VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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12. IL PARTITO DI AUGUSTO

 

All’inizio del nostro lavoro abbiamo tentato di porre due quesiti fondamentali, di non facile soluzione:

      1) è esistita nell’antica Roma una forma di capitalismo?

      2) Sono esistite forme di movimenti o di partiti politici degni in qualche modo di questo nome?

 

Pensiamo che alla prima domanda la risposta possa esser venuta soprattutto dalle tesi del Ruffolo. Per la seconda questione vogliamo concludere con alcuni passi dell’autore, forse il più valido, fra quelli che hanno negato esistenza di partiti, programmi politici e lotte di classe nel lungo periodo della Rivoluzione Romana, il Syme. Egli, conservatore scandalizzato dall’ingresso di troppi uomini nuovi (cavalieri, cioè borghesi, e liberti) nella nomenclatura politica romana massimamente da Cesare ad Augusto (ingressi soprattutto nel Senato e nell’amministrazione dell’impero e delle province, cosa per la quale non nasconde però anche una velata ammirazione), a due terzi della sua opera fondamentale (La rivoluzione romana) pone un capitolo dal titolo e dai contenuti forse illuminanti: “IL PARTITO DI AUGUSTO”. Leggiamone piccoli punti, rimandando alla nostra Appendice per i capitoli interi. Notiamo però subito che i più fortunati nel regime augusteo saranno soprattutto i “rivoluzionari”, o meglio i “rinnegati, avventurieri, banditi, opportunisti, intriganti” che avevano approfittato della rivoluzione. I liberti (schiavi che avevano ottenuto libertà e cittadinanza, cioè diritto di voto politico), usciti anch’essi in vario modo vincitori, si erano tutti “arricchiti con le terre delle vittime delle proscrizioni rivoluzionarie”: risulta però a tutti che fossero per lo più tecnici, amministratori, finanzieri di altissimo livello, e per lo più milionari (ma si sa che questo, per un aristocratico conservatore, è un crimine). Vi è poi dichiarato disgusto per la “plutocrazia”. Inoltre, con una per noi interessantissima e favorevolissima mancanza di coerenza, si passa spesso dal termine di “fazione cesariana” a quello di “partito cesariano”, mentre per l’Augusto conquistatore del potere la “piccola fazione di Augusto” diventa subito “partito di Augusto” appena egli eredita completamente il “partito cesariano” (soprattutto dopo la disfatta di Marco Antonio): (da Syme, La Rivoluzione Romana, cap. XXIV)

 

<<Le modeste origini della fazione di Ottaviano sono chiaramente rivelate dai nomi dei membri fondatori. Abbiamo via via notato le adesioni successive, che mostrano come essa crebbe costantemente in numero e in dignità di mano in mano che l'erede di Cesare reclutava seguaci ed amici nel campo degli avversari, finché, da ultimo, con la spoliazione di Antonio, non solo incamerò l'antico partito cesariano ma ottenne l'adesione di un gran numero di repubblicani, e poté quindi mascherarsi da partito nazionale. Piú di settecento senatori accompagnarono il capo dell'Italia alla guerra di Azío, in maggioranza recando in cuore disprezzo ed odio per lui, e tuttavia sospinti dal salutare istinto di ricavarne onori e vantaggi di carriera. E di questo numero imponente, afferma orgoglioso Augusto, non meno di ottantatré avevano già detenuto il consolato o sarebbero stati in seguito ornati di questa onorificenza suprema.

Cesare dittatore aveva aumentato il Senato ammettendovi suoi partigiani; ma né tale provvedimento né gli uomini prescelti erano tanto scandalosi quanto si sostenne allora e in seguito. Cesare non degradava le onorificenze. Le accessioni piú vergognose sopravvennero in seguito, durante il governo arbitrario di un triumvirato che piú che esser indifferente, era addirittura ostile ai privilegi di nascita e di stirpe. Il Senato si era perciò ingrossato disordinatamente salendo a oltre mille membri. Affinché, dunque, l'assemblea sovrana recuperasse dignità ed efficienza all'atto della restaurazione della repubblica, Ottaviano ed Agrippa procedettero ad un'epurazione nel 28 a. C.: circa duecento « elementi indegni » furono indotti a dimettersi mediante l'esercizio di pressioni morali.

 

Ma il vero significato dell'epurazione, che gli storici ricordano con tanta serietà ed esaltano tanto ingenuamente, non sfuggì agli osservatori contemporanei. C'era un motivo ben preciso per ridurre i ruoli del Senato: oltre trecento senatori avevano preferito Antonio e la repubblica al tempo del colpo di stato del 32 a. C. Alcuni di essi si erano immediatamente pentiti aggregandosi alla schiera di quei rinnegati che salirono ad alte cariche, come Crasso, Tizio e M. Giunio Silano; altri, risparmiati dopo la vittoria, conservarono la loro posizione e il loro rango, come Sosio e Furnio; Scauro e Cn. Cinna non ebbero un trattamento di particolare favore, poiché Scauro, alla pari di altri repubblicani e pompeiani, non arrivò mai al consolato, e Cinna non ci arrivò prima che fossero trascorsi piú di trent'anni. Alcuni però morirono o scomparvero: ad esempio non si sa píú nulla del consolare L. Gellio Poplicola e di altri tre ammiragli di Antonio a Azio.

Occorrevano dei nobiles per illustrare il Senato della riesumata repubblica; c'erano in giro veramente troppi novi homines. Forse, ad ostentazione di clemenza e di magnanimità, si concesse ad alcuni dei partigiani minori di Antonio di conservare il rango senatorio, almeno di nome. Appena ci fosse stato un censo, essi avrebbero perso il loro diritto, se avessero perduto i loro beni di fortuna. Dopo Azio alcune città d'Italia furono punite di aver simpatizzato per Antonio con la confisca delle loro terre a beneficio dei veterani; non era il caso certo di avere la delicatezza di risparmiare, per rispetto alla loro dignità, le grandi proprietà terriere di trecento e piú senatori sleali o traviati; del resto i magnati locali della fazione antoniana dei municipi italici avevano i loro avversari locali.

Un certo numero di vittime dell'epurazione facevano probabilmente parte di quella deplorevole classe di senatori che non era stata capace di evitare di decadere dalla sua posizione; del resto, l'alta assemblea ora scartava membri inutili o guasti, che non avevano modo di documentare la propria pietas verso il princeps, i propri servigi alla causa cesariana, o una protezione in alto loco. Rimanevano invece i partigiani cesariani, e i rinnegati fortunati, tutti uomini cui l'avventura, l'intrigo, l'audacia priva di scrupoli avevano arrecato i rapidi incrementi di un'età rivoluzionaria.

L'oscurità dei natali o l'origine provinciale non costituiva un impedimento. Diversi tra i grandi generali plebei erano morti: Salvidieno il traditore dell'amico e del capo, Canidio per il suo lealismo ad Antonio, Saxa ucciso dai Parti, Ventidio di morte naturale: se essi, per migliore fortuna o per piú accorto calcolo nel tradimento, fossero sopravvissuti, avrebbero occupato un posto di primo piano fra i grandi anziani del nuovo Stato, ono. rati dal princeps e dal Senato, acclamati in pubblico, odiati in segreto. Ma una discreta schiera di pari loro fu riserbata a ulteriori onori e profitti; in prima fila Agrippa e Tauro, di ignoti progenitori. L'augusta, epurata assemblea che ricevette dalle mani del capo dell'Italia la repubblica restaurata non smentiva le sue origini e non può sottrarsi al confronto storico: era una spaventosa accolta di uomini privi di scrupoli, arricchiti dalla guerra e dalla rivoluzione.

In essa non c'era traccia di reazione repubblicana. I senatori conoscevano il vero scopo dell'adozione da parte di Augusto di forme e frasario repubblicano, la profonda ironia dell'ostentato contrasto fra dittatore e princeps. Il partito cesariano era stato istallato al potere; si trattava ora di garantirne il predominio per il futuro. Infatti, dopo l'uccisione di Cesare, gli interessi costituiti avevano scongiurato qualsiasi sconvolgimento e avevano imposto la sistemazione del 17 marzo. Ora gli interessi costituiti erano piú estesi, piú tenaci, meglio organizzati. Il capitale si sentiva al sicuro. Un partito conservatore può esser anche molto vasto ed eterogeneo: Cicerone, definendo la categoria degli optimates (cioè dei paladini della ricchezza e dell'ordine costituito), estendeva arditamente il termine dall'ordine senatorio fino a coprire qualsiasi classe sociale, non esclusi i liberti; ora, ciò che nell'oratoria di Cicerone era propaganda occasionale o una mera utopia, era divenuto realtà concreta, a risultato di una violenta ridistribuzione del potere e della ricchezza. Se la repubblica aristocratica aveva mascherato e talvolta contrastato il potere del denaro, l'ordine nuovo era palesemente, anche se non dichiaratamente, plutocratico.

Il capitale ricevette delle garanzie ripagandole con la fiducia al governo. Piú della restaurazione delle forme costituzionali, ebbe favorevole accoglienza l'abolizione della tassazione diretta in Italia, che era stata imposta in modo opprimente da tutti i partiti nella lotta per il potere dopo l'uccisione di Cesare e che era stata ancor piú appesantita da Ottaviano per finanziare la sua guerra contro Antonio. Ma ora il bottino della vittoria e le entrate dell'Oriente diedero nuova vita all'economia italica. Gli speculatori e i banchieri che, volenti o nolenti, avevano sostenuto con le loro sovvenzioni il colpo di stato e ne avevano avuto in compenso le proprietà terriere dei vinti, ebbero ora ulteriore beneficio dal principato perché la terra crebbe rapidamente di valore'. Ma l'ordine nuovo era qualcosa di piú che una coalizione di profittatori che faceva appello alla legge e alla costituzione per proteggere le sue grandi ricchezze. Quindi, ben lungi dall'esserci una reazione, sotto il principato si dovevano consolidare ed estendere le conquiste della rivoluzione: e quella che era stata da principio una serie di atti arbitrari, doveva ora continuare sotto forma di processo costante, diretto con mano sicura da un'amministrazione statale.

Lo Stato romano, ai tempi della repubblica, era composto di tre ordini sociali, ciascuno con un suo preciso rango, doveri e privilegi: essi sarebbero rimasti, perché i Romani non credevano nell'eguaglianza. Si doveva però rendere infinitamente piú facile il passaggio dal basso all'ordine equestre e dall'ordine equestre al Senato: e la giustificazione della promozione stava nel servizio prestato allo Stato, soprattutto il servizio militare. In tal modo la famiglia di un militare poteva assurgere al rango equestre e poi a quello senatorio in due o tre generazioni, in conformità al sistema sociale del principato: e i senatori erano eleggibili alla porpora. Col passare del tempo il procedimento fu esteso e furono abbreviate le tappe; così figli di cavalieri, cavalieri ex novo, e infine banditi di Tracia e di Illiria divennero imperatori di Roma.

Una volta suscitate dall'ambizione di demagoghi militari, le pretese del proletariato d'Italia in armi minacciavano la stabilità della repubblica romana; nondimeno, quando si era offerta qualche prospettiva che le loro aspirazioni alle terre e alla sicurezza sarebbero state riconosciute, i soldati si erano dimostrati capaci di mettere in difficoltà i politici, di disarmare i generali, di scongiurare spargimento di sangue. Entrati in possesso dei terreni, i veterani erano ora il piú solido pilastro della monarchia militare. Ventotto colonie in Italia e un gran numero nelle province onoravano Augusto col nome di patrono e difensore.

Nell'anno 29 a. C., all'epoca del suo trionfo, Ottaviano aveva distribuito un donativo in denaro ai veterani delle sue colonie; furono non meno di centoventimila gli uomini che fruirono della largizione del loro capo. Questo esercito non ufficiale, utile all'ordine pubblico, veniva costantemente mantenuto a livello. Fino al 13 a. C., data che segna una svolta nella storia dell'esercito romano, Augusto dotò i legionari congedati di terre, italiche o provinciali, acquistate con i propri fondi personali: dopo di allora, egli stabilì una gratifica da pagarsi in denaro; per cui i soldati congedati negli anni 7-2 a. C. ricevettero in tutto non meno di quattrocento milioni di sesterzi (4 miliardi di euro). L'esercito conservava ancora tracce della sua origine di esercito privato della rivoluzione. Soltanto nel 6 d. C., anno in cui si prevedeva una notevole smobilitazione di legionari, lo Stato si assunse il carico dei pagamenti con la costituzione di un fondo speciale rivolto a questo scopo (l'aerarium militare).

Il soldato in servizio guardava ad Augusto come al suo patrono e protettore, ma anche come al suo ufficiale pagatore. Oltre agli eserciti nel loro insieme, anche il singolo legionario doveva venir sottratto alla politica, staccato dal suo generale e legato personalmente al capo del governo e, solo attraverso di lui, allo Stato romano. Ma c'era un reparto di truppe che si trovava in particolare rapporto di devozione al princeps. Questi infatti non solo aveva, e continuò a mantenere, una guardia del corpo privata costituita da Germani, ma disponeva anche di cittadini romani addetti alla sua protezione: la cohors praetoria propria del generale romano ebbe continuazione in tempo di pace in un reparto stabile di nove coorti di guardia pretoriana dislocate a Roma e nelle città d'Italia.

Nei discorsi alle truppe Augusto lasciò cadere l'appellativo rivoluzionario di « camerati » e introdusse una disciplina piú rigida di quella in uso durante le guerre civili: ma questo non voleva dire che le trascurasse. Augusto ricordava, premiava, promuoveva anche il piú umile dei suoi soldati: difese personalmente il veterano Scutario in tribunale, promosse il soldato T. Mario di Urvinum a rango equestre. (Val. Mass., 7, 8, 6: « ab infimo militiae loco benificiis divi Augusti imperatoris ad summos castrenses honores perductus eorumque uberrimis quaestibus locuples factus ». Cfr. CIL, XI, 6058. -- Cfr. « JRS », XXVII (1937), 128 sg., e sopra, p. 80.)

La rivoluzione aveva aperto la strada, e il nuovo Stato la continuava, all'avanzamento del soldato comune. Nella gerarchia militare e sociale della repubblica, egli aveva modo di giungere alla carica di centurione, non oltre. All'uscita di servizio, veramente, avrebbe potuto trovarsi in possesso del censo equestre, ed essere quindi eleggibile a cariche equestri; inoltre, non è affatto inverosimile che giovani di famiglie equestri di municipi italici s'arruolassero nelle legioni per spirito d'avventura, per avere un impiego e i profitti del centurionato. Ma i posti di tribuno militare nelle legioni e di comandante della cavalleria (praefectus equitum) erano riservati a membri dell'ordine equestre, cioè a dire a cavalieri (ivi compresi i figli di senatori che non avessero ancora detenuto la questura). Naturalmente gli ex centurioni non ne sarebbero stati esclusi, se avessero raggiunto la condizione finanziaria dei cavalieri (cosa non difficile); ma non vi era, nell'esercito stesso, una promozione regolare dal centurionato a cariche equestri. La rivoluzione portò un cambiamento, dovuto forse anche a necessità schiettamente militari oltre che a motivi sociali e politici; si vuole alludere all'uso di preporre dei centurioni a reggimenti di ausiliari non romani. Per una prassi normale entro il sistema di Augusto, i centurioni anziani possono entrare direttamente a far parte della militia equestris e qualificarsi per posti di notevole importanza: ne vennero tali vantaggi di servizio, di onorificenze, di carriera che a un certo momento dei cavalieri furono disposti a spogliarsi temporaneamente del loro rango per fare i centurioni.

Il reclutamento dell'ordine equestre avveniva in due modi: primo, soldati o figli di soldati diventavano cavalieri col servizio militare. Ad esempio T. Flavio Petrone di Rieti, veterano di Pompeo, ebbe un figlio di rango equestre, T. Flavio Sabino esattore di tasse, che fu a sua volta padre di un imperatore romano. All'epoca della dinastia Flavia un soldato comune poteva arrivare ad essere governatore della provincia di Rezia. In secondo luogo, ci sono i liberti. Questa classe di commercianti si avvantaggiò della rivoluzione acquistando le terre dei proscritti [notazione accettabile, se non potesse sembrare faziosa, Nota G. Pollidori]. Grande deve essere stato il loro numero e grandi i loro guadagni: tanto che durante i preparativi di Ottaviano prima della battaglia di Azio la tassazione speciale incontrò resistenza da parte loro. Il liberto Isidoro dichiarava nel suo testamento di aver subito gravi perdite finanziarie durante le guerre civili, dichiarazione certamente convenzionale, non limitata ad una sola classe di benestanti sotto il principato di Augusto. Nondimeno Isidoro poté lasciare in eredità sessanta milioni di sesterzi (600 milioni di euro) di liquido, per non parlare delle migliaia di schiavi e di capi di bestiame; il funerale di questo personaggio costò un milione di sesterzi (10 milioni di euro).

Nel periodo del triumvirato un ex schiavo divenne tribuno militare: il che suscitò l'aspra indignazione di Orazio: « hoc, hoc tribuno militum »

Ma Orazio stesso gli era superiore soltanto di una generazione. Anche in questo campo, non si ebbe nessun ritorno ai pregiudizi di nascita del periodo repubblicano. Sotto il principato, dei figli di liberti occupano ben presto cariche militari; e, allo stesso modo che sotto la repubblica, sono attestati come senatori, senatori del Senato purificato di Augusto. Soprattutto i liberti furono impiegati dal princeps come agenti e segretari personali, specialmente con compiti finanziari; in questo campo Augusto ereditò ed estese la prassi di Pompeo e di Cesare.

In questo modo l'ordine equestre veniva costantemente rinsanguato dal basso, e a sua volta passava il fior fiore dei suoi membri al Senato. Di fatto, la classe dei cavalieri è la pietra angolare dell'intero edificio sociale, militare e politico del nuovo Stato. Nell'ultima generazione repubblicana i finanzieri avevano dato un po' troppo spesso dei fastidi ai politici. Se si trovavano in contrasto col Senato, per il loro utile mettevano a repentaglio la stabilità dello Stato; se invece gli erano alleati, continuavano nei loro abusi in Italia e dovunque nelle province, ostacolando ogni riforma e provocando in tal modo la rivoluzione: i cavalieri pagarono il fio con le proscrizioni, poiché essi furono le vittime principali e predestinate della decimazione. Benché momentaneamente assottigliate, le loro fila furono presto accresciute da un'ondata di speculatori fortunati. Ma Augusto non li lasciò tornare al vecchio giuoco: le grandi compagnie di publicani chiudono i battenti o si ridimensionano dato che per lo piú agli appaltatori di tasse viene ora affidata la riscossione soltanto di tasse secondarie e indirette.

Allontanati dalla politica, i cavalieri sotto il princeps acquistano in possibilità di impiego e in dignità. Viene man mano a costituirsi una carriera equestre con servizio nell'esercito, nella finanza e nell'amministrazione, che tuttavia non era una novità assoluta avendo le sue origini nella prassi consueta dell'età di Pompeo intensificata dalle guerre della rivoluzione e dal governo del triumvirato.

……

Uno di questi era l'ufficiale di Cesare C. Voluseno Quadrato. Inoltre il proconsole eleggeva a proprio agente e a ufficiale capo del commissariato e dei rifornimenti un cavaliere di non poca importanza, il praefectus fabrum: i soli nomi di alcuni di questi ufficiali ne sono sufficiente testimonianza.

Le guerre combattute fra Romani con eserciti di veterani da entrambe le parti imposero elevati criteri di mobilità, di rifornimenti o di strategia, accrescendo immediatamente l'importanza dei praefecti equestri, che si trovarono a capo di distaccamenti o di singole legioni; e non solo, uomini come Salvidieno Rufo e Cornelio Gallo condussero alla vittoria armate intere. Salvidieno e Gallo sono simboli della rivoluzione; la pace, lo Stato ben ordinato può far a meno di uomini come loro. Tuttavia, il cavalierato militare trovò ampio impiego, e ancor maggiori ricompense, quando il servizio divenne una carriera con una sua gerarchia e con un suo cursus honorum. C. Velleio Patercolo passò circa otto anni come tribunus militum e praefectus equitum; altri prestarono servizio ancor piú a lungo: T. Giunio Montano è il caso limite. Inoltre, in Egitto, terra preclusa ai senatori, erano dei cavalieri romani a comandare ognuno una legione della guarnigione e questa prassi non era limitata all'Egitto, perché dovunque le necessità di guerra lo richiedessero un ufficiale equestre poteva venir temporaneamente preposto a una legione romana.

 

Meriti militari potevano anche procurare raccomandazione e patronato a posti della carriera civile, e particolarmente a quello di procuratore. Augusto si valse dell'esperienza finanziarla di uomini d'affari romani per sovrintendere alla riscossione delle entrate nelle sue province. Essi erano attinti dall'aristocrazia delle città, provinciali o italiche: cosí P. Vitellio di Nocera e M. Magio Massimo di Aeclanum prestarono servizio come procuratori'. Magio era una persona degna di ogni considerazione; di Vitellio invece alcuni dicevano che suo padre era un liberto: ciò significa che indubbiamente aveva molti nemici. L. Anneo Seneca, un benestante di Cordova, ebbe forse un posto del genere prima che si dedicasse allo studio della retorica. Pompeo Macro, figlio dello storico di Mitilene, fu procuratore in Asia; non molto tempo dopo due uomini della Gallia Narbonense si procacciarono la « nobilitas equestris » prestando servizio alle finanze.

Non solo: i cavalieri romani potevano anche governare province, alcune molto piccole e paragonabili ai comandi accessibili a proconsoli di second'ordine, una però piú ricca e potente di ogni altra. Un cavaliere romano aveva guidato un esercito alla conquista dell'Egitto e vi era rimasto in veste di primo prefetto del paese alla testa di tre legioni. Alcune altre province acquisite in seguito da Augusto furono poste agli ordini di prefetti o di procuratori di rango equestre: ad esempio la Rezia e il Norico. Quando fu annessa la Giudea (6 d. C.), il suo primo governatore fu Coponio, cavaliere romano di una distinta famiglia di Tivoli'; e in un momento d'emergenza un ufficiale equestre governò Cirene. Nessuna di queste province era paragonabile all'Egitto né ospitava legioni romane; ma il prefetto d'Egitto venne ad avere qualcosa di pari e di corrispondente a lui quando, negli anni centrali del governo di Augusto, una coppia di cavalieri romani fu eletta al comando della guardia pretoria. Gradini meno importanti della carriera equestre, che quindi poteva culminare con la prefettura d'Egitto o col comando della guardia, erano due posti amministrativi a Roma creati da Augusto verso la fine del suo principato: il praefectus annonae che era incaricato del vettovagliamento della capitale, e il praefectus vigilum che, dotato di coorti arruolate soprattutto fra gli schiavi liberati, aveva le responsabilità di mantenere l'ordine pubblico e di proteggere dai tumulti e dagli incendi.

 

Dunque il vicerè d'Egitto poteva guardare dall'alto della sua posizione un volgare proconsole di Creta o di Cipro; e il prefetto della guardia sapeva quanto poco potere corrispondesse alla carica e al titolo decorativo di console: tutto questo era qualcosa di nuovo e di rivoluzionario. Non che fino ad allora ci fosse stata proprio una netta linea divisoria fra senatori e cavalieri; essi facevano parte della stessa classe sociale, pur differenziandosi per posizione ufficiale e. prestigio, e cioè anche in questo caso per dignitas. Questo dato di fatto palese era però offuscato da pretese e pregiudizi: la vecchia nobiltà di Roma, patrizia o plebea, ostentava disprezzo per i cavalieri e i municipali; cosa che tuttavia non impediva i matrimoni né infirmava le eredità. Anche nelle piú segnalate famiglie nobili si poteva scoprire qualche recente infiltrazione di sangue municipale: il nonno di L. Pisone (cons. 58 a. C.) era un uomo d'affari di Piacenza; un patrizio Manlio aveva sposato una donna di Ascoli; l'avo materno di Livia Drusilla aveva retto la carica di magistrato municipale a Fondi, a quanto diceva l'irriverente bisnipote di Livia.

L'impero, conscio della necessità di mascherare la plutocrazia, si affrettò a farsi continuatore del pregiudizio tradizionale, e di esso anzi si fecero spesso portavoce i figli stessi di cavalieri, manifestando in modi sublimi o oltraggiosi il loro formalismo. Uno di essi rinfacciava a Seiano di essere un parvenu col rivolgere un solenne rimprovero alla principessa sua amante per il disonore da lei arrecato alla famiglia, agli avi e a tutta la discendenza con l'abbandonarsi ai volgari abbracci di un “municipalis adulter”. Il padre di Seiano, Seio Strabone, era forse soltanto un cittadino di Volsinii in Etruria, di condizione equestre; ma poi era stato prefetto della guardia e vicerè d'Egitto e aveva sposato una dama della famiglia patrizia di Cornelio Maluginense. Del resto, già per nascita Seio aveva potenti parentele: sua madre era sorella della Terenzia di Mecenate e di un ambizioso e sventurato console che era meglio dimenticare. Altro membro di questo gruppo influente era C. Proculeio (fratellastro di Varrone Murena), intimo amico del princeps in giorni lontani. Augusto, si diceva, un tempo aveva pensato di dar sua figlia Giulia in moglie al cavaliere Proculeio, che si raccomandava per il suo carattere integro e per una salutare avversione ad ogni ambizione politica.

 

In sé e per sé, l'ammissione di cavalieri in Senato non era una cosa nuova, poiché è chiaro che il Senato dopo Silla ospitava molti membri di famiglie equestri'. Però, allo stesso modo di altri senatori estranei alla ceti chia delle famiglie consolari, questi uomini erano ordinariamente tagliati fuori dalla massima onorificenza della repubblica. Il novus homo poteva giungere alla pretura; al consolato invece giungeva solo per una rara combinazione di meriti, di protezioni e di eventi. Anche in questo campo, come negli altri, Augusto, pur sotto le fogge della restaurazione, proseguiva la politica di Cesare e dei triumviri: « occultior, non melior », avrebbero detto i suoi nemici. Coi nuovi regolamenti, poteva sembrare che l'accesso al Senato fosse stato reso piú difficile, essendo ora limitato alle persone in possesso del distintivo di nascita senatoria (il latus clavus) e di un determinato patrimonio. Ma non era così; infatti il requisito di censo era in realtà piuttosto basso, se valutato col metro dei finanzieri romani; ed era poi lo stesso princeps che, arrogandosi un potere affatto usurpato che aveva le sue origini nella dittatura di Cesare, procedeva al conferimento del latus clavus a giovani di stirpe equestre incoraggiandoli a presentarsi candidati alla questura e ad entrare per tal via in Senato. Non solo: anche il tribunato era utilizzato allo stesso scopo. Ai migliori tra i nuovi venuti il lealismo e il servizio dello Stato avrebbero in definitiva procurato il consolato e avrebbero reso nobili le loro famiglie per sempre.

……..

Cicerone aveva parlato dell'Italia in modo commovente e con sincerità di sentimenti; ma egli difendeva l'ordine costituito, e anche se ne avesse avuto l'intenzione, gli mancava la potenza necessaria per ottenere l'ammissione al Senato di un certo numero di Italici. Il loro momento venne con Cesare: stanchi di parole, insofferenti dei paladini della libertà oligarchica, i popoli Marsi, Marrucini e Peligni salutarono in Cesare la rinascita della fazione mariana. La dittatura e la rivoluzione abbatterono i pregiudizi dei Romani e nello stesso tempo arricchirono i poveri notabili italici; adesso l'aristocrazia dei popoli soggiogati da Pompeo Strabone e da Silla entrava in Senato e comandava gli eserciti del popolo romano, come Pollione, il cui avo era stato capo dei Marrucini contro Roma, come Ventidio, originario del Piceno, come il marso Poppedio.

 

Nonostante la rivoluzione e la guerra nazionale di Azio, il processo di formazione dell'unità d'Italia non era ancora giunto a termine. Augusto era impaziente di provvedere ad un ulteriore reclutamento ed ammissione al Senato del fiore d'Italia, della brava gente danarosa delle colonie e dei municipia, di quelli che erano la spina dorsale della fazione di Augusto, i fattori primi del plebiscito di tutta Italia. Cosí il nuovo Stato, continuatore della rivoluzione, poteva vantare ricchi reparti regolari di novi homines, oscuri e illustri, alcuni dei quali incoraggiati con la concessione del latus clavus in gioventú e entrati quasi subito a far parte del Senato, altri invece solo dopo la carriera militare equestre. C. Velleio Patercolo, di stirpe campana e sannitica, dopo il servizio militare come cavaliere fu alla fine fatto questore'; casi contemporanei ed analoghi sono quelli di altri due partigiani municipali, uno di Treia nel Piceno e uno di Corfinio nel paese dei Peligni.

I municipali presenti nel Senato di Roma ai tempi di Pompeo erano per lo piú forniti dal Lazio, dalla Campania e dalla regione che dall'Etruria va ad oriente verso il Piceno e il territorio sabino. Ora provenivano da tutta Italia nel senso piú ampio, dalle Prealpi fino all'Apulia, alla Lucania, al Bruzzio. Non soltanto antiche città del Lazio da gran tempo decadute, come Lanuvio, forniscono senatori a Roma; ma sono rappresentate remote città prima del tutto prive di importanza e note solo di nome, come Alatri nel territorio degli Ernici al margine orientale del Lazio, Treia nel Piceno, Assisi in Umbria, Histonium e Larino di popolazione sannitica.

 

Dai recessi dell'Appennino, dalle arcaiche tribú sabelliche strisciano fuori le forme inconsuete dei «mostruosi esseri delle cittaduzze», richiamati dall'ambizione e dal guadagno, stanati dal patronato, bardati del prete. sto dell'antica virtú e virile indipendenza, ma quasi sempre rapaci, corrotti, ossequienti al potere. Rustici i modi e la parlata, con i loro nomi forestieri erano oggetto di scherno per l'aristocrazia di Roma, che per lo piú aveva da gran tempo pudicamente mascherato le sue proprie origini sabine od etrusche, pur note e non affatto rinnegate, mediante assimilazione alla forma latina del nome. Alcuni erano dei parvenus degli ultimi tempi, arricchitisi con l'assassinio e la rapina. Altri provenivano dall'antica aristocrazia paesana, famiglie signorili o sacerdotali che si facevano risalire direttamente a dèi o ad eroi, o almeno a una lunga stirpe di magnati locali, legate da vincoli di sangue o di matrimonio ai loro pari di altre città, inflessibilmente orgogliose dei loro natali'. Di alcuni sono documentate la città o la regione d'origine; in altri il gentilizio, per la radice o per il suffisso, tradisce la provenienza non latina. Uno di essi porta addirittura un praenomen umbro; e uomini dai gentilicia quali Calpetano, Mimisio, Viriasio, o Mussidio non avrebbero mai potuto sostenere di discendere da pura stirpe latina. In prima fila e al di sopra di tutti gli altri viene a porsi quella risonante mostruosità di nomi che è Sesto Sotidio Strabone Libuscidio di Canosa.

Di questi oscuri personaggi dai nomi fantasiosi non si era mai sentito parlare prima in Senato e neppure in Roma: erano i primi, e talvolta anche gli ultimi, senatori della loro famiglia, privi di ogni prospettiva di pervenire al consolato, e tuttavia voti sicuri per il princeps nell'ambito della sua restaurata assemblea sovrana di tutta Italia.

È questo il momento in cui nomi a noi piú familiari di quelli ora citati escono dall'ombra del rango municipale, convalidano ed accrescono la loro dignità, entrano a far parte della storia imperiale: M. Salvio Othone, figlio di un cavaliere romano, uscito da un antico ceppo dinastico dell'etrusca Ferento, divenne senatore sotto Augusto; P. Vitellio di Nocera si fece onore come procuratore di Augusto e i suoi quattro figli entrarono in Senato; Vespasio Pollione, di una assai onorata famiglia di Norcia nei recessi del territorio sabino, prestò servizio nell'esercito come ufficiale equestre' e suo figlio divenne senatore e sua figlia sposò l'esattore d'imposte T. Flavio Sabino. A queste famiglie era riservato il futuro.

Altri erano già andati piú oltre ed avevano ottenuto da Augusto la nobiltà per le loro famiglie. In prima fila vengono gli uomini d'arme, che proseguono la tradizione dei generali delle guerre rivoluzionarie, pur non imponendo una così rapida e fitta serie di nomi forestieri sui Fasti. M. Vinicio era figlio di un cavaliere della colonia di Cales. P. Sulpicio Quirinio non aveva alcun rapporto con l'antica casa patrizia dei Sulpicii, ma era del municipium di Lanuvio. L. Tario Rufo, «infima natalium humilitate», proveniva forse dal Piceno. Ignote sono le origini di M. Lollio e di P. Silio.

Negli ultimi anni tuttavia (4-14 d. C.) si assiste a un fenomeno significativo, e cioè al rinnovato avanzarsi di novi homines, per lo piú militari. Soldati fornì il Piceno, come c'era da attendersi: i due Poppei provenivano da un oscuro centro di questa regione. Larino, cittadina dalla fama poco raccomandabile, diede a Roma due consoli. Altro sannita era M. Papio Mutilo (cons. 9 d. C.), di antica casata signorile. Ancora certamente di estrazione municipale sono altri due consoli di questo periodo, che pur non si possono localizzare con esattezza. Questi uomini erano i rappresentanti dell'Italia di Augusto, anche se molti di essi appartenevano a quell'Italia che era stata tanto di recente il nome, la nazione, l'ideale opposto in guerra a Roma. Ma ora l'Italia giungeva fino alle Alpi comprendendo la Cisalpina. Alla ricchezza degli antichi territori etruschi e della Campania, al valore guerresco del Sannio e del Piceno, veniva adesso ad aggiungersi la fresca vitalità del Settentrione: la parte piú nuova d'Italia, l'Italia Transpadana, già rinomata nella letteratura latina, aveva mandato i suoi figli al Senato di Cesare. Subito all'inizio del principato cinque o sei uomini provenienti dalle città di Verona, Padova, Brescia, Pola e Concordia iniziano la loro carriera senatoriale.

……

Come si è mostrato, Augusto confermò e rinsaldò l'alleanza delle classi possidenti in due modi: col creare una carriera ufficiale per i cavalieri romani e col facilitare il loro ingresso in Senato. La concordia ordinum così realizzata era dunque allo stesso tempo un consensus Italiae, poiché rappresentava la coalizione delle famiglie municipali che tutte ora guardavano, sia che fossero presenti in Senato o no, a Roma come alla loro capitale, al princeps come al loro patrono e difensore.

Le città d'Italia fornivano soldati, ufficiali e senatori allo Stato romano; ne facevano quindi parte veramente. La connessione unificatrice era viva e organica e si rafforzava col passar del tempo. Si era fatto ricorso ai voti di fiducia dei municipia nella crisi della guerra civile, ma anche in pace non erano voti da trascurare. Augusto quindi incoraggiava le città a presentare candidati a posti militari nel servizio equestre 2; inoltre ideò un piano perché se ne sentisse l'influenza in Roma: i consiglieri municipali avrebbero dato il loro voto, anche senza spostarsi dalla residenza, a candidati alle elezioni di Roma'; ma questo esperimento, se pur fu fatto, fu presto abbandonato, non tanto perché era una presa in giro, dato l'effettivo carattere dell'elezione popolare a Roma, ma perché era una cosa del tutto superflua.

La mancanza di qualsiasi sistema di governo rappresentativo nelle repubbliche e nelle monarchie dell'antichità è stata considerata con disapprovazione da studiosi di scienze politiche, particolarmente da quelli che propongono come ideale la sovranità del popolo. I Romani, che non avevano fiducia nella democrazia, furono sempre in grado di ostacolare l'esercizio della sovranità popolare mediante una costituzione repubblicana che permetteva sì ad ogni cittadino di nascita libera di presentarsi candidato alle magistrature, ma garantiva l'elezione di membri di una nobiltà ereditaria. Tuttavia il Senato un tempo era sembrato rappresentare veramente il popolo romano, poiché era un'aristocrazia sovrana per nulla ristretta o chiusa. (--1 ILS, 932: « is primus omnium Paelign. senator / factus est et eos honores gessit ».-— 2 Svetonio, Divus Aug., 46. Si tratta forse dei tribuni militum a populo di cui si trova menzione in alcune iscrizioni, ad esempio ILS, 2677 (Verona). --3 Svetonio, Divus Aug., 46.)

 

La politica di apertura di Cesare e di Augusto poté appoggiarsi alla veneranda autorità della tradizione antica: l'avanzamento di novi homines non era per niente un « novus mos ». Tutti sapevano che le piú nobili famiglie dell'aristocrazia romana risalivano ad antenati latini o sabini, anche a non parlare dei re di Roma. Ora l'ampliata e rafforzata oligarchia dell'ordine nuovo era indirettamente, ma non per questo meno efficacemente, una rappresentanza di Roma e dell'Italia. Formalmente la costituzione era meno repubblicana e meno « democratica », poiché l'eleggibilità alle cariche non era piú diritto di tutti essendo determinata dal possesso del latus clavus, ma in pratica era liberale e «progressista ». Inoltre, ogni classe sociale, dai senatori ai liberti, aveva ora una sua posizione e una sua funzione nell'ampio partito, tradizionalista e conservatore, che aveva preso il posto della pseudorepubblica dei nobiles. In esso non era piú possibile il ristagno, ma solo un costante mutamento e rinnovamento.

Teorie liberali e la così a lungo vagheggiata unificazione dell'Italia possono esser opportunamente addotte a sostegno e a giustificazione degli atti di Cesare e di Augusto, ma esse non ne spiegano la radice e l'origine. In realtà, col concedere la cittadinanza romana e con l'estendere la loro clientela, questi governanti si facevano eredi degli accorgimenti dinastici e delle ambizioni dei precedenti uomini politici romani, accorgimenti già praticati da tempo immemorabile al fine di tagliar fuori i rivali, ma che ora coinvolgevano tutto un impero. E non fu neppure per motivi teorici che Cesare ed Augusto legarono al loro partito e fecero giungere al Senato l'aristocrazia italica: i senatori non rappresentavano una regione o una città, ma una classe, ed esattamente quella dei possidenti, « bori viri et locupletes ». E appunto perché l'accrescimento della fazione governativa non era l'attuazione di una teoria né opera di un sol uomo, era praticamente impossibile interromperlo d'un tratto; anche se l'avesse voluto, un governante sarebbe stato impotente a frenare il movimento di un processo naturale. Entro quanto tempo e entro quali limiti esso si sarebbe esteso fuori d'Italia, quali dei seguaci personali della nuova dinastia (i capi tribú della Gallia Comata, la ricca aristocrazia d'Asia, o magari i re dell'Oriente) sarebbero entrati nel Senato imperiale, l'avrebbero decretato i tempi e le circostanze.

Dappertutto vi erano zelanti e interessati difensori dell'ordine costituito: città, signorotti e re, cittadini romani e barbari. I provinciali reclutati a prestar servizio nelle formazioni ausiliarie potevano ricevere la cittadinanza romana in premio del valore; ed erano molti gli uomini delle province che entravano nelle legioni del popolo romano, sia che già possedessero la cittadinanza romana sia che no. Per cui si aveva una costante diffusione dei costumi e delle idee remane, un costante accrescimento del corpo civico. Soprattutto le classi possidenti delle città dell'impero, a Oriente e a Occidente, si ponevano saldamente a fianco del loro protettore. I re vassalli, anche se di nome erano ancora degli alleati del popolo romano, erano di fatto i clienti devoti del princeps, e come tali si comportavano. Il raffinato Giuba, marito della figlia di Antonio, il rozzo ma efficiente Erode, tanto apprezzato da Agrippa, Polemone del Ponto o i signorotti traci lavoravano tutti per Roma, come se fossero dei governatori di province. Augusto considerava questi re come membri integrali dell'impero': un secolo dopo il Senato imperiale avrebbe accolto come propri membri i discendenti di re e tetrarchi.

Nelle province d'Occidente, in seguito alle continue immigrazioni, all'istallazione di colonie di veterani e alla concessione della cittadinanza romana agli indigeni, il corpo civico aveva grande diffusione; numerose vi erano le colonie e i municipia. La Spagna e la Narbonense, nonché l'Italia settentrionale (provincia fino a poco tempo prima), regioni forti e prospere, erano fedeli al governo di Roma una volta passate dalla clientela dei Pompeii a quella dei Giulii. E poiché forniscono, forse già dal tempo di Augusto, un numero preponderante di reclute alle legioni d'Occidente, queste nazioni, nel primo secolo del principato, progressivamente invadono e s'impadroniscono dell'intera gerarchia sociale e amministrativa, fino ad arrivare a porre sul trono un imperatore provinciale e a fondare una dinastia di sovrani spagnoli e narbonensi. Difficilmente Augusto avrà pensato o tentato di arrestare la loro costante avanzata.

Si ritiene di solito che Augusto non avesse le larghe vedute imperiali e la politica liberale di Cesare; ma questa è un'esagerazione e un errore derivante da uno schematico contrasto tra Cesare il dittatore e Augusto il princeps che può soddisfare alle esigenze del moralista, del pedagogo o anche del politico, ma che è un fattore estraneo e nocivo alla comprensione storica. La differenza nella condotta politica dei due governanti si può spiegare in larga misura con le circostanze: al tempo in cui Augusto conquistò il potere assoluto, la rivoluzione era già andata tanto oltre che poteva ormai rallentare il ritmo senza che ci fosse il pericolo di una reazione, e il maggior numero dei suoi partigiani aveva già avuto promozioni e ricompense. Il liberalismo di Cesare è stato dedotto dalle sue intenzioni, che nessuno può conoscere, e dai suoi atti, che furono soggetti ad interpretazioni inesatte. Uno dei suoi atti più significativi può apparire l'allargamento del Senato ottenuto con l'avanzamento di seguaci di oscuri natali o addirittura provenienti dalle province; ma questo provvedimento non fu, né negli scopi né nei risultati, rivoluzionario e scandaloso. Il reclutamento di novi homines fu proseguito e reso regolare da Cesare Augusto.

Cesare ammetteva i provinciali; ma non c'è prova che Augusto li estromettesse tutti. Rimasero i discendenti dei partigiani della Narbonense ; degli spagnoli, Saxa e Balbo erano morti, ma Balbo il giovane ascese in gloria e potenza fino ad avere il proconsolato d'Africa e un trionfo, che fu l'ultimo ad esser celebrato da un senatore. Inoltre entrarono in Senato durante il regno di Augusto Giunio Gallione, ricco retore spagnolo amico degli Annei, e un certo Pompeo Macro, figlio del procuratore d'Asia, seguiti ben presto da Cn. Domizio Afro, il grande oratore di Nemauso (= Nimes).

Uomini delle province prestarono servizio come ufficiali nella equestris militia; ressero anche procuratorie ed alte cariche equestri sotto Augusto, che conferí loro un rango equivalente al consolato nella carriera senatoria. Due, se non tre, provinciali furono prefetti d'Egitto. E i figli di questi eminenti personaggi entravano regolarmente in Senato, con l'ordine nuovo. Augusto diede prestigio all'Italia; ma il contrasto che si suole istituire fra Italia e province è inesatto ed erroneo se viene esteso alle colonie di pieno diritto di cittadinanza che si trovavano nelle province, poiché queste costituiscono parte integrante dello Stato romano, dovunque si trovino: Cordova, Lione, o finanche Antiochia di Pisidia Non può esser stata intenzione di Augusto svalutare o frenare le province d'Occidente e quella parte del popolo romano che era diffusa tanto lontano fuori dei confini dell'Italia.

 

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Il nome, l'ambizione, le azioni avevano sottratto al capo rivoluzionario l'appoggio dei nobiles, in gioventú; prima che egli si sposasse con Livia, un solo discendente di famiglia consolare (Cn. Domizio Calvino) era membro della sua fazione. Ma Ottaviano era perfettamente conscio della necessità di avere seguaci aristocratici. La vantaggiosa alleanza matrimoniale diede ben presto i suoi frutti: Ap. Claudio Pulcro e M. Valerio Messalla passarono in breve dalla sua parte. Ma l'aristocrazia non aveva fretta di perdonare all'uomo delle proscrizioni, e il princeps ebbe modo di vendicarsi quando non si fece scrupolo di estromettere dal Senato un folto gruppo di nobiles. Ma egli, signore del patronato, riuscí a far aderire alla propria causa anche i nobiles piú recalcitranti; altri, come Cn. Pisone (cons. 23 a. C.) forse si unirono a lui per disinteressato patriottismo. Le vecchie famiglie erano state decimate da una generazione di guerre civili: i figli degli uccisi si trovarono disposti a far la pace con il potentato militare.

Augusto dispiegò tutte le sue energie per legare questi giovani nobiles alla sua persona, alla sua famiglia e al nuovo sistema, ed ebbe non scarso successo; ma doveva evitare qualsiasi ritorno ai suoi antichi sostenitori, alla plebe, ai veterani e ai cavalieri che avevano vinto la guerra di Azio. Nella crisi del 23 a. C. il partito cesariano fece fallire i progetti monarchici di Augusto e impedì l'adozione di Marcello; si può congetturare che alcuni membri del partito e soprattutto Agrippa, che in questa occasione fece prevalere la sua linea politica, tentarono anche di infrenare la spiccata predilezione di Augusto per l'aristocrazia.

Anche il nuovo partito cesariano, come la fazione di Cesare, comprendeva elementi diversi che andavano dalle più antiche famiglie patrizie ai piú recenti arrivisti. Ma si trattava di un ordine che aveva maggiore compattezza del multicolore seguito di Cesare, un ordine vincolato ad una causa, ad un programma, oltre che ad una persona. Per giunta, qualunque fosse stato il destino del princeps, la coalizione avrebbe resistito.>>

 

 

La questione “politica” da noi affrontata per la fine della Repubblica Romana e per i primi tempi del Principato (dell’Impero) non si sarebbe neanche posta se avessimo potuto arguire dallle fonti che la “monarchia” come ipotesi e come possibile forma di governo, avesse prevalso sia come obiettivo delle singole “personalità” (Mario, Silla, Cesare, Pompeo, Ottaviano, Antonio ec.) che come obiettivo dichiarato del sistema costituzionale imposto da Augusto  Ma siccome tutte le fonti (soprattutto quelle moderne, oltre alle antiche) escludono assolutamente programmi politici (puramente) “monarchici” nella lotta politica a Roma tra patrizi e plebei, tra plebei poveri e plebei ricchi, tra casate nobiliari ecc. (in primis escludono questo elemento i vari Gelzer, Muenzer, Schur anche per Scipione; e Syme e Canfora anche per Cesare) (e si veda qui, pag. 278- 279, l’assoluta eclusione, in Toynbee, di qualsiasi velleità, in questo senso, da parte di Scipione o di altri suoi successori) il nostro campo di indagine non poteva essere inficiato dalla schematizzazione di un partito “monarchico” contrapposto a uno “oligarchico”. E in effetti la logica degli avvenimenti antichi si è rivelata ben diversa. Syme e Canfora, anzi, partendo da due posizioni politiche antitetiche, escludono la monarchia e concludono il primo per una “dittatura militare” più o meno borghese e comunque plutocratica completata da Augusto, il secondo per una “dittatura democratica” inaugurata da Cesare. Come si vede a noi interessavano più le impostazioni politiche di fondo che non la definizione del regime augusteo. Che poi le monarchie orientali ellenistiche abbiano funto da miraggio (soprattutto in ambito economico e finanziario) anche per Cesare e Marco Antonio, questo diventa fattore marginale rispetto alle principali forze sociali in campo: innanzitutto l’oligarchia, poi i cavalieri, infine proletariato e sottoproletariato urbano e liberti. I problemi in cui ci siamo gettati erano delicatissimi, dal punto di vista storiografico, e soprattutto molto rischiosi. La critica a questi nostri assunti sarà severissima e potrà anche basarsi sulla arbitrarietà del nostro principio, in questo campo, che “ciò che non contraddice, conferma”; considerando che ciò spiegherebbe perché abbiamo riportato interi libri moderni e fatto lunghissime citazioni. Ma la nostra (di noi moderni) “non” conoscenza – anzi crassa ignoranza- del mondo romano, soprattutto in termini politici ed economici, ci giustifica in questo. Anche il “Manualetto di campagna elettorale” scritto appositamente per la campagna elettorale a console di Cicerone possiede delle modernità che non comprendiamo appieno. Studi molto più seri, approfonditi e circostanziati del nostro possono ben cimentarsi col potere costituzionale augusteo. In questo senso la lettura di “auctoritas” nelle Res gestae di Augusto avrebbe e ha potuto fare luce su tali aspetti. E (pur non volendo limitare con una citazione estrapolata la molto più complessa e sottile analisi storico giuridica del suo libro sul problema dell’auctoritas in Augusto) non ci dispiace citare il Lanza (Auctoritas principis, cit., 1996), almeno perché non contrasta comunque, ai nostri fini, con altre ipotesi più generiche degli autori appena citati, compreso il Syme o il Canali di “Potere e consenso nella Roma di Augusto”:

      <<… Orestano interpreta auctoritas in termini di sovranità. È comprensibile: egli si concentra sul potere normativo, terreno elettivo della sovranità: se è vero che la nozione di sovranità fu creata, nel Cinquecento, a giustificare, innanzi tutto, il potere normativo del sovrano. È necessario uscire da questa impaccio, negando recisamente che le indagini sulla costituzione augustea debbano essere dominate dall’ ”assillo” del potere supremo. Al contrario, nell’esperienza romana, va ipotizzata una coesistenza di organi istituzionali virtualmente paralleli (e confliggenti).  Questo dato è ovviamente connesso alla assenza, in Roma, di un principio di divisione dei poteri. In difetto di una specializzazione delle funzioni e delle sfere di competenza, esistono in Roma poteri non limitati e concorrenti. Di qui la possibilità che si inserisca, nella compagine istituzionale, una figura “nuova e diversa”, potenzialmente priva di limiti di competenza, che si affianchi agli altri poteri (come avvenne appunto per il principato).  7. Il princeps, dunque, si somma agli organi della costituzione tradizionale. E’ usuale l’asserto che la conservazione delle strutture repubblicane sia frutto della ipocrisia di Augusto. Ma si può fornire anche, e meglio, una spiegazione tecnica. Le vecchie cariche repubblicane possono essere degradate nelle loro funzioni di governo, ma, per conservare l’identità dell’ordinamento romano, se ne deve assicurare la sopravvivenza: esse attengono insomma (per usare una terminologia impropria ma diretta) alle caratteristiche dello “Stato” romano. Se sul piano funzionale il potere degli organi può essere drasticamente ridotto, sul piano strutturale una loro soppressione equivarrebbe a modificare non solo la “costituzione”, ma anche lo “Stato”.>> (C. Lanza, cit., pp. 143-144).

      

      Se volessimo tentare una difficilissima e azzardata conclusione di questo nostro studio, potremmo dire che nell'antica Roma il capitalismo (o pre- capitalismo) vinse come ideologia delle nuove classi sociali e in buona parte delle classi colte (come fu anche nell'Ellenismo) ma non divenne un modello economico- politico dominante. Speriamo che nel XXI secolo, nonostante fascismi e comunismi, un capitalismo dal volto umano si confermi nel suo modello economico e politico prevalente, la democrazia, mitigato da audaci forme di socialdemocrazia ed evitando le onnipresenti tentazioni oligarchiche e di oligopoli. Sia cioè non un capitalismo statico e conservatore, solo anonimo e finanziario o addirittura con nostalgie feudali,, bensì un capitalismo dinamico e progressista, che si unisca ad altri programmi (non “ideologie”) sociali solidaristici per una società più democratica, aperta e dinamica.

     

      All’inizio del suo volume “Giulio Cesare- Il dittatore democratico” del 1999, Luciano Canfora (già citato) riferisce dell’opera di Napoleone Bonaparte su Cesare (Précis des guerres de César) dettata nel 1819 al conte Marchand e pubblicato a parigi nel 1836. Riportiamo il paragrafo di Canfora perché, come "campione" di una società più borghese e capitalista rispetto al feudalesimo e come primo ideatore di una Europa comune con valori più progressisti, storicamente nessuno potrà essere detrattore del Bonaparte.

<< Il Cesare del Bonaparte

Nel Bonaparte c' è un vero e proprio processo di auto- identificazione. Il fedele Las Cases. nel Memorial de Sainte-Helène, registra riflessioni analogiche che provengono di sicuro dall'imperatore: «Si constata che Napoleone ha affrontato 60 battaglie. Cesare 50»3. E al conte Marchand l'imperatore destina una previsione: «la mia morte sarà contrassegnata come quella di Cesare» (con allusione al passaggio della cometa nel momento del trapasso)4. Parlando con Las Cases. l'imperatore rivendica di aver progettato anche lui, come Cesare. la bonifica delle paludi Pontine5. E addirittura il barone de Pommereul sovvertiva la assiologia comparativa. e sentenziava nelle Campagnes du general Bonaparte en Italie (1797): «comparato al Bonaparte, Cesare è un semplice candidato alla gloria militare! ». Ma in Napoleone non vi è soltanto, come invece nei sovrani che lo hanno preceduto nel " culto di Cesare", l'assunzione di un modello di sovranità. Vi è la percezione molto viva del rapporto privilegiato stabilito da Cesare col "popolo". le peuple è termine molto in voga negli anni della Rivoluzione («E ami du peuple» è il giornale di Marat); esso designa quella parte politicamente attiva degli strati sociali più bassi che fa effettivamente politica e incombe sui poteri costituiti influenzandoli. Ricordiamo solo alcune sue uscite sintomatiche. che giovano a capire cosa intende quando dice peuple: nel gennaio del 49 Pompeo avrebbe potuto attestarsi a Roma per affrontare lo scontro con Cesare «ma le peuple era contro di lui» (p. 209); «le peuple aveva una irresistibile inclinazione in favore di Cesare» (p. 125); «quando Cesare, giovanissimo, pronunciò una orazione funebre per Giulia, sorella di suo padre e moglie di Gaio Mario, le peuple vide con entusiasmo ritornare in una pubblica cerimonia le immagini raffiguranti Mario» (p. 26). Usa peuple nello stesso valore con cui in certe parti della Vita di Cesare Svetonio usa plebs: è la massa di manovra, ma anche il gruppo sociale di pressione che ha avuto ruolo di protagonista nei conflitti civili. Napoleone coglie un dato sostanziale: individua uno “schieramento primario" rispetto al quale Cesare si è concesso ogni genere di tatticismi per aver ragione dei suoi avversari, ma che non ha mai smarrito. Non a torto ravvisa (p. 213) in certe concessioni all'aristocrazia, dopo la vittoria nella guerra civile, la causa delle «mormorazioni del parti populaire e dell'esercito» contro di lui. E si concentra con efficacia su di un punto che gli sta a cuore perché ne sente la pertinenza alla propria vicenda: la "legittimità" del potere personale di Cesare6 che resta capo del "popolo" pur nella nuova posizione monocratica ("dittatore perpetuo"). Ed elabora, alla luce dello scadimento e snaturamento del Senato, della grande presenza di veterani in Italia «attendant tout de la grandeur de quelques hommes et rien de la republique», la teoria della persona di Cesare come garanzia della supremazia romana» e della «sicurezza dei cittadini di tutti i partiti». La insistenza con cui squalifica come invenzioni libellistiche le notizie delle fonti circa l'aspirazione al titolo di re da patte di Cesare è un ulteriore indizio della sua identificazione col personaggio. Dittatore a vita («dictateur perpetuel»), non re; e in quanto tale garanzia della supremazia romana e della sicurezza di tutti. Non stupirà questa auto identificazione (la campagna d'Italia sarebbe per lui quel che fu la campagna gallica per Cesare: una praeparatio agli scontri decisivi e di maggior portata). Nelle "scuole di guerra" i commentarii di Cesare erano libri di studio 7.>>

NOTE: 3 MEMORIAL Paris 1961. vol II. p 610.

4 MEMOIRES Paris 1955 vol II p. 294.

5 MEMORIAL cit_. II p. 107.

6 Précis des guerres de César par Napoleon, ecrit par M. Marchand sous la dictee de l'Empereur (1819), Paris 1836, pp. 212-13.

7 Del resto, da Machiavelli a Giusto Lipsio a Federico II di Prussia si studia il sesto libro di Polibio al fine di elaborare una moderna "arte della guerra". >>

      Si veda in altri punti il nostro riferimento al motto di Napoleone “la rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette” e alla sua collocazione tra i grandi esponenti della “democrazia militare” (non solo nel senso dei cittadini- soldati), da Cesare a Garibaldi, da Pisacane a Che Guevara. Per rendere più chiaro il nostro concetto si ascolti il file musicale MP3 allegato, La Carmagnole, e si veda il filmato dal film di Abel Gance (primo esempio di tecnica con tre schermi affiancati). La Carmagnole era la canzone giacobina della Rivoluzione Francese (di Robespierre e della ghigliottina, per intenderci; ed era sinonimo di giacobino): era la giacca militare dei cittadini- soldati della Rivoluzione, e fu la splendida marcia militare degli eserciti napoleonici in Europa.

 

FIG. LA GUERRA CIVILE TRA CESARE E POMPEO