VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> XIV

13. ANTONELLI GIUSEPPE, Crasso. Il banchiere di Roma, Roma 1986

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….. Il nome gentilizio Licinio ci informa che il nostro personaggio apparteneva a quella che è forse la più grande stirpe di nobiltà plebea della Roma repubblicana. I Licinii erano etruschi di origine e per il numero delle loro ramificazioni familiari, per potenza politica ed economica, reggono il confronto con l' altra grande stirpe romana, quella dei Cornelii, che non erano però plebei ma patrizi. La contrapposizione Licinii- Cornelii, nobili plebei-patrizi, non vuole introdurre l' annoso problema delle origini del patriziato, quali che esse siano: religiose, economiche, razziali; considerato che nel periodo della vita del nostro personaggio, la differenza tra nobiltà plebea e patriziato ha un valore puramente araldico; ma soltanto anticipare che nella politica di Crasso traspare un'ispirazione di fondo che può collegarsi a un' arcaica tradizione familiare plebea. I Licinii avevano fatto molto per contestare al patriziato l'esclusiva delle cariche pubbliche e Crasso sembra non dimenticarlo; nei limiti ovviamente in cui questo mos maiorum non compromette il suo interesse personale. Non era uomo da sentire l' agiografia gentilizia come vincolante impegno morale. Tra le famiglie Licinie, in età repubblicana, troviamo i Luculli, i Murena, gli Stolone e, più importanti e numerosi di tutti, i Crassi.Nell' albero genealogico di questi ultimi spicca una famiglia con il cognome appellativo di Divites, la famiglia appunto dei Crassi Divites. Non corriamo alle conclusioni che la proverbiale ricchezza del nostro uomo ci invita a tirare. Sebbene fosse, o per lo meno passasse, per l'uomo più ricco di Roma, Crasso avrebbe solo una lontana parentela con i Crassi Divites, i quali deriverebbero questa prestigiosa illustrazione del loro nome da Publio Crasso, che nel 212 a.C., grazie al suo spropositato patrimonio, riuscì a diventare, in età relativamente giovane, il terzo Pontefice Massimo di origini plebee. Le fonti comunque non sono chiare in proposito e forse non vale la pena di confrontarle e di interpretarle per ricavarne un'informazione che, al più, potrebbe suscitare un benevolo ma non interessato compiacimento. Le lasciamo perciò alla pazienza puntigliosa dei prosopografi. In attesa che qualcuno ne venga a capo e approfittando dell'attuale incertezza, nonostante che l' appellativo di Dives gli venga contestato dai filologi, ridata una rapida occhiata alle cifre che riassumono il suo inventario patrimoniale, quell'appellativo al nostro Crasso glielo possiamo attribuire ad honorem. Del resto, anche senza aggiunte anagrafiche timocratiche, la famiglia di Crasso era tutt'altro che una famiglia di pezzenti. Il suo capo, Publio, cioè il padre di Crasso, disponeva di un solido patrimonio grazie al quale aveva fatto una discreta carriera politica, che nel 97 a.C. era culminata col consolato. Tale magistratura era, è vero, scritta nelle tavole delle precedenze oligarchiche, tavole che non ammettevano di norma uomini nuovi, ma quell'iscrizione a ruolo esigeva una tassa piuttosto forte e senza fondi propri o presi in prestito non era di per se una garanZia.Per arrivare alla massima delle cariche politiche insomma occorreva spendere e Publio non era il tipo da indebitarsi. Una famiglia dunque più che agiata quella di Crasso, politicamente nel giro del potere e tipicamente romana in un senso che ci affrettiamo a chiarire, perché risulterà utile alla conoscenza del nostro personaggio. (pp.12-14)

 

SULLA NOBILTA' ROMANA

Nessuna classe dirigente ha mai avuto un successo pratico e politico che, almeno per durata, si possa paragonare a quello dell'aristocrazia romana. Questo successo si è tentati di attribuirlo alla continuità che essa ha saputo dare ai suoi quadri. Un giovane che poteva seguire in senato i dibattiti politici e discuterne con il padre o con i padrini, nel foro quelli giudiziari, che durante una campagna militare poteva valutare i problemi e le soluzioni dello stato maggiore, accumulava magari inconsapevolmente un' esperienza politica e tecnica che già faceva di lui un uomo di stato di buon livello. Anche se le sue qualità personali non erano spiccate, al momento in cui gli veniva attribuita una responsabilità, quale che essa fosse, era sempre in grado di applicare un metodo, di reagire con risposte sicure perché sperimentate.Il rovescio della medaglia, cioè il lato negativo del sistema, dovrebbe essere il chiuso conservatorismo, l' esclusivismo di casta, il tradizionalismo ottuso e retrivo. Sono caratteri che difficilmente sarebbe possibile negare nella nobiltà romana e sono tra i motivi della lotta politica che si sviluppa in Roma, fino a diventare guerra civile, nei due secoli prima della nascita di Cristo. Ma non è neanche da dimenticare che è quella stessa classe dirigente a esprimere i capi rivoluzionari che rinnovano la struttura dello stato romano. Dai Gracchi a Cesare essa ha saputo trovare un antidoto a se stessa; ha sempre mescolato, nelle generazioni dei suoi consoli d'obbligo, le personalità che trascendevano la casta dei padroni. (pp.16- 17)

È vero che Crasso soleva dire che «i maniaci delle costruzioni si studiano di indirizzarsi da se stessi alla rovina», ma questa osservazione si riferisce non alla sua attività di «palazzinaro» ma alle follie dei contemporanei, i quali erano capaci di dilapidare interi patrimoni solo per levarsi il gusto di costruire magioni di lusso e ville suburbane degne di satrapi orientali o di petrolieri texani. Cicerone per esempio, la cui situazione economica è stata sempre pericolante, se non catastrofica, non rinunciava a edificare case costosissime e a riempirle di suppellettili fastose. (pp.80- 82)

(....) Ci siamo intrattenuti diffusamente sulle proprietà terriere e sulle case di abitazione urbane perché costituiscono le voci più cospicue del patrimonio di Crasso, ma i suoi redditi non provenivano soltanto da queste voci. Qual era per esempio la sua liquidità, il suo conto in banca, per intenderci meglio, e quanto gli rendeva? C'è da domandarsi, a questo proposito, se questa voce più riservata non sia stata prudentemente dimenticata nel conteggio fatto per definire la decima destinata al dio Ercole (la decima offerta al tempio del dio prima di partire per la guerra in Oriente) e se perciò il conteggio in questione non si sia limitato ai beni visibili, quelli cioè controllabili da terzi. Comunque il reddito di Crasso affluiva da diverse e svariate direzioni. La riduzione (da lui approvata come console quando governò con Pompeo nel 59 a.C.) delle tasse dovute dagli appaltatori della provincia d' Asia non è soltanto un regalo fatto a un gruppo di amici imprenditori e affaristi, ma probabilmente un'operazione intesa a incrementare la rendita delle sue quote in quella società di appaltatori tributari. Anche l'usura doveva essere una cospicua fonte di guadagno; perché senza dubbio prestava senza interessi a qualche amico o a qualche personaggio politico che poteva sdebitarsi in altri modi, ma certo non prestava gratis ai municipi, alle comunità, ai paesi che gli si rivolgevano. Né sono da sottovalutare le entrate che gli provenivano dalla sua attività professionale di avvocato, almeno se dobbiamo basarci sulle parcelle di Cicerone. Abbiamo scritto «parcelle» ma non vorremmo che si equivocasse; l'avvocato romano, una volta passata in giudicato la causa, vinta o persa che fosse, non spediva il conto al cliente, perché il patrocinio giudiziario, secondo la lex Cincia, doveva essere gratuito. La legge era stata promulgata centocinquanta anni prima ma vigeva al tempo di Crasso e rimase ancora per molto tempo anche durante l'impero; i motivi e le condizioni che l'avevano ispirata erano però scomparsi da un pezzo e di conseguenza era diventata prassi corrente, accettata dall'opinione pubblica, il farsi pagare le prestazioni forensi, purché la forma di pagamento non fosse diretta e specifica. Del resto Cicerone, il quale aveva modestissimi beni di famiglia, come avrebbe potuto mantenere il suo dispendiosissimo tenore di vita senza le entrate dello studio legale? Abbiamo la cifra di una parcella fornitaci da lui stesso nel suo epistolario. Nell'annunciare ad Attico di avere acquistato la casa di Crasso sul Palatino e di averla pagata tre milioni e mezzo di sesterzi, informa confidenzialmente l'amico che l'acquisto è stato reso possibile dal «prestito» di due milioni di sesterzi fattogli da Publio Silla. Era costui un nipote del dittatore ed era stato trascinato in tribunale con l'accusa di aver congiurato con Catilina. La sua partecipazione al fallito golpe era nota a tutti, ma uno dei pochi, se non il solo, in grado di provarla era proprio Cicerone. Quando fu istruito il processo si venne improvvisamente a sapere che il difensore di Publio Silla sarebbe stato Cicerone. L'accusa cadeva prima ancora che il processo venisse celebrato e infatti l'imputato fu assolto. Qualche giorno dopo l'oratore comprava la villa di cui sopra. Il nuovo Romolo, rifondatore della città, ne parla con la soddisfazione di chi pensa di aver fatto un buon affare. Solo si lamenta di essere ora così oberato di debiti, a seguito di tale acquisto, che, se glielo proponessero, entrerebbe in una congiura; che è una battuta di spirito tra le più ironiche, ciniche e divertenti di quelle numerosissime che gli sono state attribuite. Non si deve credere però che le parcelle degli avvocati fossero tutte così salate, anche perché Crasso, per quanto importante uomo politico e grande finanziere, nel foro non valeva certo Cicerone, ma è da supporre che anche a lui non siano mancati i polli di Renzo, soprattutto sotto forma di lasciti testamentari. Quando nei Paradoxa Stoicorum Cicerone, tra le altre malefatte di Crasso, cita quella relativa ai testamenti, si riferisce probabilmente ai patti estorti al cliente per figurare tra i suoi eredi. Questa particolare pressione psicologica, se non vogliamo chiamarla estorsione, ci risulterebbe incomprensibile se non conoscessimo le originali e singolari consuetudini della società romana in materia testamentaria. La premessa è che nessun diritto, antico o moderno, lascia aI testatore la facoltà di disporre del suo patrimonio così liberamente come la legge romana, durante la repubblica, consentiva ai suoi cittadini. Questa assoluta libertà si è espressa nelle forme più imprevedibili e divertenti.Innanzi tutto fare testamento era diventata una vera e propria mania. Catone si è sempre rimproverato di aver lasciato trascorrere una giornata senza averlo già approntato. Ogni cittadino di un certo livello e che non fosse un miserabile, ne aveva uno e lo rifaceva e rielaborava ogni volta che la sua situazione patrimoniale o semplicemente i suoi sentimenti o i suoi risentimenti mutavano. Al momento della compilazione si chiamavano a testimoniare persone di riguardo. in modo da dare al documento una specie di consacrazione che discendeva dalla nobiltà o dal potere o dalla fama del testimone, consacrazione che ridondava, almeno così si pensava, a gloria del testatore. L'occasione forniva anche il modo di imbastire una sorta di giudizio universale della città attraverso il quale si assegnavano lasciti di ogni tipo a personaggi famosi, primi fra tutti a quelli che si erano chiamati come testimoni. Di solito il testatore, magari un arricchito parvenu, non era neanche conosciuto dagli eredi, ma egli teneva ad inserirli nel testamento per far credere di essere loro amico e sodale. Gli interessati naturalmente si guardavano bene dal dare smentite. Cicerone si è vantato di avere ricevuto durante la sua vita lasciti per venti milioni di sesterzi, Augusto per oltre quattro miliardi. La vanità di esibire l'amicizia con grandi magistrati e con personaggi celebri era vivissima soprattutto nei ricchi borghesi ma era una vanità che comprendeva anche un calcolo prudente. Erano tempi in cui il modo con cui le fortune erano state accumulate poteva fornire pretesti ad accuse, incriminazioni, processi. Associare all' eredità grandi personaggi poteva significare assicurarla agli eredi principali. Col lasciargli un cospicuo legato si neutralizzava proprio quel personaggio che avrebbe potuto mirare alla confisca dell'intero patrimonio. Timore che Cicerone, con la consueta cattiveria quando parla di Marco Antonio, lascia intravedere in quegli adulatori zelanti che ricordavano il triumviro nei loro testamenti. Crasso con tutti

 

ANTONELLI COSI' CONTINUA LA DESCRIZIONE DELLA FIGURA DI CRASSO, PARLANDO DELLA SUA FAMIGLIA (MOGLIE E DUE FIGLI, TERTULLA, ASSIO E PUBLIO):

Incontrati la padrona di casa e i suoi figli, rimangono i servi, la cui presenza silenziosa percepiamo nella fuga ariosa e scandita degli ambienti che si affacciano sul peristilio; servi che non vanno dimenticati in una famiglia antica, nella quale non sono estranei di passaggio, inviati dall' ufficio di collocamento o immigrati dalle Filippine, ma parti vive di quell' organismo complesso e integrato che era la domus. Il rapporto di Crasso con i suoi schiavi era sicuramente un rapporto originale rispetto allo standard medio che possiamo immaginare nei padroni romani. Lui stesso, Crasso, aveva in qualche modo teorizzato questa singolarità come ci risulta dal passo di Plutarco che riportiamo: «Possedeva poi numerosissime miniere d'argento, terreni di molto pregio, ciascuno coi suoi coloni; e pure tutto ciò si poteva considerare nulla a confronto col valore degli schiavi, non solo per quantità ma anche per qualità. Aveva lettori, scrivani, contabili, amministratori, camerieri a cui impartiva personalmente l'istruzione, assolutamente convinto che è obbligo del padrone curare i propri schiavi, che sono gli utensili viventi dell'economia domestica. In ciò Crasso aveva ragione, se veramente credeva, come affermava, che per qualunque altro ufficio poteva servirsi di schiavi, ma per governare gli schiavi non c'era che lui. In verità l'economia domestica, lo sappiamo anche noi, è una pura scienza amministrativa, finche riguarda oggetti inanimati, ma diventa una scienza politica quando si rivolge a persone umane». (Plutarco)

... A parte la pretesa, un po' velleitaria, di insegnare direttamente a centinaia o forse a migliaia di schiavi, non c'è dubbio però che l'idea di dare una qualificazione professionale alla sua mano d' opera mette Crasso ben al di sopra dei suoi contemporanei, i quali magari erano disposti a pagare profumatamente, ma i loro schiavi preferivano riceverli belli che istruiti e subito utilizzabili. Crasso invece aveva capito che bisognava sì impiegarli nei servizi necessari al funzionamento della casa che, per lui, equivaleva a una mastodontica azienda, ma che conveniva anche accrescerne il valore attraverso la qualificazione che derivava dall'acquisizione di uno specifico mestiere. Incremento di valore che doveva costargli poco, perché veniva pagato in buona parte dal consenso e dall'impegno degli interessati i quali ne traevano vantaggi di diverso tipo: innanzi tutto quello morale, perché il saper fare qualcosa che la gente considera utile se non indispensabile può servire spesso a motivare la propria esistenza; e poi quello materiale, perché offriva direttamente o indirettamente la possibilità di accumulare un peculio e quindi di aumentare le probabilità del riscatto e della libertà. Crasso affittava a prezzi assai remunerativi i suoi schiavi; ma per quanto la sua avidità e la sua avarizia Io inducessero a lesinare, non poteva impedire che qualche briciola, da una parte o dall'altra, da parte del locatario o da quella dell'affittuario, ricadesse o rimanesse nelle mani dello schiavo, che trovava in questo caporalato una sua modesta convenienza. Con la sua fine psicologia di avaro Crasso aveva così messo in piedi un sistema che, nello stesso tempo, eliminava il grave difetto della mano d'opera schiavile e cioè la mediocre produttività;incrementava il valore del capitale umano attraverso la sua specializzazione; e infine consentiva di ricavare dal suo affitto un interesse che forse nemmeno i banchieri e i commercianti, oltre che gli strozzini dell'epoca, i quali, quanto a tassi di interesse, avrebbero tutti meritato la fine dell'usuraia di Raskolnikoff, riuscivano a spremere dai loro commerci e dai loro prestiti. Ricchezza impiegata a produrre altra ricchezza, utilizzando il lavoro umano come una merce che si può acquistare, vendere o affittare; è dunque grazie ai suoi schiavi e ai profitti che gli assicuravano, che possiamo riconoscere nella gestione della famiglia servile di Crasso, allo stato larvale, come in un incunabolo, alcuni caratteri del futuro capitalismo europeo. (pp.107- 108)

 

SECONDO ANTONELLI (cit., Un golpe alla romana, pp.109 sgg.), RIGUARDO ALLA FIGURA DI CATILINA COME TENTATIVO RIVOLUZIONARIO ANTI- OLIGARCHICO, " I due, intendo Crasso e Cesare, purtroppo non avevano niente di meglio sotto mano, altrimenti avrebbero evitato la provocazione derivante dalla scelta di un simile personaggio. La scelta fu tanto più sfortunata in quanto, a un certo punto, il kamikaze sfuggì loro dalle mani e credette opportuno mettersi in proprio. I senatoriali da parte loro avevano fatto del loro meglio per contrastargli il passo, arrivando perfino al broglio elettorale pur di impedirgli di essere eletto console. Dopo la seconda trombatura, in Catilina prevalsero la disperazione, il rancore, il furore. Lasciò intendere di disporre ancora di tutte le coperture e le garanzie che l'avevano fino allora sospinto e appoggiato e decise di passare all'azione. Che cosa volesse fare realmente non lo sappiamo, perché delle fonti non possiamo fidarci e ancora meno possiamo fidarci di Sallustio il quale, da buon cesariano, ha scelto di scrivere la storia di Catilina al solo scopo di accreditare il falso e cioè di confermare che Cesare con la congiura non aveva avuto nulla a che fare. Sembra probabile però che, in testa, Catilina non dovesse rimurginare soltanto semplici azioni di disturbo. Almeno qualcuno, nei suoi piani, doveva rimetterci la pelle; i consoli in carica e comunque, tra i due, sicuramente Cicerone, che era stato fatto eleggere proprio a danno di Catilina, più altri magistrati e uomini politici che potevano risultare di ostacolo all' operazione. Per riuscire bisognava impadronirsi del governo di Roma e far insorgere in tutta Italia i vari gruppi di scontenti costituendoli in reparti armati. Questo esercito avrebbe rappresentato il braccio della rivoluzione, vigile sentinella e deterrente esterno pronto a intervenire per proteggere la vendetta che nel frattempo sarebbe stata consumata in Roma. Considerato l'integralismo di Catilina è facile immaginare che se non le vite, certo non molti patrimoni sarebbero rimasti ai loro padroni, tenuto conto, tra l'altro, delle esigenze e dell' avidità (da soddisfare) della turba di spiantati e di rovinati che gli girava intorno. Lo schema del piano è ovvio, anzi così prevedibile che sembra inventato piuttosto dalle chiacchiere degli strateghi da caffè, per l' epoca dovremmo dire da termopoli, che non studiati da gente che vi mette a rischio la vita. Piano elementare così infantile che sembra un giuoco di immaginazione, il frutto di confabulazioni di congiurati esaltati e drogati. Al punto che ci si potrebbe divertire a dimostrare che la congiura non c'è mai stata, che il golpe è stato il sogno velleitario, la pia o empia illusione di visionari" (pp.121- 122).

A questo punto l'Antonelli "dimostra" (e noi gli crediamo) che sia la mancanza totale di prove da parte di Cicerone quando già gli pronuncia contro le "Catilinarie" in Senato, sia il suo terrore (da pauroso che era) nel dover attuare il terribile SENATUSCONSULTUM ULTIMUM oligarchico (legge di emergenza anti- rivoluzionaria che prevedeva una incostituzionale eliminazione fisica dell'avversario politico), quando ancora la plebe di Roma e influenti (seppur nascosti) appoggi finanziari e politici potevano soccorrere Catilina, tutto ciò, dicevamo, dimostrerebbe più il fanatico servilismo di Cicerone verso gli oligarchi che non la effettiva pericolosità (o addirittura esistenza) del tentativo catilinario. E Antonelli, più dello stesso Sallustio, riesce a sottolinearci la coerenza di Catilina, che fino all'ultimo istante, pur potendolo, non abbandonerà coloro che credevano in lui e morirà coraggiosamente in battaglia. Giunti in luogo sfavorevole alla battaglia, dice Antonelli "il fatto straordinario dell'intera vicenda catilinaria è che, nonostante questa situazione , nessuno pensò a se stesso, nessuno pensò di mettersi in salvo alla chetichella, così che, con il loro comportamento, i catilinari sembrano non tanto subire la necessità dell'inevitabile, quanto testimoniare la fermezza di una convinzione e di un ideale". (pag.125). Di contro all’ostinato ottimismo, su fronti opposti, di Catilina e di Cicerone, per il “pessimismo” di Sallustio basta riportare queste valutazioni di Ettore Lepore: “È vero che Sallustio ci ha dato una ricostruzione storica,  ricca di analisi di fatti sociali e politici, che vuole rendere esplicita la ragione del declino dello stato romano, che la vittoria sillana aveva pur sempre finito per riconsegnare al regime dei gruppi oligarchici. Catilina è appunto il punto di arrivo di una lunga crisi, caratterizzata dalla corruzione dell'aristocrazia. E Sallustio non poteva più credere a un ritorno di un regime degli ottimati, sia pur risanato e rinnovato. Egli non credeva, neppure, a una causa popularis né a una linea politica di quella tradizione, cui pur era stato partecipe come tribuno della plebe (52 a. C.) e che aveva avuto rappresentanti negli adulescentes cresciuti alla scuola di Cicerone, Curione, Celio, Crasso junior, ecc., condannati dal coetaneo Sallustio e impegnati, invece, nel tentativo di mediare, forse sul modello di Publio Clodio, nemico di Cicerone, tra i potentes e l'oligarchia. Quest'ultima non ammise mediazioni e ribadì a Sallustio la sua visione dell'insuperabile antagonismo e della irraggiungibile concordia”. (Lepore,  Il pensiero politico romano del I secolo, in SII pag. 883, saggio digitalizzato in Appendice al nostro intero lavoro).

 

Tornando all’ANTONELLI, egli così continua RIGUARDO AGLI "ONDEGGIAMENTI POLITICI" DI CRASSO ANCHE VERSO LA SUA PARTE POLITICA (PIU' O MENO CATILINARIA): "Quando la congiura (di Catilina) fu in qualche modo provata dal trionfante Cicerone, Crasso si affrettò, col suo zelo nei confronti del console, a rifarsi a tutti i costi una verginità, dapprima approvando incondizionatamente ciò che Cicerone proponeva, poi offrendosi addirittura di prendere in custodia uno dei congiurati e infine votando in onore del console, salvatore della patria, un giorno di rendimento di grazie. Nel frattempo un tal Lucio Tarquinio, non meglio identificato dai prosopografi, catturato mentre cercava di raggiungere il campo di Catilina, aveva dichiarato di essere stato inviato a Catilina dallo stesso Crasso con l'invito a marciare su Roma il più presto possibile se aveva a cuore la sorte dei congiurati rimasti in città. Il senato di fronte a un pentito così imbarazzante, valutate le amicizie, le clientele e i crediti di Crasso, nonché le conseguenze di una sua eventuale incriminazione, ritenne opportuno mettere al fresco l'incauto Tarquinio, avvertendolo che ce l'avrebbe tenuto fino a quando non si fosse deciso a rivelare il nome del calunniatore che gli aveva suggerito una tale infamia. Conclusione mafiosa e intrallazzata che non si può certo paragonare all'uscita di stile con cui se la cavò Cesare il quale, per mantenere comunque una linea e forse per salvare la pelle ai congiurati, rispolverò un problema politico rifritto ma in fondo sempre attuale e cioè se era lecito al senato, in materia di pena capitale, scavalcare l'assemblea del popolo. (pag.128)

Ma questi ondeggiamenti non riescono a distogliere nessun commentatore, e neanche lo stesso "critico" Plutarco, dal riconoscere una continuità, una sotterranea coerenza politica nell'operato di Crasso in tutta la sua non breve vita. E lo confermerà nel suo volume l' Antonelli, pur riconoscendo le doti affaristiche e "capitalistiche" di Crasso come superiori a qualsiasi sua velleità e capacità politica: "Nonostante che la sua ideologia, ammesso che sia pertinente l'uso di questa parola per caratterizzare le convizioni politiche di un uomo del mondo classico, risulti dai fatti complessivamente popolare, non si può certo affermare che le abbia mai sacrificato qualcosa a cui tenesse realmente, e neanche sostenere che le abbia fatto almeno l' omaggio di una fede dichiarata. Perché anche quando agisce da popolare, quando, per esempio, console insieme con Pompeo, restaura la potestas tribunicia (il potere dei tribuni della plebe) soppressa da Silla, si comporta così ambiguamente da consentire a Pompeo di accaparrarsene tutto il merito; e perché quando vota contro la condanna a morte dei catilinari si defila in modo da far apparire soltanto Cesare come difensore dei diritti dell' assemblea del popolo. Uno stile di questo genere è quello del classico furbo che cerca di barcamenarsi tra una sponda e l' altra in modo da stare sempre in mezzo alla corrente e da non perdere la corsa della storia, e lo aveva reso inattendibile sia presso i popolari sia presso gli ottimati, da cui era in pari misura disprezzato. È vero che gli orientamenti politici del tempo non esigevano la rigorosa fede ideologica di epoche più vicine a noi; è vero cioè che compromesso e interesse contingente dirottavano facilmente tali orientamenti, ma è altresì vero che anche allora esistevano coerenza e continuità ed esisteva la necessità, anche nelle circostanze più contraddittorie e compromettenti, di trovare il modo di rispettare la forma.Crasso invece credeva di salvare la faccia con una sistematica ambiguità, con un comportamento polivalente e biforcuto che, nelle sue convinzioni, doveva poi legittimare ogni scelta di comodo .Bisogna aggiungere però che una giustificazione seria a questo suo comportamento ce l'aveva ed era il legittimo desiderio di proteggere il suo colossale patrimonio ~ Ora non c'è dubbio che il prendere posizione decisa per l'una o per l'altra fazione avrebbe potuto un giorno comportare il rischio, secondo l'incerto evolversi degli avvenimenti, della sua perdita o della sua confisca. Non senza un motivo i grandi ricchi si studiano di avere coperture da tutte le parti e di garantirsi verso tutti i regimi possibili. Quando possono però hanno anche l' accortezza di non fare politica o per lo meno di non farla apertamente e comunque di esportare una buona fetta di patrimonio all'estero, così da poter sopravvivere anche nelle più avverse circostanze. Per Crasso però non esisteva l' estero; dovunque si fosse rifugiato la mano dei suoi nemici l'avrebbe raggiunto, a meno che non si fosse rassegnato a espatriare come Marco Polo verso la Cina o a inselvatichirsi tra i cherusci della Foresta di Teutoburgo.  (pp.130- 131)

 

POCO PRIMA DEL PRIMO TRIUMVIRATO TRA CESARE, POMPEO E CRASSO, in cui Cesare farà l'"intermediario" e l'astuto regista politico tra il ricco affarista di sentimenti democratici (Crasso) e il famoso generale (Pompeo) ancora indeciso tra la parte conservatrice senatoriale (a lui più consona) e la vanità di diventare il beniamino della plebe di Roma con la sua duratura aureola di gloria, Antonelli fotografa una situazione ancora molto politicamente indecisa, in cui l'oligarchia senatoria non osava lanciare il primo colpo contro gli avversari nonostante la solerzia di Cicerone. "In questa situazione di stallo, da cui il solo a trarre vantaggio era il vecchio ceto oligarchico contro cui in definitiva erano schierate le nuove generazioni di politici nonché l'opinione pubblica romana e italica, la trovata vincente fu di Cesare, il quale comprese che il solo modo serio di ricominciare a far politica era di favorire una conciliazione tra Pompeo e Crasso cercando contemporaneamente di accreditarsi come mediatore. L'alleanza dei tre poteva costituire una vera e propria alternativa di governo alla tradizione e al sistema degli ottimati i quali, giocando sui voti di cui disponevano, sulle magistrature occupate a scacchiera, sui sacerdozi, cioè sui veti religiosi di responsi sibillini interpretati a piacere e su tutti gli accorgimenti procedurali che il formalismo di un' antichissima costituzione, da loro stessi elaborata nel corso dei secoli, permetteva loro di utilizzare, finivano in ogni combinazione di governo, più o meno particolarmente popolare o senatoriale, col far prevalere il loro punto di vista e i loro interessi. I tre potevano insomma diventare un vero governo-ombra e un'alternativa di fatto da gestire legalmente attraverso le strutture istituzionali esistenti, cioè attraverso il controllo dei magistrati e delle assemblee che la loro influenza e le loro clientele gli consentivano di assicurarsi. All'inizio del 59 a.C. strinsero un patto giurato con il quale si impegnarono a non prendere nessuna iniziativa politica che non fosse approvata da uno di loro. Senza alcuna apparente modificazione della forma di governo, il potere decisionale sullo stato passò in loro mano e la monarchia a Roma si presentò in maschera, divisa tra tre uomini, perché ancora nessuno di questi era in grado di esibirsi da solo a volto scoperto. Silla aveva scelto una forma più esplicita di comando, quella della dittatura, che aveva sì una legittimazione costituzionale ma a termine. I tre non osarono o non ritennero opportuno, come fecero invece i secondi triumviri, Ottaviano, Antonio e Lepido, creare una dittatura collettiva rei pubblicae constituendae con tanto di legge (lex Titia) e preferirono un modo indiretto ma ugualmente efficace allo scopo: imporre il loro volere attraverso le strutture di governo esistenti. La gente, appena si rese conto dell'esistenza della combine, non tardò a chiamarla con una definizione azzeccata: l'idra a tre teste. ... Nel trio Cesare fungeva da faccendiere e da trait d'union, gli altri due da giganti assisi indolentemente sulle loro sterminate clientele, sulla loro infinita disponibilità di quattrini, sui loro veterani pronti ad accorrere, sulla fedeltà dei loro magistrati in carica.Le prime operazioni che il triumvirato concluse riguardarono ovviamente la sistemazione delle faccende che ognuno dei tre riteneva particolarmente urgenti e a cui teneva di più.

…. Il potere traboccava dalle vecchissime istituzioni della costituzione romana che erano state pensate per una piccola città provinciale emergente in un mondo di contadini, di pastori, di artigiani; e si spandeva coagulando in strutture nuove, apparentemente tiranniche e blasfeme per la tradizione ma più adatte a gestire la complessità di un impero che comprendeva innumerevoli genti, lingue, culture e che esigeva decisioni rapide e non faticosamente mediate tra poteri contrastanti e tra interessi consolidati di ceti sociali sempre più distanti tra loro; un impero che non poteva più essere governato da un' oligarchia eterogenea in cui prevaleva, arroccata dentro gli schemi di regole arcaiche di governo, un'aristocrazia del sangue tanto più ostinata quanto più sclerotizzata nel suo culto degli antenati e dell'interesse egoistico di parte.Per quanto sopraffatti dalla strapotenza dei triumviri, il plebiscito in loro favore era troppo indigesto perché gli ottimati potessero inghiottirlo senza almeno tentare di battersi. Attivarono i soli due tribuni della plebe che non si erano lasciati comprare e li convinsero a fare opposizione. Ma non fu concessa la possibilità di attuare il loro proposito.

Uno dei due fu rinchiuso in uno sgabuzzino della curia, l' altro fu spintonato fuori e insieme furono messi alla porta anche Catone e i suoi sostenitori. Ne nacque un tafferuglio che comportò qualche morto e parecchi feriti. È in questa occasione che Crasso prese a pugni il senatore Lucio Annalio, colpendolo al viso in modo da costringerlo a lasciare l'assemblea col naso che colava sangue come una fontana. (Gran merito di Crasso aver rotto il naso in Senato con un pugno a un uomo del governo). (pp.135-138)

 

QUANDO, DURANTE IL TRIUMVIRATO, CRASSO POTE' FINALMENTE IMBARCARSI NELL'IMPRESA ASIATICA (LA GUERRA CONTRO I PARTI), il senato era ancora un quella situazione di persistente opposizione e contrarietà verso la figura di Crasso (non certo amabile come capitalista, anche se temibile. Osserva l'Antonelli:"Non è difficile quindi spiegarsi gli ostacoli che il nostro eroe dovette affrontare per poter finalmente partire da Roma. L'ultimo fu rappresentato dal tribuno Ateio Capitone il quale, sulla base di alcuni non bene identificati presagi infausti, fece arrestare Crasso da un suo aiutante proprio mentre si accingeva, dopo aver fatto il giuramento d'uso in Campidoglio, a uscire dalla città vestito di tutto punto della bella divisa da generale romano. Intervennero gli altri tribuni della plebe della squadra del triumvirato e Crasso fu liberato. Ma Ateio, non soddisfatto della sua prima trovata, ne improvvisò un'altra. Si appostò presso un altare situato al margine della porta da cui sarebbe uscito Crasso, vi fece accendere sopra un gran fuoco e mentre il triumviro usciva dal Pomerio gli scagliò contro un antichissimo anatema, rispolverato in chissà quale remota tradizione, che avrebbe dovuto dissuadere l'interessato dall'uscire dalla città. Ovviamente Crasso non se ne diede per inteso e proseguì il proprio cammino. Ateio deve aver esagerato perché tanto accanimento non gli giovò. Non pensiamo che fosse tanto sciocco da credere che una tela di ragno come una sia pure antica maledizione potesse trattenere un avvoltoio del calibro di Crasso. Certo però che questi ricorsi alla religione funzionano quando si vogliono far funzionare, quando cioè gli interessati sono d'accordo nel subirli e rischiano volentieri di passare, con alcuni, per imbecilli pur di apparire al grosso pubblico come pii e devoti. Dicevo che ad Ateio l'intera faccenda non fu di giovamento, perché invece di passare per tutore integerrimo delle antiche tradizioni, considerato quello che accadde dopo, si fece la fama di iettatore, che era una fine tremenda in una società superstiziosa come quella romana, fama tra l'altro ufficialmente consacrata, una specie di patente, dall'incriminazione che dovette subire qualche tempo dopo, cioè dopo il disastro di Carre, ad opera del censore Appio Claudio Pulcro, il quale, altra bella mente, attribuiva la distruzione dell'esercito di Siria alla spaventosa maledizione lanciata da Ateio al momento della partenza di Crasso. ... Peraltro tutta l'aneddotica relativa alla guerra con i parti è centrata su avvertimenti premonitori, su segnali infausti, su auspici contrari, su frasi vaghe o incaute che lasciano presagire lutti e rovine. In genere si tratta di particolari, di fatti, di parole che, nel contesto in cui si erano verificati o erano stati notati, avevano un significato diverso da quello che poi, alla luce degli avvenimenti successivi, gli fu attribuito; come quello per esempio del ponte distrutto dalla piena dell'Eufrate. Per rincuorare i soldati dell'inutile fatica fatta nel costruirlo, Crasso gli disse di non preoccuparsene perché nessuno l' avrebbe ripassato al ritorno. Intendeva dire che non ne avrebbero avuto bisogno perché sarebbero passati da un'altra parte, più a monte, dove non ci sarebbe stato bisogno di ponti. Ma la sua frase suonò e fu interpretata come un funesto presagio. (pp.140- 141)

I PARTI E LA BATTAGLIA DI CARRE

 

Questa gente singolare, da cui traspaiono tutti i caratteri delle aristocrazie guerriere, crassa ignoranza, mancanza assoluta di ogni idealità, gusto dei piaceri, del fasto e della caccia, si ricorda fra tutte le popolazioni del mondo antico per la tecnica del combattimento e per il tipo di armamento, che sotto certi aspetti anticipa quello feudale europeo. Le loro armi fondamentali, dato che la fanteria, quando c'era, risultava del tutto inservibile, erano la cavalleria pesante e la leggera. La prima comprendeva i catafratti, veri e propri guerrieri medioevali, corazzati con maglie e caschi metallici, torreggianti in groppa a grossi cavalli, così mastodontici che venivano paragonati a elefanti. I parti li allevavano con una selezione continua e li proteggevano nel combattimento con pettorali e gualdrappe di metallo. I catafratti portavano una lancia lunghissima e la loro carica costituiva una massa d'urto terrificante. A differenza però dei cavalieri del Medioevo europeo cavalcavano senza staffe, ed era il loro punto debole, perché dovevano lasciare scoperte le gambe per assicurare una presa più forte sui fianchi del cavallo.La leva era data dal ceto dominante, aristocratici, feudatari, alti funzionari, proprietari di terre, vassalli, che potevano pagarsi l' armatura. Accanto a essi, la cavalleria leggera, composta dalla varia clientela dei padroni; coloni, affittuari, servi, ecc., formava un'arma anche più originale, se considerata nel complesso delle specialità guerresche del mondo antico: quella degli arcieri a cavallo. Cavalieri espertissimi potevano coprire lunghe distanze in tempo relativamente breve e quindi erano eccezionalmente adatti a un ambiente costituito in buona parte da grandi estensioni piatte, steppose, scarsamente popolate, o magari desertiche. E allenati fin da ragazzi a maneggiare l'arco, riuscivano a tirare frecce anche nel momento in cui si sottraevano al contatto diretto col nemico. In un terreno vario, in un quadro di operazioni che avesse previsto città da difendere, posizioni da mantenere, forti da costruire, avrebbero avuta una funzione secondaria. Ma nel deserto potevano logorare il nemico fino a farlo capitolare specie quando l'avversario adottava, come a Carre, una tecnica di combattimento del tutto inadeguata al terreno". (ANTONELLI, cit. pp.144- 146) In realtà Crasso fu sconfitto a Carre da due fattori determinanti: 1) non fu un errore tattico in sé, ma la sfortuna di sottovalutare un nemico che non aveva nessuna possibilità di vittoria in qualsiasi condiziome di normalità. 10000 mediocri[1] combattenti (i Parti) contro 34.000 fortissimi combattenti (i Romani) richiedeva per forza di cose una sottovalutazione. Anche se quei 10000 cavalieri (che non potevano vincere su una fanteria romana) erano veloci e con 1000 cammelli al seguito per un incredibile rifornimento di frecce. 2) I vari tradimenti a cui fu sottoposto Crasso prima della sconfitta e della morte. Poche migliaia di perdite dopo il primo scontro non avrebbero impedito una ritirata strategica, un salvamento del grosso dell'esercito e una successiva vittoria. Ma anche se il più evidente tradimento (quello del parto Surena che, con la scusa di parlamentare con Crasso la resa dei Parti, lo assassinò a tradimento) è nei libri come la causa definitiva, il più grave tradimento è certo quella del suo luogotenente romano Cassio (lo stesso che poi, con Bruto, pugnalerà Cesare). Nessun libro lo sottolinea, ma Cassio (l'unico ufficiale romano che si salvò dalla battaglia) fuggì abbandonando il suo generale nel momento più importante, proprio quando doveva impedire ai legionari di mandare Crasso a parlamentare coi Parti per la loro resa. Surena il giorno prima aveva promesso di salvare l'esercito romano purché consegnasse Crasso. L'esercitosi rifiutò. Ma pur potendosi immaginare il tranello di Surena tre giorni dopo (cioè, non un sincero parlamentare, ma un tentativo per catturare Crasso), i soldati potevano essere sviati dalla loro impazienza, imprudenza ed esasperazione solo da un ufficiale del rango di Cassio, secondo in quell'esercito solo a Crasso. Cassio fuggì con la cavalleria proprio quando Crasso, tratto in inganno da una guida (Andromaco) che si era accordata col nemico, si stava smarrendo; si impediva così di salvare l'esercito su alcune colline sicure, e Cassio fuggì (e tradì) proprio mentre Crasso stava organizzando una difesa che comunque lo avrebbe riportato, il terzo giorno della battaglia, in posizioni di precaria salvezza ma anche di possibile rivincita. Non si sa per quale motivo a Roma, quale unico sopravvissuto, Cassio sia stato ascoltato come unico eroico testimone e non incriminato - come ci parrebbe più logico - per abbandono e diserzione. Ma purtroppo ormai, nobilmente e da vero romano (non rifiutò di parlamentare pur di accontentare i suoi soldati e, immaginando il tranello, disse ai suoi di ucciderlo quando venisse catturato dal nemico), Crasso era morto. Tradito forse più da Cassio che da Surena. La sconfitta di Carre fu un epocale disastro nella memoria collettiva romana almeno quanto la vittoria di Cesare in Gallia fece innalzare e prosperare l'impero romano per altri secoli. Chissà che l'oligarchia senatoria, pur di ostacolare il movimento democratico, non avrebbe desiderato anche una grande sconfitta cesariana ad Alesia, contro i Galli? Noi sappiamo di sì. (pp.144- 165)

 

SULLA CONCLUSIONE DELLA BATTAGLIA DI CARRE SENTIAMO ANCORA L'ANTONELLI: “(dopo la ritirata a Carre, nel tentativo di raggiungere i colli vicini su cui fortificarsi) la distanza da coprire era di una cinquantina di chilometri, tutt' altro che insuperabile per le fanterie romane e antiche in generale, ma non tutti i reparti arrivarono a mettersi in salvo su luoghi alti. Ottavio, che aveva guide sicure, con cinquemila uomini riuscì ad arroccarsi su un terreno che lo metteva per il momento al riparo dagli attacchi nemici. Crasso, con poche migliaia di altri uomini, si era attardato durante la notte, pare, a causa del tradimento della sua guida, un certo Andromaco che, sembra d'accordo col nemico, l'avrebbe condotto su sentieri tortuosi e malagevoli appunto per impedirgli di arrivare a mettersi in salvo. Sicché all'alba, già in vista di Ottavio e delle sue truppe, fu agganciato dalle avanguardie partiche su una collina che non gli assicurava certo il vantaggio del terreno. Cassio, con cinquecento cavalieri, era addirittura tornato indietro. Considerate le difficoltà della marcia e la lentezza con cui si procedeva, e forse sospettando il tradimento, s'era convinto che il giorno li avrebbe trovati ancora allo scoperto. Perciò aveva piantato in asso il suo generale, era tornato a Carre e, passato il fiume, si era avviato nel deserto verso la Siria. Fu una decisione scaltra ed ebbe esito felice, ma contava sul fatto che il nemico sarebbe rimasto attaccato al grosso dell'esercito romano. Questo però non fu l'ultimo dei tradimenti che perdettero Crasso. Il 12 giugno, terzo giorno dal primo scontro sulla pianura di Carre, e terzo e ultimo atto, il dramma si conclude. Ottavio come si è detto era in forte posizione, relativamente sicura con i suoi cinquemila uomini. Crasso, con circa altri tremila, non essendo riuscito a raggiungerlo, si era rifugiato su una collina, a circa due chilometri di distanza dal suo luogotenente, bloccato dalla cavalleria partica. Surena, cui ormai interessava soltanto di consacrare clamorosamente la sua vittoria con la cattura del generale romano, dette l'ordine di attaccare il nucleo romano più debole e più esposto, nel quale appunto si trovava Crasso. Ma evidentemente il terreno gli era meno favorevole perché, dal confuso racconto delle fonti, sembrerebbe che i romani riuscissero a respingere bene l'attacco. Ottavio, comunque, con una parte almeno delle sue truppe, intervenne a favore del suo comandante e i parti dovettero ritirarsi. Questo per la verità non migliorava la situazione. Ma Surena, o perché ritenesse di non spuntarla facilmente, considerato anche che i suoi uomini si muovevano piuttosto stancamente, o perché pensasse che l'inganno non comprometteva, se non fosse riuscito, l'eventuale uso della forza, offrì la resa e chiese di stabilirne le condizioni, lui personalmente, con Crasso. Il tranello era evidente ma funzionò ugualmente. Che Surena anelasse di catturare Crasso s' era scoperto il giorno prima a Carre, quando aveva fatto promettere all'esercito romano di mandarlo libero purché avesse consegnato il suo generale e Cassio. La proposta allora era stata respinta ma evidentemente aveva lavorato nell' animo dei soldati. Crasso pregò i suoi uomini di non costringerlo a parlamentare, che era di fatto come consegnarlo in mano al nemico, li scongiurò di pazientare e resistere ancora per quel giorno, perché durante la notte li avrebbe portati in salvo sulle montagne vicine, ma essi non intesero ragioni e continuarono a tumultuare perché accettasse il colloquio con Surena. Crasso cedette. Ormai il precipitare degli avvenimenti travolgeva anche la sua buona volontà. Perché si può ritenere che non pensasse più a se ma ai suoi soldati, convinto che la sua presenza, per quanto fosse la presenza di un generale disprezzato e malvisto, sarebbe stata utile a tenere insieme i resti dell'esercito. Né è da escludere che, dopo aver cercato di fare il suo dovere, ora che i soldati lo costringevano, andasse incontro a Surena con sollievo, cioè che andasse incontro alla morte come a una liberazione. Che sapesse di morire, comunque, Io provano le parole che pronunciò prima di avviarsi, l'ultima consegna ai suoi ufficiali, il suo testamento di generale. Riferissero a tutti che Crasso era morto non per il tradimento dei suoi concittadini ma per l'inganno del nemico. Che era un malinconico rimprovero e un congedo dignitoso. Surena accolse Crasso e il suo seguito con la cortese ironia dell'aristocratico che ha dato una lezione a un insolente parvenu. Si rimproverò di essere a cavallo, mentre Crasso era a piedi, e disse che la pace era fatta ma che, siccome i romani indulgevano all'antipatica abitudine di dimenticarsi dei patti conclusi, era necessario metterli per iscritto in un luogo, già scelto, presso il fiume; e fece portare un cavallo. I palafrenieri che aiutarono Crasso a montare forse non seppero interpretare tempestivamente gli ordini ricevuti, perché circondarono il cavallo e lo incitarono al galoppo per allontanare Crasso dal suo seguito. Ottavio, che non aveva voluto abbandonare il suo generale, estrasse la spada per primo e uccise un palafreniere. Ne seguì una mischia nella quale sia Crasso che Ottavio caddero uccisi. Plutarco dà il nome dell'uccisore, Pomassatre, ma si può dubitare che il generale romano sia stato ucciso da qualcuno dei delegati parti. Surena voleva Crasso vivo e questi era già rassegnato alla morte. Sicché è probabile che a dargliela non sia stata una lancia partica ma un gladio romano. È verosimile infatti che Crasso, qualora, come egli credeva, il colloquio col Surena nascondesse un tranello, abbia chiesto agli uomini che lo accompagnavano di finirlo piuttosto che lasciarlo vivo nelle mani del nemico. Così sotto gli occhi del suo esercito venne trucidato uno dei più influenti e potenti personaggi di Roma. E la sua testa fu portata al re Orode. Anche in guerra Surena non dimenticava l'aristocratica mania del trofeo di caccia.

CONCLUDE ANTONELLI, DOPO LA BATTAGLIA DI CARRE: "Una mezza piccola rivincita se la prese nel 38 a.C. Ventidio Basso, il quale era stato incaricato da Marco Antonio di riprendere la Siria che i parti a cui, dopo la vittoria di Carre, era venuta la voglia di affacciarsi sulle rive dell'Egeo, avevano occupato con l'aiuto di un transfuga romano, Labieno. Ventidio fu fortunato per due motivi: primo, perché la nobiltà partica mal sopportava che si dicesse in giro che la battaglia di Carre era stata vinta dagli arcieri a cavallo e cioè dai loro servi, dai loro mezzadri, pastori o dipendenti e non da loro stessi che combattevano bardati da catafratti; secondo, perché Marco Antonio e Ventidio stesso avevano nel frattempo scoperto che i frombolieri aggregati alla legione, a breve distanza, riuscivano a trapassare le corazze dei catafratti se, nel lancio, venivano impiegati proiettili di piombo e non di terracotta. La pretesa dei nobili di vincere da soli e l' accorgimento dei romani di munirsi esclusivamente di proiettili di piombo da lanciare solo a pochi passi dal nemico comportarono per i parti una pesante sconfitta presso il monte Gindaro, nella quale morì il loro stesso re, Pacoro, e a seguito della quale dovettero ritirarsi al di là dell'Eufrate. Una sconfitta che in definitiva servì loro da preziosissima lezione, perché compresero che la loro strategia bellica non poteva essere di attacco. Come Kutusov davanti a Napoleone, essi davanti alle legioni romane non potevano fare altro che evitarle, tagliar loro le vie di rifornimento, logorarle ai fianchi. Due anni dopo fu la volta dello stesso Marco Antonio il quale, completamente frastomato dalle ambizioni di Cleopatra, s' era ripromesso di apparire l'ideale erede di Alessandro aggregando il guazzabuglio di popoli e di città di tutta l' Asia, India compresa, in una grande provincia orientale, da lui controllata, da congiungere eventualmente con l' occidente controllato da Ottaviano, per un'ideale unificazione dell'intero orbe terracqueo. Nella prospettiva di questo sogno visionario credette di poter prendere due piccioni con una fava, cominciando con un' operazione che da una parte avrebbe soddisfatto il patriottismo e l' orgoglio romani e dall'altra avrebbe tolto di mezzo il solo vero ostacolo ai suoi disegni: l'impero partico. Concentrò le sue truppe in Armenia e discese verso il sud per cercare di arrivare a Ecbatana, la capitale dei parti. Ma le sue salmerie e le macchine da guerra che si era portate dietro si distendevano su una fila di parecchi chilometri ed erano protette non dalle legioni bensì dagli alleati armeni. I parti, che avevano spie dovunque e che conoscevano tutto ciò che accadeva nelle file romane, mentre Marco Antonio andava avanti alla cieca senza nemmeno sapere dove si trovasse il nemico, attaccarono e distrussero la colonna dei rifornimenti. La regione non consentiva ad Antonio di sostenersi con le riserve locali né di ricostruire le macchine belliche; si profilava un altro disastro, ma Antonio, a parte che era miglior generale, ebbe più fortuna di Crasso; trovò una guida che lo aiutò a riportare indietro l' esercito sui monti dell' Armenia per una strada diversa da quella lungo la quale era disceso al sud. Il grosso delle legioni era stato salvato ma la spedizione si concluse con un palese insuccesso. Molto meglio andò per Traiano, il quale, sempre partendo dall' Armenia, riuscì a scendere lungo tutta la Mesopotamia fino al golfo Persico e a occupare Ctesifonte. La sua campagna militare non fu offuscata da sconfitte ma la sua utilità per Roma fu molto problematica, perché risultò chiaro che né sarebbe stato possibile inseguire i parti sugli altipiani dell'Iran, né tenere, se non a prezzi del tutto sconvenienti, le regioni occupate. Il solo risultato politico della campagna fu il consolidamento definitivo del confine dell'Eufrate. Più o meno identica sorte ebbe il tentativo di Settimio Severo nel 197 d.C., il quale, come tutti gli imperatori romani, sentiva il bisogno di legittimare il suo potere con una grande vittoria in oriente. Occupò Seleucia, Babilonia e Ctesifonte ma poi, non sapendo come tenerle, concluse la campagna accontentandosi di una spartizione dell' Armenia. L'ultimo a provarci fu Giuliano l' Apostata, quattro secoli dopo il tentativo di Crasso. Fece avanzare due eserciti, il primo lungo il Tigri, l'altro lungo l'Eufrate; occupò diverse città ma non riuscì a espugnare Ctesifonte. Nel tornare indietro, costretto dai parti ad accettare battaglia, fu ucciso da un giavellotto lanciato non si sa da chi (forse da un centurione cristiano che non perdonava a Giuliano (detto dai cristiani l'Apostata, il rinnegato) di essere tornato al paganesimo. Insomma l'anatema di Ateio risultò micidiale nei secoli perché non riguardò solo Crasso, ma una discreta serie di proconsoli e di imperatori. La grottesca pensata di un imbecille, per una curiosa ma comprensibile coincidenza di avvenimenti storici, finisce con l'assumere il ruolo di quell'invisibile scudo che protesse i parti dal dominio di Roma. Questi tentativi falliti confermano che in definitiva l'Eufrate segnava davvero il confine romano. E non solo perché andare oltre era materialmente proibitivo per i mezzi di comunicazione e di trasporto dell' antichità, ma perché la cultura romana era profondamente estranea a popoli asiatici che immaginavano lo stato come una costellazione di satrapie decentrate, autonome o addirittura indipendenti. Alessandro era passato come una meteora in questo mondo feudale, travolgendo con la falange tutto ciò che aveva incontrato sul suo cammino. Le sue vittorie strabilianti e irreversibili lo accreditavano come una specie di divinità; sicché i suoi generali potevano, in virtù di questa legittimazione divina, subentrare ai satrapi locali senza soluzione di continuità. I romani, a parte l'odio che avevano saputo attirarsi presso tutte le popolazioni asiatiche fin dal momento in cui avevano cominciato a tosarle, non mostravano nulla di predestinato e di fatale, nulla che colpisse la fantasia. Apparivano padroni esosi e crudeli, pronti a imporre leggi incomprensibili per la mentalità locale, organizzazioni e sistemi duri e severi. Nessuno al di là della Mesopotamia avrebbe mai accettato il loro impero. (pp.166- 168)

Talenti e sesterzi

Riportiamo ora un saggio nell'Antonelli all'interno del suo volume su Crasso (citato) per una valutazione del sesterzio romano. Ciò servirà anche per rivalutare e aggiornare ad oggi i patrimoni elencati nell'opera dell'Alfoeldy, citata in precedenza. Alla fine di questo paragrafo compare la nostra comparazione del sesterzio all'euro, che Antonelli non poteva fare. Dice l'Antonelli, a proposito del patrimonio di Crasso: "7100 talenti era il patrimonio di Crasso secondo Plutarco. Primo interrogativo: si tratta di talenti ponderali o monetari? La risposta si affida al buon senso. La valutazione di un patrimonio si esprime in moneta, non in termini di peso in oro o argento. Si tratta quindi di talenti monetari. Plutarco scrive in greco e la sua metrologia è greca ma, con ogni probabilità, la fonte da cui ricava l'indicazione della ricchezza di Crasso è latina. E in questa fonte, quasi certamente, essa era espressa in sesterzi, che sono la moneta di conto romana a metà del I secolo a.C., nel momento cioè in cui fu fatta la valutazione del patrimonio del triumviro. Come ha fatto Plutarco a tradurre i sesterzi in talenti? L' operazione è stata elementare. Il sesterzio è un quarto del denarius d'argento romano. Questo, a sua volta, per lo meno dopo la riforma monetaria di Nerone, è pari alla dracma attico- euboica che Polluce chiama la dracma dell'impero, cioè usata in Grecia durante l'impero romano, quella insomma che Plutarco teneva nella borsa e con la quale faceva i suoi acquisti. Ora siccome seimila dracme fanno un talento, il conto è stato semplicissimo. Plutarco ha diviso per quattro il numeri dei sesterzi indicato dalla sua fonte, ottenendo così il numero dei denarii. Quindi ha diviso questo numero per 6000 e ha ottenuto i talenti. L'equivalenza del denarius e della dracma è discussa ma probabile. A parte la testimonianza di Polluce c'è quella di Festus: «Talentorum non unum genus. Atticum est sex milium denarium». Il talento attico, cioè, vale seimila denari. Impossibile invece è stabilire se Plutarco, il quale scrive centocinquanta anni dopo la morte di Crasso, abbia tenuto conto della svalutazione del denarius avvenuta nel frattempo. Un'infarinatura di finanza e di economia Plutarco ce l'aveva perché, per esempio, citando un banchiere, gli fa dire che la mina di l00 dracme soloniche vale 73 dracme presoloniche. Ma sembra davvero poco probabile che in questo caso abbia calcolato la differenza.Quanto a noi non bisogna dimenticare che il denarius su cui Plutarco fa i suoi calcoli di equivalenza è quello di Nerone, che pesava g 3,41 di argento fino, mentre quello su cui li ha fatti la sua fonte pesava g 3,89. Ora vediamo l'equivalente in lire attuali (1959) dei 7100 talenti di Crasso calcolando il loro peso in oro. Uno specchietto riepilogativo dei dati di base può semplificare la comprensione del come è stata ottenuta tale equivalenza.

Libbra romana = g 327,45

g 327,45 di oro fino = 1000 denarii = 4000 sesterzi

1 denario = 1 dracma = 4 sesterzi

1 talento =6000 dracme =6000 denarii = 24.000 sesterzi

7100 talenti= 42.600.000 denarii = 170.400.000 sesterzi = 42.600 libbre d'oro

libbre 42.600 = g 13.949.370

g 13.949.370 x lire 715 (prezzo diun grammo d'oro 1959) = lire 9.973.799.550

Lire 9.973.799.550 divise sesterzi 170.400.000 = lire 58.53 (valore del sesterzio in lire 1959)

 

Lo schema si può tradurre così: una libbra romana (g 327,45) di oro fino, valeva in periodo repubblicano, secondo la testimonianza di Svetonio, 1000 denarii cioè 4000 sesterzi. 7100 talenti equivalgono a 42.600.000 denarii e a 42.600 libbre romane d'oro. Ridotte in grammi queste libbre fanno 13.949.370 grammi, che moltiplicati per lire 715 (prezzo arrotondato del grammo d'oro nel 1959) danno un prodotto di lire 9.973.799.550. (Sicché il sesterzio varrebbe 58.53 lire.)

Molti di noi con un patrimonio di questo calibro ci considereremmo ricchi, anzi ricchissimi, sfondati. Voglio dire che sarebbe argomento sufficiente per cavarsi tutti i capricci, soddisfare i desideri rientrati, per guardare con serena tranquillità alla vecchiaia, e perfino per dotare i parenti in misura da liberarsi della loro muta, rimproverante e avida presenza. Dubitiamo assai però che esso permetterebbe a Crasso, non solo di mantenere il titolo di uomo più ricco del mondo, visto che Roma, ai suoi tempi, era tutto il mondo, ma neppure di primeggiare nell'attuale comune di Roma. L'orgoglio del ricco, specie se è un nuovo ricco, è che la sua ricchezza venga valutata esattamente, ma è un orgoglio che la fiscalità moderna conculca, reprime, costringe a nascondersi. Siccome però Crasso è ormai fuori dalle grinfie del fisco ungulate in forme spietatamente progressive, non gli facciamo un cattivo servizio se tentiamo, fin dove è possibile, di rendergli giustizia. Perché certo gli dispiacerebbe di vedersi ridotto a un rango che i veri e occulti ricconi definirebbero di semplice benestante. Per prima cosa osserviamo che se il calcolo fatto sul peso in oro si avvicina alla realtà più di quello che eventualmente si facesse sulla base dell' argento (perché mentre in epoca repubblicana il rapporto oro-argento era circa di 1 a 12, cioè per un grammo d' oro ne occorrevano 12 d'argento, oggi è di 1 a 20 circa), non per questo è soddisfacente. Lo sarebbe se la produzione e il consumo dell'oro fossero oggi, in proporzione, identici a quelli del mondo antico. Di fatto anche l'oro, sia pure meno dell'argento, si è svalutato. Alcune statistiche calcolano all'ingrosso che rispetto all'antichità il suo valore sia diminuito di dieci volte. Il che significa che, prese per buone queste approssimazioni, dovremmo aumentare il patrimonio di Crasso da dieci a cento miliardi e il sesterzio da 58 a 580 lire. Per avere un'idea più chiara della faccenda però, ed evitare esagerazioni e astrazioni puramente aritmetiche, bisognerà riempire in qualche modo quei due famosi panieri di cui parlano gli economisti; bisognerà insomma confrontare il prezzo, di allora e di oggi, dei beni e dei servizi di più largo consumo. I panieri potrebbero essere ricolmi. Intendiamo dire che il confronto si potrebbe fare su un numero di beni maggiore di quello con cui lo faremo. E in questo modo esso avrebbe un'apparenza più rigorosa, degna di essere presa in considerazione dagli statistici. Siccome però la sostanza non cambierebbe, troviamo inutile asfissiare il lettore con un arido elenco di voci e di cifre. Lo scopo non è di risolvere il problema, che è insolubile, ma di dare la sensazione abbastanza viva del concreto potere d' acquisto del sesterzio espresso in lire.

Il frammento di Elatea

Purtroppo non è possibile ricavare dalle fonti un catalogo completo dei prezzi in Roma nel momento che ci interessa. Qualche notizia, qualche accenno, sparsi qua e là, soprattutto nelle opere di Cicerone, e raccolti insieme, non permetterebbero di delineare un panorama esauriente se non ci si potesse aiutare con l'edictum de pretiis di Diocleziano. Questo editto è stato emanato tre secoli e mezzo dopo la morte di Crasso e, al nostro scopo, sarebbe del tutto inutilizzabile se non riportasse, tra le centinaia di altri, un prezzo in particolare interessante, quello del frammento di Elatea, cioè quello della libbra d'oro, valutata, almeno secondo l'interpretazione di Mommsen, cinquantamila denari. Ora, poiché tra il I secolo a.C. e il IV d.C. non ci sono state forti oscillazioni del valore dell' oro e poiché alla fine del periodo repubblicano la libbra valeva mille denari, dividendo per cinquanta i prezzi dell' editto di Diocleziano dovremmo avere all'ingrosso i prezzi del tempo di Crasso. Diciamo all'ingrosso perché sappiamo quanto siano problematiche queste equivalenze. L'editto in questione poi, sebbene stabilisca dei prezzi massimi per tutelare l' esercito da eventuali rincari e carestie, dal che si dovrebbe supporre che rispetti il mercato normale, è né più né meno che un calmiere e, come tutti i calmieri, è probabile che pretenda di pagare cinque quello che costa dieci. I prezzi dell' editto perciò andrebbero aumentati. Siccome però non sappiamo in quale misura, cioè non sappiamo per quali percentuali essi tradiscono la realtà economica nelle varie province dell'impero, si rimane intesi che, se mai, vanno arrotondati in più.

Prezzi dei generi di largo consumo

Cominciamo dai generi alimentari, considerando per primo l'alimento principe dell'antichità, e anche del mondo moderno, almeno in Italia, il grano. La difficoltà più grave è che un prezzo medio del grano per un periodo definito dell'evo antico non si è riusciti a trovarlo. I prezzi riportati dalle varie fonti, o sono spropositati, conseguenti a determinate situazioni di carestia, o sono prezzi artificiali dovuti all'intervento del governo. Una serie completa di prezzi di mercato che permetta di ricavare una media non ce l'abbiamo.Comunque malgrado che le notizie siano contraddittorie, combinando insieme dati di varia provenienza, analizzando le diverse situazioni di contesto, confrontando e facendo medie, un prezzo al minuto, nella città di Roma, su cui gli storici potrebbero, in linea di massima, concordare, per il tempo di Crasso, è quello di 3 sesterzi al modio. Un modio (modius) era una misura di capacità per gli aridi di litri 8,733. Siccome il peso specifico del grano è circa 0,74, il peso di un modio risulta, arrotondato, di kg 6,500. Quindi 3 sesterzi per 6 chili e mezzo di grano. Questi 3 sesterzi però sono un prezzo al minuto, non il prezzo alla fonte, cioè delle spese di produzione agricola ed è impossibile depurarlo delle altre voci che concorrono a formarlo. Possiamo supporre ragionevolmente che il dazio non incidesse per più del 5%, ma è meno facile calcolare il trasporto. Sappiamo soltanto che non c'è confronto tra le spese di trasporto di oggi e quelle dell'antichità. Nel De Agri Cultura Catone ci fa sapere, per esempio, che il trasporto di un frantoio per 75 miglia costava il 73% del suo valore. Poiche, di solito, il grano veniva trasportato via mare, l'incidenza non poteva essere così alta. Ma qual era? E quali erano le incidenze delle spese di conservazione e del commerciante? Domande che difficilmente avranno mai una risposta.

C'è anche un'altra difficoltà; nel periodo a cui ci riferiamo, e in quello immediatamente successivo, il governo, attraverso la cura annonae e le distribuzioni frumentarie, cercava di mantenere artificialmente basso il prezzo del grano; oggi invece, in Italia, tende a tenerlo alto per non rovinare gli agricoltori. Né bisognerebbe dimenticare che, mentre Roma importava quasi totalmente il suo fabbisogno di frumento, l'Italia oggi potrebbe fare a meno di questa importazione. Come pure bisognerebbe stabilire in che modo influisse sulla formazione del prezzo di mercato la particolare strutturazione della società antica. A quei tempi il grande agrario destinava il 90% della produzione alla sua famiglia che talvolta, contando schiavi e clienti, comprendeva migliaia di persone, e il l0% alla vendita. Oggi accade esattamente il contrario, perché solo una parte irrilevante della produzione di un'azienda va al consumo familiare. Ma se ci addentriamo nelle sabbie mobili dell' analisi dei prezzi e delle varie situazioni economiche non ne usciamo più. Non rimane perciò che chiudere gli occhi e saltare, confrontando i prezzi al minuto di allora e di oggi. Teoricamente un prezzo al minuto del grano, in città, oggi, non dovrebbe esistere, visto che non nutriamo di grano i canarini e i pappagalli delle nostre voliere. Di fatto da molti droghieri e fornai è possibile trovare grano a circa 100 lire al chilo. Un modio di grano a questo prezzo costerebbe 650 lire (kg 6,500 x lire 100) che divise per tre (quanti sono i sesterzi occorrenti per un modio) danno lire 216,6. Cioè un sesterzio varrebbe 216 lire. Un modio al prezzo all'ingrosso (80 lire al kg) del grano duro (l'antichità produceva per lo più grani duri) costerebbe invece 520 lire (kg 6,500 x lire 80), cioè un sesterzio varrebbe 173 1ire.

È legittimo fare il confronto anche con il prezzo della farina? In teoria senz' altro no; perché la farina è in parte un prodotto di fabbrica. D' altra parte nel fare la spesa noi non acquistiamo grano, ma pane e farina, cioè un prodotto finito che permette la soddisfazione immediata del bisogno, così come il grano la permetteva agli antichi. La plebe romana, ancora nel tardo periodo repubblicano , usava infatti il grano per farne una specie di polenta (puls) variamente condita con olio, latte e grasso di maiale. Il puls era una specie di piatto nazionale base dell'alimentazione popolare, come è oggi in Italia la pasta asciutta. Questa motivazione gastronomica è veramente debole per giustificare il confronto di beni non omogenei, ma non ce n'è una migliore. Se, dunque, prendiamo come termini di confronto il prezzo della farina, abbiamo queste cifre: la farina più scadente (che non è farina integrale di grano, ma è abburattata con farine leguminose meno costose) costa in città lire 120 al kg. Sei chili e mezzo di questa farina costano perciò 780 lire che, divise per tre, danno, per un sesterzio, l'equivalente di 260 lire. Siccome non si vive di solo pane, consideriamo qualche altro genere. Per esempio i piselli secchi, che costavano quanto il grano. Il prezzo minimo, al minuto, dei piselli secchi è oggi di 120 lire al kg. Il loro peso specifico è all'incirca 0,85; il che significa che in un modio ce n'entrano per kg 7,259. Moltiplicati per 120 lire danno un prodotto di lire 871, che divise per tre danno, per un sesterzio, l'equivalente di 290 lire. Vediamo il vino, naturalmente quello ordinario. Le notizie più significative a disposizione sono queste: in Egitto costava un sesterzio aI litro; Columella, al tempo di Nerone, dice che il prezzo più basso era quello di 300 sesterzi per 525 litri, ma il prezzo medio era però di 400 sesterzi; l'editto di Diocleziano stabilisce per circa mezzo litro poco più di mezzo sesterzio. Insomma si può ragionevolmente dire che un litro di vino ordinario costasse un sesterzio. Quanto costa oggi? Dal vinaio 120 lire, ma si tratta di vino tagliato. Il vino schietto, di «produzione propria», comprato sul posto, per esempio a Frascati, si paga 160 lire, compreso un 7% di dazio. Sicché il sesterzio, sotto la voce vino, potrebbe valere 160 lire.

Olio: al tempo di Catone costava un sesterzio e mezzo aI litro; nell'editto di Diocleziano quello ordinario costa 2 sesterzi al litro, quello scelto quasi quattro. Per i tempi di Crasso si può supporre che costasse intorno ai due sesterzi. Poiche l' olio oggi costa 580 lire, un sesterzio varrebbe 290 lire. È la stessa equivalenza ottenuta coi piselli secchi.

Carni: il manzo costava circa 2 sesterzi al chilo. Il che significa che, al prezzo attuale (1200 lire) del manzo, il sesterzio varrebbe 600 lire. Il prosciutto costava circa 5 sesterzi al chilo. Siccome oggi costa 2000 lire, il sesterzio varrebbe 400 lire. Maiale e agnello si pagavano 3 sesterzi al chilo. Poiche il loro prezzo medio attuale è di 900 lire, il sesterzio varrebbe 300 lire.

Il sale: un modio castrense veniva due denari cioè otto sesterzi. In un modio castrense (litri 17,51) c'entravano kg 36,731 di sale (il peso specifico del sale è 2,1). Poiche il sale grosso sciolto costa oggi 70 lire al chilo, un sesterzio varrebbe 321 lire.

Uova: dodici uova costavano 1 sesterzio. Oggi costano circa 300 lire. Cioè un sesterzio varrebbe 300 lire.

Formaggio: 3 sesterzi al chilo. Il formaggio di minor prezzo costa oggi 600 lire. Un sesterzio varrebbe quindi 200 lire.

Ma lasciamo stare il droghiere, il vinaio e gli altri rifornitori e passiamo al padrone di casa. L'affitto è una voce importante tra quelle utili a determinare il potere d'acquisto di una moneta, e un'abitazione è qualcosa di indispensabile. Purtroppo però, quanto ai prezzi antichi, navighiamo nel buio più completo. A proposito di casa tuttavia non bisogna farsi delle idee sbagliate. Nella Roma repubblicana del I secolo a.C. l'intimità domestica doveva essere pressoché inesistente per la massa. La maggior parte della giornata la gente la trascorreva fuori, per le strade, nel foro, sotto i portici, nelle basiliche, nelle taverne, nelle anticamere dei patroni e il concetto di casa non doveva andare oltre quello di un qualunque giaciglio dove passare la notte. I vari artigiani si accomodavano nelle loro bottegucce, i nullafacenti nelle baracche equivalenti alle nostre bidonville, i lavoratori liberi delle varie industrie nelle case di abitazione dove in un'oscura stanzetta si ammucchiavano, in una promiscuità indescrivibile, magari due o più famiglie. «Conducere tenebras», dice sarcasticamente il poeta dell'operazione di affittare una casa. Degli affitti sappiamo ben poco. Una notizia di Svetonio ci conferma soltanto che dovevano essere parecchio cari. «Annuam», riferisce Svetonio parlando delle largizioni di Cesare aI popolo, «etiam habitationem Romae usque ad bina milia nummum in Italia non ultra quingentos sestertios remisit.» Che tradotto suona: «Condonò [remisit] gli affitti di un anno, in Roma, fino a duemila sesterzi, e in Italia fino a cinquecento». Dove non è chiaro se Cesare abbia condonato di tasca sua oppure costretto i padroni di casa a condonare. Particolare trascurabile, a tanti anni di distanza, che non offusca in ogni caso la sua generosità. Meno trascurabile per noi sarebbe sapere se quei duemila sesterzi costituivano una pigione minima. Naturalmente si può sbagliare, ma si ha l'impressione che fossero soltanto un contributo e che anche le pigioni popolari salissero a prezzi più alti. Comunque, ammesso che un affitto minimo si aggirasse intorno ai duemila sesterzi e ammesso che il valore in lire del sesterzio sia quello ricavato dai prezzi degli alimentari, cioè circa 300 lire, affittare una casa in Roma costava almeno circa 600.000 lire annue. Non parliamo poi delle case di lusso. Celio pagava 30.000 sesterzi l'anno per il suo appartamento, cioè nove milioni di lire. Questa sproporzione tra i prezzi degli alimentari e gli affitti si spiega soprattutto con la crisi degli alloggi che ha afflitto Roma per molto tempo e che trova appunto verso la metà del I secolo a.C. la sua punta massima. I prezzi degli stabili non smentiscono queste cifre. Cicerone pagò la sua casa sul Palatino, vale a dire in una zona residenziale di aristocratici, tre milioni e mezzo di sesterzi, oltre un miliardo di lire. Altri prezzi di questo tipo (per esempio Cesare pagò 6 milioni di sesterzi una perla da regalare a Servilia, Cicerone 500.000 sesterzi un tavolo di legno di cedro) servono a ben poco. Da essi possiamo desumere soltanto che gli oggetti di lusso erano straordinariamente cari nell'antichità, più cari che non siano oggi, dato che la tecnica moderna ha messo a disposizione di un più gran numero di persone, e a un prezzo molto più basso, quelle comodità e quei beni che una volta erano riservati soltanto ai ricchi.

Un confronto dei prezzi dei generi di abbigliamento è addirittura pazzesco. Dovrebbero coincidere tecniche e costi di produzione, materie prime e relativi costi, rapporto tra domanda e offerta, e altre complicazioni del genere. Sicché non c'è speranza di venirne a capo. Comunque il vestito dei poveri, della plebe, era elementare: una rozza stoffa cucita sulle spalle, Le esigenze della moda, per lo meno a un livello popolare, non si facevano sentire e la lana si filava e tesseva in casa. Quanto costava la lana al tempo che ci interessa? Plinio dice che quella più comune si pagava da 2 a 4 assi la libbra. Oggi 325 g (libbra romana) di lana, lavata e filabile, costano 390 lire. Il che vuoI dire che, considerando la lana a quattro assi la libbra, un sesterzio varrebbe 390 lire. Le scarpe, stando all'Editto di Diocleziano, dovevano costare da 4 a 8 sesterzi, secondo le misure e il tipo. Consideriamo il prezzo medio: 6 sesterzi; poiche oggi le scarpe più andanti si aggirano intorno a un prezzo medio di 3000 lire, il sesterzio varrebbe 500 lire. Ma la plebe si accontentava di sandali che costavano meno, e spesso di zoccoli di legno. Anche dalla voce abbigliamento comunque si può ricavare ben poco. Troppo sono cambiati gli usi, i gusti, i mezzi, le tecniche.

I salari

Ultima voce: i salari. Sulla base dell'Editto di Diocleziano il bracciante, il pastore, il mulattiere, il portatore d'acqua, l'espurgatore di cloache guadagnavano due sesterzi al giorno più il vitto. Calcoliamo per questo un sesterzio. Plinio dice che a Roma si poteva pranzare con un asse («cibo uno asse venali»); pranzo da osteria di quart' ordine certo, ma i padroni non dovevano trattare a manicaretti gli operai, sicché prevedendo tre pasti durante la giornata, uno più sostanzioso e gli altri due più leggeri, con l' aggiunta magari di un bicchiere di vino, che è una consuetudine ancora viva nelle campagne del mezzogiorno quando s' affittano braccianti, il calcolare complessivamente un sesterzio per il vitto non dovrebbe essere eccessivo. Perciò, 3 sesterzi al giorno. Confrontiamo questo salario con quello del bracciante di oggi, che è l'unità di mano d' opera paragonabile, per qualificazione, alle categorie sopra elencate. Poiche il salario giornaliero del bracciante, senza assegni familiari, si aggira intorno alle 1000 lire, un sesterzio varrebbe 333 lire.

Gli operai naturalmente guadagnavano meglio. Il muratore, l'ebanista, il fabbro, il fornaio avevano quattro sesterzi al giorno più il vitto, cioè 5 sesterzi. Ora siccome il salario medio degli operai dell'industria e dell'edilizia in Italia è di circa 1500 lire al giorno, un sesterzio varrebbe 300 lire. Altri operai, artigiani qualificati soprattutto, guadagnavano di più ma non è possibile tentare confronti. Si entrerebbe in un ordine di valutazioni del tutto soggettive.

Conclusione

E a questo punto urge una conclusione. Le equivalenze del sesterzio elencate in questa nota vanno da un minimo di 160 lire a un massimo di 600 lire. La media che se ne ricava e di lire 314. Questa equivalenza sembrerà a molti economisti troppo alta. Indubbiamente il valore dei prodotti del suolo, sui quali prevalentemente si basa la nostra comparazione, era nell' antichità più bassa di quel che sia oggi, mentre era molto più alto quello dei prodotti industriali. Ma se questa considerazione può valere per l'antichità in generale, quando viene riferita agli anni intorno alla metà del I secolo a.C., e alla città di Roma in particolare, essa appare meno persuasiva. In questo periodo molte cause concorrono a tenere alto il valore della merce grano e quello di quasi tutti gli altri prodotti del suolo di largo consumo; innanzitutto l'abbandono delle terre da parte dei piccoli contadini italici, poi, sempre in Italia, la trasformazione delle culture orientate verso una produzione atta a soddisfare le esigenze delle classi ricche, il costo dei trasporti, dato che le derrate dovevano venire da molto lontano, e infine l'espansione del mercato della città di Roma che in quel momento tende a diventare una metropoli babelica quale l'antichità non aveva mai conosciuto. D'altra parte è anche il momento in cui, dopo le spoliazioni operate dai proconsoli e propretori nelle province, a Roma c'era abbondanza di moneta, sicché il suo valore reale doveva essere un poco diminuito. Possiamo arrotondare perciò l'equivalenza a 300 lire. Tanto con approssimazioni come quelle con cui siamo andati avanti, economisti e statistici avranno già rinunciato a indignarsi e un arrotondamento non può disturbarli oltre. Con un sesterzio, insomma, al tempo di Crasso si comprava quello che oggi si può acquistare con 300 lire. Qual è allora in moneta attuale il valore del patrimonio del nostro Crasso? Se un sesterzio vale 300 lire, 7100 talenti valgono 51 miliardi e 120 milioni di lire (1959). Che è senza dubbio una somma rispettabile per la borsa di un privato, ma a noi fa molto minore impressione di quel che doveva fare agli antichi. Il fatto è che allora il mondo era assai più piccolo. Non c'erano i mercati di massa dell'età contemporanea, la popolazione dell'Italia superava si e no i cinque- sei milioni di persone, la tecnica era rudimentale rispetto a quella odierna che, volendo, permetterebbe di accrescere la produzione indefinitamente. E infatti le crisi economiche del mondo antico erano, di solito, crisi di sotto, non di superproduzione. È naturale che l'uomo più ricco di Roma sembri quasi un pezzente di fronte ai dinosauri e ai baroni dell' epopea capitalistica americana.

Aggiornamenti al 1985

I conteggi che precedono sono stati fatti nel 1959; perciò l' equivalenza del sesterzio romano del I secolo a.C. col potere d'acquisto di 300 lire è ovviamente riferita alle lire del 1959. L' equivalenza con quelle del 1985 comporterebbe, a rigore, la definizione di un nuovo paniere di beni e servizi contemporanei da mettere a confronto con quelli antichi. A parte l'arbitrarietà dell'operazione, per cui ci siamo largamente scusati col lettore, pensiamo che essa, mano a mano che si va avanti nel tempo, diventi sempre più difficile e inutile. Si immagini di farla per esempio negli anni tremila o quattromila o quando comunque si possa presumere che un terrestre riuscirà a collegarsi e a parlare con ogni suo simile ovunque si trovi, sulla terra, sulla Luna o su Marte senza spostarsi di casa e premendo soltanto un bottone. Con quale servizio dell'antichità potrebbe essere confrontata questa già verosimile eventualità? Non certo col servizio postale a cavalli. O anche, senza andare tanto in là, con che cosa confrontiamo la trasvolata da un continente all'altro, che oggi ormai è diventata consumo di massa? Col volo di Icaro, che è poi il primo crash aereo della storia dell'uomo? Notiamo di passaggio che il confronto del paniere contemporaneo con quello antico non ci consente di rimanere nel mondo reale dell' economia ma ci trascina e ci sposta addirittura in quello fantastico del mito. Vuol forse dire, questa traslazione, che i miti dell'umanità sono destinati in prospettiva a essere realizzati dalla scienza e dalla tecnologia? In tal caso c'è da sperare che l'ipotesi mitica della fantascienza che prevede istantanei trasferimenti da una galassia all' altra possa compiersi, così come, dopo duemila anni, si è compiuto l'antico mito di Icaro. Questo genere di confronti sarebbe più corretto se fosse fatto con società, o sezioni di società contemporanee, che si trovino oggi allo stesso livello tecnico delle antiche, come per esempio le comunità di quei paesi dell'Asia Centrale non ancora raggiunte dal progresso moderno. Ma che interesse potrebbe avere un tale confronto per noi che invece siamo curiosi di farlo con le società più avanzate ? È una curiosità, la nostra, che deriva dalla curva a gomito in cui ci troviamo sull'interminabile nastro stradale della storia. Non è vero che il mondo antico è finito col quinto secolo dopo Cristo come dicono i libri di storia; è finito ieri, nel secolo diciannovesimo, quando ancora la vita umana era legata alla velocità del passo dell'uomo o del cavallo o del vento. Questo antico mondo, noi contemporanei che siamo all' apice della curva, cioè viviamo un'epoca di transizione (tutte le epoche sono di transizione ma la nostra lo è più delle altre), ancora ce l'abbiamo sotto gli occhi, perché sopravvive nelle sacche e nelle nicchie trascurate dall' avanzare tumultuoso della tecnica, quando non ce l' abbiamo stampato nella memoria; qualcuno più anziano ricorda per esempio quando si attaccava il cavallo al carrozzino per una trasferta dal paese in città o viceversa. Ed è un mondo ancora così vivo e presente da tentarci a quei confronti, a quei paragoni, a quelle equivalenze impossibili e avventurose. Tra qualche generazione, quando le sue tracce saranno rilevabili solo nei libri di storia, questi confronti non costituiranno più un' esigenza per nessuno. A nessuno cioè verrà più in mente di cercare i valori monetari e confrontare i poteri di acquisto. Senza rifare perciò i conti fatti venticinque anni fa, operazione che, a rigore, sarebbe obbligatoria perché i nostri venticinque anni, per velocità di trasformazione storica, equivalgono quasi a un'era geologica, ci limitiamo ad aggiornare i numeri allora ricavati con un'operazione un po' sbrigativa ma non proprio illegittima, utilizzando cioè gli aggiornamenti degli statistici. Secondo i dati dell'ISTAT la lira del 1959 equivale come potere di acquisto a 10,65 (dieci sessantacinque) lire de1 1985. Il che significa che il sesterzio antico equivarrebbe a 3.195 (tremilacentonovantacinque) lire del 1985, cioè a due dollari e tredici centesimi al cambio di 1500 per un dollaro e che il valore del patrimonio di Crasso che sulla base del peso in oro (1 grammo = lire l8.000 del 1985) sarebbe di 25l.082.000.000 (duecento cinquantuno miliardi ottantadue milioni di lire) diventerebbe sempre in lire 1985 di: 544.428.000.000 (cinquecentoquarantaquattro miliardi e quattrocentoventotto milioni di lire), pari a 255.600.000 (duecentocinquantacinque milioni e seicentomila) dollari. Che non è una cifra spropositata se si considera che Ford, Rockefeller e lo stesso Agnelli, per non parlare di qualche sceicco arabo, valgono sicuramente molto di più. Bisogna confessare però che questo confronto con i moderni suona poco pertinente e come stonato, perché mette di fronte una ricchezza individuale e dichiarata (quella di Crasso) con un' altra ricchezza che definirei societaria e mimetizzata. Per la verità i nomi che abbiamo citato sembrano conservare ancora qualcosa del fascino quasi romantico dei favolosi tycoons dell'epopea capitalistica del primo novecento, nella quale era ancora possibile attribuire a un grande magnate tutto il patrimonio della sua industria, ma in realtà introducono un' altra dimensione di ricchezza: quella mostruosa e incalcolabile delle grandi multinazionali nelle quali la concentrazione di denaro è tale da non consentire di trovare, nella storia, un adeguato termine di paragone.

Aggiornamenti al 1995

Secondo i dati ISTAT la lira del 1959 (anno in cui è stato confrontato il paniere di beni moderni con quello antico) equivale, in potere d'acquisto, a 17,943 lire del 1995. Di conseguenza il valore del sesterzio che nel 1959 avevamo indicato in 300 (trecento) lire sarebbe oggi di 5380 (cinquemilatrecentottanta) lire. Il patrimonio di Crasso perciò (7100 talenti) varrebbe in lire (1995) 917.246.160.000 (novecentodiciassette miliardi, duecentoquarantasei milioni, centosessantamila lire).

AGGIORNAMENTO AL 2005 (G. Pollidori)

Con l'entrata in vigore dell'euro nel 2002, che di mese in mese rende sempre più difficile il confronto diretto addirittura con le vecchie lire (figuriamoci quindi con il sesterzio), studi recenti molto attendibili danno il valore del sesterzio romano paragonabile a 10 Euro (quasi 20.000 vecchie lire). Ciò parrà esagerato: non solo per il valore d'acquisto ancora relativamente elevato che 20.000 vecchie lire comunque conservano, ma anche rispetto alle 5.380 lire valutate per un sesterzio appena nel 1995. Ma in verità il salto compiuto in dieci anni (1985- 1995) da lire 3.195 a lire 5380 per il potere d'acquisto della lira (e quindi anche nel raffronto col sesterzio) sembrava già esagerato, quasi un raddoppio. E questa è la triste realtà, se si considera che a pochissimi mesi dall'entrata in vigore dell'euro cose normalmente valutate 1000 lire (al mercato, nelle bancarelle più economiche , appariva nel dicembre 2001 la fatidica scritta "tutto a mille lire") passarono tutte a 1 € (e la scritta divenne in due mesi "Tutto a un euro"). Non dunque 1000, bensì 2000 lire in due mesi. Atteniamoci quindi a queste valutazioni senza stupirci più di tanto e sperando che di anno in anno valutare non più in miliardi (di lire) ma in milioni (di euro) non ci renda tutti più poveri. Solo una Europa forte e unita, erede dell'unità e della ricchezza della Repubblica Romana durante Crasso, potrà evitarlo. E già l'unità monetaria comune dell'Impero (il sesterzio) si è almeno riproposta per l'Europa grazie all'euro. Concludendo, il valore del patrimonio di Crasso (7100 talenti, 170.400.000 sesterzi) equivarrebbe oggi in euro a € 1.704.000.000 (cioè più di 3400 miliardi di vecchie lire). Quando non esistevano New York e Londra e la capitale del mondo aveva 3.000.000 di abitanti, scusate se è poco!

Aggiungiamo, sempre di nostro, un breve schema sul valore generale delle monete romane rispetto all'euro

MONETA                         Grammi Rep- Impero  Valore oggi Simbolo   Materiale

QUADRANS 1/4 DI ASSE        (3/12)68 -1,7     1 €                  ***         aes rude=bronzo-rame

SEMIS,SEMISSIS SEMIASSE          136 -          2 €                  S              bronzo

AS,ASSIS ASSE                                 272 -11      4 €                  I               bronzo-rame

DUPONDIUS 2 ASSI                              / -13      8 €                                  bronzo-oricalco

SESTERTIUS 2,5 ASSI                        1,1 -27     10 €                IIS,  HS   argenteus-oricalco

QUINARIUS 5 ASSI                             2,2 -        20 €                V              argenteus-

                                                                                          (non Quinarius Aureus,1/2 Aureo 500€)

DENARIUS 10 ASSI                             4,5 -        40 €                X              argenteus

AUREUS 25 DENARII ARGENTEI        / -8      100 HS    (SESTERTII) IN ORICALCO 1000 €

AUREUS (NERONE) 25 DENARII ARGENTEI  

                                                                    / -7,2    100 HS (SESTERTII) IN ORICALCO

AUREUS (CARACALLA) 50 DENARII

                                                                      -6,5     200 HS

SOLIDUS AUREUS (COSTANTINO)    -4,5

Oricalco= simile all'ottone? (rame 80%, stagno, piombo, zinco 20%)

 



[1] Non la parte "nobile" dell'esercito partico (cavalleria catafratta, scontro militare effettivo) ma la parte "clientelare", subalterna della cavalleria leggera (servi, fittavoli, coloni) ebbe la parte decisiva negli scontri (non nella vittoria sul campo). Cavalleria leggera che in qualsiasi altra condizione di guerra "in un terreno vario, in un quadro di operazioni che avesse previsto città da difendere, posizioni da mantenere, forti da costruire, avrebbero avuta una funzione secondaria" (ibidem).