VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

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11. BANCHIERI E SOCIETA' NELLA TARDA REPUBBLICA

Aldo Schiavone, (in "La struttura nascosta- Una grammatica dell'economia romana", SIV Torino 1989, pp.7- 69)[1], vuol ridimensionare in modo equilibrato le analisi economiche del mondo romano secondo lui troppo "moderniste"  in Meyer, Beloch e Rostovzev (in questi autori sarebbe "un mondo singolarmente 'moderno'... o addirittura ben dentro un capitalismo del tutto simile a quello europeo del XIX secolo"). Schiavone, sulla base soprattutto delle valutazioni di Marx, Max Weber e Polanyi, ma privilegiando anche il Finley [2], tenta di proporre in giusti termini la questione del precapitalismo romano. La cosa più importante della valutazione del precapitalismo e del capitalismo commerciale romano in Schiavone consiste per noi nel fatto che, oltre a confermare il grande sviluppo commerciale e finanziario proprio tra la media repubblica e il primo impero, e mettendo i puntini sulle "i" e ponendo dei limiti a ogni interpretazione sommaria, tale analisi ammette i più alti livelli "precapitalistici". "I profitti degli investimenti derivati dalla commercializzazione dei prodotti, non erano disprezzabili: Duncan- Jones li valuta, sulla base di Columella e di Plinio, intorno al 6 per cento, con punte fino al 10. Ce ne sarebbe stato abbastanza, e per un periodo di tempo ragionevolmente lungo, da trasformare l'accumulazione da prelievo forzato in una vera e propria <<accumulazione originaria>>, in grado di dar vita a un processo capace di autosostenersi: e questo deve aver certamente influenzato la prospettiva di Rostovzev. Ma in realtà un decollo di tipo capitalistico era, nelle condizioni date, l'ultima cosa che sarebbe potuta accadere: e non fu mai - nonostante le apparenze- nemmeno sfiorato. La disponibilità di ricchezza innescava forme di dissipazione e di spreco molto di più che di reinvestimento: la decomposizione ideale ed etica che poteva accompagnarvisi è l'incubo di una parte rilevante dell'aristocrazia, che insisterà a lungo su questo pericolo - il lato oscuro dell'opulenza e del potere imperiali". Quanto a lungo, dunque, la forma mentis dell'aristocrazia, se non proprio dell'oligarchia, tenterà di limitare (anche nella coeva interpretazione storiografica) il vero sviluppo economico del Principato! Prosegue Schiavone: "Da Catone a Sallustio, dietro l'accumulo di ricchezza - in sé tuttavia non rifiutato - s'intravede sempre il male segreto che corrompe l'anima: mai affiorano i germi di quella che sarà a suo tempo l'etica protocapitalistica del reinvestimento e della produttività. E anche nei momenti e nelle situazioni di maggiore crescita, il capitale commerciale romano non riusciva comunque a oltrepassare la soglia al di là della quale avrebbe finito con l'impadronirsi del tutto della produzione, dettandole, per così dire, la propria forma... Non riusciva a trasformare perciò la massa dei produttori in consumatori <<liberi>>, in grado di accrescere progressivamente i loro bisogni, e di premere con essi sul mercato. Il lavoro utilizzato era invece in misura decisiva lavoro schiavistico" (Ibidem, pag.47-48). Noi metteremo in discussione, tra breve, quella "misura decisiva"; ma nel risultato storico, oltre che nella "mentalità" di origine più greca che ellenistica, essa corrisponde in sostanza a verità. I compromessi con l'aristocrazia terriera non saranno stati, neanche sotto e dopo Augusto, estranei a questo svolgimento.

Sulla scorta del Marx del Capitale (cit., III, pp.337-338), Schiavone oppugna le interpretazioni più moderniste, notando che "è l'incapacità del capitale commerciale di impadronirsi della sfera di produzione e di trasformarsi, per così dire, in capitale tout court,  che impedisce qualunque possibilità di assimilazione qualitativa di questi processi agli sviluppi di una qualsiasi economia capitalistica, e fa sì che la storia sociale romana fra  II  e I secolo sia stata quella che conosciamo, e non la vicenda di un <<decollo>> industriale... Storicamente, dal punto di vista sociale, il segno più evidente della debolezza e della fragilità di questo tipo di capitale commerciale si riflette ampiamente nel mancato formarsi di una <<borghesia imprenditoriale>> romana : un fenomeno completamente diverso dall'emergere di quelle fasce più o meno ampie di ceti legati all'intermediazione e alla speculazione commerciale, alla gestione dello sfruttamento delle province, o persino a forme elementari di attività finanziaria, che, come i grandi appaltatori, i negotiatores e i <<banchieri>> della tarda Repubblica, siamo soliti riconoscere all'interno dell' ordo equester. Gruppi però che non sono mai riusciti a svincolare [3] il fine ultimo del loro agire <<economico>> dal modello di ricchezza rappresentato dalla rendita agraria, e a distaccarsi sociologicamente dall'immagine della nobilitas : un'incapacità nella quale, evidentemente, limiti materiali e condizionamenti mentali si incrociavano in maniera indissolubile. Ed è proprio dall'unidimensionalità aristocratica della struttura di vertice della società che derivava l'inevitabile continuo rifluire verso la proprietà terriera di ogni accumulazione di ricchezza (le altre forme erano concepite solo come <<passaggi intermedi>>), e verso il solo riferimento nobiliare di ogni spinta ascensionale nella mobilità fra i ceti e negli stili di comportamento delle élites : una costante immodificabile nel mondo fra Repubblica e Impero (un'altra conseguenza, sia pure meno diretta, è quello che Weber definisce il carattere strettamente <<patrimoniale>> di tutti i conflitti sociali della storia romana)" (Ibidem, pp.42-43). Schiavone ribadirà molti di questi concetti nel suo volume "La storia spezzata".

Come si vede, Schiavone e i numerosi economisti con lui citati basano giustamente su elementi solo economici e mai (o quasi mai) politici le loro considerazioni. In realtà questo a noi ora interessava mettere in evidenza, perché la funzione dei "governi" succedutisi nella Repubblica romana e i continui conflitti sociali indicano invece spesso come poteva venire o non venire favorita l'accumulazione capitalistica. La limitazione più pesante allo sviluppo di un capitalismo "vincente" (ma non allo sviluppo in quanto tale) Schiavone la trova nell'economia romana legata solo alle conquiste belliche (anzi, egli esagera qui tanto la "macchina bellica" di Roma antica almeno quanto noi facciamo nella guerra contro Annibale indicando che solo grazie a quella "macchina" Roma potrà assìdersi nel consesso delle nazioni veramente ricche economicamente e finanziariamente, cioé quelle orientali ellenistiche). Ma non si può non riconoscere, nelle seguenti osservazioni di Schiavone, la storia "trasversale" del rapporto conflittuale (e per noi in definitiva "politico") tra "ricchezza della terra" (e del latifondo) e "accumulazione precapitalistica": nella Roma più arcaica vi sarebbe stato "un modello di produzione e un modo di essere dei rapporti di proprietà sulla terra, che impedivano anche politicamente il formarsi di un sistema di domanda- offerta- prezzi appena consistente ed esteso, e tale da determinare a sua volta, sia pure in parte, un'allocazione diversa delle risorse e della ricchezza sociale. Quando questa spirale cominciò a rompersi, dopo il 300 a.C., fu solo perché l'intera struttura aveva subìto una sollecitazione esterna tanto forte da impedirle una volta per tutte di sopravvivere lasciando inalterate le sue condizioni di partenza, cioè rispettando la sua natura di comunità di piccoli contadini- produttori- cittadini- soldati.

Cos'era accaduto?

Per ripetere le parole di Fabio Pittore [4], era accaduto che i Romani avevano conosciuto (improvvisamente) la ricchezza. Ma non come risultato del proprio lavoro agricolo e del proprio commercio: vale a dire per uno sviluppo interno e <<fisiologico>> del loro sistema economico, conseguenza di una <<razionalizzazione>> sociale, tecnologica o produttiva dei mezzi di sussistenza, bensì per una crescita rapida e del tutto <<esogena>> delle risorse disponibili, in seguito alle conquiste belliche. Con maggiore precisione, possiamo dire che la città stava scoprendo gli effetti di una forma di crescita economica <<locale>> ben nota al mondo antico, ma che nella versione romana fra III secolo a.C. e I d.C. avrebbe raggiunto la sua intensità più spettacolare : un esempio classico, e per certi versi ineguagliato nella storia dell'Occidente, di <<accumulazione originaria>> precapitalistica da espansionismo di rapina (quest'ultima espressione - <<espansionismo di rapina>> - può anche essere sostituita, seguendo Polanyi, dall'altra, meno cruda, di <<ridistribuzione forzata da conquista>>, ma è comunque preferibile a quella di <<imperialismo>> (Ibidem, pag.36) [5]. Avremmo qui piacere a condividere, anche per il più che "democratico" Cesare (verso i cittadini romani) (la figura di Cesare sarà da noi analizzata in un paragrafo finale), l'inopportunità  del termine "imperialismo" nella sua accezione ormai moderna; e sarebbe più adeguato, anche su di lui, come acconsente Schiavone, parlare di "metodi ridistributivi della conquista". Anche le guerre galliche di Cesare furono inizialmente, (finalmente considerandole in modo esatto), misure di difesa contro sconfinamenti germanici, misure che - in modo davvero lungimirante - ritarderanno di 300 anni le invasioni barbariche dell'Occidente[6]. Ma è pur vero che (a parte il terrore, proprio di Schiavone, verso ogni termine modernizzante, da "capitalismo" a "imperialismo") il movimento democratico era già dal tempo di Scipione bellicista e "imperialista" sia a Roma che a Cartagine e a Siracusa (in cui un governo democratico instauratosi alla morte di Gerone ripudiò l'alleanza con Roma nel 215 schierandosi con Annibale). Schiavone rifiuta il termine perché esso "alluderebbe a una dipendenza diretta fra spinta espansionistica e sviluppo del capitale commerciale" (Ibidem, pag. 37 nota 64). Ma proprio questo in parte noi vorremmo dimostrare, non certo nella guerra contro Annibale, ma sicuramente nella precedente prima guerra punica e poi nella svolta della guerra orientale.

Certe categorie dello spirito possono essere fraintese o sminuite da chi ha una visione limitata. Schiavone critica del Meyer una qual certa ortodossia hegeliana, che lo spingerebbe, come avviene anche nel Rostovzev, all'assolutizzazione dei concetti [7]. Noi, da convintissimi hegeliani, non temiamo, come il Vico già analizzò, il ripresentarsi di valori troppo duraturi.

Seppure validissimo per le fonti e le ricostruzioni oggettive, purtroppo il testo di Luciano Canfora su Cesare (Giulio Cesare, il dittatore democratico, Laterza 1999) risente troppo, ideologicamente, dei pregiudizi marxisti e vetero-comunisti sulle lotte di classe e sulle guerre dell’antichità. Vogliamo “ridimensionare” questo libro con un solo esempio per quanto riguarda l’ampiezza di vedute militari e politiche degli antichi romani nello scacchiere centro europeo:

(Canfora, cit.: XV Il "libro nero" della campagna gallica pp. 132-133)<<La considerazione da parte dei contemporanei della campagna gallica di Cesare non sembra entusiastica. Anche questo è un elemento di cui tener conto quando si valuta la percezione degli "effetti di lungo periodo" della campagna gallica e si sopravvaluta teleologicamente la « fatalità" a senso unico di tali effetti. Indubbiamente si rischia di scadere in un' ottica colonialistica. Una campagna provocata a freddo, senza un vero pericolo. Una vera minaccia; la distruzione della precedente civiltà lentamente soppiantata dalla romanizzazione; un genocidio di impressionanti proporzioni secondo la convergente testimonianza di Plinio e di Plutarco. Il tutto per una finalità che, nel principale protagonista e motore dell'impresa, è chiaramente la cinica utilizzazione di un siffatto genocidio per la lotta politica interna. E di tale finalità faceva parte anche la cattura di una enorme massa di schiavi (un milione, secondo Plutarco) che erano anche strumento di sollecitazione demagogica (si pensi al donativo di almeno uno schiavo a ciascuno dei suoi soldati) Cesare sapeva bene che, senza un contrappeso alla gloria militare di Pompeo, una effettiva spartizione con lui del potere su di un piede di parità sarebbe stata impossibile: soprattutto dopo la scomparsa di Crasso.

L’imponente sforzo bellico compiuto in Gallia negli anni 58-51 a.C. (grazie anche al rinnovo del patto triumvirale nell'incontro di Lucca, ed al conseguente rinnovo del comando provinciale) ci appare dunque nella duplice veste di veicolo di romanizzazione di così larga patte dell'Occidente nordico (come osservava Mommsen con schietto entusiasmo e con un discutibile raffronto con la conquista di Alessandro), e, al tempo stesso, di strumento e base, per l'aspirante princeps, di un potere contrattuale e militare, lunga praeparatio alla resa dei conti e alla guerra civile. La concezione estatica, perciò. così frequente al cospetto della conquista cesariana della Gallia, vista come un'altra delle "orme” che una sorta di provvidenza della storia avrebbe voluto lasciare sul terreno per il suo tramite, rischia di essere davvero fuorviante. Essa fu fatta propria da grandi interpreti, come Mommsen e numerosi altri dopo di lui, i quali non solo hanno nobilitato quella feroce conquista ponendola sullo stesso piano della ellenizzazione dell' Oriente per opera di Alessandro. ma soprattutto hanno accreditato a Cesare una intenzione weltgeschichtliche (= di concezione storica e del mondo NdR), che forse non albergava nella mente del proconsole delle Gallie, e certo non fa neanche lontanamente capolino dai suoi pur forbiti e finemente elaborati commentarii su quella quasi decennale impresa guerresca. Nel fuoco della lotta di fazione, Catone, l'avversario più ostinato e coerente che Cesare abbia trovato sulla sua strada, denunciò in Senato il proconsole per violazione del diritto delle genti ai danni delle popolazioni galliche degli Usipeti e dei Tencterii). Sapeva che difficilmente avrebbero dato ascolto alla sua proposta: né forse essa era fatta davvero per sensibilità umanitaria (quantunque la formazione stoica di Catone potesse comportare una siffatta sensibilità …>>

Noi avremmo scritto queste due pagine con taglio opposto. Innanzitutto: perché Cesare è aspirante princeps? E non il capo politico ufficialmente riconosciuto di un partito politico con grande seguito e entusiasmo popolare (i “democratici”) contro una fazione avversa prepotente, violenta e che disponeva di tutte le armi politiche del potere? Inoltre: se la lungimiranza dell’ellenismo, del cosmopolitismo, della multirazzialità e multiculturalità delle conquiste di Alessandro sono ormai per tutti evidenti, qualsiasi storico moderno esperto di equilibri militari e politici anche nel mondo antico capirebbe che, dopo il metus (terrore) gallico e punico inculcato per generazioni ai Romani (e con buonissimo motivo dopo la distruzione gallica di Roma nel 390 – già 350 anni prima di Cesare- e con Annibale per 16 anni in Italia, se non alle porte di Roma), la politica difensiva romana era ormai un “imperialismo difensivo”. Portare avanti la difesa delle frontiere (e della libertà anche politica, della democrazia romana) sempre più in là, è il massimo di lungimiranza, di acume e persino di democrazia che a uno statista – e a un generale- si potesse chiedere anche allora. Qualsiasi storico moderno riconosce che, senza l’aiuto di Cesare ai Galli contro i Germani, le invasioni germaniche e barbariche sarebbero state anticipate di 300 anni; con tutto ciò di oltraggio alla civiltà, alla cultura, alle leggi, alla scienza, all’architettura, al benessere dei popoli che ne sarebbero conseguiti per secoli, come fu nei periodi più bui del Medioevo e come sarebbe dopo una guerra nucleare in Europa. Inoltre identificare l'esercito professionale e proletario di Caio Mario come elemento di legame personale e di favoritismo verso il generale (preludio di dittatura) e come motivo di una "colonizzazione romana della III fase", da Mario in poi (terre ai soldati veterani più fedeli durante leguerre civili) protesa a un legame tra il militare e il futuro capo autocratico, fa dimenticare che proprio la caratteristica di masse di plebei e di proletari alla base di questa vastissima operazione non è solo espressione di "ambizione personalistica al regno" e di utilizzo della forza militare nella politica, ma di adesione di vaste masse di plebei a una politica che possa favorirli, meno "conservatrice" di quella degli oligarchi e più aperta a una nuova società in movimento.

La difesa poi di Catone, certo il più avverso alla democrazia (“democrazia” intesa in qualsiasi epoca storica come “democrazia”) al suo tempo, difesa sia pure su un campo “umanitario”, è simile alla difesa che di una aristocrazia originaria della Roma repubblicana (di contro a quella corrotta dell'età delle guerre civili) fa Massimo Fini nel suo splendido libro su Catilina, peraltro del tutto condivisibile. Ma in Fini e Canfora, questo rimpiangere l'onestà del buon tempo antico in una Roma non corrotta dalla ricchezza e dal denaro fa pemsare a un po' di di pregiudizio e di astrattezza “politica”.

 

Indicando le caratteristiche di un Impero romano basato non solo sulla forza coercitiva e militare ma sul consenso e su una più vasta visione politica, così sintetizza Luttwak (cit.), pur volendo fare un discorso cronologicamente molto esteso e valutazioni strategiche (e militari) sull’Impero davvero “per  massimi sistemi”:

<<In parole povere, si può dire che con il primo sistema i Romani della repubblica fecero grandi conquiste per servire l'interesse di pochi, cioè di coloro che vivevano nella città, ma in pratica dei pochissimi che detenevano il controllo della politica. Durante il I secolo d.C. il pensiero romano si sviluppò verso una più aperta e, nel complesso, più benevola concezione dell'impero. In base al secondo sistema, uomini nati in regioni lontane da Roma potevano chiamarsi Romani, e vedere le loro pretese pienamente riconosciute; le frontiere erano efficacemente controllate per difendere la crescente prosperità di tutti, non solo di alcuni privilegiati. Il risultato fu l'impero del II secolo d.C. che serviva gli interessi di milioni di persone, piuttosto che di poche migliaia>>.

Si coglie la sostanza di ciò che in germe, fin dalle concessioni dei Gracchi e di Mario agli Italici prima della “guerra sociale”, parte della classe dirigente romana andava proponendo già molto prima di Cesare e delle guerre civili, anche se spesso con interessi personali e familiari e di salvaguardia di un potere romano ancora essenzialmente centralizzato.

 

 

FIG. LE GUERRE DI CAIO MARIO.

 

Per quel che riguarda il predominio della proprietà terriera di stampo feudale, limite in realtà poi non superato neanche con l'Impero ma superato economicamente e mercantilisticamente - se non come mentalità di governo - già nella Repubblica, dice Schiavone: "E' il mare il grande protagonista del commercio antico: e con il mare, i fiumi e il vento. E' solo sull'acqua che conviene spostare le merci, ed è la tecnologia "dolce" del trasporto marittimo - lo scafo, il remo, la vela, il timone, la lettura delle stelle - che vince su quella "dura" del trasporto terrestre... Il suo aspetto mercantile è quasi totalmente un aspetto costiero. Quando, a partire dal II sec. d.C., l'asse dell'Impero scivolerà (anche da un punto di vista demografico) da un lato verso l'interno dell'Europa e dall'altro verso l'Africa, il sistema commerciale si scompaginerà, gli esili fili delle ragioni di scambio fra le merci tenderanno a spezzarsi (anche se non bisogna sottovalutare il commercio tardo- antico), e l'eterno prevalere dei rapporti agrari comincerà ad assumere una <<tonalità>> feudale" (Ibidem, pag.31).

Sul problema della schiavitù nel mondo romano e della figura dei liberti (schiavi liberati, così importanti nella società romana tanto che lo stesso Augusto, pur affidando ad essi la vera amministrazione dell’impero, fece una legge per limitare la troppo vasta diffusione dell’affrancamento degli schiavi nelle famiglie importanti (venivano “adottati”, ereditando del tutto o amministrando per gli eredi il patrimonio di famiglia) si è soffermatoVeyne Paul, La società romana, Laterza (1990) 1995, pur senza interessarsi (anzi con ripulsa) ad attualizzazioni e riferimenti ideologici o agli sviluppi economici e finanziari della società romana. <<(sugli schiavi) Finley e Schiavone, citati, sono i miei riferimenti quanto alla interpretazione storica del fenomeno. E naturalmente F. De Martino, la cui analisi giunge al cuore del paradosso della schiavitù, condizione della fioritura della libertas romana>> : così afferma G. Ruffolo, cit., 2004, riconoscendo esplicitamente nella bibliografia della sua opera il debito verso Veyne.

Del ricco Trimalcione, schiavo liberato protagonista del famoso banchetto nel Satyricon di Petronio, Veyne ha ricostruito e analizzato diffusamente la biografia:

“Verso l’inizio del I secolo della nostra era, un piccolo schiavo d’origine asiatica (figlio di schiavi, o trovato bambino su un mucchio di letame, o, anche, venduto dai suoi genitori) viene condotto a Roma dove, comprato da un gran signore, ne diviene uomo di fiducia. Il padrone, morendo, fa di lui il continuatore della sua fortuna e del suo nome. Allora il nostro liberto (siamo in epoca neroniana) vende i terreni della sua eredità e si butta negli affari, nel commercio ad alto livello, in speculazioni di ogni tipo. Ma, non appena divenuto ricco, questo presunto borghese, ben sapendo che solo l’otium e la terra nobilitano, rinuncia alle sue imprese per riscattare delle terre e vivere, da quel momento, di rendita, come un aristocratico [corsivo nostro]. Solo che la società gerarchizzata in cui vive non gli concede di rinnegare ilsuo passato, se non in sogno. Il lusso chiassoso che egli ostenta alla fine dei suoi giorni farà di lui, per i posteri, il tipo proverbiale di parvenu. Questo termine è assai improprio; un parvenu è effettivamente arrivato, mentre Trimalcione non può sfuggire alla sua casta; egli riuscirà ad evadere solo nell’irrealtà… Dopo aver moltiplicato il patrimonio ereditato, egli finirà i suoi giorni, se non da parvenu che bussa alla porta della buona società (questo ruolo sarebbe stato destinato a suo figlio), quanto meno estremamente ricco e primo tra i liberti della città campana dove andrà a stabilirsi”. (Veyne Paul, La società romana, Laterza (1990) 1995, pp.3-4, 15). Veyne spiegherà che libertinus è un liberto indipendente, senza signore; libertus è il liberto visto nel particolare rapporto che lo unisce al suo signore, come servizi e piccoli lavori (operae fabriles) dovuti alla vedova, ai figli o comunque agli eredi. Il padrone di Trimalcione gli fa un lascito non condizionato, senza specificare alcunché; e non avendo figli ciò esclude la dipendenza.

Il titolo che Paul Veyne appone ad un paragrafo del capitolo su Trimalcione, il primo capitolo della sua opera “La società romana” Roma- Bari 1995, è emblematico: “Da capitalista a proprietario terriero”. E’ la fine che fa Trimalcione, schiavo romano prima liberato (liberto), ereditando molte terre dal suo padrone, e subito dopo arricchitosi fuori misura perché si lancia negli affari vendendo terre, raccogliendo capitali e investendoli. Ciò che parrebbe, anche al tempo della dinastia di Augusto, un controsenso: nessuno lo avrebbe fatto, nessuno, come dice Veyne, per seguire lo “spirito del capitalismo” che pure era vivissimo nei liberti, avrebbe venduto le terre, la vera ricchezza sociale, per dei volgari miliardi in danaro. Eppure, proprio nella ricca terra di Campania, Trimalcione lo fa, arricchendo come capitalista. Ma poi da vecchio, forse per meglio essere accettato dalla società bene romana e per apparire più aristocratico, ricompra le terre e fa il proprietario terriero. La satira che Petronio pone nel raffigurare l’estremo della mentalità latifondista del personaggio anziano, così come prima ne aveva esaltato le caratteristiche “capitalistiche” del rischio, dell’azzardo, della avidità di oro, sarebbe più, secondo noi, che un semplice divertimento letterario, anche se giustamente Veyne richiama allo scarso interesse realistico e di conoscenze “economiche” di Petronio. Comunque “Trimalcione si adegua ora alle norme della buona società, non fa più nulla”, non rischia cioè coi capitali; e il latifondo, la proprietà terriera, non era una professione, era un ideale di vita (pag. 30).

Analisi sociologica estremamente seria della società romana repubblicana e imperiale vi è in Alfoeldy, con molti spunti che confermano indirettamente molte nostre considerazioni.

Vediamo infine, per la contradizione della società romana come estremamente chiusa, gerarchizzata ed oligarchica e allo stesso tempo estremamente aperta socialmente persino verso gli schiavi, l’ epitaffio del liberto di un magistrato al tempo di Tiberio, composto dal padrone medesimo: “Marco Aurelio Zosimo, liberto di Marco Aurelio Cotta Massimo e servo devoto del suo padrone. – Ero un liberto, lo confesso, ma colui che leggerà questi versi saprà che la mia ombra è stata nobilitata dall’aver avuto Cotta come padrone; Cotta che nella sua benevolenza mi ha donato una fortuna che è molto più di quella di un cavaliere [oggi diremmo, degna di un capitalista], che ha voluto che io avessi dei bambini perché egli potesse allevarli, che mi ha sempre affidato l’amministrazione delle sue ricchezze, ha dato la dote alle mie figlie come se fosse loro padre ed ha allevato mio figlio Cottano alla carica di tribuno militare equestre, carica che Cottano ha coperto valorosamente nell’esercito imperiale. Cosa mi ha dato Cotta? E’ lui che ora, nel suo dolore, ha offerto questi versi perché li si legga sulla mia tomba”.(Veyne, cit. pag.15)

 Osserva acutamente Ruffolo: <<A questo punto ((del nostro volume, 2004 NdR)), possiamo porre una questione davvero fondamentale: come è possibile che una civiltà così spiritualmente intelligente e raffinata e così legata all'idea moderna della libertà del cittadino potesse tollerare, e tanto a lungo, l'abiezione, la vergogna e l'orrore della schiavitù?   Una giustificazione naturalistica e razzista (gli schiavi sono tali per natura) evidentemente non reggeva. Chiunque, nero o bianco, poteva essere schiavizzato. E del resto, l'istituto della manomissione, largamente praticato dai padroni e favorito dai governi, era lì per smentirla clamorosamente dal momento che, sulla base di un atto di volontà privato e unilaterale, si poteva trasformare uno schiavo in un liberto, e suo figlio in un cittadino romano. Gli antichi si erano posti questo problema? Che se lo siano posto, non vi è dubbio. Ne fa fede una vasta letteratura. Che abbiano dato risposte accettabili, proprio no. Le loro giustificazioni etiche non reggono. Esse si fondano sul principio naturalistico: lo schiavo è tale per natura originaria o per misteriosa destinazione; ma lo annegano in un brodo di elucubrazioni sull'oggetto che ha un'anima, sullo strumento che ha una voce, che farebbero sorridere se non fossero decisamente ripugnanti.   La spiegazione più franca, nonostante anche lui bizantineggiasse, la diede Aristotele, con la sua parabola dei tripodi di Efesto, che si recavano da soli al banchetto degli dèi.  Se ogni attrezzo potesse eseguire su ordinazione, o per suo proprio conto, il compito che gli è assegnato, l'architetto non avrebbe più bisogno di manovali, né il padrone di schiavi. Se la spola potesse correre da sola sulla trama, l'industria non avrebbe bisogno di operai.  E voleva dire, in questa involontaria e oscuramente presaga profezia della meccanizzazione che, poiché le spole non possono correre da sole, né i tripodi incamminarsi verso la sala da pranzo, occorre che quelle cose qualcuno le faccia. La schiavitù è lì per questo. Della schiavitù, insomma, non si può fare a meno. Tutt'al più si può cercare di moderarne le manifestazioni più brutali. Ecco allora giungere, sul tardi, dopo le grandi rivolte schiavili e i grandi massacri, i messaggi di un Plinio, di un Seneca: anche quelli, però, immersi in un brodo di ipocrisia e in un groviglio di sofismi.  Del resto, questo fatale «esserci» della schiavitù è talmente radicato nelle civiltà antiche che non c'è traccia, neppure nelle rivolte degli schiavi, di un «programma abolizionista». Quando gli schiavi si ribellano, è per liberarsi, non per liberare. Spesso, è per schiavizzare a loro volta i vinti. Né i cristiani e la loro Chiesa fecero alcunché per combattere una schiavitù che si stava lentamente cicatrizzando, ma che sopravviveva - e come! - anche sulle terre della Chiesa stessa. Aridità di sentimenti? Ma il mondo antico ne aveva, di pathos dimostrativo, e di sentimenti gentili. Verso le bestie, per esempio. Ci è rimasta, sulla tomba di un cane, l'epigrafe di un autore incognito, piena di una grazia struggente. Dice press'a poco così:      Mai latrasti invano: se non per difendere carri e greggi: / ora sei silente; e ti protegge l'ombra frondosa.        Se l'anonimo avesse avuto uno schiavo, certo quello avrebbe desiderato di essere trattato come un cane>>.

 

 

FIG. I COMMERCI DI ROMA

 

Giudicando da un punto di vista “economico”, e non solo “militare”, l’esercito romano, Ruffolo (cit., 2004) osserva: <<Dal punto di vista economico, non c'è neppure bisogno di dirlo, l'esercito, per la Repubblica, era un grande business. Anche quando non si autofinanziava più, le spese per le forze armate, pur incidendo fortemente, per la metà circa, sulla spesa pubblica complessiva, rappresentavano una quota pari al 2,5 per cento del Pil. In compenso erano enormi le ricchezze che grazie alle sue conquiste affluivano allo Stato e soprattutto ai privati: schiavi, oro, tesori, terre, opere d'arte, tassate, confiscate, predate. Tale era l'abbondanza di quelle risorse che per molti anni il tributum del 5 per cento del reddito imponibile, istituito da Augusto per finanziare la difesa dell'Impero, poté essere abbuonato ai cittadini romani.   L'esercito romano assicurò, dopo la fine dell'era delle conquiste, la sicurezza dell'Impero, l'ordine interno e la difesa esterna con una sostanziale economia di forze: 300 mila uomini circa su una popolazione di 50-60 milioni di abitanti, in un territorio di 6 mila chilometri quadrati: un miracolo di efficienza. Nei primi due secoli del Principato i confini dell'Impero furono, nell'insieme, piuttosto tranquilli e sicuri. Roma poté affidarli quindi alla difesa e alla sorveglianza dei regni suoi vassalli - i cosiddetti soci - che costituivano la sua corona esterna: come la Numidia, l'Armenia, la Giudea, i Regni dell'Asia Minore. Ciò permetteva di distribuire le 20- 30 legioni disponibili in una larga zona interna, lontana sia da Roma che dalle frontiere, evitando sia la pressione politica che la dispersione delle forze militari.   Questo miracolo non poteva essere solo il frutto di un permanente stato di terrore e di violenza. Come abbiamo già accennato, alcuni autori, storici e moralisti, hanno denunciato in termini vibranti la «barbarie romana», la brutalità del dominio di Roma: le violenze, le prepotenze, le sevizie inferte alle nazioni sottomesse. Hanno ricordato le parole che Tacito mette in bocca al britanno Calgaco: «violano le nostre donne, fanno il deserto attorno a loro e lo chiamano pace». Hanno negato che il dominio di Roma abbia apportato alle nazioni vinte alcun contributo di civiltà: l'Oriente - hanno detto - era già civilissimo, l'Occidente restò povero e diventò schiavo. Simone Weil, in un suo pamphlet appassionato, giunse a configurare l'Impero romano come il prototipo di quello nazista. Raymond Aron, rispondendo pacatamente a queste accuse roventi, ricordava la necessità di distinguere, nel rapporto tra i romani e le nazioni vinte, la fase terrorizzante dello scontro e della sottomissione da quella successiva, della dominazione. Nella prima i romani furono una forza distruttiva e oppressiva spietata (basta vedere il volto protervo dei pretoriani effigiati sulla colonna traiana per farsi accapponare la pelle): non più, però, di tutti gli Imperi che li avevano preceduti; e di molti che li seguirono. Nella seconda essi furono più impegnati nelle trasfusioni di sangue che nel suo spargimento. Anche se capaci di tornare alla spietatezza nella repressione delle rivolte, non c'è stato dominio nella storia che abbia saputo legare a se stesso tanta parte della cultura e della classe dirigente dei sudditi: con il consenso, e non solo con la violenza>> Già precedentemente il Ruffolo aveva notato: <<Quello romano, dice Luttwak, era soprattutto un esercito di costruttori. La forza delle legioni stava nel loro «genio», nel loro lavoro oscuro e massacrante. Il principio su cui Roma basava l'impiego delle sue truppe non era diverso da quello degli americani di oggi: l'economia del fattore umano, la sua sicurezza. L'assedio era paziente. A chi gli chiedeva perché prolungasse tanto il tempo dell'assedio invece di impegnarsi nell'assalto Scipione, a Numanzia, disse che sua madre aveva generato un capo, non uno scervellato. Difatti, gli assedi erano compiuti senza risparmio di tempo e di mezzi>>.

Torniamo adesso a considerare nel particolare gli sviluppi finanziari e commerciali alla fine della Repubblica romana.

 

Gli Oppii [8] furono alle volte banchieri di Pompeo (Cicerone ad Att. VIII, 7, 3), poi di Cesare (id., ad Quint., III, 1, 3) al quale associarono i loro destini. Cicerone, che li chiama contubernales, fece con essi molti affari, e ne fece anche con la casa di Egnatius, che era una delle più antiche e rivaleggiava con le maggiori; va in Frigia; al tempo delle guerre civili fu coinvolta nella crisi finanziaria: non restituì i depositi, sebbene avesse abbastanza credito. Plancius era noto pei buoni interessi che corrispondeva ai depositanti; Castricius (nomen Castricianum) operava in Asia e Sicilia (2 Verr., III, 80) e prestava ai municipi al 48%; per le guerre civili molto soffrì; aveva molti investimenti fondiari; i debitori pagarono con terre e case che, poste all'asta, non trovarono compratori. Cesare aveva ordinato che i creditori fossero pagati con beni immobili, stimati da commissarii sul valore anteriore alla guerra, che gli interessi percepiti si calcolassero a conto del capitale e quelli non pagati non fossero dovuti: così la banca doveva prendersi schiavi invece di denaro. La banca di Sittius contraeva debiti in Italia per speculare in Marocco e in Cilicia (sud della Turchia); aveva molti creditori a Roma, affari per milioni all'estero (Cic., pro Sulla, 20). La crisi, che colpì al tempo di Catilina il capitale romano, non la danneggiò e potè fare onore ai suoi impegni con le riserve e la vendita delle proprietà immobiliari. Pare che Sittius fosse immischiato in affari poco onorevoli; aveva parteggiato per Catilina, poi era immigrato in Spagna e in Marocco. Infine divenne banchiere di Cesare che aiutò nella guerra africana. Operatore nell'Asia Minore era quel Cluvius Puteolanus che lavorava coi danari di Pompeo e che prestava ai municipi al 4% al mese: non fu pagato e ricorse ai tribunali. A Pozzuoli vi era anche la banca Vestorius molto stimata da Cicerone. Da Roma si trasferì a Pergamo Decianus, il cui padre aveva fatto affari con Mitridate: il figlio aveva pessima fama; nessun sentimento di onore lo tratteneva: corteggiava le vecchie e, conquistatane la fiducia, s'impadroniva delle loro sostanze.

Salvioli tralascia relativamente la figura di Rabirio, dicendo semplicemente di lui : "Notissimo finanziere romano, difeso in tribunale da Cicerone (Pro Rabirio). Dopo tantissimi arricchimenti e peripezie, fuggendo infine povero e nudo dall'Egitto,  dalla prigione in cui l'aveva chiuso il faraone, verrà indennizzato da Cesare con magnifiche forniture militari, in occasione della guerra d'Africa" (Salvioli., cit., pp. 26- 27).  Più esaurienti su questo personaggio sono A.Dosi e F.Schnell, "I soldi nella Roma antica", Milano 1993 :

"Figlio di un pubblicano e, come il padre, appaltatore delle imposte pubbliche, Caio Rabirio fu considerato da taluni il più grande uomo d'affari dell'età di Cicerone. Come la maggior parte degli altri finanzieri, prestò grosse somme di denaro a città e a re che non potevano pagare a Roma il tributo. Concesse prestiti ingenti anche a numerosi privati, particolarmente a Cesare, e salvò dalle difficoltà economiche Cicerone durante il suo esilio. Nei suoi giri di affari si associò parecchi amici con i quali divise lealmente i benefici delle operazioni felicemente condotte a termine. Amò tenere un lussuoso tenore di vita che gli suscitò numerose gelosie e che divenne col tempo causa della sua provvisoria rovina.

Si racconta che Rabirio avesse fra l'altro prestato somme fortissime al re d'Egitto Tolomeo Aulete, che per le sue intemperanze godeva di cattiva reputazione presso i suoi sudditi fino al punto da essere da loro scacciato. Il re si salvò da guai peggiori solo perché riuscì a fuggire. Sperando di poter in seguito rientrare in possesso del capitale che gli aveva a più riprese elargito, Rabirio sostenne il sovrano decaduto e gli prestò dell'altro denaro impegnando nel rischio di questa operazione la sua fortuna personale e quella degli amici. Quando dunque Tolomeo si recò a Roma per sollecitare in suo favore l'appoggio del Senato, Rabirio gli fornì i  mezzi per presentarsi con un corteggio sontuoso. Inutilmente. Il Senato non solo gli rifiutò il suo appoggio, ma vietò per di più che si aiutasse il re a riconquistare il trono. Rabirio consigliò allora a Tolomeo di promettere in cambio del suo aiuto 10.000 talenti al vecchio tribuno Gabinio che governava la Siria con una straordinaria mancanza di scrupoli. Gabinio aderì al piano di restaurazione del re e inviò le sue truppe. Tolomeo tornò così sul trono e Rabirio partì per Alessandria dove si fece nominare ministro delle finanze, al fine di poter prelevare il denaro necessarui per pagare la somma promessa a Gabinio e rimborsare sé stesso. Divenuto un personaggio influente della corte, non esitò ad assumere il mantello greco e, in altre parole, ad adottare i costumi greci e orientali.

Lanciato nelle sue speculazioni, Rabirio finì col rovinare l'Egitto. Ciò provocò il malcontento delle popolazioni che in breve esplosero contro di lui. Per salvare sé stesso, Tolomeo cercò allora di sbarazzarsi del suo ingombrante creditore e, trovato un abile pretesto, lo fece gettare in prigione. Ma Rabirio riuscì ad evadere. Con un po' di fortuna portò con sé nella sua fuga parecchie navi egiziane cariche di merci di vario genere che egli sperava di far giungere facilmente in Italia. Corse anche voce che egli avesse incredibilmente fatto uscire dal porto persino una piccola nave carica d'oro.

Vera o no che fosse quest'ultima accusa, è certo invece che la sua speculazione commerciale, contro tutte le sue previsioni e le sue speranze, non andò a buon fine. Le merci si vendettero male e Rabirio uscì da questa impresa completamente rovinato. Ne approfittarono i falsi amici per attaccarlo e per accusarlo di aver ricevuto somme considerevoli dal re Tolomeo in cambio di favori che non avrebbe potuto accordare. Gli imputarono la responsabilità di diverse malversazioni, ma gli rinfacciarono soprattutto l'uso del mantello greco, come se si trattasse di un tradimento verso Roma. Cercarono addirittura di associarlo al processo intentato contro Gabinio, pretendendo che partecipasse al pagamento dell'ammenda inflitta a questo magistrato corrotto.

Il suo fu, almeno in apparenza, un vero crollo. Ma è probabile che quest'uomo d'affari non fosse completamente rovinato, come aveva interesse a sembrare. Poteva infatti ancora contare sull'appoggio di numerosi personaggi importanti, verso i quali era stato prodigo di favori, a cominciare da Cesare. Anche Cicerone, il quale nel 63 a.C. aveva già difeso il padre di Rabirio dall'accusa di alto tradimento, venne in soccorso di colui che l'aveva aiutato quando si era trovato in serie difficoltà economiche e vinse la causa intentata contro di lui. Di Rabirio si sentì in seguito ancora parlare a Roma. Il suo nome ricorse spesso in affari commerciali come la vendita di vini. Riuscì certamente a ricostituirsi un grosso capitale dopo la spedizione di Cesare in Africa. Sembra infatti che in tale occasione egli avesse realizzato affari fruttuosi rifornendo di viveri l'esercito romano e riportando in patria prodotti locali" (Ibidem).

 

Di fronte a questi colossi delle banche già nominati, Attico è una modesta figura, che deve la fama più a Cornelio Nepote e a Cicerone. Attico era di famiglia equestre. Aveva ereditato dal padre 2 milioni di sesterzi. Per non farsi compromettere nella guerra tra Mario e Silla, vendette il patrimonio paterno e comprò terre in Epiro. Ad Atene studiò, poi ereditò da uno zio usuraio 10 milioni di sesterzi che investì a Creta, Cipro, Macedonia e Asia Minore (Salvioli G., cit., p. 28).

La grande circolazione e disponibiltà di denaro dei cavalieri finanzieri è testimoniata per tutto il periodo che va dall'età delle guerre puniche all'età di Cesare.

Svetonio dice che Cesare da privato spese 120 milioni di sesterzi per donare un Foro al popolo romano. Si narra di Milone che in pochi anni fece debiti per la politica per 70 milioni di sesterzi. Cicerone confessava che occorreva essere molto ricco per aspirare a cariche politiche e si doveva starsene in disparte quando facultates non erant (ad Quint., III 8,6) (Salvioli G., cit., pp. 31-38).

Crasso aveva palazzi e latifondi. Si riferisce che le sue terre valessero 100 mil. di sest., le quali a 1000 sesterzi a jugero (come testimonia Columella, III, 3,9) darebbero un possesso di 25 mila ettari. Nella campagna romana, fino a non molto tempo fa, i Borghese avevano 22 mila ettari. Se ne arguisce la vastità degli antichi latifondi.

Per il commercio marittimo e l’organizzazione delle compagnie commerciali (corporazioni) di negotiatores, mercatores, navicularii etc. (tutti, più o meno, lo stesso termine per indicare padroni di navi commercianti marittimi ma anche proprietari terrieri), nonché per il rapporto tra commercio libero e incarico statale (economia privata e statale) il testo più ricco ci pare ancora DE SALVO L., I corpora naviculariorum – Economia privata e pubblici servizi nell’impero romano, Messina 1992, che in quasi 800 pagine di fonti e bibliografie analizza però tutto l’arco di tempo anche tardo imperiale: ma in maniera in fondo diacronica sia per l’importanza sociale che per l’aspetto giuridico (le actiones giudiziarie a cui andavano soggetti).

Ma non minore era la speculazione edilizia. L'unico pericolo erano gli incendi e la pessima costruzione. Plutarco riferisce di Crasso che, pur possedendo molte case acquistate come pericolanti o prossime a quelle invase dal fuoco, stava in vedetta del proprietario vicino che, minacciato dal fuoco, era pronto a svendere: però da speculatore astuto non le rifabbricava: non per la spesa, perchè possedeva fra i suoi schiavi architetti e muratori, ma perchè, scemando le case, usufruiva per le sue dell'incremento della rendita urbana. Così la speculazione edilizia era in voga, e la rendita urbana era più alta di quella fondiaria. Un'insula, con i suoi numerosi appartamenti, poteva rendere da quaranta a 60 mila sesterzi ( l. 30 Dig., XIX 2). Quella di Cicerone gli rendeva 80 mila sesterzi annui (Salvioli G., cit., pp. 51 sgg.).

 

Si possono distinguere due tipologie nella casa romana: la domus, casa d'abitazione unifamiliare, diffusa tra le classi più elevate, la cui pianta si sviluppa prevalentemente in orizzontale, e l' insula, cioé il palazzo (ma, meglio, il nostro "isolato"), sviluppato verticalmente fino a sei piani, nel quale si aprono appartamenti d'affitto e, al piano terreno, botteghe.

 

 

 

FIG. Casa romana: peristilio

 

FIG. Casa romana

 

Il primo tipo, detto anche casa di "tipo pompeiano" perché ben documentato a Pompei, si sviluppò sia nelle aree urbane che in periferia; il secondo, detto anche casa di "tipo ostiense", perché gli scavi di Ostia ce ne forniscono la migliore documentazione, costituisce una risposta ai problemi posti da un'alta densità demografica e da un elevato costo delle aree edificabili. Si tratta perciò di un fenomeno tipicamente urbano, sviluppatosi comunque già a partire dal IV secolo a.C.

 

 

FIG. DOMUS

 

FIG. Casa romana

Se Roma aveva almeno un milione di abitanti al tempo di Augusto (che divise la città in XV regioni, o rioni) e un milione e mezzo di abitanti un secolo dopo, una simile metropoli già nell'età di Cesare aveva gli abitanti per lo più ammassati in palazzi a più piani (insulae) divisi in appartamenti. Solo i privilegiati abitavano in una domus sul tipo di quelle rinvenute a Pompei. A Roma c'erano solo 1797 domus contro 46.602 insulae. L' insula, nata, come dicevamo, durante il IV secolo a.C. dalla necessità di albergare dentro le mura dette serviane (di Servio Tullio) una popolazione in continua aumento, si sviluppa in senso verticale. Proprio al contrario della domus di Pompei, l'insula romana è cresciuta in altezza e ha finito per raggiungere sotto l'impero dimensioni vertiginose. L'imperatore Augusto, spaventato dai pericoli che minacciavano la sicurezza dei cittadini e dai crolli di cui tale sviluppo in altezza era responsabile, impose un regolamento che proibì ai privati di elevare le costruzioni oltre i 70 piedi (21 metri circa). Ma (certo già dal tempo di Crasso) proprietari e imprenditori gareggiavano tanto in avarizia quanto in temerità nello sfruttare in qualunque modo i margini di tolleranza fissati dalle leggi. A Roma, dunque, gli edifici di 5 o 6 piani non si contavano più. In quello dove abitava Marziale, sul Quirinale, in via del Pero, il poeta doveva salire soltanto fino al terzo piano per tornare a casa, e non era certo il peggio alloggiato. Un altro poeta, Giovenale, descrivendo satiricamente l'incendio di un'insula (Satire, III, 197), dice che l'incendio, sviluppatosi al terzo piano, non può certo essere sentito dall'inquilino dell'ultimo piano, troppo in alto per accorgersi del trambusto che già invade il palazzo dal pianterreno in su.

 

Queste costruzioni imponenti si dividevano comunque in due categorie: le più sontuose, in cui il pianterreno era un'unità messa a disposizione di un locatario unico e acquistava il prestigio di una casa signorile alla base dell'insula, da cui anche il nome di "domus" in opposizione agli appartamenti o "cenacula" dei piani superiori; e quelle più comuni, il cui pianterreno era diviso in una infinità di botteghe e magazzini, le "tabernae", come conservateci nella via Biberatica o a Ostia. Solo personaggi di molto credito si potevano permettere il lusso della domus che apparteneva alla prima categoria, e sappiamo per esempio che, già al tempo di Cesare, Celio pagava per la sua un affitto annuo di 30.000 sesterzi (allora un moggio= litri 8,733, di grano costava 3-4 sesterzi; il salario di un manovale era di circa 5 sesterzi al giorno).

La struttura di questi palazzi, uniformi più o meno tra loro, ci rimanda alle case urbane costruite ancora oggi, anche nella suddivisione dei cenacula (appartamenti). Scale di pietra conducevano direttamente dal pianterreno agli appartamenti superiori. Roma aveva 14 acquedotti che portavano dalle sorgenti dell' Appennino un miliardo di litri d'acqua al giorno. Vi erano 247 grandi vasche (castella) per far decantare l'acqua. Le fontane, allora come adesso (se ne calcolano 5000 nell'età imperiale), riempivano l'urbe con i loro zampilli, e grosse canalizzazioni di piombo portavano nelle abitazioni private l'acqua degli acquedotti. Non si crede più ormai che solo il pianterreno delle insulae fosse raggiunto dall'acqua corrente, e si sono trovate molte prove in contrario.

Quasi dovunque a Roma le insulae appartenevano a proprietari che, volendo evitarsi le noie della gestione diretta, ne affittavano per 5 anni gli appartamenti dei piani elevati a un vero e proprio industriale della gestione dei cenacula, contro un canone per lo meno uguale a quello della domus del pianterreno. Il rincaro dei canoni d'affitto è un tema costante di lagnanze nella letteratura romana. Ai tempi di Cesare, il più umile alloggio arrivava a 2000 sesterzi. Ai tempi di Domiziano e Traiano (fine I- inizio II sec. d.C.) con la somma di uno di tali affitti di poteva acquistare una ridente e fresca tenuta a Sora o a Frosinone.

 

FIG. INSULA

Se il "cavaliere" Crasso fu il più ricco proprietario di palazzi dell'antica Roma e il più ricco imprenditore dell'età di Cesare, potranno stupire i sospetti di una sua partecipazione a un colpo di mano, a una "rivoluzione" più o meno di estrema sinistra (ma in quel caso certi "opposti estremismi" si toccarono) quale quella tentata da Catilina nel 63 a.C. Dice Plutarco: "Nell'affare di Catilina, grave affare, che per poco non segnò lo sfacelo di Roma, qualche sospetto sfiorò pure Crasso: uno dei complici lo nominò apertamente come membro del complotto; ma nessuno gli prestò fede. Nondimeno Cicerone in un'orazione incolpa evidentemente e Crasso e Cesare" (Plut., Crasso, 13).

In verità, se pure qualche "spalleggiamento" vi fu, vedremo anche con Cesare come queste accuse parrebbero false. Tale atteggiamento di Cesare e Crasso sarebbe stato incongruente non tanto per alcune idee di Catilina o di frange del movimento democratico che lo appoggiavano (vista la protervia, in taluni casi, dell'oligarchia senatoria), bensì per i diversissimi metodi e finalità politiche (il partito di Cesare privilegiava un movimento "di massa", con grandissima cura ad alleanze e accordi anche con settori "conservatori"), calcolo evidente in tutta l'azione politica di Cesare e di Crasso. Plutarco utilizza intere pagine per sottolineare la disponibilità di Crasso verso queste masse e la fiducia che la plebe aveva verso la sua prodigalità [9], tutto teso come era a conquistare i favori popolari. Anche col movimento di Catilina, Cesare e Crasso non volevano semplicemente perdere l'eventuale consenso anche di queste frange, di questi movimenti dal "basso", e anzi facevano di tutto per guadagnarle a sé (e distoglierle dagli estremismi) insieme a tutta la restante plebe urbana. Ma l'immagine di partito "dell'ordine" che essi volevano conquistarsi è la più corrispondente alla natura della loro lotta politica.

E' vero che l'alleanza dell'inverno 66- 65 tra Cesare, Crasso e Catilina sembrerebbe sincera proprio per le comuni "tematiche" democratiche che essa sottende (a parte l'iniziativa affrettata dei due futuri triumviri contro il ritorno di Pompeo dall'Asia). Tematiche del partito popolare e democratico che, portate avanti prima del ritorno di Pompeo, avrebbero subito preparato una resa dei conti anche militare col cavaliere filo- aristocratico. Ma tale alleanza si limitò all'idea di una congiura, la "prima congiura di Catilina", che non avvenne. Un intero libro (Massimo Fini, "Catilina. Un uomo in rivolta",  ) ha finalmente rivalutato le intenzioni oneste e tendenzialmente democratiche dei catilinari in quegli anni (in Catilina, con la conversione al partito democratico mariano, già dal 70, e come programmi almeno dal 66). Già a pag. 59 delle 151 del libro vi è la risposta a tutto ciò che Catilina privilegierà comunque nei suoi programmi e che per noi è sufficiente. Dice Fini, citando J. Carcopino: "Catilina chiedeva innanzitutto l'abolizione del privilegio ereditario che, dietro il sipario di elezioni mendaci, riservava a un piccolo numero di famiglie, sempre le stesse, le magistrature, i comandi e le giurisdizioni". Il fatto poi che nel movimento catilinario ci fossero moltissime donne (ed era la prima volta che accadeva) e numerosi schiavi fa ritenere che si volesse dare dignità politica alle prime e almeno giuridica ai secondi" (ibidem, p.51, Carcopino, Cesare, Rusconi 1993, p.175). Solo queste "linee di massima" antioligarchiche basterebbero a spiegare l'alleanza con Cesare e Crasso, ma non significherebbero l'utilizzo degli stessi metodi politici, che infatti furono ben differenti.

 

Crasso era un proto- capitalista con evidenti - anche se molto immature - aspirazioni politiche. Come tutti gli esponenti del mondo capitalistico illuminati e non ideologizzati, e che vogliono condizionare o dirigere settori del mondo politico, non perdeva comunque mai di vista il profitto e l'utilità. Il volume che riporteremo nel paragrafo successivo su Crasso testimonia questi atteggiamenti. Plutarco (che lo paragona al più ricco ateniese dell'età di Pericle, Nicia; e già il democratico Pericle apparteneva a una famiglia ricchissima) coglie molti aspetti che ci interessano: "La parte della cittadinanza saggia e conservatrice seguì Pompeo, quella violenta e volubile [il partito democratico, nel linguaggio di Plutarco NdR] sostenne le ambizioni di Cesare; Crasso prese una posizione intermedia tra i due. Operò per altro numerose trasformazioni nella sua colorazione politica; non fu amico stabile né nemico implacabile di nessuno, ma depose facilmente l'affezione come l'odio, secondo l'utilità, sicché più di una volta in breve spazio di tempo si dimostrò sostenitore e oppositore delle medesime persone, delle medesime leggi. La sua potenza risiedeva nei favori che poteva fare e nella paura che incuteva, specialmente nella paura. Un individuo che procurò moltissimi fastidi ai governanti e ai capi popolari del tempo suo, Sicinio, quando gli chiesero perché lasciava stare soltanto Crasso, senza tormentarlo, rispose che Crasso aveva del fieno sul corno: è abitudine infatti dei Romani avvolgere del fieno intorno a un corno dei buoi che cozzano, affiché chi li incontra per strada stia in guardia" (Ibidem, 9). Questo forse è il Capitalismo.

 

FIG. CRASSO

Altra questione che dovrebbe portare molto più avanti il dibattito sull'evoluzione politica e sociale della Tarda Repubblica romana, è la funzione che il lavoro libero -salariato- venne sempre più ad assumere di contro al lavoro schiavistico. Questo discorso è stato svolto esaurientemente, per l'Oriente ellenistico durante l'ascesa di Roma, da un vasto arco di autori che va dal Meyer al Rostovzev, dal Kahrstedt allo Heichelheim: la civiltà Ellenistica era nel II secolo a.C. a una svolta che stava conducendo al trionfo del lavoro salariato di tipo moderno [10]. E anche per la Roma tardorepubblicana il grande sviluppo urbanistico, scientifico e finanziario (dall'edilizia all'architettura delle acque, dalla produzione industriale di pregevoli colonne agli enormi forni per la produzione -cottura- di beni di consumo in serie, fino alla fabbricazione, ad esempio, di sofisticatissimi orologi - quali il meccanismo di Anticitera- o di grandi dolia -containers- da trasporto) rende impensabile che schiavi e non uomini liberi salariati o addirittura tecnici specializzati potessero -per fare un banale esempio- ripulire le cinque grandi cisterne sotterranee, i 7 chilometri di condotti d'acqua e i paralleli corridoi sotterranei a tenuta stagna per il passaggio degli addetti, oggi visitabili nella piccola isola di Ventotene (un’isola – cosa ben rara- assolutamente priva da sempre di sorgenti d’acqua !!!! e rifornita dalla pioggia per le decine di fontane e terme di cui Augusto dotò la sua villa).

D’altra parte, i modernisti come Meyer e Kahrstedt non avevano presente il già citato meccanismo di Antikytera, piccolo meccanismo trovato nel 1900 in fondo al mare dell’ isoletta a sud della Grecia. Analizzato seriamente a iniziare dal 1950, con risultati verso il 1975, si è rivelato oramai, pur essendo circa del 100 avanti Cristo, a tutti gli effetti un piccolo computer con motore ad acqua, sulla base degli orologi meccanici ad acqua di Ctesibio di Alessandria d’Egitto perfezionati da Archimede di Siracusa. A cominciare dall’americano De Solla Price e dal tedesco Rehm, i numerosi prestigiosissimi scienziati che lo hanno studiato e ricostruito hanno trovato in quegli 8 centimetri con 30 micro ingranaggi e 30 pignoni (guarda caso, ufficialmente invenzione solo della moderna rivoluzione industriale) un calcolatore con la medesima struttura del computer di Babbage (1871, il primo computer della storia – per intenderci, quello delle schede perforate). E’ ufficialmente catalogato ora come “computer per le misurazioni astronomiche”, perché come orologio astronomico serve al calcolo calendariale di altissima precisione dei movimenti di sole, luna, stelle e pianeti (nessuno escluso) e segni zodiacali e forniva un orario di grandissima precisione. L’Enciclopedia Treccani, nel supplemento in cui appare il riferimento a questo meccanismo, ha dovuto concludere con una ammissione molto importante “Sulla base della sua ricerca, Price, dell’Università di Yale, ha concluso che, contrariamente a quanto si era creduto in precedenza, una tradizione di alta tecnologia esisteva effettivamente in Grecia intorno all'epoca di Cristo. In precedenza si dava per scontato che i greci conoscessero il principio degli ingranaggi, ma si riteneva che i loro congegni (muniti di ingranaggi) fossero relativamente rudimentali: questa scoperta impone una revisione delle opinioni esistenti sullo stato della tecnologia nel periodo ellenistico”. E scusate se è poco.

Ma le scoperte più importanti che dovrebbero far modificare (non per ciò che è stato lo sviluppo industriale romano- che non ci fu- ma per quello che sarebbe potuto essere) sono due: 1) i rubinetti delle case ritrovati a Pompei, si scopre ora, non erano artigianali, bensì sviluppati con il tornio industriale. Sono identici tra loro nella misura in cui solo una fabbrica conseguente alla moderna rivoluzione industriale potrebbe consentire. 2) I motori ad acqua, così sofisticati per gli orologi o per i sistemi idraulici dei mulini, potevano ben servire aziende di tipo industriale, e ciò spiegherebbe strane cisterne di acqua, ritrovate in Tunisia, Algeria e sud della Francia, collegate ad acquedotti romani ma assolutamente inutili, per dislocazione geografica, ad usi agricoli, alimentari o abitativi [ÖRJAN WIKANDER , HANDBOOK OF ANCIENT WATER TECHNOLOGY, Brill, Leiden- Boston- Koeln 2000]. A Madauros (Algeria) e Thysdrus (El Djem, Tunisia) abbiamo esempi dell'uso industriale dell'acqua per frantoi delle olive e per industrie manifatturiere (sul tipo di quelle per le ceramiche di Perennius ad Arezzo) (Plinius 9, 38, 133).

piccolo complesso industriale romano

 

Nella Roma dell'età di Cesare e Augusto, "l'economia urbana è fondata principalmente sul lavoro libero", non servile. Lentulo va nei quartieri popolari, nelle botteghe dei liberi operai a incitare per la sua rivolta politico- sociale (Salvioli, cit., pp.67 sgg.).

 "... La prova che la schiavitù ebbe una posizione molto secondaria nel lavoro industriale, è data dalle iscrizioni, esaminate con diligente cura per la posizione giuridica dei lavoratori: su 1843 lavoratori nominati, solo 67 sono designati come schiavi, 344 come liberti -schiavi liberati e ormai cittadini-, gli altri 1432 comunque come liberi" (Ibidem, p. 73). Venivano normalmente stipulati contratti, anche per i muratori. Ad esempio, con 3000 muratori per l'acquedotto di Marcio; e ciascuno dei muratori aveva il suo aiutante (Ibidem, p. 83).

Constata Ruffolo nel suo volume (cit., 2004): “L'economia romana, dunque, nell'epoca della Repubblica imperiale, conobbe indubbiamente un forte sviluppo mercantile: ben lontano però da assumere una funzione economica trainante. Tecniche primitive, organizzazioni deboli e soprattutto mentalità ancorate a una cultura aristocratica impedirono che quello sviluppo investisse, trasformandola, la base produttiva della società, e che da quello nascesse una borghesia produttiva. I negotiatores erano più compradores che imprenditori; gli argentari, più usurai che banchieri; e i publicani più concussori e taglieggiatoci che gestori di pubblici servizi. Questi ceti non avevano la forza necessaria per orientare l'economia verso un processo di accumulazione autopropulsivo. Una economia la quale, d'altra parte, era invischiata nella trappola della schiavitù”.

E forse quest’ultimo, a nostro parere, sarà il punto cruciale. Dai testi del Finley ai più recenti resoconti di congressi sulla schiavitù nel mondo antico parrebbe emergere, secondo noi e sempre più rileggendo fonti antiche e moderne, che la schiavitù nel mondo antico non fu uno strumento economico “di guadagno”: sarebbero costati molto di meno i lavoratori liberi e salariati che non gli schiavi. E in realtà la specializzazione degli schiavi, la loro liberazione “pagandoli” e il loro utilizzo costantemente in numero ridottissimo rispetto ai liberi nelle grandi costruzioni ingegneristiche, idrauliche e comunque di diffusa tecnologia, sembra presupporre una scelta obbligata, se si voleva avere comunque “la qualità” e soprattutto il contenimento dei costi. Parrebbe a noi che gli schiavi erano, per secoli, uno “status symbol”, una scelta economica costosissima ma di prestigio. E parrà quasi, alla fine della nostra trattazione, che la schiavitù, e quindi l’ipotetico modo di produzione schiavistico, fu scelto per secoli dalle classi aristocratiche e oligarchiche antiche come freno, come impedimento allo sviluppo industriale, economico, commerciale e finanziario di stampo moderno, per mantenere il valore degli “immobili” e delle terre; cioé come scelta ideologica da perseguire istintivamente, per tradizione. Sappiamo bene che ciò che noi diciamo, per primi, parrà una assurdità a tutti gli esperti di economia, di sistemi di produzione e di analisi del profitto e degli interessi nell’attività umana. Ma chi è estremamente ricco (e forse i ricchi Greci e Romani lo erano veramente) può permettersi di “andare in perdita” per tempi indefiniti, come un aristrcratico francese del 1788 nei suoi grandi possedimenti agricoli.

A parte questa nostra “esternazione” sulla schiavitù antica, le conclusioni cui giunge Ruffolo (cit., 2004) sul “capitalismo” nell’antica Roma ci sembrano ben riassumere il nostro sforzo di evidenziare un reale scontro e sviluppo sociale della Repubblica:

<<… questione «vessatissima»: fino a che punto quella potenza imperiale aveva generato una economia capitalistica ante litteram ? C'è stato un capitalismo romano?

   Il campo delle risposte a queste domande, vastissimo - ne abbiamo già parlato -, è delimitato da due tesi estreme. Quella dei primitivisti, come i tedeschi Johan Karl Rodbertus e Karl Bucher, economisti della scuola storica, secondo i quali la forma dominante dell'economia romana rimase sempre quella dell'unità familiare autosufficiente, cellula di un mondo senza scambi e senza mercati: un mondo economico chiuso. E quella dei modernisti, come Eduard Meyer in forma estrema, e Michail Rostovzev in una versione più articolata, secondo cui l'economia romana si sviluppò nel senso di un'economia di mercato moderna e di un capitalismo compiuto.

   Né l'una, né l'altra ipotesi colgono la realtà dell'economia romana. Che Roma e il suo Impero si fossero cristallizzati in un «modello Cincinnato» di economia chiusa, senza mercati e senza moneta, è cosa che non sta proprio in piedi. Abbiamo visto come si fossero create attraverso i tempi della storia alcune importanti premesse e persino certe prove parziali di sviluppo capitalistico. Per esempio, la portata degli scambi all'interno dell'Impero, che nel complesso costituivano circa un terzo del prodotto totale; le dimensioni del capitale mobiliare concentrato in un ceto di affaristi - la City di Bertolt Brecht - e rappresentato politicamente dall'ordine dei cavalieri; l'organizzazione fordista- taylorista di masse di schiavi nelle piantagioni delle «ville». D'altra parte, questi processi non assunsero mai una forma sistemica: tale, cioè, da investire l'insieme della struttura economica e sociale, cambiandone i connotati in quelli di una economia capitalistica.

   La migliore definizione dell'economia romana come «economia duale» mi sembra l'abbia data Schiavone: un sistema agrario- mercantile a base schiavistica, dove i due elementi che lo compongono, l'agricoltura e il commercio, e la sua base energetica principale, gli schiavi, non si integrano in un mercato unico, come nell'economia capitalistica, ma restano in gran parte giustapposti; e l'alimentazione della quale non deriva se non in piccola parte da un surplus reinvestito nel mercato, ma dall'afflusso di risorse esterne, frutto della rapina, delle guerre e dello sfruttamento delle province. E dunque, come dice insistentemente Fusari in un'ottima analisi delle ragioni che ostacolarono l'avvento di una società dinamica, un'economia che tende alla stagnazione.

   Questo «non sistema», potremmo chiamarlo così, era il risultato di un'impronta genetica: del fatto - lo dice ancora Schiavone - che Roma «era veloce in politica, lentissima in economia». Da quando decise di non essere Cartagine, Roma restò sempre, in definitiva, una società dominata da una aristocrazia votata alla terra e alla guerra. Le aristocrazie legate strettamente alla terra sanno fare bene la guerra. Roma la sapeva fare benissimo. Molto meno il gioco dello scambio. Venezia, un'oligarchia di origine commerciale si rivolse alla terra solo all'inizio della sua decadenza. L'aristocrazia romana, oltre ad essere impareggiabile nella guerra, sapeva però anche organizzare sapientemente la pace. Il suo vero merito storico sta nel modo in cui seppe amministrare i paesi e i popoli sottomessi con un minimo uso della coazione (fanno eccezione gli ebrei, che erano culturalmente refrattari al dominio romano). Roma sapeva realizzare il massimo di dominio con il minimo di costrizione. Abbiamo già visto come il suo esercito permanente restasse, per lungo tempo, di dimensioni modeste e quanto fosse leggera la sua burocrazia. I romani erano grandi organizzatori e grandi costruttori, di pietre e di leggi.

   Ma non erano grandi mercanti. Il loro commercio confinava spesso con la rapina. Il loro credito con l'usura. Ci ricordiamo di Marco Giunio Bruto, l'inflessibile modello di virtù repubblicane: di come prestasse denaro al 48 per cento di interesse e di come perseguitasse ferocemente i suoi debitori, fino alla (loro) morte.

   Roma restò dunque ben al di qua di un capitalismo commerciale, all'italiana, e ancor più di un capitalismo industriale, all'inglese. Una economia capitalistica si distingue per due aspetti cruciali. Il primo è un'accumulazione endogena, promossa da fattori che agiscono all'interno del sistema, non alimentata sistematicamente da ricchezze predate all'esterno. Il secondo è la formazione di una classe sociale che basa la sua ricchezza e il suo potere su quel processo e su quello elabora la coscienza della sua identità, distinta e contrapposta a quella dell'aristocrazia terriera e guerriera. Niente di tutto questo avvenne nella società romana.

   L'economia di mercato non investi che una parte, per quanto rilevante, della struttura economica: e i mercanti romani non diventarono borghesi, ma restarono compradores, politicamente poco influenti e culturalmente subalterni, partecipi degli stessi valori dell'aristocrazia. La maggior parte di essi aspirava, investendo il «surplus commerciale» nell'acquisto di terre, come Trimalcione, non a sostituire l'aristocrazia, ma a farne parte. Da parte sua l'aristocrazia partecipava ampiamente, se pur surrettiziamente, ai giochi dello scambio, arricchendosi smisuratamente: ma mantenendo il suo disprezzo per ogni forma di commercio e di lavoro manuale e il suo supremo ideale dell'otium. La via della trasformazione verso un capitalismo commerciale, come quello che le Repubbliche italiane costruirono nel Medioevo, era sbarrata dalla potenza sociale e politica dell'aristocrazia. Del resto, come vedremo, il successo di quelle Repubbliche maturò proprio attraverso una crisi dell'aristocrazia feudale.

   L'impasse dello sviluppo mercantile si accompagnò con un'altra impasse, quella del modo di produzione schiavista. Abbiamo visto come Roma avesse creato nelle grandi piantagioni schiavistiche un'organizzazione di tipo fordista, che sembrava pronta per la meccanizzazione. Ma quella restò una incursione nel futuro, riassorbita dalla crisi del modo di produzione schiavistico. Quella crisi era dovuta in ultima analisi all'impossibilità di integrare gli schiavi come una forza di lavoro attiva nella produzione. Il capitalismo ci riuscì grazie a un tour de force eccezionale; e cioè alla trasformazione in merce, non dei lavoratori schiavi, ma della forza di lavoro dei lavoratori liberi. È merito di Karl Marx di avere rivelato questo aspetto, cruciale per la nascita del capitalismo moderno. Separando la forza di lavoro dal lavoratore e trasformando soltanto la prima in una merce, con un prezzo determinato dal mercato, si ottenevano tre grandi risultati. Primo: il capitalista non doveva più pagare il tempo improduttivo dello schiavo, né temere le sue rivolte. Secondo: dopo una fase iniziale brutale della rivoluzione industriale, che schiacciava i proletari su un salario di pura e semplice sopravvivenza, questi, organizzandosi collettivamente, ottenevano aumenti salariali che spingevano i capitalisti a reagire con aumenti di produttività, attraverso le macchine. Si instaurava così un meccanismo dialettico tra capitalisti e lavoratori, che agiva da molla dinamizzante del sistema. Terzo: superata la prima fase dell'industrializzazione, i proletari diventavano consumatori e anche per tale via alimentavano la dinamica del sistema. Gli schiavi delle ville e dei latifondi romani costituivano invece una merce passiva, che si consumava in un processo produttivo ripetitivo, privo di stimoli evolutivi.

   Insomma: sia dal lato della produzione che da quello della circolazione l'economia romana della Repubblica imperiale ci appare come imprigionata in un assetto al tempo stesso ristagnante e squilibrato, dominato da una classe aristocratica eccezionale nelle sue performance militari, costruttive, amministrative; e nel contempo incapace anche di concepire una politica economica in grado di cogliere le occasioni di sviluppo autonome affioranti nella società: troppo legata alla terra e alla guerra per concepire le potenzialità dello sviluppo mercantile e del lavoro libero>>.

 

Tornando alle nostre disquisizioni sui contrasti politici in Roma, dal punto di vista della "presenza territoriale" dei partiti nei quartieri, la questione è molto aperta. La presenza di "attivisti" politici, molto numerosi e convinti, è indiscussa, con sedi stabili e spesso presidiate. Ma il tentativo, fin dall'antichità, di far passare le "bande" di Clodio come semplici gruppi di picchiatori dell'estrema sinistra contrapposti ai gladiatori pagati da Milone (che per primo a Roma creò bande "paramiliari" di estrema destra) non rende giustizia "politica" nè all'uno né all'altro. Violenti ed estremisti erano, ma Clodio organizzò degli attivisti anche come difesa dalle spedizioni punitive di Milone, e costui aveva certo dei giovani nobili, giovani aristocratici convinti di far valere, con la forza, le proprie idee politiche. Parlare quindi solo di "bande prezzolate" di gladiatori e di sottoproletariato urbano, e intendere i "sectatores" soprattutto come "mercenari politici", non ci pare legittimo. Sentiamo su questo Lepore:

“L'anno che egli (Cesare) lasciava Roma, in attesa di recarsi in Gallia, era stato eletto al tribunato Clodio e si rinnovava la lotta contro gli ottimati, e ormai, per la loro scarsa capacità e volontà di resistenza e per lo scomparso peso dell'auctoritas del Senato, contro Cicerone costretto all'esilio quale capro espiatorio - nella condanna dei catilinari - dell'uso senatorio, arbitrario e contestato, dello stato di emergenza senza appello al popolo (senatus consultum ultimum). Questo tribuno, che è stato dalla tradizione antica e dalla storiografia moderna, fino a poco tempo fa, considerato a livello individuale un immorale, un pazzo furioso e a quello politico un agente di Cesare o di Pompeo, ebbe - come oggi viene giustamente riconosciuto  - il suo ruolo politico indipendente, aspirando con un progetto organico a instaurare un governo «popolare», di avanzata «democrazia». Egli profittava dell'alleanza dei consoli cesariani, cui assicurò anche province gradite per il 57 a. C., e dell'acquiescenza dei triumviri e, partito Cesare, specialmente di Pompeo, in temporaneo declino e costretto alla passività anche dal compromesso ottimate, che accettò finanche l'allontanamento per la missione di Cipro e la neutralizzazione (forse volontaria) di Catone. Solo quando Pompeo riuscí a rompere con Clodio e a mobilitare il consensus omnium bonorum in «tutta l'Italia», in favore del richiamo di Cicerone, il ritorno di questo antagonista sembrò sbloccare la paralisi senatoria, prospettare una nuova azione, con allargate alleanze, degli ottimati e gettare nella mischia energie giovani di nuovi dirigenti, di diverso orientamento, fino agii scontri; sulle strade di bande armate contrapposte, e alla morte del tribuno, con i processi e le vicende che la precedettero e seguirono. Fino a quel momento Clodio fu padrone della situazione e, accanto alle sue leggi de vi o de capite civis Romani e de exilio Ciceronis, promulgò tutta una serie coerente di provvedimenti che - affiancandosi alla legislazione agraria di Cesare, diretta ad eliminare il malessere delle campagne italiche in atto dal decennio post-sillano - era la risposta alla politica senatoria portata avanti da Catone e tentava di costituire una base solida nella plebe povera urbana e addirittura nei ceti servili per rinsaldare, e rinnovare anche, il movimento dei populares. Vennero cosí la legge sull'attività dei censori, de censoria notione, contro il potere discrezionale di escludere dal Senato senza processo e unanimità, e quella sui comizi, contro l'uso dei limiti di carattere religioso e il veto, che li bloccavano, abrogando le norme della lex Aelia Fufia. La lex Clodia frumentaria, con un curator annonae che doveva compilare l'elenco degli aventi diritto alla frumentazione gratuita, rendeva autonomi i plebei piú poveri dalle elargizioni strumentalizzatrici. La lex de collegiis abrogava i divieti precedenti, e soprattutto un senatoconsulto del 64 a. C., relativo alle associazioni artigiane, permettendo di formarne altre, ampliate a cittadini di condizione umile e forse addirittura servile, se stiamo a una tradizione certamente tendenziosa, perché dettata soprattutto dalle testimonianze ciceroniane 108. Opifices e tabernarii accanto a quelli che venivano definiti egentes homines, i «bisognosi» resi ciecamente violenti dalla povertà come dall'audacia di chi non ha nulla da perdere, venivano inquadrati, per la lotta urbana, alimentando vere e proprie bande, sia pure dotate solo di armi improprie. Questo corpo di leggi, per lo piú nella forma di plebisciti, che ne sottolineavano il carattere particolare 109, rappresentò il tentativo non certo di organizzare esclusivamente un sottoproletariato, con cui non si identificava la plebe urbana romana, ma di mettere al servizio della voluntas popularis tutta la serie di elementi che ne rappresentavano le componenti, onde esercitare pressione nelle assemblee e adunanze informali fuori delle clientele ottimati e di quelle, in verità scarse e fluide - a prescindere dai soldati - dei triumviri. Alla laus imperii, centrale nella concezione di Cesare, e da Cicerone inserita accanto a tutte le altre istituzioni e tradizioni della res publica nella sua otiosa dignitas e riforma ottimate del 56 a. C., dopo il ritorno dall'esilio 110, Clodio contrapponeva la finalizzazione delle entrate imperiali (dalle conquiste di Pompeo all'annessione di Cipro) alle distribuzioni gratuite di grano - contro l'arricchimento dei capi di eserciti nelle campagne di conquista, e dunque contro le opes e potentia degli stessi triumviri; e l'organizzazione conseguente di pressioni violente sulle istituzioni nell'interesse non dei singoli, ma delle masse cittadine, dinanzi alle quali si pubblicizzava l'azione magistratuale 111. L'utopia di Clodio, se la sua politica ne conteneva una, e la sua illusione era la fiducia in una possibile e residua « rivoluzione della plebe » attuata con strumenti ed elementi ch'erano soprattutto quelli che oggi sappiamo poter condurre soltanto a reiterate rivolte primitive. La « democrazia » di Clodio non fu dunque l'altra faccia dell'« impero » che Cesare andava costruendo, ma ne divenne l'antitesi 112: il suo populariter agere, cominciato sotto gli auspici di Cesare, si scioglieva da essi ed entrava in conflitto con i suoi acta.” (Ettore Lepore, La decisione politica e l'«auctoritas» senatoria: Pompeo, Cicerone, Cesare, in SII, pp.776 sgg., saggio da noi integralmente digitalizzato in Appendice).

 

Purtroppo anche un testo moderno e documentato come quello di Christine Salles scade in considerazioni meno legate alla realtà “politica” del tempo (e quindi meno adeguate all’alta intelligenza politica dei Romani). Riportiamone qualche brano:

<<La “vita quotidiana” di Roma, in questo I secolo a.C., basta a dare molteplici esempi della degradazione dei costumi politici: da principio eccezionale, il ricorso all’intervento di gruppi di origine piu o meno losca diventa quasi banale nel corso del secolo. Durante i decenni in cui la Repubblica agonizza, tutto, a Roma, incita gli uomini politici a reclutare e a formare sicari. I membri della nobiltà, in maggioranza, hanno preso da molto tempo l’abitudine di circondarsi di scorte armate, composte da liberti e da clienti, pronti a proteggerli da eventuali aggressioni. [...]

Fin dal II secolo a.C., certi uomini politici capiscono di poter trarre partito dalla forza manifestata dalla loro scorta. Da difensiva, questa diventa offensiva. Quando sollecitano i suffragi dei loro concittadini, alcuni candidati alle magistrature si fanno accompagnare da sicari, capaci, in un primo tempo, di costituire una forza di dissuasione, e in un secondo tempo di appoggiare con argomenti “pesanti” la candidatura del loro patrono. [...]

Generalmente, il punto di forza di queste milizie privilegiate è costituita da gladiatori [schiavi che accettavano di esibirsi negli spettacoli circensi]. Con la loro forza fisica e l’abilità nel maneggiare le armi, i gladiatori sono ottime scorte “nerborute”. I magistrati che devono organizzare i giochi, gli edili o i pretori ospitano spesso, nelle dipendenze delle loro case, decine di combattenti che parteciperanno allo spettacolo. Qualche volta, dopo i giochi, questi gladiatori rimangono nella dimora del magistrato, per assicurarne la protezione. Anche se non combattono più nell’arena, sono dotati di formidabile forza fisica, che sviluppano con un allenamento quotidiano. [...]>> (C. SALLES, I bassifondi dell’antichità, Milano 1984)

 

Sezioni politiche territoriali dei "popolari" (populares o democratici) in vari quartieri di Roma sono dimostrabili non solo nel periodo di Clodio. Riassume così questo aspetto il Serrao: "Le prime ombre di sezioni di partito possono ravvisarsi in quei collegia (o sodalicia) aventi scopi più o meno dichiaratamente politici... Il senato interviene con una prima proibizione nel 64 a.C. Indi la lotta sui collegia si accende. Il plebiscito di Clodio, del 58 a.C., ripristina la piena libertà di associazione a fini politici. Due anni dopo sopraggiunge la reazione anticlodiana e il senato scioglie le associazioni costituite in seno alle tribù urbane. A tali associazioni, è importante notare, partecipavano anche schiavi. D'altra parte gli ottimati sembra avessero costituito in seno alle tribù rustiche dei clubs al fine di corruzione elettorale e contro di essi, non colpiti dal senatusconsultum del 56 a.C., sarà diretta, l'anno seguente, una legge di Crasso. Pur tra i divieti le associazioni continuano ad esistere e diffondersi" (cit., pag.179).

L'"obiettività" degli oligarchi sugli "opposti estremismi" in quegli anni pieni di tensione nella vita cittadina si riscontra facilmente anche in Cicerone: non solo egli difese in tribunale Milone per l'omicidio di Clodio [11] (i due rivali politici si erano incontrati casualmente sulla via Appia, non vi era stata premeditazione da nessuna delle due parti, ma Milone si era reso colpevole di omicidio dando l'ordine di finire Clodio che, ferito, aveva trovato rifugio in un'osteria presso Boville)[12] ma anche, riferendosi, nell'orazione appunto "Pro Milone", ai gruppi politici di entrambi, "usa sempre per le bande di Clodio i termini manus, operae, copiae, exercitus (terminologia militare ; e lo stesso per la sua organizzazione : discribere, decuriare, centuriare), mentre le bande di Milone sono invece praesidia o comitatus, che designano scorte di carattere difensivo" (Paolo Fedeli, "Un cadavere eccellente", prefazione al Pro Milone di Cicerone, Venezia 1990, pag.31). "In realtà, se si mettono a confronto la violenza di Clodio e quella di Milone, si può dedurre che mentre Clodio si serviva delle sue operae ("attivisti politici") per sostenere il suo programma politico, Milone aveva organizzato un vero e proprio corpo paramilitare, composto prevalentemente di gladiatori, col dichiarato intento d'impedire con la violenza il successo dei populares. C'è da chiedersi, inoltre, se il ricorso alla violenza da parte di Clodio non sia una conseguenza dell'impiego sistematico della vis (violenza) da parte dei gladiatori e dei picchiatori di mestiere assoldati da Milione e da Sestio" (Ibidem). Fu allora, probabilmente, che si compì il salto di qualità da una violenza politica più "delle parole" a una "dei fatti" (da intimidazioni e diffamazioni a veri scontri di strada). Siamo al tempo del primo triumvirato : Cesare fuori d'Italia, Crasso appena morto in Asia, Pompeo a Roma indeciso rappresentante di popolo e di Senato. Si è vista giustamente in Clodio una politica relativamente autonoma dai triumviri, basata davvero su un consenso "dal basso", anche se con strumenti politici sbagliati (Cesare e i cavalieri più impegnati politicamente non avrebbero perdonato questi estremismi e questi errori politici, anzi sarebbero stati, in altri momenti, più spietati degli avversari). Ma per dare giustizia a Clodio, ricordiamo che "mentre Cicerone sostiene che le bande di Clodio sono costituite quasi esclusivamente da schiavi, con l'aggiunta di delinquenti comuni, oggi appare chiaro che l'elemento servile era solo una delle sue componenti [13] : Clodio, infatti, reclutava le sue operae soprattutto fra gli schiavi e gli affrancati (liberti, ormai cittadini [14]) della città, fra la plebe urbana povera, talvolta fra gli schiavi rurali. Particolarmente importante si rivelò la sua organizzazione dei collegia, perché essi erano costituiti dagli egentes (poveri, diseredati) nei luoghi stessi di lavoro e di residenza e, dunque, permettevano una rapida mobilitazione in caso di riunioni politiche, di sommosse, o di forme di protesta più blande, come la chiusura delle botteghe" (Fedeli, in Pro Milone, cit., pag. 32). "La base di Clodio non era costituita dal proletariato miserabile e straccione, come spesso si dice affrettatamente sulla scorta delle accuse di Cicerone, ma da un ceto che oggi si chiamerebbe piuttosto piccolo borghese, che non aveva interesse all'eversione sociale, ma semplicemente voleva far sentire la sua voce sulla scena politica e veder tutelati i propri interessi" [15]. Più in generale, Clodio fu il primo a tentare di servirsi della plebe urbana quale base politica. Cesare, lontano da Roma, aveva fiducia che la parte popolare potesse difendersi anche grazie a Clodio. Ma qualche momentanea alleanza, spesso intravista, per puro tatticismo e temporanea convenienza, con alcuni gruppi dell'aristocrazia o della nobilitas (quindi anche cavalieri) non bastarono nè bastano a elevare Clodio a una politica delle alleanze duratura con gli stessi cavalieri e con la plebe più ricca (Fedeli, in Pro Milone, cit., pag. 33). Organizzando però la plebe urbana nel periodo del triumvirato, Clodio la difendeva comunque dagli eccessi degli ottimati (Ibidem, pag. 34).

 



[1] Come da nostra bibliografia finale, la Storia di Roma Einaudi è siglata S. Il volume è il IV.

[2] M.I.Finley, The Ancient Economy, London 19852 (trad.it. della 1° ed. "L'economia degli antichi e dei moderni", Roma- Bari 1974) ; K.Marx, Das Kapital, III, MEW, XXV, Berlin 1975 e Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, Berlin 1974; Max Weber, Die Römische Agrargeschichte, Stuttgart 1891 ; K. Polanyi, Primitive, Archaic and Modern Economies, a/c G. Dalton, New York 1968 (trad.it. Torino 1980). Tralasciamo qui testi specifici di valutazione della schiavitù antica, quali ad esempio M. I. Finley, Schiavitù antica e ideologie moderne, Roma- Bari 1981, o le raccolte di saggi in  Analisi marxista e società antiche, Istituto Gramsci, Roma 1978, per citarne due a noi ben presenti e con apprezzabile bibliografia. Ma queste tematiche esulano adesso dal nostro discorso come anche, per lo più, dall'analisi ora citata di Schiavone, che pure ha fatto parte, per il  volume di saggi, del gruppo di antichistica dell'Istituto Gramsci.

[3] Ma questo è anche il punto di vista, o meglio la "pubblicistica" e la propaganda, delle classi aristocratiche e oligarchiche fin dopo Cesare, da Catone a Plutarco (NdR).

[4] Console che combattè contro Annibale, e storico romano [NdR].

[5] Di "guerre di rapina" a piccolo e poi a più ampio raggio parla Weber, riferendosi all'espressione ufficiale dell'ultimatum dei fetiales : res repetere (Max Weber, Röm. Agrargesch., cit., trad. it. "Storia agraria romana", Milano 1967, pag. 81).

[6] Così in attendibili saggi francesi e inglesi degli anni a cavallo del 2000. E per l’Inghilterra gli stessi autori affermano che i Britanni avrebbero chiamato in aiuto i Romani, Romani tutt’altro che conquistatori.

[7] Come in Eduard Meyer, "anche in Rostovzev modernizzazione dell' economia antica e pensiero conservatore compaiono di nuovo affiancati" (Schiavone, cit., pag. 18).

[8] Molte famiglie di importanti banchieri del periodo finale della Repubblica romana vengono analizzati da G. Salvioli in "Il Capitalismo antico - Storia dell'economia romana", Bari 1929 (1985).

[9] Ad esempio : "A pranzo invitava di solito gente del popolo e ordinaria, e vi usava una semplicità linda e cordiale, più piacevole di qualsiasi sfarzo" (Plut., Crasso, 3). O ancora : quanto più Pompeo evitava la plebe e la folla e si chiudeva in casa quando stava in Roma, tanto più  "Crasso si prestava ininterrottamente a servire gli altri ; lo si poteva sempre trovare ed abbordare, ingolfato, magari, in cento imprese per aiutare questo o quello : ma con sì larga generosità ebbe la meglio sulla riservata maestà dell'avversario Pompeo" (Ibidem, 7).

[10] Secondo Kahrstedt la scienza e l'erudizione dell'Oriente ellenistico erano quasi mature per progredire verso le invenzioni e le concezioni del XIX secolo occidentale. Cfr. il nostro paragrafo sugli "equilibri economici" nel IV capitolo. Colleghiamo tutto questo anche alle grandi invenzioni della Scuola di Alessandria nel nostro V capitolo sulle antiche flotte da guerra a remi.

[11] Il 18 gennaio del 52 a.C.  Milone fu condannato, soprattutto per volontà di Pompeo, all'esilio, e si ritirò a vivere a Marsiglia. Marco Saufeio, che su ordine di Milone aveva assaltato l'osteria e finito di sua mano Clodio, fu invece assolto sempre su difesa di Cicerone, e pochi giorni dopo fu assolto con ampia maggioranza addirittura dall'accusa d'illegale porto d'armi. Fu invece condannato Sesto Clodio, per aver istigato la folla a portare il cadavere di Clodio nella Curia per le esequie e la pubblica cremazione, imperfettamente riuscita perchè la legna non era adatta al rito e le fiamme si estesero alla Curia stessa.

[12] La più ricca analisi delle implicazioni "ideologiche" che i particolari dello svolgimento dei funerali di Clodio ebbero anche nei decenni successivi fino alla morte di Tiberio, si trova in Augusto Fraschetti, "Roma e il principe", Laterza, Roma- Bari 1990, pp. 42 sgg, in particolare pp. 55-59. Si osserva il "ruolo egemone assunto dalla plebe urbana" nei funerali sia di Clodio che di Cesare (Ibidem, pp. 55), col timore e la diffidenza che questi precedenti crearono poi nell'establishment del Principato in caso di funerali di Stato.

[13] Sulla via Appia Clodio era scortato da 30 schiavi armati di spada, in numero nettamente inferiore ai gladiatori di Milone, che attaccarono rissa.

[14] E con diritto di voto. Cfr. anche Staccioli, cit., pag. 9.

[15] Perelli L., Il movimento popolare nell'ultimo secolo della repubblica, Torino 1982,  pag. 215. Su operae e collegia organizzati da Clodio, J.-M. Flambard, Clodius, les collèges, la plèbe et les esclaves. Recherches sur la politique populaire, in MEFR 89, 1977, pp.115-116 ; F. Favory, Clodius et le péril servile, in "Index" 8, 1978-79, pp.173-203.