Giovanni Pollidori

V - LE FLOTTE ROMANE, CARTAGINESI ED ELLENISTICHE NELLA SECONDA GUERRA PUNICA.

 

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TOMO III - LE MACCHINE DA LANCIO

BALLISTAE -NAVI ELLENISTICHE E MACCHINE DA LANCIO.

Diamo per assodato che le navi ellenistiche e magno greche (in primo luogo siracusane) diedero dal 300 a.C. in poi sempre maggiore priorità alle macchine da lancio imbarcate (macchine a volte incredibilmente sofisticate,anche prima di arrivare ad Archimede), tanto da farne dipendere impostazioni tattiche delle battaglie navali e metodi costruttivi delle stesse navi.

In effetti, le capacità di lancio di tali catapulte e balliste condizionarono:

a) o il maggior numero di vogatori ad ogni singolo remo (per rendere minori le probabilità che singoli vogatori colpiti compromettessero direzione e stabilità della nave) o meglio ancora tantissimi remi con altrettanti rematori (per rendere ancora più inefficaci i danni dei lanci), come dimostrerebbero i moderni ritrovamenti dei bassorilievi con una selva inestricabile di remi (bassorilievo di Eleusi, tanto esplicito da essere stato prescelto nella copertina dell' approfondito volume del Basch);

b) maggiore larghezza dello scafo, che pur causando un sacrificio parziale della velocità, non solo consentiva un alloggiamento idoneo per il maggior numero di vogatori ora necessario ma consentiva anche la maggiore stabilità della nave rispetto a rollìo e guinata permettendo quindi tiri più centrati ed efficaci con macchine da lancio, tanto da neutralizzare nel nemico in avvicinamento la tattica dello speronamento col rostro.

Tra i 200 e i 300 metri era la gittata delle macchine da lancio (anche le più potenti) imbarcate sulle navi ellenistiche, cartaginesi e romane (Morrison J. (a/c), The Age of the Galley, cit., pag. 135).

Il genio di Archimede era molto versatile ed egli effettuò invenzioni non solo a Siracusa ma in tutto il mondo ellenistico. Ad esempio, in Egitto inventò la coclea o vite senza fine, che fu in seguito utilizzata in Spagna ed Egitto fino ai giorni nostri per pompare via l'acqua dalle miniere di argento (cfr. B. Farrington, Lavoro intellettuale e lavoro manuale nell'antica Grecia, Milano, 1953, p. 122). Ma insuperabile fu Archimede nell'invenzione di catapulte con una gittata massima, di molto superiore ai comuni, temibilissimi "scorpioncini" che, montati sulle navi, su torri e sulle mura di città lanciavano con precisione e potenza dardi lunghi dai 22 cm. a 1,774 metri. Di 5 metri e mezzo erano le frecce della catapulta di Archimede, con gittata di 350 metri.

Il termine di "scorpio" per macchine che lanciavano ora proiettili sferici ora dardi si modificò nel corso dei secoli fino a Giulio Cesare. A parte ciò che, ancora secoli più tardi, dirà Vegezio (Epit.r. mil. IV, 22) su ballistae, catapultae, scorpiones, arcoballistae a matasse e onager [1], tranne che per l'onagro, l'arma a torsione indicata dagli altri nomi a seconda del tipo di modello e di utilizzo poteva lanciare sia oggetti sferici che dardi. Attenendoci a questi ultimi soprattutto per le macchine da lancio imbarcate sulle navi, la lunghezza di circa due metri per i dardi è quella più documentata per l'età ellenistica contemporanea alle guerre puniche, anche se la macchina per lanciarle era già invenzione siracusana del IV secolo. La gittata media di scorpiones e ballistae convenzionali era dai 180 ai 350 metri per frecce maggiori e pietre più pesanti, ma le fonti antiche indicano la gittata di 640 metri per catapulte con frecce convenzionali di 70 cm. (Foley e Soedel, Le antiche catapulte, cit., p.87)..

 

FIG.- Studi di Foley e Soedel.

Livio, XXXI, 46, per il 201 a.C., sottolinea le potenti macchine da lancio di ogni tipo e dimensione di Attalo di Pergamo, con notevole differenza dagli strumenti di assedio e di assalto dei Romani (che pure li avevano dovuti sperimentare nell'assedio di Siracusa). Le macchine da lancio dei regni ellenistici sono evidenziate da Livio in XXXI, 17, 1 (ad Abido nel 201) e in XXXI, 5, 13 e 10, 11 quando descrive la grande quantità di torri e macchine da lancio dei Macedoni; e in XXXI, 16, 10 la grande entità di lanci con macchine dalle 24 quinqueremi di Pergamo e dalle 20 navi catafratte di Rodi, alleate, non hanno affatto un corrispondente nelle pur numerose navi romane che le accompagnano.

Facendo un esempio abbastanza eloquente, riferito all'anno 548=206, tredicesimo della II guerra punica, la fortezza macedone di Oreo (con due acropoli), nell'isola di Eubea, viene assalita dalla flotta romana di Sulpicio e da quella pergamea di re Attalo alleate. Sulpicio la assale dal mare e Attalo da terra. La fortezza aveva un "torre a cinque piani, imprendibile baluardo... con ogni genere di armi da lancio" (Livio XXVIII, 6, 2- 3) 16. Attalo attacca dalla parte di terra, dove ha sbarcato catapulte e macchine da lancio in grande quantità. Approfittando della confusione, l'Acropoli sul mare viene occupata dai Romani solo grazie all'aiuto del traditore macedone Platore, che dopo aver tradito passa con Attalo.

Molte situazioni topiche in particolare per il periodo della II guerra punica vi sono in questo episodio.

 

FIG.- Studi di Foley e Soedel.

L'inespugnabilità delle fortezze difese da grandi torri e da molte macchine da lancio è tipica delle fortezze greche ed ellenistiche: oltre che per i molti assedi della guerra in Grecia o per la "rocca" di Taranto (città passata ad Annibale, ma rocca rimasta in possesso dei Romani per tutta la durata della guerra, sebbene assediata per 4 anni di seguito) anche l'Eurialo di Siracusa, castello con torri dalla parte di terra (capolavoro ellenistico di solidità e di disposizione per e contro macchine da lancio), rimase inespugnabile e i Romani conquistarono la città prendendola dal mare. Le fortezze ad esempio celtiche, in Occidente, non avevano queste prerogative di inespugnabilità.

 

FIG.- Una delle "sambuche" (dalla forma dello strumento musicale che assumevano le quinqueremi affiancate con torre mobile) usate da Marcello nell'assedio romano di Siracusa (215-214 a.C.).(Benvenuto Frau, Tecnologia greca e romana, Gruppo Archeologico Romano 1987, pag.120)

Inoltre, non solo nei periodi più remoti della storia greca (dalla guerra di Troia alla guerra del Peloponneso) ma anche nell'età della balistica macedone ed ellenistica, la maggior parte delle città che cedevano agli assedianti venivano per lo più consegnate al nemico da traditori o da fazioni amiche. Vedremo che ciò succede moltissime volte durante la II guerra punica nel Sud Italia (casi esemplari la stessa Taranto e Capua, seconda città d'Italia dopo Roma per abitanti), in Grecia e specialmente nel Peloponneso. Ciò era favorito dai tempi a volte molto lunghi richiesti da un assedio, per l'inespugnabilità suddetta, legata ai nuovi ritrovati di difesa ellenistici.

Una superiorità, diremmo "tecnologica", della balistica ellenistica si fa sentire (non solo in questo caso) anche contro i Romani: Macedoni, Pergamei, Siriani e Rodii hanno macchine da lancio, anche imbarcate, più potenti di quelle romane. Ma l'energia e la bravura del fante romano prevale comunque nelle azioni di assalto alle mura (cioè di scalata delle mura). Un equivalente tono di ammirazione, in tali frangenti, Livio lo trova soltanto nei confronti dei Macedoni.

Con i lanci di catapulte e balliste dal mare contro la costa e città costiere da parte di navi attrezzate, le flotte ellenistiche ottengono grandi e a volte immediati risultati nella presa di città costiere. Alla fine del 216, ad esempio, (durante l'inverno) Filippo fa costruire nuove macchine da lancio e da assedio, tra cui 150 catapulte e 25 baliste per l'assedio di Tebe di Ftiotide. Certo anche i Romani, in Livio XXXIII, 17, 34 e 11 (forse adeguandosi anche perchè sono già direttamente impegnati su suolo greco) avevano macchine simili sulla flotta a Leucade, ma tutt'altro che da atterrirne i nemici o da trarne qualche vantaggio. Invece (Livio XXXIII, 20, 4- 5) alla vista delle macchine da lancio delle navi di Antioco si arrendono "senza combattere" tutte le fortezze della costa; e lo stesso in XXXIII, 38, 9 e in XXXV, 51, 9.

 

FIG. TORRE DA ASSEDIO ELLENISTICA

Filone di Bisanzio, in un manuale di balistica composto attorno al 200 a.C., scrisse che un muro doveva avere uno spessore di almeno 4,62 metri per resistere alle pietre lanciate dalla catapulte e che era una buona idea cercare di impedire alle catapulte lanciasassi di avvicinarsi a meno di 150 metri per mezzo di fossati e di altri ostacoli. Del resto, abbattendo i merli delle mura con palle di pietra e usando frecce di baliste, neutralizzati i tiri di reazione dei difensori, gli arieti (quelli di Filippo di Macedonia anche con 1800 uomini ognuno) e gli uomini che attaccavano le mura dal basso con gallerie potevano lavorare con maggiore tranquillità.

Possiamo ribadire che, quando tutte le fonti antiche sottolineano le più micidiali macchine da lancio e altre attrezzature corrispondenti imbarcate nelle flotte ellenistiche fino alla definitiva conquista romana, ciò non può non essere messo in relazione con l'attribuzione ai Siracusani e agli altri popoli dell'Oriente mediterraneo dell'invenzione di poliremi maggiori, con più vogatori ad ogni remo e in più banchi sovrapposti.

E' incongruente persino con l'iconografia asserire che nelle flotte ellenistiche prevalessero  tetrere  e  pentere (escludiamo comunque le navi dalle sexteres in su) con un banco unico di rematori, sia a Siracusa che a  Rodi, sebbene la qualità e la minore quantità di legname utilizzabile dai loro maestri d'ascia poteva consentire sacrifici minimi alla velocità con il migliore spazio di alloggio e carico. Comunque sia, se quadriremi e quinqueremi ebbero una maggiore numero di rematori per essere più veloci delle triremi, non si spiegherebbe perchè nelle flotte puniche (oltre che romane) anche dopo il 242 e in quelle ellenistiche fino al 190 a.C. prevalevano le triremi come navi veloci e da speronamento, oltre ai piccoli e veloci lembi. Sia presso Romani e Punici, sia forse in maggior misura presso i popoli ellenistici, il sacrificio di velocità delle navi superiori alla trireme fu in ogni caso scelto, nei primi per favorire trasporto truppe e abbordaggio, nei secondi per favorire le macchine da lancio rispetto allo speronamento. I Rodii restarono gli unici talmente abili ed esperti da valorizzare completamente sia macchine da lancio che speronamenti nella tattica navale.

 

FIG.- I trulla (bracieri di fuoco) tipici delle navi di Rodi (graffito del I sec. a.C.). (trull135)

L'uso massiccio di catapulte sulle antiche poliremi fu anche reso possibile da una concentrazione di armamenti potenti ma non eccessivamente ingombranti sulle tolde e sulle torri -turres aggiuntive, numerose queste ultime soprattutto sulle  navi constratae.  Le grandi fortezze ("orientali") galleggianti, lente ma  inespugnabili, di Marco  Antonio alla battaglia di Azio (soprattutto Decares) sappiamo da Plutarco che avevano "potenti macchine da lancio sulle torri"[2].

Logicamente la maggiore elevazione delle macchine rendeva più efficace la gittata e maggiore la  pericolosità per le biremi e triremi liburniche di Ottaviano, almeno fino a che queste non si fossero tanto avvicinate da essere a loro volta pericolose con le loro macchine incendiarie e con il loro movimento più agile e veloce per il taglio dei remi avversari. Per le macchine di Antonio era infatti impossibile, a quel punto,  il tiro così ravvicinato, ma poteva bastare, per impedire un abbordaggio, il gran numero di opliti (10.000, dice Plutarco, imbarcati aggiuntivamente).

 

FIG. Graffito di Delo

Data la mancanza di slancio per lo  speronamento delle pesanti corazzate di Antonio, le loro macchine balistiche, tanto più precise da navi grandi e stabili, potevano rendere inoffensiva (neutralizzandola) nelle navi rostrate di  Agrippa la tattica dello speronamento e dei recipienti incendiarii [3], se l'agilità e la tattica a gruppi delle piccole liburne non avesse messo in seria difficoltà la flotta d'Oriente. Che la trireme romana venga sempre indicata dal Viereck come fornita di torre (per non dire poi delle torri degli ordini superiori)[4] accentua quest'uso delle macchine da lancio già nelle navi romane della più tarda repubblica (ma soprattutto dell'impero, perchè stiamo osservando come prima prevalessero i migliori usi greci, punici ed ellenistici).

Vediamo qui di seguito la ricostruzione della enneris (nove rodini) e della dieci ordini in Viereck

 

 

FIG. ENNERIS IN VIERECK

 

Anche le catapulte e le balliste più potenti potevano essere meno ingombranti. Ciò perchè già dal tempo della prima guerra punica (264- 241 a.C.) e molto prima della guerra sociale in Grecia (221- 219 a.C.) gli Stati ellenistici  (e particolarmente Siracusa e la Scuola di Alessandria in Egitto) avevano sostituito il precedente, più ingombrante sistema di torsione ad arco con il sistema delle corde a torsione e  dei cilindri pneumatici. Un bel modello di 9 ordini (enneris) ricostruita dal Viereck nel sito http://www.romaeterna.org/altri/quadrireme.html [5].

 

 

FIG. Ricostruzione della enneris di Viereck

 

FIG. Rematori in una triera (Morrison)

 

 

Per dare un'idea visiva di tali metodi più compatti e potenti mostriamo i disegni di tali catapulte. Richiamando inoltre ai nostri paragrafi sulla flotta di Rodi, per l'importanza che essa ebbe nell'ingegneria navale ma anche nell'utilizzo e nell'invenzione di nuove macchine da lancio[6].

 

FIG. La CHEIROBALLISTA (carrobalista- montata su un piccolo carro di ferro, autentica batteria da campagna molto precisa nel tiro); tanto diffusa nell'impero romano (ogni legione ne aveva 55 in dotazione secondo Vegezio II, 25) e raffigurata nella Colonna Traiana.

L'euthytonon, a torsione, era una macchina lanciafrecce. Il palintonon (o petrobolos, o lithobolos) era una lanciapietre, più potente e massiccia, con matasse di tendini più distanziate tra loro: non con corda d'arco ma con una larga cinghia per premere sul proietto[7]. Forse i bracci erano rivolti verso l'interno e non verso l'esterno, con angolo di torsione dei bracci maggiore. Il sistema dei tendini a torsione, per lo più in  contenitori di legno rinforzati con ferro, si basava su fasci compatti di fibre elastiche (principalmente crini e tendini di animali, che consentivano prestazioni massime) fortemente tese e sottoposte a una ulteriore tensione per mezzo di  un braccio d'arco rigido. Oltre a soppiantare  il precedente sistema  con l'arco flessibile (fosse pure esso con tre componenti per aumentare già la potenza: strato frontale in tendini  con  maggiore  tensione, centro in legno e strato posteriore in corno con maggiore compressione) e a rendere più potente la gittata, tale sistema riduceva di molto- se non eliminava completamente- l'ampiezza dei bracci dell'arco delle macchine. Così maggiore potenza e minore ingombro si conciliavano soprattutto sulle navi più grandi e sulle loro torri da battaglia (anche nei modelli di nave non a catamarano), con grande concentramento di questi primi "lanciamissili balistici", come  li definiscono Foley e Soedel. Nelle navi con scafo e ponte ben larghi, rollìo, beccheggio e guinata ridotti al minimo consentivano grande stabilità e precisione  di tiro, ed esse erano vere e proprie piattaforme di lancio. Secondo lo Schramm (cit., ripreso anche da Viereck, Classis romana, cit., pp. 104- 117) le macchine imbarcate sul ponte e sulle torri delle poliremi erano quelle di Erone e di Philone.

 

FIG. DECEMREMIS IN VIERECK

 

Lo stesso principio dell'ingombro molto contenuto valeva per i corti bracci  di  catapulte che premevano su pistoni scorrenti all'interno di cilindri a perfetta tenuta d'aria: è l'aerotonon, variante del chalcotonon che agiva su molle di bronzo. Tra tali invenzioni che eliminavano gli effetti imponderabili di umidità e stiramento nella torsione dei tendini e dei crini, l'aerotonon è ora considerata la prima scoperta dell' "effetto diesel", in seguito al "fuoco" (fumo e fiamma) che Ctesibio notò si sprigionava dal cilindro per il forte calore di compressione dell'aria e gli speciali collanti usati nelle saldature.[8] .

 

FIG.Progetti sviluppati da Ctesibio di Alessandria nella metà del III sec. a. C. per sostituire il tipo di macchine con molle di torsione. Nel disegno (AEROTONON) i bracci d'arco rigidi si muovevano, anziché su molle di bronzo, su pistoni che scorrevano all'interno di cilindri a perfetta tenuta d'aria.

 

FIG. Corvo romano della I guerra punica in Viereck

Le numerose torri sulle navi corazzate avevano la funzione di rendere il tiro delle catapulte più efficace, anche se il  fusto veniva tenuto orizzontale per ottenere una maggiore precisione. Infatti raddoppiando l'altezza di postazione della catapulta (regola che valeva anche  per le  mura delle fortezze, appositamente più alte e robuste nel periodo ellenistico), la gittata della macchina aumentava della radice quadrata di due (cfr. anche nostro cap. IV, paragrafo sull'arte ossidionale).

FIG. Cheiroballista di Erone di Alessandria, I sec. a.C. (anche in Vaquero, cit. 2002 p.701). Modelli montati su carri: colonna Traiana, II sec. d.C., formella 30.

 

 

Offriamo qui una breve sintesi “fotografica” di macchine da lancio greco (ellenistico)-romane da Schramm (volume citato), riproposte anche nel volume del Viereck sulle flotte (H.D.L. VIERECK Die roemische Flotte)

 

 

CATAPULTAE RICOSTRUITE DA ERWIN SCHRAMM

 

 

FIG. 01 gastraphetes di Herone

 

 

FIG. 02 catapulta d'assalto di Herone

 

 

FIG. 03 euthytonon di Herone

 

 

FIG. 04 euthytonon di Philone

 

 

FIG. 05 lanciatrce leggera di Filone

 

 

FIG. 06 chalkotonon di Filone

 

 

FIG. 07 polybolon di Filone

 

 

FIG. 08 catapulta di Vitruvio

 

 

FIG. 09 catapulta di Ampurias

 

 

FIG. in basso: cilindri da una raffigurazione spagnola

 

 

FIG. 11 catapulta dalla colonna Traiana

 

 

FIG. 12 palintonon o balista di Erone, Filone e Vitruvio in Schramm

 

 

FIG. 13 posizione di lancio e schema del Peritreten di Vitruvio

 

 

FIG. 14 aerotonon di Filone

 

 

FIG. Le foto che seguono sono relative agli anni 1920-1927 per le macchine ricostruite da Schramm

 

 

 

Il corazzamento delle torri e delle navi catafratte nel loro insieme era sì attaccabile [9] dalle similari catapulte dei nemici: ma i bersagli prioritari di tali lanci restavano  gli ordini di remi, gli stessi rematori e la fanteria di marina sul ponte delle navi nemiche, prima che sopravvenisse l'azione di abbordaggio.

Livio in XXXIX, 8, 3, osserva che, inferiori in guerra ai Romani, i Greci sono eruditissimi nelle arti della cultura degli spiriti e dei corpi. Dice Claudio Moreschini in "Livio e il mondo Greco", GIF cit. : "La definizione liviana, nella sua indubbia ovvietà deve essere considerata come rappresentativa di una concezione analoga a quella di Virgilio: se gli altri popoli hanno superato Roma per le opere d'arte o per le scoperte scientifiche, Roma ha posseduto però l'arte di reggere i popoli" (pag.34). Le capacità politiche, amministrative e coloniali dei Romani (capacità che sono anche militari) non impediscono infatti che, come già abbiamo spesso ricordato, nelle leggi dell'astronomia, della navigazione e della scienza i Romani, pur ben copiando, continuarono a utilizzare ingegneri greci- ellenistici ad esempio per le navi maggiori, per i nuovi calendari, per gli apparecchi di misurazione del tempo e per sofisticate macchine da lancio.

 

 

FIG. SISTEMA A TORSIONE

 

Dopo i fondamentali lavori del Marsden, Dietwulf Baatz  (Bauten und Katapulte des Römischen Heeres, MAVORS- ROMAN ARMY RESEARCHES. Vol. XI. Deutsche Bibliothek, Stuttgart 1994), illustra la struttura dei castra romani (pp. 91-112) descrivendo poi vari tipi di KATAPULTE alle pagg. 113- 303. Interessante la ricostruzione delle catapulte di Ephyra (ellenismo), della legio IV Macedonica di Cremona, di Lione, di Hatra in Iraq, di Gornea in Romania, di Pityus in Georgia. Le pagg. 294-302, in particolare, sono dedicate alla potenza di tiro nelle prove, con gittata, penetrazione, ecc. Bishop M.C. e Coulston J.C. (Roman Military Equipment, Aylesbury, Shire Archaeology, 1989), oltre a soffermarsi alle pp. 17-24 più genericamente sull'esercito repubblicano, mostrano a pag. 18, fig. 5, pietre di catapulta romane dell'accampamento di Scipione a Numantia. Copiate che fossero più o meno le macchine da lancio romane da quelle ellenistiche o puniche, esse sono presenti tra i Romani nella Seconda Punica: basti ricordare gli esempi di Livio XXIX, 7, 5 e XXVII, 28, 17 (seguiamo l'ordine dei riferimenti in F.Grosso, subito dopo citato). Nel primo, a Locri nel 205, mentre la città viene ripresa dai Romani di Pleminio e di Scipione, Annibale viene spaventato da uno "scorpio" (scorpione, macchina lancia-frecce) che uccide un soldato a fianco a lui e si ritira nell'accampamento "munendolo di difese contro i lanci". Nel secondo esempio la città di Locri, già passata ad Annibale, viene liberata nel 208 dall'assedio posto dai Romani di Cincio Alimento attorno alla città per l'intervento di Annibale: quando questi introduce in una sortita anche reparti di cavalieri Numidi, i Romani, atterriti, fuggono "alle navi, abbandonando tutte le macchine e gli strumenti di guerra, con i quali cercavano di far crollare le mura" (relictis operibus machinisque quibus muros quatiebant). Le "macchine" saranno sicuramente simili alle potenti macchine da lancio ellenistiche che abbattevano le mura e a quelle meno grandi che - con tiri di protezione contro difensori e balestre sugli spalti - permettevano ad arieti e opere di galleria di far crollare le mura. Sebbene i brani abbiano suscitato questioni sulla esattezza degli avvenimenti come esposti da Livio sulla base di Celio Antipatro e Cincio Alimento, annalisti testimoni dei fatti, (cfr. F.GROSSO, Gli assedi di Locri, in "GIF" 4, 1951, pp.114-134), tuttavia a noi interessa l'importanza di tali macchine in episodi che coinvolgono anche i generali.

 

FIG. Modello di quadrireme nel sito http://www.navis.terraromana.org che invitiamo a visitare perchè le immagini sono molto più belle e definite.

Per quel che riguarda proiettili e materiali incendiarii, ricordiamo che nel 305 a. C. (quindi un centinaio di anni prima della guerra annibalica) "Rodi si difese dall'assedio di Demetrio con centinaia di lanci incendiari con preparati pirotecnici: certamente recipienti di terracotta con nafta, pece e simili sostanze infiammabili precursori del <<fuoco greco>>" (Storia della Tecnologia, cit., vol. II, Oxford 1956, pag. 713).

 

FIG.- "Fuoco greco" (in manoscritto siciliano del XII sec. della Cronaca di Joannes Skylitzes- Biblioteca Nazionale di Madrid).

Ma precedentemente i Macedoni di Alessandro Magno avevano "guastatori che scavavano gallerie sotto le mura delle città assediate e, quando venivano sorpresi da contromine, vi ammucchiavano fogate, fagotti impregnati di materiale infiammabile, pomice, zolfo, nafta, e vi gettavano il fuoco... Allora non erano più tanto le macchine a conquistare la città, quanto l'ingegnosità dei minatori e degli armatori, che consentiva ai soldati di penetrare attraverso la breccia o le brecce. La fogata: surrogato del terremoto." (Faure, La vita..., cit., pag. 234). Anche così (con macchine da lancio, torri, brecce) Alessandro conquistò 15 città maggiori fortificate (grandi piazzeforti) fino all'India e centinaia di altre città minori, in 8 anni.

 

 

FIG. Mitragliatrice (Vaquero, cit. 2002, Dionisio di Alessandria, pag.700: balista a ripetizione) dei Rodii al tempo delle guerre puniche, ricostruita da Schramm.

 

 

FIG. Onager, tipica macchina da assedio romana, perchè come mulo, dal nome, scalciava i proiettili da sotto le mura.

A.R. Hall (in "Note di pirotecnica militare", ST, cit., vol. II, pag. 380 sgg.) riferisce delle miscele di pasta esplosiva per tubi lanciarazzi di cui parla Giulio Africano (220- 235 d. C.). Come si vede, calcolando intorno al 250- 200 a. C. il massimo sviluppo di invenzioni soprattutto della Scuola di Alessandria e sapendo delle armi incendiarie nelle flotte ad Azio nel 31 a. C., è difficile credere, per le ultime due guerre puniche, alla mancanza di altre pericolose armi incendiarie a parte i trulla di Rodi. Già nel 332 a. C., all'assedio della fenicia Tiro da parte di Alessandro Magno, sappiamo che gli assediati riversavano sugli assalitori ogni genere di materiali infiammati, olio, bitume, zolfo e anche, come ci riferiscono le fonti antiche, sabbia incandescente lanciata grazie a grandi scudi metallici. "Quegli esperti vetrai che erano i Tiri mescolavano alla silice, a quel che sembra, il natron o la soda, vetrificandola. Le perline di vetro in fusione perforavano i tessuti, penetravano in tutti gli intersizi, bruciavano le carni in profondità" (Faure, La vita..., cit., pag. 240). Tiro resistette 6 mesi ad Alessandro, ed il più geniale ingegnere macedone, Diade di Pella, faticò a sormontare la resistenza nonostante "due torri cariche di catapulte e a prova di incendio"; inoltre agli aveva già realizzato sistemi antincendio con riserve d'acqua sulle torri (Ibidem, pag. 233).  La città venne presa solo dal mare con gran numero di navi munite di artiglieria.

 

FIG.- Sistema di chalcotonon con la potenza delle molle di bronzo.

I lanci migliori effettuati da torri in tutta la storia della marineria dal IV al I sec. a. C. (dall'assedio di Tiro, dove Diade legò insieme più navi per usare le macchine, all'assedio romano di Siracusa e fino alla stessa Azio) deve far riflettere sulle capacità tecniche degli ellenisti di realizzare torri non solo terrestri.

Si è osservato che con Alessandro Magno, a differenza dell'artiglieria che era potente ma empirica e ancora senza tabelle di tiro [[ma quanto questa asserzione è tipica dei nostri moderni preconcetti verso gli antichi !]], l'architettura e la carpenteria disponevano di tutte le tabelle proporzionali e conoscevano la resistenza dei materiali. In un Trattato sulle macchine da guerra, che non possediamo più, Diade di Pella, già nominato come miglior ingegnere e meccanico di Alessandro Magno, si attribuiva direttamente l'invenzione delle torri d'assalto, mobili e smontabili. Quasi tutto quello che ne sappiamo deriva da Ateneo, il volgarizzatore del I sec. a. C. già da noi citato. Le torri di legno di Diade erano per lo più a due piani, ma altre, con 15 piani, raggiungevano 90 cubiti di altezza, cioè quasi 42 metri. Le più alte misuravano 124 cubiti (57,30 metri), con una base di 10,86 metri per lato. Sembra che dei camminamenti di ronda, o piuttosto dei piani inclinati di 3 cubiti di larghezza (1,39 metri) facilitassero i soccorsi in caso di incendio [10]. Un "ponte volante" in cima alla torre era superiore all'altezza delle mura nemiche. Il macedone Poleido aveva già realizzato per Filippo II una elepolis ("sterminatrice di città") di 50 piedi di altezza (14,50 metri), in legno di quercia e frassino alla base, munita di una passerella con meccanismo di sollevamento, e azionata, ci dice Bitone il Tattico (III sec. a. C.), da ruote. Ma più analoga a quella di Diade è l'elipolis di quasi 52 metri costruita nel 305 a.C. da Epimaco di Atene per Demetrio Poliorcete, nel più volte ricordato assedio di Rodi. Ecco una parte della descrizione di Diodoro (XX, 91, 2- 8), che ha già descritto i 46 metri di lato della base, le 8 ruote robuste e di grandi dimensioni, i 500 mq. di superficie del primo dei nove piani e i circa 100 mq. dell'ultimo: "Tre dei lati della macchina vennero ricoperti esternamente da placche di lamiera inchiodate, a prova di frecce incendiarie. I piani, dalla parte del nemico, avevano finestre... munite di scuri protettivi...; questi ultimi erano rivestiti di pelle e imbottiti di lana per assorbire i colpi di pietra [sappiamo che la torre poteva resistere a blocchi di 78 chili!]. Ogni piano disponeva di due scale, una per far salire il materiale e l'altra per scendere, perchè tutto avvenisse ordinatamente. 3.400 uomini, scelti per la loro forza, avevano il compito di mettere in moto la macchina, alcuni dall'interno, altri da dietro e dai fianchi, spingendo tutti contemporaneamente".

 

FIG.- Macchine della Macedonia da Alessandro Magno in poi per l’assedio delle città.

Alcune torri erano erette come protezione superiore di arieti- testuggini e di "trapani delle muraglie" e come portatrici di "corvi", inventati pare da Diade di Pella (Faure, cit., pag. 234) prima ancora che dai Romani di Caio Duilio per la navi a Milazzo, ma più grandi come ponti volanti. Un ariete- testuggine di Diade, lungo 40 cubiti (18,50 metri) aveva una torretta di tre piani armata di catapulta e con riserva d'acqua antincendio. Nel 305, all'assedio di Rodi, la grande testuggine coprirà una trave di 120 cubiti (53,28 metri), armata di ferro e azionata da oltre 1000 uomini (Diodoro, XX, 95, 1). L'insieme era ricoperto di alghe, di erbe, di riempitivi vari sotto pelli di bue, per assorbire l'urto di proiettili lanciati dall'alto dei bastioni. "Il trapano, protetto da una testuggine del genere, era una lunga trave con punta d'acciaio, scagliata in avanti da un sistema simile a quello delle catapulte, riportato poi indietro con cabestani. Andava e veniva su rulli. Mentre l'ariete abbatteva le mura, il trapano vi apriva alcune brecce, sconnetteva pietre, permettendo di introdurre micce, tubi, acqua. Fra i tecnici che circondavano Alessandro Magno si citano Gorgo, uno specialista delle miniere, e Cratete, un idraulico" (Faure, cit., pp. 233- 234).

Giuseppe Moscardelli, in “Cesare dice… Una lettura del Bellum Gallicum”, Stato Maggiore dell’Esercito- Ufficio Storico, Roma 1975, osserva alle pp. 209 e 204 che le fundis, sagittis, tormentis (materiale da lancio delle macchine imbarcate sulle navi da guerra) di cui parla Cesare denotano che le naves longae erano “attrezzate ad artiglieria” e Cesare parla di “potenza di fuoco” della flotta: senza particolare differenza con le navi ellenistiche delle guerre puniche, due secoli prima della guerra gallica.

Sulle macchine da guerra in Grecia e in Roma, e sulle esigenze di un loro sviluppo tecnologico a tutto il secolo III d.C., sintetico Giovanni Brizzi, Studi militari romani, Bologna 1983, Il trattato de rebus bellicis e l impiego delle artiglierie in età tardoantica, p. 49-76. Si contrasta così E. SANDER, Der Verfall der roemischen Belagerungskunst, Histor. Zeitschrif. CXLIX 1934, che sosteneva una inarrestabile decadenza in tale sviluppo tecnologico durante l Impero Romano e si rilancia la allora vigorosa risposta di F. LAMBERT, Die antike Poliorketik, Klio XXXI 1938.

 

 



[1] Harmand (L’armèe.. cit. p.89-98, capitolo dedicato all’artiglieria romana) indica in balista, catapulta, scorpione e onagro i quattro termini iniziali per macchine da lancio nel vocabolario romano. Con molti dubbi per l’attribuzione dei termini anche nel periodo da lui analizzato, quello più documentato dell’età da Caio Mario a Giulio Cesare. Per quell’epoca egli documenta lanci tra i 180 e i 740 metri di gittata, con più esempi tra 400/500 metri e i 305 e i 340 metri (“contro vento”), come per l’età macedone (p.94-95).

[2] E' strano che AS, cit., pag. 205, riferisca soprattutto ad Ottaviano, ad Azio, "armi a lungo raggio" ed efficacissimi proiettili incendiarii contro le "più grandi navi, fino alle 10 ordini", di Antonio. Ma è comunque vero che la tattica delle piccole liburne di Agrippa fu certo superiore con le armi incendiarie.

[3] Dione Cassio 50, 30. 8; 34, 2.

[4] Per Viereck, Die römische Flotte (Classis romana), Herford 1975, pag. 37, la hexera (sei ordini) aveva 4 macchine da lancio a torsione nelle 4 torri elevate, altre 3 su fortificazioni del ponte, di cui la più potente a prua (Ibidem, pag. 66); la 9 ordini (enneris) aveva grande torre circolare a prua con 4 macchine, 2 macchine sul ponte a prua e 6 torri coperte girevoli (Ibidem, pag. 68). Dalla 10 ordini in poi aumentavano dimensioni e macchine, ma non le torri.

[5] Non a caso "nel 225 a.C. Seleuco (di Siria, uno dei più potenti regni ellenistici), regalò a Rodi (dopo il terrribile terremoto che distrusse tra l'altro il Colosso) molte tonnellate di capelli di donna e tendini di animale per corde attorcigliate" (Storia della tecnologia, cit., vol. II, Oxford 1956, p.713)

[6] ST, II, cit., pag. 723.

[7] Prou, cit., pp. 63 sgg.

[8] SCIENTIFIC AMERICAN, cit. Senza nulla togliere alla genialità del novello Ctesibio, l'ingegnere tedesco Rudolph Diesel. Quest'ultimo, molto orgoglioso della potenza del suo motore (che comprimeva le atmosfere di qualsiasi carburante, non era cioè "a scoppio"), sosteneva di poterlo alimentare anche con burro, margarina, olio d'oliva, ecc.

[9] L'ufficiale di artiglieria tedesco Erwin SCHRAMM (citato per i suoi testi specialistici in una nota precedente) fece prove di tiro con catapulte fedelmente ricostruite alla presenza del Kaiser nel 1902: da 340 metri di distanza, un dardo di 60 cm. di lunghezza perforò una tavola di 2 cm. di spessore. Inoltre (a prova della precisione di tiro) una freccia divise in due una freccia andata precedentemente a bersaglio.

[10] ROCHAS D'AIGLUN A. de, Traduction du Traitè des Machines d'Athénée (I sec. d.C.), in "Mélanges Graux", Paris 1884

 

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