti vincoli ai partiti dell'epoca precedente e della successiva. Ora rimane, anzitutto, da studiare la evoluzione di quei tre gruppi fino all'anno 211 e la loro reciproca situazione in quel critico anno.

Se, in seguito, riusciremo a fissare la posizione, nel mezzo di essi, del giovane Scipione mirante ad emergere, troveremo la spiegazione della sua improvvisa ascesa.

 

RONALD SYME  LA RIVOLUZIONE ROMANA

The Roman Revolution, The Clarendon Press, Oxford 1939.  Einaudi, Torino 1962, Trad. Manfredo Manfredi. Digitalizzazione G. Pollidori.

 

IX        Introduzione di Arnaldo Momigliano

XVII    Prefazione

XIX     Nota alla seconda edizione

3          I. Introduzione: Augusto di fronte alla storia

12        II. L'oligarchia romana

30        III. Il dominio di Pompeo

49        IV. Cesare dittatore

63        V. Il partito cesariano

80        VI. I nuovi senatori di Cesare

99        VII. Antonio console

114      VIII. L'erede di Cesare

125      IX. La prima marcia su Roma

137      X. II vecchio statista

151      XI. Propaganda politica

164      XII. Il Senato contro Antonio

177      XIII. La seconda marcia su Roma

188      XIV. Le proscrizioni

203      XV. Filippi e Perugia

215      XVI. Il predominio di Antonio

227      XVII. L'ascesa di Ottaviano

244      XVIII. Roma sotto i triumviri

260      XIX. Antonio in Oriente

277      XX. Tota Italia

295      XXI. Dux

314      XXII. Princeps

332      XXIII. Crisi nel partito e nello Stato

350      XXIV. Il partito di Augusto

371      XXV. L'opera del patronato

389      XXVI. Il governo

408      XXVII. Il gabinetto

421      XXVIII. La successione

442      XXIX. Il programma nazionale

462      XXX. L'organizzazione dell'opinione pubblica

479      XXXI. L'opposizione

493      XXXII. Il tramonto dei « nobiles »

512      XXXIII. Pax et princeps

Appendice

531      I consoli

545      Elenco delle opere citate

551      Indice dei nomi

 

INTRODUZIONE

I.

The Roman Revolution di R. Syme apparve nella estate del 1939. Ricordo di averlo letto nella copia donatami dall'autore, quando ormai la guerra era stata dichiarata e le notti si facevano sempre piú lunghe su Oxford immersa nella oscurità. Il libro afferrava il lettore, stabiliva un rapporto immediato tra l'antica marcia su Roma e la nuova, fra la conquista del potere di Augusto e il colpo di stato di Mussolini, e forse quello di Hitler. Nell'incisiva vivezza con cui uomini e situazioni dell'antica Roma erano rappresentati si rifletteva la esperienza di situazioni del nostro tempo. Non c'era mai forzatura. I testi antichi parlavano direttamente. Era anche palese che chi cosí scriveva aveva raggiunto la chiaroveggenza con un personale atto di liberazione. Bastava aver letto i capitoli dedicati ad Augusto nella Cambridge Ancient History, « fatta a Cambridge ma scritta ad Oxford », che erano apparsi nel 1934, per sapere che la valutazione abituale del governo di Augusto in Inghilterra era differente, di simpatia e di consenso. Altri lavori di autorevoli studiosi inglesi, per esempio la « Raleigh Lecture » della British Academy per il 1937, The Virtues of a Roman Emperor. Propaganda and the Creation of Belief di M. P. Charlesworth, spingevano questo consenso fino al punto di accettare come inevitabili e utili le « sante menzogne » della propaganda ideologica. Lo stile di Syme che coscientemente riprendeva la tematica e la lingua di Tacito - non senza qualche immistione di Gibbon - era l'indizio esteriore della rottura con le convenzioni accademiche dei suoi colleghi di Oxford e dintorni.

Fino a questo punto tutto era chiaro anche a chi, come lo scrivente, era nuovo al mondo di Oxford, deve era arrivato pochi mesi prima. Al di là cominciavano le difficoltà di interpretazione e di valutazione, che per me non sono sparite neppure ora, dopo ventidue anni di residenza in Inghilterra e altrettanti anni di ulteriore amicizia e colleganza con R. Syme. La ragione prima di queste difficoltà è molto semplicemente che tra il 1938 in cui il libro fu finito e il 1939 in cui fu pubblicato la situazione era talmente cambiata da creare uno squilibrio fra l'animo dello scrittore e quello del lettore. Ciò che nel 1938 era segno di volontà implacabile di vedere chiaro nelle intenzioni dei dittatori, contro le illusioni degli appeasers, era ormai insufficiente come presa di posizione in una guerra da cui, per bene o per male, doveva emergere una società nuova. Il libro stesso di Syme, che nel suo stile nervoso e penetrante voleva afferrare il tempo, era stato afferrato dal tempo. Altre difficoltà sono di natura piú individuale. Da quando Syme ha pubblicato nel 1958 i suoi due libri su Tacito e su Colonial Elites è diventato piú appariscente il suo legame con i « parentes et patria » - la Nuova Zelanda - a cui la Roman Revolution è dedicata. L'attaccamento alla Nuova Zelanda va insieme con la scarsa simpatia per gli ambienti anglicani e anglocattolici di Oxford, dove egli ha studiato e poi dal 1929 continuamente insegnato con la sola interruzione della guerra. Ma. resta sempre vero che Syme è uno storico sospettoso di dichiarazioni teoretiche e di confessioni autobiografiche e perciò alieno dallo spiegare se stesso: lo si direbbe anzi sospettoso di ogni scoperta comunicazione tra uomini. Il suo sviluppo intellettuale resta per me oscuro. La stessa leggenda locale d'Oxford non ha potuto che sottolineare gli aspetti piú esteriori e prodigiosi della sua personalità: la memoria straordinaria, le abilità linguistiche eccezionali, sia in lingue antiche sia in lingue moderne. Oscuro resta per esempio se egli debba personalmente qualcosa all'altro leggendario straniero educato a Oxford, Ludovic Bernstein Namierowsky, piú tardi noto come Sir Lewis Namier. Non c'è dubbio che Namier con The Structure of Politics at the Accession of George III (1929) creò in Inghilterra un'atmosfera intellettuale in cui la Roman Revolution è diventata accettabile dieci anni dopo. Syme ha « namierizzato » la costituzione di Augusto. Ma quando Syme arrivò studente, Namier aveva ormai lasciato Oxford per sempre da anni, e Syme non ha mai accennato, per quanto so, a un suo debito verso Namier. Né è da trascurare una certa differenza intrinseca fra lo sforzo di Namier di scoprire le leve della macchina costituzionale inglese in un periodo di relativa stabilità sociale e il tentativo di Syme di analizzare i gruppi che hanno portato Augusto al potere in una situazione rivoluzionaria. Marx, Pareto, Max Weber, che Namier conosceva cosí bene, non sembrano mai aver interessato Syme, ma chi può esserne sicuro? E se Mussolini è ben presente nel suo libro, è piú difficile dire se presente sia la guerra di Spagna, che pure creò profonde divisioni a Oxford, come altrove.

Nel 1939, chiedendo e indagando, certi elementi della situazione culturale di Oxford nel decennio precedente sarebbero diventati senz'altro chiari. Ma nel 1939 molti erano gli ostacoli, non soltanto linguistici, ad una comunicazione fra i dotti di Oxford e noi rifugiati che arrivavamo l'uno dopo l'altro poco prima che l'isola si chiudesse a fortezza per una eroica difesa. Non è qui il luogo per siffatte considerazioni. Basti aver accennato al fatto che la interpretazione di questo libro è inestricabilmente legata per me - e non credo solo per me - con l'inizio della seconda guerra mondiale.

 

II.

Se tuttavia si ritorna a quanto mi pare senz'altro chiaro nel libro, se ne può dire abbastanza da collocarlo nella storiografia contemporanea della storia romana. Fra il 1918 e il 1938 due direzioni furono seguite nella interpretazione del periodo tra i Gracchi e Augusto. Una risaliva forse al Mommsen, ma fu ripresa e rinnovata da E. Meyer, proprio alla fine della prima guerra mondiale, nel Caesars Monarchie und das Principat des Pompeius. Si trattava anzitutto di definire la forma costituzionale del governo augusteo e i suoi antecedenti nella tradizione politica della repubblica. E. Meyer ritenne che Augusto, l'erede di Cesare, si fosse di fatto ricollegato a Pompeo e con ciò si fosse appropriato il programma ciceroniano del « principe ». Analogamente Carcopino si propose di studiare la « monarchia mancata » di Silla e la monarchia fallita di Cesare. Anche da noi, con P. de Francisci e M. A. Levi, la discussione verteva principalmente sulla caratterizzazione della forma di governo di Augusto, sebbene M. A. Levi nel suo proposito, adempiuto prima della guerra solo a metà, di seguire la evoluzione da Ottaviano capoparte (1932) ad « Augusto principe », indicasse un suo interesse specifico alla lotta politica come tale. Nel 1936, dalla cattedra di Berlino, W. Weber presentava Augusto con i caratteri carismatici del princeps-führer e trasformava la sobria prosa delle Res gestae (il documento- testamento scritto direttamente da Augusto) in un documento di misticismo imperiale. Cosí la interpretazione del principato si convertiva in una ricostruzione di programma politico astratto e dava facilmente luogo a una idealizzazione in senso fascista. L'Augusto descritto nel decimo volume della Cambridge Ancient History (1934) è infinitamente piú umano e sensato per esempio di quello di W. Weber ed è meno impacciato da definizioni teoretiche, ma ha la stessa missione di salvatore d'un mondo moralmente in decadenza.

D'altra parte si era riconosciuta sempre piú l'importanza degli studi dell'ebreo tedesco F. Münzer sulla storia dell'aristocrazia romana. Legami familiari, clientele, alleanze fra gruppi rivali erano stati analizzati pazientemente l'uno dopo l'altro dal Münzer, come portava l'ordine alfabetico degli articoli sulle gentes romane da lui scritti per la enciclopedia di Pauly-Wissowa. Un suo volume di sintesi dal titolo programmatico, Römische Adelsparteien und Adelsfamilien (1920) (Partiti e famiglie nobiliari romane), era ormai un classico. Esso aveva rafforzato ed esteso le conclusioni di un volume giovanile piú astrattamente sociologico di M. Gelzer, Die Nobilität der römischen Republik, il quale Gelzer del resto sia con articoli sulla stessa enciclopedia di Pauly-Wissowa sia con penetranti ricerche monografiche su Cesare e Pompeo continuava a lavorare nella medesima direzione. Non è caso che quasi contemporaneamente al volume del Syme uscisse postuma una grossa memoria accademica di A. von Premerstein intesa a definire i caratteri della clientela di Augusto (Vom Werden und Wesen des Prinzipats, « Abh. Bayer. Ak. », XV). Per Premerstein ciò che importava non era la forma del governo di Augusto, ma la forma del suo seguito personale. Era, se si vuole, ancora una ricerca di struttura, ma teneva conto della importanza che nella storia repubblicana era stata riconosciuta alla clientela dalle ricerche di Gelzer e piú ancora di Münzer.

Ora Syme veniva a rendere concreta la nozione di clientela nella lotta politica tra il 60 e il 27 a. C.; si serviva del materiale accumulato da Gelzer e Münzer e di quello che la sua immensa conoscenza di testi gli forniva e descriveva uno a uno i principali clienti di Augusto. Erano questi clienti. non soltanto individui, ma membri di comunità, in maggioranza municipali d'Italia, gente piuttosto rustica di buona famiglia, sinora confinata nell'oscurità delle città d'origine, che emergeva in gloria e ricchezza nuova al seguito di Augusto. Syme evidentemente riconosceva una continua linea di sviluppo dalla guerra sociale, che aveva allargato la cittadinanza romana a gran parte d'Italia, alle guerre civili del periodo cesariano e postcesariano in cui i ceti ricchi dei municipi italici, sostenuti da un discreto numero di provinciali in analoga situazione, mossero alla conquista del potere. Orazio, Virgilio e Livio diventavano la voce della borghesia italica sempre piú soddisfatta del nuovo regime. Ma Syme non concludeva il suo racconto a questo punto. Egli lo continuava attraverso le varie fasi di assestamento e di insoddisfazione durante il regno di Augusto fino alla creazione di un partito di Tiberio.

Non c'è dunque dubbio che Syme portava alla vittoria la seconda tendenza, la interpretazione della politica augustea non in termini costituzionali e ideologici, ma in termini di clientele e di famiglie aristocratiche rivali. Allo stesso tempo egli, sulle orme del Münzer, precisava l'origine di queste clientele e il loro significato per la dislocazione della classe politica dirigente di Roma.

L'interpretazione di Syme poteva essere infirmata in particolari. Per esempio G. Tibiletti facilmente dimostrava erronea la nozione di un partito di Tiberio. Ma non si poteva tornare indietro. Era un nuovo modo di vedere il nascente principato. E ciò spiega perché l'unico libro generale importante su Augusto dopo The Roman Revolution, il Tempo di Augusto di M. A. Levi, pubblicato quando le circostanze di guerra non avevano ancora reso possibile una sufficiente assimilazione dei risultati di Syme (1951), si presentasse come un compromesso e non avesse la virtù di destare molta discussione.

Le prime critiche a Syme sorgevano implicitamente dalla scoperta di nuovo materiale che dimostrava che egli aveva sottovalutato l'importanza delle riforme costituzionali nella politica augustea. Il ritrovamento della cosiddetta Tabula Hebana, magistralmente pubblicata da U. Coli intorno al 1948, indicava che Augusto nel 5 d. C. aveva riformato le elezioni dei magistrati dando un voto decisivo a dieci centurie miste di certi cavalieri e di senatori (il che implicitamente assicurava la preponderanza dei cavalieri nelle elezioni). Ciò richiamava l'attenzione sul fatto, riscontrabile anche su altre fonti, che Augusto non riuscì mai a controllare interamente e durevolmente i comizi. Un'altra pubblicazione epigrafica di minore importanza, ma pur sempre significativa, sembra indicare che Augusto nel 27 a. C. si era servito di poteri consolari per controllare le province - e dunque mette in forse la interpretazione ormai diventata dominante che la base del potere di Augusto nel 27 fosse il potere proconsolare. D'altra parte si venivano accumulando nuove scoperte e nuove interpretazioni di vecchi documenti che indicavano come anche i problemi della propaganda ideologica dovevano essere ripresi. Così ad Arles era scoperta una replica di quel clipeus virtutis che Augusto aveva vantato nelle Res gestae come a lui conferito nel 27 a. C.: evidentemente si era avuta una vasta distribuzione del simbolo nelle province. L'infelice restaurazione dell'Ara pacis per il bimillenario augusteo iniziava una discussione sulla interpretazione del monumento che è oggi entrata in una nuova fase con l'audace tesi di S. Weinstock, il quale nega addirittura che quel monumento sia l'Ara pacis. Una serie di studi sugli scrittori augustei, tra cui emerge quello di E. Fraenkel su Orazio, ha ripreso da vari lati la questione del rapporto tra Augusto e la cultura contemporanea - che non fu certo, e lo notava con particolare acume P. Fraccaro al riguardo di Livio, un semplice portavoce di politica augustea.

Ma come tutti i grandi libri questo di Syme contiene in se stesso i germi delle piú vere critiche future, appunto perché impone ricerche nuove. È diventato oggi inevitabile chiedersi quale fosse la struttura sociale delle varie parti d'Italia alla fine del primo secolo a. C. Syme presuppone, non descrive questa struttura. In verità il materiale epigrafico e archeologico che si ha finora a disposizione non è sufficiente e richiede completamenti; ma uno dei compiti urgenti dell'archeologia in Italia è di esaminare meglio la vita sociale ed economica dell'Italia romana. I documenti si scoprono se si cercano. Altra questione che sorge dall'interno del libro di Syme è quella della partecipazione attiva e passiva delle province alla « rivoluzione », che dopo tutto fu combattuta in gran parte, e certo decisa, fuori d'Italia. Syme ha opportunamente rivalutato la figura morale di Antonio in confronto a quella di Augusto, ma ha tralasciato d'esaminare la situazione delle province. Solo dando alle province l'importanza che loro spetta, la costruzione augustea può venire apprezzata nei proprii termini di una civiltà internazionale che senza dubbio soddisfece larghe cerchie, ma anche sollevò malcontento che si espresse ora in ribellioni di province ed eserciti, ora in predicazione ostile ai tiranni. È fanciullesco negare che esistesse un problema di libertà sotto l'impero. Per di più si sviluppò in terreno giudaico una critica radicale di civiltà contro civiltà, di fede contro fede, che sotto il nome di cristianesimo diventò entro cinquant'anni un problema per l'impero. Le scoperte del Mar Morto ci permettono oggi d'intravvedere nuovi episodi di questa rivolta e anche di apprezzarne meglio gli aspetti politici. È di nuovo una scoperta di documenti che serve a richiamare l'attenzione sui limiti della impostazione di Syme. Il quale indubbiamente tende a sottovalutare sia i risultati duraturi sia i conflitti duraturi che la rivoluzione augustea portò con sé. La sua attenzione si concentra sulle passioni e ambizioni immediate degli uomini. Donde l'impressione di un mondo senza speranza e senza ideali che già mi rese perplesso quando lessi per la prima volta il libro nel 1939.

Syme stesso non si è fermato alla sua Roman Revolution. La lunga esperienza di rappresentante politico e culturale della Gran Bretagna all'estero durante e dopo la guerra non è stata inutile, per dirla con Gibbon, allo storico dell'impero romano. I due volumi su Tacito sono una vasta descrizione della società dell'impero nel primo secolo cosí come apparve agli occhi del suo maggior storico: il cui giudizio è accettato come valido, non ridotto a ideologia. Il piccolo prezioso volume su Colonial Elites anticipa taluni risultati di un'altra vasta inchiesta in via di compimento sul rapporto tra l'aristocrazia provinciale e il governo centrale dell'impero. Un volume in corso di stampa su Sallustio nella serie delle « Sather Classical Lectures » conterrà - è facile prevedere - un'analisi della società romana nel primo secolo a. C. Altri lavori si possono con fiducia aspettare dallo storico nella piena maturità delle sue forze. The Roman Revolution si dimostra un punto di partenza per Syme stesso.

E punto di partenza deve rimanere per gli studiosi dell'impero romano. Nell'Italia del 1939-40 una traduzione di questo libro non era pensabile; non fu possibile nemmeno recensirlo. È un buon segno - e non è troppo tardi - che esso sia oggi tradotto. La traduzione è anche omaggio di gratitudine per uno storico che ha aperto nuovi orizzonti sulla vicenda antica del nostro paese.

ARNALDO MOMIGLIANO  Novembre 1961.

 

 

PREFAZIONE

Argomento di questo libro è la trasformazione politica e sociale operatasi a Roma fra il 60 a. C. e il 14 d. C. Esso si incentra sulla narrazione degli avvenimenti che determinarono l'ascesa al potere di Augusto e la fondazione del suo regime, e che abbracciano gli anni dal 44 al 23 a. C. (capp. VII-XXIII). In questo periodo si verificò un violento trapasso dei poteri e delle proprietà e conseguentemente il principato di Augusto dovrebbe esser considerato come la stabilizzazione di un processo rivoluzionario. Ma l'accento non è posto tanto sulla figura e sull'attività personale di Augusto, quanto sui suoi seguaci e partigiani. La struttura dell'oligarchia governativa assurge quindi a tema dominante della storia politica, venendo a costituire l'anello di congiunzione tra la repubblica e l'impero: è qualcosa di concreto e di tangibile, comunque si possa nominalmente e teoricamente configurare la costituzione.

A tal fine, lo spazio (e quindi il rilievo) da assegnarsi alle biografie di Pompeo, Cesare e Augusto, agli avvenimenti bellici, agli affari provinciali e alla storia costituzionale, risulta drasticamente limitato. In cambio acquistano finalmente il rilievo dovuto le nobili casate romane e i principali alleati dei diversi capi politici. Per forza di cose si è dovuto seguire un metodo selettivo, poiché non è possibile fornire esaurienti e dettagliate notizie su ciascuna famiglia e su ciascun individuo. Ciò nonostante l'argomento è tale da rendere quanto mai ardua l'esposizione; perciò il lettore che abbia a fastidio i fitti elenchi di nomi personali dovrà scorrere rapidamente alcune parti, per esempio i due capitoli (V e VI) in cui si esamina la composizione del partito cesariano in una sorta di lunga digressione.

I. INTRODUZIONE: AUGUSTO DI FRONTE ALLA STORIA

Il maggiore fra gli storici romani volle iniziare i suoi Annali con l'assunzione al principato di Tiberio, figliastro e insieme figlio adottivo di Augusto, a lui associato nel potere. Si può dire infatti che fino a quel giorno non era stata ufficialmente e solennemente sepolta la libera repubblica, ancorché essa fosse ormai da lungo tempo cadavere. Generalmente si fa coincidere la fondazione dell'impero romano col regno di Augusto, anche se possono differire le date da cui si fa iniziare la nuova era: la conquista del potere assoluto da parte dell'ultimo dei potentati con la battaglia di Azio, oppure la pretesa restaurazione della repubblica nel 27 a. C., o infine, quattro anni piú tardi, l'attuazione delle nuove riforme che furono definitive e permanenti.

…..I contemporanei non si lasciarono ingannare. L'opportuna restaurazione di istituzioni repubblicane, l'assunzione di un titolo specioso, il mutamento della definizione di auctoritas, erano tutte cose che non comportavano la minima differenza quanto all'origine e all'effettiva realtà del potere. Una dominazione non sarà mai meno reale per essere velata. Augusto si valse di tutte le sue arti con toni e sfumature degni di un maestro. La lettera della legge avrebbe potuto limitare la prerogativa di Primo Cittadino? Non importava: il princeps si levava al di sopra di ogni cosa in tutta la sua autorità e il suo prestigio imponenti e illimitati. Il suo nome era auctoritas: i nemici l'avrebbero chiamata potentia; ed avevano ragione. Eppure la « restaurazione della repubblica » non fu soltanto una grandiosa commedia, inscenata da un ipocrita.

Cesare era u n uomo logico. L'erede di Cesare rivelò coerenza fra pensiero e azione quando inaugurò le proscrizioni e quando sancí la clemenza, quando conquistò il potere con la forza e quando fondò l'autorità sulla legge e sul consenso popolare. La dittatura di Cesare, resuscitata nel governo dispotico dei tre condottieri cesariani, si reincarnò nel predominio di un solo uomo, il pronipote di Cesare. Ma per assicurare la propria posizione e per la condotta degli affari il dominatore dovette escogitare una formula che permettesse ai membri della classe dirigente di vedere che essi potevano cooperare al mantenimento dell'ordine nuovo comparendo come servitori della repubblica ed eredi di una grande tradizione e non come espliciti luogotenenti di un capo militare o come agenti alle dipendenze di un potere arbitrario. Per questa ragione dux si mutò in princeps: non per questo smise di. essere imperator Caesar.

Non vi è soluzione di continuità: vent'anni di densa storia cesariana e triumvirale non si possono annullare. Quando gli individui e le classi che hanno conquistato ricchezza, onori, potere con la rivoluzione si ergono a campioni del governo costituito, non rinunciano a nessuna delle loro conquiste. Alcuni storici, per non aver tenuto conto delle convenzioni della terminologia politica romana e della realtà della vita politica romana, sono stati indotti a figurarsi un principato di Cesare Augusto sinceramente repubblicano nello spirito e nella pratica: abbaglio tipicamente moderno ed accademico. Tacito e il Gibbon avevano visto meglio'. La narrazione dell'ascesa di Augusto al potere supremo, corredata di una rapida analisi dell'attività di governo nell'ordine nuovo, convaliderà il loro verdetto e varrà a rivelare una certa unità nel carattere e nella politica del triumviro, del dux e del princeps.

 

…..

Per quanto dotato di capacità e di potere, un uomo politico romano non può stare isolato, senza alleati, senza un seguito. Assioma questo che è valido tanto per i potentati politici dell'ultimo periodo della repubblica, quanto per il loro ultimo, unico, erede: il governo di Augusto fu il governo di un partito e, sotto certi aspetti, il suo principato fu un trust capitalistico. In realtà i due fattori si presuppongono a vicenda: la carriera del capo rivoluzionario è favolosa ed irreale se la si racconta senza qualche accenno alla composizione della fazione di cui egli era a capo, alla personalità, all'attività, all'influsso dei piú ragguardevoli dei suoi partigiani. In tutti i tempi, qualunque sia la forma di governo ed il suo nome, sia esso monarchia, repubblica, democrazia, dietro la facciata sta sempre nascosta un'oligarchia. La storia romana, sia repubblicana, sia imperiale, è la storia della classe dirigente. I generali, i diplomatici, i finanzieri della rivoluzione si possono riconoscere in ministri ed agenti del potere nella Repubblica di Augusto. Gli uomini sono gli stessi, anche se in veste mutata: sono loro il governo del nuovo Stato.

Sarà quindi opportuno e conveniente sottoporre ad esame non soltanto le origini e lo sviluppo del partito cesariano, bensí anche le vicende della classe dirigente nel suo complesso, per una lunga serie di anni, nella speranza di riuscire a conciliare lo scabroso tema con una narrazione continuata degli eventi. Né sarà solo la biografia di Augusto ad esser sacrificata a vantaggio della storia; anche Pompeo e Cesare debbono essere ricondotti alle giuste proporzioni. In seguito alle ordinanze di Silla, a Roma le cariche tornarono nelle mani di una restaurata oligarchia di nobiles. Pompeo la combatté, ma, nonostante tutta la sua potenza, dovette venire a patti con essa. Senza di essa neppure Cesare avrebbe potuto governare. Sottoposta a coercizioni da parte di Pompeo e violentemente conculcata da Cesare, l'aristocrazia fu definitivamente stroncata a Filippi. Difficilmente i partiti di Pompeo e di Cesare avrebbero avuto forza e unione bastanti per assumere il controllo dello Stato intero e per formare un governo. Questo compito fu lasciato all'erede di Cesare, capo di una nuova coalizione costituita dai relitti di altri gruppi e subentrante al posto di tutti quanti.

' Anche Tacito, scrivendo la storia dell'impero secondo lo spirito e le categorie della repubblica, inizia i suoi Annali con le parole « urbem Romam ».

Come la politica e le azioni del popolo romano erano dirette da un'oligarchia, così anche i suoi annali erano scritti con spirito oligarchico. La storia ebbe origine dalle iscrizioni ricordanti i consolati ed i trionfi dei nobiles, dalle antiche memorie sulle origini, alleanze, inimicizie di quelle famiglie; e non rinnegò mai le sue origini. Necessariamente, era una concezione ristretta, per cui soltanto la classe dominante poteva avere una storia e soltanto la città dominante, Roma, non l'Italia'. Con la rivoluzione fu infranta la potenza della vecchia classe dirigente e la sua composizione ne risultò trasformata. L'Italia e le classi non partecipanti alla politica attiva trionfarono di Roma e dell'aristocrazia romana. Rimasero tuttavia in piedi la vecchia struttura e le vecchie categorie: la monarchia governò tramite un'oligarchia.

 

II. L'OLIGARCHIA ROMANA

…..I patrizi continuavano ad esercitare un influsso assolutamente sproporzionato al loro numero; e i nobiles, per quanto fossero una classe piú ampia, costituivano pur sempre nel Senato una minoranza ben individuata. I nobiles hanno il predominio; tuttavia, nell'ultima generazione della libera repubblica, in seguito alle ordinanze di Silla dittatore, vi sono molti senatori i cui padri avevano tenuto solo le magistrature inferiori e anche nuovi venuti, figli di equites romani. Il numero di questi ultimi, per lo piú provenienti dalle aristocrazie locali, da coloro cioè che disponevano di grandi proprietà, di potere e di cariche nelle città d'Italia, era proporzionalmente certo molto piú elevato di quanto si è talvolta immaginato. Su un totale di seicento senatori, si possono identificare circa quattrocento nomi, e molti di essi sono oscuri o appena noti'. Il resto non ha lasciato ricordo della propria attività o della propria fama persino in questa epoca storica eccezionalmente ricca di documentazione.

Non era l'ammissione al Senato ma l'accesso al consolato che era gelosamente custodito dai nobiles. Era scandaloso e sacrilego che un uomo privo di illustri antenati aspirasse alla suprema magistratura della repubblica romana': poteva raggiungere la pretura, ma non andare oltre, se non per una rara combinazione di meriti, attività e protezioni. La nobilitas non si levava, è vero, come una rigida barriera a tagliare fuori tutti gli intrusi: non ce n'era bisogno. Perché l'elettore romano, conservatore, difficilmente sarebbe stato indotto ad eleggere un uomo il cui nome non facesse notoriamente parte da secoli della storia della repubblica. Quindi il novus homo (nel senso stretto della parola, il primo membro di una famiglia che raggiungesse il consolato e la nobiltà che ne conseguiva) era un fenomeno raro, a Roma'. Sicché, di fronte al popolo sovrano, egli poteva vantarsi di averlo guidato alla vittoria in una lotta poderosa e di aver fatto irruzione nella cittadella della nobiltà'; era tuttavia meno dogmatico in Senato, e piú franco con i suoi amici intimi. In realtà non si era aperta una breccia nel muro: era una fazione dei nobiles che aveva aperto le porte. Cicerone avrebbe salvaguardato la propria dignità e serenità di spirito se l'ambizione e la vanità non lo avessero reso cieco alle vere cause della sua ascesa'.

….Il nobile era sempre un proprietario terriero, grande o piccolo. Il denaro però scarseggiava e, d'altra parte, non si volevano alienare i possedimenti; ma occorreva continuamente del liquido per svolgere con dignità la propria parte, per conciliarsi il popolo con magnificenza di giuochi e spettacoli, per corrompere elettori e giurati, per sovvenzionare amici e alleati. Ne derivavano debiti, corruzione e venalità a Roma; oppressione ed estorsione nelle province. Crasso soleva ripetere che non si poteva chiamare ricco colui che non fosse in grado di mantenere un esercito con le proprie entrate; e Crasso doveva ben saperlo.

La lotta era dura e incessante, e l'influenza e il denaro di una famiglia, da soli, non erano sufficienti. Quindi, o per ambizione o per sicurezza, gli uomini politici facevano lega tra loro: l'amicitia era un'arma politica, e non un sentimento basato sulla simpatia reciproca. Anche se sono gli individui a richiamare l'attenzione su di sé e a monopolizzare per sé la storia, i mutamenti rivoluzionari della politica romana furono per lo piú opera di famiglie o di gruppi. Così un piccolo partito, desideroso di riforme, o forse piuttosto per ostilità a Scipione Emiliano, elevò al tribunato Tiberio Sempronio Gracco; così i Metelli spalleggiarono Silla. L'ultimo patto fra potentati, nel 60 a. C., preannunciò la fine della libera repubblica; e fu un cambiamento nello schieramento delle forze, dieci anni più tardi, a provocare guerra e rivoluzione…..

 

V. IL PARTITO CESARIANO

Cesare, che voleva tenersi su un piano di onorabilità e prestigio, asserisce che Pompeo era sleale: Cesare si era fatto dei nemici per colpa di Pompeo, e ora Pompeo si collegava con loro. Giusta lamentela, ma non del tutto veritiera: partigiano di Silla prima di diventare popularis, Pompeo, col suo ultimo voltafaccia, tornava alle antiche alleanze. Silla aveva restaurato il governo oligarchico dei nobiles; che trent'anni dopo si raccolsero attorno a Pompeo, per interesse, per ambizione, o anche per la repubblica. Il partito di coalizione, pur rappresentando il fior fiore della nobilitas, l'apice della dignità pubblica, non era certo invulnerabile a un esame di morale e di merito: Scipione, vano e corrotto; il venale Lentulo Crure, i Marcelli, bravi solo a parole e a gesti, Ap. Claudio e Ahenobarbo, diversi di carattere, ma entrambi gioia e sollievo per i loro nemici. Ad alcuni principes una morte provvidenziale aveva risparmiato l'esperienza di un'altra guerra civile, dopo il breve lasso di pace precaria. Complessivamente, nell'anno di Farsalo erano ancora in vita ventisei uomini di rango consolare. Tolti i pompeiani, ne restavano quattordici: anche se, per importanza, non potevano certo competere con gli altri. Pochi di loro erano stati di qualche utilità a Cesare e allo Stato. Durante i tre anni precedenti Cesare non era riuscito a influenzare le elezioni consolari con qualche risultato concreto. Ma, se a tutta prima questa scarsezza di consolari era deplorevole, essa, impedendo quelle rivalità personali che turbarono il campo di Pompeo e i suoi piani, e dando invece forza all'azione di Cesare, conferì carattere personale e monarchico al suo dominio di capo partito. Tre di questi consolari, in seguito a condanne di tribunali, erano stati al bando dalla vita pubblica finché non furono riabilitati dal dittatore': due di essi, Gabinio e Messalla, ottennero comandi militari nella guerra civile. Degli altri undici consolari, uno soltanto, Cn. Domizío Calvino, fu un attivo uomo di parte, al comando di eserciti; d'altronde anch'egli non era per nulla migliore del suo collega Messalla o dei suoi illustri predecessori, poiché tutti e quattro erano stati coinvolti in flagranti scandali elettorali'. Quanto al resto, vecchi sopravvissuti, nullità, neutrali o rinnegati. Solo alcuni nomi emergono, per merito personale o per caso, su questo sfondo desolato. La neutralità ripugnava a un nobile, a un uomo di carattere, è vero; ma i vincoli di parentela potevano essere una buona scusa. Ad esempio, uno dei Marcelli, il console che aveva armato la mano di Pompeo, ricordandosi all'ultimo momento di essere legato per via di matrimonio con la famiglia di Cesare, calmò il proprio entusiasmo, abbandonò i cugini e rimase in Italia, dileggiato dai pompeiani. Allo stesso modo si comportò L. Marcio Filippo, prudente figlio di un uomo che era passato indenne attraverso le lotte di parte di Mario e Silla'. Un consolare che poté restare neutrale senza attirare su di sé l'accusa di poco coraggio e di poco saldi principi, fu il suocero di Cesare, il virtuoso L. Calpurnio Pisone. Quando le ostilità erano ormai imminenti, Pisone offri la propria mediazione fra Cesare e Pompeo e anche durante la guerra civile non cessò di impegnarsi sinceramente per la causa della pacificazione. Tanto basti circa i principes: poco dopo, la maggior parte dei consolari pompeiani erano morti, e pochi, in verità, tra i cesariani o i neutrali sono degni di nota nella condotta della guerra o nella politica degli anni seguenti. Poiché i nemici di Cesare erano il partito al potere, essendo essi i piú attivi e influenti consolari, i giovani e gli ambiziosi dei ranghi inferiori del Senato si rivolsero prontamente all'uomo politico che si vantava e aveva fama di non aver mai trascurato i suoi amici..

 

VI. I NUOVI SENATORI DI CESARE

Quando un partito assume il controllo dello Stato, non può tuttavia togliere alla parte vinta l'amara e magra consolazione di diffamare i membri del nuovo governo. Le piú spudorate insinuazioni messe in giro malignamente dai contemporanei vengono ripetute dalla credula posterità e consacrate in una con gli incontestabili dati della storia. Silla, si diceva, aveva messo in Senato dei soldati semplici; ma questo spaventoso plotone di centurioni sillani, a una attenta disamina, si viene a ridurre a un unico esemplare. I seguaci di Cesare erano un'accozzaglia di gente spaventosamente disgustosa: fra i nuovi senatori si vedevano centurioni e soldati, scribi e figli di liberti.  Categorie che non sono poi cosí allarmanti né affatto nuove. Teoricamente, qualsiasi cittadino nato libero poteva essere presentato come candidato alla questura: di fatto, requisiti necessari erano il censo e il rango di cavaliere, condizioni del resto per niente esorbitanti. Figli di liberti avevano già seduto in Senato prima d'ora, magari quasi di soppiatto e senza sicurezza, esposti alla costante minaccia di espulsione, da parte di censori implacabili: anche uno scriba poteva benissimo possedere il censo di un cavaliere romano. I centurioni di Cesare erano ben noti per la loro lealtà e per le ricompense avute in premio di quella lealtà; il Senato ne era pieno, si diceva. Ma soltanto per ignoranza o per grande faciloneria si potrà sostenere che il dittatore elevava a tale carica i suoi partigiani traendoli direttamente dai ranghi delle legioni, senza alcun intervallo di tempo né gradi intermedi. Un ex centurione poteva anche essere un cavaliere, e quindi giurato, ufficiale, o uomo d'affari, capostipite (quando non era l'erede) di una famiglia onorata e di alta condizione perlomeno nell'ambito municipale: non tutti i centurioni erano rozzi e di umili origini. Il centurionato era qualcosa che valeva la pena e lo si poteva ottenere sia tramite il patronato sia per meriti di servizio. Alcuni ufficiali cesariani di rango equestre forse erano ex centurioni. Di tutti i senatori che si diceva avessero precedentemente prestato servizio nell'esercito come centurioni, soltanto per uno si hanno sufficienti testimonianze. Ma c'era di peggio: Cesare innalzava uomini delle province ai seggi del Senato di Roma. L'umorismo cittadino provocò tutta una fioritura di versi giocosi sui Galli che avevano dismesso di recente le brache tradizionali, che non avevano familiarità con la lingua e con la topografia della città imperiale. E lo scherzo è buono, se resta tale. La Gallia Cisalpina aveva ancora il nome e lo stato giuridico di provincia; peraltro, le colonie ed i municipia di questa regione virile, prosperosa, stimata, potevano essere a buon diritto esaltati come il fiore d'Italia, l'orgoglio e il baluardo dello Stato romano'. Ma tutto questo non sarebbe mai servito a salvaguardare dallo spregioso appellativo di « Galli » questi nuovi italici, appartenessero essi ad antiche fondazioni repubblicane o a capoluoghi di tribú della Transpadana recentemente elevati al rango superiore. La famiglia di Catullo avrebbe forse potuto essere eleggibile al rango senatorio, e magari anche quella di Virgilio. Fra le nomine fatte da Cesare si possono annoverare gli Ostilii di Cremona e il poeta Elvio Cinna, tribuno della plebe nel 44 a. C. La Gallia Narbonense può veramente pretendere in modo particolare al titolo di patria dei senatori bracati. Anche se non ci sono stati conservati dei nomi, si possono formulare alcune valide ipotesi circa la loro discendenza e condizione sociale. Questa provincia poteva vantare uomini ricchi e colti, membri di famiglie potenti, ellenizzati prima ancora di diventare romani, la cui cittadinanza, lungi dall'essere recente dono di Cesare, rimontava a proconsoli di una o due generazioni addietro. Gli amici di Cesare Troucillo, Trogo e Gallo non erano i soli ad appartenere a questa categoria, di cui, a causa della scarsezza della documentazione, si tiene talvolta poco conto prima del momento in cui essa si presenta alla ribalta della storia imperiale con due consoli durante il regno di Caligola'. C'erano poi anche cittadini romani immigrati, poiché la provincia, che aveva accolto una colonia romana a Narbona già fin dal 118 a. C., prima cioè che tutta l'Italia diventasse romana, era anche soggetta a occasionali stanziamenti di italici e ad un intenso sfruttamento da parte di commercianti e finanzieri. L'elemento coloniale ed italico è piú evidente in Spagna, che era già provincia romana da un secolo e mezzo. Nella penisola iberica, intorno a quest'epoca, c'erano parecchie colonie ufficialmente costituite, stanziamenti irregolari di immigrati e quindi un notevole numero di cittadini. L. Decidio Saxa, creato tribuno della plebe da Cesare nel 44 a. C., aveva prestato servizio sotto di lui nelle guerre, o come centurione, o come ufficiale equestre. Saxa lo si può considerare o un immigrato o un colono romano. Balbo, il magnate di Gades, non era romano di nascita, ma cittadino di una comunità straniera alleata di Roma: e non poté ancora entrare in Senato. Ma un suo giovane nipote, tanto coraggioso e fiero quanto crudele e amante del lusso, venne fatto questore nel 44 a. C. Fra i partigiani di Cesare di rango equestre o neosenatori originari dell'Occidente, alcuni erano di stirpe italica, altri locale: ma questa antitesi è inadeguata e priva di qualsiasi valore giuridico. A dir poco, i coloni romani o gli altri individui, ricchi e capaci, delle città della Spagna e della Gallia meridionale saranno stati piú accetti all'aristocrazia romana che non i figli di schiavi liberati, e saranno stati forse anche meno rozzi e spaesati di qualche intruso che doveva i suoi aspri accenti e il suo pessimo vocabolario alle remote e retrograde regioni d'Italia da cui proveniva. In complesso, provinciali, liberti e centurioni, devono aver rappresentato una proporzione insignificante in un'assemblea che ora contava circa novecento membri. L'accettazione incauta di espressioni tendenziose sull'origine e la condizione sociale dei senatori di nomina cesariana non solo porta a concezioni erronee circa la politica interna e imperiale del dittatore, ma rende difficile la comprensione della composizione e del carattere del Senato prima e dopo la dittatura. In base ad un computo ed a una valutazione puramente numerica, in base ai nomi oscuri e fantasiosi che si trovano citati un'unica volta e poi piú, anche senza tener conto dei piú di duecento nomi ignoti alla storia, il Senato, dopo Silla, deve aver compreso in elevata proporzione i figli dei cavalieri romani'. Gli stessi argomenti valgono anche, anzi ancor piú, per il Senato di Cesare, rendendo nel contempo piú difficile (e meno importante) ogni tentativo di precisare quali degne nullità dovettero la loro ammissione al dittatore. Fra senatori e cavalieri c'era solo una differenza di rango, e la maggior parte delle nomine socialmente indesiderabili e moralmente riprovevoli di Cesare dittatore furono in realtà cavalieri romani degni del massimo rispetto, gente distinta e danarosa, mai abbastanza caldamente raccomandabili come difensori dell'ordine costituito. Ne risultava non una mera concordia ordinum, in cui senatori e cavalieri badassero ai rispettivi compiti, ma un nuovo governo di concentrazione nazionale. Cicerone fremeva al pensiero di dover sedere in Senato alla presenza del riabilitato Gabinio z Ma l'assemblea ospitava ora molti altri clienti difesi un tempo da Cicerone, non, come Gabinio, dietro pressione dei padroni di Roma, ma di sua volontà, o per gratitudine o per guadagno. Accanto al patrizio P. Silla figuravano il nobilis C. Antonio e l'oscuro M. Cispio, uomo di carattere, fedele ai suoi principi, che era stato condannato in seguito all'accusa di corruzione'. Cicerone poteva però consolarsi scorgendo ora, accanto a sé, un nutrito gruppo di banchieri e finanzieri, il fior fiore e l'orgoglio dell'ordine equestre, vecchi amici, fidi compagni di parte, clienti riconoscenti. Balbo, Oppio e Mazio non erano entrati al Senato: non ne avevano bisogno ed erano piú utili altrove. Ma L. Elio Lamia, cavaliere di altissima condizione e dignità, un tempo devoto seguace di Cicerone e che era stato mandato al confino dal console Gabinio proprio per attività in suo favore; e il grande Rabirio, erede delle generose doti e dell'intatto patrimonio del genitore: questi e molti altri uomini ammirevoli adornavano ora il Senato di Roma, la loro nuova, piú alta, condizione essendo adeguata contropartita della loro ricchezza'. La notevole e multiforme esperienza acquisita con le precedenti attività di appaltatori di tasse, fornitori dello Stato, magnati dell'industria e del commercio, di ufficiali equestri addetti alla sovraintendenza dei rifornimenti o al comando di reggimenti di cavalleria, potevano ora impiegarla nel governo di province e nel comando di eserciti di legioni romane. Rabirio, quando provocava le rimostranze di Cicerone, non faceva della mera retorica su flotte ed armate: le comandava davvero'. Per il suo nuovo Senato Cesare reclutò soprattutto le classi possidenti delle città italiche, persone dotate di autorità e di grandi mezzi finanziari, le cui fonti di guadagno erano di volta in volta l'attività bancaria, industriale, agricola: occupazioni comunque non incompatibili fra di loro. Roma finiva con l'eclissare le città d'Italia, togliendo loro una storia propria. Eppure si trattava di comunità ben individuate, colonie d'antica data, o nazioni indipendenti fino a poco tempo prima, che possedevano vasti territori, storia veneranda, grandi tradizioni. Neppure l'estensione a tutta la penisola della cittadinanza romana o di istituzioni municipali riuscí a trasformare la loro economia interna. Come a Roma sotto la costituzione repubblicana, cosí pure nei municipia, l'aristocrazia continuava a mantenere, sotto forme civiche e urbane, quel predominio di cui aveva goduto nell'ordinamento sociale feudale o tribale. Le cariche conferivano nobiltà: e gli uomini politici di Roma sollecitarono assiduamente l'influente amicizia della aristocrazia municipale; perché non solo essa era in grado di guidare la politica della propria città o di influenzare una intera regione dell'Italia', ma, come il nobile di Roma, aveva la possibilità, quando era necessario, di reclutare un esercito privato, composto di contadini e dipendenti'. Molte città d'Italia facevano risalire le proprie origini piú addietro nel tempo che non Roma stessa; e i loro governanti potevano gareggiare per antichità, e persino per dignità e fama, con l'aristocrazia della capitale. Come i patrizi di Roma, pretendevano di discendere da re e divinità, e grazie a tutte le truffe delle genealogie e delle leggende, potevano se non altro fregiarsi di una rispettabile antichità. Gli Elii Lamia vantavano un antenato tra i Lestrigoni', cosa che sapeva di esagerazione e di vanità per queste coloriture di mito ellenico; contro i Vitellii di Nocera si addussero delle rivelazioni infamanti per invalidare la ostentata discendenza di questa famiglia municipale da Fauno e dalla dea Vitellia, attraverso una antichissima casata patrizia, ormai estinta, dei primi tempi della repubblica'; c'era chi diceva che il padre di Cicerone era un tintore di stoffe, ma altri facevano risalire il suo lignaggio a Attio Tullo, re dei Volsci che aveva combattuto contro Roma'. Del resto, non mancavano elementi di fatto, del tutto plausibili e talvolta veramente convincenti, nella religione e nella storia dell'Italia antichissima, in nomi di divinità e di luoghi. Il nome di famiglia dei Sanquinii ricorda il dio sabino Sanco, e il nome portato dall'amico di Cicerone, Visidio, signorotto locale di un paese dell'Italia centrale, è imparentato con quello di una divinità venerata a Narni'. Vespasiano si mise a ridere quando per adulazione ci fu chi scopri l'antenato dei Flavii in un compagno di Ercole; ma realmente la località di Vespasiae, con antiche vestigia dei Vespasii, rendeva testimonianza della fama del suo avo materno di Norcia'. Si fecero anche dei tentativi per creare una genealogia senatoria o addirittura patrizia per certi Ottavii. Inutile fatica; ce n'era autentica e sicura testimonianza a Velletri: il nome di un quartiere, un altare e una costumanza religiosa tradizionale'. Di alcune famiglie di signori locali, si poteva veramente provare, oltre che asserire, che esse erano sempre state in quella sede. I Cecina dell'etrusca Volterra hanno avuto il loro nome eternato in quello di un fiume che scorre attualmente nelle vicinanze'. I Cilnii signoreggiavano su Arezzo, odiati per la ricchezza e la potenza. Secoli prima, il popolo della città si era sollevato per cacciarli', ma il tentativo risultò vano, come lo sarebbe stato quello di cacciare gli Alevadi dalla tessalica Larissa. La storia, ridotta a grandi linee, a Roma e altrove, ci parla di città e nazioni, trascurando sovente le casate dinastiche che le dominavano in maniera feudale. La classe dirigente di Roma non aveva sempre sdegnato l'aristocrazia delle altre città. La tradizione asseriva che avevano dominato a Roma dei monarchi di stirpe straniera; piú importante ancora dei re furono i loro rivali ed eredi nel potere, i patrizi, anch'essi nella gran maggioranza di origine forestiera. Quando Alba Longa cadde, i suoi dèi e le sue famiglie piú importanti furono trapiantate a Roma: di qui derivano i Gíulii e i Servilii. Dalla campagna sabina venne a stabilirsi a Roma, col suo esercito di clienti, Atto Clauso, il progenitore della gens Claudia'. Pure sabini erano, con ogni probabilità, i Valerii e forse i Fabii'. Queste casate di signorotti portarono con sé a Roma i culti e le leggende delle proprie famiglie, imponendoli alla religione dello Stato romano e alla storia del popolo romano. Da un lato, i ludi secolari erano stati un tempo una costumanza dei Valerii 3; dall'altro, ci si poteva ricordare di intere guerre sovvenzionate da un'unica gens. Queste famiglie modificarono magari il proprio nome adattandolo alla flessione latina; ma praenomen e cognomen talvolta ricordavano i luoghi di provenienza'. Lottando poi per il potere a Roma, i patrizi erano sempre pronti ad arruolare alleati dovunque li potessero trovare: diffusero cosí la propria influenza con matrimoni e alleanze fra l'aristocrazia locale sia verso nord in Etruria, sia a sud in Campania'. La concessione da parte dei patrizi dell'eguaglianza politica a Roma, alla metà del 1v secolo, non significò il trionfo della plebe romana. Le prime nuove famiglie che pervennero al consolato erano tutte famiglie di immigrati; e non solo le città del Lazio, ma l'Etruria e la Campania e addirittura Benevento in territorio sannita contribuirono a rafforzare la nuova nobiltà'. Questi nobili forestieri furono accolti e introdotti da alcune casate patrizie per i propri fini politici e per la maggiore potenza di Roma; per quanto nominalmente plebei, i nuovi venuti avevano pressoché pari dignità del patriziato di Roma. I Fulvii venivano da Tusculum (Frascati), i Plauzii, da Tivoli'; i Marcii sono probabilmente una casata di re e sacerdoti del Lazio meridionale'; il nome dei Licinii è etrusco, travestito con una terminazione latina'. Ma le casate plebee, se potevano conquistare ricchezza e potenza dinastica in Roma, non avrebbero mai potuto penetrare nella casta rigida e chiusa dei patrizi. Tuttavia, i piú antichi Fasti consolari e gli annali della Roma regia e repubblicana non andarono immuni dai loro ambiziosi e subdoli espedienti. I Marcii raggiunsero tale potenza da far inserire un loro antenato nella lista dei re: Anco Marcio; e l'incerta figura di Marco di Corioli, di cui si fece un esule da Roma, sempre romano nel cuore, appartiene forse piú propriamente alla storia latina o volsca. I Giunii non giunsero fino ai re, ma fecero del loro meglio, tirando fuori quel Bruto, fra l'altro consanguineo dei Tarquinii, che cacciò i tiranni e fu il primo console della repubblica'. L'orgoglio patrizio mantenne molto piú pure le loro tradizioni leggendarie; essi non avevano bisogno di far ricorso alla frode e potevano riconoscere la loro origine forestiera senza vergogna e senza timidezza. Molti punti oscuri e controversi resteranno per sempre tali, riguardo le piú antiche ammissioni al potere e alla nobiltà a Roma. In sé e per sé il processo è del tutto naturale e riceve non scarse conferme dalla storia successiva di cui non si può dubitare. Ad esempio, i nemici della strapotente famiglia degli Scipioni, i Fabii, cioè, e i Valerii, si presero come energico alleato contro di quelli un ricco campagnolo, M. Porcio Catone di Tusculum'. C. Lelio, l'amico di Scipione l'Africano, veniva probabilmente da una famiglia non romana, dell'aristocrazia municipale anche il primo Pompeo ottenne il consolato grazie all'appoggio degli Scipioni. L'influenza dei Claudii la si può invece riconoscere nella carriera fatta da M. Peperna (cons. 130 a. C.), dal nome indubbiamente etrusco'. Ma questi, piú che esempi, sono delle eccezioni. L'oligarchia governativa, fra cui non ultime le casate dinastiche della nobiltà plebea, si era fatta sempre piú chiusa ed impenetrabile. Mario, che era un cavaliere di Arpino, fu aiutato dai Metelli e per i suoi meriti specialmente militari poté entrare nell'ordine senatorio sotto la protezione di quella famiglia: la quale non si sarebbe mai immaginata che egli avrebbe aspirato al consolato. Ma Mario nutriva del risentimento verso i nobiles e tentò di far breccia attraverso il loro monopolistico patronato. Alleandosi con i cavalieri e grazie a vincoli personali con le persone piú segnalate delle città italiche, acquistò potenza e riuscì ad innalzare i suoi partigiani alle cariche di Roma [Non si può discutere qui la composizione della fazione mariana, argomento importante (e trascurato)]. Ma il partito mariano era stato sconfitto e proscritto da Silla. La restaurata oligarchia, fondata sulla violenza e la confisca, veniva a perpetuare una tradizionale grettezza. Col vecchio ordinamento, una notevole parte d'Italia (quasi tutta l'Etruria, l'Umbria e le popolazioni sabelliche del gruppo montuoso centrale) non era affatto compresa nello Stato romano, trattandosi di alleati autonomi. Ora l'Italia era divenuta politicamente una, grazie all'estensione della cittadinanza romana; non erano mutati però lo spirito e la prassi governativa nel senso di un adattamento allo stato derivato da quella trasformazione. Si parlava sí di tota Italia, ma la realtà era molto diversa'. Non deve essere dimenticata la pur recente guerra degli Italici contro Roma. Quando invase l'Italia, Cesare poteva fare assegnamento su qualcosa di piú che il disinteresse politico e la sfiducia nel governo, attestati e comprensibili anche in città e famiglie che erano ormai da lungo tempo incorporate nello Stato romano, o almeno soggette all'influenza di Roma. In un'ampia zona d'Italia questi sentimenti erano aggravati dall'ostilità contro Roma, non ancora del tutto acquietata, dal ricordo di oppressioni e guerre, di disfatte e devastazioni. Soltanto quarant'anni prima dell'invasione di Cesare, gli alleati di Roma, da Ascoli Piceno ai Marsi e Peligni, giú giú fino al Sannio e alla Lucania erano insorti contro Roma e avevano combattuto per la libertà e la giustizia'. Erano tutte popolazioni forti, indomite e bellicose, soprattutto i Marsi, senza i quali non era mai stato celebrato un trionfo, combattessero essi contro Roma o per Roma'. Furono i Marsi che diedero il primo impulso all'insurrezione; e diedero anche un grande generale, Q. Poppedio Silone, e l'originaria denominazione ufficiale alla guerra, il bellum marsicum. Il nome bellum italicum è piú ampio e non meno rivelatore: si trattava di una santa alleanza, di una coniuratio di otto popoli contro Roma, in nome dell'Italia. Italia era la leggenda che stampavano sulle monete, Italia il nuovo Stato che essi fondarono, con capitale Corfinio'. Era una secessione. La proposta di estendere la cittadinanza romana agli alleati era stata inizialmente e interessatamente presentata a Roma dai riformisti agrari. Già causa di gravi dissensi negli ambienti politici di Roma, l'agitazione si estese e coinvolse gli alleati. Memori di altri torti e non scorgendo il minimo segno di resipiscenza da parte di Roma, dopo il fallimento e la morte del loro paladino, il demagogo conservatore Livio Druso, amico e socio di alcuni signori locali', gli Italici presero le armi. Non per estorcere un privilegio, bensí per abbattere Roma. E quasi ci riuscivano; del resto, fintanto che non furono completamente battuti e disfatti sul campo, i fieri Italici non pensarono a deporre le speranze. Una sorta di condono sotto forma di offerta della cittadinanza a chiunque deponesse le armi entro sessanta giorni può aver indebolito gli insorti incoraggiando le diserzioni, ma non arrestò dappertutto le ostilità: il Sannio era ancora recalcitrante'. La lotta, già di per sé feroce e sanguinosa, con massacri di prigionieri, ostaggi e non combattenti, fu complicata e resa piú aspra dalle contese delle fazioni intestine. L'Etruria e l'Umbria, seppur con qualche incertezza, erano rimaste fedeli a Roma: le classi possidenti avevano le loro buone ragioni per temere una rivoluzione sociale. Ma prima che si giungesse alla pace, sopravvenne un'altra guerra civile in cui fu trascinata anche l'Etruria accanto agli irriducibili resti degli insorti italici. Mario infatti aveva molti seguaci nelle città etrusche; d'altra parte, tutti i Sanniti mossero contro Roma, non per lealismo alla causa mariana, ma per distruggere la città tiranna'. Fu Silla che salvò Roma. Egli sconfisse l'esercito sannita a Porta Collina e fece del Sannio una regione desolata, per sempre. L'Etruria soffri assedi, massacri ed espropriazioni: Arezzo e Volterra furono completamente private dei diritti civili'. Dopo un decennio di guerre l'Italia era unita, sí, nominalmente, ma comune non spiritualmente. Da principio i nuovi cittadini si erano illusi all'idea del pieno esercizio e dell'eguaglianza dei diritti, concessione che non era mai stata fatta sinceramente e di cui, del resto, molti italici non sapevano che farsene. In realtà, i vincoli d'obbedienza continuarono ad essere personali, locali e regionali. Centomila veterani, installati sulle terre dei nemici di Silla, spalleggiavano la dominazione del loro capo e favorivano la romanizzazione dell'Italia, mantenendo però vivo il ricordo della sconfitta e delle sofferenze. Per un lungo periodo di tempo non sarebbe stata possibile alcuna riconciliazione.Silla seppe dar riconoscimento ai meriti sia di alleati sia di oppositori. Minato Magio, magnate della comunità sannita di Aeclanum, era rimasto fedele a Roma e aveva raccolto un esercito privato che si segnalò, fra le schiere sillane, nella conquista della città di Pompei; i suoi due figli furono eletti pretori a Roma. Un certo Stazio aveva combattuto valorosamente per il Sannio; tuttavia, in riconoscimento del suo coraggio, della sua ricchezza e della sua famiglia (e forse anche del tempestivo abbandono della causa italica), questo nemico di Roma entrò nel Senato romano'. Ma il partito sconfitto nel bellum italicum e nella sedizione mariana non era davvero largamente rappresentato nel Senato romano, fosse pure da rinnegati. Pompeo Strabone aveva largo seguito nel Piceno', ma si trattava solo di seguaci personali di un signorotto locale che era nel contempo uomo di parte a Roma; era il partito di Roma in una terra discorde e divisa. Fu il figlio di Pompeo a raccoglierne l'eredità; egli riuscí ad ottenere rango senatorio o dignità conseguenti per suoi partigiani come l'intrigante oratore Lollio Palicano e i militari Afranio e Labieno. Gli sconfitti dovevano ancora trovare il loro paladino. Cicerone si prodigava in richiami al senso civico dell'Italia, tota Italia; si profondeva in elogi della virtú e della tempra del novus homo; ma non diede prova tangibile di un'attività e di una politica generosa: nessuno che provenisse da zone piú remote dell'Italia che sia stato da lui aiutato ad entrare in Senato; non un novus homo per cui egli si sia battuto, sfidando i nobiles, per farlo arrivare al consolato. Forse ebbero da lui incoraggiamento e assistenza, nella loro carriera politica, alcuni dei suoi amici personali come M. Celio Rufo e Cn. Plancio, entrambi figli di banchieri. Celio era di Tusculo e probabilmente non ebbe grande bisogno d'aiuto'. Plancio, originario della regione volsca da cui veniva lo stesso Cicerone, aveva maggiormente bisogno di assistenza attiva e ne avrà avuta. Da poco Atina aveva avuto il suo primo senatore'. Tusculo, e anche Atina, già da lungo tempo facevano parte integrante dello Stata romano. Non rientrava infatti nella politica ciceroniana il proposito di inondare il Senato con uomini dei municipia e d'andare a caccia della dignità massima dello Stato romano a favore di persone meritorie che venivano di fuori. Esaltava sí la memoria di Catone e di Mario, ma lo faceva per sé, come se quelli fossero stati suoi personali antenati. Desiderava sí che le opinioni e la voce dell'Italia fossero ascoltate a Roma, ma si trattava dell'Italia dell'ordinamento postsullano il cui sia pur indiretto rappresentante doveva essere qualcuno e anzi uno dei migliori: lui stesso. Si riteneva che l'Italia fosse decisamente dalla parte degli interessi conservatori. Indubbiamente le classi possidenti guardavano con scarsa fiducia ai programmi riformistici dei tribuni romani né vedevano di buon occhio i poveri di Roma. C. Mecenate di Arezzo è citato fra i cavalieri rigidi e tenaci che si opposero pubblicamente a M. Livio Druso; e L. Visidio era uno dei partigiani che vegliarono sulla vita di Cicerone quando Catilina, minacciando la rivoluzione, provocò una solenne, quanto transitoria, unità d'interessi fra Senato e cavalieri'. Quell'episodio rivelò pure una realtà che tutti conoscevano, ma che pochi hanno descritto: grave scontento diffuso in tutta Italia, gente disperata e carica di debiti pronta a una insurrezione armata, nonché, cosa forse ancor piú preoccupante, parecchi uomini dell'aristocrazia dei municipia simpatizzanti con il paladino delle classi oppresse. Cesare aveva numerosi partigiani nelle regioni d'Italia che avevano sofferto per aver partecipato al bellum italicum, alle imprese di Mario, alle insurrezioni di Lepido e Catilina. ((-- Sallustio, BC, 17, 4: « ad hoc multi ex coloniis et municipiis domi nobiles ». L'Etruria, che soltanto quindici anni prima era stata devota alleata di Lepido, forni il grosso del movimento, in quest'epoca costituito in gran parte, ma non interamente, di veterani di Silla delusi. Ci furono congiure e sollevazioni quasi dovunque, compreso il Piceno (BC, 27, 2) e il territorio dei Peligni (Orosio, 6, 6, 7).))Ciò non è dovuto soltanto al fatto che tanti suoi soldati e centurioni, come ci attestano sovente i loro nomi, fossero reclutati nelle regioni piú povere o piú bellicose d'Italia; tutte le classi sociali vi erano coinvolte. Le città d'Italia infatti salutarono con gioia la resurrezione del partito mariano, sotto la guida di un proconsole che, come Mario, aveva battuto i Galli, i nemici tradizionali dell'Italia. Cesare, nella sua invasione, si spinse rapidamente attraverso il Piceno verso Corfinio, rilevando i capisaldi e le reclute degli avversari, senza incontrare notevole resistenza. Cingoli andava debitrice a Labieno di recenti benefici', ma fu facilmente conquistata. Osimo onorava in Pompeo il proprio patrono'; ma la gente del paese protestò che sarebbe stata una vergogna rifiutarsi di accogliere il proconsole che aveva compiuto tali gesta in Gallia'. Senza dubbio la potenza e la ricchezza avevano suscitato molti nemici contro i Pompei, nel loro stesso territorio. Sulmona, nel territorio dei Peligni, spalancò le porte e i cittadini si riversarono giubilanti fuori le mura incontro ad Antonio, inviato di Cesare; e non fu soltanto la folle ostinazione di Ahenobarbo che portò alla capitolazione della vicina città di Corfinio. Pompeo conosceva meglio degli oligarchi suoi alleati la situazione reale in Italia e la sua decisione di evacuare la penisola era stata presa molto prima di essere pubblicamente annunciata. È ovvio che fra i circa quattrocento nuovi senatori di Cesare fossero compresi suoi seguaci di ogni parte d'Italia. Oltre alle famiglie proscritte da Silla, anche regioni in cui forte era l'influenza mariana diedero uomini alla causa. Per esempio, il militare C. Carrinate era probabilmente umbro o etrusco. Pansa era originario di Perugia', ma egli era di già senatore. Il territorio sabino, zona tenacemente democratica, continuava la tradizione di Sertorio con i cesariani Vatinio e Sallustio' e dietro di loro vennero indubbiamente dei cavalieri, promossi da Cesare. Dal canto suo, la prosperosa Campania disponeva di famiglie legate a Mario o a Cesare in città come Pozzuoli, Cales, Nocera; ad esempio i Granii di Pozzuoli erano notoriamente mariani e un certo Granio Petrone è fra i senatori cesariani'. L'ex centurione Fangone proveniva dalla colonia di Acerra. Alcuni tra i partigiani municipali di Cesare facevano già parte del Senato prima dello scoppio della guerra civile, per quanto non sia possibile rintracciare un loro precedente servizio nel suo esercito o altre forme di clientela. Altri, non essendovi documentazione in senso contrario, si può pensare che dovessero appunto a lui la loro posizione di prestigio, come per esempio tre fra i pretori del 44 a. C., figure senza rilievo, dai nomi oscuri, i primi e forse gli ultimi senatori nell'ambito delle rispettive famiglie. Soprattutto i popoli confederati del bellum italicum potevano finalmente sentire il sapore della vendetta e della soddisfazione. I Peligni dovettero, è vero, attendere ancora una generazione prima di poter vantare un senatore': le piú eminenti famiglie dei Peligni e dei Marsí erano esauste e impoverite' e la maggior parte dei grandi proprietari terrieri del Sannio ormai non erano piú di stirpe sannita'. Ma il generale cesariano L. Staio Murco era con ogni probabilità originario dell'Italia centrale' e i bellicosi Marsi, cosa perfettamente comprensibile, vengono alla ribalta con un altro Poppedio Silone, un nome storico. Altre potenti famiglie italiche che avevano dato dei capi all'insurrezione del bellum italicum, ottengono ora da Cesare la dignità che meritavano ma che forse non avrebbero mai ottenuto altrimenti. Erio Asinio, l'uomo di punta dei Marrucini, cadde combattendo per l'Italia "; ma la sua famiglia non si estinse né decadde comunque dalla sua posizione economica e sociale. C. Asinio Pollione, suo nipote, uomo di gusto e di ingegno, acquistò ancor giovane fama come oratore giudiziario, facendosi dei nemici (e degli amici) nelle alte sfere. Pollione era con Cesare quando questi attraversò il Rubicone. Un Erennio era generale degli insorti nel Piceno, e un Erennio piceno, presumibilmente il nipote, si sa che fu senatore e console nel periodo rivoluzionario. Il piú famoso di tutti fu P. Ventidio, appaltatore di forniture per l'esercito. All'intera posterità Ventidio è noto come mulattiere'; ma anche se la sua carriera fu laboriosa, deve essere stato di onorata famiglia. La storia registra una famiglia di Ventidii magistrati municipali ad Osimo, nemici dei Pompei'. Quando il giovane Pompeo arruolò il suo esercito privato, dovette espellere i Ventidii dalla città e il Piceno fu teatro della sanguinosa lotta delle fazioni. Ma non soltanto gli Italici sono ostili a Pompeo e al governo legittimo di Roma. I seguaci di Cesare sono di varia origine, e se alcuni provengono dalle fila pompeiane, altri non possono essere individuati in modo preciso, anche se di alcuni di essi si può sospettare che fossero originari di città del Piceno, fossero senatori ex pompeiani o cavalieri promossi durante la dittatura. L'unificazione delle diverse e contrastanti stirpi d'Italia in qualcosa di simile a una nazione, con Roma per capitale, non fu realizzata da oratori o da teorici della politica. Il lento processo di trasformazione pacifica, con la graduale adozione della lingua latina e dei costumi romani, fu bruscamente accelerato dalla violenza e dalla confisca, dalle guerre civili, dalla dittatura e dalla rivoluzione. La parte che vi ebbe Cesare è di per sé evidente nella sua importanza; non è il caso perciò di magnificarne l'opera sia negli spunti sia nei risultati. Che egli avesse visto la necessità di unificare l'Italia, lo si inferirà forse dalla sua legislazione municipale. Chiunque avesse conquistato il potere in seguito a una guerra civile si sarebbe trovato di fronte al compito di creare una res publica constituta; questa, dopo il bellum italicum e l'estensione dei diritti civili a tutta l'Italia, non poteva piú limitarsi a Roma, ma doveva abbracciare tutta Italia. E' attraente l'idea che l'Italia dovesse finalmente entrare a far parte del governo dello Stato ingranditosi, tuttavia è anche astratta e non coglie il vero motivo dell'accrescimento del Senato da parte di Cesare. Egli vi introdusse suoi partigiani personali, gente che disponeva di grandi patrimoni e nuovi ricchi, etruschi e marsi, romani delle colonie e magnati locali della Spagna o della Narbonense: rappresentanti cioè non di regioni, bensí di una classe sociale e di un partito politico. Ma, quanto all'Italia, c'era ancora molta strada da fare; la rivoluzione era appena ai suoi inizi. Unitaria solo sotto l'aspetto geografico, la penisola era un mosaico di razze, di lingue e di dialetti. I nomi possono aiutarci a scoprire il procedere dell'ascesa delle stirpi forestiere nella gerarchia governativa di Roma'. Le accessioni piú antiche si rivelano dalla radice esotica dei nomi, cui fu adattata una terminazione latina regolare; piú tardi i nomi conservarono le loro terminazioni originarie. La distribuzione geografica dei gentilizi italici non latini ci permette sovente di giungere a valide conclusioni sulla loro patria d'origine. I nomi etruschi, di tre tipi, rimandano all'Etruria e alle aree adiacenti, soggette all'influsso della sua antica civiltà'. I primi consoli che portano nomi di questo genere appartengono tutti, com'è logico, a famiglie che diedero eminenti sostenitori alla causa di Mario'. Un'altra terminazione, oltre che presentarsi in queste regioni, è estesa al Piceno e al territorio sabino'. Soprattutto ce n'è un tipo che è particolare alle popolazioni sabelliche, piú frequente nel cuore degli Appennini fra le tribú arcaiche dei Marsi e dei Peligni, e che si estende via via rarefacendosi, a nord, al Piceno, a sud, alla Campania e al Sannio Questi nomi forestieri, non latini, s'incontrano casualmente nei ranghi inferiori del Senato romano, tanto prima di Silla che dopo, portati da personaggi oscuri. Fin qui è cosa che ci si poteva aspettare; soltanto quando incomincia a trattarsi di consoli si ha una prova evidente della rivoluzione sociale e politica. Il partito cesariano presenta una discreta, non però allarmante, proporzione di nomi non latini. Infatti, le tradizioni familiari e la fama di certi italici ora ammessi in Senato non debbono far dimenticare i numerosi neosenatori originari di alcune regioni che da piú tempo facevano parte dello Stato romano, ma che fino a questo momento avevano avuto pochissimi senatori. C'erano molti cavalieri che per prudenza o per scarsa ambizione, si tenevano affatto lontani dalla politica: Silla aveva dato loro una dura lezione. D'altra parte, un seggio nei ranghi inferiori del Senato di Roma non sarebbe poi stato un grandissimo onore e una fortuna insperata per un discendente di re etruschi, e forse neppure per un magnate italico. Nel passato vi erano state scarse prospettive per il consolato; ma ora, il trionfo di un condottiero militare, dando nuova vita al partito di Mario, faceva sperare in un mutamento. Cicerone si vantava di essere il primo figlio di un cavaliere che nel giro degli ultimi trent'anni fosse diventato console: ed era vero; ma, in quel periodo, altri novi homines, socialmente piú eminenti, non erano rimasti a priori esclusi dalla carica e Cicerone doveva ben presto vedere consoli Murena e i pompeiani Afranio e Gabinio'. Ma poi, non piú novi homines fra i consoli dei Fasti della libera repubblica; invece, uno sfolgorio di nomi storici, quasi presagio della fine. La dittatura di Cesare significò infrenamento dell'oligarchia e avanzamento dei meritevoli. Tuttavia non vi è niente di rivoluzionario nella scelta dei suoi candidati al consolato, restando valido lo stesso criterio che era servito per la nomina dei suoi legati nelle campagne di Gallia'. Nove consoli adirono la carica negli anni 48-44 a. C.: tutti uomini di rango senatorio prima dello scoppio della guerra civile. Cinque di essi erano nobiles, i patrizi in forte evidenza. I quattro novi homines si erano tutti segnalati con il servizio militare prestato in Gallia. Questo alto livello dal punto di vista sociale decadde un po' con la designazione, per l'anno appresso, di Irzio e Pansa 3; ma si sarebbe nuovamente sollevato nel 42 con due ,dei suoi generali: il nobile D. Giunio Bruto e il novus homo L. Muisazio Planco, che proveniva da una distinta famiglia di Tivoli; e probabilmente era intenzione di Cesare che M. Bruto e C. Cassio fossero eletti consoli per il 41 a. C.'. Ma prima che queste disposizioni potessero venir attuate, scoppiò di nuovo la guerra civile e i capi militari accelerarono la carriera dei piú capaci fra i loro partigiani senza riguardi alla legge o ai precedenti, nominando, fra l'altro, anche numerosi consoli suffecti. Nonostante tutti i meriti che riconosceva loro, è del tutto improbabile che il dittatore avrebbe concesso il consolato a Ventidio o a Balbo, dato che non aveva neppure soddisfatto le aspettative di Rabirio. E chi aveva mai sentito parlare di Salvidieno Rufo, di Vipsanio Agrippa, di Statilio Tauro? A fianco dei superstiti del partito catoniano, di pompeiani come Q. Ligario e di personaggi oscuri come D. Turullio o Cassio di Parma, i cui precedenti storici e la cui attività politica sfuggono ad ogni ricerca, parteciparono alla cospirazione intesa ad assassinare il loro capo alcuni generali, suoi seguaci di lunga data, che avevano combattuto in Gallia L'acido militare S. Sulpicio Galba adduceva il proprio risentimento per non essere stato fatto console. Al proprietario terriero Piceno L. Minucio Basilo, che non era un tipo del tutto raccomandabile, Cesare aveva rifiutato il governatorato di una provincia, offrendogli in compenso una somma in denaro'. Ma L. Tillio Cimbro, C. Trebonio (figlio di un cavaliere romano), console nel 45, e D. Giunio Bruto, console designato per il 42, erano debitori di onori e di promozioni al dittatore'. Bruto poi, amico particolare e favorito, era nominato nel testamento fra gli eredi di secondo grado". M. Emilio Lepido (46), Q. Fabio Massimo (45) e P. Cornelio Dolabella (cons. sud. 44) erano patrizi; P. Servilio Isaurico (48), in ultima analisi, era anche egli di stirpe patrizia. M. Antonio era plebeo. Bruto era un nobilis e Galba un patrizio; ma l'opposizione a Cesare non provenne in maggioranza dagli elementi nobili o patrizi del suo partito: Antonio per lealtà, e Lepido per cautela, avrebbero respinto le avances dei liberatori. Il dittatore non lasciò, né l'avrebbe potuto, alcun erede del. suo potere personale; ma Antonio era tanto una figura di punta del partito cesariano quanto console, cioè capo del governo, e le idi di marzo non potevano cambiare le cose. Una volta caduto il tiranno e ripristinata la costituzione, Antonio avrebbe avuta la forza sufficiente per tenere le redini del partito ed insieme quelle del governo?

 

XXIV. IL PARTITO DI AUGUSTO

Le modeste origini della fazione di Ottaviano sono chiaramente rivelate dai nomi dei membri fondatori. Abbiamo via via notato le adesioni successive, che mostrano come essa crebbe costantemente in numero e in dignità di mano in mano che l'erede di Cesare reclutava seguaci ed amici nel campo degli avversari, finché, da ultimo, con la spoliazione di Antonio, non solo incamerò l'antico partito cesariano ma ottenne l'adesione di un gran numero di repubblicani, e poté quindi mascherarsi da partito nazionale. Piú di settecento senatori accompagnarono il capo dell'Italia alla guerra di Azío, in maggioranza recando in cuore disprezzo ed odio per lui, e tuttavia sospinti dal salutare istinto di ricavarne onori e vantaggi di carriera. E di questo numero imponente, afferma orgoglioso Augusto, non meno di ottantatré avevano già detenuto il consolato o sarebbero stati in seguito ornati di questa onorificenza suprema.

Cesare dittatore aveva aumentato il Senato ammettendovi suoi partigiani; ma né tale provvedimento né gli uomini prescelti erano tanto scandalosi quanto si sostenne allora e in seguito. Cesare non degradava le onorificenze. Le accessioni piú vergognose sopravvennero in seguito, durante il governo arbitrario di un triumvirato che piú che esser indifferente, era addirittura ostile ai privilegi di nascita e di stirpe. Il Senato si era perciò ingrossato disordinatamente salendo a oltre mille membri. Affinché, dunque, l'assemblea sovrana recuperasse dignità ed efficienza all'atto della restaurazione della repubblica, Ottaviano ed Agrippa procedettero ad un'epurazione nel 28 a. C.: circa duecento « elementi indegni » furono indotti a dimettersi mediante l'esercizio di pressioni morali. (-- Res gestae, 25.-- Dione, 52, 42, 1 sgg.; Velleio, 2, 89, 4: « senatus sine asperitate, nec sine severitate lectus ».)

 

Ma il vero significato dell'epurazione, che gli storici ricordano con tanta serietà ed esaltano tanto ingenuamente, non sfuggì agli osservatori contemporanei. C'era un motivo ben preciso per ridurre i ruoli del Senato: oltre trecento senatori avevano preferito Antonio e la repubblica al tempo del colpo di stato del 32 a. C. Alcuni di essi si erano immediatamente pentiti aggregandosi alla schiera di quei rinnegati che salirono ad alte cariche, come Crasso, Tizio e M. Giunio Silano; altri, risparmiati dopo la vittoria, conservarono la loro posizione e il loro rango, come Sosio e Furnio 1; Scauro e Cn. Cinna non ebbero un trattamento di particolare favore, poiché Scauro, alla pari di altri repubblicani e pompeiani, non arrivò mai al consolato, e Cinna non ci arrivò prima che fossero trascorsi piú di trent'anni. Alcuni però morirono o scomparvero: ad esempio non si sa píú nulla del consolare L. Gellio Poplicola e di altri tre ammiragli di Antonio a Azio 2.

Occorrevano dei nobiles per illustrare il Senato della riesumata repubblica; c'erano in giro veramente troppi novi homines. …

 

L'oscurità dei natali o l'origine provinciale non costituiva un impedimento. Diversi tra i grandi generali plebei erano morti: Salvidieno il traditore dell'amico e del capo, Canidio per il suo lealismo ad Antonio, Saxa ucciso dai Parti, Ventidio di morte naturale: se essi, per migliore fortuna o per piú accorto calcolo nel tradimento, fossero sopravvissuti, avrebbero occupato un posto di primo piano fra i grandi anziani del nuovo Stato, ono. rati dal princeps e dal Senato, acclamati in pubblico, odiati in segreto. Ma una discreta schiera di pari loro fu riserbata a ulteriori onori e profitti; in prima fila Agrippa e Tauro, di ignoti progenitori. L'augusta, epurata assemblea che ricevette dalle mani del capo dell'Italia la repubblica restaurata non smentiva le sue origini e non può sottrarsi al confronto storico: era una spaventosa accolta di uomini privi di scrupoli, arricchiti dalla guerra e dalla rivoluzione.

In essa non c'era traccia di reazione repubblicana. I senatori conoscevano il vero scopo dell'adozione da parte di Augusto di forme e frasario repubblicano, la profonda ironia dell'ostentato contrasto fra dittatore e princeps. Il partito cesariano era stato istallato al potere; si trattava ora di garantirne il predominio per il futuro. Infatti, dopo l'uccisione di Cesare, gli interessi costituiti avevano scongiurato qualsiasi sconvolgimento e avevano imposto la sistemazione del 17 marzo. Ora gli interessi costituiti erano piú estesi, piú tenaci, meglio organizzati. Il capitale si sentiva al sicuro. Un partito conservatore può esser anche molto vasto ed eterogeneo: Cicerone, definendo la categoria degli optimates (cioè dei paladini della ricchezza e dell'ordine costituito), estendeva arditamente il termine dall'ordine senatorio fino a coprire qualsiasi classe sociale, non esclusi i liberti; ora, ciò che nell'oratoria di Cicerone era propaganda occasionale o una mera utopia, era divenuto realtà concreta, a risultato di una violenta ridistribuzione del potere e della ricchezza. Se la repubblica aristocratica aveva mascherato e talvolta contrastato il potere del denaro, l'ordine nuovo era palesemente, anche se non dichiaratamente, plutocratico.

Il capitale ricevette delle garanzie ripagandole con la fiducia al governo. Piú della restaurazione delle forme costituzionali, ebbe favorevole accoglienza l'abolizione della tassazione diretta in Italia, che era stata imposta in modo opprimente da tutti i partiti nella lotta per il potere dopo l'uccisione di Cesare e che era stata ancor piú appesantita da Ottaviano per finanziare la sua guerra contro Antonio. Ma ora il bottino della vittoria e le entrate dell'Oriente diedero nuova vita all'economia italica. Gli speculatori e i banchieri che, volenti o nolenti, avevano sostenuto con le loro sovvenzioni il colpo di stato e ne avevano avuto in compenso le proprietà terriere dei vinti, ebbero ora ulteriore beneficio dal principato perché la terra crebbe rapidamente di valore'. Ma l'ordine nuovo era qualcosa di piú che una coalizione di profittatori che faceva appello alla legge e alla costituzione per proteggere le sue grandi ricchezze. Quindi, ben lungi dall'esserci una reazione, sotto il principato si dovevano consolidare ed estendere le conquiste della rivoluzione: e quella che era stata da principio una serie di atti arbitrari, doveva ora continuare sotto forma di processo costante, diretto con mano sicura da un'amministrazione statale……

Una volta suscitate dall'ambizione di demagoghi militari, le pretese del proletariato d'Italia in armi minacciavano la stabilità della repubblica romana; nondimeno, quando si era offerta qualche prospettiva che le loro aspirazioni alle terre e alla sicurezza sarebbero state riconosciute, i soldati si erano dimostrati capaci di mettere in difficoltà i politici, di disarmare i generali, di scongiurare spargimento di sangue. Entrati in possesso dei terreni, i veterani erano ora il piú solido pilastro della monarchia militare. Ventotto colonie in Italia e un gran numero nelle province onoravano Augusto col nome di patrono e difensore.

…..Il reclutamento dell'ordine equestre avveniva in due modi: primo, soldati o figli di soldati diventavano cavalieri col servizio militare. Ad esempio T. Flavio Petrone di Rieti, veterano di Pompeo, ebbe un figlio di rango equestre, T. Flavio Sabino esattore di tasse, che fu a sua volta padre di un imperatore romano'. All'epoca della dinastia Flavia un soldato comune poteva arrivare ad essere governatore della provincia di Rezia'. In secondo luogo, ci sono i liberti. Questa classe di commercianti si avvantaggiò della rivoluzione acquistando le terre dei proscritti. Grande deve essere stato il loro numero e grandi i loro guadagni: tanto che durante i preparativi di Ottaviano prima della battaglia di Azio la tassazione speciale incontrò resistenza da parte loro. Il liberto Isidoro dichiarava nel suo testamento di aver subito gravi perdite finanziarie durante le guerre civili, dichiarazione certamente convenzionale, non limitata ad una sola classe di benestanti sotto il principato di Augusto. Nondimeno Isidoro poté lasciare in eredità sessanta milioni di sesterzi (600 milioni di euro) di liquido, per non parlare delle migliaia di schiavi e di capi di bestiame; il funerale di questo personaggio costò un milione di sesterzi (10 milioni di euro).

Nel periodo del triumvirato un ex schiavo divenne tribuno militare: il che suscitò l'aspra indignazione di Orazio: « hoc, hoc tribuno militum »

Ma Orazio stesso, figlio di schiavo liberato,  gli era superiore soltanto di una generazione. Anche in questo campo, non si ebbe nessun ritorno ai pregiudizi di nascita del periodò repubblicano. Sotto il principato, dei figli di liberti occupano ben presto cariche militari; e, allo stesso modo che sotto la repubblica, sono attestati come senatori, senatori del Senato purificato di Augusto'. Soprattutto i liberti furono impiegati dal princeps come agenti e segretari personali, specialmente con compiti finanziari; in questo campo Augusto ereditò ed estese la prassi di Pompeo e di Cesare.

In questo modo l'ordine equestre veniva costantemente rinsanguato dal basso, e a sua volta passava il fior fiore dei suoi membri al Senato. Di fatto, la classe dei cavalieri è la pietra angolare dell'intero edificio sociale, militare e politico del nuovo Stato…... Benché momentaneamente assottigliate, le loro fila furono presto accresciute da un'ondata di speculatori fortunati. Ma Augusto non li lasciò tornare al vecchio giuoco: le grandi compagnie di publicani chiudono i battenti o si ridimensionano dato che per lo piú agli appaltatori di tasse viene ora affidata la riscossione soltanto di tasse secondarie e indirette.

Allontanati dalla politica, i cavalieri sotto il princeps acquistano in possibilità di impiego e in dignità. Viene man mano a costituirsi una carriera equestre con servizio nell'esercito, nella finanza e nell'amministrazione, che tuttavia non era una novità assoluta avendo le sue origini nella prassi consueta dell'età di Pompeo intensificata dalle guerre della rivoluzione e dal governo del triumvirato.

……

 

XXXII.  IL TRAMONTO DEI « NOBILES »

« Stemmata quid faciunt? »': il poeta satirico Giovenale si fa giuoco degli alberi genealogici; la sua poesia, però, non è l'impetuosa, libera invettiva di un vigoroso democratico. Giovenale trae nomi ed esempi dai discendenti della nobiltà repubblicana, ma non dai viventi. Certo, pochi di loro sopravvivevano ai tempi di Giovenale, e non contavano nulla; l'impero ne aveva fiaccato la potenza e lo spirito. Il poeta satirico non osava deridere la nuova nobiltà, l'oligarchia governativa dei suoi giorni. Si prende giuoco del misero greco di basso rango, astuto, bugiardo e privo di scrupoli', divenuto ormai un personaggio tradizionale e letterario. Tutt'altra cosa erano i superbi figli delle grandi casate sacerdotali e dinastiche d'Asia, che si ammantavano ora della dignità consolare nel Senato imperiale. Ancor meno si arrischia ad attaccare le opulente famiglie provinciali oriunde della Spagna e della Narbonense, che adesso erano al vertice della gerarchia sociale e politica dell'impero, e indossavano la porpora dei Cesari.

La poesia di Giovenale piú che essere un panegirico delle virtú plebee, esprime il compianto per il declino della virtus aristocratica. Tacito, figlio di un cavaliere della Gallia Transpadana o della provincia della Gallia Narbonense, fissa nei suoi scritti lo spirito, i pregiudizi e il risentimento dell'aristocrazia romana, rivela le cause e il dramma della loro decadenza. I nobiles invece hanno conservato il silenzio; non hanno lasciato personale e genuina documentazione che mostri cosa pensassero del principato di Augusto. Erano stati salvati, lisciati e sovvenzionati dal nuovo Stato; ma erano pur sempre i superstiti di una catastrofe, condannati a lenta e inesorabile estinzione. La causa migliore e gli uomini migliori, i prodi e gli onesti, erano scomparsi. Non era stata sconfitta soltanto una fazione della nobiltà, ma tutta una classe, giacché la lotta non era stata soltanto politica, ma sociale. Silla, Pompeo e Cesare erano tutti qualcosa di piú che dei semplici capi di una fazione, tuttavia la dominazione personale di questi potentati non si tradusse mai in una così drastica repressione dei nobiles. Adesso avevano di fronte un partito organizzato e un organizzato sistema di governo.

I nobiles persero potenza e ricchezza, pompa, dignità e prestigio. Uomini malvagi, rozzi, avidi e insopportabili occuparono le proprietà dei defunti e usurparono i privilegi e la condizione sociale dei viventi: cosí Vedio Poilione con i suoi acquari, Mecenate dai principeschi giardini, Tizio e Quirinio che ottennero in moglie donne di famiglie patrizie, Tauro pavoneggiantesi per tutta Roma con una guardia del corpo di germani come il princeps in persona, Agrippa, monumentale e massiccio simbolo del dispotismo militare. Per i nobiles, non piú trionfi dopo le guerre, non piú strade, templi e città intitolate al loro nome, a memore testimonianza della gloria delle grandi casate che si identificavano con la repubblica e Roma.

Le guerre di fazione tra Mario e Silla erano state un castigo e un ammonimento. Nel breve momento di respiro fra le dittature, le antiche famiglie, e soprattutto i patrizi, adunarono le loro risorse e rafforzarono le alleanze. Cosí Servilia si diede da fare per la sua gens, riuscendo a procurarle il parentado con gli Emilii. Ma le alleanze generano inimicizie, e i nobiles furono cosí coinvolti nelle lotte tra i potentati. Già per molti di essi era stato piuttosto difficile conservare e perpetuare la loro gloriosa condizione in tempi di pace civile; la rivoluzione venne a por fine a molte famiglie nobili, antiche e recenti.

Le figure dominanti dei potentati monarchici, Silla, Pompeo e Cesare, riempiono di sé la scena della storia, e dànno il loro nome a un periodo o a un governo, come in giorni piú felici era stato di certe famiglie. Sullo sfondo si muovono nella penombra i loro alleati o rivali, alcune grandi casate o fazioni ancora attive. Gli Scipioni s'erano identificati con un periodo di storia; poi la loro potenza era passata ai Metelli: entrambe le casate si eclissarono davanti ai Giulii e ai loro alleati. I Metelli avevano spalleggiato Silla; fecero l'ultimo passo per giungere al potere quando, insieme al parentado scipionico, diedero il loro appoggio a Pompeo. L'ultimo discendente diretto dei Metelli, un ex antoniano, non raggiunse il consolato; e l'ultimo consolare che ne portasse il nome era, di nascita, un Giunio Silano. Cosí pure appartiene al principato di Augusto l'ultimo console dell'antica casa patrizia degli Scipioni. Il nome e il mausoleo di famiglia passarono ad un altro ramo dei patrizi Cornelii, i Lentuli, anch'essi favorevoli a Pompeo contro Cesare, ma piú fortunati nella sopravvivenza…….

 

 

ELENCO DELLE OPERE CITATE DA RONALD SYME IN “THE ROMAN REVOLUTION” :

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4.      ANDERSON, J. G. C., Augustan edicts from Cyrene, « JRS », XVII (1927), 33 sgg.

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APPENDICE: ARNOLD J. TOYNBEE – L’EREDITA’ DI ANNIBALE- LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA ANNIBALICA NELLA VITA ROMANA.

Citazioni digitalizzate e rivisitate da G. Pollidori sull’ed. Oxford University Press, London 1965, voll. I-II. Per motivi più politico- economici che militari, riportiamo capitoli salienti del II volume “Roma e il Mediterraneo dopo Annibale”. La qualità scadente dei riferimenti alle note riguardo al loro “numero di serie” all’interno di ogni capitolo del Toynbee è dovuta a una nostra mancata revisione, ma non compromette la fedeltà letterale del testo, accuratamente rivisto anche nelle note.

 

Nel 266 a. C. Roma aveva completato l'unificazione dell'Italia peninsulare sotto il suo dominio. Due anni dopo aveva intrapreso una guerra con Cartagine per il possesso della Sicilia. Compiendo questi passi, Roma si era inserita appieno nel flusso delle relazioni internazionali del bacino mediterraneo e si era impegnata a entrare in lizza con le altre potenze coeve situate all'estremità occidentale dell'ecumene del vecchio mondo. Due di queste potenze contemporanee, cioè Cartagine e l'Impero tolemaico, avevano complessi sistemi di finanza pubblica, e l'Impero tolemaico possedeva inoltre un corpo di funzionari civili di professione. Nella politica della classe di governo romana, tuttavia, uno dei punti fondamentali era rappresentato dalla conservazione, a Roma, della tradizionale forma costituzionale della città-stato, e ciò equivaleva a condannare Roma ad essere governata da dilettanti in un mondo in cui i governi di altri Stati del calibro di Roma erano ormai, almeno in parte, in mano a professionisti. Le magistrature romane erano elettive; in linea di principio, il periodo di carica era limitato a soli dodici mesi; anche quando l'assoluto bisogno di funzionari che ricoprissero un crescente numero di cariche costrinse il Senato a ricorrere all'espediente di prolungare tale periodo oltre i dodici mesi originari, raramente tali proroghe, anche per cariche geograficamente distanti, andarono al di là di uno o due anni supplementari; e per finire, nel passaggio dall'una all'altra magistratura c'era soluzione di continuità. Un nobile romano che abbracciava la carriera politica trascorreva solo una piccola parte della sua vita adulta ad occupare le successive cariche di questore, edile, pretore, console e censore (supponendo che egli toccasse i gradi piú alti della serie). Fra l'uno e l'altro di questi periodi di carica dovevano trascorrere intervalli di tempo nei quali egli non avrebbe ricoperto alcuna magistratura, e questi intervalli consuetudinari furono definiti e resi obbligatori dalla Lex Villia Annalis del 180 a. C. 1.

E' ben vero che il ricoprire una carica minore qualificava il titolare a far parte in perpetuo del Senato, a meno che e finché egli non ne fosse radiato da una coppia di censori quando costoro, come avveniva ogni quattro o cinque anni, rivedevano ed emendavano l'albo senatorio. Nella maggior parte dei casi, dunque, l'esperienza che gli derivava dall'esser membro del supremo organo deliberativo dello Stato romano si accresceva col trascorrere dèl tempo. D'altra parte la sua diretta esperienza di amministrazione pubblica e di comando militare era relativamente breve e in piú discontinua. Un simile ordinamento costituzionale conferiva al Senato, con la sua esperienza politica collettiva, una grande autorità, de facto se non de iure, su quei senatori che in un dato momento si trovavano a ricoprire cariche pubbliche. Questo era l'espediente di cui la classe di governo si valse per impedire che altre classi della comunità, o anche un membro della stessa classe di governo, usurpassero il suo potere collettivo, e tutto sommato l'espediente funzionò. Per la classe di governo esso costituí una salvaguardia contro la democrazia e del pari contro la dittatura. Ma il successo fu pagato con l'inefficienza, e poiché lo Stato romano, e quindi la stessa classe di governo, non potevano permettere che Roma fosse meno efficiente delle potenze con cui si trovava a competere, la classe di governo, per rimediare alle manchevolezze dell'amministrazione pubblica romana che erano l'inevitabile conseguenza della sua stessa politica, dovette rivolgersi altrove, al di fuori di sé e al di fuori di quella struttura cittadina del governo romano che essa era risoluta a conservare 2.

Il settore cui si rivolse la classe di governo era l'impresa privata romana, e quest'ultima seppe ben cogliere l'opportunità che le si offriva di realizzare profitti e di acquisire il potere che ne derivava. Nell'organismo sociale romano non c'era penuria di capacità finanziarie e amministrative. L'antiquata costituzione cittadina romana veniva conservata non perché i Romani fossero incapaci di far funzionare un sistema di governo piú efficiente, ma perché la conservazione della costituzione tradizionale era l'espediente adottato dalla classe di governo per conservare il suo potere collettivo. Gli Italici incorporati nella cittadinanza romana erano provvisti di un innato talento per gli affari su grande scala in misura pari ai Fenici ed ai Greci; essi furono lesti a impadronirsi delle arti levantine dell'organizzazione e della pratica d'affari quando la conquista della penisola italiana ad opera di Roma mise i suoi cittadini in diretto contatto con il coevo mondo ellenico. Quando la classe di governo si rese conto che la forma costituzionale della città-stato, che essa era riluttante ad abbandonare, era di per sé inadeguata a soddisfare le esigenze finanziarie e amministrative di uno Stato ormai diventato parte integrante del mondo contemporaneo, scopri anche che esistevano cittadini romani in grado di rimediare alle deficienze amministrative di Roma e disposti a farlo dietro compenso. Gli affari pubblici che la classe di go. verno romana non poteva trattare nel quadro della costituzione cittadina furono allora dati in appalto perché fossero condotti da privati o da compagnie di privati.

Dato che la costituzione romana restò immutata mentre il potere, i domini e i possedimenti dello Stato romano continuavano ad accrescersi, il settore dell'amministrazione pubblica che fu appaltato all'impresa privata crebbe fino a raggiungere dimensioni colossali. Questo aspetto del sistema di governo romano impressionò profondamente Polibio quando, alla vigilia della rivoluzione romana dei cent'anni, egli conduceva la sua indagine sugli affari pubblici di Roma.

Il Senato, benché detenga un potere immenso, è costretto a curarsi delle masse e a cercare la benevolenza del Démos. ... Reciprocamente, tuttavia, il Démos è legato al Senato e deve cercare la sua benevolenza, tanto sul piano collettivo quanto su quello individuale. Gli appalti delle opere pubbliche aggiudicati dai censori sono numerosi; essi riguardano la manutenzione e la costruzione degli edifici pubblici in tutta Italia. Il loro numero è quasi incalcolabile. Vi sono anche molti fiumi, porti, giardini, miniere e tratti di terra e altri beni che son diventati proprietà del governo romano [e che sono anch'essi dati in locazione dai censori]. Tutti questi contratti sono in mano alla massa del popolo (Toú plezoùs). In pratica tutti i cittadini sono interessati all'acquisto di tali appalti e ai lavori cui essi dànno origine. Alcuni cittadini prendono di persona gli appalti dai censori; altri entrano in società con i primi; altri presentano garanzie per gli appaltatori; altri dànno in pegno il loro patrimonio allo Stato come sottoscrittori delle garanzie. In tutte queste transazioni il Senato ha sempre l'ultima parola. Esso può prorogare i termini del contratto, alleggerire gli oneri dell'appaltatore che si trovi in difficoltà e perfino sciogliere dagli obblighi del contratto se qualcosa ne ha reso impossibile l'esecuzione. In molte circostanze, anzi, il Senato può pregiudicare gravemente gli interessi degli appaltatori oppure sostenerli efficacemente. In tutte le transazioni che ho menzionato il Senato funge da corte d'appello. Ma il « privilegio » maggiore del Senato è che in seno ad esso vengono reclutati i giudici per [i processi che riguardano] la maggior parte degli appalti, sia pubblici che privati, nei casi in cui si tratti di imputazioni gravi. Sicché tutti hanno a che fare con il Senato e sono alla sua mercé ; e poiché vivono nel timore di imprevedibili situazioni di emergenza, ci pensano due volte prima di opporsi al Senato o di cercare di ostacolare la sua politica 3.

 

La tesi fondamentale di questo passo di Polibio è corretta. Alla data in cui egli scriveva (forse un po' dopo la metà del ii secolo a. C.) era l'impresa privata che, assicurandosi gli appalti pubblici, consentiva il funzionamento del meccanismo governativo romano. Nel contempo, i lettori ammaestrati dal senno di poi noteranno subito i due punti sui quali la valutazione degli affari romani da parte dell'osservatore acheo risulta errata. Polibio ha sopravvalutato sia il grado di diffusione nell'organismo politico romano del giro d'affari legato agli appalti pubblici, sia la capacità, da parte della classe di governo, di controllare gli appaltatori e i loro soci in virtú del suo ruolo, consuetudinario o tradizionale, di rappresentante dello Stato romano, - che in tutti i casi era una delle parti contraenti.

«Le masse» sarebbero rimaste sorprese e infastidite nell'apprendere che Polibio le immaginava coinvolte in questo lucroso affare. Nell'età postannibalica un contadino romano si sarebbe potuto considerare fortunato se fosse riuscito a conservare il possesso del suo podere nell'Italia peninsulare o a compensarne la perdita procurandosi una nuova fattoria sul fianco nord-orientale degli Appennini 4. L'idea che egli avesse a disposizione denaro superfluo da investire negli appalti pubblici sarebbe stata presa da lui come uno scherzo alle sue spalle, e uno scherzo di cattivo gusto. Non avrebbe creduto che persino un osservatore straniero potesse pretendere che questo roseo quadro della situazione finanziaria del contadino fosse preso sul serio. Quanto alla sparuta minoranza del «Démos» romano 5 che era realmente in grado di reperire i mezzi finanziari necessari per arricchirsi con gli appalti pubblici, questa minoranza privilegiata avrebbe sorriso della convinzione, espressa da Polibio, che i suoi interessi economici la assoggettassero al controllo della classe di governo senatoria. Il Senato, certo, aveva tentato di mantenere le attività degli appaltatori nell'ambito piú ristretto possibile. La classe di governo era morbosamente gelosa di tutti i possibili rivali al potere all'interno dello Stato e della Federazione romana. Tuttavia gli appaltatori sapevano bene di essere in posizione di vantaggio nella perpetua «guerra fredda » che li opponeva alla classe di governo senatoria: erano loro ad avere la capacità finanziaria e amministrativa che mancava alla classe di governo, ma di cui lo Stato aveva bisogno; erano loro, non lo Stato, a disporre del denaro senza il quale sarebbe stato impossibile amministrare quell'enorme impresa d'affari che era ormai diventato il governo romano. Le sue dimensioni crescevano decennio dopo decennio, e di pari passo aumentavano i profitti dei pubblicani e il potere che ne derivava. Al tempo in cui scriveva Polibio, la nuova classe romana degli uomini d'affari aveva di fatto raggiunto una posizione, nell'organismo politico romano, paragonabile a quella della nobiltà plebea nel 367 (364 0 363) a. C. Essi erano diventati gli arbitri della lotta politica interna fra la classe di governo e le masse: essi potevano dare un crollo decisivo alla bilancia se decidevano di gettare tutto il loro peso su uno dei due piatti. Il vantaggio di cui godevano gli uomini d'affari, non avvertito da Polibio, fu ben chiaro a C. Gracco venti o trent'anni dopo.

Dando in appalto attività governative che governi piú efficienti avrebbero gestito con i propri mezzi, il governo romano lasciava che un sostanzioso margine di profitto rimanesse in mano ai privati invece di affluire al Tesoro pubblico 6. 11 sistema degli appalti privava il governo dei profitti che andavano agli appaltatori, e dal suo punto di vista ciò era tanto piú grave perché la maggior parte della ricchezza della comunità romana era comunque in mani non pubbliche ma private. Nel 215 a. C., per esempio, il Tesoro romano andò in fallimento 7; ma, alla stessa data, vi erano capitalisti romani che disponevano di fondi sufficienti per continuare a rifornire il governo a credito, anche fino al termine della guerra 8. Nel 214 a. C. altri capitalisti privati eseguirono a credito lavori di edilizia pubblica 9. Nel 21o a. C. fu sottoscritto un prestito nazionale di metalli preziosi 10. Nel 205 a. C. le regioni nord-occidentali e centrali dell'Italia peninsulare, che erano sfuggite alla devastazione diretta, furono in grado di fornire a Scipione, a titolo di contributo volontario, i mezzi di cui egli aveva bisogno per allestire un corpo di spedizione destinato a invadere l'Africa 11.

I fondi in mano ai privati erano dunque ben lontani dall'esaurimento, benché i contribuenti stessero pagando fin dal 218 a. C. un'imposta patrimoniale annuale (tributum) 12, e benché l'aliquota di tale imposta fosse stata elevata, negli anni fra il 217 e il 203 a. C., dalla normale percentuale dell'un per mille a quella del due per mille 13; nel 214 a. C., intanto, era stata riscossa una soprattassa patrimoniale, per la quale i contribuenti furono ripartiti in cinque fasce in base alle stime censuarie del 220 a. C., allo scopo di pagare il salario ai rematori della flotta 14. L'abbondanza di fondi in mano privata contrasta in modo impressionante con la contemporanea povertà dello Stato romano. Nel 214 a. C. lo Stato prese in prestito i beni delle vedove e degli orfani che erano tenuti in custodia per loro 15. Nel 209 a. C. attinse ad un fondo di riserva, accantonato per qualche grave emergenza, formato dai proventi di un'imposta del 5 per cento sulla manomissione degli schiavi che si erano accumulati a partire dal 357 (354 0 353) a. C., anno della sua introduzione 16. Nel 205 a. C. lo Stato romano si procurò denaro vendendo una parte della terra confiscata in Campania dopo la capitolazione dei tre municipi campani secessionisti nel 211 a. C. 17. E' significativo il fatto che, pur in una fase cosí avanzata della guerra annibalica, dei privati cittadini romani si trovassero ancora in una posizione finanziaria tale da consentir loro di pagare in contanti il prezzo d'acquisto di questa ottima terra.

Nonostante le continue difficoltà del Tesoro romano, il rimborso dei crediti e dei prestiti che lo Stato aveva ricevuto dai privati citttadini fin dal 215 a. C. ebbe inizio prima della fine della guerra. Due rate furono pagate in contanti nel 204 e nel 202 a. C. 18. Nel 200 a. C. il Tesoro non disponeva di liquidi con cui saldare la terza e ultima rata, e i creditori dello Stato fecero osservare come fosse improbabile che potesse reperirli in un prossimo futuro, visto che Roma stava iniziando una nuova guerra, questa volta contro la Macedonia. La terza rata fu perciò pagata in natura, sotto forma di ager publicus Populi Romani situato in un raggio di cinquanta miglia romane dall'Urbe. Con questa transazione lo Stato si privava di una parte dei suoi beni piú preziosi, ed era facile prevedere che il già alto valore di questi terreni sarebbe ulteriormente cresciuto, dal momento che erano a poca distanza dal mercato in espansione offerto dalla sempre piú numerosa popolazione della città di Roma 19.

Le condizioni alle quali lo Stato romano dovette saldare i debiti contratti in tempo di guerra erano dunque pesanti per lo Stato e molto vantaggiosi per i suoi creditori. Ma in questo caso, forse, non era assurdo, dal punto di vista dello Stato, acconsentire ad un cattivo affare. I suoi creditori avevano salvato la situazione finanziaria in un momento di gravissima emergenza pubblica ed avevano perciò una sorta di diritto morale ad esigere un alto prezzo per un cosí grande servizio. Ciò che è maggiormente degno di nota è che, saldati i suoi debiti a questo prezzo, alla prima occasione 20 lo Stato romano arrivò a restituire ai suoi contribuenti del tempo di guerra l'importo di 25 1/2 imposte dell'un per mille (21) sulle 34 che erano state riscosse dal 218 al 201 a. C 22. Il tributum era chiaramente considerato un prestito piuttosto che una tassa 23. In effetti esso era imposto non perennemente, ma soltanto in tempo di guerra, e fini per essere abolito una volta per tutte nel 167 a. C. 24, dopo che, sconfitta la Macedonia, nel raggio d'azione di Roma non vi furono piú potenze rivali del suo stesso calibro. Questo modo di considerare il tributum getta luce sull'intera concezione romana dei rapporti finanziari fra Stato e cittadini. Non solo il denaro della comunità romana era di fatto in mani private, ma lo Stato riconosceva anche che non poteva essere altrimenti.

In altri settori lo Stato romano non trattava con indulgenza i suoi cittadini. L'impegno che esigeva da loro per il servizio militare era sempre stato oneroso, e a partire dal 216 a. C. esso diventò schiacciante 25. Da allora in poi, il prelievo operato da Roma sul tempo che ogni cittadino romano dedicava al lavoro aggravava il rischio di morte aggiungendovi la probabilità della rovina economica per un contadino-soldato che fosse trattenuto per parecchi anni di seguito in lontani teatri d'operazione. Il governo non ebbe la minima esitazione quando si trattò di impedire al soldato di mantenere in efficienza il suo podere avito; ma questo stesso governo, cosí spietato verso il cittadino sulla questione piú vitale, gli avrebbe sollecitamente restituito tutti i versamenti di tributum che gli era possibile rimborsare. La vita di un Romano era a disposizione di Roma, ma il suo denaro, se ne aveva, gli apparteneva, ed era intoccabile.

La nuova classe degli uomini d'affari fu creata dalle nuove opportunità offerte all'impresa d'affari privata dalla duplice guerra romano-cartaginese, che faceva seguito all'unificazione politica dell'Italia peninsulare sotto il dominio romano. La progressiva estensione, nel volume e nella portata, delle operazioni dello Stato romano portò alla creazione di nuovi rami della pubblica amministrazione, e tutti i rami che il governo non poteva o non voleva curare attraverso i suoi magistrati divennero altrettanti campi in cui l'impresa privata poteva realizzare profitti gestendo gli affari del governo in sua vece 26.

Uno dei primi settori della pubblica amministrazione ad essere dato in appalto ad impresari privati (publicani) dovette essere la riscossione dei dazi doganali (portoria) nei porti dell'Ager Romanus. L'importo dei dazi dovette salire a una cifra notevole dopo l'annessione della Campania nord-occidentale, incluso l'Ager Cumanus sulla costa, nel 338 (335 0 334) a. C., e dopo l'annessione dell'Ager Caeritis, con la sua catena di porti, probabilmente nel 272 a. C. 27. È verosimile che l'approvvigionamento degli eserciti romani in campo sia diventato un affare troppo vasto e complesso perché se ne occupasse il governo (o almeno, perché se ne occupasse da solo senza l'aiuto dell'impresa privata) non appena gli eserciti romani si trovarono a operare per lunghi periodi, senza interruzioni, nelle regioni transmarine. Ciò accadde per la prima volta quando i Romani invasero la Sicilia, all'inizio della prima fase della duplice guerra romano- cartaginese 28. La prima fase fu largamente superata dalla seconda per il numero di uomini sotto le armi, per il numero di fronti su cui operavano e per la distanza che separava i fronti piú lontani dalle basi romane. I profitti derivanti dagli appalti per le forniture, accumulatisi nel corso delle due fasi della duplice guerra, dovettero rappresentare la fonte principale delle risorse finanziarie di cui di lí a poco sarebbero venuti a disporre i nuovi uomini d'affari romani.

Nella prima fase Roma conquistò gran parte della Sicilia, nella seconda conquistò la parte restante dell'isola, che un tempo costituiva il regno di lerone II. In tal modo non solo crebbe il numero dei porti in attività in cui si doveva riscuotere i dazi, ma all'impresa privata (in questo caso soprattutto siciliana, non romana) si schiuse il nuovo campo d'affari rappresentato dall'esazione delle decime e quinte parti dei diversi raccolti nei territori di quegli Stati siciliani che non godevano dell'eccezionale privilegio dell'esenzione fiscale 29. La devastazione dell'Italia sud-orientale nella seconda fase della guerra preparò il terreno per l'introduzione nella penisola dell'allevamento nomade su vasta scala, e cosí l'appalto della riscossione della tassa sul pascolo (scriptura) divenne un affare abbastanza lucroso perché se ne occupasse l'impresa privata. L'ampliamento dell'Ager Romanus, e insieme l'estensione del controllo di Roma su territori che giuridicamente non erano sotto la sua sovranità, fecero dello Stato romano il proprietario di molte miniere dell'Italia peninsulare, della Spagna, della Macedonia e delle regioni cisalpine. Visto che lo Stato era per lo piú poco incline ad intraprendere lo sfruttamento diretto delle miniere, esso doveva appaltarlo all'impresa privata, a meno che non preferisse chiuderle.

Queste erano le principali possibilità che si offrivano all'impresa privata nel settore pubblico dell'economia romana, e gli affari del governo furono probabilmente il settore in cui i nuovi uomini d'affari romani fecero il loro esordio. Nel contempo, com'è ovvio, niente impediva loro di entrare ben presto in rapporti d'affari fra loro e con altre parti, non escluse imprese e governi stranieri. Questo settore dell'impresa privata romana, nel quale l'altro contraente non era il governo romano, cominciò ad acquistare importanza nell'età postannibalica. Cittadini degli Stati siciliani e dell'Italia sud-orientale alleati di Roma, e cittadini di altri Stati siciliani che erano invece ad essa soggetti, cominciarono in questo periodo a estendere le loro attività commerciali, sotto l'egida di Roma, in quelle parti del bacino mediterraneo che avevano visto il predominio commerciale di Cartaginesi e Rodi. La strada aperta da questi uomini d'affari non romani sotto la protezione di Roma fu infine percorsa anche da cittadini romani. Questo settore d'affari privato era suddiviso in due altri settori: uno era quello delle attività bancarie, che nel peggiore dei casi voleva dire prestito a usura; l'altro era quello dei traffici, il cui ramo peggiore era il commercio di schiavi 30.

L'ascesa della nuova lasse di uomini d'affari emerge nella piena luce della storia solo nel 123 a. C., l'anno del primo tribunato di C. Gracco. Una delle leggi fatte approvare da Gaio nel corso dei suoi due tribunati prescriveva che le giurie romane fossero composte non piú da membri dell'Ordo Senatorius ma da membri dell'Ordo Equester; questa legge deve anche aver definito i requisiti che consentivano l'accesso all'Ordo Equester. Non sappiamo quali fossero i requisiti originari ", ma è evidente che i membri del nuovo ordine erano in pratica i membri della nuova classe di uomini d'affari, per cui una conseguenza della legge di Gaio dovette essere che, dal punto di vista giuridico, la nuova classe fu distinta dalla massa dei comuni cittadini romani cosí come era avvenuto molto tempo prima per la classe senatoria. Siamo abbastanza ben informati sul ruolo svolto dall'Ordo Equester nella rivoluzione dei cent'anni che segnò la fine del regime repubblicano a Roma; piú oscura invece è la storia della nuova classe nel periodo precedente, quello della sua formazione. Le notizie relative a questa fase sono frammentarie. Ciò che si può capire è che una «guerra fredda» opponeva la nuova classe alla vecchia classe di governo e che tale conflitto risaliva almeno alla fase della guerra annibalica immediatamente successiva alla disfatta di Canne, quando alcuni degli appaltatori che allora rifornivano il governo romano a credito ne approfittarono per compiere degli illeciti. Piú difficile è capire attraverso quali passaggi, e in quali momenti, la nuova classe abbia raggiunto la ricchezza e il potere che deteneva nel 123 a. C. 32.

Alcuni indizi lasciano intendere che la nuova classe fosse già prospera e potente prima dell'inizio della seconda fase della guerra romano- cartaginese 33. Uno di questi è la promulgazione, nel 218 a. C., della Lex Claudia 34, che vietava ai membri dell'ordine senatorio di impegnarsi nel commercio e, in particolare, proibiva loro il possesso di navi idonee alla navigazione d'alto mare. Lo scopo di tale legge non sarà stato quello, puramente vendicativo, di penalizzare un'oligarchia politicamente privilegiata. L'esclusione di una classe della comunità da una redditizia attività economica deve essere stata attuata per dare ad un'altra classe il monopolio in questo settore, e questa doveva essere una classe già allora abbastanza potente da dover essere presa in considerazione come un elemento della politica interna di Roma. La Lex Claudia, difatti, deve essere stata emanata a beneficio della nuova classe di uomini d'affari; il suo promotore, C. Flaminio, deve aver calcolato, cosí come avrebbe fatto C. Gracco novantacinque anni dopo, che i campioni del ceto rurale avrebbero avuto la meglio nel conflitto politico interno che li opponeva alla classe di governo se fossero riusciti ad assicurarsi il sostegno della nuova classe di uomini d'affari. La data stessa in cui fu approvata la Lex Claudia è significativa. I nuovi uomini d'affari, certo, non condividevano la sollecitudine dei sostenitori della riforma agraria per il benessere dei contadini; ma una alliance de convenance fra le due classi era possibile, in quanto gli uomini d'affari, a differenza della classe di governo, non avevano alcun interesse a che lo Stato romano conservasse la sua struttura di città-stato e perciò non avevano nessuna ragione di contrastare il programma (che C. Flaminio aveva ereditato da M'. Curio) di ampliare l'area della colonizzazione rurale oltre i limiti nei quali doveva essere mantenuta se si voleva che Roma continuasse ad essere di fatto una città- stato.

Nel 218 a. C. Roma stava entrando nella seconda fase della guerra con Cartagine. Anche se in quel momento nessun Romano dovette prevedere l'ampiezza che avrebbe assunto questa seconda fase del conflitto, doveva esser molto chiaro che anche nella seconda fase non sarebbero mancate le opportunità per l'impresa privata di realizzare profitti con gli appalti governativi. I nuovi uomini d'affari saranno stati impazienti di assicurarsi i futuri profitti 35, e questo obiettivo sarà stato conseguito con la Lex Claudia, dal momento che le attività commerciali da cui questa legge escludeva l'ordine senatorio sembra comprendessero anche i rapporti d'affari in cui una delle parti era il governo romano 36.

Un altro elemento sembra indicare che a quella data i nuovi uomini d'affari avevano già accumulato grandi capitali. Allorché il Tesoro romano falli, nel 215 a. C., gli appaltatori furono in grado di continuare a rifornire il governo a credito fino al termine della guerra.

Quando, nel 215 a. C., gli appaltatori si impegnarono a rifornire il governo romano, per di piú a credito, per tutta la durata del conflitto, essi puntavano tutte le loro fortune su una vittoria romana. Potrebbe sembrare che il loro comportamento fosse dettato dal senso civico; ma in realtà gli appaltatori non avevano scelta: se Roma avesse dovuto perdere la guerra, essi ci avrebbero rimesso tutto il loro denaro. Inoltre, il fatto che essi avessero la possibilità e la buona volontà di continuare a rifornire a credito il governo romano mise temporaneamente quest'ultimo nelle loro mani, e allora alcuni di loro si comportarono in base al principio che « il bisogno della nazione è la buona occasione per il mercante». Questo episodio è cosí importante che il resoconto di Livio merita di essere citato per intero.

 

Alla fine dell'estate [del 215 a. C.] arrivarono [a Roma] alcuni dispacci di P. e Cn. Scipione. Essi riferivano delle grandi e vittoriose operazioni condotte in Spagna, ma informavano che non avevano piú né il denaro per pagare i soldati e i marinai, né le stoffe e il grano per vestire e nutrire le truppe. Se le casse dello Stato erano vuote, dicevano, avrebbero provveduto a estorcere denaro agli Spagnoli per pagare i soldati, ma le altre cose avrebbero dovuto essere comunque spedite loro da Roma. Senza questi rifornimenti non sarebbero stati in grado di tenere insieme né l'esercito né la provincia. Quando i dispacci furono letti (ad alta voce in Senato), nessuno cercò di contestare la realtà dei fatti riportati né la ragionevolezza delle richieste, ma i senatori erano consapevoli [dell'impossibilità di raccogliere i fondi necessari]... La conclusione fu che lo Stato doveva vivere a credito, in quanto non c'erano fondi su cui poter fare assegnamento. Fu deciso che il pretore [Q.] Fulvio [Flacco] convocasse un'assemblea, spiegasse al popolo le difficoltà in cui si dibatteva il governo e incitasse i cittadini che si erano arricchiti con gli appalti pubblici a dare tempo allo Stato, visto che era lo Stato la loro fonte di ricchezza. Bisognava chiedere a costoro di prendere in appalto la fornitura di ciò che occorreva all'esercito in Spagna, con l'intesa che il pagamento dei debiti dello Stato sarebbe stato il primo impegno del Tesoro quando il Tesoro fosse tornato a disporre di fondi. Il pretore fece debitamente questi proclami e fissò il giorno in cui avrebbe messo all'asta gli appalti per la fornitura di ciò di cui avevano bisogno l'esercito e gli equipaggi della flotta in Spagna 37.

Quando giunse il giorno prestabilito, tre società, composte di diciannove persone in tutto, si presentarono per fare le loro offerte 38. Essi posero due condizioni: in primo luogo, che essi fossero esentati dal servizio militare per tutto il tempo in cui fossero stati impegnati in questi affari; in secondo luogo, che i loro carichi fossero assicurati dallo Stato contro il rischio di tempesta o di assalto nemico. Il governo accettò queste due condizioni; di conseguenza le società si aggiudicarono gli appalti e cosí lo Stato fu finanziato da fondi privati. Tutte le classi nutrivano gli stessi sentimenti idealistici e patriottici. I contratti non solo furono assunti a condizioni magnanime, ma furono anche eseguiti con scrupolo, e le truppe approvvigionate con la stessa generosità con cui le avrebbe rifornite un Tesoro opulento 39.

 

Fu forse un presagio infausto il fatto che, nel 213 a. C., uno degli appaltatori a credito, T. Pomponio Veientano, abbandonasse l'impresa per assumere il comando di una banda di partigiani nel Bruzio. La sua avventura in campo militare si risolse presto in un fallimento 40. Si scoprì anche (senza dubbio retrospettivamente) che, nella sua precedente carriera di appaltatore del governo, egli aveva commesso ogni tipo di illeciti ed era stato rovinosamente disonesto nei rapporti vuoi con lo Stato vuoi con le società appaltatrici 41. Nel 212 a. C. lo scandalo venne alla luce.

 

I consoli [del 212 a. C.] non poterono [adempiere il loro primo dovere, che era quello di] arruolare le truppe a causa del processo di M. Postumio Pyrgense, che giunse quasi a provocare una sommossa. Postumio era un appaltatore (publicanus) che per diversi anni non aveva avuto rivali, fatta eccezione per T. Pomponio Veientano, quanto a disonestà e avidità di denaro. Questi due appaltatori approfittarono in modo criminale del fatto che i carichi che trasportavano agli eserciti [in Spagna] erano assicurati dallo Stato contro il rischio di tempeste. Essi denunciavano naufragi che in parte erano del tutto inventati, in parte erano veri solo perché non erano stati fortuiti, ma deliberatamente provocati da loro stessi. Caricavano navi vecchie e incapaci di reggere il mare con poche merci prive di valore; le affondavano in alto mare dopo aver trasferito gli equipaggi su barche predisposte allo scopo e per i carichi perduti denunciavano un valore molte volte superiore a quello reale 42.

Questa frode era stata denunciata l'anno precedente al pretore M. Emilio [Lepido] e costui ne aveva puntualmente riferito al Senato, ma il Senato si era astenuto dall'approvare una risoluzione di condanna perché non voleva offendere, in momenti cosí critici, la categoria degli appaltatori del governo. Il Popolo ebbe meno esitazioni a denunciare la frode, e alla fine due tribuni della plebe, Spurio e L. Carvilio, furono indotti ad agire nei confronti di quello che, per loro ammissione, era un odioso e infame imbroglio. Essi proposero che M. Postumio fosse multato di 200 00o assi. Quando arrivò il giorno in cui si doveva discutere questa proposta, la folla convenuta al concilium plebis era cosí numerosa che a stento poteva essere contenuta nell'area del Campidoglio. Dopo che furono pronunciate le arringhe, sembrava che l'unica speranza [per Postumio] stesse nella possibilità che un [altro] tribuno della plebe, C. Servilio Casca, socio e parente di Postumio, riuscisse a invalidare il procedimento prima che le tribii fossero chiamate a votare. Prodotte le testimonianze, i tribuni aggiornarono l'assemblea e fu portata un'urna perché si decidesse, per sorteggio, in quale tribil i Latini [presenti in quel momento in città] dovessero esprimere il loro voto. Nel frattempo i pubblicani premevano su Casca perché impedisse che il concilium definisse la questione quel giorno, e il popolo protestava. Casca era per caso seduto in prima fila all'ala estrema. Egli era diviso fra la paura e la vergogna e fu chiaro che i pubblicani non potevano piú contare su di lui. Di conseguenza essi decisero di disperdere l'assemblea. Rimossero un cuneo di seggi e irruppero nello spazio che avevano cosí sgombrato coprendo d'insulti il popolo e i tribuni. Stava ormai per scoppiare un tumulto, quando il console [Q.] Fulvio [Flacco] urlò ai tribuni: « Non vedete che siete stati deposti [in ordinem coactos esse, cioè siete stati degradati] e che, se non sciogliete subito il concilium plebis, ci sarà una sedizione? » 43.

Il concilium fu sciolto, fu convocato il Senato e i consoli riferirono che il concilium plebis era stato disciolto dall'audace ricorso alla violenza da parte dei pubblicani.... [Essi informarono il Senato che] Postumio Pyrgense aveva strappato dalle mani del Popolo romano il suo diritto di voto, aveva posto fine a un concilium plebis, deposto i tribuni, dichiarato guerra al Popolo romano e occupato una posizione con l'intento di isolare i tribuni della plebe e di impedire che le tribù fossero convocate per esprimere il loro voto. Essi fecero osservare che si doveva solo alla pazienza dei magistrati se era stata evitata una sommossa, con relativo spargimento di sangue. I magistrati avevano per il momento lasciato che alcuni individui sfogassero la loro furia e la loro temerarietà; essi avevano tollerato che fossero sconfitti loro stessi e il Popolo romano e avevano volontariamente messo fine ai comitia - che un criminale aveva chiaramente mostrato di voler ostacolare con la forza delle armi - per non lasciare alcuna giustificazione alle fazioni che puntavano allo scontro.

Tutti i migliori elementi del Senato riconobbero l'atrocità dei fatti che erano stati riferiti. Il Senato approvò una risoluzione nella quale si dichiarava che questa violenza era stata diretta contro lo Stato e che essa avrebbe costituito un precedente pernicioso. Tosto i tribuni della plebe, i due Carvilii, lasciarono cadere la loro proposta di multare Postumio e lo accusarono di delitto capitale. Essi disposero che, se non avesse presentato garanzie, fosse arrestato e imprigionato. Postumio forni le garanzie ma non comparve. I tribuni allora ottennero dalla plebe un plebiscito nel senso che, se M. Postumio non si fosse presentato entro il i° maggio, e se, convocato in quel giorno, non avesse risposto alla convocazione e non avesse giustificato l'assenza, egli doveva esser considerato in esilio - nel qual caso, i suoi beni sarebbero stati venduti e gli sarebbe stato negato l'uso dell'acqua e del fuoco. Poi i tribuni mossero l'accusa di delitto capitale, e chiesero garanzie, a ciascuno degli [altri pubblicani] che erano stati gli istigatori della sommossa. In un primo tempo mandarono in prigione solo coloro che non avevano fornito garanzie, ma in seguito anche coloro che furono in grado di fornirle. Molti di loro (plerique) andarono in esilio per non esporsi al rischio di subire un simile trattamento 44.

 

Il termine plerique è rivelatore: esso ci dice che, nel gregge dei pubblicani «idealisti e patrioti», Pyrgense e Veientano non erano le sole pecore nere.

La narrazione di Livio mette in luce parecchi elementi significativi.

In primo luogo il governo era cosí dolorosamente consapevole della sua disperata situazione finanziaria che dovette reprimere la sua collera e chiudere un occhio di fronte alle vergognose frodi che M. Postumio Pyrgense e i suoi soci stavano commettendo, a danno della patria, in un momento di gravissima crisi. In secondo luogo il governo si senti infine obbligato, ciò nonostante, a chiedere conto a Pyrgense, e il fatto nuovo che indusse  il governo a mutare atteggiamento fu l'inquietante rivelazione che Pyrgense godeva di una certa autorità presso una parte almeno della popolazione romana del tempo di guerra e che egli non aveva esitato ad approfittarne per mettere in difficoltà il governo, mobilitando i suoi sostenitori al fine di turbare l'ordine pubblico_ R presumibile che l'autorità di Pyrgense presso una parte della popolazione derivasse dalla sua posizione di grande imprenditore nel settore industriale. I rifugiati del tempo di guerra in cerca di occupazione erano in suo potere, cosí come era in suo potere il governo, che aveva bisogno di essere rifornito, a credito, dei prodotti del lavoro dei rifugiati.

L'affare era cosí vergognoso che è verosimile abbia influenzato in modo duraturo l'atteggiamento della classe di governo nei confronti della nuova classe di uomini d'affari. Nel contempo l'importanza di questo episodio, per quanto grande possa essere stata, non va sopravvalutata.

In primo luogo la condotta di Pyrgense e dei suoi accoliti rappresenta certamente un'eccezione. Se essa fosse stata un esempio indicativo del livello medio dell'onestà, o meglio della disonestà commerciale della nuova classe, il sistema di governo romano, che prevedeva l'appalto alle imprese private degli affari di pubblico interesse, difficilmente avrebbe potuto conservarsi, come in effetti avvenne, per quasi un quarto di millennio prima di cedere il passo al sistema dell' amministrazione diretta istituito da Augusto e dai suoi successori. In secondo luogo, a giudicare dal suo cognomen è possibile che Pyrgense non fosse un tipico rappresentante della nuova classe, anzi un tipico cittadino romano. Certo il cognomen potrebbe indicare che M. Postumio, o suo padre, era uno dei trecento coloni romani che si erano installati a Pyrgi - probabilmente nel corso della prima fase (durata dal 264 al 241 a. C.) della duplice guerra romano- cartaginese45. Ma potrebbe anche indicare che la sua famiglia era di origine locale 46. Se l'Ager Caeritis, di cui Pyrgi faceva parte, era stato annesso all'Ager Romanus nel 272 a. C. 47, e se in quella stessa data gli indigeni etruschi che popolavano l'Ager Caeritis erano diventati cittadini romani sine suffragio ed avevano ottenuto il diritto di voto solo nel 225 a. C. 48, Pyrgense potrebbe essere stato nell'intimo un nazionalista cerita il cui rancore nei confronti di Roma per l'ingiusto trattamento riservato a Cere non era stato placato dall'acquisizione dello status di cittadino romano optimo iure. Egli potrebbe aver pensato che la posizione di vantaggio in cui si trovava dal punto di vista finanziario, durante e dopo il 215 a. C., gli offriva l'opportunità non solo di realizzare un profitto personale, ma anche di vendicarsi in nome della patria. A parte ciò, può darsi che egli non provasse né devozione né attaccamento nei confronti di Roma e che perciò niente lo trattenesse dal frodare il governo romano.

Se questo era lo stato d'animo di Pyrgense, esso non doveva essere indicativo dello stato d'animo dei pubblicani romani in generale. Tutti i pubblicani avranno certamente ritenuto che fosse nel loro diritto realizzare attraverso i contratti con il governo i maggiori profitti che se ne potevano ricavare ricorrendo a pratiche lecite. Ma, a differenza di Pyrgense, essi non si saranno spinti fino al punto di truffare la patria nel momento del bisogno. Inoltre non possiamo avere la certezza che la classe di governo non sarebbe stata ostile nei confronti della nuova classe di uomini d'affari anche se la condotta di tutti i pubblicani fosse stata sempre irreprensibile. È lecito supporre che agli occhi della classe di governo la colpa piú grave dei pubblicani non fosse la loro occasionale disonestà ma il perenne e sempre crescente potere che proveniva loro dal fatto di essere indispensabili. Era diventato impossibile per la classe di governo romano amministrare lo Stato e la Federazione romana senza la cooperazione della nuova classe, e se da un lato non poteva fare a meno dei nuovi soci, dall'altro continuava ad essere gelosa dei nuovi venuti che inevitabilmente usurpavano il monopolio del potere che la classe di governo aspirava a detenere nella comunità romana.

Nei suoi rapporti con i pubblicani la classe di governo sembra aver adottato, in età postannibalica, comportamenti diversi in relazione ai diversi settori degli affari d'interesse pubblico che essa dava in appalto. A quanto sembra, era prassi normale, non solo in Italia ma anche nelle province 49 che la riscossione della tassa sul pascolo (scriptura) 50 e dei dazi (portoria) fosse appaltata a pubblicani romani. È esplicitamente attestato che i censori del 199 a. C. diedero in appalto la riscossione dei dazi doganali a Capua, Pozzuoli e Castrum (vale a dire Castrum Hannibalis, sulla costa ionica del Bruzio) 51. Nuove stazioni per la riscossione dei dazi furono istituite nel 179 a. C. 52; questa iniziativa, insieme alla contemporanea istituzione di nuove tasse d'altro genere, dovette presumibilmente portare ad un aumento del volume d'affari dei pubblicani 53. Anche il monopolio del sale in Italia era dato in appalto, benché ciò avvenisse a condizioni tali da garantire il basso prezzo di vendita del sale 54 Tenney Frank, d'altro canto, potrebbe aver ragione nel ritenere che i canoni d'affitto delle terre campane confiscate dopo il 211 a. C. non fossero incassati attraverso l'opera dei pubblicani perché le operazioni di riscossione erano poco efficienti 55, e potrebbe essere nel giusto anche quando afferma che il governo romano, nella seconda e terza guerra romano-macedone e nella guerra romano-seleucidica, si occupò direttamente dell'approvvigionamento e dei trasporti 56 cosí come aveva fatto, sempre secondo Frank, nella prima fase della guerra romano-cartaginese. Potrebbe essere corretta anche la sua ipotesi 57 che il mutamento di politica in questo settore, o il ritorno ad una politica precedente, fosse dovuto all'infelice esperienza dell'affare Pyrgense.

La riscossione delle decime di grano nelle province di Sicilia e Sardegna e delle vicesime di grano nelle due province spagnole non era appaltata dal governo ai pubblicani romani 58. Le operazioni commerciali di interesse governativo alla cui aggiudicazione i pubblicani erano autorizzati a concorrere (come, per esempio, la riscossione dei dazi e delle tasse sul pascolo, la gestione del monopolio del sale e l'esecuzione di alcuni soltanto fra i lavori pubblici) erano messe all'asta nella città di Roma. L'asta per la riscossione delle decime provinciali era tenuta invece nelle stesse province. I privati cittadini romani, o le società di cittadini romani, erano forse liberi di avanzare offerte anche per questa operazione, ma se volevano partecipare dovevano presenziare all'asta che si svolgeva nel capoluogo della provincia; perciò, se non ne erano esclusi, non erano nemmeno incoraggiati a prendervi parte. Le autorità romane preferivano che fossero gli stessi provinciali a fare le offerte 59. Le autorità comunali potevano gareggiare, come talora avvenne, per la riscossione dell'intera decima relativa al territorio di una comunità provinciale. Forse questa politica del governo romano non era dettata dalla sua ostilità nei confronti dei pubblicani; piú verosimilmente esso si preoccupava saggiamente di tutelare i produttori della provincia in considerazione dell'importanza che i loro cereali rivestivano per l'approvvigionamento dell'Urbe e degli eserciti romani in campo. Comunque sia, quando, nel 123 0 122 a. C., C. Gracco fece approvare una legge in base alla quale la riscossione delle decime della provincia d'Asia 60 doveva essere in futuro messa all'asta a Roma - e quindi affidata in pratica ai pubblicani romani - ciò rappresentò un'innovazione rivoluzionaria.

I due settori in cui si accesero dei contrasti fra la classe di governo senatoria e la nuova classe di uomini d'affari erano l'esecuzione dei lavori pubblici e lo sfruttamento delle miniere di proprietà dello Stato. Il governo romano riservò a se stesso l'esecuzione di certi lavori pubblici, e quando l'esecuzione di altri lavori fu appaltata dai censori a privati` non di rado vi fu attrito fra le due parti. Lo sfruttamento delle miniere era il settore in cui, a quanto sembra, la classe di governo si mostrò particolarmente diffidente nei confronti dei pubblicani e maggiormente incline a tenerli a distanza.

Lavori di edilizia pubblica furono eseguiti direttamente dagli edili nel 193 a. C. 62, e nel 160 a. C. il prosciugamento delle Paludi Pontine fu intrapreso direttamente da uno dei consoli di quell'anno 63. Nel 109 a. C. fu un censore a compiere i lavori di bonifica nel bacino padano 64. Ma nella maggior parte dei casi, in età postannibalica, l'esecuzione dei lavori pubblici sembra sia stata appaltata a imprenditori privati.

La quantità dei lavori da eseguire era ormai diventata considerevole. Le attività erano state quasi completamente sospese fin dalla censura del 220 a. C., sicché era rimasto lavoro arretrato da portare a termine 65; ma le autorità pubbliche non potevano limitarsi a questo, se la Roma postannibalica doveva essere provvista di quelle attrattive che ornavano le metropoli coeve e di cui mancava la Roma d'età preannibalica 66. Nel periodo postbellico, i censori del 199, 194 e 189 a. C. disponevano di fondi appena sufficienti per pochi appalti 67. Ma il bottino che Cn. Manlio Vulsone portò dall'Asia nel 187 a. C. liberò il Tesoro romano dalle difficoltà in cui si dibatteva fin dal 215 a. C. e consenti al governo, fra le altre iniziative che richiedevano l'impiego di denaro pubblico, di porre mano ai grandi lavori pubblici ancora incompiuti. Il numero e il valore dei contratti che dovettero essere allora negoziati dal governo romano erano dunque insolitamente elevati, e non sorprende che le due parti fossero in disaccordo allorché c'erano in gioco cosí grandi interessi.

La contesa fra censori e pubblicani ebbe inizio nel 184 a. C., il primo anno di censimento dopo il miglioramento della situazione finanziaria dello Stato nel 187 a. C. La disputa accesasi nel 184 a. C. divenne famosa perché fu la prima di una serie 68 e perché uno dei due censori di quell'anno era M. Porcio Catone, il quale si senti in dovere di movimentare la sua carriera politica ricorrendo a metodi inutilmente provocatori nel tentativo di imporre la sua volontà. Ma il conflitto sarebbe scoppiato comunque in questa censura, anche se fra i censori eletti per quel lustro non ci fosse stato Catone. Esso era implicito nella situazione del periodo, come dimostra il fatto che si ripeté nelle censure del 179, 174 e 169 a. C. 69. In ciascuna di queste tre censure, come in quella del 184 a. C., la massa dei lavori dati in appalto era notevole. I censori del 184 a. C. curarono in particolare i lavori da eseguire sulla rete viaria e fognaria dell'Urbe 70. Quelli del 179 a. C. si fecero mettere a disposizione dal Senato il vectigal di un intero anno e poterono cosí appaltare molte opere edilizie 71. Anche i censori del 174 a. C. riuscirono a eseguire grossi lavori edilizi; per di piú introdussero un'innovazione estendendo la loro attività a località dell'Ager Romanus fuori della stessa Roma 72. Ai censori del 169 a. C. fu dato da spendere il vectigal di solo mezzo anno, ma con questa somma riuscirono a edificare la Basilica Sempronia 73. La prima censura successiva al 187 a. C. che trascorse senza problemi fu quella del 164 a. C. 74, e la causa, ancora una volta, non stava in una differenza di personalità quanto nel fatto che la situazione era cambiata. Certo, uno dei censori di quell'anno era L. Emilio Paolo, che, diversamente da Catone, non era aggressivo né per temperamento né per scelta deliberata; ma è anche vero che a quella data il grosso dei lavori pubblici arretrati era stato già completato, e questo dovette essere il motivo principale per cui i rapporti fra censori e appaltatori divennero meno tesi.

Nel corso di questa interminabile contesa vi furono momenti in cui si giunse agli estremi. Nel 184 a. C. Catone pose condizioni cosí dure agli appaltatori che questi si appellarono al Senato, e sebbene il Senato non fosse certo ben disposto nei riguardi degli appaltatori, esso giudicò fondate le loro proteste e ordinò ai censori di annullare i contratti e di procedere a una nuova stipulazione. Catone e il suo collega, L. Valerio Fiacco, dovettero obbedire, ma per rappresaglia esclusero dalle nuove gare d'appalto gli aggiudicatari dei contratti annullati e negoziarono i nuovi contratti a condizioni poco piú favorevoli delle precedenti per i pubblicani 75. Gli appalti aggiudicati dai censori del 174 a. C. furono eseguiti cosí male che i censori del 169 a. C. esclusero dalla gara allora imminente tutti i pubblicani che si erano assicurati gli appalti nel 174 a. C. Questa iniziativa dei censori indusse i pubblicani rimasti esclusi ad appellarsi al Senato e quindi, dopo che il loro appello fu respinto, a chiedere l'intervento di uno dei tribuni della plebe, P. Rutilio; costui era risentito con i censori perché avevano costretto un suo liberto a buttar giú un muro che egli aveva innalzato su suolo pubblico. Il tribuno cercò di invalidare i contratti stipulati dai censori con i nuovi appaltatori e giunse al punto di intentare causa ai censori con l'accusa di alto tradimento (perduellio), sostenendo che essi gli avevano impedito l'esercizio delle sue funzioni. Quando il caso fu dibattuto nei comitia, parve in un primo momento che il voto fosse contrario ai censori nelle centurie equestri e in quelle della prima classe, nelle quali doveva esserci una forte rappresentanza dei pubblicani e degli altri uomini d'affari legati a costoro da interessi comuni. Ma all'ultimo momento un appello personale dei senatori piú in vista fece pendere la bilancia a favore dei censori 76, i quali poi si vendicarono cancellando il nome del tribuno P. Rutilio dall'albo degli equites Romani, allontanandolo dalla tribú e dichiarandolo aerarius 77.

La politica del governo romano riguardo allo sfruttamento delle miniere di proprietà dello Stato sembra esser stata diversa nei vari periodi e nelle varie regioni. È probabile che in un primo momento il governo romano abbia tenuto sotto il suo diretto controllo le miniere spagnole, altamente redditizie, che erano state sfruttate dai Cartaginesi e poi strappate a questi ultimi dai Romani nella seconda fase della duplice guerra romano-cartaginese. La riscossione dei copiosi vectigalia provenienti dalle miniere di ferro e d'argento della Spagna Citeriore fu organizzata nel 195 a. C. da Catone 78, al quale era toccata questa provincia come comando consolare di quell'anno. Il termine « vectigalia » indica forse che, nell'ordinamento catoniano, lo sfruttamento di queste miniere era affittato all'impresa privata dietro pagamento di un canone 79, ma la parola potrebbe anche avere il senso piú generale di «entrate pubbliche» e riferirsi quindi ad entrate percepite da un'impresa commerciale che lo Stato gestiva attraverso propri agenti. Tenney Frank è dell'avviso che lo sfruttamento delle miniere sia stato dato in appalto a pubblicani romani per la prima volta nel 179 a. C. 80. Se ciò è vero 81, è sorprendente che il governo abbia affidato a pubblicani la gestione di un settore cosí redditizio nel momento in cui più aspra era la contesa fra le due parti. È comunque certo che al tempo di Polibio le miniere d'argento situate a 20 stadi da Carthago Nova erano sfruttate da affittuari; queste miniere, in cui lavoravano 40 000 uomini, assicuravano al Tesoro romano un'entrata giornaliera di 25.000 dracme (cioè denari) 82. Il margine di profitto degli affittuari dev'essere stato proporzionalmente alto.

Nel 167 a. C., d'altro canto, quando il periodo di attrito fra il governo e i pubblicani volgeva al termine, il governo preferí chiudere le miniere d'oro e d'argento macedoni, cadute in mano a Roma in seguito all'annientamento del regno di Macedonia, piuttosto - cosí si dice - che lasciare che le sfruttassero i pubblicani 83. Se è questo il vero motivo della decisione del governo, e non il motivo che Livio o la sua fonte attribuisce retrospettivamente al governo romano, la politica da esso adottata in questa occasione sembra essere in contraddizione con la prassi seguita appena undici anni prima nel caso delle miniere spagnole (supponendo che Tenney Frank abbia ragione su questo punto). È possibile che la ragione sia un'altra, e cioè che il governo si preoccupasse di mantenere la Macedonia in una condizione di impotenza politica. Le miniere d'oro e d'argento erano state la principale fonte della sua ricchezza fin dal regno di Filippo II, e chiudendole Roma si sarebbe assicurata contro il rischio di una futura resurrezione della Macedonia 84. Ma quale che ne fosse il motivo, tale politica si rivelò impraticabile. Lo sfruttamento delle miniere fu ripreso nel 158 a. C. 85. Non sappiamo se il governo romano sia riuscito a sfruttarle direttamente o se sia stato costretto ad affidarle ai pubblicani romani o se le abbia affidate ai governi dei quattro cantoni autonomi in cui era stato suddiviso l'antico Regno di Macedonia o ancora se le abbia restituite agli affittuari macedoni che le avevano sfruttate sotto il precedente regime. L'ultima di queste possibilità alternative sembra essere la piú probabile, considerando che nel frattempo le miniere erano state sempre lasciate nelle mani di questi affittuari.

La politica del governo romano riguardo alle miniere dell'Italia peninsulare e della regione cisalpina è oscura. A partire almeno dal 195 a. C., i profitti derivanti da queste miniere devono aver risentito negativamente della concorrenza delle miniere spagnole, in quanto queste ultime erano piú redditizie. Alla data della fonte di Strabone le miniere d'oro nei pressi di Victumulae, nel territorio di Vercelli, erano state eclissate da quelle spagnole e da quelle della Gallia transalpina 86. Il Senato romano, dice Plinio, chiuse le miniere dell'Italia peninsulare 87 e un censore, o dei censori, fissarono a 5000 il numero massimo di operai che potevano essere impiegati nelle miniere d'oro di Victumulae 88. Plinio non fornisce le date di queste presunte chiusure e restrizioni e non ne spiega le ragioni; inoltre, per quanto riguarda le miniere dell'Elba e della Zona Metallifera, nell'Etruria nord-occidentale, le sue affermazioni sono contraddette dalla testimonianza offerta dai cumuli di scorie a Populonia, che dimostrano come queste miniere siano state sempre in attività durante i periodi repubblicano e imperiale della storia romana 89. In realtà, almeno prima del 90 a. C., la chiusura di miniere situate nel territorio di Populonia, che fino a quella data non era municipio romano ma alleato sovrano di Roma, sarebbe stato un atto arbitrario da parte del governo romano. È possibile che il governo non abbia esitato tanto a chiudere le miniere del territorio volsco sud-orientale (le Mainarde), che facevano parte dell'Ager Romanus fin da prima della fine del iv secolo a. C. Tuttavia, quando Catone scriveva il suo De Agri Cultura, intorno al 170 a. C., le città di provincia situate in questi paraggi rifornivano di ferramenta le piantagioni locali 90; considerando quanto fosse costoso in questo periodo il trasporto via terra di metalli pesanti, possiamo supporre che l'industria metallurgica del luogo si procurasse la materia prima dalle locali miniere. L'affermazione di Plinio resta dunque inspiegabile.

Come si vede, le superstiti notizie relative all'ascesa della nuova classe sociale degli uomini d'affari sono cosí scarse per il periodo anteriore al 123 a. C. che è impossibile per noi calcolare il volume degli affari pubblici trattato dai pubblicani nelle successive date di questo periodo, ed è impossibile, a fortiori, appurare come i loro profitti fossero distribuiti fra i vari settori cui il governo consenti loro di accedere. Tenney Frank ha certamente ragione a ribadire 91 che la fortuna dell'Ordo Equester fu creata da C. Gracco quando, nel 123 0 122 a. C., mise nelle loro mani un affare particolarmente remunerativo, cioè la riscossione delle decime e della scriptura nella provincia d'Asia. D'altro canto la valutazione alquanto bassa che dà Frank del volume degli affari governativi trattati dalla nuova classe prima di quella data fa a pugni con la testimonianza di Plauto. Plauto attacca i finanzieri in parecchi passi delle sue commedie 92, e presumibilmente egli non lo avrebbe fatto se non fosse sembrato, a lui e al suo uditorio, che i finanzieri erano diventati inopportunamente potenti e importanti. La diversa valutazione di Tenney Frank è frutto di un'ipotesi che potrebbe essere esatta, ma che si fonda su una sua idea preconcetta e non su un'esplicita documentazione. Egli sostiene 93, per esempio, che l'esecuzione dei contratti per la riscossione della scriptura sui pascoli pubblici d'Italia e della decima sull'ager publicus romano d'Italia coltivato da occupanti abusivi « richiedeva un certo capitale e un certo numero di agenti, ma non dobbiamo pensare a imprese di grandi dimensioni». Egli avanza l'ipotesi 94 che la percentuale della ricchezza nazionale del Popolo romano impegnata nei contratti pubblici prima del 122 a. C. non superasse il 2 per cento. Egli osserva 95 che « durante tutto quel secolo [cioè il ii secolo a. C.] pochissimi uomini appartenenti all'ordine equestre riuscirono a entrare nell'aristocrazia senatoria». Anche questo è indubbiamente vero, ma non prova che in questo secolo la nuova classe di uomini d'affari non avesse acquisito il controllo di ampi settori degli affari pubblici e non avesse ammassato una corrispondente ricchezza. L'ostacolo che si frapponeva alla loro ammissione nelle file della classe di governo non era economico, ma politico. Nel 123 a. C. l'Ordo Equester si trovava nella posizione in cui le gentes plebee che furono associate al potere dai patrizi nel 367 (364 0 363 a. C.) si erano trovate prima di quella data. Ma nel II secolo a. C. la nobiltà patrizio- plebea non mostrò la sensibilità politica di cui i patrizi avevano dato prova nel IV secolo a. C. Ancora una volta il momento era piú che maturo per un ampliamento della base della classe di governo. La classe di governo non poteva piú conservare il controllo del governo dello Stato romano sulla base che era stata creata due secoli prima. Nel II secolo a. C. la nobiltà romana commise un grave errore politico non accogliendo nel suo seno l'Ordo Equester prima che C. Gracco facesse nascere nella nuova classe l'irresistibile tentazione di schierarsi con l'opposizione.

Nell'Ager Romanus e nelle sue dipendenze, in Italia e oltremare, situate a ovest del Canale d'Otranto, l'impresa commerciale privata era impegnata sia in contratti pubblici sia in affari non di interesse governativo fin dalla data (forse all'inizio della prima fase della duplice guerra romano- cartaginese) in cui i contratti pubblici divennero per la prima volta un importante settore dell'economia romana. A est del Canale d'Otranto, d'altro canto, cittadini di Stati italici alleati di Roma e di Stati siciliani ad essa soggetti erano impegnati nel commercio privato già molto tempo prima che, per merito di C. Gracco nel 123 0 122 a. C., si schiudesse all'impresa degli appalti pubblici il nuovo, grande settore della provincia d'Asia. Le informazioni in nostro possesso circa il commercio privato in Occidente nel corso di quel secolo sono ancora piú scarse di quelle relative ai contratti pubblici nello stesso ambito geografico e cronologico. Sappiamo che nel 198 a. C. Catone espulse dalla Sardegna usurai italici, romani o alleati o entrambi 96, e che nel 195 a. C. lo stesso Catone espulse dalla Spagna appaltatori romani 97. Piú copiose, grazie alla documentazione epigrafica, sono le notizie relative alla contemporanea attività degli uomini d'affari italici nel Levante.

Nel Levante, come certamente avvenne anche altrove, il commercio italico segui le insegne delle legioni romane. Nella Grecia continentale europea, per esempio, i soldati che militavano in un corpo di spedizione romano praticavano un'attività commerciale (presumibilmente su pia cola scala) mentre erano nei quartieri invernali sia durante che dopo la seconda guerra romano-macedone (combattuta dal 200 al 197 a. C.) e la guerra romano- seleucidica (combattuta dal 192 al 190 a. C.) 98. Non sappiamo se questi soldati- commercianti italici fossero di nazionalità romana o alleata; ma sappiamo che, in generale, gli alleati italici e i sudditi siciliani di Roma precedettero i suoi cittadini nel praticare commercio privato nei paesi del Levante. Nel 183- 182 a. C., per esempio, gli Achei temevano che trafficanti italici potessero vendere grano e armi a Messene 99.

Le comunità coloniali greche della Magna Grecia e della Sicilia avevano allacciato relazioni commerciali con la Grecia continentale europea e con l'Egeo sin dalla fondazione delle piú antiche colonie greche d'Occidente nell'VIII secolo a. C. Nei primi due o tre secoli di vita, ciascuno di questi Stati greci occidentali rivali fra loro era legato da vincoli politici, oltre che commerciali, ad un socio della parte orientale del mondo ellenico. Fin da quando Alessandro aveva abbattuto l'Impero persiano e fondato Alessandria-sul-Nilo, Siracusa aveva intrattenuto attive relazioni con lo Stato tolemaico succeduto in Egitto all'Impero persiano. I rapporti commerciali fra le comunità greche d'Occidente e quelle del Levante esistevano dunque già da molto tempo quando, nel corso del iii secolo a. C., Roma sottomise prima la Magna Grecia e poi la Sicilia. La novità introdotta dalla conquista romana fu la partecipazione a questi antichi traffici fra le due metà del bacino mediterraneo prima degli alleati non greci dell'Italia sud- orientale e poi degli stessi Romani.

Nel 250 a. C. Arato si imbarcò, ad Andro, su una nave romana diretta in Siria e che gli diede un passaggio fino in Caria 100. Alla vigilia della prima guerra romano- illirica, scoppiata nel 229 a. C., navi mercantili italiche navigavano da una sponda all'altra del Canale d'Otranto. La guerra fu provocata dalle aggressioni condotte dai pirati illirici contro queste navi. Tuttavia, fu solo dopo la fine della seconda fase della duplice guerra romano-cartaginese che le attività commerciali degli Italici nel Levante cominciarono ad assumere notevole portata. Zacinto ospitava un'importante comunità commerciale italica 101 Verso l'inizio del II secolo a. C. uomini d'affari italici operavano a Larissa, e forse anche a Gonno, in Tessaglia 102. Togati sono segnalati in Tessaglia nel 170 a. C. 103 e nello stesso periodo svolgono attività in Beozia 104. Un Italico figura tra i vincitori nella festa dei Basileia celebrata a Lebadea, intorno al 220 a. C. 105; un certo Cn. Pandosino fu onorato a Tisbe nel 167 a. C. e altri Italici fecero la loro comparsa ad Acrefia". La presenza di uomini d'affari italici nella Grecia continentale europea durante la prima metà del ii secolo a. C. è ancora confermata dal fatto che nelle liste di próxenoi di Delfi, risalenti a questo periodo, figurano nomi romani e italici tosi come italioti e sicelioti 107. Queste liste comprendono cittadini di Tauromenio, Agrigento, Reggio, Velia, Taranto, Brindisi, Canosa, Arpi e Ancona 108. I nomi italici sono meno numerosi nelle liste delfiche della seconda metà che in quelle della prima metà del II secolo a. C. 109. D'altro canto, la seconda metà del secolo vide un aumento del numero degli Italici residenti in Beozia 110 nonché l'ascesa di comunità commerciali italiche ad Atene 111 e nell'isola di Delo.

Contrariamente a Delfi, Delo era un centro commerciale 112; ma, al pari di Delfi, Delo doveva la sua fortuna al suo carattere sacro. «Poiché era un santuario, Delo diventò una città internazionale; poiché era una città internazionale, diventò un centro commerciale» 113. Le attrezzature portuali dell'isola erano povere. Nelle Cicladi esistevano porti migliori a Gaurion, Siro, Paro e Melo 114. I vantaggi di cui godeva Delo non erano di natura geografica, bensí religiosa e politica. In virtú della sua sacralità, essa conservò l'indipendenza politica mentre il resto delle Cicladi conobbe il dominio, successivamente, dell'Impero tolemaico, di Rodi e della Macedonia 115. Grazie a questo favorevole status politico, Delo era già diventata un mercato internazionale prima della terza guerra romano- macedone (combattuta dal 171 al 168 a. C.) 116 Nel corso di questa guerra Delo conservò una neutralità che infastidiva Roma, perché l'isola dava rifugio a navi da guerra macedoni malgrado la flotta romana avesse il dominio dell'Egeo. Alla fine della guerra, perciò, Roma si assicurò il controllo politico indiretto su Delo collocando l'isola sotto la sovranità della sua alleata Atene; nello stesso tempo inferse un duro colpo alla prosperità commerciale di Rodi stabilendo che da allora in poi Delo fosse porto franco 117. Nel 165- 164 a. C. il governo rodio fece osservare al governo romano che, in seguito a questa decisione romana, le entrate assicurate a Rodi dai diritti portuali avevano subito una grave contrazione 118. Ciò nonostante sembra che Rodi si sia rapidamente ripresa e che a creare la fortuna commerciale di Delo sia stata la distruzione di Corinto ad opera dei Romani nel 146 a. C. (vent'anni dopo che Delo era stata dichiarata porto franco) 119.

Delo non divenne un centro industriale. Abbiamo una sola attestazione di una fabbrica (di cui era proprietario un Italico) e mancano testimonianze archeologiche di un'attività industriale nell'isola 120. Delo era un emporio di mercanzie d'ogni tipo, ma diventò famosa soprattutto come mercato di schiavi. Nel periodo della sua piú intensa attività in questo settore, Delo, secondo Strabone 121, poteva smerciare io 000 schiavi al giorno. Ma l'isola non si assicurò il monopolio dei traffici nel Levante per quanto riguarda l'esportazione di schiavi in Occidente 122. In questo commercio era presente, per esempio, anche la città di Side nella Panfilia orientale 123. Delo non era neppure l'unica isola dell'Egeo che attirasse, nel II secolo a. C., uomini d'affari siciliani e italici. Costoro frequentavano anche Tenos 124. Un banchiere siracusano, Timone figlio di Nínfodoro, era attivo a Tenos già verso il 200 a. C. 125, e in questa isola fa piú tardi la sua comparsa anche un certo Gaio Pandosino (che potrebbe essere nipote dello Cn. Pandosino che si trovava a Tisbe, in Beozia, nel 167 a. C.) 126. Il mondo ellenico a est e sud-est delle Cicladi (per esempio l'Asia Minore, la Siria e l'Egitto) rimase invece fuori del raggio d'azione degli uomini d'affari italici ancora per tutta la prima metà del II secolo a. C. 127.

A Delo il dieci per cento degli uomini d'affari venuti da occidente era composto di Sicelioti e Italioti 128. Questi fecero da battistrada ai loro vicini non greci dell'Italia sud-orientale 129 e questi ultimi a loro volta ai Romani. «Si passa senza soluzione di continuità dai Greci della Magna Grecia agli Italici indigeni, dal Greco di Taranto all'Osco di Canosa, che si insediarono [entrambi] a Delo intorno al 200 a. C.  130. Nelle iscrizioni relative a uomini d'affari occidentali attivi nel Levante, durante e dopo il ii secolo a. C., abbondano i gentilizi campani e apuli; in numero assai minore sono i nomi che indicano provenienza dall'Italia centrale; rari infine quelli che provengono dall'Etruria e dalla valle padana 131. A Delo non figurano nomi di cittadini romani prima dell'età postgraccana 132. Quando fanno la loro comparsa nomi latini, i loro portatori provengono da Lanuvio, Terracina, Gaeta e Pozzuoli nell'Ager Romanus, dallo Stato latino alleato di Roma Preneste, dalla colonia latina di Brindisi e dagli Stati alleati non latini di Arpi e Canosa 133. Fra gli uomini d'affari occidentali i cui nomi compaiono a Delo, Tenney Frank ne trova quattro di Siracusa, sei di Eraclea, quattro di Taranto, due di Azetium, sei di Velia e parecchi altri di Napoli, Locri, Petelia, Canosa e Ancona; infine sono rappresentate anche Cuma, Fregelle e Lanuvio 134.

Per gli alleati italici sud-orientali di Roma la possibilità di svolgere attività commerciale in Oriente, nel II secolo a. C., rappresentava una sia pur piccola contropartita delle sofferenze patite per mano dei Romani nel secolo precedente: prima al tempo dell'originaria conquista romana, poi in occasione del loro fallito tentativo di staccarsi dalla Federazione romana dopo la battaglia di Canne. Nel Mediterraneo orientale gli alleati romani dell'Italia sud-orientale si giovarono del loro status politico di cittadini di Stati membri della Federazione romana. Nelle iscrizioni latine redatte nel Levante a partire all'incirca dal 150 a. C. si usa il termine «Italici» per indicare uomini d'affari occidentali qualunque fosse la categoria politica cui appartenevano. Nelle iscrizioni greche contemporanee si incontra il termine « `Romaioi» usato anch'esso nello stesso significato generale e non per indicare esclusivamente cittadini romani. Gli uomini d'affari d'origine siciliana avevano nel Levante lo status di «Italici» 135. «L'unità dell'Italia trovò espressione in Sicilia e in Oriente prima che fosse realizzata nella stessa Italia» 136. Non sorprende che gli Italici sud-orientali di nazionalità non romana, che in Oriente erano de facto equiparati politicamente, anzi identificati, con i cittadini romani, tollerassero sempre meno la perpetuazione, in patria, della tradizionale differenza di status. La stessa borghesia dell'Italia sud-orientale da cui provenivano tanti uomini d'affari occidentali attivi nel Levante forni anche al movimento secessionista alcuni dei suoi capi nella guerra del 90-89 a. C. 137.

Gli uomini d'affari sicelioti e italioti impegnati nei traffici del Mediterraneo orientale non si limitarono a indicare la strada ai loro vicini non greci; essendo Greci essi stessi servirono anche da anello di congiunzione culturale e sociale fra gli uomini d'affari occidentali in genere e i Greci levantini fra i quali gli occidentali erano venuti a stabilirsi 138. I residenti di origine occidentale non tentarono di costituire comunità chiuse; al contrario, essi cercarono di associarsi con i Greci del luogo loro vicini 139. La fusione sociale fra loro e i locali avveniva nei ginnasi e nelle palestre 140. Essi diventarono membri di associazioni greche locali 141. Si videro offrire, e accettarono, la cittadinanza degli Stati in cui risiedevano 142 e vennero perfino eletti a magistrature locali 143, nonostante la legge stabilisse che almeno i cittadini romani perdevano automaticamente la loro cittadinanza se accettavano quella di altri Stati 144. Quando l'Agorà degli Italiani a Delo fu ricostruita dopo la catastrofe dell'88 a. C., alla sottoscrizione parteciparono anche non Italici, forse per ricambiare i contributi offerti dagli Italici a donazioni locali 145. Non erano infrequenti i matrimoni fra residenti occidentali e indigeni 146. «Anche qui l'Ellenismo celebrò il suo trionfo - questa volta non su un conquistatore militare, ma su una pacifica invasione di banchieri e mercanti» 147. «Nel Levante i `Pomaioi furono progressivamente assimilati da un ellenismo trionfante» 148. « Chiaramente i `Pwµct o . fallirono come agenti per la romanizzazione del mondo greco; lungi dal conseguire questo obiettivo, essi contribuirono all'ellenizzazione della loro patria » 149.

Sebbene questi rapporti culturali e sociali intrecciati in Oriente abbiano portato all'assimilazione degli immigrati occidentali ad opera dei loro vicini greci 150, «la situazione dei `Poµaioi nelle province greche [dei domini romani] era una situazione di privilegio, almeno de facto, se non forse de iure » 151: da ciò il rancore 152 che trovò infine una barbara espressione nel massacro dell'88 a. C. 153. Tuttavia i privilegi di cui godevano gli uomini d'affari occidentali nel Levante non erano ampi 154 né furono conferiti dal governo romano in base a un proposito deliberato. Non risulta che il governo romano intendesse favorire il commercio italico nel Levante quando abbatté il Regno di Macedonia, umiliò Rodi, diede Delo ad Atene, distrusse Corinto 155. Il governo romano non pensava in termini economici, ma militari e politici 156. La ragione dell'ostilità di Roma nei confronti di Rodi, per esempio, non era economica, ma politica. Ciò che irritava Roma era il desiderio, da parte di Rodi, di rimanere politicamente neutrale e di fungere da arbitro nel campo della politica internazionale 157. La distruzione di Corinto fu un atto di rappresaglia contro la Confederazione achea per aver mosso guerra a Roma 158. Roma diede Delo ad Atene per metter fine alla neutralità politica dell'isola, che aveva intralciato l'azione di Roma nel corso della terza guerra romano-macedone 159. Gli Italici che commerciavano all'estero ebbero scarsa influenza sulla politica romana 160. Fu certo nel loro interesse che Roma si impegnò nella prima guerra romano- illirica 161. Nella versione riveduta delle condizioni di pace accordate ad Ambracia nel 187 a. C. era pattuito che Romani e Latini fossero esentati dal pagamento dei dazi doganali della città 162. La stessa condizione sembra sia stata imposta ad Abdera in una data imprecisata della prima metà del ii secolo a. C. 163. Invece non risulta che il governo romano abbia inserito clausole commerciali nei trattati di pace successivamente imposti a Cartagine dopo la guerra annibalica, alla Macedonia dopo la seconda guerra romano- macedone e alla monarchia seleucidica e alla Confederazione etolica dopo la guerra romano- seleucidica 164; né, a quanto ci consta, Roma chiese a Massinissa la concessione di privilegi commerciali come ricompensa per aver creato la sua fortuna politica 165 Furono i Rodi a ottenere che nel trattato di pace romano- seleucidico del 189 a. C. fossero inserite delle clausole che ordinavano la restituzione ai loro cittadini delle case e degli altri beni di loro proprietà situati nei territori soggetti ai Seleucidi e il ripristino dell'esenzione dai dazi doganali dei Seleucidi di cui i Rodi avevano goduto prima del conflitto 166. A Delo, la decisione di Roma di dichiarare l'isola porto franco avvantaggiò non solo gli uomini d'affari di origine occidentale, ma anche i loro colleghi siriaci, egiziani e asiatici 167. I Poseidoniastae, vale a dire i mercanti della città fenicia di Berito, riuscirono a edificare il loro centro comunitario prima che gli Italici fossero in grado di costruire il loro 168. Quanto ai traffici atlantici di Cartagine, Roma consenti che le subentrasse Cadice dopo che questa città passò dalla sua parte 169. « On ne peut donc pas dire que Rome a eu une politique mercantile. Les trafiquants italiens ont pu profiter de la politique de Rome; ils ne l'ont jamais dirigée» 170.

La comunità commerciale occidentale stabilitasi nel Levante, durante e dopo il II secolo a. C., era eterogenea non solo per nazionalità, ma anche per status sociale. Oltre ad essere composta di Sicelioti, Italioti, Italici non romani e cittadini romani, essa era composta di liberi, liberti e schiavi. A Delo, sui 231 «`Poµaioi» il cui status sociale ci è noto, 88 erano uomini liberi (e fra di essi vi erano 27 Italioti), 95 erano liberti e 48 schiavi 171. In un'iscrizione dedicatoria bilingue trovata a Delo 172, sei delle dodici persone menzionate sono liberti. In un'altra 173 compaiono i nomi di un liberto e di quattro schiavi. Mentre i nomina dei liberi sono campani e lucani, i cognomina dei liberti e degli schiavi sono greci 174. Il rapporto fra liberi da un lato, liberti e schiavi dall'altro, sembra fosse a Delo piú alto del rapporto che in media si riscontra nell'insieme della comunità occidentale residente nel Levante 175. La direzione degli affari era presumibilmente in mano ai liberi 176; fra questi ultimi i piú, a quanto sembra, provenivano dalla classe media delle città italiche appartenenti alle varie categorie politiche 177. Pochi di loro erano membri delle famiglie senatorie romane 178, mentre l'Ordo Equester romano preferiva al piccolo commercio privato i grandi appalti governativi 179. In Oriente si incontrano Italici dediti a mestieri umili (marchiatori, barcaioli, follatori) che tuttavia sembra fossero di condizione libera 180.

Questa gerarchia sociale, ovviamente, non era peculiare della comunità d'affari occidentali che operava nel Levante in età postannibalica. Fin dal VII e VI secolo a. C. tale gerarchia formava l'ossatura della società in tutte le comunità del mondo ellenico che erano passate da uno stadio puramente agricolo ad uno almeno in parte commerciale e industriale. In questa struttura sociale tipicamente ellenica erano i liberti a occupare la posizione chiave. In una società dedita al commercio e all'industria il servizio domestico diventa un lusso alla portata di pochi. L'attività commerciale e industriale ricevette un impulso, nel mondo ellenico, dalla pratica di togliere gli schiavi dal servizio domestico per trasferirli a quelle attività e di far balenar loro, come incentivo al lavoro, la prospettiva di poter acquistare un giorno la propria libertà 181. Il mondo ellenico doveva il suo progresso economico tanto allo schiavo che aveva abbastanza successo negli affari da divenire liberto quanto all'antico padrone del liberto che gli aveva offerto l'opportunità, se non anche i mezzi, di percorrere una fortunata carriera d'affari. Trasformando la famiglia servile in un organismo commerciale, gli Italici non greci di condizione libera che si davano agli affari seguivano una prassi diffusa da lungo tempo nel mondo greco. Proprio grazie all'efficace adozione dei moderni metodi commerciali greci da parte di privati cittadini romani il governo romano poté conservare un'antiquata organizzazione amministrativa, tipica di una città-stato ellenica ferma allo stadio precommerciale e preindustriale, per la conduzione di uno Stato e di una Federazione romana che, prima dell'inizio della duplice guerra romano- cartaginese, avevano incorporato tutta l'Italia peninsulare e che, nel II secolo a. C., si espandevano tanto su terra, nella regione cisalpina, quanto oltremare, in tutte le direzioni. Il governo romano fece fronte al rapido ampliamento del settore degli affari pubblici, che era incapace di trattare direttamente, appaltandone la gestione a società di uomini d'affari privati competenti in campo amministrativo. L'ascesa dell'Ordo Equester e della classe dei liberti nella comunità romana, durante e dopo la duplice guerra romano- cartaginese, dà la misura della persistente inadeguatezza dell'organizzazione amministrativa propria del governo romano.

Nei confronti dei liberti dei suoi cittadini, Roma fu politicamente piú generosa della maggior parte degli Stati greci, come mise in luce Filippo V di Macedonia nella sua lettera del 215 a. C. ai Larissei 182. In quasi tutti gli Stati greci gli schiavi emancipati diventavano uomini liberi ma non cittadini. Essi ricevevano il medesimo status degli stranieri residenti di origine non servile. Nell'Ager Romanus la manomissione di uno schiavo ad opera di un privato cittadino romano aveva l'effetto pubblico di trasformare l'ex schiavo in un cittadino romano tale e quale il suo antico proprietario, a patto che quest'ultimo pagasse la tassa di emancipazione. Anche nell'Ager Romanus, tuttavia, la cittadinanza che un liberto veniva cosí ad acquistare non era della qualità migliore. Certo egli non era sine suffragio, aveva bensí il diritto di votare; ma durante il periodo della storia romana in cui valeva la pena disporre del suffragio il valore del voto del liberto subí a piú riprese artificiose restrizioni.

….. Le notizie in nostro possesso ci consentono solo di supporre quali siano stati i motivi dei successivi cambiamenti apportati, fra il 312 (311-310 o 310) e il 169 a. C., alle leggi che disciplinavano il voto del liberto. Alla luce di ciò che avvenne in seguito, comunque, possiamo esser certi che le norme introdotte nel 169 a. C., e dirette a ridurre il peso del voto dei liberti, non impedirono a questa lasse di uomini d'affari di continuare la sua ascesa economica nel mondo. I discendenti dei liberti, se non gli stessi liberti, diventarono una base di reclutamento dei membri dell'Ordo Equester. La famiglia servile, trasferita dal servizio domestico alle attività commerciali e stimolata dalla prospettiva di ottenere l'emancipazione come ricompensa del successo negli affari, fu ampliata dai pubblicani romani fino a raggiungere le dimensioni richieste dalla scala delle operazioni commerciali che essi conducevano per conto del governo romano. Queste famiglie servili allargate, dirette da uomini liberi, ma gestite da liberti ai livelli inferiori dell'organizzazione, diventarono il modello, anzi il germe, dell'amministrazione civile imperiale che, nell'età del Principato, doveva infine assicurare il buon governo, e per un lungo periodo, ai cittadini e ai sudditi di Roma che abitavano l'intero perimetro del bacino mediterraneo. « I liberti furono il supporto del cesarismo» 196.

 



[1] COMUNE DI ROMA Municipio XV Arvalia Portuense- Un capitolo affascinante della storia e della religione romana ai tempi dell'impero.

"Ah, Lari, aiutateci! Non permettere, o Marte, che peste e rovina si abbattano su tanti! Sii sazio, o Marte feroce. Balza sul limitare, resta lì, lì. A turno invocherete tutti i Semoni. Ah, Marte, aiutaci! Tripudia!"

Questa è l'antichissima invocazione che ci è giunta del CARMEN FRATRUM ARVALIUM che i Fratelli Arvali rivolgevano ai Lari, protettori del focolare, e ai Semoni, divinità tutrici delle sementi contro le pestilenze rovinose. Il Collegio sacerdotale era preposto al culto della dea Dia, protettrice dei campi, e intonava la preghiera, a partire dal primo secolo av. Cr., ai piedi e lungo il pendìo del colle che domina l'ansa del Tevere tra la via della Magliana e la via Portuense. E proprio ai campi coltivati, gli Arva, si riferisce l'appellativo dei sacerdoti nominati da Cesare Augusto al fine di restaurare antichi culti e tradizioni agresti del popolo romano. Infatti la confraternita rimanda ad antichissime origini. in particolare ai dodici figli di Acca Larentia, che secondo la leggenda fu la nutrice di Romolo, e ad una più antica divinità, la Fors Fortuna venerata lungo il tracciato della via Campana, divenuta poi via Portuense.

A questo riguardo gli storici concordano nel ritenere che fu proprio il sodalizio dei FRATRES ARVALES, per lo più latifondisti, ad estromettere la divinità plebea di Fors Fortuna con la più "aristocratica" dea Dia. Come testimoniano storici ed illustri autori, Ottaviano Augusto, nominò tra i rappresentanti delle antiche famiglie romane, i dodici sacerdoti. A partire dal 29-28 av. Cr. in seguito alla riforma religiosa di Ottaviano, il culto agrario di Dia volle restituire consapevolezza collettiva e amore per quella terra, che i romani, dopo tante guerre e disastrose vicende politiche e sociali, avevano abbandonato. Inoltre, la costituzione di un organismo di prestigio, del quale facevano parte, oltre all'imperatore, alcuni membri della sua famiglia, poté far convergere in esso anche i vecchi oppositori e rifondere la nobiltà romana al servizio di un unico disegno morale e politico. Potenti personaggi imperiali si trasmettevano ereditariamente la corona di spighe, simbolo del prestigio e del potere sacerdotale. Il Collegio si rese popolare e gradito anche ai plebei soprattutto per le feste e i giochi di cui era promotore: le Ambarvalie.

(Busti marmorei degli imperatori Cesare Augusto e Marco Aurelio con il capo cinto da una corona di spighe di grano simbolo di appartenenza al sacerdozio arvalico).

Nell'imminenza della raccolta delle messi a fine maggio, i romani giungevano dal centro della città lungo la via Campana, o via Tevere, per celebrare i riti di purificazione dei campi (lustratio), o di ringraziamento per le abbondanti messi. Così canta il poeta latino Ovidio (Fasti, 775):

Andate, o Quiriti, sulla riva del Tevere. In parte a piedi

e in parte con la veloce navicella. Correte, e non vergognatevi

di tornare poi ebbri a casa.

O navicelle fluviali inghirlandate, portate le comitive di giovani,

e molto vino sia bevuto attraverso l'acqua (del fiume).

Le festività degli Arvali, in campagna fuori città, a ottobre per la semina e il primo maggio per i raccolti, si sono perpetuate con le famose ottobrate romane e le gite fuori porta, anche per il primo maggio, con scampagnate e pranzi al sacco. La frequentazione del territorio della antica Magliana, durante queste festività, fece sì che sorgessero in prossimità del tempio e del bosco sacro, abitazioni private, impianti termali, edifici di pubblica utilità, e perfino un circo per le gare equestri, per rendere sereno e piacevole il soggiorno in una campagna, allora totalmente incontaminata, che manteneva uno stretto legame con il centro dell'Urbe. Dell'antico culto arvalico e dei suoi splendidi edifici sacri, quali il tempio rotondo della dea Dia; del "Caesareum", il tempio dedicato agli imperatori divinizzati; del "balneum", le signorili terme dei sacerdoti con le loro installazioni termo-idrauliche vanto della grande abilità dei romani nel realizzare questo genere di impianti; delle abitazioni degli Arvali; del grande circo per i giochi e le gare equestri, oggi alla Magliana non rimane più nulla. Di quelle lontane magnificenze, il tempo ha cancellato tutto, o quasi. Sepolti ad alcuni metri sotto l'attuale livello stradale e sotto le moderne costruzioni, rimangono soltanto i resti delle solide mura di quello che fu il celebre santuario dei Fratres Arvales. Opportunamente però, fa memoria di quell'epoca splendida nel quartiere, la toponomastica con le sue "Via del Tempio degli Arvali ", "Via del Tempio di Dia", "Via del Bosco degli Arvali ". (II tempio rotondo degli Arvali dedicato alla dea Dia. Una delle ipotetiche ricostruzioni).

Fu a metà dell'Ottocento, grazie ad una prima campagna di scavi promossa e finanziata dai reali di Prussia e condotta dall'Istituto Archeologico Germanico, che venne rimessa in luce gran parte di quella che è ritenuta una tra le più ricche raccolte epigrafiche pervenuteci dall'antichità, riguardante la storia della religione romana e degli Arvali in particolare. Gli scavi, ripresi con metodi scientifici alla Magliana negli anni '70 del secolo scorso ad opera di un'altra prestigiosa istituzione straniera, l'Ecole Francaise di Roma e di Atene, hanno permesso di ritrovare moltissimi altri reperti, consentendo così di ampliare notevolmente le conoscenze che si avevano di questo interessantissimo sito archeologico. Il prezioso materiale recuperato nelle varie epoche passate e recenti, come epigrafi, statue, monete, frammenti architettonici, ecc., è oggi conservato in alcuni dei principali musei d'Europa, come il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, e a Roma nei Musei Vaticani e nel Museo Nazionale delle Terme.

È inoltre merito di valentissimi studiosi, tra cui tedeschi, francesi e Lussemburghesi, come Wilhelm Henzen, Henri Broise e John Scheid, se siamo in possesso oggi, anche di una eccezionale documentazione storico-letteraria sul tema degli Arvali e della religione nell'antica Roma degli imperatori.

Va a loro il riconoscimento e la nostra gratitudine per aver contribuito, in modo determinante, alla migliore conoscenza dello splendido e prestigioso passato del territorio Portuense. Alla luce di queste antiche memorie, risulta quanto mai significativo, aver intitolato il XV Municipio del Comune di Roma ARVALIA PORTUENSE

A cura del COMITATO CATACOMBE DI GENEROSA Piazza Madonna di Pompei, 4 Magliana - Roma

[2] Essendo questo saggio dello Schur una Appendice finale al suo volume sulla vita e l'attività militare di Scipione l'Africano ("Scipio Africanus", Leipzig 1927, ed. it. Genova 19902), egli si richiama qui al punto centrale del II capitolo ("Scipione comanda in Spagna", pag. 52 segg.) di tale volume. Importanti i riferimenti dello Schur a Ed.Meyer, che in una serie di articoli ora raccolti nel II vol. degli Scritti minori ("Kleine Schriften", Halle 1924, "Ricerche per la storia della II guerra punica", pp.331 segg.), e colmando in questo le lacune e le incomprensioni del Mommsen troppo preso dalla grande figura di Cesare, ha fatto risaltare l'importanza politica di Scipione, compendiando poi tali articoli in una breve biografia del condottiero nel volume "Maestri della politica". Seguì F. Münzer col suo fondamentale "Partiti e famiglie aristocratiche di Roma", 1920.