VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> XV

14. CAIUS IULIUS CAESAR

 

FIG. Caius Iulius Caesar
 ( Staatliche Museen zu Berlin)

Fata mihi, Caesar, tum erunt mea dulcia, quom tu

maxima Romanae pars eri<s> historiae

<<Il mio destino, o Cesare, allora mi sarà grato,
quando tu la massima parte
sarai della storia di Roma>>

Cornelio Gallo

QUADRO SINOTTICO

VITA DI CESARE                              VITA  DI  POMPEO

 

                                      106 NASCE

100 NASCE

                                      90-88 COMBATTE NELLA
                                                  GUERRA SOCIALE

 

83  SPOSA CORNELIA                    83-82 COMBATTE A
                                                 FAVORE DI SILLA

81-78 IN ASIA CON M.MINUCIO TERMO

78 CONTRO I PIRATI. TORNA A ROMA.

     Non accetta proposta di Lepido

     per la rivolta.

                                      77-72 COMBATTE
                                                 SERTORIO IN
                                                  SPAGNA

77-75 contro GN.CORN.DOLABELLA E

     G.A.IBRIDA sillani

75 A RODI PER STUDIARE RETORICA

74-73 COMBATTE NELLA GUERRA MITRIDATI

73 NEL COLLEGIO DEI PONTEFICI.

     ELETTO TRIBUNUS MILITUM

                                      72-71 CON CRASSO
                                                  SCONFIGGE
                                                  SPARTACO

70 Orazione morte zia Giulia          70 CONSOLE CON
                                               CRASSO.
                                               RIPRISTINA
                                               IL TRIBUNATO
                                               DELLA PLEBE

68 Orazione morte moglie Cornelia

   QUESTORE IN SPAGNA ULTERIORE

                                      67 DEBELLA I PIRATI

                                      66-63 IMPERIUM CONTRO
                                                   MITRIDATE VI

65 EDILE CURULE.TROFEI DI MARIO.      65 IN ORIENTE

   Si allea a Crasso.
         Sostenne Catilina ?

                                      64 ANNETTE LA SIRIA

63 ELETTO PONTEFICE MASSIMO           63 SCONFIGGE
                                               MITRIDATE.
                                               PRENDE
                                               GERUSALEMME

   2° congiura di Catilina(ucciso)               

62 PRETORE

61 PROPRETORE IN SPAGNA               61 RICEVE COGNOMEN
                                               MAGNUS

   Scagiona Clodio ripudiando Pompeia

_________________________________________________________________60 I° TRIUMVIRATO

59 CONSOLE con Bibulo.                59 SPOSA GIULIA
                                               FIGLIA DI
                                               CESARE

58 PROCONSOLE IN GALLIE E ILLIRICO
         PER 5 ANNI.                        57 ALL'ANNONA PER 5
                                               ANNI

56 CONVEGNO DI LUCCA                  56 CONVEGNO DI LUCCA

55 PROCONSOLATO PROROGATO PER 5 ANNI  55 CONSOLE

                                      54 PROCONS.IN
                                               SPAGNA.
                                               MUORE GIULIA

                                      53 MUORE CRASSO A
                                               CARRE

52 ALESIA                             52 MORTO CLODIO.
                                               CONSUL SINE
                                               COLLEGA

                                         PROROGA PROCONS.
                                               IN SPAGNA
                                               PER 5 ANNI

51 ULTIME CAMPAGNE GALLICHE

     (IRZIO,B.G.VIII)

50 A RAVENNA

49 GUERRA CIVILE:ITALIA, SPAGNA,

     DITTATORE PER POCHI GIORNI

48 DURAZZO E FARSALO.                 48 UCCISO IN EGITTO
         BELLUM ALEXANDRINUM

ICONOGRAFIA DI CLEOPATRA

47 DITTATORE. ZELA (FARNACE DEL PONTO)

46 CONSOLE. TAPSO IN AFRICA

45 CONSOLE E DITTATORE. MUNDA IN SPAGNA

44 CONSOLE. DITTATURA DECENNALE E POI A VITA

     ASSASSINATO IL 15 MARZO

 

FIG. Moneta d’oro di C. Giulio Cesare

 

VITA DI GAIO GIULIO CESARE.

FIG. La più antica statua attribuita a Giulio Cesare, ritrovata nel maggio 2008 in fondo al fiume Rodano, vicino alla città di Arles (Arelate) fondata da Cesare nel 46 a.C.

FIG. articolo sul ritrovamento, 16 maggio 2008

NASCITA DI CESARE - 100 a.C.

Le parti che seguono saranno meno chiare se non si leggono le due lettere (allegate) che lo storico Sallustio scrisse a Cesare capo del Partito Democratico, di cui Sallustio era convinto seguace. Cesare nacque da antica e nobile casata patrizia nell'anno 100 a.C. il 12 luglio (quarto giorno prima delle Idi del mese di Quintilis, mese chiamato poi Iulius- luglio- proprio in onore della sua nascita). Cesare aveva dunque 6 anni meno di Pompeo e di Cicerone. Nonostante la nobiltà della stirpe, la famiglia era decaduta e Cesare nacque in un quartiere all'epoca malfamato, la via Suburra: una via in un fitto intrico di vicoli, di quadrivii e di alte insule tra l'Esquilino e il Celio, a nord del Foro Romano. Attualmente la Via dei Serpenti e Via Leonina, parallele a Via Cavour, corrispondono a tale via e al centro di quel popolatissimo ed equivoco quartiere. Cesare lascerà questa sua casa di Roma solo all'età di trentasette anni, quando, eletto Pontefice Massimo, dovrà (quasi obbligatoriamente) trasferirsi nella sede del Pontefice, la Regia nel Foro Romano.

La tradizione antica parla del 100 a.C., ma autorevolissimi moderni (Th. Mommsen, J. Carcopino) pongono la nascita tra il 102 e il 101 a.C. Anche questa incertezza, come ha ricordato Luca Canali, si presta ad una polemica politica. Gli anni di un cittadino romano erano in rapporto alla possibilità che questi aveva di essere eletto console: e si tende a spostare indietro l'anno della nascita di Cesare proprio perché apparisse che egli divenne console all'età minima stabilita di 42 anni compiuti. Illegale apparirebbe che egli venisse eletto console più giovane dell'età stabilita. Essendo la tradizione storiografica romana (senatoriale) più incline a criticare Cesare, non è strano che gli antichi portassero avanti la data. Del resto è sicuro che Cesare percorse integralmente e regolarmente la carriera politica (cursus honorum): questore, edile, pretore, propretore, pontefice massimo, console, proconsole, dittature; ricoprì cioè regolarmente tutte le cariche tradizionali.

GENITORI

Il padre si chiamava Caio Giulio Cesare e la madre Aurelia, della nobile famiglia degli Aurelii. Suo padre era pretore ma non visse tanto da giungere al consolato; morì quando Cesare aveva 16 anni. Sesto, zio di lui, fu console nel 91 a.C., poco prima che scoppiasse la guerra sociale (la guerra tra Roma e i suoi alleati -Socii- che volevano la cittadinanza romana, cioè maggiori diritti politici oltre al vecchio dovere di fornire truppe all'esercito). Ma la parentela che più rendeva superbo il giovane patrizio proveniva dal matrimonio di sua zia Giulia con Caio Mario, il grande plebeo sei volte console e capo del partito popolare. Cosa per cui, alla giovane età di 17 anni, eletto già flamine diale, aderì alla parte popolare sposando Cornelia, figlia di Cinna, altro grande esponente di quel parte politica e restato allora padrone assoluto di Roma e del partito mariano dopo la morte di Mario; Cinna fu peraltro del tutto estraneo alle atrocità delle feroci vendette politiche in Roma, attuate prima da Silla nell'88, poi da Mario nell'87  e infine da Silla nell'82 con le famigerate "liste di proscrizione"; egli aveva inoltre dato attuazione alle leggi Sulpicie di concessione della cittadinanza romana agli Italici (leggi che alla fine neanche Silla osò più abrogare), eliminando quel lungo conflitto tra Romani e socii italici costato tanti scontri sanguinosi e immettendo molti nuovi cittadini nelle centurie e nelle tribù di Roma.

MATRIMONIO CON CORNELIA - 83 a.C.

Per sposare Cornelia, il giovanissimo Cesare aveva ripudiato la prima moglie Cossuzia. Essere genero di Cinna e nipote di Caio Mario, i due più accaniti capi popolari contro lo strapotere della nobiltà senatoria, segnerà la carriera politica del giovane Cesare, che diventerà capo indiscusso del movimento democratico pur essendo di nascita nobile (e forse per questo più intransigente e duro verso una classe nobiliare e senatoria "incapace", mentre ad esempio il nipote adottivo Ottaviano, il futuro Augusto, sarà meno accanito e più accomodante verso il Senato, pur provenendo da una famiglia- non nobile bensì di origine plebea- di cavalieri di Velletri).

 

FIG. TRIONFO DI CAIO MARIO (QUADRO)

Forse fu proprio dal governo di Cinna, restato solo, dopo la morte di Mario, a capo del partito popolare nell' 86, che Cesare prese esempi di politica "delle alleanze". Sentiamo gli storici: "Il blocco sociale del governo popolare di Cinna, come sappiamo, si estendeva ai possidenti italici e a una frazione della stessa nobilitas (100 senatori, perchè 200 erano stati massacrati da Mario e 300 restarono in pacifica, costruttiva opposizione), ma il suo fondamento era costituito dalle plebi urbane e soprattutto dai cavalieri. Proprio i cavalieri furono i veri beneficiarii del governo di Cinna, e furono quelli che lo sostennero con più convinzione. Come creditori furono costretti a perdere i tre quarti dei loro crediti, ma questa misura servì ad evitare l'insolvenza della nobilitas, che altrimenti avrebbe travolto l'intiera economia dello Stato e danneggiato quindi, in maniera ben più grave, gli stessi cavalieri. Per il resto, la classe dei cavalieri non ebbe che vantaggi da un governo popolare, che era, in ultima analisi, il loro governo, e che aveva bisogno di loro per assicurare gli approvvigionamenti delle plebi urbane. Quindi i cavalieri furono compensati della grave perdita delle <<decime>> della provincia d'Asia (dato che la provincia d'Asia era occupata da Mitridate) con la concessione di ogni sorta di appalti in Italia. I loro commerci e le loro speculazioni ebbero ogni possibile agevolazione" (Bruni-Bontempelli, cit., pag.159). Abbiamo già detto come la reazione oligarchica di Silla, a nome del Senato, porrà fine sanguinosamente a tutto questo, con le terribili <<liste di proscrizione>> dell'82 a.C.  Silla toglierà tra l'altro ai cavalieri i tribunali e gli appalti d'Asia [1].

Fisicamente e moralmente, così Svetonio ci descrive Cesare: <<Era, come si tramanda, di alta statura, di carnagione bianchissima, di forte membratura, faccia alquanto piena, occhi neri e fulminei, salute d'acciaio, se si eccettua che negli ultimi tempi soleva improvvisamente svenire, e che durante il sonno andava anche soggetto a incubi. Due volte fu preso anche da attacchi epilettici mentre stava lavorando. Poneva alquanta attenzione nella cura della persona, al punto che non solo si faceva tosare e radere diligentemente, ma anche depilare; e di ciò alcuni lo biasimavano. Ma non si poteva dar pace della sua calvizie, che era argomento di motteggio ai malevoli. Perciò soleva pettinare dalla sommità della testa verso la fronte i pochi capelli; e fra tutti i decreti del Senato e gli onori resigli dal popolo, quello che accettò più volentieri e di cui fece più uso fu il privilegio di portare sempre la corona di lauro... Del maneggio delle armi e del cavalcare fu maestro, alla fatica resistente oltre ogni credere. In marcia andava qualche volta a cavallo [2], più spesso a piedi ed a capo scoperto, piovesse o fosse bel tempo;

faceva viaggi lunghissimi con incredibile rapidità, senza bagaglio e in vettura, percorrendo fino a cento miglia (150 chilometri) al giorno; se un fiume gli impediva l'andare, lo passava a nuoto o sorreggendosi sopra otri gonfiate, di modo che spesso giungeva prima dei suoi messi. Nelle spedizioni non sapresti dire se avesse più prudenza o più audacia. Non conduceva mai la sua gente per vie pericolose, senza prima aver fatto una ricognizione dei luoghi; né passò nella Bretagna, se non dopo avere di persona visitato i porti, le navigazioni e gli approdi. Essendogli stato annunziato che in Germania il suo campo era stretto d'assedio, attraversò vestito da Gallo il campo nemico e penetrò tra i suoi. Da Brindisi passò a Durazzo tra due armate nemiche e col mare in tempesta; e poiché le sue schiere indugiavano a seguirlo, nonostante i frequenti messaggi da lui spediti, finalmente una notte salì di nascosto in una piccola imbarcazione, solo e col capo coperto; né si fece riconoscere, né volle che il conduttore della nave cedesse al furore della tempesta, se non quando fu sul punto di essere sommerso>>.

CESARE NON RIPUDIA CORNELIA. PERSEGUITATO DA SILLA - 82 a.C.

Rifiutandosi Cesare di ripudiare Cornelia, Silla, che lo considerava del partito avverso, gli tolse la carica di flamine, la dote della moglie e le eredità di famiglia, perseguitandolo a lungo; Cesare dovette pagare le spie del dittatore per sfuggire alla caccia. Per intervento di cittadini influenti, Silla poi lo perdonò, ma  si dice esclamasse: "Avete vinto e prendetevelo. Ma sappiate che costui sarà la rovina del partito aristocratico, che con me avete difeso. Infatti in Cesare ci sono molti Marii". Anche Svetonio ricorda questo particolare, facendo il ritratto di Cesare: <<Dicono pure che fosse molto accurato nel vestire; portava il laticlavio con frange fino alle mani, e non si cingeva mai se non sopra di esso e con una cintura molto larga: di qui sarebbe venuto quell'avvertimento ripetuto spesso da Silla ai patrizi: "Guardatevi da questo ragazzo che si cinge male le vesti">>.

IN ASIA - 81 a.C.

Salvo a stento dalla persecuzione di Silla, Cesare preferì allontanarsi da Roma e partì nell'81 come semplice soldato in Asia, per la sua prima esperienza militare sotto il comando di Lucio Minucio Termo, che Silla aveva lasciato all'espugnazione di Mitilene. Durante l'assedio di questa città guadagnò una corona civica per aver salvato un cittadino romano. Combatte poi in Cilicia sotto il comando di Servilio Isaurico. Cesare resterà a combattere in Asia fino al 78. Morto Silla, torna a Roma e riprende i contatti con la parte democratica ma dimostra gran fiuto politico rifiutando l'invito di Lepido a partecipare alla rivolta del 78.

RIVOLTA DI LEPIDO - 79 a.C.

Infatti, alla morte di Silla nel 79, Marco Emilio Lepido, di illustre famiglia ma già inviso a Silla per la sua ambizione, si alleò dapprima col giovane Pompeo, facendosi nominare console e dichiarandosi capo della parte italica e popolare, pur se in pacifico accordo col collega, console Quinto Catulo, capo, dopo Silla, del partito senatorio. Ma subito dopo, tentando dalla Gallia Transalpina una marcia su Roma contro il collega, fu sconfitto da questi e da Pompeo a ponte Milvio. Fuggito in Sardegna, morì di lì a poco. Questo uso, invalso dopo Silla, di condurre l'esercito in armi dentro il sacro perimetro di Roma (dove tutti dovevano entrare senza imperium militare) per la prevalenza politica, durò dall'88 al 31 a.C., per tutto il periodo delle guerre civili in Roma. Abbiamo già ricordato, contro le usuali concezioni sulla società schiavistica romana ed ellenistica, come nella Roma dell'età di Cesare e Augusto, "l'economia urbana fosse fondata principalmente sul lavoro libero", non servile. Lentulo va nei quartieri popolari, nelle botteghe dei liberi operai a incitare per la sua rivolta politico- sociale (Salvioli, cit., pp.67 sgg.).

DOLABELLA - 77 a.C.

Cesare si impegnò comunque contro il sistema politico sillano restato in piedi dopo la morte del dittatore nel 79, sistema che sanciva anche nelle giurie dei tribunali- che potevano condannare o assolvere i politici colpevoli di concussione e malversazione- l'assoluto potere del Senato. Silla trasformò la Repubblica romana da oligarchia senatoria in dittatura eplicita del Senato. Il fatto che, come Oliver Cromwell, alla fine della loro vita, essi abbiano diretto in modo troppo "personale" la loro "Repubblica", nulla toglie alle loro, peraltro opposte, idee politiche di fondo: il primato del Parlamento borghese per Cromwell e il primato del Senato aristocratico per Silla. Dopo la restaurazione di Silla, costantemente si assolvevano i politici corrotti, quasi tutti senatori, e mai il Senato avrebbe voluto tollerare il ricatto politico di giurie di soli cavalieri, come era prima di Silla, e neppure paritarie tra i due ordini, come in altri periodi dopo i Gracchi.

Cesare, nel 77, a soli 23 anni, sostenne l'accusa in tribunale contro il consolare Gneo Cornelio Dolabella e Gaio Antonio Ibrida, sillani accusati di malversazione per le estorsioni commesse nel governo della Macedonia. Dolabella fu difeso da Quinto Ortensio, il più insigne avvocato di quel tempo (e il più grande, con Marco Antonio, prima della comparsa di Cicerone), risoluto favoreggiatore della parte senatoria. Naturalmente il tribunale senatorio assolse Dolabella, ma grande fu la fama acquistata dal giovane oratore Cesare. Così Svetonio ricorda anche questo episodio:<< Nella eloquenza e nell'arte della guerra uguagliò, se forse non superò tutti i più famosi. Dopo l'accusa sostenuta contro Dolabella, fu messo nel numero dei prìncipi del Foro. Cicerone nel Brutus, passando in rassegna gli oratori, dice di non vedere a chi Cesare potesse essere secondo, e loda la sua eloquenza come elegante, splendida ed oltre a ciò magnifica e piena di una certa nobiltà. E così scrive di lui Cornelio Nepote: "Quale oratore, anche di coloro che non hanno mai atteso ad altra attività, sapresti anteporre a Cesare? Chi più ornato e più elegante nella forma?". Dicono che il suo tono fosse alto, il gesto e i movimenti concitati, ma non senza bellezza. Lasciò alcune orazioni, delle quali alcune gli sono falsamente attribuite>>[3].

RODI -  75-74 a.C.

Cesare, in parte per evitare vendette politiche del Senato, in parte per perfezionare la sua arte oratoria, si recò nel 75 a Rodi, per studiare eloquenza col grande maestro Apollonio Molone, nella cui scuola aveva di recente studiato anche Cicerone.

PIRATI CILICI - 75 a.C.

Nel viaggio verso Rodi, presso l'isola di Farmacussa, nelle coste dell'Asia Minore a nord di Mileto, cadde in mano ai pirati della Cilicia (al centro della costa meridionale dell'odierna Turchia). Essi chiesero un riscatto di 20 talenti (cifra all'epoca notevole). Ma Cesare, deridendoli apertamente per la sottovalutazione di chi avessero catturato, promise di farne procurare cinquanta. Dopo trentotto giorni fu quindi riscattato con tale somma elevata. Cesare era stato tenuto con ogni comodità e grandissima considerazione dai pirati, proprio in vista dell'ottima taglia che essi attendevano. Cesare trattava amichevolmente questi pirati che lo tenevano prigioniero e prometteva loro quasi scherzando la punizione di farli catturare e impiccare. Una volta liberato, egli allestì alcune navi e organizzò una spedizione, perseguitando coloro che lo avevano precedentemente catturato e, presili, mantenne la promessa di farli uccidere e impiccare. Ma in virtù di quella strana amicizia che lo aveva legato ad essi, a Pergamo non li fece mettere in croce e risparmiò loro un supplizio più feroce, facendoli uccidere sommariamente e impiccare solo dopo morti.

Mentre era a Rodi, Cesare fece una spedizione militare nei territori dell'ex regno di Pergamo, divenuto provincia romana, e sedò alcune rivolte. Parteciperà come soldato tra il 74 e il 73 anche alla guerra contro Mitridate VI, re del Ponto (regno ellenistico sul Mar Nero), seppure brevemente e in quella parte della guerra (piuttosto lunga, tra la seconda mitridatica dell'83 e la successiva terza iniziata nel 74 e vinta gloriosamente da Pompeo) in cui i generali romani ottenevano successi militari modesti e qualche umiliazione nonostante la grandi capacità e le vittoriose avanzate orientali del console Lucio Licinio Lucullo, che minacciò Mitridate e l'Impero dei Parti fino al Mar Caspio.

 

TRIBUNUS MILITUM E PONTEFICE - 74-73 a.C.

Alla fine del 74, saputo di essere stato scelto pontefice, Cesare torna da Rodi a Roma, dove viene eletto tribunus militum (tribuno militare, cioè ufficiale superiore dell'esercito). Plutarco ricorda come già nell'elezione a tribuno militare (sceso in lizza contro il concorrente Gaio Popilio) si manifestò il favore popolare di cui Cesare godeva. Egli rimase a Roma qualche anno, vivendo in mezzo ai piaceri, poco occupandosi di politica, ma pure rendendosi popolare con le sue maniere seducenti e con la larghissima generosità, e certamente influendo, senza farlo troppo apparire, sugli avvenimenti del tempo, mentre maggiormente cresceva l'astro di Pompeo. Costui, per la sua bravura militare e la gloria conseguente, era allora un po' inviso al Senato, preoccupato che un generale troppo abile potesse emergere, rigenerando le forti personalità di un Mario o di un Silla, e mettendo così a repentaglio la collegialità oligarchica dell'istituzione repubblicana. Nel 67 il Senato si oppose quindi a una legge popolare, proposta dal tribuno della plebe Gabinio, che concedeva a Pompeo un comando militare assoluto (imperium maius et infinitum) sul Mediterraneo per debellare i terribili pirati che saccheggiavano convogli commerciali in Oriente e Occidente (i pirati erano arrivati a saccheggiare Ostia). Almeno 120.000 soldati, 5.000 cavalieri e più di 500 navi da guerra furono allora agli ordini di Pompeo, per la prima volta nella storia di Roma, al di fuori di ogni singola provincia e fino a 50 km. dalla costa mediterranea.

 

FIG. POMPEO CONTRO I PIRATI

Pompeo fu geniale e velocissimo nel debellare la pirateria in soli 40 giorni a Occidente della Grecia e in un totale di 3 mesi anche in Oriente, nell'ultimo scacchiere della Cilicia. E ancor più felice fu il Senato, poichè il generale rinunciò subito spontaneamente, a missione compiuta, a quell'enorme potere militare conferitogli per tre anni come tempo minimo necessario alla guerra piratica. Il Senato si oppose tuttavia (anche se con minor energia che alla legge Gabinia) a una nuova legge, che dava a Pompeo il comando assoluto in Oriente, dall'estate del 66, nella guerra contro Mitridate VI, mai debellato dall'88, seppur ridotto alla pace da Silla nell'84. Anche questa legge passò comunque a furor di popolo, e Pompeo restò lontano da Roma 7 anni, fino al 61, conquistando alla Repubblica tutto l'Oriente e meritando alla fine dell'impresa dal Senato il cognomen di Magnus (Grande) non solo per i meriti militari, ma soprattutto per la condiscendenza dimostrata verso l'autorità senatoria nel licenziare immediatamente il suo esercito.

Ricordiamo infine che nella primavera del 71 era stato sconfitto da Crasso il grande schiavo ribelle Spartaco, che col suo esercito, dapprima piccolissimo di gladiatori e poi enorme di 70.000 schiavi, aveva fatto correre alla Republica romana il più grande pericolo per una rivolta servile.

Marco Licinio Crasso, l'uomo più ricco della Roma del tempo, rappresentava ormai il nuovo ceto dei cavalieri (equites), nati dalla fusione tra uno strato decaduto della nobilitas (per Crasso, la gens Licinia) e uno strato emergente della plebe urbana: ricchi plebei commercianti e speculatori, oltre che appaltatori di miniere e di pubbliche imprese come già in precedenza. Dunque una nuova classe "borghese", di nobiltà "del denaro", tra l' aristocrazia "di sangue" senatoria (interessata solo ai redditi della terra e del latifondo) e la plebe più povera. Uomini d'affari, finanzieri (così li definisce anche J. Carcopino nel glossario del suo volume su Silla), "paragonabili all'attuale borghesia degli affari... affaristi, finanzieri, banchieri" (così L.Canali nel glossario del suo recente "Diario segreto di Giulio Cesare"). Crasso, che pure si era arricchito soprattutto coi beni dei cittadini proscritti e rovinati da Silla, era in particolare proprietario di interi quartieri di Roma, di grandi insule da cui riscuoteva lucrosi affitti. "Rappresentante politico dei nuovi possessori di ricchezza monetaria", viene anche definito in qualche testo storico. Troveremo questo fondamentale personaggio, buttatosi nella politica contro la nobiltà e il Senato e dalla parte di Cesare, sia come finanziatore di campagne elettorali che come partecipe del famoso primo triumvirato.

Nella lunga e sanguinosa guerra contro Spartaco, il comando preso alfine da Crasso, con le sue otto legioni (sei nuove legioni unite ai resti degli eserciti consolari), consentì la battaglia decisiva- con la conseguente morte in battaglia di Spartaco-, e Pompeo, di ritorno dalla Spagna, distrusse le poche migliaia di schiavi scampati.  Pompeo divise quindi con Crasso la gloria di quella vittoria, nonché il trionfo a Roma. Anzi, a Pompeo quasi andò il merito maggiore.

 

FIG. POMPEO CONTRO I PIRATI (in Domenico Carro, cit., VII pag.14).

Ci fu certo risentimento da parte di Crasso. Che tuttavia, proprio contro il Senato, si alleò con Pompeo nella richiesta del consolato per l'anno 70, carica che costituzionalmente non era possibile né all'uno né all'altro (Crasso era solo pretore, e avrebbe dovuto attendere almeno due anni; Pompeo non era stato ancora questore e aveva solo 34 anni). Questa richiesta di consolato era avanzata dai due generali in attesa coi loro eserciti, fuori di Roma, del trionfo dovuto per la guerra di Spartaco. Il senato non osava dire di no a Pompeo, che non voleva disciogliere il proprio esercito ed usava modi intolleranti di rifiuto. Ma non si poteva negare a Crasso ciò che si accordava a Pompeo. E proprio l'accordo segreto con Pompeo fece sì che anche Crasso, oltre al Magno, divenisse console nel 70.

Pompeo si volse allora a una politica filo- popolare, contro lo strapotere del senato. In una orazione pubblica ben studiata, pronunciata alle calende di gennaio, cioé nel primo giorno di carica, egli si disse propenso a sciogliere i tribuni della plebe dalle limitazioni e dalle restrizioni imposte da Silla e riformare l'ordinamento giudiziario.  Grida di gioia accolsero le parole di Pompeo. Al primo dei suoi progetti il senato si oppose debolmente ed i tribuni della plebe riacquistarono l'antica potestà. Si può dire che per la restituzione di tali prerogative cominciò a minarsi la costruzione politica innalzata con la dittatura di Silla. Infatti insieme al potere popolare dei comizi plebei (concilium plebis) risorse l'indipendenza dell'assemblea delle tribù (comizi tributi); il che pose necessariamente questo corpo sociale in lotta col senato.

Ma all'altro provvedimento annunciato da Pompeo il senato determinò opporsi all'estremo, non potendo rinunziare di buon animo all'assoluto controllo sui tribunali. Lo scandalo era stato tuttavia grande non solo negli ultimi dieci anni: i politici che nell'esercizio del governo delle province si arricchivano illegalmente erano tutti della classe senatoria e i loro colleghi, unici arbitri delle giurie dei tribunali, li scagionavano costantemente nei processi dalle accuse di malversazione che venivano loro mosse. Abbiamo detto di come invano Cesare accusasse Dolabella, assolto dalla giuria senatoria nonostante l'evidente colpevolezza. Questo malcostume durava in verità già da prima del 171 a.C., data in cui alcuni dei provinciali spagnoli per la prima volta, ma del tutto inutilmente, ottennero un processo contro avidi ex- magistrati, assolti con verdetti scandalosi. Ma la riforma giudiziaria dei fratelli Gracchi, tribuni della plebe, aveva riequilibrato la giustizia, assegnando alla classe dei ricchi cavalieri (autonoma e non implicata negli interessi della classe senatoria) le giurie dei tribunali.

Ora, sapendo che i cavalieri erano poco meno corrompevoli dei senatori (sia per gli incarichi- come publicani- di appalto di tasse e lavori pubblici nelle province, sia per il ricatto politico che le loro giurie potevano esercitare verso il Senato), Pompeo, con la sua autorità di console, propose ai comizi tributi, tramite il tribuno urbano Lucio Aurelio Cotta, una legge che assegnava ai tribunali giurie tripartite tra senatori, cavalieri e tribuni erarii (una terza classe autonoma e super partes tra le due). In tal modo ognuno dei tre lementi poteva essere di freno agli altri due. Catulo, esponente del senato, tra i più solerti nel difenderne gli interessi, tentò di venire ad un accomodamento; ma Pompeo restò inflessibile nel suo proposito e la nobiltà si preparò a sostenere con le armi il proprio privilegio. La legge Cotta venne però favorita dal famoso processo che Cicerone, nuovo e brillante avvocato, estraneo alla nobiltà perché proveniente da una famiglia di cavalieri municipali, intentò contro Verre su richiesta dei provinciali della Sicilia. Cicerone era stato nel 75 questore in Sicilia, meritandosi la fiducia e la stima degli isolani per i suoi modi di governo, così diversi da quelli dei soliti magistrati che utilizzavano la loro carica per tornare a Roma molto più ricchi. Caio Cornelio Verre, uomo congiunto ad alcune delle più illustri famiglie senatorie, era stato per tre anni pretore in Sicilia ed era tornato da quella provincia dopo aver commesso estorsioni e ingiustizie senza pari. I Siculi, memori della sagacia e dell'equità che Cicerone aveva mostrato come questore nella loro isola, lo pregarono di farsi accusatore di quell'uomo; e, vedendo di poter allo stesso tempo accrescere la forza di Pompeo e partecipare del trionfo popolare del console, l'oratore accettò subito questa causa.

Nonostante le difficoltà del processo, Cicerone, in soli 50 giorni anzichè nei 90 chiesti a disposizione, raccolse in Sicilia prove decisive. E il 5 agosto del 70 iniziò l'accusa, stringendo i tempi e vanificando la speranza di Verre che il ritardo del giudizio, col rinnovo delle massime cariche della Repubblica per l'anno successivo- i nuovi magistrati sarebbero stati tutti illustri senatori a lui strettamente legati-, avrebbe consentito la sua assoluzione. Cicerone abbreviò le arringhe e citò rapidamente e accortamente i testimoni. Quando la colpevolezza fu quindi evidente, Verre non aspettò la condanna, ma fuggì in volontario esilio da Roma. Poco dopo che il giudizio era stato in tal modo interrotto, la legge di Cotta venne approvata, come sembra, con lieve opposizione; e l'ordinamento sillano ricevette un secondo grande scossone. Poco dopo la corruzione del senato fu resa evidente anche dal fatto che, per un provvedimento degli stessi Catulo e senatori collegati, fu ristabilita la carica dei censori, che era stata sospesa per 16 anni. I censori erano coloro che, oltre a effettuare i censimenti, dovevano controllare il corretto comportamento e la moralità dei senatori. I censori dell'anno 70 svolsero il loro ufficio con tale rigorosa rettitudine, che rimossero 64 senatori dalla loro carica per indegnità. Riguardo poi alla funzione di censimento sul patrimonio dei cittadini, per dividerli così nelle varie classi di censo, lo stesso console Pompeo si sottopose con umiltà allo scrutinio censorio tra i cavalieri, conducendo a piedi il suo cavallo nel Foro e destando ammirazione nella plebe.

L'invidia di Crasso crebbe insieme col favore popolare per Pompeo. I due consoli continuarono a tenere un esercito presso la città; e sebbene il Foro fosse stato guadagnato dai provvedimento filo-popolari di Pompeo, nondimeno l'abbondante oro di Crasso disponeva di molti seguaci. Il senato temeva che si rinnovassero i tempi di un Mario o di un Cinna. Ma Crasso, che già finanziava come alleato e come politico più accorto Cesare, ponderò i rischi di una lotta, risolvendo prudentemente di dare una guarentigia di pace. Alla fine dell'anno offerse pubblicamente la mano a Pompeo, e questi si degnò di accettarla alla foggia dei principi. Non conveniva a Crasso sovvertire il credito pubblico e mettere in pericolo le sue enormi ricchezze con una guerra civile; e Pompeo era contento, finché nessun altro gli disputava il titolo di primo cittadino della Repubblica. Se Crasso era ricchissimo, non aveva la potenza di un Pompeo; e Pompeo, valentissimo generale, era tanto rozzo quanto inetto in politica. Doveva venire un Cesare, per coniugare all'intelligenza della finanza e alla risolutezza della spada, tramite l'eloquenza e le arti civili, un più lucido acume politico.

 

PONTEFICE  ED ORATORE POLITICO - 70-68 a.C.

Fin dal 70 e poi negli anni in cui Pompeo era in Asia, Cesare, nel collegio dei pontefici e tribuno militare come abbiamo detto dal 73, cominciò a manifestare atteggiamenti densi di significato politico. Innanzitutto sostenne Pompeo e Crasso, che restaurarono la potestà dei tribuni della plebe, che era stata manomessa da Silla. Fece inoltre approvare una legge con cui si concedeva l'amnistia a coloro che, nelle lotte civili dopo la morte di Silla, avevano parteggiato per il mariano Marco Lepido e che, dopo la morte di questi, si erano rifugiati in Spagna presso Sertorio: fra costoro vi era anche Lucio Cinna, fratello di sua moglie.

Ma soprattutto, per la morte della zia Giulia, vedova di Caio Mario, fece un panegirico pubblico cogliendo l'occasione per l'elogio dei capi democratici. Nel 68 morì la moglie Cornelia, figlia di Cinna, ed ebbe motivo per un'altra orazione funebre con l'esaltazione del partito mariano, trascinando con la sua oratoria. In entrambe le orazioni, tra il 70 e il 68, fece chiare allusioni alla politica e, per la prima volta dopo la dittatura di Silla, osò porre il busto di Mario fra le proprie immagini familiari (secondo l'uso romano del culto degli antenati, dei Mani protettori della famiglia). Oltre ai riferimenti politici egli affermò l'origine divina della propria famiglia, con le parole riportate da Svetonio: <<La famiglia di mia zia Giulia dal lato materno discende dai re, dal lato paterno è parente agli dèi immortali. Da Anco Marzio infatti discendono i re Marzi, della cui stirpe fu mia madre; da Venere la gente Giulia, della quale fa parte la mia famiglia. Dunque nella mia stirpe vi è la sacra inviolabilità dei re, che di tanto s'innalzano sopra gli uomini, e la santità degli dèi, dai quali dipendono i re stessi>>.

CESARE QUESTORE - 68 a.C.

Proprio nel 68, giunto all'età di 33 anni, fu eletto questore, vero inizio del CURSUS HONORUM, cioè della carriera politico- militare degli antichi Romani. Rivestì l'anno di carica come questore nella provincia romana della Spagna Ulteriore (tutta la parte della Spagna al di là del fiume Ebro). Qui, a Cadice, nel tempio di Ercole- lo stesso in cui sciolse i voti Annibale prima della marcia fino in Italia-, fu impressionato da una statua di Alessandro Magno, che suscitò in lui grande spirito di emulazione. Secondo Plutarco avvenne questo episodio: <<Durante un momento d'ozio lesse uno scritto su Alessandro, poi rimase per lungo tempo a meditare tra sé e sé, e alla fine scoppiò in lacrime. Gli amici gli chiesero meravigliati quale potesse essere la causa del suo pianto, e Cesare rispose:"Non vi sembra un motivo sufficiente per essere addolorati il fatto che Alessandro alla mia età regnava già su tanti popoli, mentre io non ho ancora compiuto nessuna impresa gloriosa?">>.

Svetonio narra anche il sogno che in quel periodo lo incoraggiò nella sua aspirazione: <<Essendosi turbato anche per un sogno avuto nella notte seguente, nel quale gli era sembrato, mentre dormiva, di possedere la madre, gli indovini gli alzarono il cuore alle più grandi speranze, interpretando che volesse significare l'impero del mondo: la madre, che a lui parve di possedere, niente altro era che la terra, che deve ritenersi la madre di tutti>>.

Durante e dopo la carica di questore, Cesare iniziò un'attività difficile da ricostruire anche per gli storici antichi. Sicuramente rafforzò il legame politico con Crasso, in chiave sempre più antisenatoria e antioligarchica. Inoltre forse partecipò alla "prima congiura" di Catilina, ben poco conosciuta, anzi oscura, e a cui partecipò certo Crasso. Di Catilina parleremo in seguito per valutare l'estraneità o l'apporto di Cesare alle sue congiure, di cui la seconda, nel 63, fu un vero tentativo di sovversione armata. Ma certamente, dopo il 65, Cesare si allontanò sempre di più dai catilinari, ai quali inizialmente era unito, così come Crasso, unicamente dal comune programma antioligarchico ma da cui fu netto il distacco sui metodi. Nel 63 Cesare e Crasso erano certamente estranei al movimento.

EDILE CURULE - 65 a.C.

Era comunque già chiara la sua connotazione popolare. Eletto nel 65 edile curule, si fece sempre più popolare organizzando spettacoli con 320 coppie di gladiatori e facendo rappresentare i giochi e partite di caccia con una magnificenza mai vista prima. Fece sopportare la spesa principale di questi spettacoli a Marco Bibulo, suo collega, il quale si lamentò che Cesare prendesse per sè tutta la gloria di questa organizzazione, <<così come il tempio dei Dioscuri, sebbene eretto in onore di Castore e Polluce, portava il nome di Castore solo.>>  Nè Cesare si limitò a farsi applaudire soltanto per rappresentazioni teatrali. Egli compì varie opere di abbellimento in Roma, nella parte del Foro in cui si riuniva il popolo (il Comizio), nelle basiliche del Foro, nel Campidoglio e in altri lavori pubblici. Fece ciò non solo per propaganda, ma anche perché, perseguendo una politica anche successiva di progressiva riduzione delle frumentationes (distribuzione gratuita di grano alla plebe urbana più povera) e intensificando le attività edilizie e urbanistiche, anzi dando possente sviluppo all'edilizia, voleva ridurre la base di formazione del sottoproletariato.

Plutarco così ricorda quel periodo della vita di Cesare: <<Intanto spendeva danari senza ritegno. Si credeva mirasse ad ottenere, a costo di grandi spese, una rinomanza effimera e breve tra il popolo, mentre in realtà stava acquistando a basso costo grandissime cose. Si dice che prima di aver ottenuto una qualsiasi carica amministrativa si fosse indebitato per milletrecento talenti>>.  Come sovrintendente alla via Appia, egli spese una forte somma di tasca propria.  I trofei presi da Mario nelle sue gloriose vittorie sui Cimbri, e che lo fecero salutare salvatore della patria, erano stati abbattuti da Silla: non restava alcuna memoria dei servigi resi a Roma dal suo più grande generale [4].

Per cui Cesare ordinò che questi trofei fossero con opportune iscrizioni segretamente rialzati; e fattili in una notte porre sul Campidoglio, tutti rimasero la mattina commossi all'insolita vista. I vecchi soldati di Mario piangevano, e tutta la fazione avversa a Silla ed al Senato, preso animo in seguito a tanta audacia, riconobbe Cesare per proprio capo. E di così grande importanza fu giudicato tale fatto, che il Senato se ne occupò, e Catulo accusò Cesare di assalire a viso aperto la repubblica (<<Tu non attenti più al governo attraverso dei cunicoli, ma con macchine da guerra, ormai>>). Ma nulla potè arrestare questo movimento, poichè la prudenza politica lo faceva rimanere completamente nei limiti legali. C'è chi dice che, ottenuto ormai il più grande favore di popolo con i giochi e lo sviluppo edilizio, Cesare tentò, con l'appoggio dei tribuni della plebe, di farsi assegnare la provincia dell'Egitto, poiché il re era stato cacciato dagli abitanti di Alessandria; ma ostacolato in questo dal partito aristocratico, avrebbe rialzato i trofei dlle vittorie militari di Mario per vendicarsi. Comunque, come giudice istruttore, sempre agendo contro gli interessi dell' oligarchia senatoria, implicò in un processo di sicari anche quelli che, per una legge di Silla, avrebbero dovuto restarne fuori.

Dopo la morte della moglie Cornelia, Cesare sposò Pompea, figlia di Quinto Pompeo e nipote di Silla. Vedremo come sarà poi costretto a divorziare, per il sospettato adulterio di lei con Publio Clodio.

 

 

PONTEFICE MASSIMO - 63 a.C.

Con una campagna finanziata ancora senza risparmio dal capitalista Crasso, Cesare fu eletto nel 63 Pontefice Massimo. La vecchiaia e l'infermità di Metello Pio avevano resa probabile una vacanza di questo alto ufficio religioso ma anche civile (data la possibilità che i sacerdoti avevano, prima della riforma calendariale di Cesare, di allungare o accorciare l'anno o aggiungere festività, intercalando giorni e settimane per riallineare il vecchio calendario di Numa con le stagioni effettive). Il tribuno della plebe Tito Azio Labieno (che rinomineremo per l'importante accusa- in concerto con Cesare- al senatore Caio Rabirio di aver ucciso illegalmente il tribuno Saturnino ai tempi di Mario) presentò una legge per restituire alle tribù il diritto di eleggere a quella dignità, secondo le norme osservate prima della rivoluzione di Silla. Morto Metello, Cesare si offrì candidato a pontefice massimo. Si presentarono pure Catulo, decano del Senato, e Publio Servilio Isaurico: questi e Catulo erano i personaggi più illustri e potenti che ci fossero allora in Senato. Cesare, sebbene fosse stato pontefice fin dalla prima gioventù, era conosciuto per uomo gaudente, intrigante in politica, affogato nei debiti, ateo. La elezione di lui non era quindi che un saggio di forza politica, ed era ritenuta così certa, che Catulo, primate dei senatori (e lo sarà ufficialmente, come princeps senatus, dal 70, appena ripristinata questa carica tradizionale prima di Silla) tentò di persuaderlo a ritirarsi, offrendo di pagargli i debiti; ma Cesare rifiutò risolutamente, dicendo che se avesse avuto bisogno di altri danari, li avrebbe presi in prestito. Egli credeva probabilmente che il Senato avrebbe contrastato la sua elezione con la forza, poiché il giorno dell'elezione lasciò la madre Aurelia dicendo:<< Oggi tornerò pontefice massimo, o non tornerò affatto>>. Conseguì un successo trionfale, ed anche nelle tribù a cui appartenevano i suoi avversari ottenne più voti di quanti essi non contassero in tutte. Nessun fatto può più di questo provare la forza che aveva riacquistato il partito popolare sotto l'accorto ma invisibile governo di lui. Merita di essere osservato che in quest'anno era nato il nipote di sua sorella, Caio Ottavio, il quale raccolse il frutto di tutti i suoi ambiziosi sforzi.

Dopo l'elezione a Pontefice Massimo Cesare si trasferì, come abitazione prescritta alla carica, dalla sua casa nella Suburra alla Regia Pontificis, la casa del Pontefice nel centro del Foro Romano, sulla via Sacra ee di fronte al tempio di Vesta e alla casa delle Vestali. A dire il vero, Svetonio dice semplicemente che Cesare, dopo l'elezione, si trasferì nell'abitazione ufficiale sulla via Sacra ("media Sacra via"), e alcuni studiosi pensano che la dimora effettiva dei Pontefici Massimi non fosse sempre la Regia ma una parte della casa delle Vestali, detta domus publica, restando la regia un piccolo edificio rituale. Comunque sia, la regia era l'abitazione del Pontefice Massimo fondata da Numa Pompilio. Fu distrutta da gravi incendi nel 365 e nel 148 a.C. ma ricostruita. Sarà poi completamente ricostruita durante il Pontificato di Augusto, dopo di che la sede del Pontefice si trasferì ufficialmente sul Palatino. Nella Regia, che i Romani consideravano luogo sacro, si riuniva il collegio dei Pontefici, si conservavano venerati sacrari e gli archivi dei pontefici. Sulle pareti esterne dell'edificio si affiggevano i calendari ufficiali, i nomi dei magistrati, i prezzi dei viveri e l'elenco dei fatti più notevoli dello Stato. Di tali elenchi, chiamati Fasti, si conservano numerosi frammenti nel palazzo dei Conservatori col nome perciò di Fasti Capitolini.

CONSOLATO DI CICERONE - 63 a.C.

Il 63 fu l'anno memorabile del consolato di Cicerone, di cui parleremo tra breve a proposito di Catilina. Per contrastare Catilina, Cicerone era stato eletto console. L'altro console era Caio Antonio, figlio minore del famoso oratore Marco Antonio, che, già sicuro della propria elezione (anche se prevalse su Catilina solo per pochi voti), propendeva per una alleanza con la fazione di Catilina. Il Senato, che inizialmente diffidava di un uomo oscuro come Cicerone, non ebbe di meglio che appoggiarlo nell'elezione. E, appena eletto, Cicerone si strinse agli interessi dei senatori, giustificando così la loro scelta. Per distaccare Antonio da Catilina, Cicerone cedè spontaneamente al collega la lucrosa provincia di Macedonia, avuta dal sorteggio.

Ma oltre che contro Catilina, di cui ancora non si conoscevano gli oscuri disegni della seconda e più pericolosa congiura, Cicerone dovette lottare con altre difficoltà. Erano fra i tribuni della plebe di quell'anno due uomini del partito di Cesare: Quinto Servilio Rullo e Tito Azio Labieno. Poiché i tribuni entravano in carica circa un mese prima dei consoli, Rullo aveva già proposto una legge agraria che ridava vita alla politica di Cinna e distribuiva ai cittadini poveri le terre pubbliche della Campania. La devozione di Cicerone per i suoi nuovi amici senatori si mostrò nello zelo con cui combatté questo disegno. Nelle calende di gennaio, giorno in cui entrò in carica come console, Cicerone parlò in Senato contro la legge e fece poi tre orazioni "De Lege agraria" nel Foro. Egli si illuse che in grazia dei suoi sforzi Rullo ritirasse la proposta; ma è probabile che a Cesare, vero autore della legge, poco importasse vincerla: infatti, proponendola, si rendeva popolare; ed obbligando Cicerone a combatterla, faceva perdere all'oratore gran parte della popolarità.

Subito dopo Cesare si servì di Labieno per combattere il potere arbitrario che il Senato assumeva nelle contingenze pericolose. Tale potere arbitrario consisteva nel "senatusconsultum ultimum", non legge ma semplice decreto del Senato, e non rivolto a tutti, ma solo ai magistrati dello Stato, con il quale si conferiva a un console, senza elezione, una dittatura straordinaria e una legge di guerra in caso di estrema gravità per la Repubblica. L'arbitrarietà del decreto si vide dal numero di volte in cui, quando dei tribuni della plebe (ad esempio i Gracchi, oppure Saturnino) o un console plebeo (ad esempio Caio Mario) ottenevano un consenso politico più ampio per leggi non gradite al Senato, tali dittature improvvise servirono a uccidere, senza garanzie costituzionali, gli avversari politici dichiarati "nemici pubblici". Proprio per quanto avvenuto per sedare la sommossa di Saturnino, Labieno, lo zio del quale era morto a fianco di Saturnino, accusò il vecchio senatore Caio Rabirio di aver ucciso incostituzionalmente il tribuno. Si sapeva benissimo che il vero autore dell'uccisione era stato un servo, il quale aveva ricevuto pubblicamente il premio dei suoi servigi. Ma Rabirio era stato certo uno degli assalitori; per cui fu accusato di lesa maestà (perduellio), cioè di violazione della sacra inviolabilità dei tribuni della plebe e delle garanzie popolari. Se Rabirio veniva giudicato colpevole, chiunque in seguito avesse obbedito al Senato prendendo le armi per azioni violente contro gli oppositori politici poteva essere soggetto a simili accuse. La causa fu trattata davanti ai DUUMVIRI (fin dal tempo dei re, per i crimini di omicidio esistevano questi duumviri perduellionis- che potevano decidere la messa a morte subito- e i quaestores par(r)icidii, che però potevano condannare a morte solo davanti al populus in contione- popolo in assemblea-, quando ancora non esisteva la PROVOCATIO AD POPULUM- appello al popolo), uno dei quali era Lucio Cesare, console dell'anno precedente, e l'altro lo stesso Gaio Giulio Cesare. Ortensio e Cicerone difesero il vecchio senatore. Si riteneva impossibile che Cesare condannasse Rabirio, in quanto lo stesso Caio Mario aveva condotto l'assalto contro Saturnino. Mario aveva accettato tale incarico anche dei senatori suoi avversari politici, contro la violenza che Saturnino, resistendo in Campidoglio, ormai faceva financo al popolo che ora più non lo appoggiava. E Mario promise ai catturati un processo regolare, difendendoli da una turba che li voleva linciare. Purtroppo il linciaggio riuscì lo stesso, scardinando il tetto della prigione.

Comunque sia, nel giudicare Rabirio Cesare non si pose alcuno scrupolo, e i duumviri giudicarono colpevole il senatore. Questi si appellò all'assemblea del popolo (provocatio ad popolum- l'appello al popolo): Cicerone, vestito con gli abiti consolari, si fece innanzi per difenderlo. Sebbene gli fosse concessa solo mezz'ora per fare la sua orazione, egli condensò in quel breve spazio di tempo una difesa difficilmente confutabile ed avrebbe potuto ottenere l'assoluzione del suo cliente. Ma la plebe era ansiosa di umiliare il Senato ed era pronta a votare secondo le passioni che l'animavano. Rabirio sarebbe stato quindi certamente condannato se Quinto Metello Celere, pretore urbano, secondo una usanza invalsa dalle prime guerre contro gli Etruschi, non avesse afferrato la bandiera che sin dai tempi antichi sventolava sul Gianicolo mentre si tenevano i comizi: con questo segnale, che indicava simbolicamente l'avvicinarsi dei nemici, i comizi centuriati fungevano immediatamente da esercito sotto imperio militare, interrompendo qualsiasi attività e libertà civile. Si interruppe quindi, anche per Rabirio, l'attività del tribunale del popolo. Ma Cesare aveva ben conseguito il suo scopo. La classe di governo nobiliare aveva subìto un' umiliazione e si era messo in discussione il suo diritto di mettere fuori legge i presunti sediziosi.

Cicerone perse ancor più la grazia del popolo per l'opposizione, a lui riuscita, verso il tentativo di reintegrare nell'eredità i figli di coloro che erano stati posti da Silla nella lista dei proscritti. Egli giovava così ai senatori, escludendo dai comizi i loro mortali nemici; ma si creava  molte inimicizie personali, e sosteneva un partito che non aveva altra scusa se non la necessità. Abbiamo infatti già visto il crescere del consenso popolare verso Cesare, consenso messo quanto mai in evidenza dalle modalità della sua elezione a pontefice massimo.

 

 

CATILINA  65-62- CICERONE CONSOLE - 63 a.C.

L'anno dell'edilità di Cesare era stato contraddistinto dall'apparizione di un uomo destinato a pessima fama, Lucio Sergio Catilina. L'anno della pretura di Cesare, il 62, vedrà lo smascheramento della congiura di Catilina, la condanna a morte dei suoi complici e la sua sconfitta in battaglia.

Per qualche tempo dopo la morte di Silla, la stanchezza e il desiderio di quiete, che succedono sempre ai rivolgimenti politici, avevano indotto tutti i cittadini ad accettare il governo stabilito dal dittatore. Ma varie classi di persone se ne erano trovate male. Innanzitutto le famiglie proscritte da Silla coltivavano il pensiero di potere ricuperare quello che avevano perduto; e l'entusiasmo, mostrato quando Cesare rialzò i trofei di Mario, rivelò ai senatori le speranze dei loro nemici politici. In secondo luogo, gran numero di persone, già affezionate a Silla, partecipavano dello scontento del partito mariano. Il dittatore aveva lasciato tutto il potere effettivo a poche grandi famiglie; e poiché le creature sue ebbero agio di ammassar denaro, ma furono prive di prestigio e autorità politica, gli uomini nuovi che sotto Silla avevano goduto una passeggiera grandezza si trovarono ridotti all'oscurità. Indifferenti come gente arricchita in un tratto, essi avevano dilapidato le proprie fortune con la stessa leggerezza con cui le avevano acquistate. La massima parte di costoro erano soldati, pronti ad ogni violenza, e mancanti solo di capi. E i capi si trovarono tra i dissoluti membri di nobili famiglie, esclusi al par di loro dai consigli degli uomini, piccoli di mente, ma rispettabili, che componevano il senato ed amministravano la repubblica. Di codesti giovani patrizi, licenziosi, effeminati e sanguinari, Cicerone parla con orrore nelle sue lettere (ad esempio: ad Attico, I, 49, sgg.; II, 7, 3).

Il più notabile di questi avventurieri era Catilina. Nato da una antica gente patrizia, egli si era segnalato per valore e per crudeltà nell'ultima guerra civile, dalla parte di Silla. Si diceva che in tale occasione egli avesse ucciso il proprio fratello e si fosse assicurato l'impunità facendo scrivere il nome della vittima nella lista dei proscritti. Si diceva inoltre che, avendo una bella e dissoluta matrona, chiamata Aurelia Orestilla, rifiutato di sposarlo, perché egli aveva un figliolo natogli da un primo matrimonio, questo fanciullo, in modo misterioso, cessasse presto di vivere.

Ma, nonostante i suoi delitti, le qualità personali di Catilina gli davano grande autorità sopra tutti coloro con cui conversava. Dotato di una gagliardìa e una operosità tali da renderlo superiore ai soldati negli esercizi militari e capace di lottare con abili gladiatori colle medesime loro armi; di franche maniere, talché non si sa che abbia mai abbandonato gli amici; non è strano che con tali apparenze di virtù egli ingannasse molti ed ottenesse ascendente su moltissimi. Nel 68 fu eletto pretore; ed avuto nell'anno seguente il governo della provincia d'Africa, vi passò due anni commettendo tutti i delitti di cui si solevano macchiare molti governatori romani delle province: concussioni, rapine, arbitrii. Nell'anno dell'edilità di Cesare, Catilina fu accusato da Publio Clodio Pulcro. Egli avrebbe voluto chiedere in quell'anno il consolato; ma la legge vietava di farsi avanti se vi era una accusa pendente. Rimase così irritato per quest'ostacolo, che macchinò una nuova rivoluzione.

LA PRIMA CONGIURA - 64 a.C.

Avendo i più autorevoli senatori, desiderosi di ristabilire il decoro esterno, sostenuto una severa legge proposta da Lucio Calpurnio Pisone per impedire i brogli elettorali, Publio Cornelio Silla e Publio Autronio Peto, consoli eletti per il 65, furono in virtù di questa legge accusati e riconosciuti colpevoli. Si annullò l'elezione loro, e gli accusatori vennero creati consoli dal senato, senza formalità di elezione. Catilina, trovato Autronio pronto a reagire, ordì con lui e con un altro giovane (e dissoluto) patrizio, chiamato Gneo Pisone, una congiura per uccidere i nuovi consoli nelle kalende (il primo giorno) di gennaio, quando essi entravano in carica, ed impadronirsi del potere supremo. Si dice che la cosa non avesse effetto solo perché Catilina diede il segnale dell'assalto prima che i sicarii armati si fossero raccolti in numero sufficiente.

Catilina fu giudicato e assolto, senza dubbio perché Publio Clodio a bella posta condusse male il processo. Ci stupisce leggere una lettera privata di Cicerone, in cui l'oratore esprime il proposito di farsi avvocato di Catilina. Cicerone dice, per scusarsi, che dovendo egli, nell'anno appresso, chiedere il consolato, Catilina, se assolto, sarebbe stato suo competitore, ed essere meglio averlo amico che nemico. Questo basta a dimostrare la grande autorità di Catilina; poiché nello stesso tempo Cicerone dichiara che la colpevolezza di lui era chiara come la luce del sole.

Ed infatti vi era ragione di temere il buon successo di Catilina. Di sei candidati suoi emuli, cinque erano uomini ignoti. Il sesto era Cicerone, poco accetto alla nobiltà non solo per la oscura origine di cavaliere ma soprattutto perché, fino ad allora, anche col processo contro Verre, si era dimostrato politicamente un fermo oppositore del Senato. Quest'ultimo, pur di fermare il temuto Catilina, non aveva però adesso di meglio da scegliere. Cicerone era anche sostenuto dai cavalieri, dagli amici di Pompeo, che egli aveva servito con la sua orazione per la legge Manilia e con l'aiuto alla legge di Cotta, proposta nel 70 su richiesta di Pompeo dal pretore urbano Lucio Aurelio Cotta e che tolse il monopolio delle giurie dei tribunali ai senatori tripartendole tra senatori, cavalieri e tribuni erarii (questi ultimi forse 350, uno per centuria, ma in origine solo uno per tribù per riscuotere il tributum). Il favore popolare e soprattutto il sostegno dell'aristocrazia daranno a Cicerone il maggior numero dei voti. Dopo l'elezione, come già ricordato, Cicerone dimostrerà ai senatori di aver ben riposto in lui la loro fiducia, perché favorì tutti i loro disegni politici. L'altro console fu Caio Antonio, figlio del grande oratore, che tendeva all'alleanza con Catilina e che lo superò solo per i voti di pochissime centurie. Cicerone tenterà di allontanare Caio Antonio dall'alleanza con Catilina, favorendolo nel governo della ricca provincia della Macedonia.

Si dice che questa seconda delusione nella corsa al consolato abbia spinto Catilina alla (seconda) congiura. Ma i piani di Catilina furono tenuti talmente segreti che durante parecchi mesi non si scoprirà alcunchè dei suoi propositi.

 

 

PRETORE - 62 a.C.

Quale fu la parte presa da Cesare e da Crasso nella congiura di Catilina? Si suppone che entambi questi personaggi di rilievo conoscessero più o meno i disegni di Catilina; si dice che, se la prima cospirazione attribuita a Catilina fosse riuscita bene, gli uccisori dei consoli si proponevano di eleggere Crasso dittatore, e che Cesare doveva essere il magister equitum (maestro della cavalleria, antico termine per indicare il vice- dittatore). Molti hanno creduto alla reità almeno di Cesare, se non anche di Crasso.

Sembra davvero improbabile che Crasso abbia favorito un disegno che prevedeva la distruzione della città e a cui doveva seguire la rovina del credito pubblico. Crasso aveva costantemente impiegato in traffici e prestiti a usura le immense ricchezze accumulate durante le liste di proscrizione sillane. Quello che meno è desiderato da un banchiere, da un grosso commerciante e proprietario di palazzi e di interi quartieri di Roma è una rivoluzione violenta, accompagnata dalla rovina della proprietà o che promette l'abolizione dei debiti. Crasso non era privo di ambizione, ma egli non soddisfaceva mai con danno del proprio patrimonio la cupidigia di potere.

Contro Cesare l'accusa ha, a prima vista, più verosimiglianza. Secondo Sallustio, Catone avrebbe fatto credere che il desiderio di Cesare di risparmiare ai cospiratori la pena di morte (commutandola in confisca dei beni e prigione a vita) provenisse dalla sua complicità con essi. Cesare sostenne in senato contro Catone l'illegittimità della condanna a morte dei catilinari senza il ricorso ai comizi. Cesare era allora pretore in carica, cioé uno dei giudici supremi dei tribunali repubblicani: la sua posizione era giusta dal punto di vista costituzionale e giuridico. Marco Catone ridiede fermezza alla decisione dei vacillanti senatori, ma Cesare fu tanto insistente che fu minacciato di morte dai cavalieri di guardia alla Curia. Il Senato tolse allora a Cesare la carica di pretore, accusandolo di aver spinto il tribuno della plebe Cecilio Metello a proporre leggi sovversive, soprattutto contro Cicerone, che Cesare accusava di illegalità per aver giustiziato i catilinari senza processo regolare, cioè senza il diritto di appello al popolo, valido per tutti i cittadini romani. Così Svetonio descrive l'episodio in cui a forza fu tolta a Cesare la pretura: <<Cesare ebbe il coraggio di rimanere al suo posto e di continuare a giudicare [il pretore era anche un giudice di tribunale, NdR]; ma, quando seppe che c'era chi era pronto a impedirglielo con la forza e con le armi, licenziati i littori [a due littori aveva diritto come pretore], si rifugiò di nascosto a casa, col proposito di starsene quieto, data la situazione del momento. Calmò anche una motitudine di persone che del tutto spontaneamente due giorni dopo si erano radunate davanti a casa sua e gli promettevano tumultuosamente di aiutarlo a recuperare la sua carica. Il Senato, che si era riunito d'urgenza per quell'assembramento di popolo, veduta la condotta di Cesare del tutto diversa da quella che si sarebbe aspettato, lo mandò a ringraziare, e invitatolo nella Curia, lo colmò di lodi, gli restituì la carica e cancellò il precedente decreto>>.

Sempre nell'anno in cui Cesare era pretore, un uomo chiamato Lucio Vettio, adoperato come spia da Cicerone, offrì di presentare una lettera di Cesare a Catilina che provava la colpevolezza di quello. Anche il console Quinto Curio denunziò la complicità di Cesare con Catilina. Cicerone ed i senatori più prudenti fecero subito porre fine a questi discorsi. Ma Cesare non fu soddisfatto, ed in pieno senato intimò l'ex- console a narrare quel che sapeva intorno a ciò. Cicerone sorse e disse che Cesare, lungi dall'essere implicato nella congiura, aveva fatto tutto quanto poteva un buon cittadino per cooperare a reprimerla. Ma il popolo, udito di che si trattava al senato, accorse alle porte della curia gridando voler salvo Cesare. Egli si mostrò, e fu entusiasticamente applaudito dal popolo tranquillizzato. Soltanto per l'intervento di Cesare Vettio non fu fatto a pezzi: fu gettato in carcere dopo che il popolo gli ebbe saccheggiata la casa e lo ebbe quasi linciato.

In verità nessun indizio vi era per provare la complicità di Cesare con Catilina; e più si esamina la cosa, meno sembra probabile una tale complicità. Cesare aveva, per distruggere il potere della nobiltà, scelto una maniera così fortunata e intelligentemente politica, che non poteva abbandonarla per abbracciare un disegno temerario e violento, il cui vantaggio principale sarebbe stato goduto da altri. Catilina, anche se avesse conseguito l'intento, sarebbe stato vinto da Pompeo, che proprio allora tornava in Italia alla testa delle sue vittoriose legioni. Del resto ben si spiega il desiderio di Cesare di salvare la vita a Marco Lentulo Sura, pretore urbano durante la congiura, a Caio Cetego e agli altri catilinari arrestati, se si pensa che egli aveva poco prima promosso l'accusa contro Caio Rabirio, reo di aver ucciso il tribuno della plebe Saturnino senza processo regolare, senza il regolare diritto di appello al popolo e con l'arbìtrio del potere senatorio. Come capo del partito popolare, Cesare doveva sempre e comunque contrastare l'autorità assoluta presa dal Senato, come contraria alla costituzione e alle leggi. E' possibile che egli avesse notizia dei disegni di Catilina e che questo avventuriero politico lo avesse tentato, conoscendolo come avversario del Senato. Ma, senza voler attribuire a Cesare qualsiasi fama di probità, possiamo con sicurezza concludere che non gli conveniva trattare con Catilina, da cui dissentiva in tutto sui metodi, e possiamo ritenere certo che egli non era uomo da lasciarsi associare a un'impresa temeraria che non fosse per tornargli utile.

 

 

PROPRETORE IN SPAGNA - 61 a.C.

Nel 61 Cesare divenne propretore nella Spagna Ulteriore, dove era già stato come questore. Egi partì per questa sua nuova destinazione in grande fretta, senza aspettare che il Senato confermasse la nomina, poiché a Roma era assediato da molti creditori. Ricorda Plutarco: <<Non era un compito facile sistemare i creditori che alzavano la voce e gli impedivano di partire. Ricorse a Crasso, che era allora l'uomo più ricco di Roma e aveva bisogno del vigore e del calore dell'attività politica di Cesare per combattere Pompeo. Crasso prese su di sé gli impegni di Cesare verso i più accesi e implacabili suoi creditori, facendosi garante per una somma di ottocentotrenta talenti; così Cesare poté partire alla volta della sua provincia. Si racconta che, mentre la comitiva valicava le Alpi, passò accanto a una cittadina di barbari, squallida e abitata da pochissime persone. I compagni, così per dire, esclamarono ridendo: "Chissà se anche qui i potenti del luogo ambiscono alle cariche pubbliche, e lottano e disputano tra loro per ottenere il primato fra i cittadini". Cesare rispose loro, serio: "Io, comunque, preferirei essere il primo fra costoro che il secondo a Roma">>.

Appena arrivato in Iberia, Cesare si mise subito al lavoro e in pochi giorni raccolse dieci reparti in armi da aggiungere ai venti preesistenti.

Seguiamo ancora Plutarco: <<Compì con essi una spedizione militare contro i Callaici e i Lusitani, li sbaragliò e li incalzò fino all'Oceano, sottomettendo le nazioni che prima non erano soggette al giogo romano. Se concluse vantaggiosamente la guerra, non meno vantaggiosamente stabilì la pace, sia istituendo la concordia tra le città del paese, sia e soprattutto sanando le contese tra i debitori e i creditori. A questo scopo dispose che i creditori prelevassero annualmente due terzi delle entrate dei debitori, e del terzo rimanente potessero disporre i proprietari; così si sarebbe fatto di anno in anno fino all'estinzione del debito. Questi provvedimenti fecero sì che, quando lasciò la provincia, era ormai famoso, era diventato ricco lui e aveva arricchito i soldati attraverso le campagne militari, per le quali fu anche acclamato "imperator" [comandante in capo per acclamazione, NdR]>>.

Svetonio dice che un lato negativo di Cesare era il suo eccessivo interesse al denaro, e sia lui che gli altri storici antichi ne parlano, così come anche di Crasso, in termini che richiamano quelli di un moderno "avventuriero" capitalista, di un uomo "fattosi da sé", che mirava troppo in alto e rischiava molto nella finanza e nei debiti come anche in altri aspetti della vita ("Cesare, il grande giocatore", come ha intitolato di recente la sua biografia Antonio Spinosa). Essendo Cesare un abile calcolatore, un giocatore astuto e un politico sempre con i piedi saldamente in terra, oltre che di carattere tendenzialmente generoso e prodigo, il suo attaccamento al denaro si spiega soprattutto: 1) con la necessità di capitali per finanziare la sua lotta politica, le campagne elettorali, i giochi del circo e grandi lavori pubblici, procurandosi il favore della plebe di Roma- finanziamenti che il suo ricchissimo alleato Crasso non gli fece mancare; 2) con la necessità di finanziare anche le sue campagne militari non favorite dal Senato di Roma; 3) col bisogno di far fronte ai numerosi debiti contratti nei periodi meno propizi, e allo stesso tempo promuovere la politica- tipica per l'epoca- della parte democratica mariana e plebea, di mitigare una politica dei debiti che nella Repubblica oligarchica era stata durissima (con pene di carcere e di schiavitù per debiti) verso i piccoli contadini e i ceti meno abbienti. All'inizio del terzo libro dei Commentarii sulla Guerra Civile, Cesare espone, anche propagandisticamente, una sintesi della sua linea economica e politica a proposito: punti che fanno parte dei princìpi etico- politici del programma cesariano: il rispetto della proprietà ma anche delle esigenze dei debitori, l'equità e la riconoscenza verso i propri sostenitori, la generosità verso tutti, il rispetto della norma giuridica. In primo luogo compare la volontà di rassicurare i ceti abbienti e i creditori dal pericolo, sempre incombente durante le grandi crisi economiche e politiche di Roma, di una cancellazione dei debiti; ma insieme di non spingere alla rovina e alla disponbilità verso qualsiasi politica di avventura i debitori, la cui parziale solvibilità veniva ancorata ad un estimo dei loro beni e livello pre-bellico e inflazionistico. Cesare si presentava così ai ceti ricchi e ai possidenti italici non meno che agli strati sociali rovinati dalle guerre e a quelli tradizionalmente poveri, come un imparziale conciliatore e non come un avventuriero anarchico né come un sostenitore delle strutture economiche tradizionali. Cesare non voleva la cancellazione totale dei debiti, ma, come ricorda nel capp. 32- 33 sempre del III libro del Bellum civile, tiene conto delle esigenze dei debitori (contro le "gravissimae usurae"), trascurati dal Senato e dai seguaci di Pompeo, il suo avversario. Del resto tutta la politica di Cesare fu sempre volta a un fiscalismo bilanciato, che servisse gli interessi dei debitori senza danneggiare l'equilibrio e l'economia dello Stato. Importante in questo ad esempio il suo atteggiamento verso Celio Rufo, come sottolineato da Luca Canali. Rufo era un cesariano di "estrema sinistra", il quale a un certo punto assunse la difesa dei debitori, pretendendo che questi non pagassero più i loro debiti, e si mise alla testa del movimento; tentò una insurrezione, alleandosi con Milone, che era invece un rappresentante della "estrema destra" dello schieramento politico romano. Fu una specie di "blocco delle opposizioni", sulla questione dei debiti, contro Cesare. Nei confronti di Celio Rufo, Cesare, solitamente così clemente anche verso i più accaniti avversari, fu spietato: l'insurrezione "anarchica" e demagogica fu soffocata nel sangue. Si vede in questo un esempio della coerenza, o spregiudicatezza, verso la linea politica che Cesare giudicasse più giusta, e quindi da perseguire inflessibilmente. Ugualmente, il non diretto coinvolgimento di Cesare nella seconda congiura di Catilina (coinvolgimento che in nessun modo riuscì agli antichi di provare), ha una sua ferrea logica politica nel fatto che Catilina propugnasse la totale cancellazione dei debiti. Anche da un punto di vista “iper-critico”, cioè con un concetto di sinistra più tradizionale non certamente indulgente col capitalismo perché sempre e soltanto conservatore, e quindi con una valutazione secondo noi troppo “indistinta”, la lucida analisi politica di Luciano Canfora (Giulio Cesare, il dittatore democratico, Laterza 1999) coglie tuttavia nel segno sulla figura di Cesare: Canfora condanna inesorabilmente i cesaricidi non solo per la loro miopia verso la società romana contemporanea e la loro ignoranza verso le reali forze e prospettive economiche di quella società, ma soprattutto perché “uccidendolo non si avvidero di aver eliminato il più lucido e lungimirante esponente del loro ceto”[5] 

La calcolata e spesso cinica mentalità "capitalistica" e finanziaria di Cesare (che vedeva nell'Egitto, oltre all'amore per la regina Cleopatra, il più moderno e avanzato sistema finanziario e bancario dell'epoca; modello da esportare così come l'urbanistica, la scienza astronomica e calendariale e financo un sistema statale centralizzato quasi "teocratico"), il rischiare da parte sua ingenti somme di denaro persino negli indebitamenti tra ricchi cavalieri e plebei visti come massa di manovra politica, ha fatto esprimere molti antichi con i termini, per lo più di riprovazione, che possiamo leggere in Svetonio: <<(Per l'eccessivo interesse al denaro) Quando era in Spagna come propretore, pagò alcuni suoi debiti con denaro mendicato dagli alleati, e saccheggiò alcune città della Lusitania, benché gli si fossero arrese. Anche in Gallia compì molti saccheggi, distruggendo delle città proprio con lo scopo di depredarle>>. <<Dimostrò amore per l'eleganza e lo sfarzo facendo distruggere completamente, sebbene fosse oberato di debiti, una sontuosa villa, perchè non rispondente in tutto ai suoi gusti; nelle sue campagne militari usava portarsi dietro pavimenti intersiati ed a mosaico; collezionava pietre preziose, oggetti cesellati, statue e quadri antichi, senza badare al prezzo>>. E ancora<< ...Non trascurò alcuna maniera di largizioni e di buoni uffici verso chiunque, tanto pubblicamente, quanto privatamente. Incominciò un Foro [il "Foro di Cesare", il primo al di fuori dell'area dell'antico Foro repubblicano] coi denari ricavati dalle prede, il cui pavimento costò oltre centomila sesterzi. Bandì al popolo un donativo e un banchetto,quale non si era mai visto, per onorare la memoria della figliola... I gladiatori più noti, se dagli spettacoli non avessero salva la vita, dava ordine che fossero scampati a forza dalla morte e riservati per sé... Il frumento, tutte le volte che ve ne fu abbondanza, distribuì senza modo e misura: talora donò ai soldati uno schiavo a testa di quelli presi in guerra. A tutti i suoi amici e aderenti e anche a molti senatori prestava denari o gratuitamente o con piccolissimo interesse, e quanti altri cittadini si presentavano a lui o invitati o spontanei, li colmava di ricchissimi doni: e non dimenticava neppure i liberti ed i servi, secondo che fossero nelle buone grazie del patrono o del signore. Anche gli accusati, gli indebitati e i giovani dissipati, in lui trovavano il più grande e il più pronto aiuto. A quelli poi, le cui colpe, povertà e lusso erano tanto grandi da superare qualunque aiuto, diceva apertamente che per loro ci voleva una guerra civile>>.

Che Cesare sia stato il più grande rivoluzionario borghese del mondo antico, come vide il Mommsen?

 

FIG. Denario d'argento di Cesare del 44 a.C. (egli aveva allora 56 anni). Peso della moneta, 4 gr., diametro 2 cm.  Sul retro, Venus Victrix.

CESARE E CLODIO - 61 a.C.

Nello stesso anno della sua propretura in Spagna, Cesare venne coinvolto nell'episodio della violazione, da parte di Publio Clodio Pulcro, dei misteri della Bona Dea, che la terza moglie Pompea celebrava nella sua casa. Cesare allora scagionò Clodio, che sarebbe stato per lui un alleato prezioso anche se scomodo. Clodio, un aristocratico che con una legge apposita del 58 ottenne di esser trasferito all'ordine plebeo per poter rivestire la carica di tribuno della plebe, rappresentava infatti l'ala più estremista e rivoluzionaria del movimento cesariano, come si vedrà proprio dal 58 al 52, nel periodo più buio degli scontri sociali a Roma (mentre Cesare era lontano, impegnato nella guerra gallica). Clodio costituì in quel periodo vere e proprie bande armate, reclutate tra la plebe urbana più povera e il sottoproletariato; bande a cui l'aristocratico Tito Annio Milone, di posizione estrema filo-oligarchica e senatoria, arruolando a sue spese anche un corpo di gladiatori, contrappose subito le proprie, anche esse per lo più di sottoproletari, in veri e propri scontri di strada pressoché quotidiani. Il 18 gennaio del 52, durante una di queste zuffe, però casuale e all'inizio quasi involontaria, Clodio sarà ucciso da Milone, che verrà processato e, solo per la ferma volontà di Pompeo, condannato e mandato in esilio a vita a Marsiglia.

La mossa di Cesare di scagionare Clodio fu dunque nel 61 anche politica, perché, come vedremo, nei primi tre mesi del 58, quando Clodio assunse il tribunato e mentre egli era lontano da Roma, Cesare utilizzerà il focoso tribuno della plebe per una politica di "dissuasione" e di allontanamento dalla città di chiunque potesse attraversare la sua politica.

Cesare, quando era pretore, aveva consentito che nella casa, spettante a lui come pontefice massimo, si celebrassero i misteri della Bona Dea, riti ai quali la legge permetteva alle sole donne di assistere. Il giovane Publio Clodio, noto in precedenza per aver fomentato una sedizione nell'esercito di Lucullo in Oriente nel 67 (era peraltro cognato del generale e appena ventunenne), sia che avesse già una relazione sia che aspirasse all'amore di Pompea, moglie di Cesare e figlia di Pompeo Rufo, genero di Silla, (nessuna parentela, quindi, con Pompeo), si introdusse nei recinti vietati travestito da cantatrice. Fu smascherato dalla voce, e la cosa risultò così grave che fu riferita in Senato: ma nulla venne fatto fino all'anno successivo. Clodio, sebbene questore, fu allora chiamato in giudizio ed allegò l'alibi. Cesare e Cicerone furono citati a deporre contro di lui, e Cesare, sebbene avesse ripudiato la moglie per tale fatto, disse di non sapere nulla delle cose che si dicevano di Clodio, e quindi indirettamente lo scagionò. Essendogli stato chiesto perché allora avesse ripudiato la moglie, diede questa risposta divenuta celebre:<< Perché sulla donna di Cesare non deve cadere neppure il sospetto>>. Da parte sua Cicerone, che detestava fermamente l'accusato, testimoniò di aver parlato il giorno stesso dell'oltraggio in Roma con Clodio. Distrutta così la prova dell'alibi, fece tener dietro alla propria testimonianza degli accesi discorsi in Senato. Sebbene la colpevolezza di Clodio fosse evidente, il processo venne condotto come una lotta politica; l'accusato fu assolto, e prima che Cesare diventasse console nel 59, concepì il desiderio di divenire tribuno della plebe forse anche per vendicarsi di Cicerone. Cosa che, come vedremo, avverrà.

 

FIG. Statua di Caio Giulio Cesare

 

FIG. Caio Giulio Cesare

Riguardo all'atteggiamento di Cesare, così ne parla Plutarco: <<Secondo alcuni scrittori Cesare era in buona fede quando parlò al processo, secondo altri volle ingraziarsi il popolo, il quale desiderava salvare Clodio a tutti i costi. Comunque sia, il giovane fu prosciolto dall'accusa, poiché la maggioranza dei giurati consegnò la scheda scritta in lettere confuse: pensarono di evitare così il rischio che avrebbero corso ad opera del popolo, se lo avessero condannato, e la disistima che avrebbero avuto di loro i nobili, se l'avessero assolto>>.

Comunque sia, ciò che cominciava a emergere, per il partito democratico romano e con la figura, anzi, la cometa di Giulio Cesare, era il prendere sempre più le distanze da forme di estremismo, e soprattutto la perennità democratica del Capitalismo.

La nostra analisi sul personalismo (vale a dire sulla sete di potere personale) di Cesare, sicuramente inferiore alla priorità da lui data agli interessi del suo partito, delle classi sociali medie e basse che esso rappresentava e al programma politico complessivo di tale partito, si discosta, purtroppo, da analisi storiografiche e biografiche anche recenti (a parte Luca Canali). E si differenzia, la nostra analisi, persino da quella del più grande ammiratore di Cesare come rivoluzionario filo-borghese (liberale) e lungimirante riformatore, il grande Theodor Mommsen, nel brano che ora citiamo, dal titolo: Piani per l'introduzione di una dittatura militare-democratica. "Mentre i democratici qualificavano pubblicamente l'assente generale (Giulio Cesare) come il capo e l'orgoglio del loro partito e sembravano dirigere tutti i loro dardi contro l'aristocrazia, sottomano si armavano contro Pompeo; e questi tentativi della democrazia di sottrarsi alla minacciata dittatura militare hanno storicamente un significato molto maggiore che non la strepitante agitazione contro la nobiltà, che per lo più non serviva che di maschera. È vero che questi moti avvenivano nelle tenebre, in cui la nostra tradizione non lascia penetrare che qualche debole raggio passeggero, poiché non solo i contemporanei, ma anche i posteri avevano le loro ragioni per stendervi sopra un velo. Però tanto la condotta quanto la mira di questi sforzi sono in complesso perfettamente chiari. Il potere militare non poteva essere tenuto efficacemente in iscacco se non da un altro potere militare. L'intenzione dei democratici era di impossessarsi delle redini del governo, come avevano fatto Mario e Cinna, di affidare quindi ad uno dei loro capi, sia con la conquista dell'Egitto, sia con la luogotenenza della Spagna, una carica ordinaria o straordinaria, e di trovare in esso e nel suo esercito un contrappeso contro Pompeo e l'esercito di lui. Per giungere a questa meta essi avevano bisogno di una rivoluzione, diretta apparentemente contro il governo nominale, in realtà contro Pompeo quale designato monarca; e per mandare ad effetto questa rivoluzione, la congiura dal tempo dell'emanazione delle leggi gabinio-manilie sino al ritorno di Pompeo si tenne in permanenza a Roma. La Capitale era in un'angosciosa inquietudine. Lo spirito abbattuto dei capitalisti, il ristagno dei pagamenti, i frequenti fallimenti erano precursori della fermentante rivoluzione, la quale sembrava dover condurre seco al tempo stesso una posizione affatto nuova dei partiti. Il colpo della democrazia che, lasciando da una parte il senato, mirava a Pompeo, fece succedere un ravvicinamento fra questi e il senato. Ma la democrazia, cercando di contrapporre alla dittatura di Pompeo quella di un uomo da essi ben visto, in sostanza riconobbe essa pure il governo militare e si servì infatti di Belzebù per cacciare il diavolo; la questione di principi le si era cambiata sotto mano in una questione personale". (da Storia di Roma antica, III/I, Sten, Torino, 1925, pp. 142-143). Ma ci conforta enormemente nelle nostre tesi che qui non Cesare individualisticamente punta sul suo esercito personale per contrapporsi a Pompeo, ma è al contrario il suo partito democratico a cercare di proporgli un esercito appunto democratico con cui contrastare Pompeo, ora identificabile con l'oligarchia senatoria.

Evitare di leggere i capitoli su Giulio Cesare in Lane Fox Robin, The Classical World , London 2005 (ed.ital. IL MONDO CLASSICO, Laterza, Torino 2007), che tra l'altro nella bibliografia su Annibale non cita neppure il Seibert.

 

 

FIG. Conquiste di
 Giulio Cesare

FIG. L'Impero
 Romano

LETTERA DI SALLUSTIO A CESARE- LATINO

LETTERA DI SALLUSTIO A CESARE- ITALIANO

CRONOLOGIA SINTETICA in L. CANFORA, GIULIO CESARE – IL DITTATORE DEMOCRATICO, Bari 1999, p. 447-474 (a/c Pasquale Massimo Pinto).(Si rinvia al volume per le fonti indicate ad ogni data: a titolo esemplificativo riproduciamo solo quelle relative alla prima parte).

NOTA  Per gli avvenimenti della vita di Cesare fino alla fine delle campagne galliche disponiamo per lo più di date indicative. Per gli anni della guerra civile, invece, le fonti, e i commentari in primo luogo, forniscono spesso indicazioni cronologiche precise, In questi casi le date si riferiscono, nell'ordine, al calendario pregiuliano e al calendario giuliano (secondo i sistemi di Le Verrier e Groebe). Il calendario pregiuliano, basato sull’anno lunare (355 giorni), prevedeva l'aggiunta di un mese intercalare di 22 (o 23) giorni ogni due anni, in modo da ottenere, in un ciclo di quattro anni, un anno della durata media di 366 giorni e realizzare così l’adeguamento all’anno solare. L’arbitrarietà delle intercalazioni, di competenza dei pontefici massimi, aveva per determinato un progressivo sfasamento tra calendario civile e calendario astronomico. Solo la riforma cesariana attuata nel 46 consentì , a partire dal 1° gennaio 45, la completa e definitiva parificazione tra i due calendari (per i problemi relativi al calendario romano si veda ora P. Brind’Amour, Le Calendrier romain. Recherches chronologiques, Ottawa 1983). Per stabilire l’equivalenza cronologica tra date pregiuliane e date giuliane si ricorre a due diversi sistemi di riduzione, elaborati da U. Le Verrier (sistema adottato da Napoleone III, Histoire de Jules César, vol. II, Paris 1866, pp. 456-84) e da P. Groebe (in W Drumann e P. Groebe, Geschichte Roms in seinem Übergange von der republikanischen zur monarchischen Verfassung, Leipzig 19062, vol. III, pp. 753-827). Le abbreviazioni delle fonti degli avvenimenti si trovano alla fine della Cronologia.

 



[1] Su Silla come sinonimo di “infame” fino dall’antichità, cfr. Ettore Lepore, La crisi della nobilitas: fra reazione e riforme”, in SII p.740, saggio da noi digitalizzato in Appendice al nostro intero lavoro.

[2] <<Montava un bellissimo cavallo, con le zampe di forma quasi umana, e con le unghie solcate da dita. Gli era nato nelle sue stalle, e gli auspici gli avevano pronosticato l'impero del mondo. Questo animale allevò con gran cura, né altri che lui riuscì a cavalcarlo. Gli innalzò in seguito anche una statua nel tempio di Venere genitrice>> (Svetonio).

[3] Bisogna considerare la grande fioritura di arte e di cultura nel mondo romano nel periodo da Cesare ad Augusto: dai poetae novi, certo talvolta anticesariani (forse solo perché intimisti e non politici, ma comunque con enorme novità rispetto al mondo letterario tradizionale, e in netto contrasto con certe posizioni antielleniche del conservatorismo senatorio), alla prosa e poesia razionali di un Cesare e di un Lucrezio, all'oratoria impetuosa e politica- e all'inizio non filosenatoria- di un Cicerone, all'opera patriottica e nazionale di Virgilio, di Orazio e di Properzio nelle sue ultime elegie "civili", al tono dimesso e misurato ma mai elitario di un Orazio, alla scienza degli ingegneri e degli architetti di Cesare e di Augusto. Per fare un paragone con tale impetuosa fioritura artistica e culturale si pensi alla ricca produzione del nostro Risorgimento, al nostro movimento romantico patriottico, da Foscolo a Berchet a Manzoni a Carducci. Con quella ricca fioritura di prose, di ballate, di inni che esaltavano la libertà e l'unità nazionale contro la reazione austriaca e papalina (dall'oratoria di Mazzini alla musica di Giuseppe Verdi). E su tutto ciò, novelli Cesari, l'abilità politico-militare di un Cavour da una parte e di un Garibaldi dall'altra, che convergevano allo stesso fine.  Un percorso culturale anticipato dal Parini e concluso (quasi "esaurito", ma in realtà "suggellato") dal Carducci. In quanto alla massima "scienza", la cultura ellenistica fu portata in Roma a piene mani da Cesare soprattutto nel campo urbanistico, calendariale e finanziario.

[4] Per le vittorie di Mario ad Aquae Sextiae sui Teutoni e a Vercellae sui Cimbri, vedere il pittoresco ma efficace racconto di S. Fischer- Fabian “I Germani”, Locarno 1975 (ed.it. Garzanti 1985 pagg. 39- 58).

[5] Osservazione acutamente messa in risalto anche da Sergio Valzania (“Il Cesare di Canfora- una grande biografia politica”, in “Agonistica- Strategia&Tattica” n.2 dicembre 1999, pag.21), che loda la equilibrata attualizzazione politica della figura di Cesare da parte di uno dei massimi studiosi delle fonti antiche oggi viventi.