Giovanni Pollidori

V - LE FLOTTE ROMANE, CARTAGINESI ED ELLENISTICHE NELLA SECONDA GUERRA PUNICA.

 

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TOMO IV - BATTAGLIE NAVALI

 

FIG. Rostro in bronzo, Athlit, Israele- circa IV sec. a. C. Consuete le tre lame orizzontali sovrapposte di tipo ellenistico. Il peso di 600 kg. (!!!) fa pensare a una nave grande. Interessanti, oltre i testi della bibliografia, le radiografie sorprendenti sulla fusione di questo rostro in un filmato su “Antonio e Cleopatra” (ma in realtà su Azio) di History Channel in DVD.

I NAVALIS RATIO PUGNANDI -LE TATTICHE DEL COMBATTIMENTO NAVALE.

E' interessante come, all'inizio della seconda guerra punica, nel 218 (lo stesso anno della vittoria di Annibale alla Trebbia e a 23 anni dalla vittoria romana alle Egadi che concludendo la Prima Punica aveva con fatica rintuzzato la superiorità marinaresca dei Punici e aperto ai Romani il sicuro dominio del Mediterraneo occidentale), valgano gli stessi principi tattici così evidenti nelle prime battaglie tra Romani e Cartaginesi.

Dice Livio XXI,50,1-5, riferendosi alla prima battaglia navale della II punica, quando a Lilibeo, in Sicilia, il presidio romano (forse con 35 quinqueremi circa) preavvertito scopre l'avvicinarsi di una flotta cartaginese di 35 quinqueremi che volevano sorprendere la città: "Allorché ebbero fatto vela verso l'alto mare, i Romani vollero attaccare battaglia e mettere di fronte da vicino le forze; al contrario i Cartaginesi volevano eludere lo scontro e manovrare con l'abilità tattica, non con la forza d'urto, preferendo condurre una battaglia di movimento più che di uomini e di armi. Infatti, se la flotta era abbondantemente fornita di equipaggi, non lo era altrettanto di soldati e, se in qualche luogo una nave cartaginese veniva alle prese con una nave nemica, in nessun modo da quella sarebbe potuto uscire a combattere un numero di soldati pari a quello delle unità romane. Allorché i Romani si accorsero di ciò, il fatto di sapersi in numero maggiore accrebbe in loro quel coraggio che nei Cartaginesi, invece, venne meno a causa della loro inferiorità. Subito 7 navi cartaginesi furono circondate; le altre cominciarono a fuggire. Sulle navi catturate vi erano 1700 soldati e marinai; tra questi tre nobili cartaginesi. La flotta romana uscì incolume".

Alcune cose sono da premettere:

1) non di regola le navi romane avevano più soldati imbarcati dei Punici, anche se ciò avvenne ad es. a Capo Ecnomo nella I Punica ed ora qui a Lilibeo, dove moltissimi soldati (2 legioni consolari) con 160 Q romane di base a Messina erano in preallarme e avevano avvertito il presidio di Lilibeo di ben prepararsi. Livio lo fa intendere con "quod ubi animadvertersum est... Romanis multitudo.."(non appena i Romani si resero conto della loro superiorità numerica): non un fatto scontato, congenito delle navi puniche di contro alle romane.

2) Di regola i fanti di marina romani erano più combattivi e pericolosi degli equipaggi punici, vincendo nel confronto diretto con l'abbordaggio e sul ponte come nella I punica.

3) Se 1700 sono i soldati e marinai catturati in 7 quinqueremi cartaginesi (il che non fa neanche esattamente 242, e non esistono mezzi uomini), un numero così basso di marinai e soldati e rematori -seppure questi ultimi non nominati- (di contro a un minimo di 300 rematori, 30 marinai e 100 soldati di ogni nave romana) fa pensare che: o non si calcolano i rematori, e allora 200 soldati sono una esagerazione e uno sproposito, oppure 170 rematori, 30 marinai e 42 soldati vanno benissimo solo per una trireme, non per quinqueremi quali esse erano.

Ignoriamo adesso il punto 3, imputabile a errore o confusione delle fonti (ad esempio, applicare a quinqueremi calcoli per triremi) oppure a numero di navi effettivamente catturate inferiore a 7 (ad es. 7 circondate, alcune catturate altre affondate, ecc.). Eppure è da sottolineare come si affermi che i Punici "hanno la flotta abbondantemente fornita di equipaggi" (non anche di soldati), certo non meno dei Romani.

 

Sembrerebbe che le considerazioni tattiche di Livio per questa battaglia ricalchino la descrizione di Polibio per le prime battaglie navali tra Romani e Cartaginesi nella I punica (I, 51). Oltretutto Polibio non parla di questo primo scontro a Lilibeo, anzi riferisce a questa città la base delle due legioni di Sempronio e delle 160 Q stanziate contro l'Africa (III, 41) prima di sapere della strana marcia di Annibale. Per Polibio la prima battaglia navale importante della II punica fu in Spagna, alla foce del fiume Ebro (III, 96), con la cattura di 25 Q dei Punici e la conferma della superiorità marittima romana. Livio XXII, 19-20, che riprende molto Polibio (GDSIII2 pag.232 nota 61), descrive anch'egli la battaglia ma meno concisamente. Un frammento ritrovato nel nostro secolo di Sosilo, storico greco al seguito di Annibale, racconta anch'esso lo scontro dell'Ebro.

Dobbiamo credere comunque a Livio per la battaglia di Lilibeo, per la ricchezza di particolari e per la credibilità di un successivo trasferimento a Lilibeo di Sempronio prima di passare a Malta, a Lipari e infine con l'esercito a Rimini. Essendo lo scontro di Lilibeo un episodio molto minore nell'economia della guerra, può provenire da una fonte annalistica tralasciata da Polibio.

La foga tutta romana nello scontro per l'abbordaggio di fanteria e non per lo speronamento è tuttavia evidente tanto nella battaglia di Lilibeo che in quella dell'Ebro. In quest'ultima, nell'aprile-maggio 217, Asdrubale imbarca gli equipaggi (e non i soldati appositamente schierati sul litorale) sulle 42 Quinqueremi (32 lasciategli da Annibale ben equipaggiate più altre 10) (Pol.III,33,14; III,95).per avanzare contro la flotta romana di 35 Q compresi gli aiuti dei Massalioti (i greci di Marsiglia, fedeli alleati). Ma gli uomini della flotta punica incalzata verso riva abbandonano le navi per rifugiarsi presso le loro truppe schierate a terra. E' evidente il progetto cartaginese di provare (con soli equipaggi e senza soldati) di danneggiare e colpire il nemico con la sola abilità di manovra e di speronamento: ma poichè il progetto non riesce (come non riusciva più già dalla I punica), anche per l'ardore dei romani nello scontro frontale che impedisce una vera "azione navale" di Asdrubale (per dirla con Polibio), i Cartaginesi si ritirano perdendo più navi che uomini (comunque due equipaggi completi e quattro di soli rematori). Livio è più esplicito di Polibio nel parlare di 2 navi catturate e 4 affondate fin dal primo impatto.

Ormai con i Romani, e con la loro egemonia marittima iniziata nella I punica e confermata in tutto lo svolgimento della II, tramonta nel Mediterraneo la tattica dello speronamento e dell'abilità di manovra, che per primi gli ellenisti, i Siracusani e i Cartaginesi stessi avevano ridimensionata, o creando scafi più capienti per trasporto truppe (4, 5 e 6 ordini per cartaginesi e siracusani) o puntando a macchine da lancio imbarcate che interdicessero l'avvicinamento col rostro.

 

Fig. ESEMPI DI TATTICA NAVALE NELL'ANTICHITà

Una lettura minimamente diversa della battaglia dell'Ebro avviene considerando, come fa Sosilo in un suo frammento, la importanza decisiva dei Massalioti (con la loro focese perizia di manovra che frustra la manovra cartaginese del diékplous, cioé l'aggiramento in alto mare) nel rintuzzare l'abile tattica cartaginese.

Le flotte di Marsiglia erano del resto costituite, come nucleo fondamentale, da navi minori di quadriremi e quinqueremi, anche perchè si affidavano più alla abilità e alla velocità della manovra che non a spostamenti e operazioni di guerra massicce e ben armate. A sentire Livio XXII, 19,5 parrebbe anzi che i Marsigliesi hanno dato ai romani solo due navi speculatoriae (guide e per l'avvistamento). Ma certo così non è, perchè il frammento ritrovato nel nostro secolo di Sosilo, storico greco al seguito di Annibale (Wilcken, "Hermes" XLI, 1906, pag. 103 sgg.) attribuisce la vittoria navale romana all'Ebro nel 217 sui Cartaginesi [1] solo al merito dei Marsigliesi e alla loro abilità di manovra che impedì il diekplous [2] dei Punici.

Per Frontino, Strat. IV, 7, 9, il merito fu del getto dei loro proiettili infiammati. Per Zonara IX, 1, dall'aver i Romani lacerato le vele cartaginesi impedendo la fuga. Comunque sia, a parte il caso evidente di aiuto non solo logistico bensì anche tattico dei Marsigliesi, tali tattiche "greche" erano più idonee per flotte agili e scaltrite che non per le pesanti flotte di quinqueremi romane. Il "lacerare le vele" di Zonara presuppone secondo noi il lancio di proiettili documentato da Frontino. La fonte Sosilo è del tutto autonoma da Polibio e Livio, ma si integra benissimo con entrambi. E lo stesso Livio, che non fa trasparire il grande ardore e la foga di attacco dei Romani (come fa invece Polibio), evidenziando le 6 navi catturate e affondate al primo urto (XXII, 19,12) riferisce in sostanza la medesima tattica.

Tucidide VII, 3, 6, nella battaglia navale tra Siracusani e Ateniesi del 413 a.C. nel porto di Siracusa, ci descrive come i Siracusani, oltre a fornire la prora delle loro  triremi di  epotidi (si pensa tradizionalmente a travi sporgenti ai fianchi del rostro, secondo l'interpretazione tradizionale per danneggiare nella nave nemica le casse laterali dello scafo da cui sporgevano i remi [3] e per impedire che il rostro- incastrandosi troppo nella nave speronata- oltre a far entrare acqua nella falla della nave nemica ostacolasse il libero movimento e il distacco della  nave speronante; ma secondo Ascani, cit., 2, per uso molto più offensivo, funzionale e polivalente[4] , li aumentarono di dimensioni e posero sotto di essi puntelli di due metri e 60 centimetri per sfondare meglio le più fragili prore delle navi ateniesi. Per far questo accorciarono le loro prore, rendendole più resistenti (tecnica già usata a Naupatto dalle navi Corinzie). La prora degli Ateniesi era meno robusta perchè più che sul rostro e sullo speronamento (per aggirare il nemico e colpirlo a poppa-  periplein (perìplus, accerchiamento; per noi 1. Tattica)- o per romperne lo schieramento col rostro di fianco o di fronte- diekplein (diékplus, sfondamento; per noi 2. Tattica (Cfr. anche AS, cit., pag. 19.) - essi facevano affidamento sulla tattica dell'attacco di fianco per rompere i remi (detergere remos) (3. tattica) [5].

 

Tucidide sottolinea che, nella 2. tattica, la variante del cozzare prora contro prora era la più folle (un tipo di suicidio reciproco), ma che i Siracusani l'avrebbero usata in modo vincente (con rostri e prore rinforzati) sconcertando gli Ateniesi [6]. Come infatti avvenne (Tucidide VII, 40- 41). Abbiamo proposto questo riferimento a "La guerra del Peloponneso", per sottolineare come già 150 anni circa prima delle guerre puniche le tattiche principali di combattimento e speronamento erano già state sviluppate completamente da Greci e Orientali. Diékplus e perìplus appaiono già sviluppate da Dionisio di Focea nel 494 a. C., nella grande rivolta ionica contro i Persiani, diventando fondamentali nelle guerre persiane, e lo sviluppo, dal 300 a.C. in poi, di nuove tecniche per evitare lo speronamento nemico conferma tutti i testi specialistici sull'uso, da parte dei popoli ellenistici, di metodi quali le macchine da lancio, ordini di remi superiori e scafi più ampi, corazzati e "antirostro". E' anche sicuro che ancora dal 260 al 200 a.C. le grandi flotte romane e puniche erano (per esigenze belliche e di mobilità) più "arretrate", meno versatili e meno sofisticate (almeno per dimensioni e macchinari imbarcati) delle flotte del Mediterraneo orientale. E ciò per salvaguardare anche agilità, velocità, consumi (cioè costi) e tempi di costruzione. Esigenze "commerciali" sulle grandi distanze (tutto il Mediterraneo occidentale e l'Atlantico, non solo l'Egeo e l'Oriente) e necessità di sbarchi di eserciti in teatri di guerra lontani tipica già dei Punici e sempre più dei Romani, determinarono questa differenza.

Ma, pur essendo comunque più agili delle poliremi maggiori, si può supporre che, nel sacrificio di velocità per favorire ampiezza dello scafo e trasporto truppe, le quinqueremi del Mediterraneo occidentale durante le guerre puniche fossero in qualche caso addirittura  meno veloci della  trireme,  sebbene è chiaro che l'invenzione dei 5 ordini di rematori era avvenuta, inizialmente, anche per aumentare la velocità nel viaggio e nel combattimento. Livio, in XXVIII, 30, 5, per l'anno 206, tredicesimo della seconda guerra punica, parla di una "quinquereme cartaginese più lenta di una trireme". Ma immediatamente dopo, in 30, 11- 12, una quinquereme romana "più stabile delle triremi (puniche) per tonnellaggio" nel mare mosso e "manovrata con più sicurezza, fendendo i flutti con più ordini di remi", "colò a picco due triremi e, caricata dallo slancio, fracassò i remi di una fiancata di un'altra".

Per le prime due tattiche già nominate delle battaglie navali di squadra, la prima (diecplus, diékplus, o sfondamento) consisteva in una partenza simultanea e velocissima di tutta la flotta disposta in linea (e di solito suddivisa in più formazioni), nell'attraversamento della linea nemica negli spazi tra le navi, nella repentina virata alle spalle dell'avversario e nel definitivo assestamento del colpo di sperone nella poppa (la parte meno difesa) della nave nemica. La seconda tattica (perìplus, o accerchiamento) si attuava portandosi al lato della nave nemica e assestandole il colpo di sperone (AS, cit., p. 19 e p. 191; P. Bartoloni, Le navi e la navigazione, in "I Fenici" cit., p. 77) sul fianco. Per la terza tattica di battaglia navale che richiedeva- come per lo speronamento di poppa, maggiore abilità, e cioè spezzare i remi sul fianco all'avversario, il termine appropriato è "detergére remos": spezzare, spazzar via, passando rasenti, i remi sul fianco della nave nemica per impedirle le manovre nella battaglia: Greci e Fenici furono maestri in questa tattica, e solo le tattiche di aggancio e di abbordaggio consentivano ai Romani di resistervi, utilizzando prima i "corvi" e poi, al tempo di Vipsanio Agrippa, gli harpagones: potenti ramponi d'arrembaggio, sparati a grande distanza con le catapulte per agganciare le navi avversarie (soprattutto a Nauloco nel 36 a.C.).[7]

J. Taillardat, che discute queste manovre in PGG cit., pp. 203 sgg., osserva che tra perìplous e diekplus la seconda era la più difficile, capolavoro nei Greci ma definita propria dei Cartaginesi (Ibidem, pp. 203- 204) in base al frammento di Sosilo, storico ed esperto militare spartano al seguito di Annibale, sulla battaglia navale del 217 nella II guerra punica in Spagna, al fiume Ebro, tra Scipione alleato ai Marsigliesi e i Cartaginesi. Questi ultimi furono sconfitti solo perchè superati dai Marsigliesi col diekplus, cioè con la tattica propria dei Punici (Fr. Gr. Hist., 176, 1 Jaboby= papiro di Würzburg).

La bipenne nel combattimento navale,  come spiega Vegezio IV, 46, era un ferro largo e accuminato con due scuri affilate ai due lati, il quale, manovrato in battaglia da espertissimi marinai o soldati, doveva tagliare i cavi laterali del timone per rendere ingovernabile la nave nemica.

Per il combattimento "di squadra", la consistenza della flotta di Cartagine durante lo scontro con Roma era di più squadre di 12 navi. Bartoloni (L'esercito, la marina, la guerra, in "I Fenici" cit., p. 76- 77 e p. 138) ricorda che "la flotta da guerra cartaginese era formata, oltre che da navigli minori e di collegamento, da squadre ognuna di 12 navi di linea (quinqueremi) e di norma schierava almeno 120 navi di linea". Durante le battaglie e i relativi speronamenti, in specchi di mare tranquilli ove fosse più facile manovrare o salvare gli equipaggi di navi speronate, "il naviglio minore si aggirava sul campo di battaglia per soccorrere le navi in difficoltà o per rimochiare le navi nemiche catturate" (Ibid., p. 138). In Nepote, Alcibiades VII, 5, 5, a proposito di 200 triremi catturate agli Spartani dagli Ateniesi, vi è un esempio di come nella strategia navale antica è sempre presente il criterio basilare che se l'affondamento di una nave nemica conta per 1, la cattura vale il doppio, perchè oltre a danneggiare l'avversario accresce il proprio potenziale bellico. E indirettamente lo ricorda il Bartoloni: "Quando una nave nemica non era irrimediabilmente colpita, veniva presa a rimorchio e portata in secca sulla costa più vicina per consentirne la riparazione e il conseguente riutilizzo" (Ibid., p. 77).

Tornando invece ora al quadro di alcune differenze tra navi del Mediterraneo occidentale ed altre diffuse nel Mediterraneo orientale e per fare un esempio del tutto marginale sulla adattabilità e variabilità di tipi di nave a seconda delle esigenze belliche o del momento, notiamo che, in base ad alcune fonti, quando dalle guerre puniche in poi e particolarmente dopo Azio i Romani utilizzarono la nave liburna dei corsari dell'Illiria essi la avrebbero impiegata con meno rematori: non più due file sovrapposte di rematori come la bireme, ma una sola fila con solo 70 rematori, per poter collocare sulla nave 180 fanti di marina. Ancora la costante ricerca dei Romani di adeguamenti alle esigenze della fanteria? [8]

O forse perchè, per i pirati (come in seguito con i vascelli Dromoni, biremi o triremi con 100/200/240 rematori con pochi soldati e con i rematori pronti a prendere le armi) i remiganti potevano essere armati: ma ciò per i Romani non era ammissibile, data la rigida gerarchia militare (specificità militare di rematori o soldati e specificità sociale di proletarii o fanteria pesante).

[dromo-dromones: nave da guerra con 30 remi e 60 rematori, di cui solo 30 in battaglia, gli altri come combattenti. (H.D.L. VIERECK Die roemische Flotte, pag.71-75). Il Dromone era una monere del VI sec. , poi bireme coi Bizantini nel X sec. (la galea era una monere nel senso stretto; il dromone veloce su 2 livelli, il dromone pesante su 4 livelli). Il dromone si sviluppò come chelandion e come pamphylos (pamphyloi) con 100 rematori, uno per remo su due livelli. Aveva inoltre tre siphones (lanciafiamme, cioè fuoco greco) e un castello con 20 arcieri.]

 

 

FIG. DROMONE BIZANTINO (in MORRISON, THE AGE OF..., CIT.). Il sifone lanciafiamme sporge in avanti.

In "Le cose della guerra", testo latino di anonimo dell'età imperiale romana, edito nel 1989 per la Mondadori con testo bilingue dalla Fondazione Lorenzo Valla, oltre ad altre particolari macchine ed equipaggiamenti militari terrestri, quali ad esempio i carri falcati corazzati o il corazzamento speciale mobile per la protezione frontale delle  balliste, si spiega la forza motrice quanto mai singolare delle navi da guerra liburne sotto l'Impero. Dopo aver definito queste navi come particolarmente grandi e potenti, si descrive in qual modo varie paia di buoi accoppiate fornissero l'energia per mettere in movimento delle ruote, i cui raggi a loro volta azionavano i remi. Velocità e potenza di queste liburne erano tali "che nessun'altra nave liburna poteva contrastarle" ed esse sfondavano ed affondavano qualsiasi nave nemica. [9].

Questo documento è importante per le differenze che presenta con un altro testo antico (la "Notitia Dignitatum" del basso impero, con illustrazioni), conosciuto e copiato nel Medioevo (Rinascimento) in un codice, compresa l'illustrazione sulle liburne da guerra imperiali con ruote palate (vedere la nostra illustrazione). Noi sosteniamo che tale propulsione a ruote, subito abbandonata e sostituita con i dromoni a remi anche nell'Impero di Bisanzio, è posteriore e diversa rispetto alla soluzione di buoi e remi di un periodo dell'Impero sì tardo, ma precedente.

 

FIG. Dalla Notitia Dignitatum del basso impero, illustrazione di "liburna" con tre coppie di ruote palate, azionate da ingranaggi a propulsione animale (buoi).

Il periodo delle guerre puniche fu quello in cui la varietà di tipi di nave, di tecniche di combattimento navale (sia con speronamenti che con macchine da lancio) e di scelta di armamenti (ad esempio i "trulla" già citati o la nave "constrata" con grandi torri a prora e/o a poppa) aveva raggiunto i livelli più alti e più sofisticati (se si eccettua il "fuoco greco").

Le scelte potevano essere molteplici e forse ardue. Che esse fossero fatte spesso in maniera affrettata e impellente ma sempre oculatamente è dimostrato dalle scelte navali romane durante tutta la prima guerra punica. Polibio mette in enorme rilievo questo fatto,pur senza dirci, neanche lui, alcunchè di preciso [10].

Tutto ciò rende difficilissima l'indagine e la connessione dei vari elementi (scelte belliche, scelte tecnico- costruttive, continuo e rapido adeguamento). Ma certo tale connessione rimane un elemento ricco e necessario per ricostruire le reali flotte utilizzate da Romani e Punici nelle loro guerre senza quartiere.

II NAVALIA

I navalia principali di Roma, per riparare e armare vecchie navi o costruirne di nuove (Livio, XXXVII, 4, 5), erano sul Tevere,come ci riferisce Livio in III, 26; VIII, 14, 12; 40, 15 (cfr. anche l'ed. WEISSENBORN, XXXVII, 10, p. 175). Per le prime notizie su questi navalia, che paiono anche ad  A. RONCONI anacronistiche  (nota a XXXVI, 2, 15, ed. UTET), cfr. meglio ILARI, Gli Italici...cit., p. 106. In riferimento più preciso alla nostra ricostruzione bellica, dove molteplici e a volte indeterminati sono i luoghi di costruzione e riparazione delle navi e in cui indichiamo solo la provenienza ed  il tributo di contingenti navali dovuto per  FORMULA SOCIORUM NAVALIUM, sarà invece più interessante notare che durante la guerra sorsero, come cantieri navali [11] e magazzini in terra nemica, veri  "CASTRA NAVALIA" (Livio XXX, 9, 15 e XXXIX, 35, 8), come quelli costruiti da Scipione a Capo Bello e per assediare Utica; essi servivano come riparo per le navi, luogo protetto di sbarco truppe e arsenale. Quello di Utica appena nominato coincide con i "vetera castra" (Castra Cornelia di Livio XXX, 9, 10), sebbene Scipione ne fortifica nel contempo un altro di fronte all'appena conquistata Tunisi (Tynete), in vista diretta di Cartagine.

 

FIG. NAVALIA

Livio XXIX, 35,13, fa capire che i navalia principali di scipione in Africa restarono quelli del Capo Bello dello sbarco (cioè Punta Farina) anche per le navi onerarie di rifornimento, ma i Castra Cornelia nella penisoletta ad est di Utica erano meglio fortificati. Cfr. la nostra mappa del territorio di Cartagine.

E' chiaro comunque che i Castra Cornelia e i Castra Hannibalis in Calabria, presso Crotone, erano anche castra navalia 29 ("L'accampamento navale" romano di Polibio XV,5.). Noi sottintendiamo sotto tale profilo città fortezze costiere romane (Ostia, Antium, Fregenæ, Castrum Novum, Pyrgi; Livio XXXVI, 3, 6; ma in particolare XXVI, 38, per Ostia e Anzio come ancora esonerate dal servizio militare di terra solo per guerre condotte in Italia), loro alleate  (Tarraco, Massilia, Apollonia) ma anche fortezze e accampamenti cartaginesi (vedere l'elenco delle città fortezze marittime puniche). La Fenicia forniva contingenti navali ad Antioco Seleucidico di Siria da quando era stata assoggettata e aggregata alla  Siria  provvisoriamente  nel  535= 219  e  definitivamente dopo la spartizione dei possedimenti egiziani con Filippo V di Macedonia (cfr. Livio XXXVII, 8, 3; Appiano, Syr., 22) nel 551= 203.  Sull'importanza dei cantieri navali di Tessalonica e Demetriade (nonchè di Calcide e dei carpentieri di Pella) per la Macedonia (che utilizzò spesso i cantieri, ancor più rinomati, di Corinto), di Pelusio per l'Egitto e su quelli di Rodi e delle altre potenze ellenistiche torneremo nei successivi paragrafi. Anche Eraclea sul Mar Nero era una sede importantissima di cantieri ellenistici specializzati, tanto che Lisimaco lì fece costruire il suo eccezionale Leontophoros. I cantieri del Pireo, con la grande esperienza dei loro carpentieri, saranno utili non tanto per la ormai debole flotta di Atene, quanto per gli alleati egemoni che, già dal tempo di Alessandro Magno e di Demetrio Poliorcete, li utilizzavano.[12]

 

FIG. Il porto di Roma sul Tevere, a Testaccio (Emporium)

III FORMULA SOCIORUM NAVALIUM -RAPPORTO NAVI, EQUIPAGGI E FANTI DI MARINA IMBARCATI.

La schematizzazione delle cifre di soldati e rematori dovuta alla scarsa cognizione della reale struttura e del remeggio delle poliremi (problema sormontato solo ora grazie alle ricerche di Ascani) ha costretto serissimi storici, in opere dedicate specialisticamente alle flotte, a "indovinare" cifre ed equipaggi. E' il caso del pur fondamentale Rodgers Ammiraglio della Marina degli Stati Uniti d'America, grande esperto di cose militari e navali, tanto che i Tedeschi si procurarono immediatamente il libro alla prima uscita, alla vigilia della II guerra mondiale [13]. Il Rodgers pone nella 1° flotta romana della I guerra punica 21.000 rematori, 11.000 soldati, 4.000 marinai e ufficiali per 100 quinqueremi e 20 triremi; 18.000 rematori, 6.500 soldati e 3.500 uomini di equipaggio su 130 navi per i Cartaginesi. Sappiamo che la media per quinquereme romana è nel Rodgers (ibidem, pag. 307) di 20 marinai, 75 fanti, 5 ufficiali e 150 (sic !) rematori; ma su quale base, egli non lo dichiara mai. Qualsiasi cifra è così improvvisabile e ipotizzabile. Tutte le cifre del Rodgers relative quindi alle principali battaglie navali delle guerre puniche sono molto inferiori alla media: a Capo Ecnomo sono solo 60.000 i Romani su 330 navi, e 43.000 i Cartaginesi su 200 navi (ibidem, pag. 278 sgg.). Nondimeno il Rodgers, per il primo anno della II guerra punica, il 218 a. C., dichiara (e con ragione) che ben 110.000 uomini ("cittadini poveri"- cioè proletari, diciamo noi) furono arruolati nella flotta e non nelle legioni (ibidem, pag. 317); e precedentemente (ibidem, pag. 257) per la nave ammiraglia del macedone Demetrio Poliorcete, una 16 ordini, 100 marinai, 440 soldati e 800 rematori costituiscono l'equipaggio. E' vero che la 16 ordini era una nave certo grande; ma anche la quinquereme romana ci risulta, dalle fonti storiche, non poco capiente (120 legionari e 300 rematori secondo Polibio spesso citato); e solo per tale motivo fu preferita dai Romani alla trireme. La discrepanza in Rodgers tra un numero in genere molto basso di Romani nella flotta e le cifre elevate, in altre circostanze, di arruolati o di soldati imbarcabili su una singola nave, non ha quindi sufficiente logica.

 

THIEL (A History of Roman sea-power before the second Punic war, Amsterdam 1954, pag. 76) sostiene "circa 40 uomini di guarnigione permanente in ogni quinquereme, che erano reclutati tra il proletariato romano", tra i proletari che non servivano nelle legioni (Polibio 6,19). I 120 complessivi di cui parla Polibio sono per Thiel questi 40 più ottanta che, prima di una battaglia navale, si aggiungevano dalle legioni (Ibid. pag. 77). Alla I guerra punica risalirebbe l'utilizzo (peraltro grande) dei proletari romani nella flotta (pag.78).  A proposito degli equipaggi, Thiel (pag.73) ricorda che essi provenivano non solo dalle città costiere alleate di Roma, ma anche dall'interno (ad es. i Sanniti in servizio navale che nel 259 si ribellano in 4000 (Zonara 8, 11, 8-9; Orosio 4, 7, 12). Il Thiel osserva che, se per Afzelius la popolazione delle città greche nell'Italia romana ammontava a 210/270.000 uomini nella I guerra punica, non più di 20.000 saranno stati i marinai e rematori reclutabili. Ma per una flotta di 200 quinqueremi, almeno 50.000 erano i rematori necessari (Ibid., pag. 74 nota 34). I Sanniti, ad esempio, risulterebbero rematori (Dion.Hal. 15, 6, 3; Thiel, pag.74). Gli equipaggi in genere della flotta romana, i socii navales, sarebbero quindi costituiti da due categorie: i cittadini delle coloniae maritimae, soprattutto per la difesa costiera, e volontari e liberti (schiavi liberati, freedmen) tra i proletari romani.

 

Un esempio dell'immenso lavoro di Ascani su iconografia, riscontri e ricostruzione di modelli ottimali per il remeggio: la moneta di Ottavio e affreschi, con quinqueremi aperte, senza parodos.

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Nel quinto libro del De bello gallico, Cesare loda lo sforzo dei suoi soldati, che portarono in Britannia le pesanti navi da trasporto adeguandone la velocità a quella delle navi da guerra ("longae") grazie a una fatica senza sosta sui remi. In tal modo le 600 onerarie, le 28 da guerra e altre minori si presentano contemporaneamente sulla costa britannica, spaventando col loro alto numero e facendo fuggire i nemici dal luogo dello sbarco. Sorprende che Gerhard Ramming, in una esposizione e commento a una edizione del Bellum Gallicum (Paderborn 1978), alla voce "flotta" (pag. 228) osservi che "80 legionari di fanteria e 150 schiavi di equipaggio ai remi" fosse la dotazione normale della trireme, e che di contro all'uso normale degli schiavi ai remi, Cesare parla (doch... auch) "tuttavia anche" (V 8, 4) di soldati ai remi. Il passo di Cesare è il seguente: "Qua in re admodum fuit militum virtus laudanda, qui vectoriis gravibusque navigiis non intermisso remigamdi labore longarum navium cursum adaequarunt." (Caesar, B.G. V 8,4). E' evidente che questo inconfutabile riferimento di Cesare di legionari ai remi possa far pensare, agli sprovveduti di cose navali antiche, a una eccezione. Ma tanto più questo episodio dimostra che, proprio là dove l'utilizzo straordinario di schiavi ai remi sarebbe stato in qualche modo plausibile e conveniente (motivi non "delicati" di battaglia, ma di pura velocità e di puro sforzo fisico per delle pesanti onerarie): anche là, dicevamo, si preferiscono soldati-cittadini di Roma, sempre i soli (insieme ai Socii) disponibili per la flotta nonostante l'enorme accumulo di schiavi, in quel periodo, da parte delle truppe di Cesare; e i soli che garantissero allenamento, qualità e affidabilità nel decisivo utilizzo bellico. Per la spedizione di Cesare in Britannia succinto e documentato il Viereck (cit., pag. 90) a proposito dei seguenti tipi di navi (già citate con elenco all’inizio della nostra prima parte):

1.        Hippagus, uno piccolo per 8 cavalli oppure 40 uomini, uno grande per 34 cavalli più 34 cavalieri. Cesare ne usò 18 per 600 cavalli per due legioni nel 55 in Britannia. Una triera greca costruita come hippagogos o hippegos portava 30 cavalli, ma i rematori erano ridotti a 60 uomini. Nella III macedonica Pergamo mandò con 35 ippago 1000 cavalli e cavalieri a Elaia, sua principale base navale.

2.        actuariae, "trasporti della marina", di 21 metri per 6,5, distinti per legge romana (Dig.49,15,2) dalle navi da guerra e da quelle commerciali. Cesare ne costruì 600 in Gallia nel 54 a.C. per la spedizione in Britannia: 540 ne usò con 86 più grosse navi da trasporto galliche e altre 174 navi (800 in tutto) per portare 5 legioni e 2000 cavalieri nel 54.

3.        navis venetica. Cesare ne costruì nella baia di Quiberon per l'Atlantico unite a quelle di Venetae (Vannes in Bretagna), Condivincum (Nantes sulla Loira) e Portus Itius (Boulogne). Le usò per l'invasione della Britannia nel 55 a.C. Lunga 35 metri, larga 9.

Dalle nostre considerazioni  sulle differenze tra le varie flotte nel periodo della II guerra punica abbiamo tratto criteri e procedimenti per la ricostruzione dei singoli avvenimenti bellici. Abbiamo applicato tali criteri alle  singole navi delle flotte e quindi alle tattiche e tecniche di combattimento navale nei vari schieramenti.

Quando Adcock (in "The Roman Art of War under the Republic", cit., pp.59, 65, 69) osserva che il complesso dei mezzi operativi di una nave antica contro l'altra comprende in battaglia il tiro, l'urto e l'abbordaggio, fa corrispondere ciò in pieno (come osserva Harmand,  cit., p.159) ai procedimenti dell'attacco terrestre alle piazzeforti nel mondo antico: lancio di proiettili, ariete, scalata.

Se è vero che nello sviluppo della (antica) arte della guerra il primo elemento (il tiro) è divenuto, da terziario, prioritario nelle epoche più evolute e soprattutto nell'età di Pericle, in quella ellenistica e siracusana e nell'età di Cesare, tale ragionamento vale- ( per il combattimento navale, nell'età delle guerre puniche, tra Romani e Cartaginesi, escludendo per ora le potenze ellenistiche e Siracusa)- molto poco; ancora meno nella conquista delle piazzeforti  (castella, città fortificate, castra fortificati). Cosa intendiamo dire? Che durante le guerre puniche gli elementi di attacco e difesa con lanci, se sono molto evoluti per le città fortezze e ancora più in Oriente e tra le flotte ellenistiche, sono ben poco evoluti nelle battaglie navali tra Romani e Cartaginesi, dove, pur essendo notevoli le capacità di tiro con macchine e non unicamente con arcieri e pila, l'urto e l'abbordaggio prevalgono sulle macchine da lancio (ad esempio, anche nell'assedio di Siracusa le navi romane furono più bersaglio che dispensatrici di lanci). E si vedano nostre precedenti osservazioni sul passaggio di città d'Italia dai Romani ad Annibale -e viceversa- spessissimo per defezioni e tradimenti e solo in percentuale  minima  per  diretta  capacità  ossidionale;  o ancora sulla conquista di città importanti in Spagna e in Italia con espedienti di scalata alle mura e di corpi scelti di fanteria, e molto meno, quindi, col risalto che all'artiglieria viene dato nelle operazioni in Oriente da Polibio e da Livio.

Anche se di molto posteriore alle guerre puniche, la testimonianza di Cesare sul trasporto truppe di navi romane durante la sua spedizione in Britannia è senz’latro valida in generale: Giuseppe Moscardelli, in “Cesare dice… Una lettura del Bellum Gallicum”, Stato Maggiore dell’Esercito- Ufficio Storico, Roma 1975, analizza il passo cesariano sulla traversata della Manica, confermando 18 navi onerarie per il trasporto della cavalleria (che sarà dirottata dal maltempo) e 80 onerarie per due legioni. Ciò equivale, nei nostri calcoli, alla media tra 120/140 soldati per ogni nave che varrebbe tanto per le quinqueremi o triremi da guerra che per le navi da trasporto (truppe oppure cavalli). Possiamo tutt’al più arguire che le navi hippagine (trasporto cavalli), come vedremo a Capo Ecnomo (256 a.C.), potevano raggiungere una capacità doppia per uomini e cavalli (100 + 100).

Si tratta naturalmente di criteri molto generali, ma abbiamo ben verificato che questi criteri  sono rispettati scientificamente nelle regole e nelle ricostruzioni della Avalon Hill Game Company di  Baltimora  per  la  simulazione  delle  battaglie navali dell'antichità, in particolare per quelle dalle guerre puniche (quali Ecnomo, Drepano, Chio) fino alla battaglia di Azio.

Anche i riferimenti alle navi corsare nella guerra di Pompeo Magno contro i pirati e i riferimenti sulle navi cretesi, di Rodi, di Pergamo, dell'Egitto, della Macedonia e dei Seleucidi sono abbastanza rispondenti alla verità storica. Le ricostruzioni della Avalon Hill tengono conto, anche per il calcolo dei venti, delle correnti e delle maree nelle battaglie, dei dati delle fonti e di libri specialistici moderni, oltre che di manuali di sintesi quali il "Warfleets of Antiquity" di R. B. Nelson.

In base alle nostre ricerche sulle fonti e sui testi recenti abbiamo ricostruito i meccanismi di studio e i metodi degli autori della Avalon Hill (anche se seguiamo la teoria sia dei due che dei tre livelli di rematori, e non solo dei due livelli, per "the cataphract quinquereme" come "standard warship in the Punic wars between Rome and Carthage", cfr. "Trireme", Avalon Hill, Baltimora, USA, 1980, p.38).

La Avalon ha tacitamente stabilito la regola (1/2 punto=10 uomini) per i punteggi nelle flotte e negli scontri navali, come segue:

1) per i rematori dei vari tipi di nave, ogni nave ha mezzo punto per ogni 10 rematori: es. 960 rematori della Sedekieres= 48 punti; 360 rematori della Sextera= 18 punti, ecc., secondo lo schema della Ship Data Table da noi adeguato e allegato (SCHEMA II 1- 6).

2) Per gli equipaggi di coperta e per i fanti di marina di ogni nave (fanteria primaria= oplitica, secondaria= leggera e terziaria= arcieri e frombolieri) il punteggio per ogni nave corrisponde a 1/2 punto= 10 fanti, secondo il seguente schema riassuntivo I. :

 

Problemi relativi non tanto al numero delle navi o al numero dei soldati trasportati nei vari teatri di guerra, quanto al rapporto esatto tra il numero di  navi  sufficienti per un  dato trasporto truppe e le truppe  effettivamente portate via mare in quella circostanza, vengono da noi riscontrati e risolti criticamente nella ricostruzione della guerra.

Infatti spesso abbiamo,  nelle fonti, numeri precisi e tipi specifici di navi nonchè quantità precise di truppe e di vari corpi militari,ma in alcune circostanze non collimerebbero le quantità di soldati trasferiti e le quantità di navi che avrebbero effettuato il trasporto.  Ad esempio, nell'anno 211, ottavo della guerra, in Tito Livio XXVI, 19, 30,il console Nerone prende- dalle due legioni nella Capua  appena riconquistata- 6000 fanti e  300 cavalieri romani e  6000 fanti e  800 cavalieri socii (alleati),  per trasportarli in Spagna con navi che partono da Pozzuoli e arrivano a Tarraco (Tarragona), a sud dei Pirenei.  L'entità delle navi per questo trasporto  non ci è nota,  ma sappiamo che più di 100 quinqueremi romane erano allora disponibili  nella costa italiana a nord della Sicilia  per quel  trasporto,  e che se anche tutti i fanti viaggiarono via  mare e solo i cavalieri,  più veloci, via terra, 120 fanti su ogni quinquereme  (oltre a equipaggio e fanti di marina normalmente imbarcati)  farebbero quadrare la cifra complessiva dei fanti  (se non dei cavalieri, che del resto viaggiavano spessissimo via terra). Invece, poco dopo, anche Scipione e il suo luogotenente Silano seguono quelle truppe via mare da Ostia a Emporia, in Spagna,  con altri 10000 fanti e  1000 cavalieri.  Essi utilizzano 30  quinqueremi,  che sbarcano  le  truppe a  Emporia, truppe che poi proseguono via terra fino a Tarraco. Tralasciando le 4 triremi di Marsiglia unitesi per via alla squadra navale romana, le cifre non calzano (considerando fanti, cavalieri e navi che li trasportano) col limite massimo di 140 fanti per ogni nave oltre a rematori,equipaggio e fanti di marina (socii navales).Tra le possibili soluzioni, una è la più attendibile e accettabile.Se i soldati della legione comprendevano Triarii, Hastati, Principi, Vèliti e cavalieri, i 120 fanti trasportabili da ognuna delle 30 quinqueremi corrisponderebbero ai 3600 fanti con armatura più pesante(oplitica) e più lenti nella marcia (1200 Triarii e 2400 Hastati).Gli altri fanti più leggeri (2400 Principes più 4000 Vèlites) e i 1000 cavalieri,entrambi più spediti nella marcia, avran no raggiunto a piedi,  con  varie tappe,  Emporia.  Qui,  questi 7400, uniti ai 3600 della fanteria pesante giunti via mare, avranno  proseguito a piedi fino alla base romana principale di Tarraco.

Altrimenti, se la precedente spedizione di Nerone era arrivata direttamente a Tarraco tirando lì in secco le navi,  perchè le navi di Scipione avrebbero  effettuato lo sbarco a Emporia per essere poi tirate in secco anch'esse a Tarraco?

E' una ripartizione di spostamenti (per mare e a piedi) che ha riscontro in molti  episodi della storia  romana anche successivi e che è adeguata alla notevole velocità negli spostamenti a piedi e a cavallo dei corpi militari più leggeri e veloci, dalla  II guerra punica fino alle spedizioni cesariane.

Lo stesso problema abbiamo, nell'estate del 205 (Livio XXIX, 4, 6), per le 25 quinqueremi che da Cartagine  portano a Genova,  di rinforzo a Magone Barca, 6000 fanti, 800 cavalieri e 7 elefanti africani. Tali navi sarebbero in numero inadeguato (e neanche Livio si esprime dicendo che queste navi "trasportavano" i rinforzi, ma facendo intendere che erano anch'esse di rinforzo), se non sapessimo che, precedentemente, Magone (che dalle Baleari a Genova aveva 30 navi da guerra e molte onerarie) aveva lasciato 10 navi da guerra a Savona,  rimandando a Cartagine le altre 20 da guerra della sua flotta. Ora, o le  25 quinqueremi  "più" le 20 precedentemente di Magone portano ognuna 150 soldati (cifra plausibile) a Genova, oppure, oltre alle  25 quinqueremi, che poi resteranno in Liguria di stanza non più a  Savona ma in  movimento tra  Albenga e Genova, i Cartaginesi inviano un numero accettabile (almeno 15) di Hippagine ("trasporto cavalli"  ed elefanti) o altre navi che torneranno subito a Cartagine.

Sono solo alcuni esempi dei tentativi e delle difficoltà di ricostruire le discrepanze delle fonti sulle cifre delle forze terrestri e navali, senza tuttavia stravolgere le cifre documentate e anzi rispettando massimamente proprio le cifre delle fonti.

Come prova in tal senso adduciamo, separatamente, qui di seguito, il problema di non  facile  soluzione delle forze navali e delle truppe romane trasportate dalla Sicilia all'Africa e intercettate dai Cartaginesi con la battaglia navale di Capo Ecnomo (256 a.C.). Anche se esso è attinente alla prima guerra punica, questa nostra ricostruzione sarà di esempio del modo da noi seguito generalmente per risolvere problemi non meglio chiariti nelle fonti.

 

IV ECNOMUS anno CCLVI a.Ch.n. -UN ESEMPIO DI RICOSTRUZIONE DI BATTAGLIA NAVALE: CAPO ECNOMO (256 a.C.)

a) LA BATTAGLIA IN CIFRE.

Molti autori moderni, compreso il Mommsen (MOMMSEN Th., Römische Geschichte, I-III, Berlin 1854-1856), hanno fatto proprie le cifre molto elevate attribuite dalla tradizione alla battaglia navale di Capo Ecnomo tra Romani e Cartaginesi, durante la prima guerra punica (durata 23 anni, dal 264 al 241 a.C.). Tanto da considerarla la più grande battaglia navale del mondo antico, con 150.000 uomini per parte, tra rematori e soldati, impegnati nel titanico sforzo che doveva portare i Romani a sbarcare in Africa, non lontano da Cartagine, con i consoli Marco  Atilio Regolo e Lucio Manlio Vulso(ne) 1; nel tentativo di por termine così alla lunga,  già quasi decennale, prima guerra punica. Tali fonti, genericamente esatte, parlano in media di 140.000  Romani, altrettanti Cartaginesi, 2 230 navi a cinque ordini di remi (quinqueremi= Q) e 100 navi onerarie (=ON) romane e 250 navi da guerra cartaginesi. Tale battaglia fu inoltre importante perchè fu la prima battaglia navale delle guerre puniche che non si svolse in vicinanza della costa. 3

Per un raffronto con altre grandi battaglie navali della storia, a parte quella del Pacifico nella II guerra mondiale tra Americani e Giapponesi (in particolare Midway), è utile il riferimento alla battaglia navale dello Jutland tra Inglesi e Tedeschi durante la I guerra mondiale e consideriamo ora il libro di SERGIO VALZANIA, “JUTLAND 31 maggio 1916: la più grande battaglia navale della storia”, Mondadori Milano 2004. E’ esatto dire che quella dello Jutland fu tra le più grandi battaglie navali della storia, soprattutto per la potenza delle corazzate e dei cannoni da 381 imbarcati, e tra le più grandi prima della affermazione dell’arma aerea. Ma anche come importanza di svolta storica per la guerra, quella di Capo Ecnomo, col primo esercito romano sbarcato in Africa e l’avvio di una guerra che comunque logorerà Cartagine fino alla sua sconfitta e al mutamento del corso della storia, è forse superiore allo Jutland. Dice Valzania all’inizio dell’introduzione: <<Se ci sono battaglie che hanno cambiato il corso della storia, quella dello Jutland non è tra queste. Non si è neppure sicuri su chi ne sia stato il vincitore, e il fluire marcio e sanguinolento della prima guerra mondiale non venne minimamente intaccato dagli eventi occorsi nel Mare del Nord fra il 31 maggio e il 1° giugno 1916. Si ebbe solo la conferma del blocco che la flotta inglese imponeva alla Germania da quasi due anni.>> Valzania evidenzia subito dopo il <<tentativo disperato di spezzare l'accerchiamento che stava soffocando la Germania effettuato dalla flotta tedesca il 31 maggio 1916. Nella battaglia che seguì persero la vita 6094 marinai inglesi e 2551 tedeschi, affondarono sette grandi navi, sei delle quali esplodendo e trascinando con sé gli equipaggi quasi al completo. Rispetto ai circa 105.000 combattenti che presero parte alla battaglia i caduti superarono l'8 per cento. Si era lottato duramente, e non era servito che a dimostrare, una volta ancora, che una battaglia non cambia il corso della storia>>. A parte le ottime cartine (e foto) storiche del libro su questa battaglia navale moderna, rinviamo all’Appendice con i dati della battaglia dello Jutland (formazioni, nomi delle unità, perdite e cronologia dettagliata) nel volume di Valzania.

I GUERRA PUNICA

Tralasciando comunque la superiorità numerica (ma non si può dire qualitativa) di uomini e navi a Capo Ecnomo rispetto a tutte le altre grandi battaglie navali della storia (eccetto forse l’utilizzo della flotta nello sbarco alleato in Normandia nel 1944 - ma non fu una battaglia navale), noi,  pur considerando sempre molto elevato 4  (quasi 200.000) il numero complessivo dei combattenti, abbiamo  corretto e sfrondato alcuni dei falsi riferimenti numerici di quello scontro  navale e vogliamo spiegarne il perchè.  Siamo arrivati a questo dopo un approfondito sforzo di analisi sui numeri reali che erano alla base degli eserciti sia romani che cartaginesi nel III sec. a.C., a livello dei singoli reparti di fanteria, di cavalleria e delle singole navi delle flotte. Ciò non poteva non richiedere un vicendevole riscontro tra  numeri e ordinamenti militari più generali e i vari aspetti particolari. Abbiamo realizzato questo confronto (in maniera ricostruttiva) per tutto lo svolgimento della II. guerra punica e per altre battaglie antiche comprese tra quelle navali di Milazzo nella  I. guerra punica e quella di Capo Corico contro Antioco III Seleucidico di Siria. Nella fattispecie della battaglia navale di  Capo Enomo, del 256 a.C., nell'ottavo anno dei 23 della I.  guerra  punica, i numerosi elementi in possesso degli storici (e l'affidabilità e veridicità giustamente riconosciute a Polibio) hanno  contribuito a  realizzare questo riscontro con alcune conferme. E tale riscontro evidenzia gli errori fatti  tradizionalmente  circa la  quantità di soldati e rematori (più che di navi) impegnati nella battaglia. 5

b) LE FONTI.

Per quel che riguarda innanzitutto il numero delle navi e dei relativi rematori,  vedremo che l'equivoco  sulla cifre delle navi delle fonti antiche è strettamente  correlato alla negativa coerenza con il numero di uomini  delle ciurme tramandato,  e viceversa. Tutti gli autori  moderni, per superare le contraddizioni che  nascerebbero dal mutare l'equilibrio  stabilito dalle fonti tradizionali, fanno risalire le elevate cifre generali degli uomini imbarcati alle elevate cifre delle navi documentate, e viceversa. Per intenderci schematicamente, diremo subito che anche il Mommsen crede al numero elevatissimo di 140.000 uomini della flotta romana, e ciò lo spinge a considerare elevatissimo il numero di navi "a remi" ( almeno 330, comprese le onerarie).  Per tenere egualmente proporzionale il numero dei nemici, considera 350 le navi puniche nel complesso,con un numero di soldati cartaginesi che sarebbe uguale,se non addirittura superiore, a quello dei Romani 6. Tutto ciò del resto coincide con le cifre acritiche tradizionali  e con quelle generalizzanti delle fonti. Mommsen rifà qui lo stesso errore di Polibio I,26, che desume il numero degli uomini dal numero delle navi.

Ma questo falsa gravemente una realistica ricostruzione della battaglia ed  è contraddittoria con altri aspetti storici specifici che analizzeremo, anche sulla scia del Tarn,  The fleets in the first punic war, Journ. of H. , XXVII (1907) e del De Sanctis già citato.

Innanzitutto  pensiamo di non errare molto se diciamo che il calcolo tradizionale di 100.000 rematori romani è accettato (e ribadito come logico riscontro) dal Mommsen (e dal Kovaliov) moltiplicando i 286 rematori di ogni quinquereme,  per le 330 navi attribuite ai Romani: per lui parlare di 100 onerarie a vela (senza o con rematori ridotti) aggiunte ale 230 quinqueremi da guerra contraddirebbe la cifra di ciurme tramandataci 7. Certo il Mommsen, in questo modo, rispetta comunque il divario di 20 navi esistente nella realtà delle fonti tra Cartaginesi e Romani. Ma egli, per equilibrare il numero di rematori cartaginesi (infatti le navi da guerra cartaginesi non erano meno delle romane, bensì di più) rispetto al numero dei Romani, deve proseguire nell'errore, attribuendo ai Cartaginesi molte più navi. Infine deve conseguentemente aumentare,in maniera poco credibile, anche il numero di soldati cartaginesi imbarcati.

Un nostro riscontro sulle cifre del Mommsen (non solo per il suo numero di navi e rematori,  ma anche per i totali da lui dichiarati) ci dice infatti che il complesso di uomini della flotta punica all'Ecnomo  sarebbe per coerenza superiore a quello sulla flotta romana di quasi 10.000 unità (o almeno in un rapporto di 147.200 a 140.000 nella ricostruzione della Avalon Hill di Baltimora del 1980,  per un War  Game molto ben congegnato, cui ci riferiremo metodologicamente e che è fedele anch'esso alle cifre tradizionali e del Mommsen),   il che ci sembra il massimo del'equivoco numerico in Mommsen e  nelle ricostruzioni che lo hanno preceduto e seguito.

Perchè una flotta cartaginese,  anche se non solo di difesa o di costante pattugliamento del mare siciliano, doveva avere più soldati di una flotta romana con 4 legioni consolari da sbarcare in Africa?Possibile che le straordinarie forze da sbarco romane fossero  inferiori a un esercito  imbarcato sulla flotta punica, la quale era superiore di pochissimo per numero di navi da guerra e senza le grandi navi da trasporto  (anche se soprattutto per cavalli) aggregate alla flotta romana?E infine,perchè anche il Kovaliov,  con un numero di navi molto inferiore a quello proposto dal Mommsen, dà un totale punico (150.000) irrealisticamente superiore a quello romano (140.000)? Dove mai dovevano sbarcare i Cartaginesi?! E perchè, oltre tutto, si contraddice così ciò che afferma Polibio (I, 26): "i Romani"(e non anche i Cartaginesi) "si erano preparati ad entrambe le eventualità, tanto al combattimento per mare, quanto allo sbarco in terra nemica"?

Per dare esauriente risposta a queste contraddizioni, dobbiamo innanzitutto ricostruire realisticamente la battaglia, conservando e rispettando (cosa che può sembrare strana)  tutti gli elementi generali che la tradizione e gli stessi Mommsen  e  Kovaliov ci confermano.

Premettiamo di aver fatto l'esempio e una pretenziosa confutazione delle cifre del Mommsen  per  riassumere la  generalità di autori, ancor meno attendibili per tali cifre,  che non entrano anch'essi nello specifico delle singole navi partecipanti alla battaglia. Alcuni autori che si cimentano in questo (entrare nello specifico delle cifre),  pur aiutandoci sul numero esatto delle navi schierate, esagerano anch'essi,  e nell'identica misura, le cifre complessive dei combattenti.

c) LO SCHIERAMENTO.

In base a Polibio 8(I, 27, ripreso dal Mommsen, cit.), le navi cartaginesi, provenienti da Agrigento dopo aver imbarcato truppe a Heracla Minoa, sbarrarono il passo alla flotta romana proveniente da Messina e diretta in Africa dopo aver imbarcato alla foce del fiuma Imera meridionale (oggi Salso),  vicino al'odierna Licata (Finzi), quattro legioni con i due consoli in carica.

Nello specchio di mare di  Capo Ecnomo, a sud della Sicilia, tra Agrigento e Gela, la flotta cartaginese era schierata in una lunghissima (e sottile) linea di navi con l'ala sinistra alla costa siciliana e il lato destro in  alto mare, col preciso intento di accerchiare, disgregare e stringere alla costa le navi romane da guerra, inferiori per numero e  attardate oltre tutto a scortare grossi e lenti mercantili con viveri e cavalli.

Ciò spiega, di contro, lo schieramento romano a cuneo e ammassato, con difese laterali (i rostri sporgenti in  fuori della linea di navi sui due lati del complessivo triangolo avanzante: squadre 1 e 2 in Polibio )  e varie squadre di protezione davanti e dietro le navi onerarie.  Ciò evidenzia inoltre l'astuta tattica navale cartaginese di farsi battere subito al centro e fingere una ritirata tanto più rapida  per disgregare la compattezza delle navi romane, sfruttando la  maggiore e  indiscussa  abilità dei piloti cartaginesi.  Questi ultimi avevano  oltretutto molte triremi, più veloci, più agili nel manovrare  e micidiali per l'energia con cui potevano "dar di cozzo", cioè speronare e affondare a colpi di rostro. Tale tattica era allora  ancora preponderante nel Mediterraneo  occidentale,  anche se non  più  tra le flotte delle potenze orientali ellenistiche che utilizzavano massicciamente macchine da lancio  e  catapulte  imbarcate  sulle  navi.   I Romani cercavano l'alternativa di simulare il combattimento terrestre dei legionari con l'invenzione dei "corvi" d'abbordaggio.

Il complesso svolgimento della battaglia, ricostruito nitidamente da Polibio  e sagacemente dal Mommsen, dimostra come la realizzazione dei piani dei due contendenti incontrasse numerosi ostacoli e varianti, con l'incognita, appunto, per i Cartaginesi, dei "corvi" imbarcati  sulle navi romane più vicine alle onerarie e con vari cambiamenti  di  fronte nei  tre  settori in cui si divise fin dall'inizio il combattimento. In effetti fingere di ritirarsi al centro da parte dei Cartaginesi e il successivo avvolgimento delle squadre romane trovò il principale ostacolo nei corvi imbarcati sulle navi romane, che resistettero grazie all'abbordaggio e alla occupazione (con fanti di marina e legionari) delle tolde nemiche.  Solo dopo aver respinto l'attacco cartaginese sui fianchi i Romani poterono, successivamente, spingere  l'ala  sinistra  cartaginese contro la  costa, annientandola. [14]

Se viceversa, già prima dello scontro intorno alle  onerarie, la flotta romana si fosse scompaginata, non solo nello scontro  in mare libero e negli inseguimenti, ma anche nello  stringere  verso terra i meno mobili e carichi navigli da guerra romani le agilissime triremi cartaginesi avrebbero avuto la meglio.

Ma abbiamo  già  accennato che si rimanda per tutto questo più avanti, alla ricostruzione dello schieramento e dello svolgimento della battaglia. Seguiamo per adesso lo schieramento indicato da Polibio e dal Mommsen, prima di inserire le nostre cifre nella ricostruzione particolareggiata.

d) ELENCO DELLE NAVI NELLA RICOSTRUZIONE IN SCALA.

Uno Ship Game da noi proposto prevede il seguente schema ricostruttivo, mutando solo parzialmente il combattimento simulato della Avalon  Hill (che ci sembra essenzialmente ripreso dai metodi del volume molto illustrato di R B. NELSON WARFLEET OF ANTIQUITY 1973-1975 -WARGAMES RESEARCH GROUP - R.E.G. Games [SUSSEX] Ltd).  Sicuramente i loro esperti e i loro computer hanno seguito un procedimento strano, ma ammirevole: senza dichiarare nessuna precisa riduzione in scala (nessuna proporzionale ricostruzione in scala o esplicitamente numerica) essi rispettano le proporzioni del Mommsen, compreso il numero complessivo delle navi e il divario numerico reale tra navi romane e cartaginesi 9. Certo non risultano triremi, come già in Mommsen, ma il Fleet Game  della Avalon Hill, moltiplicando per 20 ogni nave da guerra e per 25 le onerarie, dà 300 navi da guerra e 100 onerarie romane e 320 navi da guerra cartaginesi, con 110 punti dei Romani e 96 dei  Cartaginesi.  I  quali  punti, se moltiplicati per 1000, si avvicinano inoltre  sorprendentemente non alle cifre di fanti e rematori del Mommsen  ma a  quelle da noi proposte con i calcoli sulle singole navi partecipanti alla battaglia.

Ma ecco il nostro schema ricostruttivo:

moltiplicando per 10 ogni singola unità proposta, abbiamo:

         - ROMANI -

2 sexteres catafratte ( ct = coperte e corazzate), che simboleggiano, oltre all'equivalente in navi,  le due ammiraglie dei due consoli al vertice delo schieramento romano;

8 quinqueremi catafratte,con punti ed equipaggi che rispettano le 6 più avanzate della Avalon Hill;

7 quinqueremi catafratte con "corvi" che proteggono frontalmente le 10 (100) navi onerarie romane di trasporto cavalli (hippagine) e viveri. Anche tutte  queste navi rispettano i valori e i punti previsti dalla Avalon Hill,con sorprendente giusto mezzo tra le cifre del Mommsen e le nostre.

Questi 40 (4) grandi mercantili e 60 (6) meno grandi hanno una fanteria  imbarcata di soli 20 fanti per nave,"perchè rimangano disponibili grandi spazi per il carico dei viveri" 10 e delle altre merci. Bruni e Bontempelli attribuiscono inoltre alle onerarie, "oltre alle ciurme addette alle vele, solo pochi rematori, per far fronte ad eventuali prolungati periodi di bonaccia  in mare aperto".  Ma noi non seguiamo questa ultima voce (cioè i rematori sulle onerarie) perchè lo stesso Mommsen, sulla scia di Polibio, è esplicito nel riconoscere come le navi da guerra romane avessero in tale caso la funzione di trainare, o meglio "avere a rimorchio i  pontoni con la cavalleria", persino nello schieramento per la battaglia. Perchè il Mommsen si esprime così? Innanzitutto perchè sapeva che le vele in battaglia erano pericolose e subito prima rimosse(soprattutto ma non solo- per i Romani che volevano il ponte libero da albero maestro per una maggiore libertà di movimento), lasciando piuttosto le onerarie in balìa di se stesse o scortandole e trainandole più da vicino. Sentiamo Polibio: "disposero le navi per trasporto cavalli fissandole con funi alle navi della 3. squadra" e  collocandole anch'esse a cuneo.  Dunque,  secondo noi, rematori sulle onerarie erano stati già a priori  esclusi perchè inutili oppure per assurdo non furono utilizzati  proprio quando la situazione della battaglia lo consentiva o lo richiedeva.

6 quinqueremi catafratte chiudevano lo schieramento romano a cuneo, proteggendo alle spalle le stesse onerarie. Stessi punti e valori della Avalon Hill e medesima mancanza di corvi d'arrembaggio. In realtà, calcolando 1200 fanti leggeri (rorarj e accensi) per ogni legione romana e 1200 per ogni legione di Socii, per le quattro  legioni  consolari ci saranno stati almeno 9600 fanti leggeri, equivalenti ai nostri 48 punti di fanti secondari suddivisi in maniera che corregge leggermente i calcoli della Avalon Hill.

Abbiamo dunque, in ordine successivo nello schieramento romano, questa diposizione a cuneo:

2 sext.ct. e 8 Q ct. ( 1° e 2° squadra-legione di Polibio,  rispettivamente alla destra e alla sinistra delle sexteres consolari;secondo quello che pare più logico dalla descrizione successiva della battaglia in Polibio, pensiamo a Lucio Manlio sulla destra con la 1° squadra e Marco Atilio sulla sinistra con la 2°);

7 Q ct. con "corvi" (3°  squadra- legione di Polibio); 4 onerarie, altre 4 onerarie e 2 ai fianchi più arretrate (erano anch'esse disposte a cuneo);

infine 6 Q ct. (4° squadra- legione,  con i fanti - triarii- più esperti dell'esercito, e infatti resistettero anche se con molta fatica all'attacco sulla sinistra dell'aggirante ala destra di Annone, la più veloce e agile dei Punici).  105 punti di legionari (oplitici) 11 .

per le 21 Q ct., 14 punti per le 2 sexteres, 10 punti in totale per le 10 onerarie.Cioè 173 punti per le 230 Q ct. e le 100 ON romane.

Non in punti, bensì in cifre di equipaggio realistiche (cioè non nella scala  ridotta) tali navi danno:

9.200 opliti di nucleo permanente (40 per ognuna delle 230 navi da guerra) e  23.000 fanti (100 per ognuna delle medesime) per un totale di 32.200 fanti armati opliticamente (140 per le 230 quinqueremi).  6.600 il totale dei  20  uomini di equipaggio per ognuna delle 330 navi complessive romane e 2000 fanti imbarcati nelle 100 onerarie (20 x 100).  I rematori in totale erano 69.000 (300 per ognuna delle 230 navi da guerra) escludendo automaticamente sulle onerarie a vela i rematori (cosa scontata  anche per la Avalon Hill).

Tralasciando qui i dubbi (discussi più oltre) sui 33.600 soldati delle 4 legioni consolari (una per ognuna delle quattro squadre in cui Polibio dice suddivisa la flotta;  e i circa 600 triarii per legione concentrati nella 4° squadra non mutano molto questo equilibrio se non nella qualità del combattimento corpo a corpo), legioni che ammonterebbero a 8.400 uomini per 4, abbiamo un totale romano di 109.800 uomini (compresi fanti,cavalieri,ciurme e rematori). Anche se altre fonti ci danno le forze effettive di cavalleria di Atilio Regolo come sbarcate in  Africa in un secondo momento dall'Italia (ma noi pensiamo comunque a rinforzi di cavalleria in uomini e non in cavalli). Siamo vicini alle 110.000 unità che (ipotizziamo) i 110 punti navali della Avalon Hill darebbero per i Romani a Capo Ecnomo.

         - CARTAGINESI -

Inferiore (e intelligentemente) il numero che gli autori (o i computer?) della Avalon Hill danno ai Cartaginesi (96.000), anche se superiore (ci sembra di troppo) agli  83.000 uomini effettivi che noi abbiamo calcolato anche in base alle navi puniche presenti alla battaglia.

In realtà il numero dei fanti (in punti) della Avalon Hill è addirittura inferiore alla  nostra cifra  (che è di 21.240 soldati compresi i fanti delle due  hepteres  ammiraglie), dando 19.200 fanti cartaginesi per 96 punti. Inoltre il totale dei soldati cartaginesi- con i punti da noi calcolati  per equilibrare lo svolgimento del combattimento (punti 127),  cioè 25.400 uomini- è superiore alla cifra di circa 21.000 desunta dal calcolo dei fanti effettivamente imbarcati sulle navi (che ridurrebbe il tutto a soli 105 punti di fanti di marina, con difficoltà per la ricostruzione realistica dei combattimenti, nonostante il rispetto della perizia straordinaria dei piloti cartaginesi delle triremi).

Infine è altresì vero che la Avalon Hill assegna solo quinqueremi ai Cartaginesi. Ma noi sappiamo che 150 delle 250 navi da guerra puniche a Capo Hecnomus erano triremi con eccezionale velocità e manovrabilità [15] .

E furono quelle triremi decisive per accerchiare, scompaginandole, le squadre romane nella prima prima fase della battaglia e in una seconda fase - nel momento di maggiori affondamenti da parte dei Cartaginesi grazie alla maggiore perizia dei piloti.

Noi smentiamo tutte le cifre degli autori che hanno attribuito alla flotta punica più uomini (sia soldati  che rematori) che non alla flotta romana, perchè oltretutto i Cartaginesi non avrebbero impostato tutta la tattica della battaglia sulle navi rostrate più leggere e veloci, sugli aggiramenti per speronare  a poppa  o tagliare i remi avversari, se non avessero avuto anche una inferiorità  numerica  di soldati,  oltretutto meno preparati di quelli romani al corpo a corpo. Viceversa i Romani puntavano, anche per la superiorità numerica, alla tattica dell'abbordaggio e della conquista, col metodo del combattimento terrestre, del ponte della nave nemica.

Siccome tuttavia assegnare 15 triremi in scala alla flotta punica significava indebolirla troppo (non "come numero effettivo di soldati nella realtà"  per la riduzione in scala, che muterebbe poco l'equilibrio della battaglia, ma "come riduzione dei punti in scala") e tenendo conto che gli ammiragli cartaginesi avevano talvolta navi a più ordini di remi,e per lo più hepteres (septeres, come le fonti già ci attestano anche 4 anni  prima  alla  battaglia  di  Milazzo, ove l'ammiraglio Annibale aveva una nave a 7 ordini di remi poi catturata dai Romani), risultano schierate 10 triremi (5 catafratte con 3 punti di opliti e arcieri e frombolieri e 5 non catafratte con 2 punti di opliti e saettatori, per un totale di 25 punti), 3 sexteres (con 8 punti ognuna di opliti, cioè  160 fanti di marina per nave) e 2 hepteres, con nove punti ognuna (7 di opliti, 1 di fanteria leggera e 1 di arcieri e frombolieri). Tutte queste navi simboleggiano (oltre all'equivalente numero- in scala- delle navi) sia le navi cartaginesi più veloci e agili ed anche più abilmente ed efficacemente manovrate [16] , sia due navi a sette ordini di remi dei due ammiragli punici, Annone e Amilcare. Tale schieramento (cfr. ancora Polibio I, 26 e 27) vedeva le triremi cartaginesi (rostrate) più alcune quinqueremi all'ala destra  comandata da Annone. Amilcare era all'ala sinistra, anche se più centrale rispetto a una quarta parte della flotta, più vicina, anzi quasi addossata alla riva per sospingervi le navi romane pressate dal fianco sinistro e a tergo. Amilcare, infatti, seppure alla sinistra, era pronto a spostarsi al centro per inseguire le due squadre avanzate romane che inseguivano a loro volta il centro cartaginese ritiratosi con una finta. Ma si veda meglio, separatamente, lo schema sullo "schieramento", cioè la mappa per la simulazione.  Sintetizziamo per ora che lo schieramento corrisponde a 100 Q ct. e a 150 triremi ct. cartaginesi e- al di là dei nostri 127 punti punici complessivi usati per rendere proporzionale nella simulazione il rapporto con i fattori di combattimento dei Romani- i soldati cartaginesi imbarcati sono 14.000 (120 fanti e 20 marinai di equipaggio ognuna) nelle 100 Q con 30.000 rematori; e 9.000 soldati e 3.000 marinai di equipaggio nelle 150 triremi, che avevano 27.000 rematori. Il totale cartaginese è dunque di 83.000 uomini, cifra certo lontana (anche aggiungendo 240 fanti e 480 rematori in più delle hepteres ammiraglie) dai 150.000 dei testi correnti, ma comunque notevole ed elevata, calcolando che i rematori della flotta erano a tutti gli effetti, nelle incontrovertibili analisi specialistiche moderne, "cittadini" di Cartagine e di Roma.

e) LE TRUPPE ROMANE.

Come ampiamente e comparativamente documentato dal Toynbee, cit., I, pp. 541- 559, in base a Polibio VI, 26, 7- 8 e 30, 2, da W. Liebnam, Extraordinarii, PW, VI 2, 1909 e dal Walbank,  A Historical Commentary on Polybius, I, Oxford 1970, pp. 713- 714, è attendibile attribuire a una legione consolare romana nel periodo dal 490=264 al 536=218 a.C. (già Livio XXI, 17 e 55 per il  536=218 e poi per la battaglia della Trebbia, contraddicendo Polibio III, 72, riduce il rapporto soldati romani- soldati alleati) un rapporto di 4 a 5 tra Romani e Socii, e cioè 4200 fanti romani e 5000 fanti alleati, nonchè 250 cavalieri romani e 500 cavalieri socii.  Tranne la parentesi del 529=225, in cui è evidente un rapporto più gravoso per i cittadini romani  e uno sforzo militare  superiore alla norma nella composizione delle legioni di Roma, il contingente medio di una legione consolare era quindi di 9200 fanti.

Se però, già precedentemente alla "prima" riforma legionaria del 513=241 a.C., la legione romana di 4200 soldati poteva essere affiancata dalla legione di socii di  5000 uomini, nel caso della flotta romana nell'imbarco del 498= 256 a.C. tale cifra ci pare esagerata per vari motivi.

Innanzitutto, considerando una forza legionaria di 9200 uomini per 4 legioni imbarcate al fiume Imera, si vedrebbe che a tali forze da sbarco (che oltretutto superavano i massimi di imbarco di fanti di marina usualmente documentati- da  120 a  140 "marines", cioè "epibati", per nave) corrisponderebbero delle  truppe effettivamente sbarcate (circa 26.000 legionari)  proporzionalmente inferiori al numero di soldati rimasti sulla flotta. Questi ultimi sarebbero stati 11.200, cioè dai 30 ai 40 fanti per ogni nave (comprese le onerarie); anche se tale cifra è ampiamente attestata per il periodo dalla I guerra punica alla III  macedonica e alla siriaca. Certo lasciare altrimenti sguarnita la flotta sarebbe stato anomalo, tanto più che si peccò  all'eccesso  nello sguarnire l'esercito sbarcato in Africa (richiamandone in Italia 10.000 soldati tra fanti e cavalieri, lasciando quindi metà dell'esercito in terra d'Africa con Attilio Regolo e riportando indietro l'altra metà con la flotta e con l'altro console; causa non ultima della successiva disfatta africana). Inoltre sembrerebbe che con legioni di 9200 uomini si risolve il problema di far  quadrare i numeri della cavalleria, mentre in realtà il problema rimane identico e per risolvere il quesito degli almeno (come minimo) 2000 cavalieri presenti nell'esercito dovremo ricorrere  comunque alla tesi di parte della cavalleria (almeno uomini se non cavalli) sopraggiunta in un secondo tempo come rinforzo dall'Italia.

Ma tutte queste considerazioni precedenti, che sembrerebbero confermare la tesi dei 9200 uomini per ogni  legione consolare, non possono convincerci. Tra imbarco ed ipotetico sbarco delle legioni consolari, la cifra di fanti (e anche solo  di equipaggi) effettivamente disponibili per la flotta sarebbe spaventosamente basso 14: solo 4.000 uomini comprese le onerarie, poco più di 10 uomini tra equipaggio e fanti di marina per delle navi  grandi (nessuna trireme; navi da trasporto grandi perché adatte  alla traversata e allo sbarco in Africa, con provviste per tanto esercito in terra nemica). E' del resto improbabile che una delle  4 legioni fosse solo e "appositamente" assegnata a equipaggio e nucleo permanente di fanti per la flotta: si sarebbe dovuto trattare di una "Legio classica" (legione di marina), ma sappiamo bene  che essa era costituita privando una flotta del suo contingente  di fanti di marina e non viceversa; cioè mai tali contingenti navali furono formati privando un esercito consolare  dei suoi effettivi di terra (al massimo si armavano nuovi proletarii, liberti o schiavi). Che di legioni ed esercito consolari si trattasse a Capo Ecnomo è evidente, oltre che dalle fonti, anche dal numero di 4 e da entrambi i consoli (ognuno per due legioni) impegnati nelle operazioni. Parrebbe possibile che dal 494=260 al 513=241 a.C. i Romani, data la straordinarietà e l'impellenza della  prima grande guerra navale, usassero legioni consolari come ciurme ed effettivi navali; tanto più che proprio i socii "solo" navales (inserendoli nei 5000 fanti per ogni legione) potevano dare tali contingenti.   Ma noi scartiamo tale ipotesi, perchè i Socii navales, cioè le città costiere  federate  e  alleate di Roma, davano i loro contingenti "solo" per la flotta o (come proposto da vari autori) "alternativamente" e facoltativamente solo per le legioni di terra. (Non vogliamo qui sostenere che la Formula Togatorum e la Formula Sociorum Navalium fossero categorie che si escludevano a vicenda, cosa già discussa e negata dal Toynbee, cit., I, p. 624, bensì sostenere che truppe fornite come ciurme dagli alleati navali non potevano essere utilizzate, di regola e logicamente, come truppe di terra per le legioni, né viceversa). Inoltre una simile povertà di proletarii romani o alleati per la flotta nel 498=256 (a meno di metà della guerra) non è attestata, ed era illogico armare normalmente quattro piene legioni e lasciare sguarnite di ciurme e fanti di marina grandi flotte che avevano funzione prioritaria nella difesa o nell'offesa. Era più logico ridurre leggermente gli effettivi legionari (almeno dei Socii di terra) e mantenere alto, o regolare, l'arruolamento di Socii navales, tanto più che i Romani sapevano che le loro truppe di terra (e legioni intere di "cittadini" romani) erano molto meno battibili e molto meno vulnerabili in battaglia delle loro forze navali imbarcate (ancora Roma faceva molto minore affidamento negli scontri navali contro gli abili Cartaginesi). La cifra quindi ridimensionata di 4 legioni consolari di 8400 uomini ci pare più attendibile e calzante che non quella di 9200 soldati per legione. E' addirittura probabile che, anteriormente alla "prima" riforma del 513=241 a.C., la legione di Socii affiancata a quella romana osservasse molto meno rigidamente il rapporto di 5 a 4 più diffuso durante la nuova guerra gallica fino al 532= 222 a.C. e all'inizio della II guerra punica. Ed era più probabile che tali contingenti variassero (in più o in meno) prima e dopo le date del 513= 241 a.C. e del 538= 216 a.C.  Se abbiamo scartato quindi l'ipotesi di legioni consolari di 9200 uomini perché eccessiva, neanche prendiamo in considerazione la cifra eccezionale di 5200 fanti romani e 5000 fanti socii documentata per ognuna delle 4 legioni consolari del 529=225 a.C., in un momento del tutto particolare in cui si fondevano la minaccia gallica e quella annibalica. La guerra "solo" per il dominio della Sicilia non aveva ancora, nel 498=256, ridotto Roma in una situazione militare tanto critica da spingerla a mutare radicalmente sistemi e quantità nell'arruolamento. 15

Con le cifre di 8400 uomini per legione al Capo Ecnomo quadrerebbero sia le cifre delle ciurme stabilmente imbarcate che quelle di un nucleo permanente di fanti non minimo sulla flotta, ancora costantemente attiva, anche dopo lo sbarco in Africa da parte di Atilio Regolo e del suo collega Vulsone. Allo sbarco di 3 legioni con i due consoli (25.200) corrisponderebbe una legione ancora sulle navi,  per dare ulteriore sostegno a equipaggi normali di 6.600 uomini complessivi (anche sulle onerarie): cioè 8400 legionari, per noi 6.300 facendo sbarcare (e accantonando così temporaneamente il problema degli effettivi di cavalleria sopraggiunti in seguito dall'Italia) 26.800 uomini compresa la cavalleria. In tal modo il nucleo permanente di fanti su ognuna delle 180 navi fatte ripartire per l'Italia ammontava alla cifra rispettabile (e tanto più credibile) di almeno 35 fanti di marina. Vale a dire 20 di equipaggio e  35 fanti di marina per ognuna delle  180 navi da guerra richiamate d'urgenza in Italia dopo lo sbarco in Africa (oltre ai 10.000 compresi almeno 1.500 cavalieri- cioè la terza legione del'intero esercito, fatta reimbarcare sulle stesse navi con uno dei consoli, sempre per l'Italia). Le altre 40 navi rimaste con Regolo in Africa erano in grandi cantieri militari navali vicino a Clupea (Kelibia), nel Capo Ermeo (Bon) dello sbarco, e i loro effettivi (a parte gli equipaggi) erano compresi nei 16.800 uomini e 500 cavalieri romani delle due legioni di Regolo (tutte le fonti arrotondano al numero di 15.000 fanti e 500 cavalieri).

Discorso a parte merita il numero delle perdite romane durante la battaglia (cioè prima dello sbarco in Africa, con le conseguenti variazioni sul numero degli effettivi sbarcati).

In TIPPS G.K., The Battle of Ecnomus, Historia XXXIV, 1985, pp.432-465, Lionell Casson (Seamann... cit.) viene accolto per il numero di fanti ed equipaggi delle quinqueremi romane ( pag.435), in accordo con Polibio. Tipps ci conferma (pag.436) per la critica ai numeri di navi e soldati delle fonti antiche e moderne ma non propone soluzioni o cifre alternative. Critica esaustiva a Frank (CAH VII 684) su 250 navi da guerra romane e solo 80 onerarie. Buon quadro d'insieme delle fonti a pag.465.

 

f) SCHEMA DELLE PERDITE NAVALI A CAPO ECNOMO.

CARTAGINESI

 

20 quinqueremi affondate

24 quinqueremi catturate

10 triremi affondate

26 triremi catturate

 

totale perdite cartaginesi: 44 quinqueremi e 36 triremi.

 

ROMANI

 

24 quinqueremi affondate.

 

Anche per il Mommsen, 24 le navi romane e 30 le cartaginesi affondate.

Con le cifre fornite è possibile calcolare una cifra approssimativa di uomini perduti dai Romani e dai Cartaginesi  in opliti, fanti leggeri, arcieri e frombolieri, fanti di marina, equipaggio e rematori. Pur riducendo tra i Romani il numero di feriti, catturati e dispersi.

Le 170  navi scampate ai  Punici tornarono alle loro basi nelle Isole Eolie e a Lipari, facendo la spola di rifornimenti alle 7 fortezze siciliane che i Cartaginesi si limitarono a possedere in tutta l'isola.


Note:

1.        Il De Sanctis, che ridimensiona i dati sostenendo la cifra di 150.000 uomini in tutto, sottolinea comunque l'aspetto ragguardevole della battaglia antica, paragonando i 122.000 marinai e guardie in servizio in tutto nella marina militare britannica nel 1906. Il Nissen (Landeskunde I, 127) peraltro asserì che il numero di combattenti all'Ecnomo e le 360.000 tonnellate delle navi lì impegnate (poco più di 500 per ogni quinquereme)  avrebbero superato (nel 1883, ma in sostanza alla fine dell'800) tutte le corazzate dei popoli civili messe insieme.

2.        Si discosta da questa media il Rodgers, GRNW pp. 278 sgg., che parlando della battaglia di Capo Ecnomo attribuisce ai Romani 60.000 uomini su 330 navi e ai Cartaginesi 43.000 uomini su 200 navi, senza specificare ulteriormente i suoi dati. Noi sappiamo (ibidem, pag. 307) che per lui una quinquereme romana aveva in media un equipaggio di 20 marinai, 75 fanti, 5 ufficiali e 150 rematori: strana e bassissima media (non per le normali flotte- cfr. ad esempio il Luterbacher- ma per quella dell'Ecnomo), non confermata da alcuna fonte storica antica o moderna: infatti a Capo Ecnomo le truppe imbarcate spezzano qualsiasi "normalità" di cifre per le singole navi. Se lo stesso Rodgers (ibidem, pag. 257) attribuisce alla 16 ordini di Demetrio Poliorcete 100 marinai, 440 soldati e 800 rematori, tale discrepanza con le pur capienti quinqueremi (almeno in quanto a soldati) spiega a quante imprecisioni ci abbia costretto la scarsa conoscenza della struttura e del remeggio delle poliremi antiche.

3.        Beike, cit., pag. 118. Il Le Bohec non ha una visione realistica della battaglia (vedere oltre).

4.        Superiore comunque alla cifra ancora più ridotta (da 100 a 150mila) sostenuta da De Sanctis, Storia dei Romani, III, p.139 n.101 e Gsell, II, 439 sgg. La definisce comunque il De Sanctis "una delle maggiori e più accanite battaglie che la storia ricordi" (Ibidem).

5.        Un grande sforzo di intelligenza sulle cifre militari di Livio e di Polibio anche per le flotte si deve a M. GELZER (Die Glaubwürdigkeit der bei Livius überlieferten Senatbeschlüsse über römische Truppenaufgebote, "Hermes" 70, Berlin 1935, pp.220-255, ora in "Kleine Schriften" III, Wiesbaden 1964.1) ("La credibilità delle decisioni senatoriali, come riferite da Livio, sulle forniture romane di truppe"), pur senza giungere ad una soluzione per Capo Ecnomo. Bisogna premettere che il Gelzer, come già il De Sanctis, il Klotz e Friedrich Cornelius, riconobbero, in contrasto con il Karhstedt, come veri "atti del Senato" le liste militari, le tabelle annuali delle legioni presso il Senato riportate da Livio (non sarebbero stati cioè "fantasmi e fantasie di annalisti folli" ripresi nelle cifre di Livio - Karhstedt, Storia dei Cartaginesi, pag. 361 e 442). Gelzer (pp. 226-227), come già Polibio, si stupì nel 1935 del numero eccessivo di fanti di marina romani sulla flotta a Capo Ecnomo : entrambi attribuiscono all'annalista Fabio Pittore tale cifra, Gelzer gli attribuisce anche la responsabilità dell'equivoco, chiarendo che per Polibio 39.600 sono i soldati delle truppe da sbarco per l'Africa, mentre per svernarvi resterà, dei due consoli romani, solo Atilio Regolo con 40 navi, 15000 fanti e 500 cavalieri (Pol. 29, 9). Gelzer dice : "Fabio parte dal numero delle navi (romane), che considera nel complesso pentere [e non anche onerarie - nota nostra], e così le equipaggia. Per le truppe da sbarco parrebbe da Polibio 26, 5 che vi siano "equipaggi scelti" a bordo delle navi, mentre il numero calcolato corrisponde alle complessive armate consolari. Ancora più sembra che l'esercito di Regolo forni l'intero corpo previsto per lo sbarco (ma in Hermes 68, pag. 140, Gelzer escluse "un regolare esercito consolare" per A. Regolo, come forza da sbarco). Se si deve escludere una divisione delle truppe, sembra che M. Vulso riportò a Roma la flotta con gli equipaggi insieme ai prigionieri" (Ibidem, pag. 227).

6.        Identici elementi compaiono nel recente Beike, cit., pp. 115- 120: 330 navi romane contro 350 cartaginesi, delle quali 30 affondate e 64 catturate.

7.        Noi vedremo comunque che tale "ciurma" comprende non solo rematori, bensì anche marinai di coperta e un  nucleo permanente di fanti di marina.

8.        I, 27,  ripreso dal Mommsen, cit.

9.        Essi dichiarano "the entire battle in a much reduced scale", mentre in altre loro simulazioni evidenziano solo settori o angolazioni ridotte di battaglie più grandi, nelle ali in cui il combattimento è più significativo.

10.     BONTEMPELLI- BRUNI, Antiche strutture sociali mediterranee, II, Milano 1979.

11.     Intendendoli anche come "fanti principali" (nella terminologia relativa a un punteggio), ricordiamo che non tutti "oplitici" erano i fanti della legione al tempo delle guerre puniche.

12.     Anche riducendo da 350 a 250 tali quinqueremi, ricordiamo che il Thiel, cit.(nella nostra bibliografia finale), p.93, constata che Cartagine, nel periodo di questa battaglia, non poteva avere equipaggi per più di 200 quinqueremi.

13.     Era un escamotage inevitabile per un equilibrio di punteggi, dando ai Cartaginesi il dovuto elevato numero di triremi al posto delle quinqueremi. Anche se così figurano,purtroppo, solo 100 triremi puniche e ben 50 poliremi più grandi. Ma queste ultime sono schierate comunque  vicino alla linea di costa, nell'ala che non doveva manovrare per gli aggiramenti in alto mare bensì resistere e spingere (come 4° settore -1/4- della flotta punica in Polibio) prepotentemente contro la riva le navi romane.

14.     Una volta ricostruito in modo attendibile il numero e la caratteristica delle navi romane, tralasciando comunque i rematori e comprendendo persino il numero standard degli uomini di manovra, conoscendo inoltre la  massima capacità attestata di trasporto fanti di ogni nave,anche oltre i 120 dichiarati da Polibio, e credendo (in compenso) ai soli 20 fanti attestati per ogni nave oneraria oltre all'equipaggio, il nostro calcolo è molto logico: 40.800 meno 36.800 delle 4 legioni di 9.200 ognuna = 4.000 fanti stabili di equipaggio.

15.     Soprattutto per l'Impero sono documentati i classarii, soldati arruolati per la flotta e poi utilizzati per le legioni (ad esempio per le legg. I e II Adiutrix, o i Pannonici -originari peregrini divenuti cittadini romani nella legione, assumendo origine finta da una città romana (Savaria) o, in casi di ex- classarii dalmati e traci, dalle colonie claudie di Aequum e Apri (ANRW, II, 1, pag. 364, nota 81)- nelle flotte di Miseno e Ravenna): casi eccezionali, non indicativi della coscrizione nelle legioni. Qui sotto la ricostruzione della battaglia di Capo Ecnomo in Kromayer (cit.)

 

SCHEMA RICOSTRUTTIVO- ROMANI

BATTAGLIA DI CAPO ECNOMO ( 256 a.C.)

            QUINQU./ QUINQU./SEXTERE / ONERARIE/ONERARIE/ TOTALI

            ct. 14   ct. 7   ct. 2       4        6       230 Qct

                                                         +100 ON

--------------------------------------------------------------

NAVI X 10       140      70      20      40       60      330

TOTALE PUNTI    7        7       8       1        1       173

PUNTI OPLITI    5        5       7                1       125

PUNTI FANTERIA

LEGGERA         2        2       1       1                48

PUNTI ARCIERI E

FROMBOLIERI                                                /

REMATORI        300      300     (360)   /        /       

EQUIPAGGIO      20       20      20      20       20 

OPLITI          80       80      100              20

FANT.LEGGERA    60       60      40      20

MACCHINE                                          corvus

            QUINQU./ QUINQU./SEXTERE / ONERARIE/ONERARIE/ TOTALI

            ct. 14   ct. 7   ct. 2       4        6       230 Qct

                                                         +100 ON

--------------------------------------------------------------

NAVI X 10       140      70      20      40       60      330

 

TOTALE FANTERIA 19.600   9.800   2.800            2.000    34.200

TOTALE EQUIPAGG.         4.600                    2.000     6.600

TOTALE REMATORI 42.000   21.000  (120)                     

                                 6.000                     69.000

--------------------------------------------------------------

FANTI - NUCLEO PERMANENTE SULLE QUINQUEREMI: 40X230 =  9.200

        ALTRI LEGIONARI                     100X230 = 23.000

   FANTI SULLE ONERARIE                      20X100 =  2.000

4 LEGIONI CONSOLARI = 8.400X4 = 33.600              ---------

         TOTALE ROMANI =  109.800 UOMINI              34.200


 

SCHEMA RICOSTRUTTIVO- PUNICI

BATTAGLIA DI CAPO ECNOMO ( 256 a.C.)

               QUINQU. TRIREMI  TRIREMI  SEXTERES  HEPTERES TOTALI

               ct. 10  ct.  5        5   ct.   3   ct.   2  100 Qct

                                                           +150 Tr

-------------------------------------------------------------

NAVI X 10      100     50       50       30        20       250

TOTALE PUNTI   6       3        2        8         9        127

PUNTI OPLITI   1       1        1        6         7

PUNTI FANTERIA

LEGGERA        5                         2         1

PUNTI ARCIERI E

FROMBOLIERI            2        1                  1

REMATORI       300     180      180      [360]     (240)

EQUIPAGGIO     20      20       20       20        20

OPLITI         20      20       20       40        40

FANT.LEGGERA   100              (20)     20        20

ARCIERI E FROMB.       40       20       (60)      (120)

TOTALE FANTI   12.OOO                    9.000     240      21.240

TOTALE EQUIP.   2.000            3.000                       5.000

TOTALE REMAT.  30.000           27.000             480      57.480

-----------------------------------------------------------------

     TOTALE CARTAGINESI =  83.720

 

LEGENDA:   ct = catafratte

         (  ) = non contano

         [  ] = vanno ridotti a 180


 

ANNONE                CENTRO      PUNICO       AMILCARE              QUARTA SQUADRA             

aa  \bb \cc \dd \ee \ff \gg \hh \ii \kk \ll \mm \nn \oo \pp \qq \rr \ss \tt \uu \vv \zz \ww \xx

  1 2 3 4 5 6 7 8 9 1 1 2 3 4 5 6 7 8 9 2 1 2 3 4 5 6 7 8 9 3 1 2 3 4 5 6 7 8 9 4 1 2 3 4 5 6 7 8

y\_/ \_/ \_/ \_/ \_/0\_/ \_/ \_/ \_/ \_/0\_/ \_/ \_/ \_/ \_/0\_/ \_/ \_/ \_/ \_/0\_/ \_/ \_/0\_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

w\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

a\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

b\_/ \_/ \_/t\_/t\_/t\_/ \_/ \_/q\_/t\_/t\_/ \_/ \_/ \_/q\_/q\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/s\_/t\_/ \_/

 / \_/t\_/ \c/ \c/ \c/h\_/ \_/ \c/ \_/ \_/ \_/s\_/ \_/q\c/ \c/ \_/ \_/ \_/ \_/t\_/ \_/ \c/t\_/ \L

c\_/ \ / \_/s\_/b\_/d\ / \_/ \_/e\_/p\_/o\_/ \_/ \_/ \c/t\h/p\_/ \_/ \_/ \_/ \c/ \_/a\_/g\c/ \_/I

 / \_/t\_/ \_/ \_/ \_/g\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/g\_/ \_/z\_/b\_/ \_/ \_/ \_/ \_/a\_/ \_/ \_/ \_/ \N

d\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \e/ \ /E

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \A

e\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/S\_/S\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

f\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/Q\_/ \_/ \_/ \_/Q\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \C/ \_/G\_/A\_/ \C/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

g\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/D\_/ \_/ \_/ \_/E\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

h\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/Q\_/ \_/Q\_/Q\_/Q\_/Q\_/Q\_/ \_/Q\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/D

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \C/ \_/ \C/ \C/ \C/ \C/ \C/ \_/ \C/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \I

i\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/A\_/ \_/K\_/M\_/N\_/O\_/P\_/ \_/Z\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

k\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \M/ \_/ \M/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

l\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/5\_/ \_/5\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/C

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \O

m\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \M/ \M/ \M/ \M/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/S

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/2\_/2\_/2\_/2\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \T

n\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/Q\_/Q\_/ \_/ \_/ \_/ \_/Q\_/Q\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/A

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \C/ \C/ \_/ \_/ \_/ \_/ \C/ \C/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

o\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/T\_/R\_/ \_/ \_/ \_/ \_/U\_/S\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

p\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

q\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

r\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \

s\_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/

 / \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \_/ \


 

ECNOMUS 256 a.C.

Le Liburne hanno solo  40 fanti di marina  (e non i 70 di alcune fonti) per mantenere proporzionalmente la loro tipica velocità e lasciare sempre i rematori (che erano armati) ai loro posti.

Consideriamo le navi maggiori come fornite di doppio scafo,ma non a catamarano, sul tipo di quella che Lionell Casson attribuisce ad esempio a Tolomeo IV Filopatore (2850 fanti sulla nave a 40 ordini di remi) In tali entità di fanti di marina di equipaggiamento alla nave possono rientrare, secondo noi, molte delle navi ellenistiche o, ad esempio, alcune delle navi di Marco Antonio ad Azio, ma non in genere quelle (seppure anch'esse dello stesso tipo ellenistico) del periodo della II guerra punica, perchè, sebbene lente e con tanti rematori,i loro ponti erano meno larghi di piattaforme-catamarano. Portavano sì (essendo in genere più armate e sofisticate di quelle romane e puniche) più soldati e macchine varie (molto potenti, a torsione per il lancio e anche recipienti incendiari= trulla) rispetto  alle quinqueremi e  quadriremi puniche e romane, e avevano, anche per le triremi, equipaggi  più esperti; ma il potenziale di abbordaggio e da sbarco era  più  rapportabile, nella guerra nel Mediterraneo orientale, a quello delle navi romane e cartaginesi.

Escludiamo Dromoni, Saxon e l'arma del Fuoco greco perchè di epoca posteriore. Ma in Morrison, long ship..., cit., p.45, citando Zosimo V, 20, 3-4, si osserva che le liburne di cui parla Vegetius si evolveranno nel IX sec. nei dromoni bizantini di Leo, Tactica, XIX, 7.

La regola dei tre ordini sovrapposti di rematori  (nella trireme= 31+ 27+ 27 per lato) con l'aumento di un rematore per remo in uno o più ordini di remi (a partire da 30 posti in più per lato, cioè 60 rematori in più per ordine di remi dalla quadrireme in su) è stata mutuata dalle ricostruzioni citate. Ciò vale anche per la capienza dei ponti delle navi per equipaggi di coperta, fanti di marina, macchine da lancio e torri.  Studi e calcoli sono stati fatti anche per i limiti di carico delle varie navi (cargo limits), siano esse onerarie o da guerra, a vele o a remi. Alleghiamo qui di seguito gli schemi e le tabelle relative.


 

g) SCHEMA II -1   SHIP DATA TABLE

                              fanti marina valore  col.b

                              normalmente  xunità  valore

                        dotaz imbarcati x  2guerra xunità

abbr.type          size media valore col.b punica  normale          

Le  Lembi            1  7                  1       15

Pt  Pentaconter      2  4                  2       10

2   Bireme           3  8     400          5       20

L2  Liburnian        5  4     400          20      20

3   Trireme          6  18    250          10      10

C3  Ct Trireme       7  5     600          20      20

4   Quadreme         7  4     600          20      20

C4  Ct Quadreme      8  4     600          30      20

5   Quinquereme      7  4     700          30      20

C5  Ct Quinquereme   8  18    700          40      20

C6  Ct Sexteres      9  3     600          20      10

C7  Ct Hepteres      9  3     600          20      10

C8  Ct Octares       10 1     400          30      2

C9  Ct Novares       10 1     480          30      2

C10 Ct Dekares       11 2     340          40      1

C16 Ct Sedekieres    12 1     680          50      1

H2  Hemiola          3  4     400           5      10

T3  Triemiola        6  2     600          10      10

M2  Small Merchant  (2) 8     1000         10      50

M5  Large Merchant  (5) 4     2000         30      100

Ph  Pharsali        (5) 3                  50      50

V4  Veneti          (4) 7                          40

V6  Large Veneti    (6) 3                          60

Sx  Saxon           (3) 7                          3

LO  Lembi oner.     (1) 4                   2


 

SCHEMA II.-2               SHIP DATA TABLE

abbr.type            cruising speed   full speed (cargo limit)

Le  Lembi            2                3 (0)   2 (1)   

Pt  Pentaconter      2                3 (0)   2 (1)

2   Bireme           2                4 (0)   3 (1)   2 (2)

L2  Liburnian        2                4 (1)   3 (2)   2 (3)

3   Trireme          3                5 (2)   4 (3)   3 (4)

C3  Ct Trireme       2                4 (3)   3 (4)   2 (6)

4   Quadreme         2                5 (3)   4 (4)   3 (5)  2 (6) 

C4  Ct Quadreme      2                4 (5)   3 (6)   2 (7)

5   Quinquereme      2                5 (4)   4 (5)   3 (6)  2 (7)

5   Ct Quinquereme   2                4 (6)   3 (7)   2 (8)

C6  Ct Sexteres      2                3 (8)   2 (12)

C7  Ct Hepteres      2                3 (10)  2 (16)

C8  Ct Octares       2                3 (13)  2 (22)

C9  Ct Novares       1                3 (17)  2 (24)  1 (30)

C10 Ct Dekares       1                3 (22)  2 (31)  1 (40)

C16 Ct Sedekieres    1                2 (25)  1 (50)

H2  Hemiola          1                4 (0)   3 (1)   2 (2)  1 (2)

T3  Triemiola        2                5 (1)   4 (2)   3 (3)  2 (4)

M2  Small Merchant   sail only        [cargo:1 point]

M5  Large Merchant   sail only        [cargo:3 points]

Ph  Pharsali         1                2 (1)   1 (2)

V4  Veneti           sail only        [cargo:4 points]

V6  Large Veneti     sail only        [cargo:6 points]

Sx  Saxon            1                3 (0)   2 (1)   1 (2)

LO  Lembi ON         1                3 (0)   2 (1)


 

SCHEMA II.-3               SHIP DATA TABLE

                                punti  punti limite      punti

            totale fanti marina opliti fant. massimo     arcieri

            normalmente         1=20   legg. fanti-cargo e

abbr.type   imbarcati           uomini       val.col.b   frombol.

Le  Lembi            5          0      0     750         1        

Pt  Pentaconter      10+7       1      0                 0

2   Bireme           40/20      1      0     1000        0

L2  Liburnian        40/70      0      0     1000        2

3   Trireme          25/15      1      1     800         0

C3  Ct Trireme       60/30      3      0     2400        0

4   Quadreme         (100)30    3      0     2000        0

C4  Ct Quadreme      (100)35    4      0     2800        1

5   Quinquereme      (120)35    4      0     2800        0

C5  Ct Quinquereme   (120)50    4      1     2800        1

C6  Ct Sexteres      (140)60    6      0     2400        1

C7  Ct Hepteres      (180)60    7      1     3200        1

C8  Ct Octares       200        9      0     880         1

C9  Ct Novares       240        10     1     1200        1

C10 Ct Dekares       340        13     2     800         2

C16 Ct Sedekieres    680        26     4     1000        4

H2  Hemiola          40         0      0                 1

T3  Triemiola        60         1      0                 1

M2  Small Merchant                           1500

M5  Large Merchant                           3000

Ph  Pharsali

V4  Veneti

V6  Large Veneti

Sx  Saxon

LO  Lembi ON


 

SCHEMA II.-4               SHIP DATA TABLE

                    totale   equipag.

                    massimo  di      deck      punti sailing speed

abbr.type           fanti*   coperta crew rem. equip. A  B  C  D

Le  Lembi           20               0    30   1      3  2  0  0

Pt  Pentaconter     20        13     1    50   2      3  2  0  0

2   Bireme          40               1    60   3      3  1  0  0

L2  Liburnian       170/70           1    120  6      3  1  0  0

3   Trireme         80        30     1    160  8      3  1  0  0

3H Tr.Hippagogos1() 30cavalli 20     1    60   2      3  1  0  0

C3  Ct Trireme      120              1    180  9      2  1  0  0

4   Quadreme        120              1    240  12     3  1  0  0

C4  Ct Quadreme     140              1    240  12     2  1  0  0

5   Quinquereme     140              1    300  15     3  1  0  0

C5  Ct Quinquereme  150              1    300  15     2  1  0  0

C6  Ct Sexteres     250              1    360  18     2  1  0  0

C7  Ct Hepteres     300              1    420  21     2  1  0  0

C8  Ct Octares      440/1200         1    480  24     2  1  0  0

C9  Ct Novares      600/1200         2    540  27     2  1  0  0

C10 Ct Dekares      800/1600         2    600  30     2  1  0  0

C16 Ct Sedekieres   1000/2000  100   3    960  48     1  0  0  0

H2  Hemiola         40               1    60   3      3  1  0  0

T3  Triemiola       (140)80          2    140  7      3  1  0  0

                                          [70]

() GOS cit., pp. 248- 249; Casson, cit., SSAW pp. 93- 94.


 

                    totale   equipag.

                    massimo  di      deck      punti sailing speed

abbr.type           fanti*   coperta crew rem. equip. A  B  C  D

M2  Small Merchant  25               1         0      2  1  0  0

M5  Large Merchant  50               1         0      2  1  0  0

Ph  Pharsali                         1         2      2  1  0  0

V4  Veneti                           1         0      3  2  1  0

V6  Large Veneti                     2         0      3  2  1  0

Sx  Saxon                            1         3      3  2  0  0

LO  Lembi ON                         0         1      3  2  0  0

 

 

NOTE A SHIP DATA TABLE II. 1-4 :

Abbr.: abbreviazione del tipo di nave.

Size:  dimensione della nave; quelle tra (parentesi) sono senza rostro.

Cruising speed: velocità di crociera,cioè normale velocità.

Full speed (cargo limit): velocità piena- con conseguente equipaggio poi stanco- limitata dai limiti di carico tra parentesi.

Deck crew: equipaggio di coperta in punti per ogni nave.

Sailing speed: velocità con le vele (senza remi) in punti di movimento (MPs) a secondo dell'inclinazione del vento da A a D.

* Totale fanti di marina imbarcabili come massimo secondo le fonti e i punti di cargo limit della ship data table.

 

Le truppe imbarcabili della colonna B (col. b di valore xunità), se imbarcate (anche parzialmente), occupano tutti i punti di carico  (cargo  limits), eliminando cioè la velocità piena (full speed) e lasciando solo la velocità di crociera (cruising speed). La velocità piena può essere recuperata (se sussistono le condizioni generali) subito dopo lo sbarco delle truppe eccedenti il potenziale previsto nello schema I. o anche nello schema II.-1, terza colonna sui fanti di marina normalmente imbarcati.

I fanti imbarcati (equipaggi normali già presenti in ogni nave, come  nella terza colonna suddetta) possono essere sbarcati [solo sciogliendo la flotta e]  tirando a secco le navi con due segni"TIRED" sovrapposti: lo sbarco dei soldati  degli equipaggi normali avviene nella proporzione indicata nello schema II, terza colonna, o secondo lo schema I. per le navi minori (ad esempio, triremi non catafratte).

La reintegrazione degli equipaggi e il riutilizzo delle navi avviene togliendo i due segni "TIRED" dall'unità.  In tali calcoli (equipaggi imbarcati e passati a terra o viceversa) ogni MARINE GROUP ha fattore di combattimento 1 (= 1000 soldati) e fattore movimento 9. La voce "cavalleria" (caval.) è rigidamente alternativa nella colonna B, ma regola da aggiungere solo preventivamente come facoltativa nella colonna A.


 

 

 

 

 

 

 

Una 6 ordini (exera) in Viereck

 


FLOTTE DURANTE LA SECONDA GUERRA PUNICA- SCHEMI

ELENCO DI CITTA'-STATO E STATI DEGLI SCHEMI SUCCESSIVI.

A)   Flotte degli alleati di parte romana (e porti principali) :

ETOLIA  (NAUPATTO)     *

ELIDE   (ELIS)

MESSENE  (MESSENE)

TARANTO

ATENE   (PIRAEUS)

RODI    (LINDOS)

SPARTA  (GYTHIUM)

PERGAMO

EGITTO  (PELUSIO)

BISANZIO

CRETA    (POLYRRENIA)

BITINIA  (NICOMEDIA)

SMIRNE

CEPHALLENIA  (SAME)

MARSIGLIA13

* Nel 192 a.C. gli Etoli avevano,oltre ai tradizionali lembi,pristi, triremi e navi minori prestate  particolarmente da  Corcira, Cefallenia ed Elea peloponnesiaca, anche 10  "constratas  naves", cioè navi catafratte e con torri (Livio, XXXV, 46, 3).


 

B)   Flotte degli alleati di parte cartaginese (e porti principali):

MACEDONIA  (THERMA)

SIRIA      (ATTALEIA)

ILLIRI      (SALONAE)

ACHEI      (PATRAE)

CORINTO    (LECHEO)

SIRACUSA

AGRIGENTO

LOCRI


 

FLOTTE- TAVOLA CRONOLOGICA DELLA II PUNICA

Anno    CARTAGINESI E ALLEATI          ROMANI E ALLEATI

219     C 32 Q,18 ON

        ILLIRI 40+50+30 LE,20+0+20 LIB.

                                       R 220 Q

                                       CRETA 10 TRCT,10 TR,10            

                                       10 TH,10 H,10 P

218     C 100 Q,25 Q,20 Q,70 TR,30 QUA

        CORINTO 20 TR                  R 10 Q

                                       CEPHALLENIA 20 LE,10 BI

217     MACEDONIA 12 CT,8 non CT,30 LE

        SIRIA 10 TH,20 H,20 OCT,2 SEDEK,

        20 TR                          R 10 Q,25 TR,25 Q

                                       EGITTO 3 SEDEK,3 DEK,2 NOV,

                                       2 OCT,10 HEPT,10 SEXT,100

                                       QCT,30 QUA,20 TRCT,50 BI,10

                                       TH,20 H,

216                                    R 20 LIB,30 Q,20 Q

                                       SYRAC 20 TRCT per Roma.

215     C 60 Q,100 Q

        SYRAC 4 HEPT,4 SEXT,40 QCT,20

        QUA,20 TRCT,20 TR

        TARANTO 20 QUA,10 TR,10 P

        LOCRI 10 TRCT,10 TR,10 P       R 100 Q,30 Q,20 TR

                                       PERGAMO 1 DEK,2 NOV,4 OCT,

                                       5 HEPT,5 SEXT,15 QCT,20 Q,

                                       4 QUA,20 TRCT,20 H

214     C 80 ON

213     C 50 Q  MACEDONIA 1 SEDEK,1 DEC,

        2 NOV,4 OCT,4 HEPT,4 SEXT

        (12 QCT),6 QUACT,20 TRCT,120 LE,

        12 LIB,6 TH  ACHEI 10 QUA,10 LE,

        10 BI,10 P                     R 40 Q  SPARTA 30 LE,10 BI

                                       SMIRNE 10 BI,10 P

212     C 50 Q  AGRIG 20 QUA,10 TRCT,

        10 P                           R 25 Q

210                                    R 30 QUA,36 Q,17 TR

                                       MASSILIA 10 TR,10 P

209     C 18 Q,63 ON

207     C 80 Q,50 TR,50 QUA

206     C 7 TR,1 Q,8 TR,80 ON          R 2 Q,1 Q,7 TR

                                       RODI 60 QCT,40 QUACT,22

                                       TRCT,6 TH BISANZIO 10 Q,

                                       10 TRCT,10 TR,3 TH

                                       BITINIA 5 HEPT,5 SEXT,20

                                       QCT,10 QUA,10 TRCT,10 TR,10

                                       TH

205     C 30 Q,20 TR,25 Q,200 ON       R 1 SEXT,20 Q,10 QUA,10 Q,

                                       400 ON

204     C 500 Q

203     C 50 TR,3 QUA                  R 13 TR,1 Q

202                                    R 50 Q

TOTALI R=ROMANI 630 Q,40 QUA,82 TR (le Q romane sempre Ct)                                      

       C=CARTAGINESI 591 Q,205 QUA,83 TR (le Q cartaginesi sempre Ct).


SCHEMI- ROMA E ALLEATI

1) SCHEMA III-1.FLOTTE.ALLEATI DI ROMA NELLA II GUERRA PUNICA

POPOLI DI GRECIA O ELLENISTICI

DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE

ALLEATI DEI ROMANI            ON Sedec Dekar Novar Octar Hept Sext 

                ETOLIA       50                               10

                ELIS

                MESSENE

                ATENE

                SPARTA

                EGITTO       400 3     3     2     2     10   10

                RODI         200

                PERGAMO      200       (1)   (2)   (4)   (5)  (5)

                BISANZIO

                BITINIA                                   5    5

                SMIRNE

                CRETA

                CEPHALLENIA

                ROMA         400                              <1>


 

SCHEMA III-2. FLOTTE DEGLI ALLEATI DI ROMA

POPOLI DI GRECIA O ELLENISTICI

DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE

ALLEATI DEI ROMANI           Q Ct   Q    Qua Ct  Qua  Tr Ct   Tr 

                ETOLIA       10        

                ELIS                                          10

                MESSENE                                       10

                ATENE                                 10      10

                SPARTA

                EGITTO       100                 30   20

                RODI         (25)35      40           (2)20      

                PERGAMO      (15)   20   (4)          20 

                BISANZIO     (4)6                     10      (1)9 

                BITINIA      20                  10   10      10

                SMIRNE

                CRETA                                 10      10

                CEPHALLENIA

                ROMA         630         40           <20>82


 

SCHEMA III-3. FLOTTE DEGLI ALLEATI DI ROMA

POPOLI DI GRECIA O ELLENISTICI

DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE

ALLEATI DEI ROMANI          Lembi  Liburne  Bir Trihe Hemio Pentak

                ETOLIA             10           10

                ELIS                        20              10  

                MESSENE                     20              10

                ATENE                                       10

                SPARTA      30              10

                EGITTO                      50  10    20

                RODI                            (2)4

                PERGAMO                               20

                BISANZIO                        (1)2

                BITINIA                         10

                SMIRNE                      10              10

                CRETA                           10    10    10

                CEPHALLENIA 20              10

                ROMA               <20>

 

 

FIG.- L'isola dell'Ammiragliato nel porto militare di Cartagine (S. Gibson).


SCHEMI- CARTAGINE ED ALLEATI

2) SCHEMA III-4.FLOTTE.ALLEATI DI CARTAGINE

POPOLI DI GRECIA O ELLENISTICI

DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE

ALLEATI DEI CARTAGINESI      ON  Sedek Decar Novar Octar Hept Sext

                MACEDONIA    200 1     (1)   (2)   (4)   (4)  (4)

                SIRIA        400 2     3     2     2     10   10

                ILLIRI

                ACHEI        50

                CORINTO

                CARTAGINE    400*

FLOTTE DI CITTA' MAGNO GRECHE

PASSATE COI CARTAGINESI

                SIRACUSA     100                          4    4

                AGRIGENTO    100

                LOCRI

                TARANTO

GRECI D'OCCIDENTE

                MARSIGLIA

              -------------              

            TOTALI GENERALI


 

SCHEMA III-5  FLOTTE DEGLI ALLEATI DI CARTAGINE

POPOLI DI GRECIA O ELLENISTICI

DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE

ALLEATI DEI CARTAGINESI      Q Ct   Q    Qua Ct  Qua  Tr Ct   Tr

                MACEDONIA    (12)   (20) (6)          20

                SIRIA        100                 30   20

                ILLLIRI

                ACHEI                            (3)

                                                 10

                CORINTO                                       20

                CARTAGINE    591         83           205

FLOTTE DI CITTA' MAGNO GRECHE

PASSATE COI CARTAGINESI

                SIRACUSA     40          20           20      20

                AGRIGENTO                        20   10

                LOCRI                                 10      10

                TARANTO                          20           10

GRECI D'OCCIDENTE

                MARSIGLIA                                     10

              -------------              

            TOTALI GENERALI


 

SCHEMA III-6  FLOTTE DEGLI ALLEATI DI CARTAGINE

POPOLI DI GRECIA O ELLENISTICI

DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE

ALLEATI DEI CARTAGINESI     Lembi  Liburne  Bir Trihe Hemio Pentak

                MACEDONIA   (150)  20           (6)

                            ((120))

                SIRIA                       50  10    20

                ILLLIRI   [40][50] [20][/]           [/][10]

                            [30]     [20]              [/]

                ACHEI       10              (2)              10

                                            10

                CORINTO

                CARTAGINE

FLOTTE DI CITTA' MAGNO GRECHE

PASSATE COI CARTAGINESI

                SIRACUSA

                AGRIGENTO                                   10

                LOCRI                                       10

                TARANTO                                     10

GRECI D'OCCIDENTE

                MARSIGLIA                                   10

              -------------              

            TOTALI GENERALI

 

NOTE AGLI SCHEMI "FLOTTE NELLA II GUERRA PUNICA- SCHEMI III 1-6":

ON = da trasporto (onerarie); Q=Quinquereme; Qua=Quadrireme; Tr= Trireme; Ct= catafratte; Trihe= Triremi-hemiole; Hemio=Hemiole.

(TRA PARENTESI)=attestate per la battaglia di Chio del 201 e da aggiungere alle altre(POLIBIO XVI,2-8);oppure in ((LIVIO XXIV,40, 2)).

[TRA PARENTESI QUADRE]= nell'ordine: Scerdilaida, Demetrio e Pleurato- principi illiri-.

<   > = prestiti o tributi a Roma: Sextera e Tr Ct da Siracusa; Liburne dagli Illiri.

* = onerarie di Cartagine: 361 nella nostra ricostruzione. 400 per Egitto e Siria in Polibio. 400 per Scipione in  Polibio e  Livio. 200 in media per Rodi, Pergamo e Macedonia. Achei e Etoli per rifornimenti militari soprattutto nello stretto di Corinto. Si tratta quindi delle cifre assolutamente minime documentate almeno in singole operazioni di guerra.


 

3) SCHEMA IV -1. FLOTTE, RIDUZIONE IN SCALA

                    Sedek Dekar Novar Octar Hept Sext QCt Q  QuaCt

SINGOLE UNITA' DA     1    1     2     2     10   10  20  20  20

                  ------------------------------------------------

EGITTO                3    2     1     1     1    1   3   2

{      {SCERDILAIDA   

{ILLIRIA {DEMETRIO

{      {PLEURATO

MACEDONIA             1    1     1     2     1    1   1   1   1

SIRIA                 2    2     1     1     1    1   3   2

PERGAMO                    1     1     2     1    1   1   1   1

RODI                                                  3       2

BISANZIO                                                  1

BITINIA                                      1    1       1

ACHEI

SMIRNE

ATENE

AGRIGENTO

SPARTA

SIRACUSA                                     1    1   2        1

CORINTO

LOCRI

TARANTO

CRETA

MARSIGLIA

ETOLIA                                            1       1

ELIS

MESSENE

CEPHALLENIA

TOTALI                6    6     4      6     6   7   13  9    5

 

                    Sedek Dekar Novar Octar Hept Sext QCt Q  QuaCt

SINGOLE UNITA' DA     1    1     2     2     10   10  20  20  20

                  ------------------------------------------------

SINGOLE UNITA' DA                                         10

                  ------------------------------------------------

ROMA                                                  32  6    1

CARTAGINE                                             28  4    6

                                                    --------------

TOTALI FINALI                                         73  19   12


 

SCHEMA IV - 2              FLOTTE NELLA II GUERRA PUNICA     

                           RIDUZIONE IN SCALA

                    Qua TrCt Tr  Lemb Liburn Bir Trihem Hem Pentac

SINGOLE UNITA' DA   20   20  10   15   20    20   10    10   10

                  ---------------------------------------------tot

EGITTO              2    1                   3    1     2       23

{     {SCERDILAIDA                3    1

{ILLIRIA {DEMETRIO                4                     1

{     {PLEURATO                   2    1                        12

MACEDONIA                1        10   1          1             23

SIRIA               2    1                   3    1     2       22

PERGAMO                  1                        1     2       13

RODI                     2                        1              8

BISANZIO                 1   1                    1              4

BITINIA             1    1   1                    1              7

ACHEI               1             1          1               1   4

SMIRNE                                       1               1   2

ATENE                    1   1                               1   3

AGRIGENTO           1    1                                   1   3

SPARTA                            2          1                   3

SIRACUSA                 1   2                                   8

CORINTO                      1                                   1

LOCRI                    1   1                               1   3

TARANTO             1        1                    1          1   4

CRETA                    1   1                          1    1   4

MARSIGLIA                    1                               1   2

ETOLIA                                 1                         3

ELIS                         1               1               1   3

MESSENE                      1               1               1   3

CEPHALLENIA                       1          1                   2

                  ------------------------------------------------

TOTALI              8    13  12   23   4     12   8     8    10

 

                    Qua TrCt Tr  Lemb Liburn Bir Trihem Hem Pentac

SINGOLE UNITA' DA   20   20  10   15   20    20   10    10   10

                  ------------------------------------------------

SINGOLE UNITA' DA   10                       5

                  ------------------------------------------------

ROMA                2    3   2               4

CARTAGINE           2    8   5               3

                  ------------------------------------------------

TOTALI FINALI       12   24  19              19


 

4) SCHEMA  V -1. FLOTTE, RIPARTIZIONE PER GRUPPI DI ALLEANZE

                       SEDEK DEK NOV OCT HEPT SEXT Qct Q Quact Qua     

ROMANI (ROSSO)                                     32  6   1   2

ALLEATI ELLENISTICI DI

ROMA IN OPERAZIONI DI

GUERRA NEL PERIODO DAL                         1       1

219 AL 201 A.C

(ROSSO-GIALLO)

ALLEATI ELLENISTICI DI

ROMA DIRETTI O INDIRETTI

PER COMUNI INTERESSI     3    3   2   3    3   3   7   5   3   3

ECONOMICI O STRATEGICI

DAL 219 A.C.

(GIALLO)

CARTAGINESI (CELESTE)                              28  4   6   2

ALLEATI ELLENISTICI DI

CARTAGINE DIRETTI O

INDIRETTI PER COMUNI     3    3   2   3    2   2   4   3   1   3

INTERESSI COMMERCIALI O

STRATEGICI DAL 219 A.C.

(CELESTE-GIALLO)

MAGNO GRECI PASSATI CON

CARTAGINE (ARANCIO)                        1   1   2       1   2

GRECI D'OCCIDENTE

ALLEATI CON ROMA

(VERDE-GIALLO)


 

SCHEMA V -2   FLOTTE: RIPARTIZIONE PER GRUPPI DI ALLEANZE

                         Trct Tr Bir Lembos Lib Trihem Hem Pentac     

ROMANI (ROSSO)            3   2   4

ALLEATI ELLENISTICI DI

ROMA IN OPERAZIONI DI

GUERRA NEL PERIODO DAL    1   3   3    2     1               3

219 AL 201 A.C

(ROSSO-GIALLO)

ALLEATI ELLENISTICI DI

ROMA DIRETTI O INDIRETTI

PER COMUNI INTERESSI      7   3   5    1          5     5    2

ECONOMICI O STRATEGICI

DAL 219 A.C.

(GIALLO)

CARTAGINESI (CELESTE)     8   5   3

ALLEATI ELLENISTICI DI

CARTAGINE DIRETTI O

INDIRETTI PER COMUNI      2   1   4    20    3    2     3    1

INTERESSI COMMERCIALI O

STRATEGICI DAL 219 A.C.

(CELESTE-GIALLO)

MAGNO GRECI PASSATI CON

CARTAGINE (ARANCIO)       3   4                   1          3

GRECI D'OCCIDENTE

ALLEATI CON ROMA              1                              1

(VERDE-GIALLO)


 

5) SCHEMA VI -1. NAVI DOCUMENTATE E ASSOMMABILI NELLE FLOTTE.

        FLOTTE ROMANA E PUNICA DAL 219 AL 201 A.C. SECONDO LE FONTI

ANNO   ROMA                               CARTAGINE             

       Quinq  Qua  Trir  Oner  Sext  Lib  Quinq  Qua  Trir  Oner

219    220                                32                18       

218    10                                 100+   30   70

                                          25+20

217    10+25       25

216    30+20       (20)              (20)

215    100+30      20                     60+100

214                                                         80

213    40                                 50

212    25                                 50

211

210    36     30   17

209                                       18                63

208

207                                       80     50   50

206    [2+1]       7                      [1]         7+8   80

205    20+10  10         400   (1)        30+25       20    200

204                                       <500>

203    [1]         13                            [3]  50

202    50

201


 

6) SCHEMA VI -2. FLOTTE, RIPARTIZIONE PER ANNO DEI TIPI DI NAVI PIU' DIFFUSI TRA PUNICI E ROMANI.

ANNO  ROMA                        CARTAGINE                    

     Qct Q  Quact Qua Trct Tr Bi  Qct   Q  Quact Qua Trct Tr  Bi

219  11                           1     1                     1

218      1                        5+1+1    1     1   3    1   1

217  1   1            1       1+1

216  1+1 1

215  5+1 1            1           3+5

214

213  2                            2     1

212  1                        1   2     1

211

210  2       1     1  1

209                               1

208

207                               4        2     1   2    1

206  [3]                   1      [1]                     1+1

205  1   1         1              1+1   1            1        1

204

203  [1]                   1  1            [3]       2    1

202  2   1

201

     ------------------------------------------------------------

tot. 32  6   1     2  3    2  4   28    4  6     2   8    5   3

Note: ( )=prestiti o tributi di Siracusani e Illiri;

      [ ]=calcolati in scala 1:1;

      < >=tralasciati perchè di fonte incerta.


APPENDICE I

V ACTIUM anno XXXI a.Ch.n. -UN ESEMPIO DI STRATEGIA NAVALE RELATIVA IN PARTICOLARE ALLE POLIREMI ELLENISTICHE E ALLE LIBURNE ILLIRICHE: ACTIUM 31 a.C.

ACTIUM 31 a.C.- SVOLGIMENTO DELLA BATTAGLIA.

Dal 28 agosto al 2 settembre vento contrario alle due flotte da sud- est, che impedì a Cesare Ottaviano (il futuro Augusto) di muovere da Corcira e a Marco Antonio di uscire dal golfo di Ambracia. La mattina del due settembre, prima del primo contatto tra le navi, bonaccia: niente vele, solo remi per portarsi sul posto delle operazioni [17]. Ma le navi leggere di Ottaviano facilmente raggiunsero coi remi le grosse e turrite galee dell'armata orientale e la battaglia fu inevitabile. Le navi di Antonio accolsero come fortezze inespugnabili l'assalto dei bastimenti leggeri nemici, e, sebbene stessero quasi immobili sul mare tranquillo, risentirono poco all'inizio dei lanci incendiari e dei volteggiamenti di disturbo con cui le navi più agili cercavano di rompere remi e timoni. Anzi rispondevano con grandine di sassi e saette, che macchine e balliste lanciavano dai ponti pesanti e (da quel che dice Plutarco) dall'alto delle torri [18]. Le liburne e triremi di Ottaviano cercavano di dare loro colpi nei fianchi, ma con grande timore per il corazzamento e i numerosi rostri [19] degli scafi nemici, sfuggendo a raffi, mani di ferro e arpioni che le navi di Antonio lanciavano per prenderle [20]. Alla fine le navi di Ottaviano, con proiettili incendiari, con recipienti incendiari (trulla) di origine rodia e con le mani di ferro (arpax, arpioni per grappinaggio lanciati da macchine), cominciavano a creare difficoltà ai grossi bastimenti catafratti [21] di Antonio, comunque imprendibili. Già subito dopo il primo contatto (speronamento), verso mezzogiorno, era sorta una brezza da nord- est: con questa lieve brezza l'ala sinistra di Antonio aveva attaccato la destra di Ottaviano mentre Agrippa, che comandava la sinistra di Ottaviano, aveva tentato di avvolgere la destra di Antonio.

 

La battaglia era aspra, ma si manteneva incerta. Le navi turrite di Antonio, seppure lente, resistevano a dardi e fiaccole delle più leggere navi degli ausiliari liburnici di Ottaviano. Nel pomeriggio (per noi, al 7° turno), vento tipico (e atteso) da nord- nord- ovest, che fu favorevole all'allontanamento di Cleopatra a vele spiegate con le 60 navi egizie [22], passando dalle retrovie del centro di Antonio per una breccia aperta in mezzo alle linee dei combattenti; Antonio la segue immediatamente su una quinquereme apposta preparata, passando prima a Tenaro nel sud del Peloponneso e poi in Africa [23].

Le navi di Ottaviano hanno tutte recipienti incendiari (trulla) [24] e mani di ferro lanciate da macchine, meno le triremi non catafratte che ne sono prive, e le liburne, che hanno solo trulla.

 

FIG. Grande nave da guerra con almeno 6 torri. Incisione del I sec. a. C. Musei di Berlino.

a) LA CONCLUSIONE DELLA BATTAGLIA.

La tesi che Antonio, più che una vittoria diretta, volesse il disimpegno dalla battaglia e che reputasse non pericolosa la forza navale di Ottaviano (o forse inoffensiva per le sue robuste navi) è confermato dallo svolgimento stesso della battaglia e dalla ricostruzione del Ferrero, secondo il quale Cleopatra si sarebbe già accordata con Antonio per dare lei stessa, con la sua piccola flotta, il segnale del ritorno in Egitto, anche se la flotta romana fosse stata impegnata nella battaglia; e a tal fine avrebbe posto a fianco di Antonio, sulla nave ammiraglia del romano, il fido Alessi di Laodicea, certo con l'incarico di indurlo a saltare sulla quinquereme (già predisposta di scorta alla nave di Antonio) se all'ultimo momento esitasse. Canidio, che conosceva il disegno del suo generale e della regina, e a cui fu affidato l'esercito rimanente a terra (il grosso dell'esercito di Antonio non era imbarcato, ma dalla riva osservava gli sviluppi dello scontro navale), con l'incarico di portarlo in Grecia e farlo passare in Asia (da dove da poco era stato distolto dall'invadere il regno dei Parti fino all'India), avrebbe dato alla flotta restata indietro l'ordine di seguirli. Si trattava solo, per Antonio e Cleopatra, di precedere di qualche ora il grosso dell'armata. Quando Cleopatra diresse al Peloponneso, ben pochi si accorsero della fuga, dietro lei, del generale romano, e la battaglia continuò accanita senza definitivo risultato. E' vero che grande fu l'intelligenza di Agrippa nell'utilizzare vari tipi di armi da lancio e incendiarie con le leggere navi di Ottaviano, e i trulla (recipienti incendiari) che, sporgendo in avanti e in alto dalle prore, potevano meglio permettere l'avvicinamento minaccioso alle corazzate di Antonio; ma la tesi dei maggiori danni incendiari (in larga parte credibili, ma non fino alla distruzione per incendio) subìto dalle fortezze galleggianti di Antonio è smentita anche dal Ferrero, secondo cui "al calar del sole le navi di Antonio si ricondussero nel golfo, da loro, una dopo l'altra, e perciò un poco in disordine". I danni certo non dovevano essere stati indifferenti, se un mare mosso, come dice Plutarco, alla fine della battaglia aveva reso ancor più ardue e pericolose le manovre e più difficile resistere alle agili liburne. Ma una ritirata senza piena sconfitta ci pare massimamente realistica, date le forze in campo e le dimensioni delle relative navi; e la tesi di Harmand sul determinante tradimento di ufficiali e truppe di Antonio ("il quale era altrimenti non battibile") acquistati dalla propaganda di Ottaviano, si sposta di un tempo sufficiente (come sottintende il Ferrero) a far trascorrere la notte in mare ad Ottaviano, che temeva l'allontanamento del grosso della flotta nemica, fino al giorno successivo, in cui poté annunciare alle truppe di Antonio che era fuga e tradimento la semplice ritirata del generale romano. La "propaganda" di Ottaviano, di cui parlano soprattutto Syme e Harmand, avrebbe molto fruttato all'avversario di Antonio.

Purtroppo inattendibile sulla battaglia un DVD da History Channel satellitare su Antonio e Cleopatra, DVD che deliberatamente tralascia qualsiasi considerazione sulla strategia e la tattica della battaglia e le più rilevanti ipotesi storicistiche, eludendo persino la ricostruzione di torri sui modelli delle navi. La cosa, gravissima, è però bilanciata dall’ottima analisi scientifica della costruzione dei rostri (enormi), sulla base del rostro di Athlit, e dall’efficace ricerca archeologica sul monumento della augustea Nicopoli.

 

FIG. Moneta di Pompeo Magno con nave da guerra.


 

FIG. La battaglia in Viereck (op. cit.) e Rodgers (cit.).

LE FLOTTE DI ANTONIO E OTTAVIANO NEL RAPPORTO IN SCALA.

a) LA FLOTTA DI ANTONIO

3 CT. [25] DECARES equipaggio inesperto, 4 torri, 2 macchine d'artiglieria (1 a prua, 1 a poppa), 3punti di marinai lanciaproiettili, 13punti di marinai principali [26], vele maestre.

1 CT. NOVARES equip.inesperto, 3 torri, 2 macchine d'artiglieria (1 a prua, 1 a poppa), 2punti di marinai lanciaproiettili, 10p. marinai principali, vele maestre.

1 CT. OCTARES equip.inesperto, 2 torri, 1 macchina d'artiglieria a prua, 1p. di marinai lanciaproiettili, 9p. marinai principali, vele maestre.

5 (3) [27] CT. HEPTERES equip.inesperto, 1 torre, 1 macchina d'artiglieria a prua, 1p. di marinai lanciaproiettili, 8p. marinai principali, vele maestre.

5 (3) CT. SEXTERES equip.inesperto, 1 torre, 1 macchina d'artiglieria a prua, 7p. marinai principali, vele maestre.

3 CT. QUINQUEREMES equip.inesperto, 1 torre, 5p. marinai principali, vele maestre.

2 (1) CT. QUADREMES equip.inesperto, 1 torre, 4p. marinai principali, vele maestre.

4 (0) QUADREMES equip.inesperto, 1p. marinai principali, 1p. di marinai lanciaproiettili.

4 (0) CT. TRIREMES equip.inesperto, 1punto di marinai lanciaproiettili, 1p. marinai principali.

12 (0) TRIREMES equip.inesperto, 1p. marinai principali.

 

FIG. Medaglione di epoca imperiale con nave da guerra.


 

FIG. Ipotesi del Viereck sulle biremi- liburne di Agrippa ad Azio.

 

 

 

 

 

FIG. Ipotesi di liburne al Museo della Civiltà Romana (la 2. in base a un modello raffigurato sulla Colonna Traiana)

 

b) LA FLOTTA DI OTTAVIANO

1 CT. OCTARES equipaggio mediocre, 1 torre, 2 macchine di artiglieria a prua, 2p. marinai lanciaproiettili, 6p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari e mani di ferro.

6 (3) CT. QUINQUEREMES equip.mediocre, 1 torre, 1 macchina artiglieria a prua, 1p. marinai lanciaproiettili, 3p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari e mani di ferro.

1 QUINQUEREME equip.mediocre, 1 macchina artiglieria a prua, 3p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari e mani di ferro.

4 CT. QUADREMES equip.mediocre, 1 macchina artiglieria a prua, 1p. marinai lanciaproiettili, 3p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari e mani di ferro.

1 QUADREME equip.mediocre, 1p. marinai lanciaproiettili, 2p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari e mani di ferro.

5 CT. TRIREMES equip.mediocre, 1 macchina artiglieria a prua, 2p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari e mani di ferro.

4 (1) TRIREMES equip.mediocre, 1p. marinai lanciaproiettili, 1p. marinai principali, proiettili incendiari.

8 (4) LIBURNE equip.mediocre, 1p. marinai lanciaproiettili, 1p. marinai principali, recipienti incendiari, proiettili incendiari.

Le navi di Ottaviano si dispongono dopo quelle di Antonio.

Devono essere usate le regole sulle armi incendiarie,  su mani di ferro, sul tempo e sulle vele. Il vento è brezza da nord- est. Il mare è calmo. Non c'è corrente d'oceano, ma la marea si abbassa a sud. Fino al primo contatto, solo remi, niente vele. Poi brezza da nord- est. Al 7° turno, brezza da nord- ovest. Tutte le altre regole sono facoltative.

 

FIG. Medaglione di epoca imperiale con nave da guerra.


IL NUMERO DELLE NAVI NELLE FONTI.

Generalmente i testi specialistici attribuiscono alla battaglia navale di Azio 400 navi per parte. Non si segue cioè rigidamente Plutarco che attribuisce ad Antonio almeno 500 navi, di cui molte octares e decares, e 250 ad Ottaviano, meno grandi.

Ma lo stesso Plutarco specifica che Antonio distrusse delle sue navi egizie le minori, tenendone solo 60 delle maggiori, e quelle dalle triremi alle decares le attrezzò e organizzò nel modo migliore, nonostante la carenza di equipaggi e rematori, imbarcando 10.000 opliti e 2.000 arcieri (aveva nella flotta 20.000 opliti [legionari] e 10.000 arcieri secondo Francis Chamoux, "M. Antonio", Milano 1988, che attribuisce ad Antonio per lo più decares). Per i numeri, cfr. Leroux pp.37-43. “Ai legionari si accompagnavano arcieri e frombolieri – dalla parte di Antonio erano 2000 - per i quali furono costruite apposite torri a prua e a poppa delle navi” (Grant, p.238). Forse 37.000 i legionari sulle più numerose navi di Ottaviano (Ibid.). In definitiva nella battaglia, data la carenza di equipaggi e rematori per i quali bruciò le navi minori, Antonio avrebbe avuto 230 navi (comprese le 60 di Cleopatra) contro le 400 di Ottaviano.

 

Le navi di Ottaviano erano più piccole, ma molto più agili e meglio equipaggiate ed attrezzate.

Secondo le interpretazioni più accreditate Antonio aveva continue defezioni sia di truppe che di generali e si risolse a dar battaglia contando sulla potenza delle sue grandi navi, in grado comunque di ben manovrare per assaltare, e sulla manovra d'accerchiamento combinata con l'opera della brezza.

La 1. fase della battaglia (quella d'attacco) si svolse secondo il piano di Antonio e Cleopatra. La sinistra e la destra della linea di Antonio si allargarono per avvolgere la linea cesariana; la quale dovette per reazione distendersi e retrocedere. Poi, fra la destra e il centro di Antonio si aprì una breccia, per la quale avanzarono le 60 navi di Cleopatra, fino allora rimaste in seconda linea. Subito dopo avvenne che le 60 navi di Cleopatra presero il largo verso sud, abbandonando il campo seguite da Antonio con parte (40 navi) della destra. In tutta questa seconda fase della battaglia le incognite della iniziativa di Cleopatra, di quella di Antonio o della defezione dell'ala sinistra di Antonio comandata da Celio Sosio influisce non tanto sullo svolgimento dei singoli combattimenti già impegnati tra le navi o sulla tattica delle singole formazioni già coinvolte nello scontro, quanto sulla situazione di incertezza e di soluzione strategica che si andava delineando in tutta la parte finale della battaglia. E' infatti comunemente accettato che "la soluzione della battaglia non fu tattica, ma dipese, comunque, da fattori di ordine diverso: i quali si connettono con il complesso delle relazioni fra Antonio, Cleopatra e Ottaviano. Appunto per ciò gli effetti della battaglia si concretarono solo un anno dopo, ma sempre attraverso le ripetute defezioni degli antoniani". Questa tesi è ormai accolta con varie sfumature da tutti i testi moderni [28].

Il Rougé (cit, p.126) ricorda come Agrippa faccia costruire per Ottaviano a Miseno (portus Iulius, lago Lucrino), per la guerra contro Sesto Pompeo erede di Pompeo, molte grandi navi, quinqueremi e hexeres, equipaggiate d'artiglieria e riproponendo la tattica di Duilio a Milazzo, non tanto per i corvi, quanto per il grappinaggio e l'abbordaggio con la superiorità della fanteria imbarcata. Il totale della flotta, comprese però le più piccole biremi e triremi, sarà di 362 navi, con le quali a Nauloco Agrippa e Ottavio sconfiggeranno le 200 navi di Sesto Pompeo.

Riguardo alla battaglia di Azio, il Rougé osserva (Ibidem, p.127): "Sia in Plutarco che in Cassio Dione (LI, 1-9) si ha l'impressione di una riedizione al contrario della battaglia di Nauloco... Una tesi della battaglia di Azio sostiene che Agrippa e Ottavio avrebbero abbandonato la precedente flotta di portus Iulius, di grandi navi, per una nuova di piccole unità, mettendo avanti le liburne che saranno così importanti durante l'impero. Ma un'altra tesi, esposta la prima volta da W.Tarn (The Battle of Actium, cit., pp.173-199), sostiene che ad Azio la flotta di Ottaviano era la medesima che a Nauloco, basandosi su Floro (II, 21; epitomatore del II sec. d.C.) che parla, per la flotta di Ottavio ad Azio, di navi dalla bireme alla sei ordini. Ma Rougé non vede, giustamente, grande contrasto tra le affermazioni di Plutarco e quelle di Floro, perché "la sproporzione tra una 5 o una 6 e una 9 o una 10 è pur sempre come quella tra una 6 e una tre ordini"; e in definitiva "la flotta di Ottavio era comunque formata da navi di tonnellaggio inferiore a quella di Antonio". "Parrebbe oltretutto- credendo alla tradizione- che il risultato dipese più dalla fuga di Cleopatra che dal talento navale di Agrippa" (Rougé, cit., p. 128).

Il Morrison (The Roman Imperial Fleets, pagg. 47-50, in "NATIONAL MARITIME MUSEUM, THE SHIP - Long Ships and Round Ships. Warfare and Trade in the Mediterranean, 3000 BC-500 AD",  London, Her Majesty's Stationery Office, 1980) dice che la flotta presa ad Antonio dopo Azio, fu inviata a Forum Julii (Frejus). Ma solo temporaneamente. 250 navi ognuna le classe pretoriae di Misenum e di Ravenna. Riguardo ai nomi e ai tipi di navi riconoscibili nelle iscrizioni e in altri documenti tramandati, il Morrison elenca queste risultanze: porto imperiale di Misenum (Napoli): 87 nomi conservati (il numero tra virgolette indica l'ordine di remi, cioé il tipo della nave): "Ops", una "6"; una "5"; 10 "4", 53 "3", 13 liburne, 9 non riconoscibili; porto imperiale di Ravenna: 33 nomi: due "5", sei "4", 20 "3", 3 liburne. Altre navi senza indicazione di base: una "6" (forse l'ammiraglia di Ravenna), tre "4", 18 "3" e 7 liburne [29].

Le flotte provinciali erano di liburne con una "3" ammiraglia.

Giovanni Forni (ESERCITO E MARINA DI ROMA ANTICA. Raccolta di contributi. MAVORS- ROMAN ARMY RESEARCHES. VOL.V. Deutsche Bibliothek, STUTTGART 1992) si sofferma sul reclutamento delle legioni da Augusto a Diocleziano: Limes e Province- Classis Ravennas (ordinamento e impiego- Dalmazia e flotta di Ravenna)- Diplomi militari (Dacia romama- I diplomi militari dei classiari delle flotte pretorie : inclusi i diplomi dei classiari-legionari, pag. 419-451). A noi possono interessare i riferimenti ai classarii appunto (i fanti di marina). A pag. 422 Forni parla della quadriere Ope (Ops) di Miseno.  Nelle pp. 422-426 analizza le massicce concessioni speciali a classarii di Miseno e Ravenna: congedo, cittadinanza romana, trasferimento (es: leg.di terra X Fretense). Ed è interessante per il periodo di Nerone, Galba e Vespasiano (dal 68 al 71 d.C.) in rapporto a una questione insoluta: la presenza o meno di una importante base di classiari (fanti di marina, marinai della flotta imperiale) anche a Ostia e Portus (Fiumicino) oltre che a Miseno e Ravenna (anche solo per i 1000 marinai che servivano a gestire il velarium del Colosseo [30]). Non si può in realtà non essere d'accordo oggi con Ascani sull'esistenza di tale "caserma" a Portus.

Azio2003: videoclip da telenovela TV su Cleopatra (file sicurissimo nonostante gli avvisi di danneggiamento e di virus_-forse data la qualità della telenovela!).

LE TESI SULLA STRATEGIA DELLA BATTAGLIA.

Inizialmente il generale dell'esercito di Antonio sulla terraferma, Canidio Crasso, sosteneva la tesi dello scontro terrestre perchè basato su una maggiore forza del'esercito di terra di Antonio e sulle indubbie superiori capacità del condottiero romano nelle tattiche terrestri [31]. Cleopatra sosteneva invece la tesi dello scontro navale perchè il risultato sarebbe stato più completo e risolutivo, eliminando non solo la flotta nemica ma accerchiando anche a terra (nel promontorio a nord di Azio), come su un'isola, l'esercito di Ottaviano. Dobbiamo fare una considerazione sulla tesi proposta da Cleopatra e poi risultata prevalente nel consiglio di guerra di Antonio. Per Cleopatra, la superiorità navale di Antonio doveva essere "automatica" non certo per le capacità tattiche del generale romano ma già per la semplice quantità delle navi più grandi nella flotta antoniana, cioè per la qualità bellica delle sue poliremi. E' probabile che le superiori dimensioni e i massicci armamenti delle navi di Antonio (elemento evidente anche nelle fonti antiche) spingessero Cleopatra a vedere come impossibile una sconfitta navale (come infatti fu, senza nessuna vittoria risolutiva tra le due parti) e che già una forzatura del blocco avrebbe dimostrato la pochezza della flotta di Ottaviano di fronte a quella orientale, ridicolizzando un nemico inferiore sia per nerbo di navi che per forze di fanteria.

Certo il reale svolgimento della battaglia (lo scompaginamento e sfondamento del blocco di Ottaviano, uscendo dal golfo di Ambracia e dirigendo verso sud) non si concilierebbe con il più vasto obiettivo di Cleopatra (assediare o logorare le forze di Ottaviano a terra), perchè fu proprio la regina, per prima, ad abbandonare il campo di battaglia e il promonorio della futura Nicopoli col campo di Ottaviano. Qui gli elementi che ci potrebbero aiutare a trovare una spiegazione sono due:

A) o la storica reazione delle più piccole liburne [32] di Agrippa impedì il realizzarsi del piano dell'ala destra di Cleopatra e Antonio di accerchiare e mettere in rotta la sinistra di Ottaviano;

B) oppure la tesi del tradimento della sinistra di Antonio trova conferma proprio in questo cambiamento di fronte della battaglia, con Cleopatra che volge a sud e si ritira (non "fugge") seguita dalla destra di Antonio.

Una terza tesi- neanche in contrasto con la seconda su una ritirata in buon ordine di Cleopatra- e cioè lo sfondamento del blocco di Ottaviano per una riunione dei due amanti a sud in vista di una guerra ancora tutta da combattere e da decidere, ci pare ugualmente attendibile. Se in realtà il piano di Antonio e  Cleopatra non era quello di una supremazia in combattimento navale che fosse premessa al logoramento dell'esercito di Ottaviano a terra, bensì quello di un accordo tra Antonio e la regina per ritrovarsi- una volta forzato il mediocre blocco di Ottaviano- lontano da Azio, è indubbio che il piano dei due amanti sul momento riuscì, escludendo comunque una loro intenzione di rapida vittoria (anche con uno scontro navale). Esclusa tale intenzione, Cleopatra avrebbe insistito per lo scontro navale al posto di quello terrestre non solo per la superiorità di mezzi navali ma anche per la facilità di sganciamento in tal modo attuabile (pur sacrificando parte di tali mezzi, e per l'esattezza una parte non decisiva della flotta, se le perdite in battaglia furono solo di 5000 morti- al di là delle 300 navi dichiarate da Ottaviano successivamente come catturate forse solo in seguito a defezione [33]).

 

FIG. MEDAGLIONE CON  NAVE DA GUERRA ROMANA

L'esercito di terra con P. Canidio doveva seguire successivamente regina e generale dalla Tracia in Asia, tanto più che già le numerose defezioni degli antoniani avevano dissuaso persino Canidio dal consigliare il confronto decisivo a terra usando la superiorità schiacciante degli opliti delle legioni.

Anche M.Grant (cit., pp.237 sgg.), pur con ondeggiamenti, propende per lo “sganciamento” via mare.

“Antonio aveva ordinato di tenere le vele a bordo delle navi, seppure smontate [esse erano un peso comunque inutile o dannoso in battaglia]… Per le antiche navi mediterranee a vela quadrata era praticamente impossibile navigare contro vento. Ma Antonio sapeva che ogni pomeriggio da ovest-nord-ovest si levava una brezza vivace, nota col nome di maestro. Una volta che la brezza avesse cominciato a soffiare, egli e Cleopatra si proponevano di servirsene per allontanarsi, scendendo prima lungo la costa della Grecia, per poi girare intorno alla parte più meridionale del Peloponneso. La destinazione finale sarebbe stato l’Egitto, che spesso aveva protetto i Tolomei dai loro avversari e che costituiva la base migliore per le future operazioni. Nel frattempo Canidio Crasso si sarebbe diretto verso oriente per terra, costeggiando la zona settentrionale del mare Egeo fino a raggiungere l’Asia Minore. Canidio aveva già ricevuto direttive segrete che gli ingiungevano di mettersi in marcia non appena avesse visto che Antonio e Cleopatra avevano rotto il blocco e guadagnato il largo.  Ma le decisioni prese al consiglio di guerra furono subito riferite a Ottaviano, perchè uno dei partecipanti disertò e raccontò la situazione e i propositi di Antonio. Il disertore era Dellio. Egli si sentiva in pericolo per l’ira di Cleopatra, disse, a causa della pesante allusione che egli stesso aveva fatto intorno al mancato arrivo di rifornimenti di vino decente [a un banchetto di Cleopatra a Patrasso Dellio aveva lamentato che dovessero bere vino ormai fortemente acetoso, mentre a Roma un paggio della corte di Ottaviano, di nome Sarmento, poteva procurarsi i vini italici delle migliori annate - Plut. Antonio 59,4] ; e aggiunse che un medico lo aveva informato che la regina meditava di farlo assassinare” (Grant, p.237).

All’inizio della battaglia, l’ampliamento della linea di navi di Ottaviano sui lati e il suo attirare più verso il largo le navi di Antonio per lì meglio circondarle, assottigliarono ancor più gli schieramenti centrali: e lì potè subito passare- sganciandosi- Cleopatra con le sue 60 navi, attraversando le linee sia di Antonio che di Ottaviano (Plut., Antonio 65,5; Grant, 239). Tutto già preordinato con Antonio, secondo Grant. E anche Antonio si sganciò come previsto, ma non si sarebbe aspettato che le altre sue navi delle prime linee non lo seguissero in blocco, dopo l’affondamento di 30 o 40 di esse ad opera di Ottaviano. Se la maggior parte si ritirò di nuovo nel golfo di Ambracia fino all’indomani per poi arrendersi [34], secondo Carter (p.224) e Grant (p. 240)[35] un numero adeguato di navi da guerra seguì Antonio e Cleopatra fino a Capo Taenarum e fino all’Africa.

Secondo Velleio Patercolo la battaglia di Azio era stata decisa già molto tempo prima di essere combattuta (egli non lo spiega espressamente ma intende: con l’esperienza navale di Agrippa, la conquista delle basi e dei rifornimenti principali, la scelta di navi numerose e veloci). Sulla base di questa impostazione, secondo Grant (cit., pp.241 sgg.) la battaglia in realtà fu decisa (e assegnata alla storia per importanza) abbastanza dopo essere stata combattuta. Anche noi propendiamo per questa tesi. “Miti” propagandistici furono subito sviluppati dalla parte augustea, E IN PARTICOLAR MODO DA POETI E INTELLETTUALI DELL’ETA’ AUGUSTEA (“tutto lo splendore del linguaggio augusteo fu mobilitato per assicurare l’accettazione di tali versioni”, Ibid. p.242.; Virgilio, Orazio e Properzio furono in prima linea). “Azio doveva essere fatta apparire, retrospettivamente, come un grande confronto navale”. Purtroppo il Grant non si sofferma minimamente né sulla propaganda di Augusto già dalla prima notte dopo la battaglia, né sui risvolti “militari”, di forze in campo e di adeguatezza delle navi, relativi alla battaglia stessa. Certo questi risvolti promuovono Agrippa come uno dei più grandi ammiragli (allenato dalle sperienze cesariane e dalla guerra a Sesto Pomepo), con scelta adeguata di navi veloci, macchine incendiarie e tattiche tra il piratesco e lo scientificamente preordinato. Ma le caratteristiche delle navi di Antonio e Cleopatra giocano il ruolo determinante per la “non sconfitta” in battaglia della flotta antoniana. Orazio (Odi I,37) fu molto inesatto sull intera flotta della regina Cleopatra “in fiamme”: secondo Grant (Ibid. p. 300 n.42) ciò non valeva neppure per le navi di Antonio. E’ certo estremamente improbabile trovare riscontri archelogici su resti delle navi affondate in battaglia, anche se il 2 gennaio del 1994 negli USA il prof. William Murray della Florida comunicò a Washington, al convegno dell’Americam Institute of Archaeology, la scoperta nel Mare Ionio di resti della flotta di Antonio e Cleopatra affondata ad Azio. Ma fu forse detto solo per avere fondi per costosissime ricerche con sottomarini. A tutto l’anno 2000 non si è saputo più nulla.

 

Articolo di Repubblica del 2/1/1994 sul presunto ritrovamento

Abbiamo già esposto le due teorie storiografiche moderne scientificamente accettabili sull'epilogo immediato della battaglia. Il mistero storico che comunque rimane è perché mai Cleopatra e Antonio avrebbero preso eventualmente una decisione anticipata di sganciamento. Ciò pare certo strano, perché la superiorità militare di Antonio sia a terra (19 legioni, 100.000 soldati solo tra i legionari- Romani veterani, Macedoni, Galati, Siriani [36] - e 20.000 cavalieri, oltre ai molti re ellenistici e dell'Asia Minore alleati, contro gli 80.000 fanti e 20.000 cavalieri di Ottaviano), sia in mare (le 500 navi da guerra già ricordate, dalle triremi alle decares, e soprattutto grandi decares e octares [37] con torri ben armate, contro le 250 navi molto più piccole di Ottaviano) era ancora schiacciante, pur senza calcolare la valentìa e la genialità tutta cesariana del loro generale. Solo un alto numero di defezioni recenti o ancora in atto poteva spingere alla decisione preordinata di sganciarsi e allontanarsi col resto delle forze. In questa constatazione (malintesi di Antonio con i suoi ufficiali o tradimenti) purtroppo il Tarn (JRS 1931, pp.173; 1938, pp.165 sgg.) è abbastanza isolato nella critica recente, di contro a G.W.Richardson (JRS 1937, pp.153 sgg.), Kromayer, Leroux e Syme; che tuttavia sottolineano – pure di contro a Tarn - che Antonio non volesse fare un’azione decisiva.

 

FIG. Medaglione romano che conferma la 10 ordini (decemremis) secondo Viereck.

Ma sempre in tale contesto sarebbe più credibile la teoria del tradimento dell'ala sinistra di Antonio [38], che spinse subito Cleopatra alla fuga verso sud e Antonio a seguirla con 40 navi della propria ala destra. Tuttavia un simile tradimento nella flotta antoniana avrebbe determinato una sconfitta in battaglia più marcata e rapida, a meno che non sottolinei ancora, anche in questo frangente, l'inespugnabilità delle fortezze galleggianti di Antonio. In effetti, nonostante la tesi del tradimento, il Syme evidenzia perdite di uomini tutt'altro che rilevanti e le difficoltà maggiori, anche per la storiografia augustea, a celare questo fattore determinante; mentre vi fu un numero molto ridotto di perdite in battaglia, quantità "di sangue romano risparmiato" e lavorìo intenso, nei giorni successivi, per le condizioni di resa dei veterani. Riguardo al celare il tradimento, Orazio ne parlerebbe comunque e il trattamento di favore usato verso Sosio sarebbe stato ben mascherato con finto processo e con l'intercessione di Arrunzio, ammiraglio del centro della flotta di Ottaviano ad Azio, mentre gli altri seguaci di Antonio processati con lui furono giustiziati. Rimane però ancora più esauriente, nell'ambito di eventuali macchinazioni oscure o alterazioni propagandistiche di Ottaviano, seguirne i risultati e i riflessi dall'allontanamento di Antonio e Cleopatra in poi, e fino a un lungo periodo successivo in cui la propaganda di Cesare Ottaviano lavorò sulla mistificazione di alcuni dati della battaglia: il ben riuscito sganciamento deformato come "fuga", "tradimento" (prima della regina e poi di Antonio nei confronti dei suoi stessi veterani), "viltà", "accecamento per amore", ecc. (termini propagandistici ben accolti anche da Plutarco); la tronfia magnificenza delle navi di Antonio contrapposta alla sobria efficienza bellica delle più piccole navi di Agrippa (piuttosto che non l'invincibilità delle fortezze galleggianti di Antonio)[39]; e così via dicendo.

Una abile azione propagandistica di Ottaviano fin dalla notte seguente la battaglia aumentò le defezioni dal campo di Antonio (tanto da mettere a rischio la vita stessa di Canidio), diffondendo per lo più artificiosamente e amplificando il discredito dei veterani per un generale irretito da una regina lussuriosa e portato lontano dal suo vero posto, che era al fianco dei soldati più fedeli. Lo sganciamento via mare poteva comunque avvenire al massimo con quinqueremi o sexteres, perchè le navi maggiori di Antonio (hepteres, octares, novares, decares) non potevano, nè per la loro normale velocità nè per l'appesantimento degli armamenti, allontanarsi verso sud tranquillamente [40]. Era forse preordinato che tale parte meno mobile della flotta restasse, sia per vittoria sia in caso di "stallo" (parità), nell'insenatura di Azio (nel golfo di Ambracia).

Accettiamo pure (dato comunque il reale, successivo svolgimento dei fatti e la indimostrabilità del progetto di una rapida vittoria navale con conseguente accerchiamento delle forze di Ottaviano a terra da parte di Antonio) la tesi che intenzione di Cleopatra e Antonio fosse quella di sganciarsi da Ottaviano, notevolmente inferiore per quel che concerneva soprattutto la flotta (ma non comunque per la capacità politica ed economica di far defezionare fanti e generali di Antonio). E tutto ciò indipendentemente dal fatto che anche Plutarco, con logico "senno del poi", evidenzi la superiorità degli equipaggi di Agrippa e i loro ranghi completi di contro alla troppo grande flotta di Antonio. Accolta tale tesi, e indipendentemente che il progetto di Antonio e della regina riuscisse o no nel migliore dei modi, una volta appurato che (anche in molte delle fonti più antiche) NESSUNA DELLE DUE PARTI ebbe vittoria risolutiva o danneggiò a tal punto l'avversario da condizionarne in modo decisivo, durante la battaglia, la funzionalità e la manovrabilità delle rispettive navi, ci resterebbe solo da esaminare proprio la funzionalità di tali navi così differenti nelle dimensioni, negli armamenti e nelle relative tattiche.

I due aspetti diversamente interpretabili in tale situazione rimarrebbero ancora:

1) la fuga più o meno effettiva, o lo sganciamento, prima di Cleopatra e poi di Antonio, dallo specchio di mare della battaglia, fosse o no rispondente a un piano preordinato, a un impulso improvviso ed emotivo o a una impressione di sconfitta legata a problemi di tradimento di parte della flotta;

2) l'impressione di fuga data comunque al nemico; cioè il sentimento di vittoria o di attesa o di pausa proficua che Ottaviano seppe amministrare e sfruttare dall'epilogo della battaglia in poi, a seguito del comportamento di Antonio e Cleopatra; o meglio, se tale epilogo fu in qualche modo preordinato o direttamente architettato e messo in opera durante la battaglia o solo propagandisticamente alterato dalla pubblicistica di Ottaviano già subito dopo la battaglia, dando i suoi effetti da lì a un anno.

Abbiamo però detto che si tratta di due aspetti variamente interpretabili, che non mutano molto il reale svolgimento dei fatti. Ad esempio, le differenti funzioni e qualità delle più piccole navi di Agrippa e delle più grandi di Antonio saranno da noi considerate e valorizzate per quelle che erano le effettive caratteristiche dei vari tipi di nave e i loro relativi pregi nel combattimento. E' il massimo che una ricostruzione realistica possa concedere.

Che quella di Antonio e Cleopatra fosse fuga da panico o intenzione preordinata di tornare alle proprie basi orientali; che Ottaviano abbia organizzato un tradimento nella squadra navale di Antonio o solo sfruttato propagandisticamente una "non vittoria" navale degli avversari, pur così superiori sulla carta; sono cose che muterebbero qualcosa persino negli orizzonti superiori, più altamente storici, della spiegazione dell'evento bellico, SOLO se si accettasse la tesi dell'incidenza tattica immediata del tradimento dell'ala sinistra di Antonio durante la battaglia. In caso diverso, lo svolgimento in sè della battaglia avrebbe nelle fonti e nelle ricostruzioni più moderne, oltre che negli elementi di ricostruzione e strategia navale da noi forniti, tutti gli elementi credibili e realistici per una simulazione esauriente. E questa ultima (persino con la variante del tradimento dell'ala sinistra) noi vogliamo proporre.

 

FIG. Grande nave da guerra con almeno 8 torri. Incisione del I sec. a. C. Musei di Berlino.

a) DIFFERENTI CARATTERISTICHE DELLE NAVI DELLE DUE FLOTTE E TATTICA DELLA BATTAGLIA.

Per quel che riguarda l'ultima grande battaglia con poliremi dell'antichità, cioè quella di Azio, ci pare interessante analizzare una nostra [41]  ricostruzione della battaglia per alcune considerazioni relative ai tipi di navi, ai loro armamenti, alle tattiche navali e a singoli aspetti che caratterizzavano il combattimento.

Tali caratteristiche, da noi sottolineate, emergono sia dalle fonti antiche che dalle ricostruzioni moderne più attendibili, anche se queste ultime contrastanti tra loro per alcuni aspetti non di tattica specifica quanto di strategia complessiva dei contendenti.

Riassumendo cose già dette, le due teorie moderne più suffragabili affermano:

a) Cleopatra e Antonio volevano soltanto rompere il blocco navale e terrestre attuato da Ottaviano, e conseguirono lo scopo;

b) l'allontanamento di Cleopatra si dovette al tradimento della sinistra di Antonio [42].

Il Syme sottolinea gli aspetti del tradimento nelle file di Antonio sia prima che durante la battaglia ed evidenzia, così come il Ferrero, cit., pag. 172, i buoni lassi di tempo intercorsi:

1) tra l'inizio e la fine della battaglia, con la resa delle navi di Antonio;

2) tra le varie defezioni e la resa delle legioni di terra dopo l'allontanamento di Antonio e Cleopatra dallo specchio di mare della battaglia;

3) tra la preparazione propagandistica della battaglia da parte di Ottaviano e il coglierne i frutti nei giorni e nei mesi successivi, facendola passare per una battaglia acerrima e decisiva, cosa che assolutamente non fu. Ma gli effetti appunto propagandistici furono tali che essa, fatta passare per una grande battaglia in piena regola e storicamente gloriosa, si tramutò realmente in "una vittoria completa e definitiva" per le legioni e le navi che Ottaviano tolse, quasi senza combattere, all'avversario (Syme, pag.299). La scarsa simpatia del Syme verso la figura di Ottaviano nel suo volume si concilia qui con lo scarso valore militare che il futuro Augusto aveva, sia in terra che in mare, nei confronti di un Marco Antonio. Ma Ottaviano aveva a capo della sua flotta un ammiraglio abilissimo e valente quale Agrippa.

Il Syme ha comunque ragione perchè troppo velocemente, già prima e immediatamente dopo la battaglia, le legioni che Antonio aveva faticato a reintegrare e addirittura ad aumentare al numero di 30 (19 con Canidio sulla terraferma ad Azio, le altre 11 di presidio più a Oriente) si ridussero, disertando o passando con Ottaviano; non si può non pensare a un'opera più vasta di corruzione, di propaganda e di defezione organizzata e preordinata da Ottaviano sia in terra che in mare [43].

 

FIG. Medaglione di epoca imperiale.

La nostra ricostruzione prende in considerazione entrambe le possibilità delle tesi a) e b) precedenti, quasi come in una terza linea di interpretazione intermedia, in quanto, pur propendendo più per la tesi a), ci riesce sempre difficile credere che tutti gli sforzi fatti da Antonio per attrarre Ottaviano sulla costa greca in un confronto diretto, navale o terrestre che fosse, devesse preordinatamente risolversi in uno sganciamento con forzatura del blocco; e pensiamo questo nonostante la veloce e allarmante estensione delle diserzioni, delle carestie e delle defezioni tra gli antoniani. E' d'altra parte facile ribadire l'osservazione del Kromayer (in Hermes, XXXIV -1899- pag.1 sgg.)  -contro la tesi b) legata a una intenzione di vittoria e non di sganciamento- che Antonio era già stato duramente sconfitto (guidando la flotta il suo ammiraglio Sosio) in grande battaglia navale dall'ammiraglio di Ottaviano, Agrippa, notevolmente più bravo e invincibile (Dione, 50, 14, 1sgg.); e che inoltre erano già fallite importanti operazioni militari terrestri di Antonio contro il campo di Ottaviano, nonostante la superiorità numerica delle legioni di Antonio. Dando quindi per plausibile (vuoi per arginare ulteriori defezioni, vuoi per improvvisi problemi interni all'esercito di Antonio che ne condizionavano un disciplinato svolgimento di operazioni navali e terrestri financo nella figura dei generali) anche la tesi di intenzioni di vittoria (cioè di scontro risolutivo) probabilmente inficiate da forme di tradimento già nel corso della battaglia, vediamo come si giustifica il nostro metodo di conciliare le due interpretazioni suesposte alla luce degli argomenti di tattica navale che devono suffragare la nostra ricostruzione.

Abbiamo già detto che, rispetto alle due tesi storiografiche principali sullo svolgimento della battaglia, una terza linea mediana d'interpretazione è da noi seguita, non sulle tracce del Ferrero o del Syme, che meno si soffermano sulla battaglia, quanto sull'analisi delle altre fonti più specialistiche. Tale terza interpretazione tiene conto degli elementi principali delle altre due. Ridimensioniamo però moltissimo la tesi della ricerca da parte di Antonio e Cleopatra di una battaglia risolutiva compromessa solo all'improvviso da una defezione all'ala sinistra. Anche se quest'ultima si realizzò, era il clima immediatamente precedente alla battaglia, con la conseguente mutazione d'idea anche in Canidio (Plut., Antonius 63), a predisporre una battaglia non intesa come scontro decisivo. Tale battaglia sarà stata invece a priori volta:

1) alla forzatura del blocco di Ottaviano;

2) allo stallo (nella peggiore delle ipotesi) del combattimento, per l'invincibilità delle fortezze galleggianti di Antonio;

3) a una intuizione, anche in Cleopatra, di eventuali e improvvise difficoltà tattiche o defezioni, che la spinsero a predisporre la fidata quinquereme che doveva subito raccogliere Antonio e un piano preordinato di fuga verso le basi del Peloponneso;

4) a una logica sottovalutazione della pericolosità della più piccola flotta di Ottaviano; sottovalutazione che, qualitativamente motivata (ed evidente, da parte di Cleopatra e di Antonio, persino in Plutarco), è quella che, secondo noi, fa escludere in Cleopatra e in Antonio che lo scontro con una tale flotta potesse rappresentare un confronto militare risolutivo.

Per spiegare meglio questo nostro paradossale ragionamento, diciamo che in nessun caso, secondo Antonio e Cleopatra, la flotta di Ottaviano poteva rappresentare un avversario pericoloso con cui confrontarsi in modo risolutivo. E ciò dipendeva proprio dalla costituzione medesima delle differenti flotte unita all'effettivo svolgimento tattico della battaglia così come risulta in tutti i testi antichi e moderni.

Tutto questo non deve far dimenticare l'effettiva entità delle forze in campo, col dovuto riconoscimento del valore degli quipaggi delle navi di Agrippa. Ma non deve nenanche far sopravalutare, con l'esaltazione "augustea" della flotta vincitrice (sic!)- apologia a cui non si sottrae lo stesso Plutarco- le doti della flotta di Agrippa, che furono eccezionali solo nella misura in cui riuscirono a "infastidire" pesantemente le navi di Antonio, fino a incendiarne e fino alla fuga demoralizzante dello stesso Antonio. Quest'ultima notizia spinse molte poliremi antoniane a ritirarsi mestamente, dopo molte ore, a fine battaglia, nel golfo di Ambracia.

 

FIG. La cosiddetta bireme prenestina, una 11 o 12 ordini romana del bassorilievo di Palestrina (Musei Vaticani).

b) IL NUMERO DELLE NAVI NELLA NOSTRA RICOSTRUZIONE.

La cifra di 400 navi per parte, attribuita dalla storiografia moderna alla battaglia, non ci pare più realistica delle 500 navi che Plutarco contrappone nella flotta di Antonio alle 250 di Ottaviano. Tanto più che Plutarco fa ridurre ad Antonio il numero delle sue navi non solo incendiando le meno grandi della flotta egizia (che rimase con 60 navi più grandi), bensì attrezzando efficacemente per la battaglia solo quelle dalle triremi in su, fino alle decares (ognuna con 600 rematori), e rimanendo nel complesso una carenza di marinai e rematori nella grande armata di Antonio, carenza che certo compromise l'allestimento completo e definitivo della flotta.

La quale flotta, con navi di tali dimensioni, bisognose di massa enorme di vogatori ed equipaggi di coperta (avevano portato, su ordine di Antonio- anche le vele per un eventuale utilizzo) [44] non aveva comunque abbastanza organici anche senza defezioni ed epidemia.

Le navi di Ottaviano, oltre ad essere più piccole e veloci (non erano le più massicce, tipiche poliremi orientali, bensì venivano, con velocità di spostamenti nell'Adriatico, dall'Italia e dell'Illiria) erano meglio equipaggiate e proporzionalmente armate [45], con gli effettivi al completo ed equipaggi più adeguati.

Riducendo quindi a 400 le effettive navi di Antonio (anche escludendo le 60 di Cleopatra, che non presero parte al combattimento) e portando a 300 (con le numerose e caratteristiche liburne illiriche, che si addenseranno in 4 contro ognuna delle più grandi navi di Antonio) la flotta di Ottaviano, sempre in scala 1:10, siamo convinti di rispettare massimamente le proporzioni e le cifre delle fonti sia antiche che moderne.

c) LA DESCRIZIONE DI PLUTARCO.

Ci sembra che Plutarco (Vite parallele, Demetrio e Antonio, 61- 69) sia il più attendibile tra le fonti antiche per la descrizione della battaglia.

Ciò per vari motivi. Innanzitutto la localizzazione in Grecia della battaglia (e Plutarco è scrittore greco) con l'importanza dell'impero orientale di Antonio e Cleopatra soprattutto per quelle città greche di cui Plutarco fu esponente culturale di spicco, nonchè i particolari che lo scrittore dice aver udito raccontare dal bisnonno, testimone di avvenimenti ad Anticira proprio nei giorni della battaglia. Inoltre il racconto della battaglia in Plutarco è più esteso di quanto sarebbe da attendersi se lo scrittore non avesse avuto una notevole quantità di documentazioni e informazioni. Per quel che riguarda in particolare elementi decisivi della nostra e di altre ricostruzioni, quando Plutarco dice che Antonio aveva "molte navi a 8 o 10 ordini di remi, parate in modo superbo" non vi è motivo per non credergli, e lo stesso per le navi di Ottaviano, al contrario "piccole ma ben equipaggiate", "maneggevoli e veloci". E' altrettanto da credere quando egli sottolinea che le navi di Antonio erano come fortezze galleggianti e (data la loro solidità ma anche lentezza) poste all'imboccatura del golfo come se fossero ancorate, per sostenere qualunque assalto dei nemici.

 

FIG. ricostruzione di trireme romana.

ANTONIO: navi 500, molte a 8 e 10 ordini. Imbarca 10.000 opliti e 2000 arcieri. 100.000 fanti più 20.000 cavalieri a terra. 300 le navi perdute.

OTTAVIANO: navi 250. 80.000 fanti più 20.000 cavalieri a terra.

d) NUMERO DI REMATORI, MARINAI E SOLDATI NELLE DUE FLOTTE.

Nel complesso, le 400 navi di Antonio (sempre escluse le 60 egizie di Cleopatra, con la loro ammiraglia "Antoniade") hanno imbarcati nella nostra ricostruzione 35.200 opliti (marinai principali, in 176 punti), che sottintendono sia i marinai secondari (fanteria leggera) sia circa 12.000 fanti (anch'essi fanteria leggera) di nucleo permanente di soldati delle navi da guerra (circa 30 per ognuna). Inoltre, 5000 arcieri e frombolieri (non i soli 2000 di Plutarco- che erano forse aggiunti ai nuclei permanenti di fanti di marina- nè i 10.000 dello Chamoux), per un totale di 25 punti di marinai lanciaproiettili. I rematori della flotta di Antonio sono, nella nostra ricostruzione, 117.000 (cifra che riteniamo la più attendibile), in massima parte su decares, hepteres e sexteres (assimilabili entrambe queste due ultime alle octares di varie fonti) e triremi. Gli equipaggi di coperta, cioè i marinai addetti alla manovra delle navi, che utilizzarono molto parzialmente le vele, sono 8.800. I totali, per Antonio, danno dunque 40.200 soldati e 125.800 uomini di equipaggio.

Per Ottaviano, abbiamo 12.800 marinai principali e secondari (opliti e fanteria leggera) e 4.800 arcieri e frombolieri (vale a dire anche soldati adibiti alle armi da getto e alle macchine incendiarie e da lancio in genere, anche se il punteggio di tali macchine è extra), per rispettivamente 64 e 24 punti. 61.600 i rematori di Ottaviano e 6.000 i marinai di coperta. I totali danno 17.600 soldati e 67.600 uomini di equipaggio.

Gli eserciti di terra dei due schieramenti, accampati, quello di Antonio nel promontorio di Azio e quello di Ottaviano sul promontorio di fronte, a nord, dove Augusto fonderà la futura Nicopoli con monumento di rostri catturati al nemico, assistevano da terra alla battaglia navale, con 100.000 fanti e 12.000 cavalieri per Antonio (erano 20.000, in precedenza, secondo Plutarco), sotto il comando di P. Canidio, e 80.000 fanti e 12.000 cavalieri (numero pari a quello di Antonio) per Ottaviano, al comando di M. Statilius Taurus. Per i comandanti degli schieramenti navali, controllati nei testi moderni della bibliografia delle pagine precedenti, le fonti antiche sono: Velleio 2, 85, 2; Plutarco, Antonius, 65; Dione, 50, 13, 5; 14, 1; Appiano, BC, 4, 38, 161.

APPENDICE II

SERGIO VALZANIA, JUTLAND 31 maggio 1916: la più grande battaglia navale della storia, Mondadori Milano 2004.

 

<<Se ci sono battaglie che hanno cambiato il corso della storia, quella dello Jutland non è tra queste. Non si è neppure sicuri su chi ne sia stato il vincitore, e il fluire marcio e sanguinolento della prima guerra mondiale non venne minimamente intaccato dagli eventi occorsi nel Mare del Nord fra il 31 maggio e il 1° giugno 1916. Si ebbe solo la conferma del blocco che la flotta inglese imponeva alla Germania da quasi due anni. Forse nessuna battaglia è capace di modificare il corso della storia ed è vero che quello del conseguimento della decisione bellica attraverso un combattimento rapido e molto cruento non è altro che un mito vanamente inseguito dai generali e dagli ammiragli, o da loro proposto ai politici nella speranza di giustificare la propria esistenza. Napoleone vinse ad Austerlitz quanto era possibile vincere, annientò l'esercito austriaco e mise in fuga quello russo, ma non gli servì quasi a nulla. Al più pose le premesse per una sorta di lunga vacanza da quella guerra che lo avrebbe accompagnato e assillato tutta la vita, fino al momento della sconfitta definitiva. A seguito di Austerlitz, di Jena e di Fiedland, l'Imperatore poté godere qualche anno di tranquillità personale, senza essere riuscito ad imporre all'Europa né una nuova casa regnante né l'egemonia francese. Le sue leggi in materia di diritto civile e amministrazione pubblica ebbero un effetto ben più duraturo sulla società di quello prodotto dalle baionette. E non è neppur vero che le seconde abbiano veicolato le prime. Riforme insensate come quella del calendario e persino delle ore del giorno, organizzate nel sistema decimale, sono diventate semplici curiosità, mentre il metro e le prefetture sono forme nelle quali l'Europa e il mondo si sono organizzati per secoli. Per attecchire, le novità devono funzionare, altrimenti non c'è forza che le possa imporre. Guerre più recenti hanno dimostrato che le ferite profonde lasciate in pochi mesi dai conflitti richiedono anni per rimarginarsi, quando non si infettano e diventano purulente. Allora producono di nuovo l'illusione che esista una terapia chirurgica, sanguinosa ma rapida e sicura, che possa risolvere il male una volta per tutte. Alla prova dei fatti essa lo aggrava ancora, e così all'infinito, fin quando la violenza si fa tanto insistita, come nell'Europa delle guerre mondiali, da creare il ribrezzo di sé. Il prezzo della pace è molto alto, per questo quando la si è raggiunta bisogna tenersela stretta.

 

FIG. JUTLAND 1916

Più che condizionare la storia, che come scrive Carlo M. Cipolla, di solito prende tutti di sorpresa, guerre e battaglie finiscono con il costituire una sorta di palcoscenico sul quale tensioni e cambiamenti si esibiscono. I greci ci hanno insegnato che la verità ama la tragedia come forma di espressione. In questo senso quella dello Jutland è stata una battaglia significativa. È stata segno del suo tempo e ancora ce ne parla se accostiamo l'orecchio non tanto e non solo al rombo ormai lontano dei 556 cannoni di grosso calibro imbarcati sulle unità maggiori che la combatterono, ma anche al brusio delle migliaia di voci degli uomini che hanno accompagnato dalla nascita alla morte le due flotte che allo Jutland si sono affrontate; la battaglia, per la quale pure erano state costruite, non fu che uno degli episodi della loro esistenza. Le navi segnano i tempi. La potenza mitopoietica del mare supera quella della terra. I nostri miti fondanti sono quelli di Ulisse e di Achab, che ne è la rilettura moderna, capace di anticipare, ruolo vero dell'arte, l'avvento della psicanalisi come strumento di conoscenza del mondo. Sulla traccia di episodi marini di cerniera, evocativi di passaggi epocali troviamo il disastro del Titanic. Si è detto che con il suo affondamento nella notte fra il 14 e il 15 aprile 1912 si è chiusa la modernità aperta dalla Rivoluzione francese, consegnando tutta la prima guerra mondiale alla contemporaneità: un tale massacro non era concepibile per la mentalità nata dai lumi. Credo che la battaglia dello Jutland e l'avventura delle flotte che l'hanno combattuta siano una strada credibile per raccontare in maniera sintetica la follia di una guerra che ha portato alla scomparsa dell'egemonia europea sul mondo e alla consegna delle chiavi del pianeta nelle mani delle superpotenze: ciò che le guerre mondiali, ciascuna per la propria parte, hanno determinato e certificato. Per questo ha senso ritornare nel Mare del Nord e ripercorrere le rotte del Lützow, del Lion, dell'Iron Duke e della Friedrich der Grosse, in compagnia di Jellicoe e Scheer, di Hipper e Beatty: ammiragli, corazzate e incrociatori dei quali quasi si è persa la memoria. E ha senso cercare fra le onde le tracce di giganti d'acciaio di trentamila tonnellate estinti quanto i dinosauri per inseguirli fino ai loro cimiteri negli abissi marini; le imprese di quelle navi e degli uomini che le governavano ci riguardano così da vicino che vale la pena di indagare ancora e di nuovo su quegli accadimenti lontani. Per questo ho provato a rielaborare la memoria esistente, quello che testimoni e ricercatori hanno scritto sul tentativo disperato di spezzare l'accerchiamento che stava soffocando la Germania effettuato dalla flotta tedesca il 31 maggio 1916. Nella battaglia che seguì persero la vita 6094 marinai inglesi e 2551 tedeschi, affondarono sette grandi navi, sei delle quali esplodendo e trascinando con sé gli equipaggi quasi al completo. Rispetto ai circa 105.000 combattenti che presero parte alla battaglia i caduti superarono l'8 per cento. Si era lottato duramente, e non era servito che a dimostrare, una volta ancora, che una battaglia non cambia il corso della storia. La dedica del libro a mio zio Fabio non è formale. Rievoca l'iniziazione che lui, triestino, mi ha dato al mare, alle guerre che vi si combattono e allo strano rapporto che la Mitteleuropa ha con la navigazione. Infine una precisazione. Germania e Inghilterra si trovano in fusi orari diversi e allo Jutland gli orologi inglesi e tedeschi non indicano la stessa ora. Dovendo scegliere, ho deciso di utilizzare quella tedesca.

 

FIG.

La prima cannonata

...Tutto è incerto quando gli occhi vedono solamente delle sottili colonne di fumo che si alzano sopra l'orizzonte. Dalla loro posizione e dalla loro consistenza è difficile capire di che navi si tratti e di come si stiano muovendo. Nel 1916 la gittata dei cannoni delle unità maggiori supera i venti chilometri, oltre il limite della visibilità media nella luce del Mare del Nord, mentre con l'aria tersa già attorno ai diciotto è possibile effettuare un tiro molto accurato. Gli incrociatori leggeri devono spingersi davanti alle formazioni delle corazzate e degli incrociatori da battaglia alla ricerca di informazioni sul nemico, sempre a rischio di finire sotto il tiro dei grossi calibri. Se si viaggia in direzioni opposte la velocità di due navi si somma e quella relativa può arrivare quasi ai cento chilometri all'ora: il rischio di trovarsi improvvisamente in braccio ad un nemico molto più forte è assolutamente realistico. Un solo colpo a segno che danneggia le macchine o abbatte il camino facendo diminuire la pressione del vapore nelle caldaie può ridurre la velocità di un incrociatore leggero tanto da rendergli impossibile allontanarsi da un avversario molto più potente dopo averlo riconosciuto.

Prima che le navi maggiori vengano a contatto, si affrontano le piccole unità di copertura, senza conoscere la consistenza delle forze avversarie, immaginando solamente che dalle due parti ci siano navi simili. Nella fase iniziale, al momento dell'incontro, non si sa neppure se esista un grosso del nemico, oppure se ci si trovi davanti semplicemente un distaccamento di unità leggere inviate in missione di pattugliamento, di minamento o di appoggio dei sommergibili, dai quali il Mare del Nord è frequentato spesso. Jellicoe ha molto timore di quelli tedeschi e le due flotte navigano compiendo frequenti accostate per ridurre il rischio dei siluramenti.

Dopo un avvistamento l'unica cosa da fare resta comunque spingersi in avanti, saggiare le reazioni del nemico. Per valutare la sua forza bisogna offrirgli un bersaglio sul quale esercitarla.

Alle 14.28 il Galatea apre il fuoco sui cacciatorpediniere tedeschi che ha avvistato e in sostegno dei quali è arrivato l'incrociatore leggero Elbing, che alle 14.32 è in grado di rispondere al tiro inglese sparando a sua volta da una distanza di 13 chilometri. Anche da così lontano i cannoni da 150, molto piccoli a confronto dei 280, dei 305, dei 343 delle navi maggiori e addirittura dei 381 delle quattro corazzate di Evan- Thomas, risultano efficaci. Alle 14.37 un colpo dell'Elbing raggiunge il Galatea sotto il ponte di comando, senza però esplodere. È il primo centro della battaglia.

FIG.

 

Nel corso delle esercitazioni annuali la flotta inglese aveva provato ogni tipo di evoluzione, persino quella che consentiva alle ventiquattro corazzate della Grand Fleet in navigazione per colonne di quattro di passare ad una linea di fila dietro l'ammiraglia, che all'inizio si trovava alla testa di una delle colonne centrali. Una manovra complicatissima. Jellicoe sa però che nel corso di una battaglia è opportuno affidarsi a cambiamenti di formazione semplici e di sicura esecuzione. Le sue ventiquattro corazzate procedono ad alta velocità per sei colonne affiancate di quattro unità, distanti circa due chilometri l'una dall'altra, ossia l'esatta lunghezza di ciascuna colonna. In questo modo, se le sei navi di testa effettuano nello stesso momento una virata di novanta gradi, verso dritta o verso sinistra, è sufficiente che tutte le altre seguano la scia della nave che le precede perché si formi una linea di fila lunga circa dodici chilometri. Dato che in coda si stanno posizionando le quattro navi di Evan-Thomas e in testa Hood e Beatty si sforzano di schierare i loro sette incrociatori da battaglia, lo spiegamento che si prepara sarà lungo quasi venti chilometri, estendendosi sia a prua che a poppa dell'Iron Duke ben oltre la visibilità esistente in quel momento nel Mare del Nord.

A complicare le evoluzioni c'è la necessità di effettuare la virata verso sud-est non appena fosse stato completato l'incolonnamento, per stringere le distanze rispetto alla flotta tedesca. Jellicoe ordina all'ammiraglio Jerram, che si trova con la King George V in testa alle corazzate, di accostare non appena possibile. Il compito di Jerram è molto delicato, quando la corazzata sulla quale si trova aprirà la linea di fila inglese i suoi movimenti regoleranno quelli di tutta la flotta.

L'esecuzione di tutto ciò con decine di navi del dislocamento di oltre 20.000 tonnellate ciascuna, doti nautiche molto diverse, ad una velocità sempre superiore ai 35 chilometri all'ora, navigando a poche centinaia di metri di distanza, mentre unità minori sfrecciano da tutte le parti arrivando addirittura ad attraversare la fila e il nemico spara o lancia siluri ogni volta che è in grado di farlo, non è semplice. Il problema maggiore è quello del mantenimento di una velocità costante, soprattutto se quella ordinata si avvicina a quella massima delle navi più lente. Basta che una delle unità rallenti per costringere quella che segue a fare lo stesso, o a virare, complicando la navigazione di quella successiva e sconvolgendo l'allineamento della flotta. Jellicoe comprende subito di non poter ordinare variazioni della velocità, che potrebbero essere eseguite solo contemporaneamente da tutte le navi, pena lo scompaginamento della formazione, e non era pensabile di riuscire ad ottenere un sincronismo di quel livello fra navi per la maggior parte delle quali era impossibile vedere direttamente gli ordini impartiti dal comandante con le bandiere o i segnalatori luminosi.

Nonostante la confusione che si determina, la manovra inglese va comunque considerata un successo. Anche se l'allineamento e le distanze non sono perfetti, dopo meno di un quarto d'ora dal segnale di esecuzione dell'ordine di spiegamento le corazzate inglesi si trovano in fila ed hanno tutte le artiglierie rivolte verso il nemico. A quel momento le navi tedesche sembrano trovarsi in una situazione senza speranza, esposte al fuoco dell'intera flotta inglese che ha già sopravanzato di molto gli incrociatori da battaglia di Hipper, costringendoli ormai a piegare verso sud. Se non si verificheranno radicali cambiamenti, l'evoluzione della battaglia sembra destinata a portare la flotta inglese ad avvolgere quella tedesca, stringendola sempre più da vicino fino alla sua totale eliminazione. Anche la visibilità si dimostra favorevole a Jellicoe, la maggior parte delle sue navi sparano senza essere viste. La luminosità residua ad ovest rende perfettamente riconoscibili le sagome delle unità tedesche, mentre quelle inglesi sono quasi sempre avvolte dalla foschia mista al fumo della battaglia, contro l'orizzonte scuro dell'est.

Jellicoe, aiutato dalla fortuna e anche dall'abilità di Beatty nel mascherare la sua presenza, nel condurre la flotta tedesca verso il centro di quella inglese e nel superare la testa della formazione di Hipper, ha realizzato un capolavoro tattico.

Nonostante questo, anche in uno dei momenti più favorevoli della giornata, la disorganizzazione, l'incerta qualità dei materiali e in alcuni casi delle capacità di comando inglesi, insieme all'alto livello di quelli tedeschi, permettono a questi ultimi di cogliere alcuni successi, distribuiti su tutto lo schieramento di battaglia.

…..

Pochi minuti prima che l'ordine arrivi, mentre gli incrociatori da battaglia tedeschi avanzano sul mare come accecati, avvolti dagli spruzzi delle colonne d'acqua sollevate dai colpi che cadono tutt'attorno, per uno strano gioco del vento e della luce la foschia si dirada lasciando vedere ai telemetristi e ai direttori di tiro la sagoma netta della nave che apre la fila inglese, l'Invincible, il primo incrociatore da battaglia ad essere stato costruito, la nave ammiraglia della squadra che aveva annientato quella di von Spee alle Falkland. Su esso è imbarcato Horace Hood, comandante della III squadra incrociatori da battaglia, il più brillante dei giovani ammiragli inglesi, il cui nelsoniano nome di battesimo sembra presagire una brillante carriera.

Alle 18.31 il Lützow e il Derfflinger aprono contemporaneamente il fuoco contro l'Invincible da una distanza di circa 8600 metri; quasi subito i primi colpi vanno a segno. L'incrociatore da battaglia inglese viene centrato sei volte in due minuti. Alle 18.33 un proiettile da 305 sparato dal Lützow secondo la ricostruzione ufficiale tedesca, ma rivendicato anche dal direttore di tiro del Derfflinger, colpisce la torre Q, una di quelle centrali nell'antiquata architettura della nave che non ha batterie sopraelevate, ne attraversa la corazzatura e scoppia al suo interno innescando l'incendio della cordite presente; le fiamme dilagano e provocano l'esplosione dei depositi di munizioni dell'incrociatore da battaglia, che salta in aria.

Anche in questa occasione le perdite sono spaventose: quando una nave da guerra esplode e affonda in pochi minuti salvarsi è quasi impossibile. Dei 1032 ufficiali e marinai imbarcati solo 6 sopravvivono, recuperati dal cacciatorpediniere Badger, subito inviato sul luogo del disastro a soccorrere i naufraghi. Nessuno è costretto ad attendere a lungo in mare che si accorra in suo aiuto, ugualmente si salvano in pochissimi.

Nella concitazione del momento, l'ordine inviato al cacciatorpediniere stabilisce solo di recuperare i sopravvissuti della nave affondata, fornendo la posizione e nessun'altra informazione. Il comandante del Badger si convince che si tratti di un'unità nemica e che si debba provvedere al salvataggio di marinai tedeschi, da catturare e tenere sotto sorveglianza. La fiducia dell'ufficiale inglese nella forza della propria flotta è tale da non immaginare neppure che potesse essere stata affondata una nave britannica. Sono quindi fatti i preparativi per accogliere a bordo dei prigionieri. I sopravvissuti vengono tratti dall'acqua impastata di nafta in condizioni tali che poco si capisce delle loro uniformi, anche parlare risulta difficile. Finiscono sotto la minaccia delle armi dei loro commilitoni e occorrono parecchi minuti prima che l'equivoco si chiarisca.

 

FIG. - -

 

 


Maurizio Ascani - Giovanni Pollidori.

PROPOSTA DI RICOSTRUZIONE DI UNA QUINQUEREME ROMANA DELL'ETA' DELLE GUERRE PUNICHE.

QUINQUEREMI CARTAGINESI E ROMANE DURANTE LE GUERRE PUNICHE.

 

FIG. La cosiddetta bireme prenestina, una 11 o 12 ordini romana del bassorilievo di Palestrina (Musei Vaticani).

1) Rianalizzando uno dei periodi più gloriosi della storia romana, quello della guerra annibalica (cioè la II guerra punica), che rappresentò la premessa dell'impero mediterraneo di Roma [46], una cosa colpisce il lettore di storia anche meno esperto: la scarsa temibilità navale cartaginese rispetto ai 23 anni della I guerra punica.

I 18 terribili anni della II guerra punica vedono una pericolosità terrestre cartaginese (specie grazie ad Annibale) di molto superiore a quella navale evidenziata nella guerra precedente. Il grande problema di Annibale era l'infinita possibilità di sbarchi su tutte le coste mediterranee che le truppe romane potevano effettuare, ed egli e suo fratello Asdrubale privilegiarono l'interno della Spagna e le Alpi per le loro sorprese strategiche.

2) Ciò non toglie che la perizia e l'abilità marinaresca dei Punici [47] restasse ancora somma, eguagliata solo dai Greci nel Mediterraneo. Ma le esperienze della I guerra punica, che costrinsero i Romani a costruire la loro prima grande flotta statale copiando una quinquereme cartaginese naufragata in Sicilia, fecero dei Romani degli avversari temibili in mare come lo erano da secoli sulla terraferma.

3) La perizia dei Romani nelle costruzioni navali all'inizio del confronto coi Cartaginesi era veramente scarsa. Polibio lo ricorda spesso, pur senza specificare se dipendesse dal tipo di modello copiato, dalla stagionatura del legname, dall'esperienza dei maestri d'ascia e dei vogatori o se da tutte queste cose insieme. E a parte Polibio, i dati sull'inesperienza dei Romani nei primi anni dello scontro con Cartagine sono evidenti, soprattutto come naufragi; anche se rapidamente i Romani hanno l'idea geniale con cui equiparare il confronto navale a quello terrestre a loro più adatto: i "corvi", o ponti mobili. L'esperienza e l'abilità dei carpentieri e dei marinai cartaginesi era tale, e non solo con le agili triremi, che se tutto fosse dipeso dall'agilità delle manovre, dal "taglio dei remi" avversari [48] e dallo speronamento col rostro, gli affondamenti sarebbero stati catastrofici tra le fila dei Romani, nonostante la grande consistenza delle loro flotte e la tenacia della loro fanteria imbarcata. Ma con i lunghi ponti mobili, immobilizzando a buona distanza di rostro le navi puniche, i Romani potevano far valere la superiorità del legionario romano come nello scontro terrestre. Così avvenne in battaglie navali cruciali della I guerra punica, come a Capo Ecnomo. Ma restava ancora netta l'inferiorità "strutturale" e di governo delle navi romane nonostante la perfetta copiatura del modello punico: questo ancora ricorda sempre Polibio, e già solo le triremi e quadriremi puniche erano micidiali, senza il ripiego dei corvi, anche per le più massicce e armate delle quinqueremi romane.

4) Come avvenne dunque che proprio alla fine della I guerra punica i Romani ottenessero quella supremazia marittima (anche se ancora solo nel Mediterraneo occidentale) rimasta incontrastata per tutto lo svolgimento della II guerra punica?

5) Le fonti antiche, in particolare Polibio e Livio, fanno trapelare riferimenti a tipi di navi nominalmente identici ma differenti come modelli: ciò vale in particolare per quinqueremi e quadriremi, che furono le navi in assoluto più utilizzate nelle flotte cartaginesi e romane delle guerre puniche.

Significa che quadriremi con lo stesso numero di ordini di remi (4 "livelli", più o meno sfalsati, di rematori) potevano differenziarsi tra loro secondo un modello ricostruttivo particolare, che determinava differenze o nella struttura dello scafo o nella disposizione dei vogatori o in tutte queste cose insieme, che incidevano sulla velocità e sulla manovrabilità della nave.

6) Due episodi, descritti con sufficiente ricchezza di particolari da Polibio e da Livio, possono essere citati come rapido esempio di queste differenze strutturali tra le navi.

Nella I guerra punica, davanti a Trapani (intorno al 250 a. C.; Polibio, I, 46- 47) una quadrireme del cartaginese Annibale Rodio non è raggiunta "da 10 fra le più veloci navi della flotta romana e con i migliori rematori..." "lasciando i nemici ammirati per la sua velocità nel navigare"; "la sua nave era talmente veloce che nessuno osò muovere ad inseguirlo". "Egli ripeté più volte la stessa impresa".

Durante la II guerra punica è invece sintomatico un passo di Livio (XXX, 25, 6, riferito al 201 a.C.), che descrive come 3 quadriremi cartaginesi non riescano a raggiungere davanti Utica una quinquereme romana con ambasciatori perché essa sfuggiva loro davanti per la sua celerità ("sed neque rostro ferire celeritate subterlabentem poterant...").

7) I modelli di quinqueremi delle prime grandi flotte statali romane nella I guerra punica presentavano (come afferma Polibio in modo molto chiaro) grossi limiti nella costruzione e nella manovrabilità. Un nuovo modello, copiato- così come lo era stato quello di 18 anni prima- nel 242 a.C. da un modello in uso tra i Cartaginesi, diede invece ai Romani la vittoria risolutiva della I guerra punica alla battaglia delle Egadi, nel 241 a.C.: per la prima volta lo scontro navale fu deciso dai Romani con un maggior numero di speronamenti e affondamenti rispetto alla cattura con occupazione del ponte nemico; non affidandosi cioè unicamente ai "corvi" e al combattimento di tipo terrestre del legionario romano.

8) Ricostruire il modello vincente di quinquereme che decise la I guerra punica e che restò il modello cardine di nave da guerra della flotta romana fino ad Azio nel 31 a.C. assume quindi un grande rilievo storiografico.

Le cifre di navi, marinai e soldati delle fonti antiche e la vasta iconografia su questo modello così diffuso nelle flotte romane del III e II secolo a.C. hanno consentito un lavoro puntuale di ricostruzione. Elementi fondamentali di tale iconografia sono: a) il rilievo dell'isola Tiberina, monumento unico al mondo nel suo genere, in quanto rappresenta una nave dell'antichità in grandezza naturale, quasi certamente una quinquereme; b) la abbondante monetazione di Roma repubblicana, contemporanea o più vicina all'età delle guerre puniche, che rappresenta molti tipi di quinquereme e senza dubbio anche il modello che contribuì all'affermarsi della secolare egemonia di Roma nel Mediterraneo.

La conclusione della ricerca di Ascani, col completo sistema della geometria del remeggio delle antiche navi valido anche per le quinqueremi, ha documentato in tutti gli aspetti iconografici e teoria generale numerosi tipi di queste ultime, selezionabili con rispondenza alle qualità e alle prerogative documentate sia da antichi autori e storici, sia dalla evidenza della realizzazione pratica (vantaggi rispetto ad altri modelli, velocità, manovrabilità, etc.). Ciò vale innanzitutto per il modello di quinquereme "rodia", in dotazione alla flotta romana dalla battaglia delle Egadi.


Arch. MAURIZIO ASCANI - Prof. GIOVANNI POLLIDORI

PROPOSTA DI UNA MOSTRA SULLE “NAVI LUNGHE” DELL’ANTICHITA’

Il periodo delle guerre puniche tra Roma e Cartagine e della conquista del Mediterraneo da parte della Repubblica Romana riunì nelle stesse operazioni belliche un numero altissimo di poliremi maggiori, dalla Macedonia a Rodi e alla Siria, e dalle numerose navi a 7, 10, 16 ordini di rematori fino alla gigantesca nave a 40 ordini del faraone Tolomeo IV d’Egitto. L’architetto Maurizio Ascani ha sviluppato per decenni studi di architettura navale relativi soprattutto a quei modelli di nave. Egli ha posto fine alla completa teoria del remeggio (geometria del remeggio) di quelle poliremi, che nei tentativi più conosciuti e attuali di ricostruzione non riuscivano a convincere, perché non riuscivano a spiegare in modo sistematico e tecnicamente realizzabile quei complessi meccanismi di voga.

Siamo partiti dall'assunto che la marina ellenistico- romana meritasse larghissimo spazio all'interno della storia delle navi, dalle pelli cucite e dal tronco scavato fino a quelle più moderne. Infatti le costruzioni navali in quel periodo storico raggiunsero un livello di grandezza, complessità e raffinatezza tecnologica insuperati fino al secolo scorso.  Soltanto nell'800, con la comparsa di scafi a struttura mista di ferro e legno, può dirsi conclusa la preminenza tecnologica del passato.

Ancora oggi ci si continuava a interrogare su come fossero strutturate queste enormi poliremi che, secondo le fonti antiche, arrivarono fino a 40 ordini di remeggio e alla lunghezza di 124 metri. Senza le testimonianze dei due scafi nemorensi [49] si sarebbe potuto anche dubitare dell'attendibilità delle testimonianze letterarie circa le dimensioni di queste navi, che per secoli hanno rappresentato un rompicapo storico. Ancora fino al XIV sec. dopo Cristo,  quindi  poche generazioni prima dell'avventura atlantica di Colombo, queste navi con più di un livello di rematori erano usuali nel Mediterraneo. A parte dunque una parentesi medioevale in cui quasi nulla si ricordava di navi  con così alto numero di rematori e della più complessa ingegneria navale ellenistica, tali navi furono consuete nel Mediterraneo in epoche di grande fioritura culturale e scientifica: dall'età fenicio- punica a quella ellenistico- romana, fino al tentativo di riscoprire le regole del remeggio disposto su più piani  nel periodo del Rinascimento italiano, allorchè lo stesso Leon Battista Alberti per primo indagò sulle forme e sul funzionamento di quelle poliremi, di cui le galee contemporanee erano solamente la discendenza degenerata.

Leon Battista Alberti scrisse un opuscolo sulle navi a più ordini di remi, opuscolo andato perduto ma che non mancava nella libreria dello stesso Leonardo. Vi fu anche il tentativo pratico di Vettor Fausto, professore di greco, ingegno poliedrico, che sulla base dei testi greci e di una notevole esperienza cantieristica derivatagli dall'aver visitato i principali centri navali del Mediterraneo, varò nel 1529, per conto della Serenissima di Venezia, una quinquereme con una sistemazione di remeggio di cui non ci è pervenuto alcunchè: ma tale disposizione doveva avere una sua validità se, con un episodio che fece scalpore all'epoca, la nave a cinque ordini di rematori vinse una trireme in una competizione diretta, battendola in velocità.

Nei secoli immediatamente successivi, il distacco tra studio teorico- pratico e curiosità erudita da una parte e la produzione cantieristica dall'altra porta a ricostruzioni fantastiche e a modelli tecnicamente irrealizzabili.

Bisogna attendere l'800 per una rinascita dell'interesse archeologico per questi antichi modelli di nave, e proprio in tale secolo si sviluppano le due interpretazioni che tentano di dare una risposta generale al problema del remeggio, cioè della forza motrice delle navi più antiche, dalla trireme fino alla 40 ordini: quella del francese Rondelet nel 1820 e del tedesco Graser nel 1864. Dello stesso periodo storico è la trireme ricostruita, su incarico di Napoleone III, imperatore dei Francesi, da Dupuj De Lome  e  Jal, modello di nave che riproponeva "al vero" una tipica trireme romana, seppure inefficiente nella navigazione a causa della sua pesantezza.

Proprio sulla trireme sono stati incentrati tutti gli studi più importanti fino ai giorni nostri, arrivando alla ricostruzione dal vivo (scala 1 a 1) nel 1989 di una trireme ateniese per la marina ellenica [50], con grande impegno anche inglese e americano, a opera di Morrison e Coats. L'accordo e la credibilità riguardo la più recente ricostruzione di questo modello di nave hanno messo in secondo piano le difficoltà e le incongruenze dei tentativi di ricostruire gli altri tipi di poliremi, diffusissimi nel mondo antico, dalla 4 ordini in su.

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Dopo decennali studi sui problemi dell'architettura delle antiche navi a remi, Ascani risolve con metodologia e schemi rigorosamente scientifici la disposizione dei banchi e dei livelli di rematori valida anche per le poliremi maggiori.

La soluzione da lui trovata con la geometria del remeggio nel mondo antico permette una ricostruzione delle navi dalla trireme fino a quelle col massimo numero di banchi e di livelli di rematori. Ciò vale quindi anche per la tessaracontera (la nave a 40 ordini con 4000 rematori, 2850 soldati imbarcati e 400 marinai di coperta) di Tolomeo IV Filopatore d'Egitto, contemporaneo di Annibale.

Tale regola più generale sulla geometria del remeggio consente di realizzare una ricostruzione complessiva, cioè non settoriale, del sistema del remeggio nelle poliremi dell'antichità. A parte infatti gli studi seri e particolari già citati sulla trireme ad opera del Morrison o i tentativi azzardati e non comprovabili ad esempio di Lionell Casson dell'Università di New York per la tessaracontera, non si erano più date recentemente risposte complessive sulla sistemazione dei banchi di rematori e sulla divisione dei livelli in particolare oltre la quinquereme. Tanto che gli unici tentativi di soluzione complessiva del problema (peraltro con minori informazioni tecniche  e  scoperte  archeologiche  e  iconografiche  rispetto all'epoca in cui viviamo) risalgono a metà dell'800, con Rondelet e Graser già nominati. Le ricostruzioni di Ascani si basano principalmente proprio su tutta l'iconografia esistente (dai bassorilievi alla monetazione), anche su quella di più recente scoperta, e sugli ultimi ritrovamenti archeologici sottomarini.

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Dopo l’uscita del volume di Pietro Janni “Il mare degli antichi”, edizioni Dedalo 1996, la più recente e lucida sintesi sulla storia della navigazione antica, in particolare sulle navi da guerra a remi, con riferimenti all’inestricabile enigma della struttura dei livelli di rematori, è più che mai proponibile una mostra su questi argomenti. Ciò è opportuno per il prestigio stesso della ricerca scientifica italiana e per l’ineguagliabile patrimonio archeologico marinaro della nostra Penisola.

Si tratterebbe di una mostra che illustri e confronti i vari tipi di navi che permisero alla civiltà ellenistica e romana il dominio del Mediterraneo.

Perché proprio noi, che tra monumenti, documenti e reperti dell’archeologia sottomarina possediamo il massimo del patrimonio mondiale, non dobbiamo meglio disporre di ricostruzioni museali, sia pure piccole, mentre la Grecia con la trireme ateniese, i paesi nordici con i Drakkar vichinghi e persino la Germania, con il nuovissimo Museo Archeologico Navale di Magonza per i reperti romani sul Reno, possono esibire e vantare addirittura ricostruzioni in grandezza naturale?

 

Solo la mancanza di cognizioni più esatte sulla struttura del remeggio di quadriremi, quinqueremi e poliremi maggiori ha impedito finora lo sviluppo di iniziative notevoli per fascino, per valenza storico - culturale e per richiamo di pubblico.

Anche una mostra che sia solo espositiva e riassuntiva di quanto finora elaborato a livello internazionale sulle navi ellenistiche e romane, con la raccolta temporanea di quanto esposto in vari musei e con pannelli descrittivi dello stato della ricerca, avrebbe risonanza planetaria, col supporto di un adeguato Comitato Scientifico.

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Quando la ricerca di Ascani non era ancora conclusa, al secondo Simposio Internazionale di Archeologia navale tenutosi a Delfi nel 1987, egli illustrò il remeggio della 40 ordini realizzando il modello di una sezione della nave in scala 1:20; dando inoltre notizie sulle possibili ricostruzioni del sistema di remeggio dalla triera alla nave con 30 ordini di rematori. Al terzo Simposio Internazionale di Archeologia navale tenutosi ad Atene nell' 89 egli accennò ad alcuni elementi iconografici utili per la lettura dell'ordine delle poliere. Con i suoi studi sui fondamenti geometrici del remeggio egli ha posto ora fine non solo a un lungo lavoro ma anche alle incertezze e alle incongruenze che circondavano i molti, plurisecolari tentativi di ricostruzione del remeggio delle poliremi. E’ intervenuto anche nel dibattito all’interno della Rivista Marittima (la Rivista della Marina Militare Italiana) sul problema del remeggio delle poliremi.

L'architetto Ascani è tecnicamente in grado di ricostruire, in base agli schemi teorici del remeggio, dei modelli in scala di alcune navi famose dell'antichità, quali ad esempio:

l'ISTHMIA di Demetrio Poliorcete, una nave a 9 ordini di remi ma di tipo speciale e di dimensioni maggiori rispetto alle altre navi con 9 ordini, perchè aveva ben 100 bancate;

il LEONTOFORO, di Lisimaco, una 8 ordini di remi anch'essa con 100 bancate;

l’enorme mercantile, equivalente a una 20 ordini, di Archimede per Gerone di Siracusa, la SYRACUSIA, o la 40 ordini di Tolomeo.

Oppure ancora modelli tratti dalla ricca iconografia esistente su triere, tetrere e pentere, data la possibilità, fornita dalle nostre analisi e dalle nostre chiavi di lettura, di distinguere nelle raffigurazioni una triera da una tetrera o da una pentera.

Infine, la ISIS del Ninfeo di Apollo e Afrodite nel Bosforo Cimmerio, con sette ordini di remi; o la bireme prenestina, conservata ai Musei Vaticani, che era una nave catafratta a 12 ordini, etc.

Il campo di analisi, cioè l'arco di tempo approfondito da Ascani per la marina del Mediterraneo, va dal III millennio a.C. fino al XIV sec. dell'era moderna, attraverso l'affermarsi di popoli mediterranei con la marineria più evoluta, quali Cretesi, Fenici e Greci, e fino alle ultime navi col remeggio su più livelli.

La massima aspirazione rimane la ricostruzione in scala 1 a 1 della quinquereme romana delle guerre puniche, la più gloriosa della nostra marineria: Ascani ha già operato a tal fine, sviluppando con i suoi schemi e con sistemi computerizzati un progetto della nostra poliera "italiana". Bisogna prendere atto dell'importanza di tale nave per la conquista del Mediterraneo da parte di Roma e soprattutto dell'opportunità, per la nostra storia nazionale e per quella europea, della sua ricostruzione fedele. Una comunicazione a proposito della possibile ricostruzione dello speciale modello di quinquereme romana vincente nelle guerre puniche è ora presente nel sito Internet del Prof. Pollidori (www.1stmuse.com/pollidori, Fondazione Memmo - Palazzo Ruspoli, Via del Corso, Roma). Il Prof. Pollidori, discendente diretto del Capitano della Capitana di Nicolò Doria alla battaglia di Lepanto (1571) contro i Turchi, ultima grande battaglia della storia con navi da guerra a remi, è specialista di storia romana repubblicana e delle tattiche di combattimento delle antiche poliremi.

 

 

 

FIG. PROGETTO COMPUTERIZZATO DELL'ARCHITETTO ASCANI DEL MODELLO DI QUINQUEREME ROMANA CHE VINSE LA BATTAGLIA DELLE EGADI E CORRISPONDENTE AL MODELLO ROMANO IN MARMO IN SCALA 1:1 DELL'ISOLA TIBERINA A ROMA.


NOTE AL TOMO I - GLI ORDINI DI REMI

(i numeri corrispondono alla note a piè di pagina):

1.        Con equivalente possibilità di ricostruzioni simulate.

2.        Gli scafi delle enormi navi dell'imperatore Caligola a Nemi, conservatici per 2000 anni grazie all'acqua dolce e al fondo fangoso.

3.        Grande richiamo turistico e di prestigio per la Grecia, la nave fu collaudata da 170 rematori prima inglesi (dell'Università di Cambridge), poi americani (dell'Università di Yale). Per il grande impegno economico, fu creato un "Trireme-Trust".

4.        Ricerche anche in ATTI DEL CONVEGNO DI ARCHEOLOGIA SUBACQUEA A GIARDINI NAXOS, 1991. Edizione Atti, dicembre 1994. Con un articolo di Basch su "La forma dei remi sulle antiche navi".

5.        Con la cronologia accettata da J.S.Morrison e A.B.Lloyd.

6.        Il Giannelli, Trattato di Storia Greca, Bologna 19837, pag. 399, osserva che "le 180 tetreri e penteri di Alessandro Magno erano poca cosa contro la flotta persiana".

7.        Le prove iconografiche di Ascani dovrebbero anticipare queste date. E comunque, secondo noi, la notevole abilità e velocità con i  rostri da parte degli Ateniesi potrebbe spiegare questo "ritardo" cantieristico.

8.        Dal punto di vista non ingegneristico navale (che è risolto in maniera epocale per il remeggio da Ascani) ma schematicamente storicistico, i testi di Viereck (cit., p. 66 e 68) e più recentemente del Beike (cit., p. 139 per la dekatera del Viereck) offrono illustrazioni chiare per l'armamento di queste navi: la hexeris aveva 4 macchine da lancio a torsione (cioè con cilindri a compressione; spiegheremo più avanti la potenza di questo più moderno sistema) sulle 4 torri elevate, altre tre su altrettante fortificazioni del ponte, di cui la macchina più potente a prua; la enneris aveva una grande torre circolare a prua con 4 macchine, 2 macchine sul ponte a prua e 6 torri girevoli coperte con feritoie per le macchine sui lati della nave.

9.        "Possiamo supporre che già in quest'occasione i Macedoni abbiano impiegato delle truppe d'abbordaggio, come si userà poi nel III sec. a.C. sulle gigantesche poliremi degli stati ellenistici, concepite come fortezze galleggianti inaffondabili, in cui la tecnica di combattimento si fondava sui "pezzi d'artiglieria" a lungo raggio e sugli scontri tra migliaia di uomini delle fanterie di bordo" (AS, cit., p. 202).

10.     Il Thiel, Storia della potenza navale romana prima della II guerra punica, cit., a p. 314 ricorda come tra le navi cartaginesi scampate alla sconfitta delle Egadi ad opera dei romani alla fine della I punica vi fossero anche tali navi, mai tramontate per la loro capacità di carico e trasporto truppe e già usate, come prestito di alleati, dai Romani per il loro primo sbarco in Sicilia contro i Cartaginesi.

11.     La grande bibliografia a proposito vede ai primi posti il Morrison, che peraltro l'ha ricostruita al vero (con fondi anche americani e per la marina ellenica). Ma la sua è propriamente una ben determinata trireme: quella ateniese; e forse con i numerosi difetti imputati alla realizzazione. Noi seguiremo da un certo punto in poi essenzialmente le lunghe ricerche e ricostruzioni di Ascani (cit.) e altri autori e testi considerati anche nel CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLE POLIREMI DELL'ANTICHITA' organizzato a Roma nel 1990 dalla rivista della Marina Militare Italiana (in tale sede il Morrison in persona presentò come ospite i risultati della ricostruzione della sua trireme).

12.     J. Harmand, cit., p. 100. Tale evidenza vi è in tutti i riferimenti da noi fatti nei capitoli precedenti sugli eserciti greci, punici e romani. Lo riconferma Beike (1992), cit., p. 109, che pure sottolinea ripetutamente il carattere "schiavistico" dell'epoca.

13.     Tra i 5 e i 9 nodi (16,6 km/h) (AS, cit., p. 163).

14.     Troppo schematica la ricostruzione della triera in DUCREY, cit., pp. 185- 193. Il quale oltretutto indica in 140 metri di lunghezza e 19 di altezza le dimensioni della tessaracontera (ma si veda il CASSON  e l'ASCANI  a proposito).

15.     Aristofane, Le rane 364; Gli Acarnesi 97. J. S. Morrison, "La ricostruzione...", cit., relazione in AA.VV., Atti del Convegno sulle poliremi dell'antichità, cit., Roma 1990, pag. 17.

16.     Vi sono indicazioni secondo le quali i remi talamiti erano muniti di tali accessori, sia nel bassorilievo Lenormant sia, più chiaramente, sul vaso di Ruvo, in una decorazione a figure rosse della fine del V secolo", Morrison, Ibidem.

17.     "Più lunghi i remi superiori e descrescenti gli ordini inferiori e comunque di lunghezza maggiore di quella fino ad oggi indicata" (Ibidem).

18.     Sulla cittadinanza relativa agli equipaggi, anche di vogatori, delle navi da guerra romane discutiamo nel capitolo I sull'arruolamento a Roma. Ad Atene Perieci ed anche Meteci fornivano i vogatori, come i cittadini più poveri, i Teti, e come i proletarii in Roma.

19.     Specifichiamo meglio l'Harmand: nelle flotte imperiali provinciali e non pretorie, cioè non a Miseno (Pozzuoli) e a Ravenna, dove erano presenti soprattutto quinqueremi e quadriremi, e ammiraglia una sestera. Il Sander, cit., analizza dettagliatamente la composizione delle flotte imperiali in tal senso, identificando le liburne con le triere (pp. 356 sgg.). Le Bohec (cit., 1989, p. 166 sgg) sintetizza in una pagina e mezzo (a parte la mezza pagina 129 di riferimento agli ufficiali) la flotta da guerra dell'impero romano, sulla base di M. Reddé, Mare Nostrum, 1986. Molto più cospicui su tali flotte (soprattutto imperiali, e quasi mai repubblicane) gli autori meno recenti che citiamo (RODGERS, VIERECK, etc.). Vedere più avanti (parte III, paragrafo D- MATERIALE COSTRUTTIVO), in nota, la citazione di Vegezio IV, 32-37, a proposito.

20.     I Dromoni ("corridori"), armati con la nuova invenzione del "fuoco greco " e posteriori al periodo storico che qui ci interessa, erano per lo più quadriremi più veloci del normale, in cui i 240 rematori erano anche soldati pronti a prendere le armi (i dromoni a due ordini di remi di cui parla Leone VI di Bisanzio nella sua Tactica riferiscono di una bireme o di una quadrireme, forse di tipo liburnico, troppo tarda rispetto all'età classica).

21.     Tra cui, oltre a Lionel Casson dell'Università di New York, James F. Doyle della School of Aeronautical and Astronautical Engineering della Purdue University.

22.     Anche il Sander, cit., pp. 356 sgg., riferendo del passaggio dalla Repubblica all'Impero, fornisce dati, oltre a Thiel, Tarn, Viereck e Beike più afferenti alle guerre puniche.

23.     "Viandanti, asinai, mietitori e giovinetti della povera Ellade", rastrellati a forza dai trierarchi per colmare gli effettivi di rematori (Plutarco, Antonio, 62). Plutarco aggiunge che la qualità delle manovre (certo in navi meno importanti per la battaglia) fu enormemente compromessa.

24.     P. Bartoloni, "L'esercito, la marina, la guerra" in "I Fenici", cit., p. 137.

25.     Già le vecchie pentecontore- con 25 rematori per lato- dei Greci avrebbero avuto nella cala camerette ermeticamente chiuse a camere stagne, come le navi moderne, contro l'affondamento se battendo a uno scoglio si faceva acqua in un punto.  Ma questa tesi di autori dell'Ottocento trova del tutto in disaccordo M. Ascani, perchè renderebbe le più antiche navi greche poco più che delle giunche, poco compatte.

26.     Ipotesi ottocentesca (riportata anche dal Cantù, cit.), che non tiene conto dei diversi tipi di quadrireme così come delineati da Ascani, cit.

27.     Ma è quest'ultima una ricostruzione settecentesca destituita di fondamento, che non teneva oltretutto conto della documentazione iconografica.

28.     Athenaeus 5. 203; Calliss. 1  (AT 203);  Plut., Demetr. 43; Scl. El., Tact. 234; L.Casson,  The super-galleys of the Hellenistic Age,  Mariner's Mirror 1969, 55, pp.185- 193; L.Casson, The oarage of Ptolemy's IV, ibid. 1980, 66, p. 265; W.Soedel- V.Foley, cit.,I, p. 108, con disegno variato di ricostruzione di L.Casson a pp. 110-  111; Casson, cit., SSAW p. 107 segg. e ill. 112- 113; BASCH, cit.,  p. 352.

29.     E' precedente al V secolo il rostro di bronzo, sul tipo di quello del IV sec. ritrovato ad Athlit, in Israele, lungo due metri e pesante 600 kg., con una punta di lavoro formata da tre lame di sfondamento orizzontali (vedere più avanti la sua riproduzione grafica), sempre più saldamente fissabile, grazie alla sua forma particolare, al legno della prua.

30.     Anche se l'Enciclopedia Italiana Treccani inverte il numero di rematori tra traniti e talamiti: vale a dire, per i nomi che ufficialmente vengono dati in marina, 54 rematori ai tranitici, 52 ai zigitici e 62 ai talamitici. In Taillardat (PGG cit., pag. 187) essi risultano: 62 traniti, 54 zigiti, 54 talamiti.

31.     E anche in Casson, cit., SSAW pag. 134.

32.     Termine greco e fenicio.

33.     Hippagogos, hippegos (Casson, cit., SSAW p. 93 e n. 86), trireme con 30 traniti per lato e 30 cavalli trasportati. La trireme hoplitagogos (trasporto truppe di fanteria pesante) aveva 85/90 "stratiotides" per nave.

34.     Il ponto era di origine celtica (AS, p. 102).

35.     Cfr. anche Casson, cit., SSAW pag. 94 sgg.

36.     Ripreso da Foley e Soedel come anche in AS, cit., p. 155.

37.     I prigionieri più validi ottenuti da Scipione con la presa di Cartagena in Spagna "furono scelti per farli entrare tra le file dei marinai, ottenendo così equipaggi per i vascelli catturati e aumentando la consistenza della flotta; anche a questi fu promessa la libertà" (Liddell Hart, Scipione, cit., p.41).

38.     Cfr. anche AS pag. 163, che parla di una velocità media dai 5 ai 9 nodi (16,6 Km/h).

39.     Cfr. la presentazione e gli articoli di MORRISON  e COATES in "Atti del Convegno sulle poliremi dell'Antichità" organizzato a Roma nel dicembre 1989 dal Ministero della Marina Militare Italiana, Rivista Marittima, Roma 1990, pp. 17 sgg., pp. 41 sgg.

40.     W. Soedel- V. Foley, Le antiche catapulte, Scientific  American n.129, maggio 1979,pp.86- 95. Questo saggio sulla balistica e la abilità matematica e tecnica dei Greci nelle antiche macchine, qui definite "lanciamissili", riassume i più recenti studi dello storico britannico E. W. Marsden ed è corredato di interessanti ricostruzioni e disegni.

41.     Tali tattiche specifiche potevano essere quelle delle  più piccole navi dei pirati illiri, o quella dei lembi e dei trulla da una parte  e delle grandi novares e dekares ad esempio nella battaglia di Chio del 201 a.C.  Esplicheremo più avanti le differenze tattiche connesse coi differenti tipi di navi.

42.     Il GDS III2, pag. 388, si stupisce che nell'inverno del 217 Filippo faccia costruire 100 lembi illirici anzichè 100 grandi navi da battaglia che potessero veramente servire contro Roma. Il De Sanctis dimentica che 53 poliremi molto grandi aveva Filippo a Demetriade, ma non le usava perchè i lembi erano più adatti alle sue operazioni militari di scorreria.

43.     A Drepano 240 quinqueremi romane contro 210 cartaginesi (ogni nave aveva circa 300 rematori, 20 marinai e almeno 100 soldati armati al completo e pronti anche per il combattimento navale, e non solo per lo sbarco). Ma prima ancora, a Capo Ecnomo, 100 navi da carico e 230 quinqueremi romane  contro 250 navi da guerra cartaginesi (100 quinqueremi e 150 triremi splendidamente manovrate). Anno per anno, ogni singola flotta romana in quella guerra fu di 180, 220, 350, 364, 300, 400, 300 navi da guerra, tralasciando le battaglie (non tra le più importanti) appena nominate, e così per i 23 anni di guerra.

44.     Anche se non i 300.000 delle fonti (Polibio I, 26).

45.     Se non nella qualità delle costruzioni, almeno nella quantità, con le enormi flotte statali (in modo che gli equipaggi più che le navi restassero onere degli alleati di Roma), a cui l'economia particolaristica cartaginese non poteva alla fine contrapporre una marina adeguata (e a questo punto dobbiamo pensare a una carenza cartaginese più di uomini che di navi).

46.     La stessa paura si impadronì di Filippo di Macedonia nel 217 a. C. nello Ionio quando, non sicuro della consistenza della squadra romana di Puglia, fuggì con 100 lembi dinanzi a 10 quinqueremi. Il Walbank (Philipp V, cit., pag. 91) parla delle 5 navi achee [3 quadriremi e 2 biremi, specifichiamo noi] aggiunte alla flotta di Filippo nel 210 in attesa di ricevere gli aiuti di Bomilcare. Ma ancora nel 208 Filippo con 7 quinqueremi e 20 lembi  non fa in tempo a raggiungere a Oeniade Bomilcare, perchè questi si ritira per paura dei Romani che provenivano da Oreo (Ibidem, pag. 96).

47.     "Un'armata quale i cartaginesi non avevano più messo in mare dopo i disastri della prima guerra punica", GDS III2, pag. 294.

48.     Così il Bruni e Bontempelli, ibidem. Ma Livio XXVIII, 40; Plut., Fabio M., 25 e Schur, cit., pag. 84 sgg. sono ancora più espliciti sull'importanza <marittima> della riconquista di Capua, spina sul fianco per i porti romani in Campania.

49.     Una spiegazione "fantapolitica" potrebbe anche essere un accordo segreto nel 205 tra l'oligarchia senatoria latifondista romana e l'oligarchia latifondista del Senato di Cartagine (il "partito della pace") per non squilibrare troppo a livello sociale e internazionale l'assetto interno del mondo punico (ma cfr. anche Schur, cit., pag. 97).

50.     Dallo stesso verbo verbo stolon, oltretutto, derivano molti altri termini come stolè, dor. stolà e stolos, che indicano parti importanti dell'armamento e dell'equipaggiamento navale, in composti riferiti a termini militari e della flotta. Ad esempio, stolos koperes era tutto il complesso dei remi (remeggio) di una nave da guerra, e stolos da solo era anche una parte della prora che sporgeva fra il rostro (embolon) e la parembolìs delle navi corazzate.

51.     Clemente di Alessandria; Tucidide I, 13, 2.

52.     Aristofane, ne "Gli uccelli",v.108, fa rispondere a dei viaggiatori ateniesi interrogati su quale fosse la loro patria : "Il paese da dove provengono le belle triremi".

53.     Già prima, nel 351, 100 tra triremi e quinqueremi erano nella flotta della fenicia Sidone, in seguito porto dei Seleucidi (Diodorus XVI, 44, 6; Casson cit., SSAW pag.97).

54.     J.D.GRAINGER, Hellenistic Phoenicia, Oxford 1991 sottolinea  anch'egli l'importanza delle navi fenicie dei Persiani contro Alessandro, da 300 a 500 (con alta precentuale di quinqueremi).  Ad Atene nel 330 a. C. vi erano 410 navi, di cui 18 quadriremi) (pp. 32- 33). Nel 330 Sidone aveva 100 navi circa, per lo più triremi e alcune quinqueremi, Cipro 120, Tiro 80, Arado e Biblo 80 ognuna (pp. 31- 32). Enorme infine l'importanza dei Fenici nella flotta tolemaica, specie dal 315, e stessa data per l'importanza delle maestranze navali fenicie per Antigono (pp. 43- 50).

55.     "Cinquantaremi" le appella anche Adelmo Barigazzi in Favorino di Arelate, Opere, De Exilio, p.451, r.24 sgg.,Firenze 1966. Il Casson, cit., SSAW pag. 125, le considera generalmente a due livelli di rematori.

56.     Mentre la triacontera, documentata a tre ma anche a due e un livello (Casson, cit., SSAW pag. 125 e n. 99) e con rematori- soldati, molto presente ancora nelle flotte di Alessandro Magno insieme a quadriremi e quinqueremi, scompare nell' età delle guerre puniche sostituita sempre più dai lembi.

57.     La situazione bellica volle che non ci fosse un confronto diretto tra questi diversi tipi di flotte fino a dopo il 200 a.C., cioè dopo la conclusione della II  guerra punica. Tale confronto diretto si può dire anzi, paradossalmente, che mai ci fu, perchè il crollo del mondo ellenistico con lotte soprattutto interne fece confrontare tra loro le flotte orientali (anche prima di Raphìa nel 217 o a Chio nel 201), in maniera quasi decisiva, senza necessità per i Romani di utilizzare le enormi flotte impiegate contro Cartagine e usando Rodi, Egitto e Pergamo come graduali strumenti del proprio dominio sul Mediterraneo. Come ricordato, all'inizio della I guerra punica l'ammiraglio dei Cartaginesi usava la nave a 7 ordini di remi appartenuta a Pirro, il grande principe ellenistico dell'Epiro, e a metà della stessa guerra compaiono due sestere (exere) degli ammiragli (cioè consoli) romani, certo prestiti o tributi di alleati della Magna Grecia, magari proprio di Siracusa. Una exera userà occasionalmente anche Scipione, il futuro Africano, in Sicilia. Della contingente debolezza navale della Macedonia di Filippo V (che non usò poliremi maggiori fino al 201) abbiamo già discusso.

58.     Come recita un importante frammento, nel 260 Caio Duilio contro i Cartaginesi "prese con la forza una nave a sette ordini di remi e 30 quinqueremi e triremi" (ILLRP 319).

59.     Aelianus, Var. Hist. 6, 12, parla di 400 navi tra "6 ordini" e "5 ordini" (exere e pentere).

60.     A parte naturalmente gli scontri diretti dei Punici con Siracusa.

61.     Per i Romani è sostegno di questa tesi tutta la 2° parte del III volume della Storia dei Romani del De Sanctis (GDS III2).

62.     Naturalmente eccezioni a questo (eccezioni che confermano la regola) vi furono anche in seguito, come nel 191 a.C. a Capo Corico, dove contro una flotta ellenistica (quella siriana di Antioco Seleucidico) i Romani usano la tecnica dell'abbordaggio con "mani di ferro" (Livio XXXVI, 44), tattica di emulazione terrestre che consente la cattura di 13 navi nemiche con intero equipaggio e rematori e l'affondamento di altre 10 navi. In uso dal V secolo, le "xeires siderai" furono usate in battaglie decisive dai Greci (Polyaenus I, 40, 9; Diodorus XIII, 50, 5).

63.     Siracusa fornì a Pirro, per la seconda spedizione del greco epirota in Italia, "circa 200 navi con rostri di bronzo" (Dionisio Alic., XX, 8, 1). Le due flotte di 155 poliremi (per lo più quinqueremi) di cui disponevano a Siracusa Bomilcare e il siracusano Epicide ancora nel 212, quando Marcello conquista la città, non devono essere state prive di unità siracusane, pur congetturando che più grandi e lente poliremi erano solo adatte per la difesa del porto.

64.     "Sambuca, ad similitudinem citharae", Vegezio IV, 21. La sambuca era una larga e alta scala che partiva dai lati agganciati di due quinqueremi congiunte. Tale scala con in cima una "coffa" con soldati e manovrata con argani, essendo alta quanto le mura di Siracusa assediata, permetteva un assalto ravvicinato alle mura (assalto contrastato però anche dalle "mani di ferro" di Archimede. Il console romano Marcello usò nell'assedio 4 sambuche su 4 coppie di quinqueremi (Polibio VIII, 6). La forma complessiva di scala con piattaforma e navi affiancate era quella appunto di una "sambuca", antico strumento musicale non dissimile dalla cetra.

65.     Gli alleati orientali di Roma continueranno a fornire durante le guerre civili, e fino ad Azio e all'Impero, poliremi maggiori delle quinqueremi fino alle dekares, come per M. Antonio ad Azio. La sestera resterà comunque sempre l'ammiraglia della flotta imperiale romana, così come lo era stata di Augusto ad Azio (Dio Cassius, L, 19, 3) e prima ancora di Sesto Pompeo (Appian., Bel. civ., V, 71 e 73)

66.     La nostra considerazione vale sia prima che dopo il 245 a. C., quando i Romani apportarono modifiche forse determinanti nella costruzione della flotta per quel che riguardava struttura dello scafo o livelli di rematori o un diverso rapporto stabilità- velocità, cose di cui si discute più oltre.

67.     Questo riferimento, talmente esplicito ed esteso in Livio, merita di essere rivisto nella nostra trattazione dettagliata della seconda guerra punica, Vol. IV.  Schede sul movimento, 551= 203, XVII, 51, sulla battaglia di Utica in cui navi da guerra cartaginesi contro onerarie romane danno luogo a uno strano combattimento navale- terrestre a ridosso della riva.Scipione perderà solo 60 navi onerarie grazie alla sua astuzia tattica.

68.     Il Walbank, cit., I, 47, 10, pag. 111, esclude la veridicità di Zonara VIII, 15, sul nome Hanno dato ad Hannibal (Rodio). Ma è vero che la sua quadrireme fu usata come modello dai Romani (Zonara VIII, 59, 8).

69.     Walbank, cit., I, 47, 10, conferma filologicamente, per la quadrireme del Rodio, che il cartaginese ne vide una simile alla sua ("cuius structura adeo probe ei nota erat").

70.     Invero le parole precise di Polibio riguardo alla "differenza" tra le più antiche flotte di triremi e quelle nuove di quinqueremi e tra queste ultime e le di poco precedenti e contemporanee flotte di poliremi maggiori orientali, possono essere intese in duplice senso: le flotte cartaginesi e romane a lui contemporanee sono enormi, per dimensioni di eserciti, non solo rispetto a quelle di più piccole triremi, ma anche ai numeri più "contenuti" di poliremi maggiori nelle flotte ellenistiche. Non erano certo nel numero di 250 o 300 navi per parte le poliremi a 8, 9, 10, 16 o 20 ordini delle battaglie ellenistiche; e le guerre puniche furono davvero colossali per numero di uomini.

71.     Ibidem. Ma la stessa categorica affermazione ritorna in Polibio III, 41, 2, all'inizio della descrizione della II guerra punica e in III, 96, 10 durante il suo svolgimento. Il GDS III2, pag. 5, n. 7, dubita ingiustificatamente di questa "totalità di quinqueremi" sostenuta da Polibio per la flotta romana anche nel 217, dopo la battaglia del Trasimeno.

72.     Stiamo parlando anche, ma non solo, delle chiavi di lettura di Maurizio Ascani e della geometria del remeggio.

73.     Un testo specialistico come il Casson (cit., pag. 120, n. 82) non oppugna in alcun modo queste notizie, osservando solo che il materiale poco stagionato danneggiava la velocità, come anche in Caesar, Bel. civ. I, 58. E Casson conferma (Ibidem, pag. 136) la veridicità delle fonti antiche sullo smontaggio in sezione delle navi per il loro trasporto già molto prima di Alessandro.

74.     La rinomanza del livello cantieristico e dei carpentieri della Grecia classica (Corinto  e Atene)  viene superata in età ellenistica (pur permanendo sofisticati questi cantieri come quelli di Creta e della Ionia)  non solo dai soliti Fenici, ma anche dalla Fenicia in quanto area della cultura navale ellenistico- macedone. Si veda Ateneo, V, 204c,  a proposito dell'ingegnere fenicio che ad Alessandria costruisce per Tolomeo la Tessaracontera.

75.     J.S.Morrison (Long Ships and Round Ships. Warfare and Trade in the Mediterranean, 3000 BC-500 AD, London, Her Majesty's Stationery Office [NATIONAL MARITIME MUSEUM], 1980) a pag. 33, tavola 25, mostra la ricostruzione di Frost. Il ponte è solo centrale, ma è poco chiaro il resto. Mancano riferimenti ai livelli e al rostro. A p.35, tav.26- La 4 romana del graffito di Alba Fucentia; a p.39 tav.31-aflaston a 5 del rilievo di Ostia.

76.     Già J. TAILLARDAT, in PGG cit., pp. 183- 205 (La triera ateniese e la guerra sul mare nel V e IV secolo) confermava fiduciosamente i dati delle fonti: nel 260 a. C., Caio Duilio fa allestire 160 navi in 30 giorni; nel 254 a. C., 220 navi vengono allestite dai Romani in 3 mesi.

77.     Lo dimostrano soprattutto i decisivi studi di Ascani.

78.     Anche Livio, per il 206 a.C., in  XXVIII, 30, 5,  parla della  "quinquereme romana più lenta di una trireme", il che ci pare ovvio. Ma non molto dopo, per il 201 (XXX, 25, 6) parla di una quinquereme romana molto più veloce delle quadriremi puniche, la qual cosa è logica, poichè la quinquereme "doveva", anche se di pochissimo, essere più veloce di triremi e quadriremi, dato il maggior numero di vogatori. Si tratta certo qui di fattori contingenti e di modelli diversi di navi. Ipotesi plausibile in XXX, 25, 6 è infatti che le quadriremi puniche sono del modello antecedente quello di Annibale Rodio, quindi più lente e inoltre "più basse" della quinquereme romana "più alta di bordo", come dice Livio.

79.     Il modello superiore dimostrò le sue qualità soprattutto alle Egadi. Qui, senza vento favorevole, le quinqueremi, triremi e pentecontore cartaginesi che fuggivano non avrebbero potuto raggiungere Hiera (per tornare a Cartagine) e "i Cartaginesi avrebbero perso tutte le loro navi" (Thiel, Before..., cit., pag. 314).

80.     Anche per la triera, 10 soldati e 41 ufficiali (?) (Ibidem).

81.     Thiel, Studies on the history of the Roman Sea- Power before the II punic war, Amsterdam 1954, pp. 304- 305.

82.     Ci sovviene a questo proposito anche ciò che Karl von Clausewitz, nella sua opera "Sulla guerra", cit., vol. II, libro VIII, 3, pag. 784, sintetizzava: "Questi Stati (le antiche repubbliche e Stati orientali, prima di Roma) sono in pari tempo troppo numerosi e troppo agglomerati per non trovare nell'equilibrio naturale (in cui,secondo una legge avente carattere generale si trovano sempre le piccole aliquote appartate) un ostacolo a grandi imprese. Le loro guerre si riducono dunque a devastazioni del paese aperto e alla conquista di qualche città per assicurarvisi una certa influenza per l'avvenire. Roma è l'unica eccezione a tale stato di cose, ma solo nelle epoche posteriori della sua storia. Per lungo tempo, infatti, essa ha sostenuto coi suoi vicini una lotta di tipo normale,per amore del bottino o per ottenere l'alleanza dei vicini. Essa si ingrandisce più per le alleanza che contrae,e mediante le quali assorbe ed assimila gradatamente le popolazioni vicine, che a mezzo di sottomissioni vere e proprie. Solo dopo essersi estesa con questo procedimento in tutta l'Italia meridionale, essa comincia a progredire mediante effettive conquiste. Cartagine cade, la Spagna e le Gallie sono conquistate, la Grecia viene sottomessa e la dominazione romana si estende in Asia ed in Egitto. A quest' epoca, la sua forza militare è immensa, senza che i suoi sforzi lo siano altrettanto."  Siamo, come si vede, già a quella fase cruciale e decisiva di rapida conquista romana del Mediterraneo che comincia con la II guerra punica e sfocierà nell'impero. Ma, vogliamo sottolineare, è un processo e un metodo che rappresenta un vero salto di qualità non rispetto al formarsi di imperi precedenti quali quello persiano, di Alessandro Magno o di Cartagine, ciascuno con proprie peculiarità, bensì rispetto ai tempi velocissimi in cui secolari equilibri internazionali e le matrici culturali e diplomatiche di tali equilibri verranno sconvolti con grandi, preordinate azioni di conquista, dal 205 a.C. al 168 a.C. Proprio l'enorme forza militare cittadina e alleata della Federazione romana dall'inizio della II guerra punica modifica le dimensioni della guerra in senso generale: già dalla prima guerra punica con le enormi flotte statali, tra la I e la II guerra punica con le due fondamentali riforme della legione manipolare, quella del 241 e quella di Scipione del 209 (vedere i nostri capitoli appositi).

83.     Di centinaia di città con i loro abitanti, e con le campagne compromesse per decenni e oltre.

84.     Più di 700 le unità navali romane distrutte da tempesta tra il 256 e il 253, nella I guerra punica, secondo Beike, cit., pag. 120. Ma, a parte l'imperizia romana, la mole degli scontri equiparava Romani e Punici.

85.     W.W.Tarn,Hellenistic military and naval developments, Cambridge 1930, pp.142-152.

86.     BASCH, cit.,  pag. 354, insiste su una "quinquereme" del Rodio, catturata da una consimile quadrireme già presa dai Romani.

87.     Un fugace accenno di Casson, cit., SSAW pag. 121 e n. 86, conforta la nostra tesi. Anche AS, cit., pag. 29, così riassume questo aspetto: "Nel 260 a.C. a Milazzo i Punici rimasero disorientati dalla tattica d'abbordaggio dei corvi e dopo aver subìto gravi perdite dovettero ritirarsi. I legionari conquistarono 31 navi, tra cui l'ammiraglia a 7 ordini. In seguito sembra che i Punici abbiano trovato un rimedio, o forse Roma, dopo molte sciagure marittime dovute alle tempeste, mise fuori uso il "corvo", che appesantiva eccessivamente le navi. In ogni caso, dopo alcuni anni, di quest'arma già non si parlava più. Evidentemente la flotta romana poco alla volta raggiunse il livello di quella punica anche sotto l'aspetto tattico e cantieristico- navale... Tuttavia la perdita di intere flotte a causa del mare cattivo mostra che probabilmente anche in seguito l'esperienza nautica dei Romani lasciava a desiderare, nonostante il nuovo modello di nave rodia copiato". Nella I punica Roma perse più navi dei Punici, ma per le grandi riserve di uomini e mezzi poteva rimpiazzarli, mentre Cartagine si dissanguava e per questo si arrese dovendo rinunciare a molti possedimenti coloniali ma non alla flotta.

88.     Vegetius, IV, 43, ricorda come sia diligenza del navarca (capitano) provvedere a che "navalis pugna tranquillo committitur mari liburnarumque moles non ventorum flatibus sed remorum pulsu adversarios percutit": il mare sia calmo ed i remi e non il vento (le correnti) del mare poco tranquillo guidino la nave allo speronamento.

89.     Walbank, cit., I, 47.10.

90.     E' chiaro che se Polibio ha presenti qui, ovviamente, navi puniche, e triremi e quinqueremi puniche e romane, di contro alla precedenti triremi greche,  che  erano già di per sè più piccole di quelle fenicio- puniche, il concetto di "dimensione" diversa acquista meglio il risalto che egli voleva certamente dargli.

91.     Amilcare Barca (morto nel 229), padre di Annibale, fonda nel 237  un nuovo impero cartaginese in Spagna;  Asdrubale (morto nel 221), suo fratello, lo consolida;  Annibale  (246-183)  vi prepara la guerra contro Roma, aiutato dai fratelli Asdrubale e Magone.

92.     In base alle grandi differenze, iconograficamente tangibili e riconosciute da tutti gli studiosi, tra triremi, quadriremi e quinqueremi  puniche e quelle greco-ellenistiche fino ad allora.

93.     Gli stessi G.e C.Charles-Picard, La vie quotidienne  à Carthage au temps d'Hannibal, Paris 1958, p.196, citati dal Basch a proposito, constatano che il mercenariato cartaginese aveva sopravanzato quello  greco, ma solo fino a un certo punto, perchè anzi quello greco lo aveva preceduto cronologicamente e qualitativamente. Eppure i Greci non si sognarono in nessun periodo della loro storia antica di affidare il remo ai non cittadini.

94.     Strabone XIV, 2-5, riferisce che i Rodi erano tanto gelosi del loro segreto di superiorità navale da interdire, pena la morte, l'accesso ai loro arsenali a persone non autorizzate.

95.     Ennio (239- 169 a.C), nativo della colonia greca di Rudiae, in Puglia, militò nelle legioni romane tra i Socii (alleati) durante la seconda guerra punica, combattendo in Sardegna. Il famoso Catone lo portò a Roma, dove Ennio divenne il padre della poesia nazionale latina, introducendo nel ritmo latino l'esametro greco  e creando un poema di tipo omerico, gli Annales, in 18 libri; poema giuntoci purtroppo in frammenti slegatissimi. La II guerra punica e Scipione costituivano parte decisiva nel poema.

96.     Il De Sanctis, GDS II2, pag. 41, n. 62, oppugna: "A questa battaglia (del Trasimeno) riferirei volentieri ENN.252 VAHLEN2, tramandato da FESTO nel libro VII, non potendo esservi ora difficoltà, dopo le ricerche del Norden, di cercare in quel libro il racconto della battaglia del Trasimeno". Ma è interpretazione isolata (quella del GDS, non certo quella del Norden) rispetto al resto della critica.

97.     Il "fino alla 30 ordini" e "fino alla 40 ordini" (ad XXX...; ad XL...) non pare una svista della recente traduzione italiana UTET dell'opera di Plinio in 6 volumi,ma piuttosto una svista di Plinio che forse dimenticava che dalla 20 alla 30 e dalla 30 alla 40 non esistevano "modelli" intermedi.

98.     Ulteriore conferma di questa nostra vecchia idea ci è poi venuta dallo studio del volume spesso citato del Basch, del 1989.

99.     Da cui anche un possibile ragionamento sul tipo di forza lavoro necessaria, tanto specializzata, come osservano Foley e Soedel, almeno nei capi voga di ogni remo, da rendere possibile l'estensione e lo sfruttamento di tale specializzazione non solo nelle poliremi maggiori (che erano proporzionalmente sempre meno numerose di quadriremi e quinqueremi anche nelle flotte ellenistiche più evolute), bensì anche nelle poliremi meno grandi di tali flotte ellenistiche.

100.  Cfr. anche Casson, cit., SSAW pag. 138 sgg.; BASCH, cit.,  pp. 338-340, 342-352.

101.  La nave fu ribattezzata "Alexandris". Se il trasporto fondamentale era quello del grano dalla Sicilia all'Egitto, il "regalo" non avrà compromesso gli investimenti e la fatica dei suoi costruttori. E gli armamenti erano utili se si pensa alla vitalità della pirateria, non solo cretese o illirica, in quel periodo. AS, cit., pag. 26, osserva invece che a Gerone II di Siracusa, che fece costruire intorno al 240 a. C. "il gigantesco mercantile", troppo grande per i porti del Mediterraneo occidentale,  "non restò altro da fare che inviare il dispendioso risultato del suo pessimo investimento come dono di stato a Tolomeo III ad Alessandria". Lo Höckmann loda comunque il mirabile capolavoro di ingegneria, che stazzava circa 1700 tonnellate, con 40 cabine passeggeri ben arredate e l'appartamento di lusso del "proprietario" (AS, pp. 92- 96); gli addobbi preziosissimi impressionarono Moschione, scrittore antico che ci fornisce notizie sulla nave e ne paragona lo scafo a quello di una "20 ordini" da guerra.

102.  Essendo essa troppo pesante per essere collocata sul ponte della nave, Casson suppone fungesse da "tender autonomo" e da "rimorchiatore" in caso di bonaccia.

103.  Date le dimensioni eccezionali, molte cose preziose o colossali furono importate: ad esempio l'albero maestro, o decorazioni preziose, o la pece per lo scafo, che fu importata dalla Francia meridionale.

104.  Questa tesi del "remo grande"  è la meno seguita  dall'amico Ascani e la meno documentata dai testi e dalle raffigurazioni pervenuteci; essa è dominante nel Mediterraneo nell'ultimo periodo del Medioevo proprio perchè più semplice da ricostruire e utilizzare, ma in battaglia diede esempi di lentezza e scarsa manovrabilità sconosciute agli antichi persino nelle navi a 16 ordini di rematori di Demetrio Poliorcete.

105.  Mentre i livelli indicano i diversi piani (e talvolta persino i diversi "ponti" della nave) su cui erano disposti i rematori, gli "ordini" di remi indicano il gruppo di rematori che, sulla stessa linea trasversale della nave in un lato -ad un remo, o a più remi se remi e rematori erano sovrapposti-, e anche assommati se stavano su più livelli,indicavano il "gruppo di rematori" che col suo numero (ad esempio 5 al primo remo di destra dalla poppa) dava il nome alla nave (nel nostro esempio, la quinquereme).E se ad esempio 6 rematori sovrapposti su tre livelli sul lato destro della nave menavano ogni due un remo, indipendentemente dal numero corrispondente di 12 rematori posti sulla stessa linea a destra e a sinistra e dal numero complessivo di 360 rematori sui due fianchi per 30 linee trasversali di remi sovrapposti, quella nave era una exera  (sestera).  Noi indicheremo talvolta,  come in uso già nell'antichità, col termine di, ad esempio,"una 7"(ordini) la nave che ad ogni fiancata aveva 7 rematori per gruppo di remi moltiplicati per le 30 linee di remi di quella fiancata (nave septera), e con "una 10" la nave con dieci rematori per 30 banchi uno dietro l'altro per ogni fiancata (nave deciera). Ma ci spiegheremo meglio nelle descrizioni successive.

106.  In base alle ricostruzioni e agli studi più attendibili, convalidati anche dagli scafi del  lago di Nemi, uno lungo 71 metri e largo 24, l'altro 67 metri e largo 20, ricordiamo i circa 100 metri della Isthmia, i circa 89  della  thalamegos, enorme nave di rappresentanza e di svago sul Nilo, anch'essa di Tolomeo IV Filopatore  (Ateneo, secondo  Callissene, 203e- 206a); la ancora più lunga Syrakusia di Archimede,gli almeno 90 metri del Leontophoros; la Isis (probabilmente una "20" ordini) non molto inferiore alla tessaracontera, anche se quest'ultima era una "40" ordini. Inoltre i 124 metri (se in cubiti egiziani più piccoli, anzichè in cubiti greci) della tessaracontera. La nave porta- obelischi costruita dai Romani (sicuramente grazie a tecnici ellenistici, così come a tecnici fenicio-ellenistici si devono le altre poliremi maggiori) sotto Caligola, misurava circa 90 metri (Testaguzza, Portus, Roma 1970,pp.116-119).


 

NOTE AL TOMO II - SCIENZA ELLENISTICA

1.        Anche "perchè quando la nave veniva tirata in secco (da poppa), era sottoposta a una notevole pressione" (AS, cit., pag. 156).

2.        Mauro Cristofani, Gli Etruschi del mare, Milano 1983.

3.        Ma a più di 130 quinqueremi ammontarono, in singoli anni della guerra, le flotte cartaginesi e a più di 200 quelle romane.

4.        Propendere per lo sviluppo di quadriremi e quinqueremi come dettato dalla necessità delle nuove macchine da lancio ellenistiche può sembrare esagerato. Di contro molti autori  vedono nella velocità degli spostamenti e degli speronamenti la vera esigenza di tali navi, e solo in quelle ancora maggiori il prevalere delle nuove tattiche dei lanci e antirostro. Ma a noi pare credibile una risposta intermedia. Il grande sviluppo commerciale di Siracusa e di Rodi non esclude che la maggiore qualità delle loro macchine da lancio proprio in tetrere e pentere trovasse la migliore applicazione in compiti di scorta e protezione delle rotte commerciali, nonchè di guerra. E analizziamo altrove in tal senso la composizione delle flotte di Rodi.

5.        Nel 34 a.C. (tre anni prima di Azio) Ottaviano, a cui era toccato l'Illirico per il trattato di Brindisi, riprende la Dalmazia con Promona e Letula.

6.        Casson, cit., SSAW pag. 134, pag. 141 n. 6 e pag. 142 n. 6 riporta le fonti Lucano 3. 534 e Appian., Ill. 3, per categorizzare l'identità di liburna e bireme sotto l'Impero. Di tali navi era la flotta romana ad Alessandria. Ma l'ammiraglia sestera al Miseno (Napoli) e molte 5, 4 e 3 ordini tra Miseno e Ravenna erano comunque il nerbo della flotta imperiale.

7.        Sull'importanza delle liburne nella flotta imperiale romana, specie dopo la battaglia di Azio, già Vegezio, IV, 32-37, generalizzava questo aspetto, sorvolando su pentere e tetrere nelle flotte principali di Miseno e Ravenna.

8.        AS, cit., p. 105.

9.        Ateneo V, 206d sgg., riporta la descrizione dettagliata di Moschione; traduzione critica, con greco a fronte, del Casson in SSAW, pp. 191 sgg.  Una nave a remi di 78 tonnellate di stazza era tra le varie scialuppe di salvataggio della Syracusia (!) (AS, cit., p. 96).

10.     Ateneo V, 203 e, riporta la descrizione della 40 ordini di Tolomeo. Ma vedasi meglio su questa nave l'articolo di M. Ascani, cit. nella bibliografia finale.

11.     AS, cit., p. 104; SSAW, cit., pp.157 sgg.; WALLINGA, "Mnem.", 4, Ser. 17, 1964.

12.     Ma anche SA, cit., "Porti e infrastrutture portuali", pp. 222 sgg.

13.     G. Martinat, "I Fenici inventori", "Prua all'ignoto oltre il limite di Ercole" (Suppl. a La Stampa, marzo 1988), p. 27- 30, sulle "navi nere" dei Punici).

14.     A parte altri riferimenti in Giovan Battista Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura di M. Milanesi, Torino 1980, anche  C. Capello, Viaggi dei popoli nordici, vol.III, Torino 1979, constata che i popoli del Nord Europa avevano rapporti frequenti con gli Arabi, come testimoniano le migliaia di monete arabe che gli archeologi hanno trovato in Irlanda, Germania, Russia, Scandinavia e Islanda. Gli interessi commerciali tra questi due popoli, così diversi per modo di vivere e così distanti, erano molto vivi. Ma si afferma che soprattutto le conoscenze in campo astronomico, geografico, scientifico e l'esperienza degli Arabi come navigatori erano molto apprezzati dai Vichinghi. Dagli Arabi, probabilmente, i popoli del nord erano venuti a conoscenza della sfericità della terra. Ne è testimonianza "Lo specchio del re", un libro destinato all'istruzione dei figli dei re scandinavi, scritto intorno al 1250, mentre ancora nel XV secolo non sono molti in Europa a conoscere questa tesi geografica.

15.     La "Storia della Tecnologia" (cit., Oxford 1956, vol. II, pag. 582) afferma: "Quasi certamente è errata la supposizione che le navi romane fossero soltanto in grado di navigare col vento in poppa, ma è evidente che esse non avrebbero mai potuto bordeggiare contro vento se non nel senso più limitato della parola".

16.     Sarebbe più giusto dire "conta- stadii"; era propriamente l'odometro. "La maggior precisione viene forse raggiunta negli strumenti di misurazione allora inventati, dall'areometro archimedeo all'odometro (non diverso da un moderno contachilometri e adattabile tanto alle vetture terrestri quanto alle navi), alla diòptra descritta da Erone, per la misurazione di angoli e altezze..." (SCG IX, pag. 130)

17.     Cfr. la rivista "Archeo", n.4 (110), aprile 1994, articolo a proposito delle Isole Fortunate. "I Fenici di Lixus dovettero dunque scoprire quasi subito l'arcipelago canario, dopo di loro i Cartaginesi; e non sono pochi gli studiosi che ritengono che il mitico Atlante, il gigante che regge il cielo, si dovesse indentificare con il Teide piuttosto che con le montagne del Marocco" (Ibidem, pag. 99). "Ancora nel I sec. il geografo romano Stazio Sesobo conosceva una rotta che dalla costa africana in 40 giorni conduceva a certe 'Isole Esperidi' [cioè d'Occidente]" (Ibidem, pag. 101). Dal tempo di Augusto, una relazione sulle Isole Fortunate (Azzorre) richiesta al re Giuba II di Mauritania e confluita in Plinio, fece identificare tali isole con le Canarie. Poichè da allora, tramontate le esplorazioni fenicie e puniche, non ci furono più altre esplorazioni ufficiali (Ibid., pag. 103), si perse "l'immenso patrimonio di conoscenze della marineria fenicia e punica. Con la caduta di Cartagine bruciò anche l'isola dell'Ammiragliato, nella rada dove si conservavano i preziosi portolani e i segreti di secoli e secoli di dominio dei mari" (Ibidem); con il coinvolgimento di cartagine nelle guerre puniche e il conseguente abbandono delle rotte atlantiche". "Non è da escludere che la grande isola occidentale con fiumi navigabili [quindi non Madera] di cui parla Diodoro Siculo fosse la reminiscenza di terre d'oltreoceano, casualmente incontrate in uno dei viaggi atlantici di ritorno dalle regioni dell'Africa Equatoriale. E' proprio in questo modo che Alvarez Cabral scoprì, del tutto casualmente, le coste del Brasile" (Ibidem, pag. 101). Nella vita di Sertorio di Plutarco si dice che il generale romano aveva udito, a Cadice, che le isole Fortunate distavano dalla costa 10.000 stadi (circa 1700 km), esattamente la distanza che separa le Azzorre dallo stretto di Gibilterra.

18.     "Le scoperte scientifiche non furono quindi applicate nella loro totalità per obiettivi economici. La nostra mentalità moderna può esssere turbata nel vedere scoperte fondamentali, come quella del vapore o dell'aria compressa, utilizzate per realizzare oggetti che servivano da passatempo o, al massimo, modelli di macchine da guerra forse non mai costruite. Stupisce vedere quanto fosse poco intressante, per gli uomini dell'ellenismo, la ricerca di nuove fonti di energia, dato che non si provò ad usare la nafta, che pure era nota, né qualità di carbone come l'antracite." (SCG IX, pag. 131). Si è pensato erroneamente (cosa che può valere al massimo per l'età di Vespasiano) che i governanti abbiano temuto di creare disoccupazione introducendo nuovi macchinari. "Il disinteresse venato di disprezzo di alcuni scienziati verso le realizzazioni tecniche... non avrebbe comunque potuto porre, da solo, un freno alle applicazioni pratiche delle nuove scoperte, se queste applicazioni fossero state possibili. Ma nell'ambito della società ellenistica e in particolare egizia... la mano d'opera umana (schiavi e liberi) e animale era abbondante e a buon mercato, in secondo luogo l'impianto di macchinari sarebbe stato estremamente costoso... e perciò insostenibile da piccoli agricoltori e medie imprese, nella generale scarsità di capitale... Latifondisti e grossi industriali" (pur avendo nelle grandi aziende le nuove fonti energetiche indicate dai fisici e dagli ingegneri) "non concepivano la possibile aplicazione pratica dei princìpi delle macchine giocattolo illustrate nei trattati tecnici, o non ne trovavano convenienza" (Ibidem, pag. 133).

19.     Esauriente a proposito G. Aujac, La geografia nel mondo antico, Napoli 1984, soprattutto sulla precisione dei calcoli di Eratostene di Cirene sulla circonferenza terrestre.

20.     "Si era capito come utilizzare alcuni princìpi della scienza avanzata: lo sfruttamento dell'aria compressa portò a creare, oltre ad ordigni bellici, anche lo spruzzatore automatico antincendio" (SCG, IX, pag. 131). Si scoprì il motore a vapore, che muoveva figurine di teatri meccanici e apriva le porte di un tempietto. "Anche la forza di espansione del vapore acqueo fu utilizzata, a quanto pare, solo per un giocattolo: una sferetta di bronzo rotante" (Ibidem, pag. 131). Si trattarebbe qui dell' eolìpila, sempre di Erone, esatto prototipo del moderno motore "a getto" (detto anche, erroneamente, "a reazione"). Parleremo in seguito dell' "effetto diesel", attribuita dalla rivista scientifica americana SCIENTIFIC AMERICAN allo scienziato ellenista Ctesibio (sempre per macchine belliche).

21.     Le note più sintetiche sono in SCG IX, pag. 127 e 129.

22.     Diodoro (I, 34,; V, 37) per l'introduzione nel Delta del Nilo ancora vivo Archimede.

23.     A.Brancati, La scuola di Alessandria e i suoi apparecchi meccanici, Milano 1971; W. Tarn, La civiltà ellenistica, Firenze 1978; P.Levecque, Il mondo ellenistico, Roma 1980; G. E. Lloyd, La scienza dei Greci, Roma-Bari 1978. I testi moderni sottolineano che i grandi sviluppi della scienza ellenistica ebbero grande slancio negli strumenti di guerra (ad esempio catapulte e navi da battaglia) non solo perchè, come diceva Filone, i ricercatori in questi campi furono "massicciamente sovvenzionati da re ambiziosi", ma anche perchè la cultura ellenistica contraria al lavoro manuale e artigianale rese grandi invenzioni un equivalente di sporadiche curiosità. Archimede ai suoi tempi era d'altra parte più famoso per le sue macchine da guerra che per le sue opere matematiche, come constatano A. G .Drachmann dell'Università di Copenhagen e Derek de Solla Price della Yale University. Grandi finanziamenti per strumenti di guerra nei ricchi stati ellenistici, quali Egitto e Rodi, fecero raggiungere una "ottimizzazione del fascio di corde a forma cilindrica delle catapulte a torsione già intorno al 270 a.C.", soprattutto dal gruppo di ingegneri greci che lavoravano per la dinastia tolemaica.

24.     L'odometro (odòs= strada,mètron= misura), dell'alessandrino Erone, o tassametro come diremmo oggi, misurava la strada percorsa da un veicolo. Era un contagiri da applicare a una ruota: si otteneva la misurazione moltiplicando i giri indicati dal contagiri per la circonferenza della ruota cui l'apparecchio era attaccato. Erone aveva inventato anche il solcometro per misurare il percorso compiuto da una nave: scorrendo lungo i fianchi dello scafo, l'acqua metteva in movimento una ruota a pale, la quale attraverso una serie di ruote dentate faceva muovere una lancetta, che segnava il numero dei giri su un apposito quadrante.

25.     Non dimentichiamo che per l'occasione alcuni quotidiani nazionali parlarono di Archimede Pitagorico di Siracusa (qualche confusione con Walt Disney).

26.     Frau, cit.

27.     Derek De Solla Price, Gears from the Greeks, Yale 1975; Radiografie del Centro Nazionale di Ricerche Ellenico "Democritos", Atene. Solo le radiografie mostrano meccanismi troppo "miniaturizzati".

28.     Gli ultimi due inventati rispettivamente da Erone di Alessandria e Eratostene di Cirene. Il TRAGUARDO sarebbe divenuto l'alidada con cerchio azimutale graduato, cioè una bussola fenicia, poggiata non più su colonnina o bastoncino come in Erone, ma su un cono per la maggiore stabilità richiesta a bordo delle navi. E' l'erede del moderno TEODOLITE.

29.     M. Pincherle, in: Come esplose la civiltà, Armenia 1974; Frau, cit., 1987.

30.     Flavio Biondo da Forlì, in: Italia Illustrata, prima metà del '400.

31.     Vitruvio, De Arch., X. Sono il Polyspaston e il Pentaspaston, che "sollevava 6 tonnellate con la forza di due uomini", moltiplicabile (W. Sandermann, Das erste Eisen fiel von Himmel, München 1978). Gru e navi apposite servirono per portare a Roma molti obelischi (soprattutto per decorare il circo), tra cui quello oggi a piazza San Giovanni in Laterano che pesa 455 tonnellate, quello oggi a piazza del Popolo che ne pesa 235 e quello Vaticano che pesa 440 tonnellate.

32.     Pollux Iulius, (Pollucis Onomasticon, voll. 2 + Index a/c Ericus BETHE, Lexicographi Graeci, IX, fasc. 1- 3,  Leipzig 1900 e 1931, Stuttgart 1966).

33.     A questo, cioè solo a triacontore lasciate ad Antioco, crede stranamente il Casson, cit.

34.     Con queste ragioni di mobilità si potrebbe forse anche rispondere al mistero del perchè novares e decares costruite nel 315 da Demetrio non figurino nell'importantissima battaglia di Salamina di Cipro del 306.

35.     La nave regia macedone catturata dagli incursori Etoli nel 221 a.C. presso Citera (Polibio IV,6) non avrebbe rappresentato così grande bottino da mettere all'asta in Etolia, come imbarcazione e come equipaggio di manovra, se il numero dei vogatori e le dimensioni della nave non fossero stati considerevoli.

36.     E chissà , forse calcolando il regno di Siria come contrappeso strategico- geografico alla vicina potenza tolemaica, per nulla intaccata nelle sue dimensioni territoriali, nelle ingenti ricchezze nè nella consistenza della flotta dalle vicissitudini di quei decenni. E ciò nonostante che certo i Romani si fidassero a tal punto dell'alleanza e della fedeltà egiziane da tralasciare di potenziare o salvaguardare ai confini dei Tolomei regni ancora militarmente apprezzabili.

37.     Quel "minori" andrà però ben riconsiderato, alla luce degli studi di Ascani, in quanto all'efficacia in battaglia. E lo dimostrerà anche Augusto ad Azio con le "minori" liburne.

38.     Tra l'altro già in occasione di operazioni di assedio di grosse fortezze marittime dell'Asia Minore, quale Abido. E' evidente la funzione delle grandi macchine da lancio imbarcate per tali attività di assedio.

39.     Le controversie sull'interpretazione delle parole monere e monoxyle in Polluce, l'impossibilità di decifrare alcuni dei suoi termini e la nostra incapacità di proporre soluzioni personali a proposito non possono impedirci di esplicare le nostre perplessità riguardo questa parola di Livio. Lo stesso BASCH, cit.,  pp.420 sgg., usa i termini ambigui di cinqu-biremes e cinqu-uniremes (in francese) per distinguere quinqueremi a due e a un livello.

40.     Le possibilità di retrodatazione di questa invenzione, offerte dagli studi di Ascani, hanno del soprendente, aiutando le nostre tesi sulle grandi capacità tecniche del mondo antico.

41.     Casson, cit., SSAW pag. 119 sgg., crede veramente che la 16 ordini di Demetrio, varata nel 288 circa, sia la stessa presa a Filippo nel 197 e portata sul Tevere nel 167. Ma è ben difficile, e non fanno testo gli 80 anni della quadrireme descritta da Livio XXXV, 26, 5- 90. I 22- 25 anni di vita media (cioè non per affondamento in battaglia) delle quinqueremi romane nelle prime due guerre puniche (Casson, ibidem., pag. 120 n. 80) sono certo una media non triplicabile nè quintuplicabile.

42.     BASCH, cit., p.350.

43.     << MONERIS, moneres. Livio 38,38 monerem, antiqua lectio teste Gelenio, cod. Lov.4, minorem M?, codd. recc. plerique, minore B). >> Quest'unico riscontro nelle fonti antiche è così riportato alla voce corrispondente nel più recente THESAURUS ERUDITIONIS.

44.     Venga inteso bene il mio pensiero: senza una flotta commerciale regioni popolose non potevano vivere a meno che non fossero "direttamente" mantenute dal popolo romano (il che non fu a tale livello); quindi ribellioni commerciali o addirittura alimentari sarebbero avvenute certo prima di un cinquantennio. Flotte di Numidia e di Libia non sono neanche da prendere in considerazione, e certamente gli appaltatori romani estesero lì completamente la loro intraprendenza.

45.     Fino alle odierne soluzioni trovate per il remeggio in generale da Ascani; che pure esulano, per sua stessa intenzione, da questo aspetto così particolare, controverso e puramente filologico.

46.     Polibio XVI,3.

47.     La "triremis constrata" di Cesare, Bel. civ. 2, 23, non è, come pensa Casson, cit., SSAW pag. 124 n. 95, una "trireme pontata" ma ovviamente una trireme catafratta e con torri.

48.     Anche Casson, già cit., pag. 134.

49.     "L' ipotesi più verosimile sembra quella di compromesso, secondo cui questi giganti del mare avevano effettivamente due scafi- (ma non con possibilità di tenere uniti due scafi di dimensioni così gigantesche senza che questa costruzione gemellare si sfaciasse per le mareggiate o per l'impatto dei rostri- la "40" ne aveva cinque!)- ma senza remi nella parte interna, con scafi immediatamente agganciati l'uno all'altro grazie a una struttura interna" (Ibidem). Non tanto quindi una particolare disposizione di vogatori ma superficie del ponte di combattimento che era il doppio del normale, per truppe d'abbordaggio (che sappiamo molto numerose) e macchine.

50.     Ci interessa di meno che per ST, cit., II, pp. 574- 575, "catafratta" sia solo la galea corazzata dalla 8 ordini in su.

51.     Piccolo e veloce era anche il phaselos (gr.) o phaselus (lat.), da trasporto, principalmente di passeggeri.

52.     Sulle due vele, principale centrale e secondaria anteriore più orientabile col vento contrario, estremamente sintetici Weissenborn e Müller nelle note a Livio XXXVII, 30, 7, Leipzig 1915, almeno per quel che riguarda i nostri più semplici riferimenti alla guerra punica. Ma è pur vero che le enormi navi a remi ellenistiche, esistenti proprio in quegli anni, erano triarmenos, cioè con tre grandi alberi maestri, come la stessa colossale SYRAKUSIA costruita in quel periodo da Archimede per Gerone II. La Syracusia era da trasporto ma anche da guerra, e sul suo ponte da combattimento si trovavano una catapulta, invenzione di Archimede, capace di lanciare proiettili di 180 libbre o giavellotti di 5 metri e mezzo a una distanza di circa 200 metri, e otto torri, ciascuna con 6 soldati di marina, sicuramente fornite di altre macchine da lancio e di "mani di ferro" (Ateneo, 208c ).

53.     I Rodii che, ad es.,inseguono i "lembi" dei pirati illirici nel 220 a.C. (Polibio IV,19). Lo stesso termine di "polizia marittima" per Rodi in quel periodo ricompare im molti testi,  dal Mommsen alla Enciclopedia Treccani (vol. XXII, voce "MARINA").

54.     Siamo sicuri che Polibio si riferisce qui alla pece liquida per rendere stagne le costruzioni navali (Plinio,  Natur. Hist. XVI, 21,52) e alla pece "zopissa", grattata via dalle imbarcazioni marittime perchè diventata, con l'acqua di mare, una sostanza durissima e resistente più di qualsiasi altra pece o resina  (Plinio, ibid., XVI, 23,56).

55.     Con "catapulte" in genere (ma torneremo su questo problema), anche Werner Soedel e Vernard Foley (cit., II, pp.86- 95) intendono sia le baliste che le macchine lanciasassi. Questa automatica di Rodi era una balista così come la posteriore cheiroballistra o carrobalista su ruote romana (55 carroballistae in ogni legione romana -Vegezio II, 25). L'onagro era una catapulta vera e propria. La grande catapulta lanciasassi di Archimede lanciava pietre di oltre 78 chilogrammi.

56.     Ibidem, pag. 229.

57.     Ad esempio, Erone di Alessandria, "Trattato sulle macchine da guerra", di meccanica applicata; circa 100 a.C.

58.     Secondo ricostruzioni di F. E. Winter, Greek Fortifications, Londra 1971, e R. Barnard, Fortificazioni e macchine da guerra ellenistiche, in "Atlanti", cit., Oxford 1984, pp. 136- 137.

59.     Cfr. Livio XLVI, 23,6 , su Rodi come depositaria, ancora nel 168 a.C., della gloria marinara mediterranea.

60.     G. Giannelli, Trattato di storia greca, cit., Bologna 1983 7, pag. 472.

61.     Ciò conferma la tesi sulla pericolosità delle macchine da lancio per vogatori e fanti di coperta.

62.     Polibio peraltro (XVI, 2, 9- 10; V, 62, 3) indica con catafratte tutte le navi da guerra in genere più grandi delle triremi.

63.     "Le torri da combattimento facevano parte del normale armamento delle navi da guerra romane" (RF, p. 58; AS, p. 97). Casson, cit., SSAW conferma l'indentità di significato tra il termine greco e quello latino. Polibio peraltro (XVI, 2, 9- 10; V, 62, 3) indica con catafratte tutte le navi in genere più grandi delle triremi.

64.     Cfr.C.Torr,Ancient Ships, ristampa Chicago 1964, pp. 108 sgg. (celoces), pp. 115 sgg. (lembi).

65.     Vedere la bibliografia finale relativa a Basch e ad Ascani.

66.     Dal provetto Annibale Rodio della I guerra punica a questi ammiragli, i Rodii erano davvero i più rinomati nella marineria dell'epoca. L'isola di Delo, così importante in seguito e sotto l'impero, era ancora un semplice scalo di Rodi.

67.     Tucidide VII, 53, 4, sull'uso più antico, anche se Polibio ne parla per il 190 come decisiva arma nella flotta di Rodi e App., Syr. 27, come regolare equipaggiamento di quella flotta a partire da tale data.

68.     Cfr. l'antico graffito riprodotto in Casson, cit., SSAW ill. 115, e quello più suggestivo e realistico, da Alessandria (Hypogeo d'Anfouchy, II sec. a. C.), in BASCH, cit.,  ill. 807 p. 386, con un braciere di materiale incendiario che sporge in avanti sulla prora da una torre.

69.     Cfr. anche AS, cit., p. 203.

70.     Si risolverebbero così, secondo noi, in base ad Appiano, i dubbi avanzati da Casson, Basch e Höckmann sulla data dell' utilizzo stabile dei trulla sulle navi di Rodi.

71.     Si è osservato che i Rodii usavano le loro manovrabilissime quadriremi per speronare con la stessa perizia con cui gli Ateniesi avevano usato le loro triere, e che i Cartaginesi usarono allo stesso scopo le quinqueremi, mentre i Romani le usavano per l'abbordaggio (Casson, cit., SSAW pp. 100- 101). Ma lo stesso Casson parla (con Livio XXXVII, 32, 4) della quadrireme come nave rodia per eccellenza nel periodo tra il 200 e il 180 a. C. (Ibidem, pag. 102; AM, cit., pag. 152 e 168), mentre precedentemente la quinquereme, più che la quadrireme, ci risulta essere la nave più diffusa e pericolosa nella flotta rodia.

72.     Höckmann (AS, cit., pag. 222) accenna alla convenienza comunque per gli stati greci di tornare all'uso quasi unico di triremi, quadriremi e massimo quinqueremi anche dopo l'introduzione dei modelli maggiori di poliremi.

73.     La crisi della marina di Atene si ebbe già dall'inizio della supremazia macedone. Tra le varie testimonianze vi sono anche quelle meno esplicite, come il fatto che dal 299/298 a.C. Delo deve fortificarsi addirittura contro incursioni "tirrene" (cioè dei pirati etruschi nell'Egeo). Il declino di Atene fu rilevante  dal 322 al 280 a.C., cioè dalla sconfitta ateniese ad Amorgos ad opera dei Macedoni fino alle lotte dei Diadochi con la vittoria di Tolomeo II e il predominio egiziano nell'Egeo.

74.     Considerati i riferimenti di Polibio in XII,5, i contingenti navali di Locri dovevano essere però tutt'altro che esigui. Per le triremi della colonia greca di Marsiglia (Massilia) si veda oltre.

75.     Anche in seguito i lembi, più delle liburne, rimasero la nave tradizionale della marineria illira. 220 lembi furono catturati agli Illiri dal console Anicio nella guerra del 168 a.C., poco prima della conclusione della III guerra macedonica.

76.     Casson, cit., SSAW pag. 131, n. 121 con bibliografia.

77.     Nel Capitolo Primo, nei paragrafi dedicati alle forze navali  della Federazione Romana e alle Colonie Romane di Difesa Costiera.

78.     Questi legami con Cartagine di città greche (e non solo fenicie) nella Sicilia occidentale durarono anche dopo che l'isola diventò la prima provincia romana,alla fine dalla I guerra punica. E vennero in luce particolarmente nel corso della II guerra punica. Essi erano dunque radicata; anche se meno diffusi della tradizionale avversione dei Greci di Sicilia verso i Punici.

79.     Durante la conquista da parte dei Romani di Marcello, Siracusa ha ancora nel Porto Grande 55 poliremi.

80.     Unica eccezione forse i Focesi di Marsiglia prima del dilagare punico.

81.     Soprattutto per le operazioni degli Scipioni, cioè per 13 anni, dal 218 al 211 e dal 210 al 205. Disponevano, come già detto, per lo più di triremi.

82.     Il frammento di Sosylus in F Gr Hist 176 F 1. Citato molto recentemente in MORRISON J.S., (a/c) The Age of the Galley- Mediterranean Oared Vessels, London 1995 (con contributi dei massimi specialistici mondiali sulle navi antiche delle Università di: Texas, New York, Illinois, Copenhagen, Utrecht, London, Sidney  e altre, e con bibliografia ragionata), pag. 60-61. Vi si espone molto bene la tattica del diekplous - prediletta da Fenici e Punici (i Fenici d'Occidente)- e soprattutto la "difesa tattica" contro il diekplous, difesa che Sosilo dice inventata da Eracleide di Mylasa (città della Caria tra Mileto e Alicarnasso) ed usata nella battaglia dell' Artemisio. La stessa tattica di difesa fu poi copiata dai Massalioti (Marsigliesi, alleati dei Romani contro Annibale) nella battaglia alle foci dell'Ebro del 217 a.C., sconfiggendo gli abili Punici.

83.     Quella che abbiamo già definito 2° tattica, il rompere lo schieramento avversario con l'abilità e la velocità nell'uso del rostro. Il GDS III2, anche a pag. 160, loda la attendibilità e obiettività storica dei frammenti di Sosilo; eliminando ogni sospetto di parzialità e partigianeria nella descrizione della impostazione e dello svolgimento battaglia.

84.     Del resto come navi minori di tal tipo vanno intese quelle che Livio XXVI,7,9, descrive come numerose sul fiume Volturno nel 211 a.C., utilizzate da Annibale per traghettare il suo esercito al di là del fiume.

85.     Si pensi che nella sola città di Tolemaide, fortezza egiziana in Fenicia, a sud di Tiro, nel 219 a.C.,prima ancora del confronto diretto, in modo del tutto incruento Antioco si impadronì "di 40 navi; di esse 20 erano solidamente corazzate e disponevano tutte di almeno quattro ordini di remi,le altre erano triremi,biremi e navi veloci a un solo ordine di remi"(Polibio V,62, che fa capire come in nessun modo simili episodi potessero incidere sull'equilibrio delle forze). Nello stesso anno in cui nasce Annibale, nel 246, muore Tolomeo II, che aveva nella sua flotta, oltre alle triremi e alle altre navi minori, 17 quinqueremi, 5 sexteres, 37 hepteres, 30 novares, 14 navi con 11 ordini, 2 con 12 ordini, 4 "13", una "20" e due "30" ordini (Ateneo V, 203d e 203e-204b). Sulla "11" cfr. anche Teofrasto, Hist.Plant.,5.8.1; sulla "13" anche Plutarco, Demetr. 31.1.

 

 

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[1] Il frammento di Sosylus in F Gr Hist 176 F 1. Citato recentemente in MORRISON J.S., (a/c) The Age of the Galley- Mediterranean Oared Vessels, London 1995 (con contributi dei massimi specialistici mondiali sulle navi antiche delle Università di: Texas, New York, Illinois, Copenhagen, Utrecht, London, Sidney  e altre, e con bibliografia ragionata), pag. 60-61. Vi si espone molto bene la tattica del diekplous - prediletta da Fenici e Punici (i Fenici d'Occidente)- e soprattutto la "difesa tattica" contro il diekplous, difesa che Sosilo dice inventata da Eracleide di Mylasa (città della Caria tra Mileto e Alicarnasso) ed usata nella battaglia dell' Artemisio. La stessa tattica di difesa fu poi copiata dai Massalioti (Marsigliesi, alleati dei Romani contro Annibale) nella battaglia alle foci dell'Ebro del 217 a.C., sconfiggendo gli abili Punici.

[2] E' quella che abbiamo già definito 2° tattica, il rompere lo schieramento avversario con l'abilità e la velocità nell'uso del rostro. Il GDS III2, anche a pag. 160, loda la attendibilità e obiettività storica dei frammenti di Sosilo; eliminando ogni sospetto di parzialità e partigianeria nella descrizione della impostazione e dello svolgimento battaglia.

[3] E' ancora controverso se il greco parexeiresìa corrisponda al latino pàrodus per indicare questi ballatoi (e "corridoi") laterali sporgenti sui fianchi della nave per l'aggettito dei remi. Anche AS, cit., nella nomenclatura a  p. 237 non dubita dell'attribuzione del termine greco, bensì di quello latino (?). Ma il dubbio è inverso, come mi ricorda l'architetto Ascani.

[4] Ascani ha spiegato quasi tutto sulle epotidi nella sua relazione al Congresso Internazionale di Archeologia Navale ad Atene nel 1989.

[5] Si veda, nel volume sulle ISTRUZIONI PER LA SIMULAZIONE, la corrispondente regola degli scontri navali (anche in "I Fenici", cit., p.77) e anche altre regole, compresa quella secondo cui la nave catturata vale doppio, in quanto aumenta le forze del nemico.

[6] Contro "il lancio di rostri di ferro" da parte dei Siracusani (Tucidide VII, 6, 2) si ricorse a coperture di cuoio sulle prore come contromisura (Ibidem, 6, 5).

[7] Sul "taglio dei remi" abbiamo, non senza fatica, trovato questi riferimenti: Curzio Rufo, IX, 9, 16: collisione fra navi, con vicendevole infrangere- abstergere- dei remi; Caesar, Bell. Gall. I, 58: con impeto nel passaggio infrangere trasversalmente i remi della nave nemica; Columella, IV, 27, palmites detergere, spezzare i rametti dei tralci della vite.

[8] La liburna rimase comunque la nave standard per le flotte delle provincie dell'impero, in cui ammiraglia ea una trireme, mentre a Miseno e a Ravenna rimasero a lungo quinqueremi e triremi e come ammiraglia una sestera (AS, cit., pag. 173).

[9] Così l'Anonimo (ANONIMO, LE COSE DELLA GUERRA, MILANO 1989 (a/c A.Giardina): 17. EXPOSITIO LIBURNAE.): 1. Liburnam navalibus idoneam bellis, quam pro magnitudine sui virorum exerceri manibus quammodo imbecillitas humana prohibebat, quocumque utilitas vocet ad facilitatem cursus ingenii ope subnixa animalium virtus impellit. 2. In cuius alveo vel capacitate bini boves machinis adiuncti adhaerentes rotas navis lateribus volvunt, quarum supra ambitum vel rotunditatem exstantes radii, currentibus iisdem rotis, in modum remorum aquam conatibus elidentes miro quodam artis effectu operantur, impetu parturiente discursum. 3. Haec eadem tamen liburna pro mole sui proque machinis in semet operantibus tanto virium fremitu pugnam capescit, ut omnes adversarias liburna comminus venientes facili attritu comminuat. (pag. 30). Questa liburna, di cui viene ribadito due volte in poche righe la "magnitudine" e "la mole", cioè l'imponenza, ha coppie di buoi "nello scafo o stiva", azionando ruote che, come remi, producono il movimento. Inoltre questa nave, non solo per l'imponenza e la forza, ma anche "per le macchine che vi operano dentro, affronta la battaglia con tanto fremito di forze da fare a pezzi, con facile attrito, tutte le liburne nemiche che le si accostino". Cfr. anche De rebus bellicis, recensuit R. I. IRELAND, Teubner Leipzig 1984   (xvii - Expositio liburnae, pp.10-11).

[10] Polibio (I,64) dichiara di volerlo fare meglio nell'ambito di una trattazione della Costituzione dei Romani. Ma nel libro VI., che tratta appunto dell'organizzazione civile e militare romana, in tutti i frammenti a noi pervenuti dal'1 al 58 non vi è accenno alla questione navale, per cui o essa veniva trattata in parti mancanti degli stessi capitoli (quali l'1 o il 12) oppure era parte aggiunta o separata nell'ambito dei 40 libri e a noi non pervenuta. E' ben difficile che Polibio, che dà così grande importanza all'exploit della potenza anche navale romana proprio a partire dalle guerre puniche, si sia dimenticato di trattare, dopo averlo promesso, un caposaldo concettuale delle sue "Storie", e riteniamo insufficienti gli accenni in VI, 52.

[11] in greco, "neoria"; Livio parla solo di navalia (anche XXXVII, 10,12). W.H.Gross, Navalia, "Kl. Pauly", IV, coll.20- 21

[12] In “NAVALIA, ARCHEOLOGIA E STORIA”, a/c Furio Ciciliot, Savona 1996, si ricorda che almeno 6 erano di media le ancore per ogni nave nei relitti ritrovati risalenti al II e I sec. a.C. Parlando degli arsenali (dall’ arabo darsenale), serie di capannoni ognuno per una galea, men che minimi sono i riferimenti ad arsenali non medievali. Ma si ricorda che nel mondo romano l’antichissimo metodo a cucitura dello scafo (Egitto 2600 a.C., Omero nell’Iliade 700 a.C.) pare rimasto per lo più per le riparazioni.

[13] GRNW, cit., pp. 270- 273.

[14] Abbiano notato che stranamente in LE BOHEC Y., Historie militaire des Guerres Puniques, Monaco 1996 (collana L’Art de la Guerre pag. 84) tutta la flotta punica è  placés dos au rivage : con le spalle alla riva (anche nel disegno di ricostruzione della battaglia); la flotta romana punta così contro la riva siciliana. Non ci affidiamo all’intepretazione di questo autore (peraltro validissmo a proposito delle strutture militari dell’Impero Romano) neanche per ciò che concerne la riduzione delle cifre di Capo Ecnomo: egli dichiara “non 140000 romani e 150000 punici, les modernes pensent...qu’en tout moins de 100000 hommes ont pris part aux opérations”.

[15] cfr. anche Polibio I,26, che intende certo per navi "rostrate" queste più veloci e più pericolese; come anche in Livio XXXVI, 42, 8, dove pare a noi che rostrate erano solo le più veloci e maneggevoli col rostro, e quindi al massimo triremi. Pare strano che l'apparato delle note all'edizione UTET bilingue di Livio trascuri queste considerazioni, pur citando giustamente McDonald-Walbank, The Naval Clauses, "J.R.S." 59, 1969, p.32. E nello stesso passo si fa addirittura l'errore di identificare le navi tectae con quelle constratae, mentre le prime erano solo coperte ed eventualmente catafratte, mentre le seconde avevano un equipaggiamento di torri e di macchine aggiuntive. Ma la nostra osservazione alle considerazioni  di  McDonald- Walbank e Foley- Soedel (cit., I, nella bibliogr. finale) ci spinge a considerare le rostrate come triremi con due rostri.

[16] Quasi avessero -come risulterebbe invece solo dalle maggiori poliremi- più soldati oltre che più forza d'impatto di quelle romane.

[17] La ricostruzione che segue rispecchia pressochè letteralmente, con minime precisazioni, la descrizione del Ferrero, cit., pp. 171 sgg.

[18] Le torri della SYRACUSIA di Archimese, nave grande (equivaleva a una 20 ordini) ma mai quanto la 40 ordini di Tolomeo, portavano ognuna 6 soldati addetti alle macchine da lancio. Tale numero medio vale anche per le torri delle decares di Antonio.

[19] Le fonti antiche riferiscono più rostri per le navi maggiori.

[20] "I soldati di Antonio, insofferenti dell'indugio, e fidandosi dell'altezza e della grandezza delle proprie navi, quasi fossero inattaccabili, avanzarono dall'ala sinistra"... (Plutarco, Antonio, 65). "Sebbene la lotta cominciasse ad essere ravvicinata, non ci furono morti, nè alcuna nave andò in frantumi; perchè quelle di antonio, a causa del loro peso, non avevano slancio, ed è lo slancio che più di ogni altra cosa rende efficaci gli urti dei rostri; emntre quelle di Cesare si guardavano bene non soltanto dallo scontrarsi di prora contro gli speroni di bronzo solidi e irti degli avversari, ma neppure ardivano di sferrare assalti contro le fiancate: i loro stessi speroni si sarebbero infranti, andando a cozzare contro gli scafi costruiti con grandi travi quadrate e tenute insieme fdal ferro. Perciò la lotta era simile piuttosto a una battaglia di fanteria, o, per essere più precisi, all'assalto di una muraglia. Tre o quattro navi di Cesare insieme ne chiudevano in mezzo una di Antonio; i loro equipaggi combattevano con scudi di vimini, aste, giavellotti, lance e proiettili incendiari; gli uomini di Antonio li bersagliavano con catapulte azionate da torri di legno" (Plutarco, Ibidem, 66).

[21] Catafratto, in greco e in latino, è termine militare che equivale a "corazzato".

[22] "La battaglia, tuttavia, era ancora indecisa, e la vittoria possibile ad ambedue i contendenti, quando improvvisamente si videro le sessanta navi di Cleopatra alzare le vele per prendere il largo e fuggire passando attraverso il folto dei combattenti. Disposte com'erano dietro alle grosse, infiltrandosi in mezzo ad esse provocarono grande confusione. Gli avversari assistettero stupiti a quello spettacolo, vedendo che spiegavano le vele al vento e puntavano verso il Peloponneso" (Plutarco, Antonio, 66).

[23] "Nelle acque di Azio la sua flotta, dopo aver resistito per molto tempo a Cesare, gravemente danneggiata dal mare grosso, che la urtava di prua, malgrado ogni sforzo che fece per resistere, all'ora decima del giorno cedette. I morti non furono più di 5.000, però vennero catturate 300 navi, a quanto scrisse lo stesso Cesare. Non molti dei combattenti si accorsero che Antonio era fuggito; quando ne furono informati, dapprima la notizia parve loro incredibile, se se n'era andato lasciando 19 legioni di fanteria intatte e 12.000 cavalieri: quasi non avesse provata già molte volte la buona e la cattiva sorte, e non conoscesse la mutevolezza della Fortuna..." (Plutarco, Antonio, 68).

[24] Poichè la flotta orientale di Antonio doveva disporre in misura cospicua degli apporti di Rodi, che inventò e utilizzava precipuamente i trulla, il fatto che questi ultimi figurano per lo più nella flotta di Ottaviano è dovuto: 1) alla migliore abilità e agilità delle triremi (più o meno liburne) di Ottaviano per l'uso delle armi incendiarie e nella velocità per lo speronamento, momento in cui avveniva l'utilizzo dei trulla; 2) alla prevalenza, nella flotta di Antonio, di poliremi superiori alle triremi e molto meno agili e veloci nello speronamento (i trulla erano situati essenzialmente a prora mentre logicamente gli speronamenti più efficaci avvenivano sui lati e a poppa) (già Tucidide riferiva, 400 anni prima di Azio, come lo speronamento prora contro prora fosse una specie di "suicidio").

[25] CT. (ct)= catafratte, corazzate.

[26] Marinai principali= con armatura pesante, cioè opliti; marinai secondari= fanteria leggera; marinai lanciaproiettili= arcieri e frombolieri, cioè lanciatori.

[27] Queste cifre tra parentesi tonde indicano il numero sostitutivo di navi per una simulazione in scala più ridotta, pressochè identica a quella della Avalon Hill, 1980.

[28] Si veda la bibliografia allegata più avanti.

[29] Le flotte provinciali erano di liburne con una "3" ammiraglia. Secondo Aelius Aristides, II sec. d.C., Roma ha un mare pieno di mercantili e non di navi da guerra. Zosimo, V sec.: Costantino con 200 triacontore ("nome arcaico per liburna" ???) contro Licinio con 350 triremi, e vince nell'Ellesponto con 80 sulle 200 di Licinio. Zosimo, (V,20,3-4). Vegetius: le sue liburne si evolveranno nel IX sec. nei dromoni bizantini di Leo, Tactica,XIX,7). p.46- da Memnon: "Una 8, il Leontoforo, con 800 rematori per lato, cioè 1600 in totale. 1200 combattenti sul ponte".

[30] Gaetano Di Stasio, in Microcomputer n.161, aprile 1996, pagg. 158-173, presenta la fedele ricostruzione al computer dell'anfiteatro Flavio (progetto Infobyte, Banca di Roma, ENEL e CNR). Ma si dice (pag.172): "Il distaccamento di 100 marinai della Flotta di Miseno, che alloggiava in una caserma vicina all'Anfiteatro, doveva essere addetto soltanto alla sua manutenzione: per il montaggio e lo smontaggio ne erano necessari almeno mille, che dovevano arrivare su navi, due volte all'anno (in primavera e in autunno), sino alla foce del Tevere o al porto fluviale di Roma". Si ricordano i 24.000 mq. del velario di copertura degli spettatori, che doveva pesare almeno 7.200 chili. Le funi (tra 220 e 320) pesavano circa 80 chili ognuna. Si raggiungono le 30/35 tonnellate comprendendo anche anelli metallici e corde di manovra. Il frastuono del velo, in caso di vento forte, sovrastava  i rumori del circo con i suoi 58.000 spettatori circa. Un anemoscopio ritrovato vicino all'Anfiteatro doveva forse servire a valutare l'esatta forza dei venti per il montaggio.

[31] In contrasto a ciò, Michael Grant (Cleopatra, 1974; ed.it. Newton Compton [1983], 1997, pag.236), pur ritenendo assennata la proposta di Canidio contro la superiorità di recente esperienza di Agrippa nella guerra di Sicilia e per le importantissime (anche per i rifornimenti) basi di Methone, Corcyra (Panormus); Leucade, Patrae e Creta, nota che anche a terra “i precedenti di Farsalo e di Filippi non erano certo incoraggianti” per Antonio, e difficile era convincevere Ottaviano a scendere in campo (cfr. anche Leroux, p.30).

[32] Da quel momento in poi la nave da guerra ufficiale dell'Impero di Roma.

[33] Con molta probabilità, le 300 navi che Ottaviano disse di aver catturato ad Antonio ad Azio (Plutarco, Antonius 68), parte delle 600 che si gloriava di aver catturato nelle guerre civili ed esterne, erano tutte almeno tiremi o superiori per grandezza ("praeter eas, si quae minores quam triremes fuerunt", Res Gestae Divi Augusti, 3, 4, a/c Th. Mommsen, Berlin 1895 e Roma 1984, a/c L. Canali, con nota 4 a pag. 35). Ciò in quanto solo le flotte di Sesto Pompeo e di Antonio potevano avere tante poliremi di tipo orientale superiori alle triremi, rispetto agli altri generali e popoli sconfitti da Augusto.

[34] “Forse il numero complessivo delle navi che si arresero ascese a 130 o 140, mentre i soldati di Antonio caduti nel combattimento non furono più di 5000, anche se ben più alte devono essere state le perdite tra gli equipaggi di bordo” (Grant, p.240).

[35] “Salvare anche 60 navi su 230 era un successo per un uomo imprigionato  contro una costa sottovento e surclassato per numero”; “Antonio aveva combattuto non per vincere la battaglia, ma per fuggire, ed era riuscito nel suo scopo... Una battaglia era perduta ma non necessariamente una guerra, che poteva essere riaccesa in altre terre e in altre acque”. Vi era ancora, secondo Grant, il grande esercito di Antonio e, soprattutto, l’enorme tesoro della regina per poter decidere ancora ogni cosa.

[36] O. Cuntz, Legionäre des Antonius und Augustus aus dem Orient, Jahreshefte, XXV (1929), p. 70 sgg. Inoltre Plutarco fa questo elenco dei "re che in quel momento combattevano agli ordini di Antonio: Bocco di Libia e Tarcondemo della Cilicia superiore; Archelao di Cappadocia, Filadelfo di Paflagonia, Mitridate di Commagene, Sadala di Tracia, tutti presenti di persona nelle sue file. Invece Polemone mandò dal Ponto un esercito, e così pure Malco dall'Arabia, Erode dalla Giudea, nonchè Aminta dalla Licaonia e dalla Galazia; anche dal re di Media furono inviati soccorsi" (Plutarco, Antonio, 61). In pratica, come ben credibile, tutti i re d'Oriente dal Mar Nero alla Persia.

[37] Questi gli aggettivi ricorrenti in Plutarco per le navi di Antonio: "alte", "imponenti", "estremamente stabili", "alte", "grandi", "inattaccabili", "grandiose", "di enorme peso", "come muraglie". E ciò sempre per far capire la differenza con le navi di Ottaviano.

[38] Sul rifiuto della intera ala sinistra di Antonio di combattere (Orazio, Epodi 9, 19 sgg.) si sofferma W. W. Tarn, cit., XXI (1931), p. 173 sgg.

[39] Si obietterà che anche l' Invincible Armada di Filippo II, con enormi e invincibili galeoni, fu sconfitta nel 1588 dalle più piccole e veloci navi inglesi di sir Francis Drake. Ma non è Azio il caso di un così evidente disastro navale. Inoltre la flotta spagnola non fu distrutta da "una" battaglia navale, bensì soprattutto da varie avversità atmosferiche, da azioni di disturbo e da terribili tempeste.

[40] Interessante che l'inusuale ordine di Antonio (e che destò curiosità tra i suoi marinai) di portare comunque le vele piegate sulle navi (vele inutili in battaglia) potrebbe intendersi secondo noi come "autonomia di lungo viaggio" che, essendo comunque piano segreto, non poteva differenziare navi più o meno grandi nell'ordine impartito globalmente a tutta la flotta; o prevedeva comunque, in caso di vittoria, il trasferimento anche delle più lente decares.

[41] Mutuata dalla Avalon Hill, California.

[42] Almeno secondo le due più diffuse linee di interpretazione che vedono per la tesi a) il Kromayer e il Richardson tra i principali sostenitori e per la tesi b) il Tarn, che vede anche nel tradimento dell'ala sinistra di Antonio guidata da Sosio uno degli ostacoli a una vittoria risolutiva cercata in mare da Antonio e Cleopatra. I testi moderni più attendibili sulla battaglia sono infatti i seguenti: W.W.TARN, The Battle of Actium, JRS, XXI (1931), p.173 sgg.; Actium: a note, JRS, XXVIII (1938), p. 165 sgg.; Antony's Legions, CQ, XXVI (1932), p.75 sgg.; J.KROMAYER, Kleine Forschungen zur Geschichte des zweiten Triumvirats, Hermes, XXIX (1894), p.556 sgg.; XXXIV (1899), p.1 sgg.; LXVIII (1933), p.361 sgg.; G.W.RICHARDSON, Actium, JRS, XXVII (1937), p.153 sgg.; A.FARRABINO, Rivista di filologia class., LII (1924), p.433 sgg.; LIII (1925), p.130 sgg.; J.KROMAYER-G.VEITH, Schlachtenatlas zur antiken Kriegsgeschichte, Röm. Abt., taf.24, Leipzig 1924; G.FERRERO, Grandezza e decadenza di Roma, I-IV, Milano 1902- 1907, per Azio ora in "Le antiche civiltà del Mediterraneo", II, a/c D.Magrì, Palermo 1962, p.171 sgg.; R.SYME, The Roman Revolution, Oxford 1939, trad.it Roma 1974, pp.295- 299. Actium and Augustus, University of Michigan Press, Ann Arbor 1996.

[43] Addirittura, per il Syme (cit., p.297), "la battaglia di Azio era già decisa prima di essere combattuta". Ciò per quel che riguarda i tradimenti e le defezioni che si accompagnavano a "una situazione militare disperata" di Antonio. Siamo convinti che questo, ancora fino al giorno della battaglia, non è in contraddizione con la notevole superiorità (sulla carta) delle legioni e della flotta di Antonio rispetto a quelle di Ottaviano (Ibid., pp.295- 296).

[44] "Ma il primo a non avere speranze era lui (Antonio): costrinse i nocchieri che volevan lasciare a terra le vele, a imbarcarle e a portarle appresso, con la scusa che bisognava che nessuno dei nemici si salvasse fuggendo" (Plutarco, Antonio, 64).

[45] Le più grandi e lente poliremi orientali privilegiavano le tecniche di lancio ellenistiche con armamenti più massicci e distruttivi e con più lunga gittata. Ciò non toglie che anche le triremi e biremi liburne privilegiassero le tattiche di lancio, soprattutto incendiarie, e si rivelarono anche più pericolose, se riuscivano ad avvicinarsi, infastidendo molto da vicino le navi più grandi, al di fuori della gittata di queste ultime.

[46] Lo sosteneva Polibio, lo ha risostenuto nel nostro secolo Gaetano De Sanctis.

[47] Si indicano con Punici i Fenici d'Occidente, quelli cioè conosciuti direttamente dai Romani in particolare nelle guerre contro Cartagine.

[48] Tattica navale antica, che consisteva nel tagliare i remi sul fianco della nave avversaria passando rasenti col proprio scafo, dopo aver tirato momentaneamente dentro i propri remi.

[49] Gli scafi delle enormi navi dell'imperatore Caligola a Nemi, conservatici per 2000 anni grazie all'acqua dolce e al fondo fangoso.

[50] Grande richiamo turistico e di prestigio per la Grecia, la nave fu collaudata da 170 rematori prima inglesi (dell'Università di Cambridge), poi americani (dell'Università di Yale). Per il grande impegno economico, fu creato un "Trireme-Trust".

 

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