VI – I PARTITI POLITICI AL TEMPO DI SCIPIONE AFRICANO.

 

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10. LE FAMIGLIE ARISTOCRATICHE E IL PARTITO DI SCIPIONE.

Vediamo ora in particolare, nell'età di Annibale, gli schieramenti all'interno del Senato romano, la divisione in "partiti" con diversi orientamenti e le tendenze oligarchiche o antioligarchiche - se non "popolari"- in queste divisioni della nobiltà; anche in rapporto a un eventuale appoggio plebeo (non solo di tribuni della plebe) a queste tendenze.

 

Ciò che nessuno ha visto, neanche Münzer e Schur - data la diversa impostazione del problema - è che proprio gli anni dell'ascesa di Scipione, a metà della guerra annibalica, rappresentarono il massimo rafforzamento di una linea conservatrice rigidamente oligarchica all'interno della classe senatoria, con sempre minori opposizioni interne. Ma l'ascesa di Scipione fu anche l'inizio della fine di questa fase immediatamente precedente; sarà cioé "l'inizio della fine" del predominio della famiglia Fabia (il partito fabiano), rigidamente oligarchica e conservatrice, affermatasi di contro alle opposizioni anche interne (guidate soprattutto dagli Emilii e dai Claudii) [1].

Opposizioni che nel periodo intorno al 230, ma ancora dal 214 al 211 aggregarono le famiglie della nobiltà plebea più riformiste (in particolare Fulvii, Sempronii, Volumni, Giunii, Postumii), oltre a Cornelii Scipioni e Sulpicii Galba, famiglie tutte legate in qualche modo a una politica plebea antioligarchica quanto lo erano le famiglie Emilia e Claudia (in particolare col censore Appio Claudio Cieco).

Ma vedremo che proprio alla fine del conflitto annibalico, le forze tradizionalmente riformiste e più "moderne" del senato si scindono tra innovatori seguaci di Scipione e famiglie che, per timore del partito di Scipione, tornano ad essere accanite sostenitrici del conservatorismo oligarchico, opponendosi alle pretese della plebe, alla rinuncia di privilegi e a qualsiasi allargamento dei ranghi dell'oligarchia.

 

Ciò che è più importante per noi e che è curioso nella storiografia, è il lunghissimo perdurare di tradizioni "politiche" di famiglia, o in senso più aristocratico- conservatore o in senso più plebeo- riformista, tradizioni familiari che, nonostante tutte le eccezioni che sottolineeremo e che spesso sono decisive nella lotta politica, caratterizzano anche il periodo dal 230 al 190 a.C.

Sottolineiamo innanzitutto l'aspetto più evidente: Fabio (il longevo esponente più conservatore del Senato) ascese non già in alleanza con gli Emilii della sua generazione, ma in aspra lotta contro di essi. E la tradizione conservò più di un'eco delle dure lotte che si svolsero fra i partiti verso l'anno 230, come abbiamo ricordato in paragrafi precedenti. La dimostrazione a proposito dello Schur (cit., pag.212 sgg.), che elimina la falsa teoria del Münzer su una alleanza tra Fabii ed Emilii in quegli anni, sarà importante per il seguito del nostro discorso. Inoltre, riguardo alla persistente egemonia di Fabio dal 217 al 214, lo Schur, per l'elezione al consolato ottenuta da Fabio per sé e per il fidato Marcello nel 214, usa l'espressione appropriatissima che essa fu ottenuta "contro i voti della borghesia" (Ibidem, pag.218).

Chiarito questo aspetto, vedremo che tre sono le forze politiche di rilievo ("i tre grandi partiti") che Münzer studiò e che Schur ha approfondito e precisato, per l'epoca della guerra annibalica: i Fabii (essenzialmente con Quinto Fabio Massimo Verrucoso detto il Temporeggiatore), di tendenze nettamente oligarchiche e conservatrici; i plebei Fulvii (con Quinto Fulvio Flacco soprattutto), per un certo periodo i più fieri avversari delle tendenze fabiane;  i plebei Livii (con M. Livio Salinatore), per un certo periodo vicini ai "riformisti" Emilii, Claudii e Fulvii, in seguito uniti ai Fabii contro i Claudio-Fulvii per poter emergere in politica, infine più vicini agli Scipioni contro il partito Fabiano. Il partito dei Claudii, messo in rilievo dallo Schur,  è talmente in sintonia con i Fulvii per tutto il periodo della II guerra punica e anche nel decennio successivo (200- 190 a.C.), che noi usiamo la terminologia dello Schur di "partito Claudio- Fulvio".

Lo Schur parla di età di Scipione e non solo di guerra annibalica e vogliamo anche noi estendere il discorso a tutta la figura di Scipione fin dopo la guerra e fino al 185 a.C., anno del suo esilio. Considereremo i tre partiti già nominati anche in funzione dell'aiuto e dell'alleanza forniti al partito di Scipione o della lotta politica contro di esso (come già fatto in parte dallo Schur, riportato da noi in Appendice).

 

Per concludere queste premesse, diciamo che la periodizzazione indirettamente fornita dal Münzer e dallo Schur per la lotta e le prevalenze politiche di quegli anni viene da noi così ulteriormente precisata:

1)      (225-217) prevalenza degli Emilii, con tendenze plebeo- democratiche;

2)      (217-213)  periodo di prevalenza del partito Fabio con grande appoggio dell'oligarchia e opposizione quasi soltanto dei Claudii e dei poco influenti Sempronii e Scipioni;

3)      (212-211) l'abbandono di molte famiglie di origini plebee (e soprattutto i Fulvii e gli Emilii) che passano dal partito di Fabio a quello Claudio, generando un più ampio schieramento Claudio- Fulvio che sconfigge i Fabiani;

4)      (210-208) l'emergere di un nuovo schieramento che, pur di indebolire i Claudio- Fulvii, si allea con Fabio: sono i Livii di Livio Salinatore, gli Scipioni che vogliono emergere e i Servilii;

5)      (207-203) la nascita di un vero partito scipionico, che unito a Emilii, Livii, Servilii e soprattutto a uomini nuovi plebei e al favore di tribuni della plebe, ha il sopravvento nella politica romana;

6)      (202-185) il ricompattamento dell'oligarchia, con famiglie soprattutto aristocratiche diffidenti di Scipione, che vede Fabiani, Claudii e Servilii ora tutti uniti contro il partito di Scipione.

 

A parte i decenni precedenti (specie dal 247 al 225) con periodi di predominio della aristocratica  famiglia Fabia, se noi consideriamo negli anni della II guerra punica il potere di Quinto Fabio Massimo (dittatore nel 217 e console per cinque volte), vediamo che le alleanze di questo oligarca erano tanto vaste nel Senato quanto energiche erano le resistenze dei partiti Fulvio, Claudio ed Emilio contro il suo strapotere.

 

Abbiamo personalmente rilevato che alleate di Fabio (e in sostanza base della sua fortuna politica) furono principalmente 14 casate di nobiltà patrizio- plebea nel periodo dal 230 al 212 a.C. Di queste, solo tre (VALERII FLACCI, MANLII e QUINZII) sono rigidamente aristocratiche e resteranno sempre fedeli alle loro idee e al partito di Fabio. Tralasciando i ben poco importanti POMPONII e PAPIRII, le altre nove sono plebee (FULVII di Tuscolo, ETILII della Campania, OCTACILII di Benevento- di cui è importante contro Annibale il grande generale Marcello-, ATTILII, CECILII, EMILII- con Emilio Paolo morto a Canne-, GIUNII, POSTUMII e MAMILII), delle quali unicamente gli ATTILII resteranno sempre plebei di parte fedelmente aristocratica e legata ai Fabii. Gli altri (compresi gli EMILII che erano sempre comunque di vecchia tradizione più democratica che oligarchica e tanto più lo dimostreranno tra breve) passeranno col partito Claudio, dando origine, soprattutto con i FULVII, al partito CLAUDIO-FULVO energicamente antifabiano e (parrebbe) temporaneamente antioligarchico.

Questo nuovi alleati antifabiani trovavano un fronte già esistente di opposizione "plebea", anche se solo i CLAUDII (con il famoso censore Appio Claudio Cieco e in seguito con Appio Claudio Pulcro) erano importanti in questo schieramento insieme ai tradizionali EMILII (definiti "fazione", con tendenza antioligarchica, da Schur - da noi riportato integralmente-). A fianco al partito Claudio operavano i plebei SEMPRONII, VOLUMNI e CORNELII (il famoso Terenzio Varrone, console plebeo e "democratico", fu eletto proprio con l'appoggio di P. Cornelio Scipione Asina), nonché i plebei MINUCII collegati agli EMILII (il famoso plebeo Minucio Rufo era esponente di punta della lotta antioligarchica verso Fabio Massimo). Anche i plebei GIUNII seguivano molto gli Emilii, e così sarà col dittatore Giunio Pera ("appartenente al partito Emilio", Schur, cit., pag.223).

Quando nel 211 abbiamo il massimo di potenza del partito Claudio-Fulvio, sembrerebbe che (come fa risaltare lo Schur) proprio gli Emilii e gli Scipioni, per riprendere o prendere il sopravvento, favoriscano l'ascesa di un partito molto transitorio, quello di Livio Salinatore.

Nel 210 nasce questo nuovo "partito", che parrebbe più che altro prendere una fiaccola di opposizione verso il potere troppo forte Claudio- Fulvio, anche se la famiglia Livia era di tradizioni plebee poco oligarchiche. Infatti Livio si allea non solo con l'ormai debole oligarca Fabio ma anche con famiglie tradizionalmente antioligarchiche sia plebee (EMILII, SEMPRONII, LICINII, CECILII) sia aristocratiche (CORNELII, VETURII) con le quali (soprattutto con gli EMILII) era in vecchi rapporti.

 

Queste strane alleanze del 210, anno dell'ascesa improvvisa di Scipione, hanno in comune, secondo noi, non tanto il disperato tentativo del vecchio Fabio di ritornare in sella, quanto l'emergere di famiglie plebee meno note che, come Livio Salinatore, illudevano Fabio di poter vincere con alleanze molto ambigue. In questo contesto, nel 209-208 Fabio (il partito dei "Fabiani") vince contro i plebei FULVII, SEMPRONII E MANLII (oltre che contro i CORNELII) grazie all'aiuto dei modesti plebei LICINII (in seguito i più fedeli alleati di Scipione, tanto che Schur -pag.230- può parlare di "pieno accordo personale e politico" tra P. Licinio Crasso Dives e il capo del partito scipionico nel cruciale anno 205 ; quella stessa gens Licinia - aggiungiamo noi - che, decaduta come "nobilitas", costituirà poi, come plebei estremamente ricchi, la famiglia del famoso triumviro Crasso).

Lo stesso partito di Livio Salinatore, nel 206, anno della dittatura di questo plebeo, parrebbe più che altro aver "tirato la volata" agli EMILII, che, addirittura con l'appoggio della casa Fabia, tentavano quell'anno di imporsi nuovamente e batterono il partito Claudio- Fulvio. Oltretutto, politicamente, Fabio era ormai definitivamente isolato da quando erano morti due anni prima (208), in un agguato contro Annibale, i maggiori, superstiti esponenti del suo partito, il valoroso Marcello [2] (degli OCTACILII, perché figlio adottivo di Octacilio Crasso, e sempre di sostegno a Fabio) e T. Quinzio Crispino (dei patrizi QUINZII già nominati).

 

Ma troppo rapidamente il partito di Livio Salinatore si dissolse, per inglobarsi in una alleanza che aveva un unico capo carismatico (Scipione l'Africano) e un'unica fondamentale famiglia (i CORNELII e i CORNELII SCIPIONI). Differente cioé da legami familiari più marcatamente "aristocratici" di tutti i "partiti" precedenti. Anche nel caso dell'esclusivissimo (quasi personalistico) partito "Fabio", abbiamo visto come più di una famiglia aristocratica di alto lignaggio permane come sua base politica.

Invece, nel caso del partito di Scipione, fin dal suo nascere (quando cioé ancora alcune famiglie importanti quali i SERVILII non si erano allontanate per far fronte comune aristocratico contro chi ritengono ormai troppo spinto avversario del patriziato) non compare formalmente (cioé, con qualche peso politico rilevante) nessuna famiglia aristocratica.

E' pure vero che, oltre ai SERVILII, anche i LIVII di Livio Salinatore e gli EMILII avranno un momento di tentennamento verso la politica di Scipione (forse perché la ritennero lì per lì troppo "popolare"): ma queste importanti famiglie sono di origine plebea, e comunque restano nel partito di Scipione fino alla sua caduta.

Elenchiamo le numerose famiglie fedeli alla causa politica degli Scipioni: abbiamo SEMPRONII, AURELII, CECILII, MINUCII, LICINII, oltre ai già detti LIVII ed EMILII; tutte famiglie plebee. Ma cosa più importante, realizzandosi la vera attività politica (non più solo militare e diplomatica) di Scipione dal 200 al 190 a.C., abbiamo una grande quantità di uomini nuovi, oltre ai CETEGHI, ai principali dei LENTULI, e oltre ai FURII, agli ACILII, tutti plebei come i SEMPRONII e i MINUCII, con molti esponenti di queste ultime famiglie importanti tribuni della plebe. A parte il favore plebeo guadagnato dall'Africano anche con questi tribuni (oltre che con la propria gloria), lo Schur non può non sottolineare "i numerosi uomini nuovi introdotti da Scipione nella nobiltà" (cit., pag.255), anzi usa espressioni quali: "Ma accanto a questi Cornelii troviamo pure una serie di altri uomini, soprattutto del ceto plebeo" (Ibidem, pag. 253); e ancora: queste nomine "ci dimostrano che Scipione si comportò senza riguardi nella sua lotta contro i pregiudizi ereditarii" (Ibidem, pag. 256). E tutto questo nel periodo di massimo rafforzamento dell'oligarchia e di arroccamento del Senato, come abbiamo già sottolineato.

 Da ciò la lotta implacabile verso di lui.

"In questa lotta il Senato fu, naturalmente, dominio della nobiltà, mentre l'assemblea popolare fu il campo d'azione del grand'uomo [Scipione]. Scipione dovette cercare di conquistare il Senato. Trovò modo di introdurre nelle classi superiori del Senato, mediante la sua influenza sulle masse aventi diritto di voto, un forte gruppo di amici devoti e fidati. Dal canto suo l'aristocrazia, presentando brillanti personalità, tentò di spezzare la dominazione di Scipione sui Comizi [le assemblee popolari]" (Schur, cit., pag. 250).

 

Se vediamo invece nel fronte degli avversari di Scipione, osserviamo che il vecchio gruppo oligarchico (quello del nostro 2° periodo, per intenderci) resta immutato anche in seguito: sono le tre vecchie famiglie patrizie dei VALERII FLACCI, QUINZII e MANLII, a cui si aggiungono ora i meno noti patrizi FLAMININI, scelti col giovane Flaminino come contraltari a Scipione [3], più CLAUDIO Marcello e i FULVII. Il blocco unico tra PARTITO FABIANO e PARTITO CLAUDIO- FULVIO fu dunque totale (oltre ai SEMPRONII plebei consoli ma anche tribuni, prima fedelissimi a Scipione e ora, col tribuno T. Sempronio Gracco, a lui non favorevoli). Un altro plebeo, Catone il Censore, fu lo strumento della lotta della nobiltà contro l'Africano, come già visto. Questa breve sintesi dello Schur sul punto di arrivo di Catone, quando ormai l'oligarchia ha delegato a lui, plebeo "arrivato", il compito di liquidare Scipione, merita di essere analizzata più politicamente: "Ormai egli [Catone] possedeva la potenza sufficiente a condurre, per metà della sua vita, la lotta contro i rampolli del regime aristocratico, la lotta che per lui finora era stata soltanto un mezzo per raggiungere lo scopo, la via per arrivare al potere. Quel figlio di contadini fu, sino alla sua morte, la cattiva coscienza dell'aristocrazia sempre più declinante" (Ibidem, pag. 261). Catone fu il "cane da guardia", il mastino che, più vigile degli stessi oligarchi, ne controllava i rampolli, ne impediva i "tentativi di emergere" per qualsivoglia capacità individuale, contro qualsiasi emergere di "personalità" che mettesse a rischio la "parità" tra oligarchi.

Ma una cosa è anche certa: quel "blocco unico e compatto" di "tutta" l'oligarchia contro Scipione, la fusione di due partiti a lui avversi, fa notare il ridottissimo numero di "vecchie" famiglie che, ancora più di prima, vogliono rinchiudersi in casta, vogliono imbrigliare una società troppo dinamica.

 

Volendo trarre noi una pur difficilissima conclusione da questa analisi delle famiglie aristocratiche (nobili) nell'età di Scipione Africano, ci sembra che gli EMILII in particolare  siano il vero nesso ideale e politico - tra prima e dopo il periodo della II guerra punica, che vedrà il trionfo dell'oligarchia- tra un movimento precedente di rivendicazioni democratiche e la nascita del partito di Scipione tanto avverso all'oligarchia. La "plebe" (di contadini o di mercanti), così presente con Flaminio prima della guerra e scomparsa "ufficialmente" nella storiografia per un periodo così lungo a causa del giganteggiare della figura (e del partito) di Scipione, parrebbe stranamente messa in ombra - ma anche rappresentata - in quei numerosi tribuni plebei che sostenevano Scipione.

 

FIG. OLIVER CROMWELL

 



[1] 150 anni dopo il periodo da noi analizzato “è ricordato da Cicerone (de orat. I, 176) il caso di una disputa, peraltro di difficile comprensione, tra i Claudii patrizi e i Claudi Marcelli, plebei, nella quale sembra che i primi rivendicassero un rapporto di clientela con i secondi” (CLEMENTE G., Tradizioni familiari e prassi politica nella Repubblica Romana: tra mos maiorum e individualismo, in «Parenté et stratégies familiales dans l’Antiquité Romaine» École Francaise de Rome 1990, pp.599). Ma più interessante questo passo: “La caratteristica fondamentale della tradizione familiare dei Caludii era la superbia verso il popolo, e l’arroganza. Gli episodi che hanno formato il nucleo dell’immagine dei Claudii sono raccolti in Svetonio, nella vita di Tiberio, e all’epoca fanno evidentemente parte di una tradizione ormai consolidata. Quando questa tradizione si sia formata è oggetto di discussione, e non è questa la sede per affrontare il discorso. Ciò che invece vorrei porre in evidenza è il fatto che questa immagine dei Claudii è un elemento del sistema familiare, con particolari caratteristiche che si possono ricondurre a un quadro più generale. La prima figura storca dei Claudii , Appio Claudio Cieco, durante la sua censura valorizzò la componente libertina. Questo provvedimento fu rappresentato dall’annalistica, in Livio e Dionigi, come un atto di disprezzo per l’aristocrazia, e fatto risalire al motivo della superbia claudiana, e del desiderio di dominio. L’Appio Claudio censore nel 50, invece, si presentò come un rigido custode del mos, e in una celebre e polemica lectio espulse dal senato numerosi personaggi accusandoli di immoralità e altro, e con questi elementi libertini”. (Ibidem pp.605-606).

[2] Nei nostri capitoli sugli eserciti ricordiamo spesso che, anche nella storiografia antica, contro Annibale "Fabio era lo scudo e Marcello la spada di Roma", e che, secondo Plinio, Marcello fu secondo solo a Cesare, nella storia di Roma, per numero di battaglie vinte.

[3] A soli 30 anni di età Flaminino, sorretto dal partito Fabio, fece un exploit non dissimile da quello precedente del giovane Scipione. Siamo nel 198, non molto dopo la smagliante vittoria africana di Scipione su Annibale, e Flaminino diviene console. Ne abbiamo già parlato nel paragrafo precedente, citando Schur, pag. 144-145.