Giovanni Pollidori

V - LE FLOTTE ROMANE, CARTAGINESI ED ELLENISTICHE NELLA SECONDA GUERRA PUNICA.

 

 

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RETRO

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PORRO --> II

 

TOMO I - GLI ORDINI DI REMI E LA GEOMETRIA DEL REMEGGIO

"Il compito della filologia è di far rivivere con la forza della scienza quella vita scomparsa, il canto del poeta, il pensiero del filosofo e del legislatore, la santità del tempio e i sentimenti dei credenti e dei non credenti, le molteplici attività sul mercato e nel porto, in terra e sul mare, gli uomini intenti al lavoro e al gioco. Come in ogni scienza, o in ogni filosofia, per dirla alla greca, anche qui si comincia con lo stupore che suscita ciò che non si capisce; lo scopo è di arrivare alla pura e felice contemplazione di ciò che si è capito nella sua verità e bellezza. Poichè la vita che noi ci sforziamo di comprendere è un'unità, anche la nostra scienza è un'unità. L'esistenza di discipline distinte come la filologia, l'archeologia, la storia antica, l'epigrafia, la numismatica, ora anche la papirologia, è giustificata soltanto dai limiti delle capacità umane e non deve soffocare, neppure nello specialista, la coscienza dell'insieme".

Ulrich von Wilamowitz-Möllendorff

PROOEMIUM

Questo capitolo vuole essere uno strumento per la ricostruzione di un evento bellico (la II guerra punica) dal punto di vista navale, raccogliendo più notizie, citazioni e osservazioni possibili. Esso deve esser  utile  per una visione d'insieme più completa e una spiegazione dei termini navali antichi usati nella ricostruzione dettagliata dei 18 anni della guerra annibalica, e non solo di quelli.

Era  inevitabile che  i soliti problemi di  ermenèutica dei testi classici e di  attendibilità di quelle fonti più antiche costringessero lo storico anche con conoscenze più dirette e specialistiche  sull'archeologia e sull'architettura navale, a congetture, illazioni e alla ricerca di un  accordo tra ricostruzioni spesso notevolmente diverse delle antiche navi da guerra a remi.

Tali difficoltà giustificano la presunzione di questo lavoro. Non esistono, per la documentazione sia storiografica che tecnica, testi specialistici intermedi  tra questi due estremi: da una parte una analisi scientifica e dettagliata (ma sempre fino ad oggi, cioè fino ai lavori di ricostruzione di Maurizio Ascani, congetturale) dei diversi tipi di navi considerati singolarmente (autori della bibliografia finale e fonti enciclopediche), dall'altra una genericità di analisi diacronica delle flotte dell'antichità nella storiografia (cioè in rapporto a singoli avvenimenti storici o a periodi della storia più in generale). Manca in effetti, tranne che per la trireme, una analisi sincronica più dettagliata di eventi bellici in  rapporto alle  poliremi (dimensioni precise, macchine da lancio imbarcate, rematori, marinai e fanti di marina, ecc.) del mondo ellenistico.

Il mio pretenzioso tentativo di ricostruzione serviva a spiegare le scelte e i parametri utilizzati nelle ricostruzioni belliche dettagliate delle guerre puniche <![if !supportFootnotes]>[1]<![endif]>1.

Ero io stesso sorpreso di come questa (sebbene spesso farraginosa e slegata) raccolta di dati, notizie, citazioni e osservazioni su tanti particolari non desse inizialmente risposte chiare e definitive agli interrogativi più complessi relativi a quelle navi e a quelle flotte. Pur basandomi sulla verità delle antiche fonti e  delle più attendibili analisi moderne, non si potevano fornire certezze, che erano quasi rinserrate ermeticamente nella arida e avara  terminologia dei classici a riguardo o nell'ostica, spesso troppo indecifrabile, iconografia degli antichi.

Tramite la conoscenza e lo studio dei testi dell' architetto Ascani ho potuto affidarmi, per la mia cronologicamente limitata ricerca sulla  II guerra punica, a uno specialista che non solo affrontava, verificava e vagliava tecnicamente  le  varie  ricostruzioni  delle  poliremi finora avanzate, ma che ha anche sviluppato un esauriente sistema di interpretazione delle fonti e di ricostruzione delle antiche navi con più livelli di rematori. I risultati definitivi della sua indagine, in via di pubblicazione, non li abbiamo voluti utilizzare completamente in questa sede, per dare spazio essenzialmente alle possibilità e alle interpretazioni (sempre in rapporto alle fonti antiche) dei molteplici autori sull'argomento.

 

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Il periodo delle prime due guerre puniche era quello che riuniva nelle stesse operazioni belliche un numero altissimo di poliremi maggiori, dalla Macedonia a Rodi e alla Siria, e dalle numerose navi a 7, 10, 16 ordini di rematori fino alla gigantesca nave a  40 ordini di Tolomeo.  Ascani aveva sviluppato per decenni studi di architettura navale relativi soprattutto a quei modelli di nave. Egli ha posto fine recentemente alla completa teoria del remeggio (geometria del remeggio) di quelle poliremi, che nei tentativi più conosciuti e attuali di ricostruzione non riuscivano a convincere, perchè non riuscivano a spiegare in modo sistematico e tecnicamente realizzabile quei complicati modelli.

Il Nostro partiva dall'assunto che la marina ellenistico- romana meritasse larghissimo spazio all'interno della storia delle navi, dal tronco scavato  fino a quelle più moderne. Infatti le costruzioni navali in quel periodo storico raggiunsero un livello di grandezza, complessità e raffinatezza tecnologica insuperati fino al secolo scorso.  Soltanto nell'800, con la comparsa di scafi a struttura mista di ferro e legno, può dirsi conclusa la preminenza tecnologica del passato.

 

FIG.UNA DELLE NAVI RITROVATE A NEMI

Ancora oggi ci si continuava a interrogare su come fossero strutturate queste enormi poliremi che, secondo le fonti letterarie, arrivarono fino a 40 ordini di remeggio e alla lunghezza di 124 metri. Senza le testimonianze dei due scafi nemorensi <![if !supportFootnotes]>[2]<![endif]>2 si sarebbe potuto anche dubitare dell'attendibilità delle testimonianze letterarie circa le dimensioni di queste navi, che per secoli hanno rappresentato un rompicapo storico. Ancora fino al XIV sec. dopo Cristo,  quindi  poche generazioni prima dell'avventura atlantica di Colombo, queste navi con più di un livello di rematori erano usuali nel Mediterraneo.  A parte dunque una parentesi medioevale in cui quasi nulla si ricordava di navi  con così alto numero di rematori e della più complessa  ingegneria navale ellenistica, tali navi furono consuete nel Mediterraneo in epoche di grande fioritura culturale e scientifica: dall'età fenicio- punica a quella ellenistico- romana, fino al tentativo di riscoprire le regole del remeggio disposto su più piani  nel periodo del Rinascimento italiano, allorchè lo stesso Leon Battista Alberti per primo indagò sulle forme e sul funzionamento di quelle poliremi, di cui le galee contemporanee erano solamente la discendenza degenerata.

Leon Battista Alberti scrisse un opuscolo sulle navi a più ordini di remi, opuscolo andato perduto ma che non mancava nella libreria dello stesso Leonardo. Vi fu anche il tentativo pratico di Vettor Fausto, professore di greco, ingegno poliedrico, che sulla base dei testi greci e di una notevole esperienza cantieristica derivatagli dall'aver visitato i principali centri navali del Mediterraneo, varò nel 1529, per conto della Serenissima di Venezia, una quinquereme con una sistemazione di remeggio  di cui non ci è pervenuto alcunchè: ma tale disposizione doveva avere una sua  validità se, con un episodio che fece scalpore all'epoca, la nave a cinque ordini di rematori vinse una trireme in una competizione diretta, battendola in velocità.

Nei secoli immediatamente successivi, il distacco tra studio teorico- pratico e curiosità erudita da una parte e la produzione cantieristica dall'altra porta a ricostruzioni fantastiche e a modelli tecnicamente irrealizzabili.

 

FIG. TRIREME ROMANA RICOSTRUITA DA JAL PER NAPOLEONE III

Bisogna attendere l'800 per una rinascita dell'interesse archeologico per questi antichi modelli di nave, e proprio in tale secolo si sviluppano le due  interpretazioni  che tentano di dare una risposta generale al problema del remeggio, cioè della forza motrice delle navi più antiche, dalla trireme fino alla 40 ordini: quella del francese Rondelet nel 1820 e del tedesco Graser nel 1864. Dello stesso periodo storico è la trireme ricostruita, su incarico di Napoleone III, da Dupuj De Lome e Jal,  modello di nave che riproponeva "al vero" una tipica trireme romana, seppure inefficiente nella navigazione a causa della sua pesantezza.

 

FIG. TRIREME ROMANA RICOSTRUITA DA JAL PER NAPOLEONE III

Proprio sulla trireme sono stati incentrati tutti gli studi più importanti fino ai giorni nostri, arrivando alla ricostruzione dal vivo (scala 1 a 1) nel 1989 di una trireme ateniese per la marina ellenica <![if !supportFootnotes]>[3]<![endif]>3 con grande impegno anche inglese e americano, a opera di Morrison e Coats. L'accordo e la credibilità riguardo la più recente ricostruzione di questo modello di nave ha messo in secondo piano le difficoltà e le incongruenze dei tentativi di ricostruire gli altri tipi di poliremi, diffusissimi nel mondo antico, dalla 4 ordini in su.

 

FIG. Triera ateniese del V sec. a.C. ricostruita da Morrison e Coates, in navigazione nell'Egeo.

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Dopo decennali studi sui problemi dell'architettura delle antiche navi a remi, Ascani risolve con metodologia e schemi rigorosamente scientifici la disposizione dei banchi e dei livelli di rematori valida anche per le poliremi maggiori <![if !supportFootnotes]>[4]<![endif]>4.

La soluzione da lui trovata con la geometria del remeggio nel mondo antico (e che corrisponde, a nostro modesto parere, a ciò che, nel campo della scrittura, fece Champollion con i geroglifici egiziani), permette una ricostruzione delle navi dalla trireme fino a quelle col massimo numero di banchi e di livelli di rematori. Ciò vale quindi anche per la tessaracontera (la nave a 40 ordini con 4000 rematori, 2850 soldati imbarcati e 400 marinai di coperta) di Tolomeo IV Filopatore d'Egitto, contemporaneo di Annibale.

Tale regola più generale sulla geometria del remeggio consente di realizzare una ricostruzione complessiva, cioè non settoriale, del sistema del remeggio nelle poliremi dell'antichità.  A parte infatti gli studi seri e particolari già citati sulla trireme ad opera del Morrison o i tentativi azzardati e non comprovabili ad esempio di Lionell Casson dell'Università di New York per la tessaracontera, non si erano più date recentemente risposte complessive sulla sistemazione dei banchi di rematori e sulla divisione dei livelli in particolare oltre la quinquereme. Tanto che gli unici tentativi di soluzione complessiva del problema (peraltro con minori informazioni tecniche  e  scoperte  archeologiche  e  iconografiche  rispetto all'epoca in cui viviamo) risalgono a metà dell'800, con Rondelet e Graser già nominati. Le ricostruzioni di Ascani si basano principalmente proprio su tutta l'iconografia esistente (dai bassorilievi alla monetazione), anche su quella di più recente scoperta, e sugli ultimi ritrovamenti archeologici sottomarini. Ma per completezza e serietà di informazione, e per una migliore documentazione storica anche ricostruttiva, noi faremo riferimento nel nostro studio soprattutto alle differenti, precedenti ipotesi o a quelle attuali pur non condivise, con relativa bibliografia.

William W. Murray,  The Age of Titans, Rise and Fall of the Great Hellenistic Navies, Oxford University Press 2013, di quasi 400 pagine, ha fornito uno  studio molto approfondito. Non e' una proposta di risoluzione dei secolari problemi delle poliremi (a parte all'inizio il rostro di Athlit di 600 kg., rostro ellenistico uguale a quelli di Marco Antonio catturati da Augusto ad Azio e dedicati nel monumento  a Nikopolis). Ma dopo quella di Basch e' l'opera piu' monumetale per dati e citazioni antiche (pag.201-306) sulle poliremi. L'opera di Domenico Carro per l'archivio storicoci della marina, "il potere marittimo di Roma", antipava per il convegno del 1996 ma in verita' fa seguito per la  Data in dicata nel sito della marina militare e della rivista marittima ai volumetti di Forma urbis serie Roma navale da I a VIII, dal luglio 2005 al marzo 2006, con buone illustrazioni. Importanti e attuali le pubblicazioni- anche su internet- del prof.  Mario Bonino (spesso da nii citato per le tecniche di carpenteria navale) dell'Universita' di Bologna sulle navi fenicie e puniche in particolare e sulle poliremi in generale (cfr. "Navi fenicie e puniche" , Lumieres Internationalesl Lugano 2010). Michael Pitassi, The navies of Rome, Woodbridge 2009, tra. It. Gorizia 2011, e  Roman Warships, Woorďridge 2011, trad. It. Gorizia 2013, non ha temuto di cimentarsi col mistero del remeggio delle poliremi. Gli schemi da lui aggiunti al 2. Volume non aggiungono e non tolgono alcunche' ai lavori di Ascani o di Coats, il quale ultimo egli utilizza spessissimo per la tRireme. Dunque una delle ultime opere molto riassuntive, peraltro la prima con riferimento esplicito al modellismo. Ma per l'iconografia e il coraggio delle intuizioni a lungo nesuno superera' il Basch, non citato da Pitassi che peraltro non cita l'ancora piu' importante Viereck: Ascani, superando tali intuizioni con soluzioni tecniche precise (in vasca navale) ha  dato una svolta scientifica plurisecolare (spiegheremo piu' avanti perche') al problema della geometria del remeggio.

 

 

 

 

E' comunque notevolissimo, su internet, questo contributo del sito che segnaliamo di seguito, anche per il ritmo di voga. www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/navi/Navi2.htm

QUINQUEREME

E citiamo comunque, dagli autori del sito appena citato, proprio un ritmo di voga:

Piero Pastoretto- Umberto Maria Milizia

 

Un celeuma

Cerchiamo di affrontare. il problema del remeggio ragionando con ordine. Avevamo gi&agrave stabilito che in una quinquereme operavano 300 rematori divisi in 60 squadre di cinque uomini ciascuna (da cui quinque-remis), ripartita in tre rematori ad un remo e due ad un altro. Possiamo pensare adesso che allà interno di ciascuna squadra ci fosse una sorta di capo voga, il rematore pi&ugrave esperto od anche il pi&ugrave robusto, che sedeva allà estremit&agrave del remo anteriore manovrato dai suoi compagni, e dietro al quale gli altri impostassero i loro movimenti: succede cos&igrave anche nei moderni armi da corsa. Per analogia, tra tutte e 60 le squadre di rematori, le prime due, quelle che sedevano a poppa pi&ugrave direttamente a contatto con l'hortator, dovevano essere le migliori e le pi&ugrave fidate. La palata, che a causa della lunghezza e del peso dei remi doveva essere alquanto corta, avveniva, allora come oggi, in quattro fasi:

entrata in acqua; 

passata in acqua;

estrazione;

ripresa.

Il ritmo era segnato dal pausarius o con il martello (portisculus), o con un canto in esametri, il celeuma. Da un celeuma che.viene riportato nell'Antologia latina2possiamo tentare di dedurre alcune caratteristiche che, avvertiamo, sono soltanto delle ipotesi di lavoro. Il canto è diviso in quattro tetrastichi o quartine di esametri, ognuna delle quali inizia con il medesimo verso: Heia viri, nostrum reboans echo sonet heia! Seguendo il ritmo dell'hortator l'equipaggio dei rematori intonava probabilmente gli altri tre versi della quartina, e poi la parola tornava all'hortator stesso che ripeteva il primo esametro della quartina successiva. Cantare in maniera ritmata durante la marcia, così come nella voga, &egrave per là uomo estremamente naturale: distrae, allevia la fatica ed aiuta a non sbagliare i movimenti. Probabilmente il celeuma (questo od un altro equivalente, poco importa) era intonato durante le andature che potremo chiamare "da crociera", mentre nelle arrancate in combattimento era preteso il silenzio assoluto e si procedeva al suono del martello. Adesso, se si recita il primo verso sopra riportato con la metrica (segnata qui per comodit&agrave del Lettore con accenti acuti) e le pause dell'esametro, esso suona cos&igrave:

Heia viri / nostrum reboans / echo sonet heia!

 Le pause lo dividono in tre parti distinte, ciascuna costituita da due piedi:

- Heia viri

- nostrum resonans

- echo sonet heia.

Ogni parte, recitata molto lentamente con le sue sillabe in arsi e in tesi e le sue cesure o pause metriche, pu&ograve corrispondere ad una palata secondo questo schema:

- Heia viri: entrata in acqua e passata in acqua;

- pausa:estrazione e ripresa;

- nostrum reboans:entrata in acqua e passata in acqua;

- pausa:estrazione e ripresa;

- echo sonet heia:entrata in acqua e passata in acqua.

Ripetute prove teoriche, che chiunque pu&ograve sperimentare con un cronometro, purch&egrave legga con studiata lentezza e scandisca bene le pause, portano ad ipotizzare che il celeuma ritmi normalmente 15 - 16 palate al minuto, una ogni 4 secondi circa, aumentabili a 20 se lo si recita pi&ugrave velocemente. Poich&egrave il canto &egrave composto da 16 esametri, ed ogni esametro comprende tre palate, la recitazione totale implica 48 entrate in acqua e quindi poco pi&ugrave di tre minuti di voga, dopo di che i rematori cominciavano da capo.

Ecco là intero testo del canto. Chi ama il latino pu&ograve fare la scansione dei versi nei differenti piedi in lunghe, brevi e cesure. Qui non &egrave riportata, e ce ne scusiamo, perche quel che interessa al nostro studio &egrave soltanto la cadenza di voga.

HEIA, virI, nostrUm reboAns echO sonet HEIA!

Arbiter effusI latE maris Ore serEno

plAcatUm stravIt pelagUs posuItque procEllam,

EdomItque vagO sedErunt pOndere flUctus.

HEIA, virI, nostrUm reboAns echO sonet HEIA!

AnnisU parilI tremat  Ictibus Acta carIna

NUnc dabit ArridEns pelagO concOrdia caEli

vEntorUm motU praegnAnti cUrrere vElo.

HEIA, virI, nostrUm reboAns echO sonet HEIA!

AEquora prOra secEt delphInis aEmula sAltu

Atque gemAt largUm, promAt sesEque lacErtis,

pOne trahEns canUm dedUcat et Orbita sUlcum.

HEIA, virI, nostrUm reboAns echO sonet HEIA

AEquoreOs volvEns fluctUs ratis Audiat HEIA!

COnvulsUm remIs spumEt mare. nOs tamen HEIA!

VOcibus AdsiduIs litus rEduci sonet HEIA!

La traduzione che segue, che naturalmente non pu&ograve riprodurre il ritmo latino, non sar&agrave forse molto elegante, ma &egrave alquanto pi&ugrave fedele di quelle che abbiamo potuto trovare.

Heia, uomini, come là eco rimbombante suoni il nostro heia.

Il signore del mare che si stende ampiamente con voce serena

fece distendere placato il pelago e fece calare la tempesta,

e i flutti domati si fermarono per mancanza di spinta.

Heia, uomini, come là eco rimbombante suoni il nostro heia.

La carena in moto con sforzo ben distribuito trema per i colpi.

Ora là accordo sorridente del cielo col mare ci permetter&agrave di correre

con la vela pregna per il soffio dei venti.

Heia, uomini, come là eco rimbombante suoni il nostro heia.

La prora emula del salto del delfino tagli la distesa del mare,

gema abbondantemente, si tiri fuori con le braccia muscolose

e tracci una scia trascinandosi dietro un bianco solco.

Heia, uomini, come là eco rimbombante suoni il nostro heia.

Travolgendo i flutti del mare la barca oda heia!

Spumeggi il mare sconvolto dai remi; noi ancora heia!

Il litorale per le voci ritmate al reduce risuoni heia!

 

Terminata la lunga citazione, ricordiamo che nella quinquereme, per i 5 ordini di remi i termini sono, nell'ordine: penterici, tetrerici, tranitici, zigitiitici, talamitiitici. La lunghezza dei remi &egrave rispettivamente (per Guglielmotti, Vocab. cit., p. 1337) di metri 9, 7, 6, 5, 4. La chiave di lettura fornita dalla teoria più generale sviluppata da Ascani consente l'interpretazione dei vari aspetti iconografici del mondo antico relativi alle poliremi. Le formule scientifiche dei suoi schemi sul remeggio, che dovevano comparire sulla rivista della Marina Militare Italiana (la Rivista Marittima), forniscono la spiegazione delle disposizioni dei banchi di rematori possibili e più convenienti (non solo ergonomicamente), ma non abbisognano alfine di tale iconografia, sebbene soprattutto essa abbia fornito gli elementi e la conferma al metodo e alla logica che sottende tali ricostruzioni. Noi ci limitiamo, per le varie ipotesi tradizionali, a rimandare a disegni schematici di pubblicazioni scientifiche illustrative quali ad esempio "Le musée imaginaire de la marine antique" di Lucien Basch, Athènes 1987, volume estremamente ricco per l'iconografia e inedito in Italia, messoci subito a disposizione da Ascani insieme con il suo archivio documentario sull'archeologia navale, o il più recente "The Age of Galley- Mediterranean Oared Vessels" edito da John Morrison (London 1995) col contributo di 15 dei maggiori esperti mondiali sull'argomento, anch'esso reperito grazie all'architetto Ascani e corredato di molte ipotesi e progetti ricostruttivi dei livelli di remeggio delle poliremi ad opera dell'Ing. John Coats (il medesimo che ha progettato la trireme del Morrison nonchè le navi da guerra inglesi che hanno combattuto e vinto la guerra delle Falkland-Malvine contro l'Argentina). Di buon livello scientifico- documentario e con elementi di equilibrato realismo è il libro di Pietro Janni "Il mare degli antichi", edizioni Dedalo 1996, anche se rinuncia a qualsiasi valutazione o ipotesi sul problema del remeggio nelle poliremi dell'antichità.

 

FIG. UNA DELLE NAVI DI NEMI

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Quando la ricerca di Ascani non era ancora conclusa, al secondo Simposio Internazionale di Archeologia navale tenutosi a Delfi nel 1987, egli illustrò il remeggio della 40 ordini realizzando il modello di una sezione della nave in scala 1:20; dando inoltre notizie sulle possibili ricostruzioni del sistema di remeggio dalla triera alla nave con 30 ordini di rematori. Al terzo Simposio Internazionale di Archeologia navale tenutosi ad Atene nell'89 egli accennò ad alcuni elementi iconografici utili per la lettura dell'ordine delle poliere. Con i suoi studi, ora pubblicabili, fondamenti geometrici del remeggio egli ha posto ora fine non solo a un lungo lavoro ma anche alle incertezze e alle incongruenze che circondavano i molti, plurisecolari tentativi di ricostruzione del remeggio delle poliremi.

L'architetto Ascani è tecnicamente in grado di ricostruire, in base agli schemi teorici del remeggio, dei modelli in scala di alcune navi famose dell'antichità, quali ad esempio:

l'ISTHMIA di Demetrio Poliorcete, una nave a 9 ordini di remi ma di tipo speciale e di dimensioni maggiori rispetto alle altre navi con 9 ordini, perchè aveva ben 100 bancate;

il LEONTOFORO, di Lisimaco, una 8 ordini di remi anch'essa con 100 bancate;

la 20 ordini di Archimede per Gerone di Siracusa, la SYRACUSIA, o la 40 ordini di Tolomeo.

Oppure ancora modelli tratti dalla ricca iconografia esistente su triere, tetrere e pentere, data la possibilità, fornita dalle sue analisi e dalla sua chiave di lettura, di distinguere nelle raffigurazioni una triera da una tetrera o da una pentera.

Infine, la ISIS del Ninfeo di Apollo e Afrodite nel Bosforo Cimmerio, con sette ordini di remi; o la bireme prenestina, che era una nave catafratta a 12 ordini, etc.

Il campo  di analisi, cioè l'arco di tempo approfondito da Ascani per la marina del Mediterraneo, andava dal III millennio a.C. fino al XIV sec. dell'era moderna, attraverso l'affermarsi di popoli mediterranei con la marineria più evoluta, quali Cretesi, Fenici e Greci, fino alle ultime navi col remeggio su più livelli. Un trentennio fa egli si accostò, restandone affascinato, al problema del remeggio più antico, a seguito di studi e cataloghi sulle galee veneziane e sulla marineria medievale, che gli posero problemi riguardo al sopravvivere di tradizioni navali e di tecniche costruttive altrimenti inesplicabili. La sua (e la nostra) aspirazione resta la ricostruzione in scala 1 a 1 della quinquereme romana delle guerre puniche, la più gloriosa della nostra marineria: egli ha già operato a tal fine, sviluppando con i suoi schemi e con sistemi computerizzati un primo progetto della nostra poliera "italiana". Noi ci limiteremo nel nostro lavoro, "storiograficamente", a prendere atto non solo dell'importanza di tale nave anche nella guerra contro Annibale, ma soprattutto dell'opportunità, per la nostra storia nazionale e per quella europea, della sua ricostruzione fedele.

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Questo mio lavoro sulle flotte antiche è soprattutto una sintesi delle fonti letterarie e scientifiche relative alle navi nel periodo delle guerre puniche.

Speriamo che tale lavoro, iniziato prima di conoscere l'amico Ascani, resti superato e minimamente documentario rispetto a ciò che rappresenta- per lo studio della storia e dell'iconografia antiche-  la pubblicazione della sua opera che propone e risolve, per la prima volta dopo più di 500 anni, il problema dei livelli di rematori nelle antiche poliremi.


PETRUS JANNI. IL MISTERO DELLE POLIREMI

Una accettabile sintesi dell'enigma secolare rappresentato dal remeggio delle poliremi del mondo antico è quella proposta da Pietro Janni ("TRIERI, TETRERI... POLIERI") in terza pagina al fascicolo di dicembre 1996 del trimestrale "Agonistika news", collegato a "Strategia&Tattica" e dedicato non solo a War Game o altri aspetti ludici. Riportiamo quasi integralmente l'articolo: "Da alunni di ginnasio (battaglia di Salamina e prima guerra punica) o da spettatori di cinema (Ben Hur), a tutti è capitato di imbatterci in certi curiosi oggetti storici, le 'triremi' e le 'quinquiremi' sulle quali non ci siamo forse molto soffermati, perché le nostre fonti (libro di scuola o film di William Wyler) le davano più o meno per scontate. Se una spiegazione ce ne è stata offerta, essa avrà detto che si trattava di navi da guerra 'a più ordini di remi (sovrapposti)', cosa che ci sarà apparsa non più problematica dell'esistenza, all'epoca di Nelson, di vascelli a due e a tre ponti, oppure, in tempi più vicini, di quella di aerei con due, tre o quattro motori: strumenti bellici di dimensioni, complessità e potenza crescenti in maniera lineare, come in tanti altri casi. Invece le cose non stanno affatto così: la questione delle polieri, come le chiameremo alla greca, con miglior giustificazione storica, vale a dire la questione di come fossero disposti i remi e i rematori sulle galere da guerra dell'Antichità, rappresenta uno dei rompicapo più ostici ed esasperanti lasciatici in eredità dal mondo greco-romano. E questo non da ieri, ma da cinque secoli, lungo un mezzo millennio in cui è fiorita una letteratura sterminata, che va dai massicci in-quarto cinquecenteschi scritti in latino alle dissertazioni americane diffuse in microfilm. Nella storia della disputa se ne trovano veramente di tutti i colori, e autori di ogni specie, dagli studiosi seri che si sono affaticati onestamente fino agli innocui maniaci e ai ciarlatani; ma a dominare è la discordia: " Vi hanno... più di venti sistemi, difesi da uno e impugnati da tutti", scriveva nel 1889 quella singolare figura di frate-marinaio che fu il Padre Alberto Guglielmotti, l'autore del celebre e ancora utile "Vocabolario marino e militare". Oggi possiamo solo notare che quel numero di venti, già troppo basso allora, è ulteriormente cresciuto, ma senza che venisse proposta alcuna novità sostanziale. Né poteva essere diversamente, come è difficile che potrà essere in futuro, finché resteranno identici i dati del problema. Le testimonianze letterarie, i testi greci e latini, non sono mai espliciti sui punti fondamentali, in sostanza perché si rivolgevano a lettori che si immaginavano già edotti; le figure, pittura vascolare o rilievi, offrono solo immagini di navi in vista laterale che confermano mille volte le stesse cose e non sono mai chiare su altre; neppure l'archeologia subacquea, con tutti i suoi successi e con tutta l'attenzione di cui gode, ha portato il minimo contributo a una soluzione, perché i relitti recuperati a centinaia appartengono esclusivamente a navi mercantili a vela, o in ogni modo ben diverse dalle polieri. Infine, una recente spettacolare impresa di 'archeologia sperimentale', la ricostruzione di una triere, condotta da una fondazione anglo-americana col massimo impegno scientifico, tecnico e finanziario, ha aperto nuove discussioni più di quanto non abbia appianato le vecchie. Tentiamo la non facile impresa di riassumere in breve la questione. Possiamo considerare ragionevolmellte sicuro che le marine da guerra del Mediterraneo antico, fin da epoca molto remota, costruissero le loro galere disponendo i vogatori a diverse altezze, con lo scopo di fame entrare il più possibile in uno scafo sottile, ottenere la massima potenza propulsiva in relazione al dislocamento, e raggiungere così la grande velocità e maneggevolezza richiesta dal loro modo di combattere. Fino a tutto il V secolo a.C., cioè fino a tutta la Guerra del Peloponneso, ci si contentò di tre livelli, cioè della triere (in greco triéres - ripetiamo che qui eviteremo i più popolari termini latini, trireme, ecc., perchè.non ebbero mai un vero status di termini tecnici, neanche nella marina romana......). Oggi si pensa che il nocciolo del problema stia probabilmente in un fatto linguistico molto insidioso, un vero trabocchetto in cui sarebbero cadute innumerevoli generazioni di studiosi. L'insidia sta nel fatto che la desinenza greca -eres avrebbe un certo valore fino quando è preceduta dal numerale tre, e uno diverso da quattro in su. Nel primo caso essa indicherebbe effettivamente i livelli uno, due e tre (monéres, diéres, triéres); con la tetréres sarebbe comparsa invece una novità: mentre nell'età precedente i vogatori erano sempre stati uno per remo, da qui in poi questo limite non vigeva più; a ogni remo poteva sedere qualunque numero di vogatori, da due fino a tre, quattro, forse otto. I numeri che entrano in composizione nella serie sono dati dalla somma dei vogatori di tutti gli ordini (uno, duo o tre) in ciascuna unità nella sezione trasversale della nave. In altre parole: una tetrere poteva essere una galera con due ordini in altezza, salvo che i remi di entrambi i livelli erano maneggiati ognuno da due uomini. Ancora: la pentere poteva avere tre livelli, con due uomini a ogni remo in due fra questi tre livelli, e un singolo vogatore al terzo; oppure i livelli potevano essere due e i vogatori essere in numero tre+due; oppure ancora ci poteva essere un livello solo, con grandi remi maneggiati ciascuno da cinque uomini. Questa è la teoria oggi dominante, che molti sembrano credere a torto relativamente nuova, mentre risale a due secoli fa. Col suo carattere di pura ipotesi, senza nessun riscontro preciso nelle testimonianze antiche, essa suona poco plausibile; ma (come amava dire Sherlock Holmes), quando la scelta è fra una cosa molto inverosimile e una cosa impossibile si deve scegliere quella molto inverosimile - e così sembrano aver pensato gli studiosi che l'hanno accolta, forse più che altro per stanchezza (ben giustificata) dopo una disputa che si trascina da cinque secoli. Se la teoria coglie nel segno, dobbiamo credere che la tradizione verbale ci abbia giocato un brutto tiro, mettendoci davanti a una delle difficoltà più insidiose nella comunicazione: se consideriamo tutti i dati pervenutici sulle polieri come un messaggio, questo è il caso di un codice che cambia durante la trasmissione del messaggio (sarebbe cioè cambiato in un punto della serie dei composti il valore dell'elemento -eres). Probabilmente il miglior sistema per fuorviare un ascoltatore indesiderato - ma purtroppo stavolta le vittime siamo stati noi. C'è da aspettarsi passi avanti, nuove scoperte o nuove idee? Nuove scoperte sono da escludere: i testi e le immagini sono stati studiati e sviscerati come più non si potrebbe; dall'archeologia subacquea non c'è da attendersi luce su questo punto, per i motivi cui abbiamo accennato. Alle idee non mettiamo limite, anche se ci vorrà del coraggio per cimentarsi ancora in una questione che sembra averle viste proprio tutte. L'enigma delle polieri non è cosa che tocchi direttamente la grande storia antica o la letteratura di alto rango, ma rimane una delle più maligne sfingi che ci interroghino dall'Antichità" (Pietro Janni). Intelligentemente sintetico. Ma dissentiamo totalmente che la questione non tocchi la grande storia antica o la letteratura di altissimo livello. Tutt'altro! "Riportiamo una recensione al principale libro dello Janni

 

 

 

 

 

FIG. Pittura del periodo geometrico su vaso ateniese (circa 735- 710 a. C.) (British Museum)


 

"Quando la flotta entrò nel porto di Corinto, il vaso con le ceneri (di Demetrio I Poliorcete)  era visibile dalla poppa della nave, dove stava in posizione evidente; lo adornavano la porpora e il diadema reale, e lo attorniavano giovani in armi, che montavano la guardia.  Seduto vicino c'era Senofanto, il flautista più famoso del tempo. Suonava col flauto una melodia devotissima, cui si accordava il movimento dei rematori: e il tonfo dei remi rispondeva alle cadenze delle arie del flauto come il battere dei petti alle lamentazioni funebri".

Plutarco

I NAVES LONGAE -LA TRADIZIONE DELLE NAVI DA GUERRA A REMI

Essendo la seconda guerra punica la prima guerra del mondo antico che, con alleati diretti o indiretti, coinvolse tutto il bacino del Mediterraneo, ed essendo quel periodo storico  un punto d'arrivo delle più complesse ed evolute tecniche marinare, esamineremo le flotte dei principali popoli mediterranei in quel periodo: da quelle puniche e romane a quelle dei Greci e Greci d'Italia (soprattutto, per questi ultimi, Siracusa e Taranto), fino ai regni e popoli ellenistici (cioè di cultura greca e macedone) succeduti alla morte di Alessandro Magno.

In particolare questi ultimi costituivano potenti regni con figli e nipoti dei generali del defunto conquistatore (Tolomeo in Egitto, Antioco in Siria, Filippo in Macedonia, Attalo a Pergamo, etc., senza considerare Bitinia e Ponto sul Mar Nero, Bisanzio- poi Costantinopoli e oggi Istanbul- sul Bosforo, etc.), in un'area dal Mar Nero alla Palestina e all'India, con  tradizionali ma soprattutto sempre nuove, sofisticatissime capacità cantieristiche navali.

Sulle caratteristiche di queste flotte ci soffermiamo, per poter meglio spiegare la tradizione e l'evoluzione di quelle navi che tra la prima metà del III e la prima metà del II secolo a.C. decisero le sorti del Mediterraneo da Gibilterra al Golfo Persico.

 

FIG. GALERE DA GUERRA (da MORRISON, THE AGE OF..., CIT.)

Per analizzare la flotta cartaginese, non seconda a nessuna nel mondo mediterraneo, dobbiamo puntualizzare il discorso sui vari tipi di navi già accennato nel capitolo quarto sull'esercito punico.

Caratteristiche e quantità delle triremi diffuse in quel periodo nel Mediterraneo sia occidentale che orientale verranno discusse più avanti, dando per scontate non solo la forma di quel modello fenicio e greco a tre livelli di rematori ma anche la conoscenza dell'importanza storica che questa nave rivestì in tutte le battaglie navali del Mediterraneo dal VII secolo avanti Cristo <![if !supportFootnotes]>[5]<![endif]>5 in poi, non solo per Atene. Ritorneremo anche sulla distinzione, ormai riconosciuta, tra precedente trireme fenicia ed egiziana e successiva trireme greca in generale e ateniese in particolare.

Autori come Rondelet e Kopecky nel secolo scorso, Tenne e infine Morrison ai nostri giorni hanno consentito una ricostruzione quasi completa della nave che, grazie soprattutto ai Greci, con la sua linea slanciata e la sua velocità in battaglia, fu la regina del Mediterraneo per molti secoli.

Una sintesi degli elementi iconografici utilizzati dagli autori nominati e da molti altri ancora si può trovare in BASCH, cit.,  pp. 273- 301. Tralasciando per ora numero e disposizione dei rematori, lunghezza, larghezza e velocità nonchè attitudini tattiche della trireme per discuterne più avanti, ricordiamo solo la presenza e la grande diffusione di questa nave anche nel periodo della seconda guerra punica.

 

FIG. REMEGGIO DELLA TRIERA (MORRISON E COATS)

Per secoli la storia navale mediterranea fu dominata dalla gloriosa trireme greca ed ateniese in particolare, ma già dal V  secolo a.C. sarebbe stata inventata a Cartagine la prima nave da guerra con più ordini di remi della trireme: la quadrireme (tetrera), con 1, 2 o 3 livelli di rematori sovrapposti, cioè con quattro rematori su due livelli, o con due rematori per remo al terzo livello superiore o probabilmente con un rematore in ognuno dei 4 livelli di remi. Ma anche di questa nave parleremo dettagliatamente in seguito. Nel 398 (sempre a.C.) la quadrireme "punica" fu adottata da Dionigi I di Siracusa in guerra contro Cartagine e i Siracusani inventarono per di più una nave ancora superiore: la pentera (quinquereme). Anche qui le ipotesi su uno, due o tre livelli di rematori sovrapposti sono le più disparate.

Una cronologia sommaria (e su cui torneremo) per l'introduzione dei vari tipi di poliremi maggiori può essere questa: nel 399 a Siracusa, sotto Dionigi il Vecchio, viene inventata la pentera, seguita poi, sempre a Siracusa, intorno al 350, dalla exera (sextera), e circa 50 anni dopo, sotto i successori di Alessandro Magno, dalla heptera, octera, ennera, fino alla decapentare (15 ordini), decaexera (sedecieres, o sedekieres, a 16 ordini), alla 20, alla 30 e alla 40 ordini. E siamo qui ormai al periodo della prima guerra punica. Dettaglieremo più avanti queste poliremi maggiori.

 

FIG. LA TRIERA PUNICA SECONDO COATS)

 

FIG. REMEGGIO DELLA TRIERA ATENIESE (MORRISON E COATS)

L'iconografia ci rivela che nel 373 la quinquereme era adottata anche in Fenicia, almeno da Abdastoret II, re di Sidone, e nel 351 le quinqueremi figurano di nuovo nella flotta di Tennes, re di Sidone. Tanto che nel 332, con la conquista della Fenicia da parte di Alessandro Magno, la flotta del conquistatore macedone dispone di quinqueremi <![if !supportFootnotes]>[6]<![endif]>6. E' solo a questo punto (332- 331 a.C.) che anche Atene, che aveva fino ad allora solo triremi, si decide a mettere in cantiere le sue prime quadriremi e solo nel 327-326 si costruiscono ad Atene anche le quinqueremi <![if !supportFootnotes]>[7]<![endif]>7. Molto in ritardo dunque rispetto al mondo fenicio e magno- greco, se si pensa che già dal 360 circa a Siracusa, sotto Dionigi II, viene inventata la sextera (exera), nave a sei ordini. Nella lotta tra i successori di Alessandro Magno, nel 306, davanti a Salamina di Cipro, le quinqueremi di Tolomeo sono sconfitte dalle sextere di Demetrio Poliorcete, il quale ultimo si è già costruito, come ammiraglia, una septera (heptera) <![if !supportFootnotes]>[8]<![endif]>8, a sette ordini di rematori. Già in precedenza, nel 322 a. C., presso Amorgo la flotta macedone, formata da navi grandi e di concezione moderna, arrecò a quella di Atene "una sconfitta così disastrosa che essa scomparve dal novero delle grandi potenze navali" <![if !supportFootnotes]>[9]<![endif]>9. Di lì a poco navi ancora più grandi, colossali, incrociano le acque del Mediterraneo orientale, di fronte alla Fenicia, all'Egitto, nel Mar Egeo e nel Mar Nero. Ma noi tralasciamo per ora queste navi, contemporanee nel Mediterraneo orientale alle prime due guerre puniche, per tornarci dettagliatamente in seguito. Restiamo per ora alle navi più utilizzate nel Mediterraneo occidentale, oltre alle triremi.

Sopravviveva ancora nel Mediterraneo occidentale, con le numerosissime colonie greche, la antica pentecontora (cinquantaremi), azionata da 25 rematori per fianco e che misurava circa 35 m. (25 m.) in lunghezza e 5 in larghezza: era l'eroica nave della guerra di Troia <![if !supportFootnotes]>[10]<![endif]>10. Per il suo sistema di remi, oggetto di discussione senza fine già dal XVIII sec., si rinvia di solito alla semplice ricostruzione di J. M. Morrison, adottata poi da J. Taillardat in PGG, pp. 183- 205.

Il triacontoro e il pentecontoro erano monere ancora nel IV sec. d.C. Avevano 15 remi per lato e 25 per lato (H.D.L. VIERECK Die roemische Flotte, pag.71-75).

 

 

FIG. PENTECONTORA

Le liburne  (dei Liburni, Illiri di Dalmazia)  erano  biremi (ma spesso anche triremi) con 120 rematori e 70 fanti di marina (fanti di marina erano per i Romani, alla greca, gli "epibati"- Erodoto, III, 80).

 

 

FIG. LIBURNA ROMANA. PROGETTO DI COATS

II TRIREMIS -LA TRIERA.

La trireme, lunga circa 36 metri, fu regina incontrastata del Mediterraneo tra l'VIII sec. e il 320 a. C. circa (324 come data del sorpasso da parte della tetrera nella diffusione?): possedeva due alberi muniti di una vela grande e di una piccola <![if !supportFootnotes]>[11]<![endif]>11. Aveva 170 rematori circa ("tutti liberi- nè l'Antichità nè il Medioevo conobbero ciurme legate alla catena" <![if !supportFootnotes]>[12]<![endif]>12), 13 marinai, 10 combattenti e un comando di 7 membri. Era veloce (dai 3 ai 5 nodi coi remi, dai 5 agli 8 con la vela <![if !supportFootnotes]>[13]<![endif]>13) e soprattutto agile da manovrare per lo speronamento e per altre veloci tattiche di combattimento <![if !supportFootnotes]>[14]<![endif]>14. Il testo recente del Beike (cit., 1991, pag. 112) sintetizza in 230 tonnellate, 45 metri di lunghezza e tra i 4,5- 5,5 metri di larghezza le dimensioni della triera, con 174 rematori.

 

 

FIG. REMEGGIO DELLA TRIERA (MORRISON E COATS)

 

Askomata <![if !supportFootnotes]>[15]<![endif]>15 (dal greco "askoma", che indica un accessorio di cuoio) erano le guarnizioni di cuoio attraverso cui venivano fatti passare i remi, impermeabilizzando così tutti i fori del remeggio sulle fiancate delle navi. Figurano negli antichi Inventari Navali ateniesi dal 377-6 al 323-2 a. C. (IG 22 1604-1632) che registravano, di ogni nave elencata, gli accessori di tale tipo, quindi importanti <![if !supportFootnotes]>[16]<![endif]>16.

 

 

FIG. LA QUADRIREME SECONDO COATS

La discussione più importante e delicata sulla triera e sulle poliremi in genere, verte sul fatto se tutti i remi della nave fossero della medesima lunghezza usualmente documentata dagli antichi o se vi fosse differente lunghezza a seconda della posizione dei remi stessi.

 

FIG. PROGETTO DI TRIERA (COATS)

A parte le più recenti e scientificamente valide soluzioni di Ascani, la questione si è ripresentata nel 1990 con la giustificazione che il Morrison ha dato della sua ricostruzione al naturale della triera ateniese con i remi tutti uguali (30 remi di rispetto lunghi 9 o 91/2 cubiti- 3,99 m o 4,2 m) e la risposta offerta, nella medesima occasione, dall'Ammiraglio Carlo Gottardi (Ibidem, pag. 98 sgg.), che dimostra la probabilità e utilità di remi di diversa lunghezza non solo ai due estremi posteriore e anteriore dello scafo, ma tra i differenti livelli.

 

FIG. RICOSTRUZIONI DEL REMEGGIO DELLA TRIERA RIASSUNTE DALL'AMMIRAGLIO GOTTARDI (1990)

Basandosi su Aristotele (Le parti degli animali, 687 b 18) e su Galeno (L'uso delle parti 1 24) il Morrison dà una interpretazione solo in senso orizzontale, in base al restringimento di poppa e prora, di tali fonti. Ma più convincentemente il Gottardi afferma: "Per la diversa lunghezza dei remi...<![if !supportFootnotes]>[17]<![endif]>17 e con le dimensioni maggiori desumibili... vi erano accorgimenti attuati per le galere venete e mediterranee e che credo non fossero ignorati dalla pratica dei marinai antichi: il bilanciamento del remo con dei pesi, anche rudimentali, posti sul girone. Con tale sistema si viene ad annullare il peso del remo dalla parte esterna dello scafo e quindi, eliminato il lavoro necessario alla manovra del remo stesso, si può applicare tutta l'energia umana disponibile alla sola propulsione. Verrebbe così a cadere il dubbio che una eccessiva lunghezza dei remi non potesse essere realistica in rapporto alla forza dell'uomo. E' chiaro che un remo molto lungo risente meno dell'effetto rollìo, non viene battuto dalla cresta dell'onda e può mantenere il ritmo in ogni condizione di tempo. Vorrei aggiungere, in proposito, che nelle galere veneziane i remi avevano mediamente una lunghezza di 12 metri, e misure maggiori su galeazze e galere grosse... Per la maggiore manovrabilità, ciò è suffragato dalle notizie sulle galere sottili veneziane che, con remi di 12 metri, sia pure con voga a scaloccio, avevano forte velocità e notevole maneggevolezza" (Ibidem, pag. 100).

 

 

FIG. TRIERA DEL MORRISON

Riassume Harmand sulla triera: "Fu questo lo strumento della potenza marittima di Atene, la quale impegnò sulla flotta la massa dei cittadini esonerati dal servizio come opliti per la loro impossibilità di procurarsi le armi a proprie spese <![if !supportFootnotes]>[18]<![endif]>18. Nel 480 a Salamina le 200 triremi ateniesi avevano a bordo 34.000 uomini" (Ibid., p. 100). La trireme conservò una lunghissima e gloriosa tradizione militare, soppiantata come numero nell'età dei Diadochi, nel periodo delle guerre puniche e delle guerre civili alla fine della repubblica romana, da quadriremi e quinqueremi, ma per tornare ad essere l'ammiraglia nelle flotte imperiali romane provinciali costituite di liburne <![if !supportFootnotes]>[19]<![endif]>19, fino a trasformarsi, nell'impero di Bisanzio, anche come quadrireme, in Dromone <![if !supportFootnotes]>[20]<![endif]>20.

 

Quasi 2000 anni di storia militare mediterranea accompagnano dunque la trireme, anche se già dal IV ec. a .C. appaiono costruzioni più pesanti ed evolute militarmente: tetrere e pentere (quadriremi e quinqueremi). La quinquereme supererà la trireme di 4 metri in lunghezza  ma mai in agilità, pur essendo più potente nello scontro diretto, più capiente per le macchine belliche e per le truppe da sbarco e più sicura nei lunghi tragitti. Si ebbe comunque un aumento di velocità nella quinquereme, dal 14% al 29% in più rispetto alla trireme, nelle possibili varianti costruttive ipotizzate dagli specialisti <![if !supportFootnotes]>[21]<![endif]>21, ma con minore accelerazione. Se è stato provato che la velocità massima della trireme nello speronamento era di quasi 43 chilometri l'ora, il 14% in più nella quinquereme punica comporterebbe i quasi 50 chilometri orari.

 

FIG. PROPORZIONI TRA ANTICHE NAVI DA GUERRA (COATS, in MORRISON, AGE... CIT.)

Nonostante le accresciute dimensioni delle navi, le flotte in età ellenistica uguagliano o superano numericamente quelle del V secolo e contano da 200 a 500 navi da guerra a remi. A Rodi, all'epoca delle guerre puniche, una semplice trireme trasporta come nucleo permanente non più 10 ma sino a 25 combattenti.

 

FIG. NAVE ROMANA DEL PERIODO DELLE ULTIME DUE GUERRE PUNICHE. La terza fila di punte di remi  che sporgono subito sotto il ponte e i numerosi soldati la indicano come minimo come una 3 ordini;, e non una bireme come segnala il Casson, cit., SSAW fig. 119.

 

Parleremo in seguito delle quantità di soldati imbarcati in media sulle navi <![if !supportFootnotes]>[22]<![endif]>22: anticipiamo soltanto che la trireme ateniese, a Salamina, oltre a equipaggio e rematori, aveva secondo Plutarco 4  arcieri e  14 opliti. Una trireme fenicia contemporanea, con il ponte più largo, portava circa il doppio di soldati imbarcati, mentre quella greca si mantenne di media sui 10 epibati e i 4 arcieri anche durante la guerra del Peloponneso.

 

FIG. TRIERA NEL BASSORILIEVO DELL'AQUILA

Possiamo arguire che la stessa solidarietà che esisteva tra i cittadini- guerrieri, cioè tra i soldati dello schieramento oplitico, esisteva in genere tra gli equipaggi di rematori del mondo antico. Essi non erano schiavi, in quanto la complessità del remeggio già su tre livelli richiedeva una minima colaborazione, specialmente nei momenti più delicati e vitali, quelli della battaglia. E poichè essenzialmente per quest'ultima furono sviluppati navi più veloci con più remi, i rematori erano cittadini delle poleis (anche se cittadini poveri: i più ricchi potevano permettersi le armature oplitiche o il cavallo mentre i proletarii, come rematori, potevano usufruire di una paga). Almeno in età più remota la vita in comune, la collaborazione e la solidarietà tipica del sissizio doveva essere propria anche degli equipaggi delle triere delle più piccole città- stato dell'Egeo o delle più lontane colonie greche. Con le maggiori flotte statali questo aspetto sarà progressivamente scomparso, fino al caso limite dei molti rematori delle grandi navi a 8 e 10 ordini di Marco Antonio ad Azio raffazzonati in tempi brevi <![if !supportFootnotes]>[23]<![endif]>23.

 

FIG.5 -Nave romana con punte di remi superiori che sporgono, I sec. a.C. Grande e massiccia, certo almeno una quinquereme (trireme per il Casson, cit., SSAW fig. 125)., se non una 10 / 12 ordini. Montaggio di MAURIZIO ASCANI per evidenziare la parte ricostruita nel Rinascimento.

 

FIG. L'acume di Ascani ha evidenziato dal bassorilievo originale l'ombra di fianco di una prora che denota diverse dimensioni tra le navi.

Gli ufficiali cartaginesi di ogni nave da guerra erano tre: un ufficiale superiore, un PROREUTA o ufficiale in seconda e un pilota, cioè il timoniere tenuto in gran conto per la sua esperienza. I marinai addetti al governo delle vele e, in generale, al lavoro di coperta erano non superiori a 30. Inoltre in ogni nave punica vi erano tra 10 o 20 unità di fanti di marina per gli sbarchi <![if !supportFootnotes]>[24]<![endif]>24. La terminologia (e non solo nell' età ellenistica) era a tal punto in comune coi Greci, come lo fu poi per i Romani, che il capitano della nave, anche se nave di tipo diverso dalla triera, sarà il TRIERARCA sia presso Punici e Romani che presso i Greci. L'assurdo nelle migliori traduzioni anche recenti di Plutarco è che, persino per le navi da 10 ordini di Antonio ad Azio, si traduce con "i comandanti delle triremi" a proposito dei suoi capitani.

 Tra i Greci e i Romani il capitano aveva tra i suoi ufficiali il kybernétes, o gubernator (timoniere), il pròreus, ufficiale di prora, e il keleustés, ufficiale di voga aiutato da un musico (flautista per Greci e Punici, ma che ritmava con una bacchetta, cioè il portisculus – pausarius- presso i Romani) per dare il ritmo ai vogatori. Starr (Roman Navy cit., pp. 55-56) accenna a una diretta progressione di carriera nelle flotte greche da rematore a pausarius, a proreta e a gubernator: sarebbe logico supporlo anche per le flotte romane <![if !supportFootnotes]>[25]<![endif]>.

 

 

FIG. L'OLYMPIAS DI MORRISON IN NAVIGAZIONE

Dopo il V secolo a.C. vedremo che, soprattutto con Fenici, Punici e Romani, saranno ben più numerosi di quelli all’inizio ricordati, i soldati imbarcati su navi superiori alle triremi. La stessa Rodi ha nella sua flotta, al tempo delle guerre puniche, quasi solo le più capienti quadriremi e quinqueremi.

Ma la trireme rappresentava, ancora all'epoca delle guerre puniche, una realtà militare e una tradizione marinara ineguagliabile. Le ricostruzioni anche recenti dei vari tipi di triremi dal VII secolo a.C. in poi (trireme fenicia, trireme greca, trireme ateniese e trireme punica) sono fondamentali sia per riconnettere le tattiche di combattimento e le tradizioni differenti, spesso estremamente radicate, di vari popoli e città- stato, sia per capire come il copiarsi di modelli tra punici, greci, romani e popoli ellenistici ebbe nel corso del III secolo il massimo di accelerazione, come rivela l'iconografia, e soprattutto la numismatica.

 

FIG. Bassorilievo nell'Acropoli di Atene (bassorilievo Lenormant).

Le flotte di quel periodo furono forse le più composite dell'antichità, certo anche in seguito a questo copiarsi e a questo adeguarsi per le necessità belliche immediate.

 

FIG. -Triera fenicia (Modello d'Erment - terracotta).

La conferma dell'esistenza di diverse tradizioni (e modelli) tra fenici e greci riguardo alle triremi ci darà ragione su alcuni criteri bellici da noi seguiti per navi punico- romane da una parte e greco- ellenistiche dall'altra; anche se proprio sulla trireme avremo le massime commistioni fenicio- ellenistiche e, di conseguenza, le triremi puniche e cartaginesi mostreranno proprio a cavallo tra le due prime guerre puniche i massimi, comuni influssi ellenistici. Torneremo dettagliatamente su questo.

 

 

Nella seconda guerra punica il tipo di trireme speciale che più compare è la trireme- hemiolia, che descriveremo in seguito.

Ma nelle guerre puniche dominano, al posto di questi tipi di navi, le quinqueremi (usate massicciamente da Cartaginesi e Romani), che  secondo alcuni avevano perfezionato la disposizione a più livelli delle triremi e secondo altri ridussero inizialmente a un solo livello più ampio i tre della trireme. La trireme aveva tre livelli di rematori, di cui quello più basso (i talamiti)  era al coperto e pressochè al chiuso sopra la cala <![if !supportFootnotes]>[26]<![endif]>25. Le due file superiori di rematori (i zigiti nel mezzo,i traniti sulla tolda)  erano sopra coperta.

 

FIG.-Una 5 ordini in base al modello di Erment secondo J.Coats.

Per la quadrireme si alzava il livello intermedio (dei zigiti)  da 3 piedi a 5 piedi sopra quello più basso e si avevano quattro ordini di rematori <![if !supportFootnotes]>[27]<![endif]>26. La Quinquereme aumentava i ponti (o le gradinate dei ponti, secondo Deslandes, "Essai sur la marine des anciens", Paris 1768  <![if !supportFootnotes]>[28]<![endif]>27) e aveva tra i 280 e i 310 rematori, 30 marinai e 120 soldati di marina in caso di battaglia. Negli anni della II guerra punica la galea di Tolomeo IV Filopatore d'Egitto, con 40 ordini di remi, aveva 4000 rematori, 400 marinai per le manovre e 2850 soldati imbarcati <![if !supportFootnotes]>[29]<![endif]>28.

 

FIG.  -Tradizionale ricostruzione di una trireme attica.

 

FIG. -BASSORILIEVO DI KUYUNDJIK. BASSORILIEVI DI KUYUNDJIK- Regno di SENNACHERIB (706 a.C.) British Museum.

 

FIG. -BASSORILIEVI DI KUYUNDJIK- Regno di SENNACHERIB (706 a.C.) British Museum. Particolare ridisegnato da Basch (cit.p.315, ill.663), con lo strano intento di ridurre il possibile numero di livelli di vogatori delle illustrazioni 655, 657, 662 e in generale 654 e 659, dove compaiono gli 11 modelli di navi dell'originale.

Nelle navi da guerra fenicie raffigurate in questi antichi bassorilievi del VII sec. a.C. si possono osservare i due livelli sovrapposti di rematori e il rostro molto appuntito a prua.

 

FIG. -BASSORILIEVI DI KUYUNDJIK- Regno di SENNACHERIB (706 a.C.) British Museum.

Se pure possiamo pensare a una semplice bireme-  con un solo rematore per ogni remo- la schematica o sproporzionata altezza del ponte superiore della nave, con i guerrieri e i loro scudi sulla fiancata, nonchè i lati molto alti e ripidi  sopra i rematori e sopra il rostro, ci autorizzano a immaginare  uno scafo piuttosto largo per sostenere la dimensione complessiva della nave (si voleva fose sottolineare il carattere di nave "coperta", con ponte chiuso di protezione dall'alto per i rematori e con altezza non indifferente dovuta proprio alla presenza di più piani di rematori sottostanti). In tal caso, anche se qui si evidenziano i singoli rematori ad ogni remo,  uno scafo  proporzionato avrebbe potuto, volendo, già consentire più di un vogatore, o almeno due, affiancati per lato ad ogni remo.

Resta la semplice congettura, ma ricordiamo che tale bassorilievo è fenicio, molto più antico degli ulteriori sviluppi fenicio- punici (e occidentali post- siracusani) raggiunti da quadriremi e quinqueremi già prima dell'età ellenistica, dal 400 al 300 a.C. D'altra parte,  in tale epoca  preclassica,  questo rostro era certo diverso, o almeno meno elaborato, di triremi greche dalla linea più slanciata (come quella raffigurata sull'Acropoli di Atene) <![if !supportFootnotes]>[30]<![endif]>29. Infine il numero, che si può intuire, dei guerrieri soprastanti sembra più fitto dei 14 opliti di media documentati sulle triremi ateniesi e si può pensare a navi più massicce. Una attenta lettura iconografica ha rilevato la differenza tra i due e i tre livelli sovrapposti in base allo spazio superiore al secondo dei rematori, dove il criterio estetico antico  non avrebbe tollerato una terza fila trasversale di remi (BASCH, cit.,  pp. 304- 318 e ill. 656- 671).

 

FIG. NAVE ROMANA CON BOTTI.

Anche in un bassorilievo dell'età imperiale romana, una nave a remi che risale in Gallia il fiume Mosella con un carico di botti di vino è raffigurata in modo per noi approssimativo e molto schematico. A 22 remi per ogni fiancata (oltre al timone) corrispondono 6 rematori con busti,teste e botti di vino trasportate spaventosamente sproporzionati al complesso della nave. Vi è solo la raffigurazione più realistica dei 22 remi per lato,ma in un innaturale rapporto col numero dei vogatori che riflette la sproporzione schematica tra figure umane e tipi di navi in tutte le raffigurazioni del mondo antico. Questo rilievo di Neumagen, del 300 circa d.C., nel Landesmuseum di Trier, è ora anche in in Basch, ill.1120, p.491, che a p.487 la definisce comunque una nave da guerra incongruamente adibita al trasporto botti, e con teste di animali, che adornano la prora e la poppa, anch'esse incongruenti con l'antichità classica e prefiguranti quelle delle posteriori navi scandinave.

 

Sui rostra là opera pi&ugrave specifica &egrave oggi DELLà AMICO Piero, NAVI E ARCHEOLOGIA- Le ancore, i rostri, le sentine e i timoni, Rivista Marittima, Supplemento, Febbraio 1999. Là Autore dedica le pp. 69-70 ai rostri greco- punici conici che diventano embolon dal IX sec. (VIII per i punici) e ai rostri a tre lame greco-romano- ellenistici dal V-IV sec., ma anche ad un terzo tipo greco- rodio- romano di fine Repubblica a lama verticale tronca, costituito da un trave verticale con la punta tronca la cui efficacia non doveva essere inferiore a quella del rostro trifido ellenistico (pag. 71, cfr. anche Casson 1971 fig.193; Pomey 1997 p.102). Le navi con tale rostro non avrebbero avuto proembola (il proembolon, sopra là embolon- rostro, doveva assorbire là urto e fermare la corsa della nave anche secondo Basch 1987, p. 324) con cinte parziali che puntellavano il proembolon e non rinforzavano lo scafo (Dellà Amico 1999 p.70). A pag. 83- 84 Dellà Amico distrugge definitivamente la tesi del rostro a pungiglione, ricurvo e rinforzato lateralmente da due maschette, che potremmo definire a zanna dà elefante, che si staccava come il pungiglione di unà ape dopo aver portato il colpo al nemico (pag. 83 e Frost 1976 pp. 265- 270). La tesi del Basch (1991, pp. 38- 41 e 50- 56) su tale rostro (egli lo definisce adatto al colpo del cinghiale) precisa che il cinghiale quando colpisce con le zanne effettua col capo un movimento dal basso verso là alto, e occorreva abbassare la prua della nave al momento del colpo in modo da sventrare lo scafo avversario. Là appruamento si sarebbe ottenuto spostando verso prua uomini e/o sacchetti di sabbia. Una tale variazione di assetto era utile anche contro i colpi nemici perch&egrave si riceveva, abbassando la nave, il colpo nellà opera morta. Tale tesi &egrave smontata da Dellà Amico in base ad ASCANI MAURIZIO- PENSO MARIA ESTHER 1985 pp.76- 79 (Alcune considerazioni sulle navi lunghe dellà antichit&agrave e la nave punica di Marsala, 2. Convegno Internazionale di Archeologia Subacquea del Mediterraneo, Trapani 1985): la forma ricurva avrebbe reso difficile la penetrazione nel fianco avversario con forte impulso verso là alto del rostro e con forte sollecitazione a flessione di tutta la struttura della prua che avrebbe teso ad aprirsi; la perdita del rostro dopo ogni colpo avrebbe significato dover riarmare la nave, lasciandola nel frattempo in bal&igravea degli avversari; inoltre, ogni colpo sbagliato, per esempio di striscio, ad angolo non retto, avrebbe comportato ugualmente la perdita del rostro senza danneggiare minimamente la nave nemica. Là aggetto della nave di Marsala dunque non era un rostro ma proteggeva la chiglia e lo scafo da urti e sfregamenti pi&ugrave o meno accidentali (atterraggi, scogli affioranti e bassi fondali, corpi galleggianti alla deriva) (Dellà Amico cita Ascani e Penso 1985 pp.78- 79); e non era neanche un tagliamare (Dellà Amico 1999, Ascani - Penso 1985 p.81). Dellà Amico aggiunge che in navi commerciali moderne, la cui velocit&agrave media si aggira sui 16 nodi, un bulbo posteriore fa acquisire, rispetto a navi simili che ne sono prive, un 10% in pi&ugrave di velocit&agrave.

FIG. INTERNO DI UNA NAVE DA GUERRA (MORRISON)

III DE REMORUM ORDINIBUS IN VETERUM TRIREMIBUS -I TRE ORDINI DI REMI.

Tra le più sommarie e meno specialistiche sull'argomento, le notizie enciclopediche del Cantù riassumono che la exera (sestera) e altre navi maggiori,inventate dai Siracusani sotto Dionigi,aumentavano i rematori in ogni piano della trireme in proporzione alla lunghezza del remo per ogni livello: quindi, uno bastava alla fila più bassa,due alla media,tre alla superiore. E si cita Vegezio sulla facilità di trasformare una trireme in quadrireme o quinquereme.

Il Wilsdorf, nella sua ricostruzione di quelle novità di origine siracusana che furono la tetrera (quadrireme) e pentera (quinquereme), parlando di 5 rematori ad ognuno dei 20 remi di ogni fianco dell'unico piano della pentera, per un totale di 200 rematori, dubita che questa scelta (comunque per lui preferibile ai tre piani sovrapposti di un fase iniziale) fosse veramente ottimale. In quanto, come abbiamo già ricordato, l'aumento di velocità comportava tuttavia per i rematori affiancati uno spazio talmente esiguo da essere insufficiente per riposare e dormire.  Con ciò Wilsdorf giustifica la preferenza, durata lungo tempo, per la tetrera secondo lui con 4 rematori ad ogni remo per i 20 remi di ogni fiancata, cioè 80 rematori per due= 160), che conciliava una maggiore velocità (rispetto alla trireme) con uno scafo sufficientemente largo per i rematori affiancati. Siccome queste ultime osservazioni corrispondono a ciò che notano Foley e Soedel, è probabile che lo scafo,più stretto inizialmente almeno per la quinquereme,venisse superato tanto dai Siracusani che dai Punici ristrutturando e allargando lo scafo. Ciò avvenne tuttavia escludendo una fila unica di rematori almeno per le navi cartaginesi (e poi romane) delle guerre puniche, perchè i rematori non vogavano alzandosi in piedi bensì stando seduti. Per le ricostruzioni menzionate, oltretutto, la quinquereme più diffusa sarebbe stata comunque con più di un livello di rematori (cioè con più file dislivellate di rematori), soprattutto per vantaggi di velocità (maggiore altezza metacentrica).

Su Tucidide e la marineria, ottimo questo saggio di Giancarlo Reggi>

Il Cantù sottolinea che tra le fonti, Tucidide, Polibio, Appiano e Arriano, che in epoche storiche diverse nominano talvolta i piani differenti di rematori delle navi poliremi, fanno riferimento esplicito sempre a due piani di rematori, non a tre e mai a quello intermedio: o perchè la suddivisione a due livelli fosse più diffusa dei tre delle triremi e delle navi maggiori o perchè quelli superiore e intermedio (traniti e zigiti) erano accomunati allo scoperto o nella parte meno chiusa dello scafo,mentre i talamiti erano rinchiusi sotto il ponte,con minore fatica e minor paga per i remi più corti ma con minore difficoltà nel salvarsi e maggior pericolo di perire in seguito a falle e speronamenti. Ma rimane la scarsezza di notizie più chiare nelle fonti. Per la trireme si segue la ricostruzione recente del Morrison, mediamente probante e affidabile <![if !supportFootnotes]>[31]<![endif]>30.

 

 

FIG. Askomata, manicotti in pelle che nelle fonti risultano sulle trireme ateniesi per impedire l’ingresso dell’acqua.

NELLOPOULOS EMMANUEL D., The Greek Trieres, Athens 2002 &egrave forse oggi il testo chiave sulla trireme ateniese del V secolo oltre che per il bassorilievo di Lenormant sulla Acropoli, con tutti i tipi differenti di legname (32) con peso specifico e resistenza. Lo stesso per tutti i tipi di metalli e persino di colori utilizzati nelle triremi, cordame, vele e ogni tipo di equipaggiamento e attitudine.

FIG. La triera ateniese pi&ugrave piccola (150 rematori e catafratta) secondo Nellopoulos.

Nellopoulos sostiene per la trireme catafratta i 50 traniti, 50 zeugiti e 50 talamiti in 36 metri, 24 opliti e 6 arcieri, 1 keleustes per il ritmo al flauto, 1 pilota, 2 Toicharches boatswain; alle vele 1 assistente pilota, 1 addetto alle ancore, 2 alle pompe di bordo, 4 navigatori; inoltre 1n carpentiere, 1 dottore, 1 greaser, 1 addetto ai remi, 1 segretario, 2 ufficiali (1 trierarca e 1 capitano), 1 Triravlis, 1 General

FIG. La triera proposta da Nellopoulos.

duties. Un totale quindi di 20 uomini di equipaggio, 150 rematori e 31 soldati in azioni di guerra, rispettivamente 22, 150 e 30 normalmente: totale sempre di 202 uomini. Si conferma Ascani 1989 per la lunghezza differente dei remi, di contro a Morrison- Coats: m. 4,50 per i traniti, m.4,80 per gli zigiti, m.5,10 per i talamiti, di cui fuoriuscenti rispettivamente m. 3,40, 3,30 e 3,00; inclinazione dei remi rispettivamente gradi 18, 13 e 9. Non esistendo fonti antiche su caratteristiche, misure e pesi dei timoni rudder delle triremi, Nellopoulos calcola accuratamente in base ai parametri. La velocit&agrave di 10 nodi (8 a remi pi&ugrave 2 a vela negli esempi di Senofonte e Tucidide) determina le 90- 120 miglia al giorno percorribili da una trireme (102 miglia circa anche in Medas 2004 cit. p.44), calcolando oltretutto in 661 miglia nautiche la distanza dal Pireo a Napoli, 512 Pireo- Alessandria, 1065 Marsiglia, 724 Cartagine, 479 Siracusa. Nellopoulos smonta alle pagine 279- 280 (articolo su TA NEA del 28 agosto 1987) la trireme Olympias di Morrison e Coats come non ateniese e non greca, e neanche corinzia, soprattutto perch&egrave ha 170 rematori in 37 metri di lunghezza mentre doveva essere di 36 metri per 150 rematori o di 40 metri per 170 rematori. Inoltre Too wide the gangway, ed il legno (Pino dellà Oregon) non &egrave quello del Monte Pindo occidentale per i Corinzii e del Nord Macedonia per gli Ateniesi. Sono le stesse critiche che 15 anni prima Maurizio Ascani ed altri esperti della Rivista della Marina Militare Italiana (Rivista Marittima) avevano mosso alla trireme di Morrison- Coats, invitandoli entrambi ad un Convegno. Secondo Nellopoulos per le triremi di trasporto truppe solo 50 traniti remavano, gli altri 100 rematori erano sostituiti da 80 opliti, pi&ugrave 80 opliti sul ponte oltre a 10 tra ufficiali ed equipaggio. Totale 220, 20 di pi&ugrave di una trireme non trasporto truppe. Ci&ograve perch&egrave in battaglia navale erano 80 gli opliti al posto degli usuali 10- 20, con la medesima velocit&agrave normale a vela di 3 nodi.

FIG. Le ippago (triere trasporto cavalli) secondo Nellopoulos

Le 20 tonnellate in pi&ugrave nel trasporto di 30 cavalli per trireme necessitavano di una superstruttura alta m. 2,56 contro i 2,24 precedenti, i remi passano da 3 a 6 metri e vi era un solo ordine di remi con doppio rematore, 50 per lato, totale 100.

Sempre per la trireme noi (ma anche Livio, come già detto nell'apposito paragrafo <![if !supportFootnotes]>[32]<![endif]>31) e come Nellopoulos, identifichiamo le navi tectae (coperte con ponti) con le catafratte (con corazzamento essenziale, non bronzeo) perchè in tal modo tutti gli ordini di rematori erano comunque protetti e riparati dalle armi da lancio nemiche (ricordiamo che le frecce delle catapulte siracusane ed ellenistiche erano lunghe 2 metri, e 5 metri e mezzo quelle perfezionate da Archimede).

FIG. Epotidi secondo Nellopoulos

FIG. Scientificamente Ascani ha ricostruito l'uso delle epotidi come rampe di lancio con contrappesi (lancio persino con ceste di serpenti velenosi, come fece Annibale nella sua ultima battaglia -navale- contro i Romani)

Le tesi macchinose del Cantù, del Deslandes e del Melville e dello Jal hanno ricostruito per la quinquereme tre ordini (livelli) di rematori tra l'albero e la poppa e due verso la prora.

Höckmann (AS, cit., pag. 209) fa un sintetico elenco dei gradi (struttura gerarchica) sulle navi, gradi comuni almeno ai Greci e ai Romani: dopo il comandante militare, il navàrcus (comandante di squadra), il gubernator (kybernétes, timoniere), l'ufficiale di prora (proreta), l'ufficiale di voga (keleustés); vari specialisti, quali il cerusico (iatròs, medico), il carpentiere, l'armaiolo, lo scrivano, il musico (aiutante del keleustés, dava il ritmo a vogatori e segnalatori) e i velarii, specializzati nella manovra con le vele; quasi sicuramente un cuoco (reperti della nave punica di Marsala, ibidem).

 

 

FIG. La nave punica di Marsala

 

Per una prima più schematica ricostruzione, oltre al già nominato H. Wilsdorf, Hellenische Poleis, IV, Berlin 1804- 1806, tav. 35- 39, ci basiamo su: Jal, Archéologie navale, 2 vol., Paris 1840; A. Böck, Urkunden über das Seewesen des altischen Staates, Berlin 1840;  A. Köster, Das antike Seewesen, Berlin 1923 (per la quinquereme soprattutto p. 143) e Studien zur Geschichte des antiken Seewesen, Leipzig 1934. Gli autori e i testi recenti della bibliografia finale sono comunque i soli affidabili, e li citiamo nei paragrafi successivi.

IV ONERARIAE NAVES -NAVI ONERARIE (DA TRASPORTO)

Come ci suggerisce per la sintesi l’amico architetto ASCANI, le navi antiche da guerra a remi, le più adatte alla battaglia, erano chiamate dagli antichi NAVI LUNGHE per il rapporto di 1/7 di larghezza – lunghezza in tutti i modelli, dalla due alla 40 ordini di remi. Le NAVI TONDE, in greco gauloi (gauli), in latino onerariae, appunto per il trasporto di merci di ogni tipo, avevano sempre un rapporto 1/5.

La nave da guerra più antica della storia è il pentecontoro (detto anche "Cinquantaremi"), con 25 rematori per lato. Era lungo 35 metri e largo 7. Era sia da battaglia che da trasporto. Si tratta della nave eroica della guerra di Troia: Omero ne parla nell'Iliade, nel famoso "Catalogo delle navi" del II libro, in cui fa l'elenco dei popoli, dei re, dei principi che partecipano alla guerra con queste navi. Ma il PENTECONTORO non era una nave lunga, per il rapporto di 1/5 tra larghezza e lunghezza (35 m. x 7) che ritroveremo anche nel Medioevo nei DRAKKAR dei Vichinghi e poi nei GALEONI, che non sono né navi lunghe né navi tonde da trasporto. Erano comunque maneggevoli, capienti e con poco pescaggio (bastava anche acqua poco alta), adatte quindi per viaggi di scoperta, per colonizzazioni e anche per operazioni militari. All'inizio della I guerra punica i Romani, che contro i Cartaginesi ancora non dispongono di grandi flotte statali, usano i PENTECONTORI per trasportare le loro legioni in Sicilia.

 

 

 

 

FIG. Drakkar vichinghi (da Scientific American n.356, 1998)

 

Ma a parte questa dicotomia schematica tra navi da guerra e onerarie, il testo più sintetico – pur non essendo specifico sulla costruzione delle antiche navi da trasporto, è DE SALVO L., I corpora naviculariorum – Economia privata e pubblici servizi nell’impero romano, Messina 1992, nel capitolo sulle navi da commercio romane (pp.29-35)<![if !supportFootnotes]>[33]<![endif]>: ma le illazioni riportate da P. Pomey sui tre tipi di onerarie (oltre a simmetriche e asimmetriche -come in Duval- anche con sperone a livello di chiglia) non rispondono alle più recenti analisi dell’Ascani, su navi con rostro da guerra applicabile, come le librune della Colonna Traiana.

Tralasciamo per ora tutte le particolarità di utilizzo e i termini specialistici delle singole navi, in base ai quali ad esempio Aulo Gellio (X, 25) poteva dire: "I termini usati per le navi che ho potuto ricordarmi sono: gauli (vascelli tondeggianti) <![if !supportFootnotes]>[34]<![endif]>32, corbitae (corvetta da trasporto), caudicae (barca ricavata da un tronco, da cui 'canotto'), longae (da guerra), hippagine (da trasporto della cavalleria) <![if !supportFootnotes]>[35]<![endif]>33, cercuri (navi leggere), celoces (brigantini) o ,come dicono i Greci, kéletes (anche con più ordini di remi- brigantino veloce), lembi (feluche), oriae (battelli da pesca), lenunculi (piccole navi), actuariae (leggere- con un ordine solo di rematori), che i Greci chiamano istiokòpoi (velieri) o epaktrìdes (piccolo veliero, da cui _ÐÂxÓoox_\nc, piccolo veliero di pirati), prosumiæ (piccoli incrociatori) o geseoretate (navi leggere) o oriolæ (piccoli battelli), stlattæ (da trasporto,oppure armate da guerra), scaphae (battelli), pontones (chiatte galliche) <![if !supportFootnotes]>[36]<![endif]>34, vetutiæ moediæ ( da trasporto), phaseli (navicelle), parones (barche), myoparones (navi di pirati), lintres (battelli), caupuli (navicelle), camarae (barche del Ponto), placidæ (navi piatte), cydarum (vascello da trasporto), ratariæ (zattere), catascopium (avviso- nave esploratrice, speculatoria navis)". Aggiungiamo "tesserarios", un vascello che portava messaggi militari (IG, XII, 5, 941).

Le actuariae, diverse sia nalle navi da trasporto che da guerra, sia a remi che a vela, per navigazione sia in mare che su fiume, erano per destinazione non chiara, o almeno molteplice (Goettlicher, Naves onerariae, cit., p.53): per Duval e De Saint Denis erano per trasporto truppe, per Rougé adatte a pesca e cabotaggio nell’Egeo. Si misurava il tonnellaggio indistintamente in anforae e modii (anfora, modius).

Una buona sintesi offrì il Viereck  (cit., ELENCO pag.79-91):

<![if !supportLists]>1.        <![endif]>lembos: monere presso illiri e romani, bireme nelle forze navali greco- macedoni. Origini dal XII sec. a.C.

<![if !supportLists]>2.        <![endif]>pristis, vascelli di accompagnamento e sicurezza dei convogli (l'attuale torpediniera e corvetta)

<![if !supportLists]>3.        <![endif]>hemiolia, 1 e mezzo, dei pirati, 12 marinai alle vele, 36 rematori (12 sopra, 24 sotto) (ma possibili 24+24 per necessità). Nella III punica (149-146) i romani la usarono come trasporto veloce per truppe tra la Sicilia e Utica.

<![if !supportLists]>4.        <![endif]>trihemiolia, più veloce e con meno equipaggio della triera. Tra i Rodii e poi anche dopo Augusto nella flotte imperiale, funzioni di polizia navale.

<![if !supportLists]>5.        <![endif]>myoparo, prima nave pirata, poi "avviso" veloce poco più piccolo della hemiolia. Nella III punica, nella mitridatica, nelle guerre civili e anche contingente di Antonio per Ottaviano nel 37 a.C. (Plut. Ant.35, Appian 5,95).

<![if !supportLists]>6.        <![endif]>Camara, con doppia prora e timone, a vela con aiuto di remi, 12 uomini per lato, origini etrusche.

<![if !supportLists]>7.        <![endif]>Orariae naves (caudicaria, musculus, prosumia e cydarum) piccole flottiglie prima da pesca, poi per controllo coste e porti nella marina da guerra.

<![if !supportLists]>8.        <![endif]>Hippagus, uno piccolo per 8 cavalli oppure 40 uomini, uno grande per 34 cavalli più 34 cavalieri. Cesare ne usò 18 per 600 cavalli per due legioni nel 55 in Britannia. Una triera greca costruita come hippagogos o hippegos portava 30 cavalli, ma i rematori erano ridotti a 60 uomini. Nella III macedonica Pergamo mandò con 35 ippago 1000 cavalli e cavalieri a Elaia, sua principale base navale.

<![if !supportLists]>9.        <![endif]>actuariae, "trasporti della marina", di 21 metri per 6,5, distinti per legge romana (Dig.49,15,2) dalle navi da guerra e da quelle commerciali. Cesare ne costruì 600 in Gallia nel 54 a.C. per la spedizione in Britannia: 540 ne usò con 86 più grosse navi da trasporto galliche e altre 174 navi (800 in tutto) per portare 5 legioni e 2000 cavalieri nel 54.

<![if !supportLists]>10.     <![endif]>phaselus, diffuso tra Egeo, Mar Rosso e Mar Nero. Sia per trasporto truppe che per soccorso in battaglia. Simile alla triera. Più simile al myoparo, ma grosso quasi il doppio.

<![if !supportLists]>11.     <![endif]>navis venetica. Cesare ne costruì nella baia di Quiberon per l'Atlantico unite a quelle di Venetae (Vannes in Bretagna), Condivincum (Nantes sulla Loira) e Portus Itius (Boulogne). Le usò per l'invasione della Britannia nel 55 a.C. Lunga 35 metri, larga 9.

 

LE NAVI FLUVIALI, sviluppatesi fino al IV secolo d.C., erano presso i Romani:

<![if !supportLists]>1.        <![endif]>navis lusoria, una monere. Giuliano nel 359, in guerra con i Germani ebbe sul Reno 40 lusoriae con 300 soldati (ognuna con 8 soldati, un ductor, un marinaio per l'albero della vela). (Viereck, cit., pag.76)

<![if !supportLists]>2.        <![endif]>navis agrariensis, di sorveglianza

<![if !supportLists]>3.        <![endif]>navis iudiciaria, di collegamento

<![if !supportLists]>4.        <![endif]>SUL RENO: 100 lusoriae, 10 agrarienses, 4 iudiciariae

<![if !supportLists]>5.        <![endif]>IN SCIZIA (Russia) (Skytische Flotte): 125 lusoriae, 12 agrarienses, 5 iudiciariae. (Viereck, cit., pag.77)

 

Sul tonnellaggio delle onerarie, che va da una media di 66/330 tonnellate (Pomey, cit. p.236 sgg.; per Rougé 87/436) =10000 <![if !supportFootnotes]>[37]<![endif]>/50000 modii di grano, ad un massimo di 3500 tonnellate metriche (per Syracusia o Isis altrove citate), si veda più avanti. La cupa (in legno, con forma di barile), uguale a 20 modii, era usato per il vino.

 

FIG. Hippago (hippagine), nave trasporto cavalli. Mosaico di Altiburo, Tunisia, III sec. d.C.

Le triremi- hemiolie (Triemiolie), da Gellio non nominate, erano triremi che utilizzavano metà ponte e metà rematori. Conseguentemente, per le necessità di manovra, le HEMIOLIE e le TRIHEMIOLIE avevano un uso rapido e combinato (caso pressochè unico tra le navi da guerra a remi dell'antichità) di remi e vele anche nel combattimento; compariranno spesso nelle battaglie della seconda guerra punica e di quelle macedonica e siriaca e torneremo su di esse parlando tra breve di Rodi.

I numerosissimi modelli di nave raffigurati nel mosaico di Altiburo in Tunisia, riproducono quasi tutti i modelli nominati da Gellio: interessanti per noi soprattutto i riferimenti al "portisculus" che dà il ritmo ai rematori e alla nave stlatta, che figura nel mosaico come nave rostrata, a remi e senza le grandi vele dei mercantili.

 

FIG. Mosaico di Altiburo, in Tunisia. III sec. d.C. Nave "stlatta" con rostro, e quindi non unicamente da trasporto come di solito intesa.

V DE REMORUM ORDINIBUS IN VETERUM MULTIREMIBUS NAVIGIIS -LE ANTICHE NAVI DA GUERRA A REMI.

I termini Polir&egraveme, Polyremis, is f., Poli&egraveres, eos, Poliera sono in GUGLIEMOTTI ALBERTO, VOCABOLARIO MARINO E MILITARE, MURSIA MILANO 1967, ANASTATICA DELLà ED.VOGHERA, ROMA 1889 (pp. VI, 2017 (1008)), (pag. 1332). Cos&igrave li commenta il Guglielmotti: La marineria militare in ogni tempo ha voluto sempre possedere, a talento dei capitani, poderosa e libera forza motrice propria, oltre alla spinta dispotica del vento e delle vele. Al contrario la tattica del vento tra i militari &egrave sopravvenuta, come breve eccezione, rispetto alla lunga durata di tutti gli altri secoli; cacciatasi in mezzo soltanto dopo la scoperta dellà America, e per la necessit&agrave dei lunghi viaggi oce&agraveni, e delle guerre diffuse anche laggi&ugrave: nacque con Drack, e cadde con Nelson. Roba straniera, durata breve, periodo eccezionale. Noi al contrario abbiamo cominciato con gli Argonauti: e con la pala del remo, da esser poscia trasmessa alla pala dellà elice. Veh! Consenso di botta e risposta! Se una volta si diceva naviglio di trecento rematori, così adesso si dice piroscafo di trecento cavalli. Dunque la teoria, la storia, e là arte delle Poliremi torna perpetua.

Nella sintesi sulle navi poliremi dell'antichità proposta da Vernard Foley e Werner Soedel, "Antiche navi da guerra a remi" (in SCIENTIFIC AMERICAN, n. 154 del giugno 1981, pp.94- 111) si rimarcano alcuni dati generali da noi sottolineati per le flotte nella seconda guerra punica. Tale saggio sulle poliremi non ha certo la ricchezza di informazioni, di ricostruzioni tecniche e di dati bibliografici che altri autori da noi già nominati (Graser, Frost, Tarn, Casson, Torr, Landström, Basch), e indicati nella bibliografia finale, forniscono. Nè vi è la ricostruzione dettagliata di testi più specialistici. Ma è schematicamente molto utile, perchè, oltre a fornire una perfetta ricostruzione della trireme,delle sue origini e del suo sviluppo, in particolare sulla base dello studioso britannico J. S. Morrison, vi vengono sintetizzati molti nostri dati generali. Riguardo a differenze sostanziali da noi accennate tra navi di tipo romano- punico e tipo greco- ellenistico, si dice che le triremi "si svilupparono da tipi più semplici greci e fenici" <![if !supportFootnotes]>[38]<![endif]>35.

 

FIG.- Il remeggio di una 5 (quinquereme) punica secondo J. Coats.

Anche secondo Basch nelle triremi fenicie tutto l'apparato di voga era entro lo scafo, mentre in quelle greche <![if !supportFootnotes]>[39]<![endif]>36 vi era una parexeiresìa (pàrodus) per gli scalmi della fila superiore di rematori. Ne derivava una nave meno grossa e più veloce, con ponte meno spazioso e più adatta alle tattiche dello speronamento che a quelle dell'abbordaggio. La antica trireme aveva 170 rematori, su tre livelli per ogni lato (31 rematori nella 3. fila di banchi in alto, 27 e 27 nei due livelli sottostanti). Era lunga 35 metri e larga tre metri e mezzo al galleggiamento. Riguardo alla qualità dei rematori, si sottolinea che  " gli schiavi non erano utilizzati nelle navi da guerra dell'antichità" (si vedano le nostre ISTRUZIONI SUL COMBATTIMENTO NAVALE, che nell'originale americano di regole da noi utilizzate prevedono l'impiego di schiavi solo "for Hollywood fans") e che solo leggi speciali e casi eccezionalissimi li fecero comparire come rematori <![if !supportFootnotes]>[40]<![endif]>37, ma "gli  schiavi erano usati solo dopo essere stati liberati" (pag. 102) (cioè con privilegio rispetto agli stessi Volones terrestri di Sempronio Gracco che compaiono nella nostra guerra, e con paga- in verghe d'argento- non procrastinabile). "La sferza non fu mai usata nelle navi da guerra" perchè "un solo rematore scontento poteva compromettere l'efficienza in un momento critico". Inoltre vi era "un compenso relativamente elevato per i rematori", cioè una buona paga (specie per dei proletarii) soprattutto per la fila di remi più elevata e più faticosa.

 

 

I dati sulla velocità delle triremi (11,5 nodi, cioè 21,3 chilometri all'ora) confermano la rapidità e la pericolosità di queste navi da guerra, poichè si dimostra  che la velocità era anche del 50% in più, per 5 o 10 minuti prima che sopraggiungesse stanchezza nei rematori, ma "in tali brevi intervalli di tempo essi reggevano il confronto con la velocità ottenuta dalle cariche della cavalleria pesante nel Medioevo" e quei pochi minuti erano decisivi in una battaglia navale per compiere ardite e distruttive evoluzioni e speronamenti (del resto il doppio remo- timone ai due lati della poppa impediva vortici e mulinelli nel mare). La trireme raggiungeva in 30 secondi la velocità massima da ferma e la velocità intermedia era raggiunta da ferma in 8 secondi <![if !supportFootnotes]>[41]<![endif]>38. Non si accenna naturalmente nell'articolo (che è del 1981) alla trireme ateniese ricostruita e varata il 27 giugno 1987 da J. S. MORRISON, dell'Università di Cambridge, e dall'ingegnere americano J. F. COATES, grazie a un trust internazionale, per la marina da guerra ellenica. Per quanto molto discussa nei particolari <![if !supportFootnotes]>[42]<![endif]>, questa trireme rispetta dati essenziali delle fonti antiche per il modello ateniese, ha 170 remi e eltrettanti rematori in tre livelli (31, 27 e 27 per lato), è lunga 37 metri e larga 5,5 metri sul ponte <![if !supportFootnotes]>[43]<![endif]>39.

Soprattutto l'articolo di Foley e Soedel evidenzia la differente tradizione e perizia nello sviluppo (velocità e/o dimensioni) tra le navi greche e magno- greche e quelle fenicio-cartaginesi dalle quali si sviluppò la marina da guerra di quinqueremi romane (la famosa quinquereme punica presa come modello dai Romani, mentre fino ad allora la marina da guerra romana era fornita da città magno- greche ).

 

 

FIG. SCHEMI DI FOLEY E SOEDEL

Anche i dati sull'uso delle catapulte e delle macchine da lancio a torsione imbarcate sono interessanti per le differenze tattico- strategiche tra i due tipi di flotte. Queste ultime considerazioni saranno da noi più avanti integrate col contenuto di un altro interessante studio sul livello tecnico incredibilmente sofisticato e moderno delle macchine da lancio greco- romane (SCIENTIFIC AMERICAN, n. 129 del maggio 1979) <![if !supportFootnotes]>[44]<![endif]>40.

Prima di parlare dell'evoluzione dalla trireme fenicia e greca alle quadriremi fenicie e alle quinqueremi siracusane e fenicie, romane ed ellenistiche, anticipiamo la nostra risposta al perchè, nel mondo ellenistico e soprattutto a cavallo tra le  due  prime guerre puniche  (ma noi, a ragion veduta, specifichiamo: soprattutto nel corso della seconda guerra punica) la gloriosa trireme fosse ancora surclassata e sostituita, nelle sue tattiche di combattimento, da navi più grandi, e come mai le stesse poliremi molto più grandi in quegli anni spariranno  (non intorno al 250 a.C., come dice il  Basch, ma, come dimostreremo, dopo il 200) per ricomparire in grande quantità solo nella battaglia di Azio del 31 a. C. (Antonio e Cleopatra contro Ottaviano). (Anche Aelius Aristides, autore del II sec. d.C., afferma che Roma ha un mare pieno di mercantili e non di navi da guerra).

A tale domanda (irrisolta in Foley e Soedel e a cui Basch ha accennato una troppo timida risposta- cit., pag. 345- riferendosi alle "costruzioni in serie" delle grandi flotte puniche e romane e alla costosa e complicata costruzione delle poliremi ellenistiche) vorremmo arditamente, ma molto logicamente, rispondere con parole da noi già usate: e cioè che le lunghe distanze del Mediterraneo, per tutte le coste dell'Europa, all'epoca in cui fu combattuta quella colossale guerra che è la seconda punica, richiedevano flotte potenti ma veloci,più forti delle triremi e meno lente di hepteres, octares, decares o delle grandi piattaforme ellenistiche (persino, si è supposto, a catamarano). E solo le quinqueremi cartaginesi e romane rientravano nei massimi limiti standard di tale velocità e capienza. Queste flotte (e non le fortezze galleggianti ellenistiche che preludono alla flotta di Marco Antonio ad Azio, nè le enormi navi di Tolomeo IV Filopatore d'Egitto, nè quelle minori o maggiori usate con determinate tattiche <![if !supportFootnotes]>[45]<![endif]>41 da Macedoni e Siriani, da Siracusa o da Pergamo) potevano decidere sui grandi spostamenti di eserciti e navi dalla Spagna all' Asia, dall'Illiria all'Africa.

Questa scelta determinò il tipo di nave più utilizzato durante la prima e la seconda guerra punica. Perchè le necessità belliche si conciliarono, presso Cartaginesi e Romani:

1) dapprima con la necessità di dimensioni superiori alla trireme salvaguardando sia la velocità che i costi; oltre che, almeno per i Romani, con la mancanza di esperienza e di alto livello ingegneristico per le poliremi più grandi del mondo ellenistico;

2) in seguito, alla fine della II guerra punica e della I, II e III guerra macedonica, nonostante la disponibilità di ingegneri e carpentieri ellenistici, con l'avarizia e lo scarso interesse per il mare dei Romani, che non avevano più Stati ellenistici tanto potenti da combattere.

Questi ultimi Stati continuarono comunque una loro gloriosa, anche se ridimensionata, tradizione carpentieristica, tanto è vero che a Roma le grandi navi portaobelischi, granarie e soprattutto quella affondata come molo per i porti di Claudio e Traiano<![if !supportFootnotes]>[46]<![endif]>, nonchè le navi di Caligola (modelli di Nemi, ma anche la 10 ordini con cui si diceva visitasse le coste d'Italia) furono opera di ingegneri ellenistici.

 

 

FIG. scafo di Nemi in Ucelli

 

 

FIG. una delle navi di Nemi in Ucelli

 

FIG. IL PORTO DI CLAUDIO

 

 

FIG. IL PORTO DI TRAIANO

 

A Portus (oggi Fiumicino) la nave di Caligola (nave che aveva trasportato a Roma l'obelisco Vaticano) fu usata come isola che divideva in due il canale d'entrata, con sopra una statua colossale che serviva d'amer, e riconoscibile su moneta di Nerone, commemorativa dell'inaugurazione. (Rougé, cit., pag. 180). Nel 62 una mareggiata distrusse 200 navi all'ancora nel bacino e Traiano rimediò, sostiene il Rougé: ma non è così pensabile che si rimediasse 40 anni dopo! Giulio Cesare prima e Claudio dopo misero mano seriamente a quello che doveva divenire il nuovo porto dell'Impero. Risposta definitiva ai problemi sulla creazione e sulla sistemazione di Portus da Claudio a Traiano proviene ormai dagli studi di Maurizio Ascani, architetto romano, che, anche grazie all'analisi delle foto aeree della Royal Navy inglese alla fine del secondo conflitto mondiale, giustamente interpretate, e di riscontri in scavi e verifiche sul luogo, ha anche localizzato il famoso faro del porto, secondo nel Mediterraneo solo a quello di Alessandria d'Egitto ed eretto sulla base della colossale nave di Caligola appositamente affondata. Portus risulterebbe ora, grazie a questi studi approfonditi, nell'epoca imperiale romana di molto superiore per estensione al più grande porto del Mediterraneo attuale.

Inoltre, queste novità sulla effettiva linea di costa che rivelerebbero molte verità sugli antichi porti non solo romani, derivano da intuizioni sui rilievi geologici operate da Ascani, che ha in tal modo localizzato ad alcuni chilometri al largo della costa attuale (al largo dell'attuale Tor S.Lorenzo) l'antica, finora introvabile Laurentum in cui sbarcò Enea.

 

 

FIG. foto di una delle navi di Nemi ancora dentro il museo

 

FIG.IL MUSEO DELLE NAVI ROMANE DI NEMI

 

 

 

FIG. NAVE DI NEMI: RICOSTRUZIONE

 

FIG. LE DUE NAVI DI NEMI: MOLTO DISCUTIBILI RICOSTRUZIONI MODERNE

 

 

 

VI CLASSIS ROMANA ET ALEXANDRINA -LE FLOTTE ROMANE NELLE GUERRE PUNICHE.

La grande ricorrenza, nei testi degli storici antichi, di cifre relative a navi e marinai nelle battaglie navali della prima guerra punica di contro alle cifre degli eserciti di terra impegnati nella seconda ha fatto spesso pensare a una grande differenza (in ordine di molte centinaia)  tra le unità navali romane e cartaginesi impegnate nella prima guerra punica e quelle impegnate nella seconda. Dimenticando che proprio le flotte permettevano per lo più i grandi spostamenti di eserciti in teatri di operazioni così lontani tra loro (Spagna, Macedonia, Liguria, Africa, ecc.). Ma è pur vero che la II punica fu soprattuto terrestre, se si considerano i grandi spostamenti via terra privilegiati da Annibale per l'Italia e da Scipione per la Spagna; oltre alla del tutto diversa importanza degli scontri navali e di quelli terrestri rispettivamente nel primo e nel secondo conflitto romano- cartaginese.

Resta comunque il fatto che queste differenze hanno spinto a tralasciare, in testi specialistici, una reale ricostruzione delle forze navali nella guerra annibalica.

Al punto che Cary e Scullard possono (cit., I, pag. 304) dire questa enormità, che contrasta con le cifre reali a nostra disposizione: "Mai nella guerra (annibalica) i Cartaginesi misero in mare più di 130 unità navali. I Romani, invece, già nel 218, disponevano di 160 navi". Se queste osservazioni si riferiscono invece all'utilizzo contemporaneo di tali unità in singole operazioni di guerra, esse corrispondono al vero ed evidenziano la reale insicurezza e inferiorità (soprattutto psicologica) navale dei Cartaginesi di fronte alla flotta romana, nonostante la loro consistenza numerica. Più corretta invece l'affermazione degli autori appena nominati   (ibidem) sull'effettiva potenza militare terrestre di Filippo V di Macedonia, "che aveva un esercito di molto superiore a quello già utilizzato da Pirro" nel sud Italia con grande detrimento dei Romani. Ciò non vale naturalmente,come ricordato più volte, per le sue forze navali direttamente impegnate in guerra (forse perchè le sue navi maggiori erano poco mobili <![if !supportFootnotes]>[47]<![endif]>42 )per cui egli, a parte qualche scorreria con le sue liburne verso l'Illiria, era soggetto a un vero e proprio blocco navale da parte di Romani e  Lega Etolica, scarseggiando gli invii di aiuti di flotte cartaginesi. Tanto è vero che l'unica battaglia  navale sull' Adriatico stava per avvenire quando la flotta romana e di Pergamo alleate si trovarono dinanzi una flotta di 100 quinqueremi cartaginesi che giungeva in aiuto a Filippo V nel 208 a. C. Ma lo stesso re di Pergamo, Attalo, si allontanò frettolosamente perchè richiamato da più gravi problemi, nella sua Asia Minore, col re Prusia di Bitinia, al confine con la Lidia, e i Cartaginesi evitarono prudentemente lo scontro navale con i Romani.

Nel Mediterraneo occidentale uno pur scarso conoscitore di problemi navali come il De Sanctis, GDS III2, pag. 247 n. 115, elenca per il 214 a. C. 150 navi romane in allestimento secondo Livio XXIV, 11, 5: 50 riarmate in Calabria (e poi per la Macedonia; XXIII, 38, 7; XXVI, 1, 12) e 100 "nuove" (e "se non tutte nuove, almeno in parte, prima, in disarmo", GDS, Ibidem); più 100 in Sicilia (Polibio VIII, 1, 7). A queste vanno aggiunte la squadra di Spagna ("50 con i vascelli catturati", Ibidem pag. 239, n. 61) e qualche piccola squadra per la difesa dei lidi d'Italia (Ibid., pag. 239, n. 83). Il totale fa almeno 300 navi romane sicuramente documentate; in ogni caso per più di 2/3, se non nella totalità, quinqueremi. Cioè più ancora delle 220 quinqueremi documentate con certezza ancora per tutto il 218 a. C. (Polibio III, 41, 2). E con Cn. Servilio nel 217 a. C., dopo il Trasimeno, vi erano 120 vascelli (quinqueremi per Polibio III, 96, 10), per un totale di 220 navi dei Romani come per il 218 a. C..

 

 

 

 

FIG. Trireme secondo Salmeri

 

Tornando alla guerra nel suo complesso, mentre la prima punica ebbe vere, grandi battaglie quasi solo navali (fino <![if !supportFootnotes]>[48]<![endif]>43 a più di 500 navi e quasi duecentomila uomini <![if !supportFootnotes]>[49]<![endif]>44 in una singola battaglia), non è esagerato dire (come fanno anche il Bontempelli e il Bruni, cit.) che nella seconda guerra punica l'unica vera battaglia navale fu quella che si svolse nello specchio di mare antistante Cartagine nel 547=207 (lo stesso anno della battaglia del Metauro) tra cento quinqueremi da guerra inviate dal Senato di Roma dalla Grecia a devastare le coste dell'Africa, al comando di Marco Valerio Levino (comandante delle forze romane contro la Macedonia) e una flotta di 80 quinqueremi da Cartagine (le uniche che in quel momento la città aveva in piena efficienza e ben armate). La flotta romana sbaragliò quella cartaginese e Levino dimostrò che se i Romani volevano potevano facilmente sbarcare un loro esercito in Africa. Ma non lo fecero (anche per rivalità politiche insorte tra il circolo dei Fabii e quello degli Scipioni) prima del 550=204.

La superiorità navale romana <![if !supportFootnotes]>[50]<![endif]>45, già messa in evidenza alla fine della prima guerra punica, era comunque già chiara prima di questo episodio del 547=207, e si era evidenziata fin dal 535=219, quando tutto il disegno militare di Annibale si basava essenzialmente:

a) sulla necessità di prevenire un facile sbarco militare romano in Africa;

b) sulla facilità dei Romani di poter disporre di illimitate possibilità di sbarco in Spagna e nella Gallia celtica (e non solo per l'alleanza  delle città di origine greca) già durante la marcia di Annibale (per tale motivo più interna possibile);

c) sulla necessità di impegnare i Romani nel maggior numero di punti dello scacchiere mediterraneo (dalla Spagna, alla Grecia, all' alto Adriatico illirico). Scacchiere mediterraneo nel quale peraltro la libertà di manovra navale romana si dimostrò fin dal 540=214 anche verso l'Oriente,con le grandi manovre ed esercitazioni navali a Corcira (Corfù- Kerkyra).

Se questa superiorità derivava anche da timori e diffidenze cartaginesi (come dimostrano le fughe a volte immotivate o frettolose davanti a Siracusa, e in genere in Sicilia da Pachino a Lilibeo di fronte a esigue forze romane erroneamente sopravvalutate <![if !supportFootnotes]>[51]<![endif]>46), è stato però giustamente osservato che essa risaliva direttamente al 513= 241, alla fine della  prima guerra punica, quando "i grandi proprietari schiavisti liquidarono nell'economia cartaginese il settore pubblico di quella economia...I cantieri navali furono del tutto smobilitati,e non fu curata più neppure la riparazione e la manutenzione delle navi ancora rimaste a Cartagine" (Bruni- Bontempelli, cit., pag. 28). E se anche già nel 526=228 la nuova, florida presenza cartaginese in Spagna aveva rapidamente riattivato il commercio navale cartaginese, Annibale sperava  molto di più nel fastidio creato alla flotta romana dai pirati illirici, nell'aiuto in genere del mondo greco e in quei molteplici fronti di guerra terrestre nel Mediterraneo di cui si è detto prima. La stessa Cartagine, sicuramente, faceva molto più affidamento ormai sulla stella di prima grandezza del suo condottiero di manovre terrestri che non sulle flotte, di cui i Romani erano diventati massicci costruttori.

E' pur vero che nella primavera del 211 a. C., 130 quinqueremi di Bomilcare con 700 navi onerarie <![if !supportFootnotes]>[52]<![endif]>47 in aiuto a Siracusa si sarebbero potute impegnare contro le 100 quinqueremi di Marcello proveniente da Capo Pachino. Ma la diffidenza spinse Bomilcare alla fuga.

In effetti la guerra ebbe una svolta decisiva nel 543= 211 circa, quando era avvenuto il recupero romano di Siracusa ("il cui controllo era essenziale per la sicurezza dell'egemonia marittima romana nel Mediterraneo centrale" e "per rifornire le legioni delle coste provenzali e spagnole rimaste sotto il controllo romano") e quando, "dopo la riconquista romana di porti come  Siracusa, Capua e Taranto, la neutralizzazione della potenza macedone (tenuta in scacco nel suo stesso territorio da poche truppe romane sbarcate in Grecia), e dopo il ritorno a Roma della maggior parte delle città della Magna Grecia, l'esercito di Annibale aveva dovuto rifugiarsi nelle regioni dei Lucani e dei Bruzii, senza più alcuna prospettiva" <![if !supportFootnotes]>[53]<![endif]>48. Grande importanza, dunque, della guerra navale nella seconda punica, ma anche scarsa fiducia riposta in essa, per tutta la durata della guerra, da parte di Cartagine. Non dimentichiamo infine (riguardo all'ambiguità del gruppo dirigente romano a proposito di questo problema) come ancora nel 549=205 lo stesso Senato romano (forse non soltanto per contrastare Publio Cornelio Scipione) sosteneva che, invece di una spedizione navale per portare la guerra in Africa, conveniva comunque "attendere il definitivo logoramento di Annibale in Italia, prima di compiere qualsiasi impresa oltre mare" <![if !supportFootnotes]>[54]<![endif]>49.

 

Torniamo dunque al nostro assunto, che se la prima guerra punica fu quasi solo navale, la seconda fu quasi solo terrestre, se non nel problema dei rifornimenti. Ma questo ci rimanda a un'altra, in fondo diversa questione: quella della saldezza e coesione della federazione romana e italica di fronte ai colpi cartaginesi e alla vasta strategia di Annibale. Questione che è argomento di un paragrafo del capitolo sull' esercito cartaginese e non di questo sulle flotte.

VII QUINTUS ENNIUS I -UN FRAMMENTO DI ENNIO E LE TECNICHE COSTRUTTIVE NAVALI ELLENISTICHE, PUNICHE E ROMANE.

Il verso di Ennio "ét meliòr navìs quam quaé stlatària pòrtat" (Annales, libro VII, framm.131 Valmaggi; 240 Müller, con haec al posto di et; 166 Baehrens) è controverso per il senso di stlata (stlatta), nave da trasporto secondo l'interpretazione più seguita, dato che "stlataria" (cose portate da navi larghe, quindi probabilmente mercantili, stlatum= largo) è documentato anche come "merci venute da lontano" e cioè "merci costose". Ma il senso di "nave più larga che alta" per stlatta è più esplicito nella fonte (Paolo, 312). E anche il Thesaurus Eruditionis Scholasticae di Basilio Fabro, Lipsia 1710, pag. 2246, per stlata riporta unicamente "nave di tipo largo" con tutte le fonti reperibili.Non pare a noi peregrina la tesi del Brèal (Bollettino di filologia classica, VI, 185) che, dal greco "stlatòs", armare, intende per "stlata navis" la nave armata da corsa e per stlataria le cose che essa portava (il quale ultimo senso concorderebbe comunque con le fonti, Giovenale VII, v. 134 innanzitutto, dato che anche il Fabro, cit., per stlataria indica soprattutto "ciò che appartiene alla nave" <![if !supportFootnotes]>[55]<![endif]>50); sebbene il Valmaggi ritenga la tesi del Brèal (già in Rev. de ét. gr. XII, 304) la meno probabile.

 

FIG. ANTICHE NAVI EGIZIE. Navi di Hatshepsut (1470 a.C.) in partenza per Punt

In realtà, poichè anche Gellio in X, 25, 5 elenca in modo confuso tipi di nave da guerra e di navi da trasporto senza riferimento decifrabile per navi "stlattae", la definizione di nave da trasporto come nave più larga che alta ci sembra perlomeno discutibile. La maggiore larghezza e lentezza delle navi mercantili andava di pari passo con la loro maggiore altezza rispetto alle navi da guerra ("di linea", cioè "longae"). Inoltre, sempre per il riferimento in Gellio, sarà caso mai più interessante notare la quantità di riferimenti greci ed ellenistici per la terminologia navale. Il frammento di Ennio viene inequivocabilmente riferito alla I guerra punica (anche da chi, come noi, accetta tutte le tesi sulla omissione della narrazione della I.guerra punica nel poema- perchè già trattata da Nevio- in base a Cicerone, Brut., 19, 75 e sostenuta da Norden, Timpanaro e Scevola Mariotti). E addirittura tutte le edizioni importanti, eccetto il Vahlen, lo pongono immediatamente di seguito al frammento sulla quinquereme cartaginese sbattuta sul lido e usata come modello dai Romani per la loro flotta da guerra all'inizio delle guerre puniche. Ritorneremo più avanti su questa collocazione quasi universalmente accettata del frammento, perchè utile secondo noi a spiegare il raffronto da esso proposto.

 

FIG. NAVI EGIZIE

VIII PHOENICIAE ATQUE GRAECAE NAVES -NAVI FENICIE, GRECHE ED ELLENISTICHE NELLA LORO EVOLUZIONE.

L'unica, specifica immagine conservataci di trireme in un rilievo dell'Acropoli di Atene (il bassorilievo Lenormant, nel Museo dell'Acropoli) è eloquente per i tre ordini sovrapposti di rematori.

 

FIG. Bassorilievo di Lenormant, Acropoli di Atene-trireme ateniese del V sec. a.C.

Affidandoci alle ricostruzioni anche più tradizionali, avremo un riferimento standard per le flotte di quinqueremi puniche e romane di due rematori per banco nella fila più alta, 2 nel banco intermedio e 1 in quello inferiore (vale a dire 5 rematori in tre file sovrapposte). Tali navi avevano uno scafo massiccio e largo (certo più solido ma meno pesante quello punico, per la migliore qualità e stagionatura del legname), fosse esso meno largo delle tetrère e pentère magno- greche ed ellenistiche con 4 o 5 rematori affiancati per ogni remo, in unica gradinata, secondo la ricostruzione dello Wilsdorf; oppure leggermente più largo dei tre banchi (piani) sovrapposti con grande telaio che sporgeva a sbalzo dalle murate delle tetrere ellenistiche, secondo Foley e Soedel, che riprendono Casson e Basch e sono a loro volta seguiti per sintesi dallo Höckmann.

 

FIG.-Una 10 ordini (decares) secondo Corazzini (1885).

La precedenza d'invenzione attribuita alla trireme fenicia su quella greca e alla quadrireme punica sulla quadrireme e quinquereme greco- siracusana, pare convincente anche nella sintesi del Basch (cit., rispettivamente  p. 334  e  337), per le argomentazioni bibliografiche in generale  e  iconografiche in particolare. Ma tutti gli "azzardi" che Basch si concede a proposito della disposizione dei livelli di rematori, per risolvere esaurientemente la materia, dovranno ben essere ancora analizzati più avanti.

Comunque sia, accettiamo generalmente la priorità cronologica che  vari testi di archeologia  navale attribuiscono alla trireme fenicia dal 700 a.C., come sviluppo della bireme di Luli. Le fonti letterarie sono ambigue, perchè la trireme risulterebbe inventata o da Fenici di Sidone o dai Corinzii <![if !supportFootnotes]>[56]<![endif]>51. L'originaria trireme fenicia "era più pesante di quella greca e aveva la prora e il ponte molto elevati" (Plutarco, Temistocle, XIV, 2). Il ponte era più largo e poteva imbarcare nel 500 a.C., oltre all'equipaggio normale (che in una trireme greca era di 10 soldati e 4 arcieri oltre a 20 marinai e 170 rematori- Erodoto, VII, 184), 30 soldati in più (Erodoto, ibid.). Respingendo le date del 550- 525 proposte da J. A. Davison (The first Greek triremes, Classical Quarterly, 1947, 41, pp.18-24), le tesi convincenti del Morrison (The first triremes, Mariner's Mirror 1979, 65, pp. 53- 63) e di A.B. Lloyd ( M.Basch on triremes: some observations, Journal of Hellenic Studies, 1980, 100, pp.195- 198) sulla datazione della trireme fenicia a metà del VII secolo fa giustizia dei fraintendimenti degli storici romani posteriori e sul fraintendimento in particolare del passo I,13 di Tucidide, quando parla delle flotte di Corinto, degli Egineti, di Atene e dei Greci di Sicilia come ancora composte, poco prima del 500 a.C., di molte pentecontore e poche triremi. Ma nel 525 necessità di guerra diretta con le navi persiane in Fenicia e nella Ionia spingono Policrate, tiranno di Samo, a sostituire la sua flotta, fino ad allora per lo più di pentecontore, con una di triremi (Erodoto, III, 44). Al tempo delle guerre persiane, peraltro, i Fenici appaiono da lungo tempo scaltriti nelle tattiche navali proprie della trireme (Morrison, Greek naval tactics in the 5th century B.C, International Journal of Nautical Archaeology, 1974, 3, pag. 25 sgg.). L'onore che Tucidide rende al ruolo importantissimo di Corinto nella storia dell'architettura navale ellenica resta valido come riconoscimento del primo luogo in cui fu costruita in Grecia una triere, nel 700 a.C., da Aminocle corinzio; ma non come luogo della prima costruzione in assoluto della triere. E tutta l'iconografia lo conferma (BASCH, cit.,  pp. 322-332). Nonostante certe legittime riserve di Lloyd (Were Necho's triremes Phoenician?, Journal of Hellenic Studies 1975, 95, pag. 50) verso Clemente d'Alessandria, parrebbe soddisfacente rifarsi alla tradizione di quest'ultimo autore, sulla trireme come invenzione della fenicia Sidone (Stromateis, I, 16, 76). Già prima del V secolo le città fenicie (Sidone, Arados, Tiro, Biblo, etc.) e quelle greche hanno fornito le loro flotte per lo più di triremi.  Nel corso delle guerre e delle circostanze politiche di quel secolo compare la quadrireme. Anche in base ai documenti iconografici, non sbaglieremo seguendo Aristotele che, secondo  Plinio  (più avanti  citato;  e secondo Clemente d'Alessandria, cit., I. 75, anche in C. Torr, "Navis", in Daremberg- Saglio, Dictionnaire ant. grec-rom., Paris 1904, P.5, n. 12) attribuisce ai Cartaginesi l'invenzione della quadrireme.

 

FIG.- Una 4 ordini (quadriremis, tetrera) secondo Viereck.

 

FIG.- La 5 ordini (quinqueremis, pentera) dell'isola Tiberina secondo Coats.

In realtà- prima ancora che nel 322 la flotta macedone sconfiggendo ad Amorgos quella di Atene (in crisi a partire dal 357), le sostituisca nel Mediterraneo orientale la sua egemonia anche marittima- le lunghe guerre tra Cartaginesi e Greci di Sicilia portano Dionigi I di Siracusa a contrastare gli inarrestabili Punici non solo con un tipo di quadrireme che si contrapponesse alla loro vincente da Agrigento a Gela, ma anche con un tipo nuovo di nave, la quinquereme, che Diodoro XIV, 44, 6 attribuisce appunto a Dionigi il Vecchio. Dionigi ferma l'avanzata cartaginese nella Sicilia orientale e addirittura distrugge la loro importantissima città di Mozia nel 397. Tra il 367 e il 344 Dionigi II il Giovane inventa la sextera, a sei ordini di remi.

 

FIG.- La 6 ordini secondo Viereck

 

FIG.- Una 6 ordini (sexteris, exera) secondo Coats.

Nello stesso periodo, le città greche, compresa Atene, hanno flotte di triremi (492 nel 330 a.C., contro 18 quadriremi e, nel 325 a.C., 43 quadrireme e 7 quinquereme)  con evidente inferiorità "tecnologica" navale, perchè (se già nel 351 le quinqueremi figurano in flotte fenicie) nè avversari diretti forniti di quinqueremi nè convenienze economiche o di abilità ed esperienza nell'uso spingono gli Ateniesi a sostituire la loro gloriosa e abile trireme (sicuramente la migliore- oltre che la più bella- del mondo antico <![if !supportFootnotes]>[57]<![endif]>52).Tanto che nel 333 l'ammiraglio Memnone di Rodi, con squadre fenicie, imperversa per l'Egeo conquistando Chio, Metimna e Eresos e nel 332 altre flotte fenicie conquistano Mileto, Andros e Siphnos. Solo da allora data la produzione ateniese di quinqueremi. La "corsa agli armamenti navali" inaugurata dai Siracusani con la quinquereme e la sextera doveva procedere rapidamente, per tutto il III secolo, fino alle poliremi più grandi, compresa la colossale 40 ordini.

 

FIG.- La 40 ordini (tessaracontera) secondo Rondelet (1820).

Se già la flotta in larga parte fenicia di Alessandro <![if !supportFootnotes]>[58]<![endif]>53,aveva quinqueremi con ponti molto larghi per potenti macchine da lancio <![if !supportFootnotes]>[59]<![endif]>54 nel 315 Demetrio Poliorcete, figlio di Antigono (generale del morto Alessandro), mette in cantiere 90 quadriremi, 10 quinqueremi, 3 novares e 10 decares (Diodoro XIX, 62, 8). E nel 306, anche con 7 hepteres (septeres) e 10 sexteres, Demetrio sconfigge a Salamina di Cipro Tolomeo I d'Egitto, che aveva quinqueremi. Nel 301 Demetrio ha navi a 11 e a 13 ordini di remi, nel 288 una nave a 15 ordini e una a 16. Il suo avvesario Lisimaco fa costruire a Eraclea sul Mar Nero una enorme octares, il Leontoforo, per battere la 16 ordini di Demetrio (il Morrison -Long Ships...,cit., pag.46- in base a Memnone specifica questa 8 con "800 rematori per lato, cioé 1600 in totale. 1200 i combattenti sul ponte"). Nel 280 Tolomeo II ha una flotta di enormi poliremi con cui batte Antigono Gonata, figlio di Demetrio, stabilendo l'egemonia egiziana sul mar Egeo. Antigono, 22 anni dopo, nel 258, batte però l'enorme flotta di Tolomeo, grazie anche alla costruzione della Isthmia, superiore al Leontoforo,che era certo passato nelle mani di Tolomeo II. Ma quest'ultimo aveva comunque, in quel periodo (morì nel 246 a.C.) 17 quinqueremi, 5 sexteres, 37 hepteres (7 ordini), 30 novares (9 ordini), 14 navi a 11 ordini, due a 12 ordini, 4 a 13 ordini, una con 20 ordini di remi e due con 30 ordini.

 

FIG.- La 40 ordini secondo Rondelet (1820)

La vera differenza, dunque, che noi sottolineiamo, tra flotte puniche e romane e quelle ellenistiche riguarda, per queste ultime, le navi dalle exere (sesteres) ed hepteres in su. Al grande numero di quinqueremi nelle flotte romane e puniche, corrispondeva nelle flotte ellenistiche una forte presenza di navi con maggior numero di ordini di remi, vale a dire con maggior numero di rematori e di macchine da lancio imbarcate; con scafo, larghezza e dimensioni delle navi senz' altro superiori. Ciò era legato non solo all'innegabile maggiore ricchezza economica e commerciale (o almeno solidità finanziaria, per dirla con lo Heichelheim e il Karhstedt da noi altrove citati) di tutte le potenze magno- greche e orientali, prima e durante le due guerre puniche, dal 300 al 200 a.C., ma anche alle loro più avanzate tecniche costruttive e balistiche dai tempi di Alessandro Magno. E' vero che le navi minori,come le pentecontore (le navi con 25 remi per lato dell'età eroica della Grecia fin dalla guerra di Troia)<![if !supportFootnotes]>[60]<![endif]>55 e le triremi (la nave rostrata da battaglia intramontabile in tutto il bacino mediterraneo dal tempo delle guerre dei Greci contro i Persiani e degli Ateniesi contro gli Spartani) erano ancora più che presenti tra i grandi e i piccoli Stati ellenistici (soprattutto di pentecontore fu il prestito di una flotta ai Romani da parte delle piccole città magno- greche per il passaggio in Sicilia all'inizio della prima guerra punica, prima delle grandi flotte statali romane, e pentecontore avevano in quel periodo molte città greche tra cui Atene) <![if !supportFootnotes]>[61]<![endif]>56.

 

FIG.- La 40 ordini (tessaracontera) secondo Rondelet (1820).

Ma i dati nell'altro senso in nostro possesso sono abbondanti e anche le fonti, prendendo pur solo i riferimenti di Polibio e Livio su cui torneremo,sono esplicite. Le numerose triremi dell'oriente ellenistico erano più veloci e maneggevoli delle navi romane almeno quanto le navi maggiori delle stesse potenze ellenistiche dovevano essere necessariamente molto più lente e impacciate delle flotte puniche e romane <![if !supportFootnotes]>[62]<![endif]>57. Queste navi ellenistiche più grandi e lente erano senz'altro poco vulnerabili con la tattica dello speronamento (cosa che riusciva solo ai Rodii con la loro straordinaria perizia), così come ci viene scientificamente confermato dall'uso sofisticato delle catapulte multiple- e di straordinarie dimensioni- nelle flotte greche ed ellenistiche soprattutto dal 338 a.C. Avevano inoltre notevoli capacità di resistere all'attacco,diretto o con catapulte, di navi minori nemiche (grazie a molti rematori per ogni remo o molti singoli vogatori ai remi, molti fanti di marina e marinai di coperta, robusto catafrattamento,temibili catapulte e bracieri di fuoco anche nelle navi minori, struttura antirostro- o forse a catamarano- che neutralizzava i rostri nemici, etc.). Ma nello scacchiere mediterraneo occidentale contarono dal 260 al 200 a.C. le grandi flotte puniche e romane di quinqueremi e quadriremi, stabili sul mare e meno lente.

 

 

FIG. Trireme con rostro (da Corazzini)

Ha ragione il Mommsen (cit., Vol. III, pag. 51) a trovare i motivi "politici" più generali per cui i Romani non si affidarono nuovamente, dopo l'inizio della prima guerra punica, a Siracusani e Massalioti per la difesa costiera dell'Italia; ma noi vogliamo aggiungere quest'altro motivo meno politico e più tecnico, che riguarda la convenienza di copiare i Cartaginesi nella scelta del tipo di nave da guerra più idoneo al loro scopo. Tipo di nave differente da quelli più in uso fra i Magni Greci di Sicilia e i Greci di Gallia o soprattutto fra i popoli ellenistici d'Oriente, fossero le loro navi triremi, pentecontore, lembi e liburne, o exere (sexteres), hepteres, octares, novares, dekares o sedekieres. Certo anche i Cartaginesi avevano navi a più ordini di remi e sicuramente le usavano come navi ammiraglie (basti ricordare la heptera dell'ammiraglio cartaginese a Milazzo e le hepteres e sexteres degli ammiragli punici e romani a Capo Ecnomo, sempre nella I guerra punica).

 

FIG. PENTECONTORO (COATS)

Ma le navi dell'oriente ellenistico erano, ripetiamo, tendenzialmente più grandi di quelle usate da Punici e Romani e senz'altro "più larghe che alte", non esclusi i modelli supposti "a catamarano" ricostruiti da Lionell Casson dell'Università di New York. Inoltre, tra le stesse triremi, quadriremi e quinqueremi, quelle greco- ellenistiche erano certo più agili e meno pesanti, ma meno capienti e meno idonee al trasporto truppe di quelle puniche.

 

FIG. Frammento di bassorilievo- poppa di quinquereme romana con àphlaston (aplustre.)

FLOTTE OCCIDENTALI E ORIENTALI

L'assunto da cui partiamo, e che è ancora l'argomento di questo paragrafo, è almeno convalidato anche solo dalle tesi di un Basch e di un Höckmann (AS, pag. 155), secondo i quali, almeno in età più antica, le triremi dei Fenici erano costruite in modo diverso da quelle dei Greci, almeno per quel che riguarda i "ballatoi" (aggettito sporgente di remi per gli scalmi della fila superiore): ciò equivarrebbe infatti non solo a una maggiore ampiezza dello scafo ma anche a un diverso utilizzo tattico della nave (più soldati e macchine per i Fenici, più velocità e "tattica di speronamento" per i Greci). E queste diverse tradizioni non contraddirebbero il nostro assunto, che sembra l'opposto (più larghe le navi ellenistiche, meno quelle punico- romane); perchè dalla tradizione fenicia si svolge "direttamente" quella ellenistica, mentre quella punica (cioè dei Fenici di Occidente) può essere restata o più tradizionalista o più intenzionalmente "mediana" tra la più piccola trireme e le troppo grandi poliremi ellenistiche. E quest'ultima è la nostra tesi.

 

FIG.- Una quinquereme di tipo greco in base al monumento in marmo dell'isola Tiberina (Garth Denning) (Morrison, "The Age...).

Molti elementi delle navi a remi cartaginesi nel III secolo a.C. sono estranei alla tradizione greca e appartengono all'eredità fenicia (cfr. BASCH, cit.,  pag. 396 sgg.). Ma la presenza di iconografia punica di quel periodo con modelli differenti (o con rispetto della più pura ortodossia navale ellenistica- ibid., ill. 823- o con un tipo di trireme assolutamente punica e non greca- ibid., ill. 823 bis) permette di considerare (oltre alla grande capacità di Punici e Romani, nella loro storia, di ben "copiare") non solo le differenze che potevano esistere tra la quadrireme "privata" del cartaginese Annibale Rodio (di cui parleremo più avanti) e le altre quadriremi "statali" cartaginesi, ma anche le diverse tradizioni presenti specialmente in quel periodo storico tra triremi, quadriremi e quinqueremi puniche e quinqueremi, quadriremi e triremi greche.

L'utilizzo, da parte dei Romani, di un modello di nave fenicio- punico anzichè greco-ellenistico, ha riscontro nell'iconografia (principalmente monete) relativa a triremi, quadriremi e quinqueremi romane. E non si tratta solamente dello scafo più pesante o delle differenze tra i rostri e i posticci sulle fiancate. Nonostante qualche "copiatura" iconografica da parte dei Romani, soprattutto sulle monete del periodo delle due prime guerre puniche, di prore di navi greche (ellenistiche in generale e macedoni in particolare) e dei relativi rostri, la differenza sostanziale dei modelli permane. Ad esempio, la sporgenza (inferiore e superiore) per i remi ai lati dello scafo risulterebbe (secondo Basch., cit., pag. 419 e ill. 898- 901) non inclinato, come sul tipo ellenistico specificamente "rodio" di nave, ma orizzontale: "è probabile" dice Basch "che i soldati (romani) potessero prendere posto sulla parte superiore, usandola come piattaforma per il combattimento".

ANCORA SULLA DIFFERENZA TRA FLOTTE OCCIDENTALI PUNICO- ROMANE ED ORIENTALI ELLENISTICHE.

Nel breve saggio già citato di Foley e Soedel, che si accenni al fatto che le quadriremi punico- romane fossero inizialmente più larghe (scafo più largo con remi direttamente dalle murate, molti fanti di marina per l'abbordaggio e minore velocità almeno in un determinato periodo della loro storia) mentre le equivalenti tetrere greco- ellenistiche sarebbero state meno larghe (con remi poggiati su un telaio sporgente a sbalzo su tre livelli sfalsati di rematori e con maggiore velocità) potrebbe sembrare una discrepanza, una contraddizione con i nostri assunti di ricostruzione delle flotte. Ma in verità vedremo che (anche per le differenze costruttive tra le stesse quadriremi cartaginesi nel periodo della prima guerra punica,su cui torneremo più avanti) tali considerazioni aiutano nella nostra ricostruzione, che vede la generalità delle navi greco- ellenistiche e magno- greche (siracusane), dalle sexteres in su, con scafi più larghi (e già dalle tetrere e pentere- se con un livello unico di rematori-, più larghe che alte) rispetto alla media di quadriremi e quinqueremi utilizzate da Punici e Romani.

Non solo un problema di costi (rispetto a città commerciali marittime tradizionalmente più ricche, quali Siracusa, Taranto, Agrigento, etc., o rispetto ai ricchissimi Stati orientali ellenistici) spinsero Cartaginesi e Romani a costruire in determinato modo le loro flotte; anche la quantità di navi, le necessità di trasporto truppe e di miglia marine mediterranee da coprire spinsero i due antagonisti a copiarsi nel tipo di navi e nella scelta di "standard" costruttivi e bellici adeguati. Abbiamo anche in Foley e Soedel conferma di questa impostazione e delle nostre teorie: INFATTI il carattere in genere più sofisticato e più massiccio delle navi greco- ellenistiche sia per ordini di remi (ovviamente non riferito ai cinquanta remi delle ancora numerose pentecontore,nè all'uno, due o tre banchi dalle triremi alle quinqueremi, bensì in riferimento a più di sei rematori per gruppo di remi o a più di due rematori per remo), sia per il numero di marinai, data la mole complessiva delle navi dalle sexteres in su, con i fanti di marina relativi, CORRISPONDE all'imbarco di strumenti da lancio, di missili e di recipienti incendiarii- anche se questi ultimi per i Rodii soprattutto su triremi e quadriremi (non del Fuoco greco, che è posteriore e dell'Impero di Bisanzio)- efficaci contro il vero e proprio speronamento; ciò comportava un appesantimento dello scafo e la balconata sporgente di lato per i remi creava spazio più comodo per un numero più elevato di rematori e catapulte; e comunque solo fino alle tetrere e pentere queste navi greco ellenistiche potevano essere (ma non sempre,con l'eccezione dei Rodii) più veloci delle quinqueremi cartaginesi e romane. Invece le navi standard romane e cartaginesi erano più mobili e più pericolose per l'abbordaggio, cioè per ricreare, soprattutto con i "corvi", il combattimento corpo a corpo della fanteria <![if !supportFootnotes]>[63]<![endif]>58.

 

 

 

FIG.- Macchine da lancio sulle navi (studi di Foley e Soedel, Scientific American, cit.)

Sintetizza lo Höckmann: "(Con le grandi poliremi ellenistiche) la tecnica di combattimento passò nuovamente dalle manovre agili del combattimento veloce, finalizzato allo speronamento coi rostri, alla tattica vecchissima di impiegare le navi come piattaforme galleggianti per il combattimento ravvicinato della fanteria marittima. Di una di queste navi da guerra ellenistiche sappiamo che fu conquistata due volte nel corso di altrettanti abbordaggi: per affondarla, mancavano i mezzi tecnici. Anche le catapulte, che adesso per la prima volta furono installate a bordo come armi a lungo raggio, dovevano essere troppo deboli per distruggere gli scafi" (AS, pag. 25) nonostante l'uso di armi incendiarie. Il Casson (cit., pag. 103 sgg.) contrasta giustamente il Tarn, cit., pag. 120 sgg., e afferma che le flotte ellenistiche, dopo che Dionigi II di Siracusa nel 350 a. C. circa ebbe introdotto la sestera (exera), con Demetrio Poliorcete e con le poliremi maggiori "rivoluzionarono" la "tattica navale: le galee si ingrandiscono diventando piattaforme per truppe e catapulte..."; "Demetrio fu un pioniere nell'uso delle catapulte (baliste) sulle navi" (ibidem). E questa è per Casson la qualità principale delle 16 ordini di Demetrio: "...more stability for firing catapults" (ibidem, pag. 107) <![if !supportFootnotes]>[64]<![endif]>59.

 

FIG.- Quinqueremis (pentera) in Viereck

TRADIZIONE GRECA E PUNICA

Sarebbe possibile anche in rapporto al tipo di nave più diffuso tra i Punici (e poi tra i Romani, quadriremi e quinqueremi) tentare di ricostruire un tassello delle tecniche navali cartaginesi già prima dello scontro con Roma.

E' vero che nelle guerre puniche i Cartaginesi privilegiarono la tattica dello speronamento soprattutto con le triremi oltre che con quadriremi e quinqueremi e che temevano lo scontro diretto tra soldati nell'abbordaggio dei "corvi" romani. Ma le fonti e le ricostruzioni moderne confermano la loro tendenza a scafi più massicci, almeno nelle quadriremi e quinqueremi,  per il trasporto di truppe da sbarco e per l'abbordaggio con taglio dei remi nemici, nonchè minore velocità e quindi minore affidamento al rostro se non con le triremi. E' probabile che tali scelte di tattica navale (pur restando ancora fondamentale per Romani e Punici,e con ogni tipo di nave, lo speronamento) derivassero nei Cartaginesi da tre motivi almeno.

Il primo motivo erano i lunghi e spesso perdenti conflitti con i Greci nel Mediterraneo centrale,dove la tradizione marinaresca di Siracusa e di Marsiglia, dei Magno Greci in genere e dei Greci- fossero essi Ateniesi, Corinzii, Focesi, Rodii o le loro colonie più occidentali- era difficilmente superabile,con le navi soprattutto minori, nelle tattiche di aggiramento, taglio dei remi e speronamento.

Il secondo motivo erano i diversi criteri (validi dal 260 a.C. anche per i Romani in tutto il teatro di guerra mediterraneo) di distanze, di velocità che salvaguardasse la capienza delle navi e di sbarchi che vedevano spesso nella flotta solo un appoggio a più decisivi eserciti cittadini (indigeni) delle colonie africane e spagnole o di mercenari.

Il terzo motivo è, sempre per quel che riguarda il raffronto con i Greci e con gli altri popoli ellenizzati, una differenziazione punica da essi sia sul numero di navi più piccole e veloci (per i motivi già ricordati al primo punto) sia sul numero di navi ancora più grandi di quadriremi e quinqueremi, perchè anche esse insuperabili, nelle flotte ellenistiche, a causa dei tipi più sofisticati di macchine da lancio imbarcate, soprattutto quelle siracusane. E ricordando ancora la scarsa mobilità mediterranea che queste fortezze navali offrivano.

Da tutti e tre i motivi emerge una tradizione militare delle flotte da guerra puniche inferiore per certi versi a quella delle flotte greche ed ellenistiche. Almeno nel senso che,seppure entrambe ebbero funzione ed uso commerciale anche nella scorta armata, nella difesa e nell'estensione delle attività delle colonie (dall'imperialismo ateniese a quello cartaginese) <![if !supportFootnotes]>[65]<![endif]>60, la flotta punica non era altrettanto allenata, in Occidente, a scontri assidui e molteplici tra potenze in guerra e a sviluppi tecnologici propriamente ellenistici. Tra l'altro, gli sviluppi tecnologici ellenistici, militarmente parlando, erano adatti più a mari chiusi e sottocosta piuttosto che al mare aperto. Ed emerge anche la tradizione commerciale, più che militare, dell'oligarchia senatoria cartaginese, che anche per tutto il corso della prima e della seconda guerra punica avrà al suo interno un vero e proprio, forte "partito della pace" dei conservatori e dei latifondisti, non vedendo in flotte (o in eserciti) nazionali un vero e proprio strumento di "imperialismo" come sarà invece per i Romani a partire dalla II guerra punica <![if !supportFootnotes]>[66]<![endif]>61.

Di contro alle navi ellenistiche, le navi standard puniche e romane erano mobili e veloci abbastanza per le maggiori distanze, rispetto alle navi più grandi e più armate; e abbastanza più capienti, per truppe e macchine, rispetto alle triremi tradizionali e alle navi minori. Lo speronamento aveva ancora maggiore importanza, per Romani e Cartaginesi, rispetto alle catapulte e macchine da lancio imbarcate sulle navi ellenistiche e prioritarie già un secolo prima sulle navi macedoni, perchè le maggiori di queste ultime erano troppo lente, più larghe che alte e meno veloci in mare aperto. E per lo meno la tenuta del mare- la stabilità in mare aperto- era sufficiente solo se lo scafo era più largo, molto più largo, con tutti gli inconvenienti per la mobilità che Punici e Romani volevano evitare (vedremo che i Romani punteranno,nella prima guerra punica, su scafi più veloci ed agili proprio per quadriremi e quinqueremi). E se i Romani privilegiavano, più che lo speronamento, l'abbordaggio coi corvi, ciò serviva nella manovra navale contro le equivalenti (similari) flotte cartaginesi a bilanciare la abilità e perizia marinaresca dei Punici con l'esperienza del legionario terrestre romano. Ma ciò non sarebbe bastato, ad esempio, contro le flotte di Rodi o contro flotte di hepteres siriane e contro navi a 16 o 40 ordini (anche se per lo più in modelli ed esemplari unici) della tradizione di un Demetrio Poliorcete o di un Tolomeo, con troppi fanti e catapulte imbarcati <![if !supportFootnotes]>[67]<![endif]>62.

 

FIG.- La 40 ordini secondo Lionel Casson (New York) (in Foley e Soedel, cit., 1981).

Se ciò concorda con le analisi scientifiche citate, è chiaro che noi proponiamo un diverso angolo di lettura di tutte le battaglie navali delle guerre puniche. Non tanto perchè possiamo mutare alcunchè in quelle che sono già le conoscenze più dibattute su queste navi dell'antichità, quanto perchè la chiave di lettura del "giusto mezzo" costruttivo e strategico seguito dai Cartaginesi e dai Romani e la diversa concezione costruttiva e militare (per certi versi tecnicamente più avanzata) seguita dai popoli greco- ellenistici hanno incidenza sul modo stesso di affrontare le strategie militari navali della seconda guerra punica e della prima macedonica, nonchè di quelle siriano- egiziana e acheo- etolica ad esse contemporanee. Del resto le vittorie e le conquiste romane nell'Oriente ellenistico furono in seguito dovute, nella tecnica navale, non tanto ai corvi, ai rostri e all'arrembaggio, come contro i Cartaginesi del primo conflitto, quanto all'aver saputo intelligentemente alleare le maggiori potenze marittime ellenistiche, a cominciare dai Rodii già dal secondo conflitto romano-cartaginese.

 

FIG.- Lionel Casson (New York), 1° versione della 40 ordini (1969).

IX SEXTERA SCIPIONIS -LA SEXTERA SICILIANA DI SCIPIONE L'AFRICANO NELLA II GUERRA PUNICA

Nel contesto della presenza tradizionale di poliremi di dimensioni maggiori nelle flotte ellenistiche e delle più consuete quadriremi e quinqueremi nelle flotte puniche e romane, possiamo inserire un episodio mai seriamente valutato e secondo noi non trascurabile.

In Livio XXIX, 9, 8 Scipione ritorna a Locri, in Calabria - per ristabilirvi la disciplina militare - da Messina con una nave a 6 ordini di remi (exera), e ritorna poi a Messina e a Siracusa. Precedentemente, in Livio XXIX, 9, 5, Scipione era passato a Messina con la flotta e col grosso delle truppe, tornando da Locri. Sempre da Messina riparte ora per giudicare a Locri i soprusi del suo luogotenente Pleminio.

Se Livio sottolinea che, tornato nuovamente a Messina, Scipione da lì "fa ritorno" a Siracusa, pensiamo che egli presupponga- con "redire"- il viaggio di andata fatto dalla nave da Siracusa a Locri: sextera messa a disposizione del console che sale su di essa a Messina e ricondotta  dal console stesso a Siracusa.

E' più che probabile che la sextera, così come non faceva parte delle 20 quinqueremi e 10 quadriremi recentemente costruite apposta per Scipione nel centro Italia e destinate ad aggiungersi alle quinqueremi della flotta di Sicilia, poteva essere sia una usuale ammiraglia della flotta di linea romana in Sicilia sia una delle numerose <![if !supportFootnotes]>[68]<![endif]>63 navi a più ordini di remi possedute da Siracusa prima e durante la conquista da parte delle ingenti forze romane di Marcello <![if !supportFootnotes]>[69]<![endif]>64. La nostra potrà sembrare una questione insignificante, ma rientra comunque, secondo noi, in un ambito che spiega come mai nè per Scipione (che precedentemente da Cartagena in Spagna si era spostato a Siga in Africa, per trattative diplomatiche col nùmida Siface, con una quinquereme) nè per gli altri consoli romani della II guerra punica compaiono mai navi a più ordini di remi di tipo siracusano ed ellenistico, e se ciò avviene nella I guerra punica (come a Capo Ecnomo) è certo per prestiti e trattati di alleanza con città greche del Sud Italia <![if !supportFootnotes]>[70]<![endif]>65.

E cinque quinqueremi rimangono poco dopo (Livio XXIX, 11, 4), per i 5 inviati speciali del Senato, "l'apparato conforme alla dignità" (cioè di rappresentanza) "del popolo romano per visitare quelle regioni (la Grecia) presso le quali bisognava acquistare autorità al nome di Roma". Anche qui un concetto di "navi di rappresentanza" molto diverso da quello che, con navi molto maggiori per ordini di remi, vedremo presso Macedoni, Siriani, Egiziani ed altri popoli ellenistici.

Silio Italico, nel suo poema "Punica" in XVII libri sulla II guerra punica, nel libro XIV, parlando dell'assedio di Siracusa da parte di Marcello contro Archimede e contro una flotta punica di soccorso, ai vv.487-488 attribuisce al condottiero romano una sei ordini come ammiraglia ("la nave del comandante romano procedeva più veloce del vento spinta da sei ordini di remi"). La poca attinenza storiografica e militarmente documentaria della poesia di Silio non ci impedisce di dare estrema importanza a questo riferimento. E' vero che le ammiraglie romane, per secoli (da Atilio Regolo a Sesto Pomepo e ad Augusto,e anche oltre) erano quasi  sempre exere. Ma un anacronismo di Silio, qui, è alquanto improbabile.

Silio parla anche, poco prima (XIV, v. 387), dell'enorme ammiraglia punica della flotta di soccorso con Himilco (Imilcone). Silio vuole stupire e colpire con l'immaginazione (fine precipuo della sua poesia) : ma i "400 remi" - certo con più rematori ad ogni remo, altrimenti si trattava di una normale quinquereme o poco più- della nave di Imilcone sono credibilissimi nella storia delle costruzioni navali dal 300 a.C. fino al Medioevo. Silio dice che le dimensioni della nave erano tali ("la più grande mai uscita dagli arsenali di Cartagine") che le sue vele e i suoi grandi alberi non bastavano a muoverla, col vento, più velocemente di quanto facessero i remi.

 

FIG. Monumento romano repubblicano (5 o 6 ordini secondo The Age.. a/c J.Morrison, 1995, cit., pag.69) dell'isola Tiberina.

X ROMANA QUINQUEREMIS -LA QUINQUEREME COPIATA DAI ROMANI NEL 260 a.C.

Polibio (I, 21) descrive come si esercitavano inizialmente i rematori romani sulla terraferma per manovrare le loro quinqueremi copiate nel 260 a.C. da un modello cartaginese, e filologicamente non può esservi alcun fraintendimento: i rematori "erano seduti" sui banchi in terraferma, secondo lo stesso ordine dei banchi delle navi; ed effettuavano un movimento di vogata,molto chiaro ed esplicito in Polibio, indiscutibilmente adatto solo se si restava "seduti" sui banchi. Studi recenti affermano :"quando a manovrare ogni remo c'erano più di due uomini,i vogatori non potevano più remare stando seduti". Si richiedeva invece un movimento più complesso, coi vogatori che si sollevavano sui banchi per ributtarsi nuovamente indietro. E' impossibile quindi negare anche solo da questo e tralasciando l'iconografia, che le quinqueremi romane e puniche,anzichè su un'unica o due file (livelli) di rematori (cioè 3 o 5 ad ogni remo), erano invece ordinate "almeno" su due file di remi sovrapposte  se non su tre file anche facendo valere la regola dei due vogatori solo per il livello più basso. Ciò <![if !supportFootnotes]>[71]<![endif]>66 implica comunque uno scafo più stretto della media delle navi ellenistiche più grandi o di quelle con un solo livello di rematori.

 

FIG. Frammento di bassorilievo: poppa di quinquereme romana con àphlaston (secondo l'arch. Ascani, il numero in alto delle terminazioni di poppa nell'aflaston indica gli ordini di remi.

Non ci stupisce quindi che per le pentere siracusane costruite per la prima volta da Dionigi il Vecchio di Siracusa contro i Cartaginesi nel 399 a.C. (con costi molto elevati di progettazione e di realizzazione) molti testi (sia specialistici, come il Basch e il Wilsdorf, cit., sia generali) sviluppino una ricostruzione con un' unica fila di remi (5 rematori per ogni remo di 12 metri; 17,5 metri erano lunghi quelli delle poliremi più grandi).

Ma rimane il dubbio del perchè le fonti riferiscano diverse origini per tali poliremi, attribuendone, in contrasto tra loro, l'invenzione a differenti popoli (per Aristotele, secondo Plinio, N.H. cit., VII, 208, le tetrere ai Cartaginesi; per Senagora ai Siracusani di Dionigi II,  anche per le navi ellenistiche a molti ordini di remi). L'Enciclopedia  Italiana (Treccani) non ha dubbi nel vedere "il Mediterraneo orientale" (e non occidentale e punico) "come area d'origine delle grandi navi ellenistiche" (rifacendosi anche ad Ateneo V, 36) a proposito delle grandi navi ellenistiche da 5 a 16 (sedekieres) ordini di remi e fino alla 20, 30 e 40 ordini (tessaracontera). Ciò risponde a verità, anche in base a W. W. Tarn, Hellenistic Military and Naval Developements, Cambridge 1930,p.122 sgg. E può darsi, secondo noi, che già Aristotele e Senagora avessero presenti differenti tipi (modelli) di navi a quattro e cinque ordini di remi (più alte, o più veloci, o più larghe, etc.) come ci fanno capire Polibio per la nave del cartaginese Annibale Rodio e Livio in vari punti del suo libro XXXVII.

XI QUINTUS ENNIUS II -ANCORA SUL FRAMMENTO DI ENNIO.

Tornando al frammento di Ennio (cfr. pag. 40), l'emendamento del Müller di et in haec rende ancora più evidente che di un paragone si trattava in quel verso e forse anche in quelli mancanti. Dato per scontato che sarebbe fuori luogo in Ennio qualsiasi paragone tra la migliore qualità o adattabilità o capacità di una nave (da guerra) rispetto a una nave da trasporto (mercantile), in quanto il raffronto sarebbe ridicolo perchè lapalissiano, ci sembra molto verosimile che il raffronto venisse fatto da Ennio tra un (il) modello di nave da guerra di linea usato da Cartaginesi e Romani e quello più usato dalle nazioni  greco- ellenistiche (Siracusani in testa, con le loro pentere, sextere, etc.); ed Ennio userebbe intenzionalmente un termine ellenistico (si veda tra l'altro Scevola Mariotti, Lezioni su Ennio, cap. IV, pp. 102- 114 e 117- 119), cioè il termine ellenistico riconosciuto dal Bréal. Del resto è strano che sia sfuggito ai critici, e anche al Valmaggi, tra i riferimenti filologici, l'accenno di Petronio a "stlatarium bellum", che anche il Fabro già cit. esplica con "bellum navale".

Sarebbe ben strano un concetto di "guerra navale" solo con navi da trasporto! E sarebbe non di poco conto, sia per motivi storici più generali sia per dare un senso al frammento enniano, riconoscere veramente il significato di "stlata" o "stlatta", perchè esso ci ricondurrebbe probabilmente a un termine ellenistico usato per navi del Mediterraneo orientale sia da guerra che da trasporto. Le navi da trasporto (onerarie) sappiamo che erano generalmente senza rematori (cioè a vela), perchè non serviva  nè lo slancio per lo speronamento  nè la costante autonomia di movimento della nave da guerra. Questa è una regola basilare. Ma è pur vero che (oltre che nel più antico mondo cretese, fenicio e greco) le potenze e repubbliche ellenistiche, oltremodo ricche, usavano, come i Cartaginesi, le navi a remi anche per i commerci, e non solo per le scorte. E seppure le tetrere e pentere ellenistiche sarebbero state di poco differenti (ma analizzeremo altrove i riferimenti più espliciti in Livio, XXXVI- XXXVII) dalle quadriremi e quinqueremi puniche, la differenza addotta da molti autori su una o massimo due file di rematori punici di contro alle tre file ellenistiche di rematori che conducevano direttamente a 6, 7, 8 o più ordini di remi (con scafi di molto più larghi e lenti) nelle navi della Magna Grecia e dell'Oriente mediterraneo avrebbe giustificato un tale vocabolo che comprendeva: a) le cose (anche esotiche e costose) portate da lontano da questo tipo di nave (non punica, perchè anche Ennio sapeva che tale nave non differiva da quella di linea romana); b) le cose portate anche se quella nave non era unicamente da trasporto, bensì anche a remi e da guerra; c) tutte queste navi di paesi più lontani che tendevano ad avere più ordini di rematori, dimensioni maggiori e più macchine da lancio e ad essere più larghe che alte.

 

FIG. ROSTRI ELLENISTICI DI ANTIGONO

XII ROMANA QUINQUEREMIS ANNO CCLX A.CH.N. -LA SCELTA DEI ROMANI.

Se la nostra tesi appare azzardata e arbitraria, è facile osservare che essa tiene conto non solo dell'unica logica che può supportare il frammento di Ennio (abbiamo detto che era troppo banale un raffronto qualitativo tra nave da guerra e nave oneraria e poco pertinente alle guerre puniche un raffronto tra diverse navi da trasporto), ma anche delle uniche esplicite affermazioni delle fonti ("più larga che alta"), surrogate da altre molteplici fonti che parlano sempre, per le navi dell'Oriente ellenistico, di "dimensioni maggiori" (ad es. il già nominato Livio, soprattutto libro XXXVII) e "mai" di navi da guerra più alte di quelle da trasporto (cfr. ad esempio Livio, XXX, 10, 33: "altitudine aliquantum onerariae superabant") <![if !supportFootnotes]>[72]<![endif]>67. Oltre alla generalmente ammessa differenza tra le quinqueremi puniche e quelle greche o ancor più di "tipo rodio"

Abbiamo accennato alla non totale casualità della collocazione del frammento, subito dopo quel frammento 130 Valmaggi, 239 Müller e 165 Baehrens, che parla della scelta del tipo di nave da guerra da parte dei Romani: esplicitamente quella quinquereme cartaginese arenata sui lidi d'Italia. Essa era  probabilmente  costruita con pezzi prefabbricati e siglati, a incastro e stagionati, secondo le più recenti scoperte archeologiche sottomarine, facilmente scomponibile come modello e rimontabile in più breve tempo. A conferma delle affermazioni di Livio, Polibio e Plinio sulla celerità dei Romani nella costruzione di enormi flotte, si noti il saggio equilibrio del solo Mommsen, cit. Vol. III, Cap. II, 10, p. 62, che osservava come, ad esempio, nel 254 a.C., 220 navi da guerra allestite dai Romani nei cantieri furono pronte nel breve spazio di tre mesi- "cosa veramente straordinaria"-  mentre la notizia veniva liquidata dagli altri storici moderni come favola e fantasia priva di fondamento.

Lazenby (The First..., cit., pag.64) nota che l'esercitazione dei rematori a terra nella prima esperienza romana "has parallels (Polyainos 3.11.7; Ennius (Vahlen) 227-31; Dio 48.51.5), and seems entirely plausible".

Per il frammento di Ennio il riferimento a tale quinquereme copiata dai Romani è indipendente dal numero di libro e dalla collocazione precisa dei due frammenti nel poema, poichè Ennio poteva fare una parentesi storica di questo tipo anche all'interno della descrizione della II guerra punica. Inoltre sarebbe interessante puntualizzare la tesi da molti seguita, soprattutto dal Mommsen ma anche dal Valmaggi, dal Ferrero, etc., che i Romani già prima possedevano una flotta, ma essa era solo di navi fornite dai Magno Greci: le implicazioni della "nuova" flotta del 260 a.C. erano solo politiche e di "quantità", o soprattutto di "qualità", per il differente tipo di nave da guerra che si voleva utilizzare, rispetto a più piccole navi magno- greche o alle maggiori ellenistiche? Il raffronto enniano sarebbe allora favorevole a questa "nave da guerra romana rispetto a quelle ellenistiche" (poeticamente "quella che porta le cose tipiche delle più larghe navi da guerra ellenistiche"), in quanto queste ultime erano o più larghe ma meno veloci, più pesanti, più costose e meno adatte per lunghi viaggi di linea mediterranei o eventualmente meglio costruite ma comunque non prescelte come modello standard dai Romani. Del resto già i Cartaginesi non senza motivo avevano continuato a optare (secondo la loro tradizione fenicia) per quinqueremi e quadriremi  differenti (a scafo più massiccio e forse più largo solo riguardo alla quadrireme, cioè per tipi di tetrere non a tre nè a un solo livello di rematori) rispetto ai modelli greco- ellenistici: per conciliare una maggiore velocità (almeno rispetto alle navi di dimensioni maggiori e alla più piccola trireme) con una maggiore stabilità in mare aperto, considerando le rotte puniche consuete già prima delle guerre con Roma, dall'Africa (attraverso Pantelleria e Malta) fino alla Sicilia e alla Sardegna e dalla Sardegna alle Baleari e a Cadice (cfr. Moscati, "L'enigma dei Fenici", cit., p. 37); e considerando che già nella Bibbia solo le navi di Tartesso (cioè fenicie) erano capaci di raggiungere la mitica Tartesso (Huelva), colonia fenicia in Spagna tra il Guadalquivir e la Guadiana, sulle coste dell'Atlantico.

XIII TARTESSUS.

La Tarshish della Bibbia, scalo delle rinomate navi fenicie, si suppone recentemente non corrisponda alla Tartesso andalusa; e neanche alla Tarshish nominata nella stele di Nora, in Sardegna (Cfr. ARCHEO n. 74, aprile 1991, Dossier "La Spagna prima di Roma", pp. 76- 77). Comunque sia, la Tartesso iberica (Huelva) era prima fenicia e poi punica; ed era sull'Atlantico. Il perduto poema greco "Gerioneis" di Stesicoro (VI sec. a. C.) la descriveva, secondo Strabone, alla foce del fiume Tartesso "dalle vene d'argento", di fronte a Gadeira (Cadice). Eforo, greco del VI sec. a. C., citato da Stefano di Bisanzio, la situa nel delta del fiume omonimo ricco di stagno, oro e bronzo. Avieno, nell' "Ora maritima" del IV sec. d. C., riferendosi a un portolano punico del VI sec. a. C., situa Tartesso su un'isola nel golfo omonimo di un rio tra il lago Ligustino, il monte dei Tartessii e il Monte Argentario, a 5 giorni di marcia da Malaga.

Ma su Tartesso si veda ancora il corrispondente paragrafo nel capitolo IV- L'esercito cartaginese.

XIV ROMANA QUINQUEREMIS ANNO CCXLII A.CH.N. -IL SECONDO MODELLO COPIATO DAI ROMANI.

La stessa scelta presiedette, secondo noi, anche nel 242 a.C. al tipo di quinquereme di cui i Romani costruirono 200 esemplari (Polibio I, 59) sul modello di una quadrireme di Annibale Rodio <![if !supportFootnotes]>[73]<![endif]>68, cittadino cartaginese messosi in luce durante  l'assedio  romano di Trapani. Questo Rodio, in quel caso,  cioè prima del 250 a.C., dimostrò che la qualità (e velocità) della sua quadrireme era notevolmente superiore alle altre navi, sia romane che generalmente puniche, perchè "costruita con arte singolare" (Polibio I, 46- 47). Questa quadrireme era di un modello particolare, tanto che il Rodio ne riconobbe, alla vista e da lontano, una gemella (cioè simile per forma alla sua) catturata dai Romani e utilizzata subito dopo dagli stessi Romani <![if !supportFootnotes]>[74]<![endif]>69 con rematori e marinai "scelti", per catturare l'"ottima" nave del Rodio. La perizia marinaresca tutta "rodia",oltre che fenicia,di questo Annibale aiutava certo le qualità della nave (conoscenza delle maree,delle correnti vicino a Trapani e della stabilità sul mare). Ma essa era speciale,e sul suo modello, dice Polibio, costruirono i Romani nel 242 a.C. una nuova flotta per la guerra (guerra subito vinta grazie a quelle 200 navi): ma non quadriremi,dice Polibio,bensì quinqueremi. Evidentemente la tecnica costruttiva riguardava la disposizione degli ordini di remi e dello scafo secondo le varie ipotesi da noi già avanzate, nell'ambito del numero dei livelli di rematori da 1 in su ma indipendentemente se a 4 o 5 ordini di remi. E noi sappiamo che specie dalle sexteres in su variavano in modo decisivo altri assetti e altre proporzioni di scafo.  Da questi ultimi tipi differenti di navi erano composte, ribadiamo, le grandi e potenti flotte ellenistiche che Polibio (I, 63) ricorda di un Tolomeo Filopatore o di un Demetrio Poliorcete, ribadendo- proprio all'inizio della descrizione delle guerre puniche- la grandezza di tali flotte rispetto alle precedenti di triremi: poichè "le differenze tra le quinqueremi e le triremi vanno calcolate" non certo sulla velocità, ma sulle dimensione e il numero delle truppe imbarcate; e già le quinqueremi romane e cartaginesi erano notevoli in questo senso <![if !supportFootnotes]>[75]<![endif]>70.

Purtroppo Polibio non ci esplicita quali fossero le differenze tra diverse quadriremi e tra diverse quinqueremi o quelle tra flotte ellenistiche e punico- romane. Ma Polibio ritornerà sempre sulle differenti, maggiori dimensioni delle poliremi ellenistiche e qui ricorda invece che quinqueremi erano tutte <![if !supportFootnotes]>[76]<![endif]>71 o quasi tutte, le navi da guerra cartaginesi e romane. Sarebbe dunque interessante saperne di più sul modello speciale di nave che Polibio attribuisce al cartaginese Rodio e che accenna copiato dai Romani dopo il primo modello cartaginese del 260 a.C. Ma sarà probabilmente quello (vincente) del 242 a.C. il modello base delle flotte romane anche nella II guerra punica.

Non condividiamo la tesi del Basch (cit, pp. 420- 423) sulle quinqueremi romane (copiate da quelle puniche) a un solo livello di rematori (cinqu- unireme) dal 260 a.C. a tutto il II secolo e oltre, perchè consideriamo oltretutto l'abbondanza, anche nei secoli II e I a. C., di iconografia relativa a navi romane con (almeno) due livelli di rematori.

 

FIG.25-Affresco dell'Aula Isiaca a Roma- quadrireme (secondo Höckmann, AS, cit., fig. 98).

Ammettiamo che il Basch su questo punto entri in contraddizione unicamente perchè non si sofferma ad approfondire il problema. Se la quinquereme a 2 livelli (cinqu- bireme) del punico Annibale Rodio sarebbe stato un modello migliore, preferito dei Punici dalla fine della I guerra punica (BASCH, cit.,  pag. 354, che indica questo tipo di quinquereme nelle coniazioni di Asdrubale Barca dal 228 al 221), perchè i Romani solo temporaneamente, dal 242, avrebbero utilizzato questa quinquereme che li aveva visti vincitori della guerra alle Egadi, usando poi generalmente quella a un solo livello (ibid.,pag. 354)?

 

 

FIG. Medaglione romano con 4 evidenti livelli di rematori (da Viereck)

 

Il Basch (cit., pag. 418) fa illazioni sulla quinquereme romana "a una sola bancata", copiata ai Cartaginesi all'inizio della prima guerra punica, ma si interrompe nella sua esposizione immediatamente dopo aver parlato della vittoria di Duilio con i "corvi" a Milazzo nel 260 a. C., trascurando gli sviluppi navali fino alla fine della guerra. Questi "sviluppi" tornano (pag. 426) a proposito del rilievo di Preneste (la cosiddetta "bireme prenestina", che in realtà ha almeno 6 ordini!): certo una quinquereme, egli dice, con tre uomini a ogni remo in un livello e due uomini nell' altro livello; "una variante romana del tipo rodio", cioè della quadrireme rodia su due livelli, più complessa da costruire e quindi meno usata (ibidem, pag. 423). Ma il "modello rodio" per eccellenza, suppongono Casson e Basch, è la quadrireme rodia del monumento marmoreo alla vittoria di Samotracia (BASCH, cit.,  pag. 354 sgg. e pag. 358 in particolare). Ora, essendo la bireme di Preneste non certo una quinquereme e la galea di Samotracia piuttosto una septera, o comunque superiore alla quadrireme, tutto questo non ci aiuta in nessun modo a venire a capo del problema delle diverse quinqueremi romane (o cartaginesi) delle guerre puniche, poichè solo l'iconografia (monete, rilievi, mosaici) può aiutare a riconoscere i più livelli sovrapposti <![if !supportFootnotes]>[77]<![endif]>72. E in ogni caso, le illazioni o sia pure le ipotesi non sufficientemente argomentate del Basch (Phoenic..., cit., pag. 234 e 239) e del Casson (cit., pag. 105) sulle quinqueremi cartaginesi e romane delle guerre puniche che, dai tre livelli sovrapposti dei modelli precedenti del IV sec. a. C. si sarebbero ridotte a una unica bancata con 5 uomini a ognuno dei 27 remi per lato, stridono con altre considerazioni e prove iconografiche addotte dai due studiosi. Nè basta giustificare così la maggiore lentezza delle prime flotte romane antecedenti il modello di Annibale Rodio copiato alla fine della I guerra punica (Casson, Ibidem, pag. 105, n. 41). Il Casson, in verità, attenua la sua tesi con i "due o tre livelli del modello punico copiato dai Romani, variato poi in un unico livello" (Ibidem).

 

FIG. Ricostruzione di nave romana considerata bireme..

XV COMMISSURA IN FABRICANDIS NAVIGIIS -LA COSTRUZIONE IN SERIE DELLE FLOTTE.

Tornando all'incredulità di storici anche recenti riguardo alla rapidità con cui i Romani costruirono flotte copiate dai modelli cartaginesi, abbiamo già parlato dei diffusi toni di sufficienza o di derisione verso le fonti antiche che ne riferiscono e della equilibrata neutralità del Mommsen in una epoca in cui prevaleva il dispregio per quelle notizie.

Speriamo che ora anche un testo divulgativo come il volume "I Fenici", di guida- catalogo alla mostra veneziana su quel popolo, abbia dato un colpo di spugna a tali incredulità con le nuove scoperte documentate sul montaggio a incastro e la scomposizione dei pezzi prefabbricati delle navi puniche (cit., p. 77) <![if !supportFootnotes]>[78]<![endif]>73. Per la costruzione con elementi prefabbricati, conferme anche in: Antonio Servello, "RELAZIONE", in "ATTI DEL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLE POLIREMI DELL'ANTICHITA'" - RIVISTA DELLA MARINA MILITARE ITALIANA, dicembre 1990 -  pag. 83, con riferimento ai reperti navali cartaginesi della prima guerra punica trovati in Sicilia da H. Frost e alla prima orazione pubblica di Demostene ("Sulle Simmorie"), dove sarebbe forse riscontrabile un riferimento a tale organizzazione del lavoro.

Resta da notare anche che uno scienziato come Plinio (Natur. Hist. XVI, 74, 192) ribadisce tali dati delle fonti e della tradizione più antica, ed è solo ammirato della grande celerità dimostrata nella costruzione delle flotte romane nelle prime due guerre puniche (nella seconda ci si riferisce alle navi che dovevano portare Scipione prima in Sicilia e poi in Africa): egli obietta soltanto sulle eventuali tecniche del taglio degli alberi in periodi dell'anno meno idonei (cioè sulle leggi naturali e sui procedimenti più adeguati che presiedono alla valorizzazione delle caratteristiche del legno), perché ne veniva pregiudicata la qualità del legname. Le regole molto scientifiche esposte da Plinio (ibidem, 73- 76) valevano soprattutto per il taglio improvviso e celere dei tronchi per le impellenze della guerra, ma anche per le usuali tecniche di taglio e lavorazione e per i metodi di stagionatura, che i maestri d'ascia punici, di Rodi ed ellenistici in genere (come sottolineano varie volte anche Polibio e Livio) possedevano a livelli ineguagliati dai Romani anche dopo il 190 a.C. <![if !supportFootnotes]>[79]<![endif]>74

 

 

FIG. La pentera secondo Viereck.

 

Il ritrovamento a Mozia, a nord di Marsala, di due navi militari puniche del III sec. a. C. ha evidenziato, per il rivestimento delle navi anche cartaginesi, "un rifascio esterno, che ricopriva e proteggeva il fasciame, costituito da lastre di piombo spalmate internamente di pece e fissate allo scafo con chiodi di rame". La lega speciale di questi chiodi, per resistere lunghissimo tempo all'ossidazione e conservatici a noi perfettamente dopo millenni nel mare, ha del misterioso anche all'analisi della moderna scienza. Le lastre di piombo spesse da 1 a 2 mm. e documentate finalmente per i resti delle navi di Nemi, di Marsiglia e di Mozia, sono tecnica risalente almeno al IV sec. a.C. e non, come finora creduto, una tecnica del Nord Europa medievale e dei Vichinghi in particolare (cfr. "A" 8, 1997, pag.51). Era usata soprattutto per le navi da guerra e torneremo su di essa più avanti.

Gli altri elementi costruttivi di queste navi confermano i pezzi prefabbricati di montaggio delle navi (pezzi con lettere dell'alfabeto fenicio e linee guida, su sagome prestabilite; i pezzi opportunamente immagazzinati e stagionati, che in seguito consentivano la costruzione simultanea di mote navi da guerra in brevissimo tempo <![if !supportFootnotes]>[80]<![endif]>75. Ciò conferma tra l'altro Plinio, N. H. XVI, 92, e Polibio I, 20, 9- 10, e i 60 giorni di costruzione della prima grande flotta romana sul modello di una quinquereme cartaginese diventano del tutto credibili: i Romani smontarono il modello, e ne riprodussero in serie i pezzi con l'utilizzo contemporaneo di numerosi falegnami e carpentieri, mentre i rematori già si allenavano sulle prime navi montate a terra <![if !supportFootnotes]>[81]<![endif]>76.

 

 

FIG. Mozia: ricostruzione di M. L. Katzev della nave cartaginese ritrovata (cfr. Guelfo Freudiani in Rivista marittima ..\RIVISTA MARITTIMA.doc

 

Il Thiel (Studies on the history of Roman Sea- Power before the II punic war, Amsterdam 1954, pag. 302) riferisce al 260, al 257-56, al 254, al 250- 49 e infine al 243- 42 le 5 grandi costruzioni navali romane nella I guerra punica, col modello finale di quinquereme copiato da quello di quadrireme di Annibale Rodio, più manovrabile e senza più bisogno di "corvi" (ponti mobili per la fanteria) (Ibidem, pag. 304- 305). Vedremo e spiegheremo questi ultimi modelli di quadrireme e quinquereme in azione nella II guerra punica. Le date di maggiori costruzioni navali in tale guerra, desumibili dalle fonti per le di volta in volta nuove 50 o 100 o 30, etc., navi nominate nei vari teatri di guerra, compaiono nel nostro capitolo I e soprattutto nel quadro sinottico finale.

LIPINSKI E: (in AA.VV., STUDIA PHOENICIA, a/c LIPINSKI E. :  vol. VI-Carthago, Leuven 1988 ; vol. X-Punic Wars, Leuven 1989) accoglie nel vol. X il saggio di FROST H., The Prefabricated Punic Warship, pp.127-135: le navi ritrovate a Mozia sono liburne, avvisi veloci, di 34 m.

 

FIG.- Una quinquereme secondo Glotin (1862).

XVI QUADRIREMIS -LA QUADRIREME.

Per ottenere la quadrireme, i 31 remi del banco superiore (il terzo) della trireme avrebbero avuto ognuno non uno,ma due rematori,dati mezzo e i 27 dell'inferiore mantennero un rematore.Abbiamo così (124+54+54) i 232 rematori della quadrireme in genere. La quadrireme a tre ponti, copiata ai Cartaginesi da Siracusa, fu utilizzata soprattutto nel Mediterraneo orientale,mentre il modello originario, ideato dai Cartaginesi, sarebbe stato fin dall'inizio con scafo più largo per alloggiare due rematori fianco a fianco ad ogni remo su due soli livelli. Secondo Wilsdorf, pur con alcune perplessità che esporremo più avanti,fu il mondo ellenistico,a cominciare dalla magno-greca Siracusa,a utilizzare quattro o cinque rematori fianco a fianco per ogni remo in un unico livello per la quadrireme (tetrera) e la quinquereme (pentera).

QUADRIREME

Prima che la metodologia scientifica di Ascani permettesse la ricostruzione dei vari tipi di poliremi, era ancor più difficile stabilire un comune sviluppo iniziale a scafo più stretto (cioè su tre precedenti piani, come quello della trireme) anche per la quadrireme. Sono decisivi i più recenti studi iconografici, anche in BASCH, cit., sullo sviluppo fenicio- punico della quadrireme, ma resta difficile affermare con sicurezza se la differenza tra quadrireme punica e romana e quella magno- greca ed ellenistica fosse decisiva riguardo ai livelli di rematori (uno, due o tre per ogni fiancata) e riguardo alla minore o maggiore velocità che lo scafo più o meno largo consentiva. Si propendeva, come riassunto anche in Foley e Soedel (cit., I), per la quadrireme punica e romana come strutturata inizialmente su due o tre livelli di rematori: non uno, perchè la vogata doveva avvenire con rematori seduti ai banchi e non col movimento "in piedi- seduti"; e sembrava forse non tre, perchè lo scafo più largo e massiccio dei Cartaginesi nelle raffigurazioni antiche consentiva due rematori affiancati anche nel livello sottostante, senza bisogno di fiancate sporgenti per i remi. E' sicuramente da escludere che la quadrireme del cartaginese Annibale Rodio, copiata in un secondo momento dai Romani alla fine della prima guerra punica per la sua maggiore velocità, fosse a un banco unico di rematori, perchè per quanto con "equipaggio scelto" e con "attrezzatura idonea", cioè eventualmente con equipaggio esperto nel vogare con movimento "in piedi- seduti", uno scafo tanto più largo non incrementava comunque la velocità.

Ed è altrettanto certo che in quel caso la differenza fosse tra differenti disposizioni dei tre livelli di rematori e/o tra altre variazioni di struttura dello scafo, come dimostra Ascani sia con l' adeguata interpretazione dell' iconografia sia con la logica ergonomica della disposizione ottimale dei rematori sui tre livelli in scafi adeguatamente variati.

 

 

La prima quadrireme è stata cartaginese, quindi sulla base della trireme fenicia e non sulla base della trireme greca (ateniese), come sostenuto invece dal Rondelet (1820) in poi. J. S. Morrison fece giustizia della confusione tra le due triremi originarie. Basch documenta esaurientemente questo sviluppo fenicio dalla trireme alla quadrireme e azzarda ipotesi di tattica navale  (ibidem, p. 340), che ci trovano concordi, differenti da quelle soprattutto di rostro della trireme greca, e anticipando al IV- V sec. non solo tecniche diverse di imbarco fanti e arcieri ma anche di reclutamento equipaggio. Certo quest'ultima tesi (più mercenari al remo e minore specializzazione che con i cittadini- rematori, cosa essenziale, quest' ultima, richiesta dalla trireme greca) ci trova alquanto scettici. Ma anche accettandola, è compatibilissima coi due livelli di rematori sovrapposti, e non solo con l'unico livello proposto inizialmente dal Basch. Vi è forse ragione nel parlare di quinquereme- unireme (a un solo livello) della 1. generazione per l'invenzione siracusana sotto Dionigi il Vecchio, forse perchè lì si partiva da zero con una trireme meno larga e con gli altissimi costi documentati. Ma non poteva essere altrettanto per i Punici (e i Romani del 260 a.C.), che probabilmente conobbero direttamente, o comunque già prima, la quinquereme- bireme della 2. generazione. Anche perchè le quadriremi e le quinqueremi erano ormai di tanto precedenti alle guerre puniche anche in quelle regioni (Fenicia, Egitto) da sempre all'avanguardia nelle costruzioni navali. Basch documenta quadriremi e quinqueremi tra i Fenici nel 330- 315 a.C., così come documenta la caratteristica, più antica, trireme fenicia (cit, pp. 328-333, ill. 703-715) per l'esplicito modello di Hermanthis (Erment in Egitto), modello n.5487 del Museo Nazionale di Copenhagen. Proprio in seguito alla ricostruzione delle differenze tra trireme fenicia e trireme greca (ibid., pp. 331- 334), l'invenzione cartaginese della quadrireme sulla base della più capiente trireme fenicia convalida tanto più, secondo noi, la tesi della possibilità di un vogatore aggiunto di fianco al precedente almeno nei due livelli superiori.

 

E' stato ormai documentato dagli archeologi per il IV secolo, sulla base dell'iconografia, uno sviluppo delle quadriremi fenicie dal modello specifico di trireme fenicia diverso dallo sviluppo di quadriremi greche sulla base del modello caratteristico di trireme greca.

Ciò conferma indirettamente la nostra tesi sulla differente predisposizione tattica tra navi fenicie (e punico-romane) e navi greche. Il Basch, ad esempio (BASCH, cit., p. 340), afferma che, sulla base delle loro tradizioni marittime peculiari, mentre la trireme greca puntava essenzialmente sullo speronamento e sull'agilità di manovra, la trireme fenicia era più pesante e il suo ponte più massiccio per l'imbarco di soldati e arcieri: ciò "faceva presumere una tattica differente" (ibidem). In base a tale tipo di tattica, la trireme fenicia fu quella più suscettibile di perfezionarsi a un livello più grande, con più rematori (ma perchè per forza su un unico livello?) e con un ponte più largo e più alto, idoneo al maggior numero di fanti imbarcati. La nostra opinione personale è che questa giusta analisi del nascere della quadrireme punica sulla base della tradizione fenicia pure per quel che riguarda le tecniche di lancio (se non parimenti di imbarco), verrà poi storicamente capovolta con la comparsa della quadrireme e della quinquereme siracusana, in un periodo storico in cui tutto ellenistico (ellenistico e siracusano) sarà il massimo sviluppo della scienza balistica antica. E' chiaro che le tecniche (soprattutto di lancio) siracusano- ellenistiche hanno riscontro, a Oriente, in quelle fenicie e di Rodi, oltre che Macedoni, ma non più, dal IV e III secolo, in quelle occidentali puniche. Il ponte più largo e massiccio delle quadriremi puniche resta peculiare, ma non competitivo con le qualità di velocità e di lancio delle navi di Siracusa e di Rodi già dal 300 a.C.

Trasformare la trireme fenicia in quadrireme e quinquereme doveva essere estremamente semplice e poco costoso, senza mutare essenzialmente lo scafo e riducendo (ci pare la cosa più plausibile, di contro allo stesso Basch) la nave a due livelli, con due rematori per remo. Basch dice che non solo cittadini, ma anche mercenari  erano reclutati dai Cartaginesi nei momenti difficili, e anche a questo si prestava il remeggio della quadrireme punica, rispetto alla specializzazione richiesta dalle città greche per le loro triremi. Ma pur concedendo che era ben difficile per i Cartaginesi battere in agilità, in Sicilia, le triremi greche senza ricorrere a un nuovo espediente, anche in una quadrireme con due livelli il risultato era confacente, sia riguardo alla "minore specializzazione" dei rematori, sia, e ancor più, riguardo alla velocità di un simile scafo.

La risposta cartaginese alle quinqueremi di Dionigi sarà stata di ben poco differente dalla quadrireme punica: e Polibio evidenzia o la lentezza "strutturale" di tale scafo sia cartaginese che romano anche nella prima guerra punica, o i minimi elementi (pesantezza dello scafo e qualità del legname) che rendevano un modello più veloce anzichè un altro, senza enormi, evidenti differenziazioni di rendimento se non in modelli speciali (e forse ellenistici più orientali) quali quello "rodio" del cartaginese Annibale Rodio. E' quindi parimenti una forzatura vedere una quinquereme siracusana a un unico livello solo perchè a un livello sarebbe stata la quadrireme punica. Una quinquereme punica della 1. generazione (per dirla alla Basch) avrà avuto perciò generalmente due livelli sovrapposti, aumentando solo un vogatore per la velocità e la forza nello speronamento imposte dalle quinqueremi avversarie siracusane. Novità ulteriore poteva derivare alle quinqueremi della seconda generazione, che compaiono alla fine della prima guerra punica (e che sono più veloci) non tanto dalla differenza nel numero dei livelli di rematori (e caso mai in più e non in meno), ma dalla qualità della struttura (di tipo rodio) e nello scafo meno massiccio anche per la differenza del rostro, rinunciante all'appuntito ma più pesante e lungo rostro fenicio (e alla sua particolare connessione con lo scafo) per un rostro di tipo ellenistico . La presenza di tale rostro fenicio e massiccio, nella Cartagine del III secolo a.C. (BASCH, cit.,  ill. 830- 833, p. 399) nelle navi mercantili o in navi da guerra di tipo "arcaico" (ibid., ill. 825- 826, p. 397) è conferma di ciò , là dove non vi erano impellenze belliche a spingere per maggiori innovazioni.

Innovazioni di tipo "ellenico" erano peraltro già state introdotte in Oriente, in Fenicia (a Sidone), dal 350 a.C. (Ibid., pp. 338- 339), e in Fenicia, per il rostro, specie dal 260 in poi. Si può anche concedere che le quinqueremi di Sidone (di Abdastoret II e di Tennes) fossero quinqueremi fenicie della "generazione zero" con un solo livello di rematori, 5 per lato ad ogni remo: ma ciò non può che stridere con i documenti iconografici espliciti con due e tre livelli sovrapposti già nelle navi fenicie del VII secolo a.C.

E volendo rispondere ancora a Basch (nella sua p. 340), perchè assolutamente i tre piani della trireme fenicio- punica (fosse pure essa così massiccia da facilitare un quarto banco di rematori) dovevano subito ridursi a uno anzichè semplicemente a due? Caso mai le quinqueremi siracusane  (molto più costose e innovative nella costruzione, secondo le fonti, e non dovremmo dubitarne, dato l'alto livello della equipe di tecnici di Siracusa) potevano essere esse stesse, se non a due, con diversa soluzione dei piani di rematori.

Accettando inoltre le ipotesi sul "tipo rodio" di quadriremi e quinqueremi ellenistiche, dissentiamo che la differenza di questo tipo debba solo identificarsi con un modello a due livelli rispetto agli altri iniziali modelli occidentali e orientali a un livello.

Tale differenza ci pare più probabilmente legata alle caratteristiche di leggerezza, di stagionatura, di lavoro di carpenteria e di modello (o design) più competitivo per velocità e manovrabilità, anche in base allo schema comparato del Basch (ill. 774 n. 1, p. 362) in cui una pesante e squadrata (almeno per il posticcio dei remi) galera quinquereme francese a un solo livello, del XVII secolo, non ha l'eguale con la linea slanciata (e la sinuosità e l'aderenza del posticcio) della grande nave a due livelli del monumento di Samotracia.

XVII QUINQUEREMIS -LA QUINQUEREME.

I 286 rematori della quinquereme, secondo Foley e Soedel, presuppongono i 31 remi per fianco del piano (livello) superiore della trireme con una fila di rematori in più per lato (in tutto, 62 in più) e 27 rematori in più per lato in uno dei due piani inferiori. Teoricamente, supponendo 3 livelli sfalsati di rematori, 31 remi per fianco con due rematori ognuno nel piano superiore, 28 remi sempre per fianco con due rematori ognuno nel piano intermedio e altri 28 con un rematore ognuno nel piano inferiore. Quindi 62 rematori per fianco al livello superiore, 56 nel livello intermedio e 28 nel piano inferiore (sui due lati, rispettivamente 124, 112 e 56). I 300 rematori per quinquereme di cui parla Polibio a Capo Ecnomo non contrasterebbero con quest'ultimo totale (292), ma anche i 286 rematori di una quinquereme su due livelli (29 remi per fianco al livello superiore con tre rematori ognuno e 28 remi nel piano inferiore con 2 rematori ognuno) sembravano ipotizzabili, in quanto (sulla scia degli stessi Foley e Soedel) si poteva propendere- già per le prime quadriremi romane fino alla metà della I. guerra punica (250 a.C.)- per due piani di rematori, con scafo più massiccio e largo sul tipo punico, di contro allo scafo più alleggerito, forse più stretto, più veloce e più alto della quadrireme con tre ordini di remi sovrapposti.

Ma si può sostenere ormai (e lo spiegheremo bene più avanti)<![if !supportFootnotes]>[82]<![endif]>77 che tre erano gli ordini di remi dislivellati delle quinqueremi puniche (e romane) durante le guerre puniche con migliorie e alleggerimenti dello scafo che resero maggiore la stabilità in alto mare e comunque maggiore la velocità.

Certo Foley e Soedel osservano che per i Romani ( e i Cartaginesi) la quinquereme con scafo più largo era preferita per una maggiore capacità di trasporto di fanti di marina (per l'arrembaggio); e che per loro la velocità era meno importante della simulazione in mare del combattimento terrestre (cosa senz'altro verissima nelle guerre puniche)<![if !supportFootnotes]>[83]<![endif]>78. Ma (pur tralasciando le varianti e novità introdotte dai Romani nelle loro flotte dal 242 a.C. in poi) qualsiasi scafo allargato fino a contenere 5 rematori per remo affiancati o più di due affiancati per lato avrebbe compromesso, soprattutto in un secondo tempo (appunto dal 242) troppo la velocità, che fu invece accresciuta ridando ai Romani un margine in più di manovra e di aggressività per lo speronamento nella battaglia delle Egadi (241 a.C.) contro i sempre abilissimi Cartaginesi <![if !supportFootnotes]>[84]<![endif]>79.

 

FIG. RICOSTRUZIONE TRADIZIONALE DI UNA QUINQUEREME CARTAGINESE (anche in BRIZZI)

Su questa nostra ultima riflessione è necessario aprire una parentesi. Dobbiamo cioè vagliare, sulla scorta delle notizie dirette di Polibio circa lo sviluppo della flotta romana del 242 a.C. - in base al modello specifico (ma non certo esclusivo) di quadrireme in uso tra i Punici- tutte le possibili ipotesi e varianti costruttive e confermare, fonti "letterarie" alla mano, la nostra tesi sulle possibili conseguenze tattiche che le novità (nella costruzione delle singole navi della flotta romana) determinarono.

Tralasciamo, per poter fare ciò, e comunque per un diverso metodo d'indagine, tutta la vasta iconografia (soprattutto monetazione e bassorilievi) e l'aspetto più ingegneristico navale o gli schemi del remeggio analizzati in maniera risolutiva da Ascani, con un metodo che permette risposte più documentabili e prove comunque inoppugnabili; ma a cui noi, per parlare della quinquereme romana precedente e successiva alla battaglia delle Egadi, non faremo più alcun diretto riferimento in alcuni paragrafi.

 

 

FIG. La 5 ordini in Tenne

 

L'opera più recente del Beike (cit., pag. 112) attribuisce alla pentera (quinquereme) una disposizione dei rematori su tre livelli, circa 500 tonn. di stazza, una lunghezza di più di 50 metri e larghezza fino a 8 metri. 310 i rematori, 18  i soldati e 47 gli ufficiali (?) <![if !supportFootnotes]>[85]<![endif]>80.

Avendo già sottolineato la velocità maggiore del nuovo tipo di nave che i Romani copiarono (seppure in forma di quinquereme), vedremo come nella battaglia navale delle Egadi del 241 a.C. tale aumento di velocità (ma solo parzialmente di governabilità e stabilità, che dipese soprattutto dal miglior allenamento dei rematori) fece cambiare l'impostazione tattica del combattimento e la tecnica di attacco da parte dei Romani. Il Beike (cit., pp. 120- 122) osserva per la battaglia navale di Drepano del 249 che, non essendo i comandanti romani e i marinai all'altezza anche per le gravi perdite precedenti, molto probabilmente non vi fu anche allora l'utilizzo dei corvi: e certo allora fu solo per impossibilità. Il Thiel <![if !supportFootnotes]>[86]<![endif]>81 conferma l'abolizione dei corvi nelle quinqueremi del 243- 242, come già a Drepano, dove ciò fu disastroso perchè le navi romane erano ancora pesanti e poco manovrabili a differenza di quelle nuove copiate dal Rodio (Ibidem, pag. 305).

 

 

FIG.- Gli ordini di remi secondo Foley e Soedel (cit.) (in Brizzi, cit.).

XVIII REMIGES IN POLIREMIBUS -LE NAVI SUPERIORI ALLE QUINQUEREMI.

Torniamo dunque a ribadire che l'accrescimento dello scafo necessario alla quinquereme (e alla quadrireme) per ottenere la stessa stabilità in acqua della trireme è comunque inferiore all'ulteriore allargamento dello scafo necessario per navi con più di due rematori per banco ad ogni remo,se i rematori erano diventati due anche nel livello più basso dei tre piani di banchi.

Uno scafo largo della quadrireme e della quinquereme di concezione punica era dunque sempre meno largo degli scafi con maggior numero di vogatori delle flotte ellenistiche, i cui rematori, dovendo stare in piedi nel momento della vogata per risedersi subito dopo e riprendere lo slancio per l'ulteriore vogata, erano più adatti per le distanze contenute del Mediterraneo orientale,con rotte sotto costa o tra arcipelaghi. E ciò vale anche nel caso di flotte magno- greche (in primo luogo siracusane) e dei popoli dell'Oriente ellenistico con un banco unico di rematori (da 8 fino a un massimo di 16 nei due lati complessivamente) affiancati.

Ribadiamo questo concetto per sottolineare che la disputa sul numero dei livelli di vogatori di quadriremi e quinqueremi ellenistiche, puniche e romane con la relativa larghezza degli scafi, non può mutare il fatto che le navi più grandi, con qualsiasi numero di ordini di remi e di livelli di rematori, avevano comunque lo scafo più largo e caratterizzavano il nerbo militare e le tattiche di combattimento delle flotte orientali ellenistiche. In questo ultimo contesto si inseriscono infatti le nostre illazioni filologiche (sulla base del Brèal) relative al termine "stlata".

Quindi, ricapitolando, per le flotte ellenistiche, più ordini di remi (con scafo più largo e più soldati), con meno velocità e più macchine da lancio contro lo speronamento (ciò non vale naturalmente per le navi più piccole fino alle triremi, fossero esse degli ellenizzati Illiri o di tutti gli altri popoli ellenistici).

Per le flotte romane e cartaginesi, velocità intermedia, per consentire lo speronamento più che lo scontro con le macchine da lancio, scafo largo ma non troppo e solo in considerazione del trasporto truppe e dell'abbordaggio.

 

FIG.- Il basamento della Nike di Samotracia, polireme rodia, come una 7 ordini (heptera).

E' evidente che la necessità di tattica bellica delle flotte occidentali (almeno durante le guerre puniche) erano differenti da quelle orientali. La guerra più feroce e all'ultimo sangue tra Punici e Romani comportò minor cautela e minor rispetto della vita di ciurme, rematori e soldati, di contro all'evoluzione delle flotte ellenistiche, che, coinvolte in guerre assidue ma meno implacabili, con più tradizionale stabilità internazionale <![if !supportFootnotes]>[87]<![endif]>82 e comune matrice culturale, vedevano nelle guerre sia terrestri che navali del bacino orientale non carneficine indiscriminate <![if !supportFootnotes]>[88]<![endif]>83, bensì falangiti contro falangiti, Macedoni o mercenari spartani mai mandati allo sbaraglio e indigeni o contadini di rado armati e raramente mandati allo sbaraglio. Invece Punici e Romani, specie con le flotte, non lesinarono ecatombi di cittadini propri e altrui nella guerra. Da ciò, pensiamo noi, anche quella differente concezione di guerra navale e di organizzazione delle flotte che nel mondo orientale ellenistico vedeva navi maggiori, meno affondabili, più lente ma più sicure (già vere fortezze galleggianti) non mandate allo sbaraglio nè per imperizia di ammiragli improvvisati (i consoli) e piloti inesperti <![if !supportFootnotes]>[89]<![endif]>84, nè per necessità di massicci e lunghi spostamenti mediterranei. Questa potrebbe essere una spiegazione di ordine più generale (cioè più politico- strategico) che unita alle osservazioni dei dati delle fonti tenta di dare una forse impossibile risposta all'annoso quesito (enigma per gli specialisti della materia) del perchè dal 300 al 200 a.C. le flotte orientali ellenistiche si volsero tutte a navi più grandi e lente (con macchine da lancio e d'assedio sofisticate), con più ordini di rematori, con qualità e prerogative di combattimento incredibilmente antitetiche a quelle che avevano fatto della trireme la dominatrice del Mar Mediterraneo per almeno 250 anni.

 

FIG.- Rilievo di Eleusi di recente scoperta.

Prima di tornare al nostro assunto, sulla possibilità di ricostruire la caratteristica delle quadriremi e quinqueremi delle flotte cartaginesi e romane, continuiamo ad esaminare la questione del numero dei livelli di rematori più documentato nelle navi superiori alla trireme.

Se esaminiamo una grande polireme contemporanea al periodo delle guerre puniche, la Isis di Tolomeo II Filadelfo (283- 246), ritrovata nel 1982 in una raffigurazione ellenistica sul Mar Nero, in Crimea, notiamo che è su tre livelli sovrapposti e lo scafo è indiscutibilmente più grande di qualsiasi trireme. Vi è la sicurezza degli studiosi ( L. Basch, The Isis of Ptolemy II Philadelphos, MM 71, 1985, n.2) di trovarci dinanzi a una grande polireme con tre ponti (probabilmente la "venti ordini" di Tolomeo II). Alcuni dati indiscussi farebbero capire come a metà del III secolo (l'affresco è datato 275- 250 a.C.) tecniche di costruzione a tre ponti fossero sviluppate anche per le poliremi maggiori (la "20" ordini aveva, a titolo d'esempio, 7+7+6 rematori sovrapposti per lato, per almeno 25 remi per lato; in totale 75 remi per lato, 150 sulle due fiancate e 1000 rematori). Anche in base a ciò è molto difficile non credere a quinqueremi - in modelli più o meno diffusi - su tre ponti. Perchè le quinqueremi sarebbero dovute essere unicamente, fino al 242, almeno per Punici, Romani e Greci (compresi i Siracusani e esclusi i Rodii) su un solo livello, come sostiene il Basch?

 

FIG. PONTO EUSINO E BOSFORO CIMMERIO (Musti)

Pur restando interdetti sul perchè, nonostante le dimensioni della Isis fossero idonee alle tattiche navali ellenistiche con baliste e catapulte <![if !supportFootnotes]>[90]<![endif]>85, cioè per il combattimento a distanza, questa nave non è raffigurata con tali armamenti, si è ben notato (BASCH, cit.,  p. 493) che la caratteristica di nave reale (col simbolo anche sopra essa raffigurato) e di rappresentanza dell'Egitto che tale polireme doveva avere presso un re sul Mar Nero, in occasione almeno della raffigurazione, giustifica l'assenza di tali armi.

XIX ROMANA QUADRIREMIS ANNO CCXLII A.CH.N. -NUOVI MODELLI DI QUADRIREME E QUINQUEREME COPIATI DAI ROMANI NEL 242 A.C.

Abbiamo parlato finora delle congetture più plausibili per ricostruire la quinquereme (e parallelamente la quadrireme) utilizzata dai Romani all'inizio della prima guerra punica e fino al 242 a.C.

Ricapitolando brevemente (e sottintendendo quindi l'esclusione di altre possibilità): quadriremi con almeno due banchi di rematori dislivellati e quinqueremi a due o tre banchi.

Osserviamo ora come, secondo  la nostra analisi, un raffronto che tenga conto di molteplici elementi (ricostruzioni scientifiche moderne ed elementi forniti implicitamente soprattutto da Polibio e da Livio) potrebbe aiutarci a congetturare dal punto di vista storiografico, se non a ricostruire esattamente, le innovazioni e modificazioni apportate dai Romani alle loro navi dal 242 a.C. in poi, o almeno il tipo di nave di linea,essenzialmente quinquereme,da loro utilizzato alla fine della prima guerra punica,per tutta la seconda guerra punica e nelle guerre in Oriente dal 200 a.C. in poi.

Abbiamo parlato anche di congetture e dei riferimenti antichi solo "impliciti", perchè purtroppo mancavano (prima delle ricerche di Ascani) elementi chiari ed espliciti, anche nell'iconografia, per ricostruire l'esatta forza motrice di quelle navi. Anzi, "soprattutto" nell'iconografia, data la consapevolezza che gli antichi autori avevano (scrivendo ma soprattutto raffigurando schematicamente e simbolicamente) del fatto che il loro pubblico era ben informato della "forma" reale di quelle navi. Un domani anche noi, senza foto chiare o istruzioni specifiche, non capiremmo bene la differenza tra una Lancia Flavia e una Cadillac. Per Fenici, Punici e Greci, ad esempio, o per l'ultimo degli abitanti di Atene, le loro triremi erano una realtà tanto quotidiana e scontata visivamente da richiedere tanto meno pretese di precisione e di dettagliato realismo. Inoltre e soprattutto, per l'arte e la prospettiva dell'epoca, era gravemente antiestetico e inutile raffigurare i 170 remi di una normale trireme o il groviglio di remi di navi maggiori. Solo dopo 1400 anni Morrison e pochi altri sono riusciti a connettere gli ultimissimi tasselli per la ricostruzione precisa della trireme ateniese.

Sulle vele (quantità, utilizzo, collocazione e potenziali velocità fornite) e su molte navi da trasporto si sapeva quasi tutto. Ma sulla disposizione dei rematori mancavano fino ad oggi elementi più precisi tra le possibili varianti utilizzate da Romani, Punici e popoli ellenistici.

Tuttavia, se rileggiamo con molta più attenzione Polibio in I, 60- 61, possiamo cogliere alcune differenze tra la nuova flotta romana costruita nel 242 e impegnata nella battaglia delle Egadi e quella romana precedentemente vista per esempio nel 256 a Capo Ecnomo. Entrambe le flotte erano di quinqueremi, ma le nuove quinqueremi che copiano la quadrireme di Annibale Rodio <![if !supportFootnotes]>[91]<![endif]>86 hanno certo la struttura differente (per scafo e velocità) che già abbiamo cominciato a delineare; e probabilmente hanno anche una differente funzione tattica.

Riguardo alla struttura dello scafo, da Polibio I, 47 si capisce che la velocità non era merito della perizia dei rematori quanto della struttura della nave. Infatti, subito dopo aver catturato una quadrireme simile a quella di Annibale Rodio, i Romani hanno propri rematori con una "bravura" tale da raggiungere finalmente quella nave velocissima: se dipendeva veramente solo dai rematori, in poche ore non si sarebbero ottenuti tali progressi mentre precedentemente gli stessi rematori (i migliori della flotta romana) restavano addirittura "impietriti" dinanzi alla velocità della nave nemica. E' dunque questione di scafo e probabilmente di disposizione dei rematori per trarre il miglior vantaggio dallo scafo più leggero, più stretto e più veloce di altri differenti modelli di nave. Purtroppo, che Polibio, in I, 47 a proposito di una nave gemella di quella del Rodio,si esprima con il termine "nave a quattro banchi di rematori",non basta a spiegarci se si tratta dell'accostamento o dell'inclinazione di più file di vogatori affiancate o di due o tre livelli sovrapposti.

Certo, in Polibio I, 44 e 46, che i Romani restino "sbalorditi" e "impietriti dall'ardimento" nemico è riferito anche alla capacità dei Punici di sfruttare, senza compromettere la stabilità della nave, i venti e le correnti più favorevoli. Ma anche qui è impensabile una perizia dell'equipaggio e del capitano disgiunta da una idonea e particolare struttura delo scafo. Da Polibio I, 51 si desume che anche alla battaglia navale di Trapani  (quindi sempre prima dell'uso della nuova flotta) vi era inferiorità delle navi romane sia per la "pesantezza dello scafo"- che le rendeva "di gran lunga" meno veloci di quelle puniche- che per l'imperizia dei rematori.

Dando quindi per scontato che anche di differenze strutturali e costruttive si tratta, vediamo se,con la nuova flotta del 242, alcuni elementi della inferiorità delle navi romane vadano scomparendo solo per quel che riguarda la velocità o anche per quel che concerne la stabilità e la manovrabilità.

La velocità maggiore delle nuove navi romane è ribadita da Polibio non solo rispetto alle quadriremi puniche finalmente raggiunte e catturate a Trapani nel 242 ma, ci sembra, anche rispetto alla impostazione tattica diversa che la flotta romana assume nella battaglia delle Egadi dell'anno successivo (241 a. C.). Possiamo osservare come precedentemente a Milazzo, a Tindaride (di fronte alle Lipari),a Capo Ecnomo,a Capo Ermeo e a Trapani l'uso dei "corvi", cioè dei ponti mobili per l'abbordaggio, fu prevalente per arginare la maggiore velocità e abilità delle navi puniche, facendo viceversa risaltare la superiorità  nel combattimento terrestre (corpo a corpo) dei fanti romani. Non ci sembra quindi casuale che nelle battaglie suddette l'abbordaggio e l'occupazione del ponte nemico da parte dei Romani prevalesse nettamente sullo speronamento e sull'affondamento coi rostri. E l'interpretazione dei passi di Polibio a proposito è chiara. D'altro canto, anche osservando nel campo nemico,quello punico,non è decisivo ma neanche inutile notare come a Capo Ecnomo,ad esempio, la totalità delle perdite navali romane (24 quinqueremi) causate dai Cartaginesi, fu per affondamento,e nessuna per cattura (evidente quindi,da parte punica, l'uso prevalente dello speronamento,che richiedeva più destrezza di manovra).

Invece, sia per i dati finali che per lo svolgimento stesso della battaglia delle Egadi ci pare che questi risultati si invertano, aumentando da parte romana lo speronamento e l'affondamento delle navi nemiche rispetto alla cattura di navi con gli interi equipaggi. Già i dati numerici delle perdite puniche in Polibio I, 61, Eutropio II, 27, 2, Orosio IV, 120, 7 e Diodoro XXIV, fanno risaltare una percentuale molto maggiore di navi speronate e sommerse rispetto alle battaglie precedenti, anche se in Polibio la cifra delle navi prese dai Romani con gli equipaggi (70) supera quello delle navi affonate (50) e anche se il console Lutazio ha il problema non indifferente di riequipaggiare le navi catturate e di concentrarne i numerosi prigionieri. Ma proprio in Polibio, all'inizio della sua descrizione della battaglia, si sottolineano elementi differenti rispetto all'impostazione delle battaglie navali precedenti.

Il primo elemento è l'evidenziare che le navi "cozzarono" direttamente le une contro le altre (almeno secondo quanto desideravano i Punici) mentre in precedenza la paura diretta dei corvi rendeva i medesimi Punici più circospetti nell'uso della loro stessa tattica vincente,cioè lo speronamento.

Il secondo elemento è che Annone e i Punici escludevano di venire affrontati subito dai Romani a causa della tempesta in corso: il console Lutazio (pensava certo Annone) non avrebbe rischiato la flotta in un mare gonfio e agitato (col vento favorevole solo per i Punici) sia per problemi di manovrabilità delle navi sia perchè l'uso dei corvi sarebbe stato ancor più problematico con flutti così forti.

Ammesso che Annone sapesse che le nuove navi costruite dai Romani avevano maggiore stabilità e rematori più esperti, la sicurezza degli intelligenti e previdenti Punici non si sarebbe spiegata se la tempesta in corso non fosse stata un effettivo impedimento alle manovre dei Romani. Da ciò che dice  acutamente Polibio, il piano dei Punici, molto lucido, sarebbe andato in tal caso sicuramente in porto: evitata prudentemente dai Romani la battaglia, i Cartaginesi, approdati a Erice e sbarcati gli eccessivi carichi di approvvigionamenti, avrebbero avuto navi leggere e agilissime,  imbarcando  il  meglio  delle  forze  di  fanteria dell'invincibile Amilcare e affrontando poi i Romani in queste condizioni molto favorevoli. Se Lutazio rischiò invece subito ai limiti dell'imprevedibile (la tempesta, la conseguente scarsa tenuta delle navi e il non utilizzo dei corvi) e se soprattutto la sua temerarietà ebbe buon esito, ciò significa che la nuova tecnica costruttiva delle navi romane e la migliore "esercitazione ai movimenti concordi" dei rematori facevano sperare, almeno in parte, di affrontare immediatamente i Punici non solo con parità di rendimento nella tecnica costruttiva delle navi ma addirittura con superiorità sulla flotta punica molto appesantita dai rifornimenti per Erice e con fanti imbarcati mai validi quanto quelli ancora a terra di Amilcare o quanto quelli romani. La buona tecnica costruttiva delle navi (dopo i numerosissimi e tremendi naufragi subiti in condizioni anche meno rischiose dalle precedenti flotte romane durante la guerra punica) doveva basarsi sul fasciame forse meglio stagionato, ma soprattutto (lo dice esplicitamente Polibio) sullo scafo più leggero e manovrabile, più stabile e più veloce dei precedenti.

Il terzo elemento da considerare è che Polibio evidenzia come, immediatamente all'inizio della battaglia, la superiorità dei Romani è palese: ed "all'inizio della battaglia" significa sia al primo impatto (navi "sommerse") sia in tempi così rapidi da porre in secondo piano acerrimi combattimenti sulle tolde delle navi tra i soldati di marina: per quanto numerosi e importanti tali combattimenti siano stati, anche l'uso dei corvi doveva essere reso più arduo dalla tempesta. Oltretutto, proprio con questa battaglia i corvi scompaiono come protagonisti degli scontri navali. Mentre precedentemente, fino alla battaglia del promontorio Ermeo (escludiamo quella posteriore di Trapani per l'estrema particolarità e irregolarità del suo svolgimento, con le navi romane incagliate sulla riva e impossibilitate a manovrare), la tattica dei corvi è sempre posta, direttamente o indirettamente, in risalto <![if !supportFootnotes]>[92]<![endif]>87.

 

FIG. BASSORILIEVO ROMANO: EVIDENTI I TRE ORDINI SOVRAPPOSTI

Pur se rimaneva difficile rispondere  con precisione al quesito che  ci siamo posti, sulla effettiva disposizione dei banchi di rematori in base alle differenti caratteristiche di navi con lo stesso nome (diversi tipi di quadriremi e diversi tipi di quinqueremi), sono per ora chiare le più generali differenze strutturali tra la vecchia e la nuova flotta romana nella prima guerra punica,e il punto di svolta operativo rappresentato dalla battaglia delle Egadi.

E' chiaro che la normale velocità delle  navi  puniche  (senza i grandi carichi per Erice) sarebbe stata comunque a mala pena eguagliata dalle nuove navi romane (a parità di condizioni, non più agili nel  movimento di  quelle  puniche,  fa capire Polibio in I, 60). Il margine di rischio non sconsiderato di Lutazio doveva perciò basarsi (oltre che sulla speranza di avere superiorità in velocità e agilità là dove ancora era difficile ottenerne "se non si sfruttava subito l'occasione rara e propizia") anche sul fatto che una maggiore stabilità dello scafo e l'uso meno fondamentale (e in questa battaglia più incerto) dei corvi dovevano essere innovazioni affidabili nella costruzione delle nuove navi romane.

Le navi romane distrutte da tempesta anche non durante battaglia (e nessuno, di regola, dava battaglia col mare mosso, a costo di aspettare giorni prima di scontrarsi)<![if !supportFootnotes]>[93]<![endif]>88 erano già state molte centinaia nella guerra. E il calcolo di rischio di Annone di venire attaccato non poteva non tener conto degli scafi romani in rapporto alla tempesta in corso. Che Lutazio affrontasse tale rischio non può spiegarci tutto sulle nuove  tecniche costruttive (migliore stagionatura del legno, fasciame, larghezza e robustezza dello scafo) ma dal punto di vista dei livelli e della disposizione dei rematori, che è il quesito che qui più ci interessa, è un ulteriore tassello per affrontare tutte le possibili ipotesi  plausibili  ed evitare quelle comunque più azzardate.

 

FIG. CISTA FICORONI: I TRE LIVELLI DI REMEGGIO (BASCH)

Noi dobbiamo mettere in relazione il "cambiato metodo di costruzione delle navi"(come dice Polibio) alle Egadi e l' "aver eliminato ogni peso di materiale navale non indispensabile" (che prima appesantiva sempre troppo gli scafi romani) col modello particolare di quadrireme di Annibale Rodio. Abbiamo esaurito il discorso sulla maggiore velocità di tale modello, che si risolve nel più leggero tipo di scafo, con differenze distruttura e disposizione dei rematori su più livelli.

Molti elementi ci fanno concludere che l'innovazione nelle quinqueremi romane del 242 consisteva nei seguenti fattori: a) in una diversa struttura dello scafo (più penetrante nell'acqua in seguito alla vogata),in un alleggerimento del materiale e in una eliminazione della eccessiva pesantezza delle navi sottolineata da Polibio anteriormente al 242 più che posteriormente a tale data (anche se ancora nel 190 a.C. Livio evidenzia spesso la maggiore pesantezza delle quinqueremi romane rispetto alle quinqueremi, quadriremi e triremi ellenistiche, e non soltanto di Rodi); b) in una diversa disposizione dei rematori (e dei loro banchi) in modo esteriormente visibile lungo lo scafo della nave.

Ma non anche, come innovazione, in una diminuzione (per intenderci, a 1 o a 2) dei precedenti livelli di banchi di rematori, diminuzione impossibile per i motivi che abbiamo precedentemente spiegato.

XX HANNIBALIS RHODII QUADRIREMIS -DALLA QUADRIREME DI ANNIBALE RODIO ALLA QUINQUEREME ROMANA DEL 242 a.C.

Sia pure pensando che nel 242 si affrontò e si risolse soprattutto il problema della pesantezza degli scafi, rendendoli parzialmente migliori per qualità di materiale e affinamento dello scafo (con guadagno di velocità), come collegare tutto questo al modello "diverso" (sicuramente anche per una forma esteriore visibilmente riconoscibile, magari per i livelli di rematori <![if !supportFootnotes]>[94]<![endif]>89) che la quadrireme del cartaginese Rodio aveva rispetto alle quadriremi romane precedenti ?

Anche qui è plausibile rispondere che un passaggio, esteriormente molto visibile, da due o tre livelli di rematori in un tipo precedente di quadrireme punica già in uso tra i Romani fino al tipo di quadrireme punica del Rodio con due o tre livelli di rematori, non contrasta con ulteriori considerazioni sulle quinqueremi,visto che finora solo di quadriremi si tratta. In realtà è probabile, evitando altre risposte impossibili o non suffragabili in alcun modo, che le quinqueremi romane, già a due o tre livelli (come quelle puniche) prima del 242, cioè prima dell'utilizzo su vasta scala del modello di quadrireme del Rodio, copiassero da quest'ultimo non solo la medesima disposizione dei rematori su due o tre livelli sovrapposti (fin qui nessuna grande innovazione, e neppure Polibio si sofferma a proposito) ma soprattutto "la quantità di legname usata nella costruzione dello scafo", per dirla con Foley e Soedel quando accennano a uno degli elementi che, anche mutando in minima parte, potevano determinare non solo l'altezza metacentrica della nave (maggiore stabilità senza la perdita di almeno un 14% in più di velocità rispetto alla trireme), ma anche variazioni di 5 o 6 chilometri all'ora nella forza del vento capace di rovesciarla. Date le dimensioni delle quinqueremi  (secondo l'equivalente voce nella Enciclopedia Treccani: per maggiore spazio utile alle macchine da lancio; secondo altri: per avere maggiore velocità della trireme negli spostamenti e nello speronamento; ma da Polibio I, 63 si arguirebbe comunque una notevole maggiore dimensione, quando dice che "si rimane naturalmente attoniti esaminando la prima guerra punica... se si tien calcolo delle differenze fra le quinqueremi e la trireme" usata nelle guerre precedenti <![if !supportFootnotes]>[95]<![endif]>90 pareggiarle come stabilità alle triremi, che reggevano venti fino a 60 km orari, era sì un buon risultato ingegneristico, ma teneva comunque alti i rischi che il mare in tempesta o addirittura l'acqua non del tutto tranquilla compromettessero le flotte e impedissero le battaglie navali. Ma abbiamo già parlato delle enormi perdite romane per tempeste durante la I guerra punica e dell'anomalia della battaglia  delle Egadi. Per quest'ultima, la realizzazione di mutamenti, nella struttura delle quinqueremi romane del 242 a.C., limitati all'utilizzo di quantità e qualità di legname più appropriate alla maggiore velocità- connessa con lo speronamento- e all'esperienza migliore dei vogatori, è esplicitamente confermata da Polibio.

 

 

 

 

 

 

FIG. Abbozzi originali dell'architetto Ascani, prima della conclusione dei suoi studi sulla geometria del remeggio, per gli ordini di remi 4 e 5 delle navi da guerra romane durante la prima guerra punica (1990).

 

FIG. Dagli studi di molti decenni al compimento del lavoro con programmi computerizzati: la risultanza della migliore configurazione tra un centinaio possibili, dei dati storici, dell'antica inconografia e del monumento della quinquereme romana 1 a 1 dell'isola Tiberina restituisce con l'Architetto Maurizio Ascani il modello di quinquereme romana che vinse la prima guerra punica, quello copiato dai romani ai cartaginesi nell'ultimo anno della guerra.

Il conio di una moneta punica emessa in Spagna nel 228-221 per Asdrubale Barca (zio di Annibale)<![if !supportFootnotes]>[96]<![endif]>91 col suo profilo e con la raffigurazione di una bella nave da guerra cartaginese con due apparenti livelli di rematori, ha spinto gli esperti alle seguenti considerazioni:

 

FIG. Moneta fatta coniare da Adrubale Barca in Spagna tra il 228 e il 221 a. C., alla vigilia della II guerra punica ;(Müller, NUMISMATICA DELL'AFRICA DEL NORD; BASCH, cit.,  pag. 355, ill.746 e ill.743-745 per monete simili di Asdrubale dai Musei di Parigi e di Londra.

1) la nave è certo una nave grande, forse la più diffusa allora tra i Punici, la quinquereme;

2) questa nave, improvvisamente <![if !supportFootnotes]>[97]<![endif]>92 di rassomiglianza molto più ellenistica che fenicio-punica, è uguale alla nave del monumento di Samotracia (200- 180 a.C), riconosciuta come una quadrireme o quinquereme di Rodi a due livelli;

3) era rinomata ed elevata la qualità delle quinqueremi di Rodi, e una "ammiraglia" di Asdrubale doveva certo avere quelle migliori qualità. Oltretutto già dal 242 anche i Punici dovevano aver ripreso dal loro connazionale Annibale Rodio il suo modello privato (e sicuramente rodio) di quadrireme più veloce e più stabile, copiato dai Romani per vincere la I guerra punica;

4) questa nave di Asdrubale, nel 228, se era di migliore qualità e di "tipo rodio" (o almeno sul modello di quella di Annibale Rodio), aveva sostituito modelli precedenti di quinqueremi più propriamente fenici e punici "a un solo livello di rematori".

Se questi quattro punti degli autori principali della nostra bibliografia sono generalmente convincenti, il primo e il quarto possono però essere discussi.

Così come la nave "rodia" di Samotracia si è ben prestata a una ricostruzione come heptera (a sette ordini di remi) su due livelli (J. Sottas, La Niké de Samothrace, Le Sabord 1933, n. 11; oltre a Tarn e Carlini che non escludevano una "iper-polireme"), noi sappiamo di ammiraglie cartaginesi che furono a sette ordini nella I guerra punica. Potrebbe quindi trattarsi di una polireme (esclusa la trireme), quadrireme e magari sextera o heptera.

 

FIG. Moneta cartaginese dei  Barca in Spagna (Müller, NUMISMATICA DELL'AFRICA DEL NORD; BASCH, cit., pag. 355)

Non è improbabile che, siccome tale nave di tipo rodio era più maneggevole e veloce in battaglia, i cambiamenti rispetto a quadriremi e quinqueremi puniche a due livelli potevano essere cospicui nella prora e nel rostro pur restando i due livelli di una quadrireme fenicia (già, eventualmente, aumentata di un rematore nel livello superiore per farne una quinquereme). Ciò non contraddirebbe neanche Polibio, quando parla di una quadrireme speciale (per i Punici) usata come modello dai Romani per farne una quinquereme speciale.

Certo ciò avrebbe riguardato ancora una assenza dei posticci (apostis) dei remi (cosa che concerneva sia triremi che quadriremi e quinqueremi tipicamente fenicie e puniche), posticci ben marcati nelle navi greco-ellenistiche e anche in questa di Asdrubale.

Una quinquereme punica a un solo livello di rematori ottenibile, dal 400 a.C., con una apostis minima aggiunta allo scafo largo tipicamente punico, rendeva certo più facile e meno costoso adattare una quadrireme punica con un livello trasformandola in quinquereme e rendeva più facile, se il mercenariato fosse stato allora prevalente fra i Cartaginesi per i rematori- al posto dei cittadini marinai- così come lo era per l'esercito, utilizzare mano d'opera meno qualificata e meno allenata perchè meno cointeressata socialmente (Greci e Romani utilizzavano in ogni caso "cittadini", anche alleati). Ma noi vogliamo confutare queste due ipotesi, della quadrireme a un banco unico e del mercenariato tra i vogatori. I Cartaginesi, come gli altri popoli a loro contemporanei <![if !supportFootnotes]>[98]<![endif]>93, privilegiavano i cittadini per il remeggio (ciò è attestato genericamente dalle fonti, e secondo noi confermato proprio dall'inesistenza di notizie relative all'arruolamento dei marinai dei Punici, mentre abbondano infinitamente quelle relative al loro mercenariato).

Inoltre, il posticcio minimo aggiungibile allo scafo più largo punico (BASCH, cit.,  ill. 716 e 725 rispettivamente per la trireme e la quinquereme) non allargava il ponte superiore per usi di guerra, come faceva quello del posticcio per i remi greco; e lo scafo fenicio più largo consentiva comunque di predisporre due rematori affiancati su due livelli, con minimo problema di spazio in larghezza.

Basta seguire tutta l'evoluzione della marineria fenicia già dal secolo VII, in particolare i bassorilievi del regno di Sennacherib (705-681), con scafi massicci e alti, con ponti capienti, con rostri pesanti e con i due e i tre livelli sovrapposti di rematori evidenti nella lettura iconografica del Basch (cit.,pp. 304- 318 e ill. 656- 671), per convincersi di quanto la disposizione su più livelli fu un problema ingegneristico di vecchia soluzione fenicia, anche indipendentemente se lo scafo più largo e più massiccio di quelli della Grecia classica consentiva soluzioni a un solo livello di rematori.

La tesi del Basch (cit., p. 341) sulle quinqueremi puniche e romane a un livello (cinqu- unireme della 1. generazione) e quelle su due livelli di tipo "rodio" (cinqu-bireme della 2. generazione) non ci convincono assolutamente come differenza sostanziale tra le prime quadriremi puniche e le prime quadriremi e quinqueremi siracusane da una parte e il primo e secondo tipo di quadriremi e quinqueremi puniche e romane tra il 260 e il 242 a.C. dall'altra. Per non parlare della persistenza (supposta dal Basch), anche posteriore alla III guerra punica, di quadriremi e quinqueremi romane con un solo livello di rematori nella interpretazione di coniazioni e dei restanti documenti iconografici della Roma repubblicana.

A noi pare che la questione sia notevolmente più complessa, e riguardi sia numerose coniazioni e raffigurazioni repubblicane di navi persino aperte  (senza ponte superiore) a due e tre livelli (documentate dallo stesso Basch), sia navi grandi, catafratte e con torri in cui l'interpretazione superficiale porta a riconoscere un solo livello. Proprio il contrasto tra navi più massicce e corazzate talvolta con un solo livello e navi leggere, aphractae, a due livelli più appariscenti (come quella dell'epoca di Silla dipinta nel tempio della Fortuna a Preneste, e sempre considerata bireme, ma in verità possibile solo come 6, 11 o 12 ordini) o le navi sempre a due o tre livelli anche all'epoca di Traiano, devono far meditare e incanalare in tal senso una ricerca approfondita.

Noi restiamo comunque del nostro avviso. La nave a due livelli (la più documentata dall'iconografia  durante e dopo la II guerra punica, sia tra le consuete "lunghe" catafratte che tra le poliremi più grandi e più corazzate) ha tutti i requisiti per essere riconosciuta come prioritaria anche prima, cronologicamente, della moneta di Asdrubale Barca.

 

FIG. Moneta fatta coniare da Adrubale Barca in Spagna tra il 228 e il 221 a. C., alla vigilia della II guerra punica ;(Müller, NUMISMATICA DELL'AFRICA DEL NORD; BASCH, cit.,  pag. 355, ill.746 e ill.743-745 per monete simili di Asdrubale dai Musei di Parigi e di Londra.

E restiamo dell'opinione che, come per i Rodii  la qualità e la differenza costruttiva derivassero da differenti rapporti scafo- prua- rostro- snellezza del posticcio, etc., più che dai diversi livelli di rematori (almeno al di sotto della sestera), così i mutamenti e le migliorìe delle quadriremi e quinqueremi romane e puniche tra la I e la II guerra punica derivarono più dalle tecniche e dal materiale costruttivo, di carpenteria e di tentativi di "copiatura" di altri cantieri, che non dai due o tre livelli consueti nelle navi dalla bireme in su (la trireme, comunque, sempre a tre livelli).

Se si trattava "solo" di aggiungere o togliere un piano di rematori,per rendere la nave più veloce o più pesante, più potente come "motore" o più capiente come ponte, i Rodii non avrebbero vigilato come segreti militari e di Stato i loro cantieri navali e i loro carpentieri <![if !supportFootnotes]>[99]<![endif]>94.

La differenza tra le flotte puniche e romane prima del 242 e quelle successive a tale data (cioè conseguenti alla fine della I guerra punica) resta quindi per noi legata (in base all'iconografia e a Polibio) a un tipo diverso di scafo e di rostro, copiando (i Punici e i Romani) tipi propriamente ellenistici e ormai già fenici della madrepatria.

 

FIG. INIZIO DELLA RICERCA DI ASCANI SUL MODELLO DI NAVE DELLA MONETA DI ASDRUBALE BARCA

Lo stesso Basch, notando nell'iconografia l'importanza del "tipo rodio" di quadrireme e quinquereme (cit., pp. 353- 371; e sottintendendo tutti i referimenti alle fonti letterarie da noi riportate su Rodi), constata che il largo utilizzo dei due livelli anche nell'iconografia  confermerebbe i vantaggi, più che gli svantaggi, di simile adattamento e modello.

 

Del resto, oltre alla qualità ancora, nonostante tutto, inferiore, rimasero differenze più appariscenti, anche durature, tra navi rodie e navi romane, perchè le ultime potevano portare probabilmente fanti di marina nel posticcio dei remi orizzontale, di contro a quello inclinato dei Rodii.

 

XXI QUINTUS ENNIUS III -GLI ANNALES DI QUINTO ENNIO.

La quinquereme cartaginese spinta sulla costa da una tempesta e usata come modello dai Romani (Polibio, I, 20, 15; Floro I, 18; Zonara, VIII, 11) è oggetto di questo verso di Ennio <![if !supportFootnotes]>[100]<![endif]>95 "mulserat huc navim convolsam fluctibus pontus" (Annales, libro VII, fr. 130 ed. Valmaggi, cit.; fr. 165 ed. Baehrens). Il fr. 131 (Valmaggi) offre invece esempio di uso del termine "stlataria" o per nave mercantile (stlatta, nave più larga che alta) o forse "armata", militare (greco stlatos) secondo interpretazione recente del Bréal che ci pare più attendibile. Il verso di Ennio suona: "et melior navis quam quae stlataria portat". Altro termine marinaresco nel VII libro di Ennio (fr.132)  è  "portisculus" ("tonsamque tenentes / parerent, observarent, portisculus signum / quom dare coepissent") che indica, col nome di questa piccola pertica per dare il ritmo e l'incitamento ai rematori, anche il nome dell'"hortator remigum". Seneca lo chiama pausarius. Noi siamo invece costretti a trovare, anche nei testi specialistici, solo il termine greco "celeusta".

 

FIG.- Portisculus (dal mosaico di Altiburo, in Africa).

Un grande poeta come Ennio non poteva infine farsi sfuggire la sintesi più bella (in questa difficile ricerca dei Romani di eguagliare sul mare l'avversario cartaginese) delle iniziali differenze tra i due popoli, col verso "alter nare cupit, alter pugnare paratust" frammento 135 ed.Valmaggi e 130 del Müller, che osserva:"ad diversam Carthaginiensum Romanorumque condicionem,ex quibus hi terra illi mare pollebant" <![if !supportFootnotes]>[101]<![endif]>96.

 

Fig. NAVE CELOX (BASSORILIEVO ROMANO)

Quest'altro verso di Ennio ben riassume la velocità delle navi rodie:  "labitur uncta carina per aequora cana celocis", anche se gli editori (fr. 296 Valmaggi, fr. 349 Baehrens, tra gli incertae sedis) si soffermano più che altro sulla radice greca keletai, con Isidoro, Orig. XIX, 1: "celoces, quas Graeci keletai vocant, id est veloces biremes vel triremes, agiles et ad ministerium aptae". A tanto riesce anche questo verso "labitur uncta carina, volat super impetus undas" che, citato da Macrobio VI, 1, 51, dal libro XIV, qui e da tutti gli editori dopo il Müller è riferito ai Rodii che accorrono in aiuto ai Romani (ed. Valmaggi, fr. 226; Baehrens 259), secondo Livio XXXVII, 29 :"et erant naves Rhodiae longe omnium celerrimae tota classe".

 

Fig. NAVI CELOCES (ALTIBURO, TUNISIA)

XXII POLIREMES -LO SVILUPPO DELLE POLIREMI MAGGIORI.

Viste le differenze di attribuzione delle invenzioni delle poliremi, di cui abbiamo già accennato e su cui torneremo anche più avanti, e considerando globalmente i punti di accordo e di contrasto da noi riscontrati nei vari autori, vogliamo una volta tanto dare credito e affidabilità quasi incondizionata a una fonte antica. Cosa che per lunghissimo tempo si è trascurato di fare, anche per la legittima e secolare tendenza critica moderna ad essere diffidenti e a vagliare in modo persino preconcetto l'erudizione e l'approssimazione acritica degli antichi. Ma io credo che noi moderni abbiamo perduto o dimenticato il patrimonio di invenzioni e le basi stesse culturali su cui gli antichi affermavano molte delle cose che a noi talvolta paiono incredibili.

L'autore su cui potremmo verosimilmente basarci (più che su altri) è Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale e riportiamo l'elenco che egli fa, nel Libro VII, 57, 208, delle invenzioni relative alle navi:

"Tucidide (afferma) che la prima trireme si deve ad Aminocle di Corinto; la quadrireme, secondo Aristotele, fu costruita per la prima volta dai Cartaginesi; la quinquereme, secondo Mnesigitone, dagli abitanti di Salamina; la nave a sei ordini, secondo Senagora, dai Siracusani; le navi da 7 a 10 ordini, secondo Mnesigitone, da Alessandro Magno; quelle fino a 12 ordini, secondo Filostefano, da Tolomeo Soter; quelle fino a 15 da Demetrio figlio di Antigono; quelle fino a 30 da Tolomeo Filadelfo; quelle fino a 40 da Tolomeo Filopatore, soprannominato Trifone" <![if !supportFootnotes]>[102]<![endif]>97

Tacendo innanzitutto un riscontro con molti autori, antichi e moderni, che sostengono cose diverse da Plinio, almeno fino alla sextera, ci è facile constatare che (a parte la stessa invenzione punica della quadrireme) il problema di quadriremi con tre o due livelli di rematori sviluppate, sulla base della trireme, sia nel mondo fenicio che in quello ellenico- tentativo secondo alcuni fallito e risolto con un banco unico di 4 rematori per banco ad ogni remo, per alcuni autori presso i Siracusani, per altri presso i Fenici- non ha particolari smentite da Plinio e Aristotele se, come facciamo noi, si vede una ulteriore evoluzione raggiunta ad esempio con le quadriremi puniche prima e durante le guerre puniche, partendo da quadriremi puniche a due  o tre livelli e arrivando a quella di Annibale Rodio copiata successivamente dai Romani, con diversa disposizione dei rematori, con maggiore altezza, snellezza e velocità <![if !supportFootnotes]>[103]<![endif]>98. Mentre modelli siracusani potevano sviluppare, viceversa, banchi unici anche per le pentere con procedimenti sofisticati e costosi.

D'altra parte la concorrenza siracusana (partita dalla pentera e dalla exera) di aumentare i rematori ad ogni remo è esplicita nella citazione di Plinio. Anzi è messa in risalto proprio con quel numero di vogatori (sei) che rappresenta il punto di svolta per un ulteriore  ampliamento dello scafo, basandosi, più che sulla velocità,  sull' allargamento del ponte per il trasporto delle macchine da lancio e di soldati tipico dei successivi sviluppi ellenistici. Questi ultimi avevano obbligatoriamente molti più rematori ad ogni remo,o almeno abbastanza da allargare oltremodo lo scafo, pur costringendo i rematori alla vogata "in piedi-seduti", necessaria anche per tetrere e pentere con eventualmente un banco unico di rematori <![if !supportFootnotes]>[104]<![endif]>99.

E appunto gli ulteriori sviluppi ellenistici vengono riferiti da Plinio con una verosimiglianza tanto suffragabile rispetto alle altre fonti, da legittimare, in credibilità, l'insieme dell'elenco, seppure freddamente erudito.

Ricordiamo che nel periodo tra le due prime guerre puniche la flotta egiziana di Tolomeo III, padre del Tolomeo IV che commissionò la 40 ordini, disponeva secondo fonti indubitate <![if !supportFootnotes]>[105]<![endif]>100, tra cui Athenaeus (5. 203 d), di queste navi: 17 quinqueremi, 5 sexteres, 37 hepteres, 30 novares, 14 "11" (11 ordini di remi), 2 "12" (12 ordini), 4 "13", una 20 ordini e due 30 ordini.

L'enorme nave da trasporto e da guerra costruita nello stesso periodo per Gerone di Siracusa da Archimede, la "Syracusia", tanto grande da dover essere regalata all'Egitto, che disponeva ad Alessandria dell'unico porto del Mediterraneo in grado di ospitare la nave <![if !supportFootnotes]>[106]<![endif]>101, era armata di potentissime catapulte e di 8 torri, caricava 60.000 misure di grano e 50.000 talenti di altre merci, disponeva di un ginnasio, di una biblioteca, di un mulino a vento, di un santuario di Afrodite, di terme e cucine, di numerose barche di salvataggio, tra cui una di 78 tonnellate <![if !supportFootnotes]>[107]<![endif]>102, di un serbatoio di 20.000 galloni, etc. (Atheneus, 206 f- 209 b; trad. inglese in Casson, cit., SSAW pp. 191- 199). Aveva tre alberi <![if !supportFootnotes]>[108]<![endif]>103 (con tre "coffe di combattimento corazzate in bronzo" e armate di pesanti proiettili- "delfini") e tre ponti sovrapposti: quello inferiore per carico e scarico delle merci, quello intermedio per le cabine passeggeri e camminamenti ombreggiati con alberelli e pergolati, quello superiore come piattaforma da combattimento (ulteriormente protetta da tendoni e parapetti di ferro e cuoio), con torri e armi, tra cui l'enorme catapulta di Archimede, che lanciava colossali frecce a 200 metri. Ma su questi ultimi aspetti delle armi da lancio sulle navi torneremo in successivi paragrafi.

 

 

 

FIG. PRIMITIVI ABBOZZI DI ASCANI NEL RICONOSCIMENTO DEL REMEGGIO DALL'ICONOGRAFIA E DAL SUO MONUMENTALE VOLUME DI TEORIA SULLA GEOMETRIA DEL REMEGGIO

 

FIG. LA 10 ORDINI IN VIERECK

Seguendo una linea d'interpretazione ottocentesca da cui ci siamo poi  distaccati  nell' analisi più  specialistica,  ma che corrisponde, parzialmente e sinteticamente, alla verità, abbiamo già detto che a Siracusa, sotto Dionigi il Vecchio, nel 399 a.C., fu inventata la pentera (quinquereme), seguita poi dalla exera, octera, ennera, aprendo la strada a quelle che sarebbero state, cento anni dopo,  la decapentera e la  decaexera. L'invenzione sarebbe consistita, secondo molti autori meno recenti (e forse proprio accomunando un tipo probabile di soluzione della magno- greca Siracusa alle posteriori realizzazioni ellenistiche), nel far menare ogni remo dell'unica fila di remi non da singoli uomini, bensì aumentando il numero degli uomini in proporzione alla lunghezza e al peso progressivo del remo (e quindi in proporzione alla grandezza della nave) <![if !supportFootnotes]>[109]<![endif]>104.

 

Ma la teoria del remo unico per più vogatori funziona comunque, al massimo, fino a 8 rematori affiancati allo stesso remo, quindi, eventualmente, per una octares (se a un solo livello) e non di più. Questo si rivelò ingegnerisicamente valido già quando, alla fine del Medioevo e per tutto il periodo dal XIV al XVII secolo, le principali marine da guerra mediterranee vollero ripristinare (senza però avere più di antico nè tecnica nè documentazione adeguate) le galere con molti rematori. Il massimo ricostruibile si rivelò di 8 uomini affiancati per remo nelle flotte delle città marinare italiane e dei potenti Stati nazionali quali la Francia e l'Inghilterra. Nessuno sforzo ingegneristico ed economico fu fatto per tentare soluzioni di singoli rematori ai singoli remi in navi superiori alla trireme e ci si accontentò per lo più di navi a un solo livello. Onde si spiega come - dato il massimo su un livello e il massimo sul livello più basso se i livelli erano tre - le navi da guerra  "offensivamente"  ben  valide in battaglia si fermerebbero, già nell'antichità, per i modelli più grandi, alle sedici ordini (sedecieres) di Demetrio Poliorcete dal 288 a.C. fino a quelle della Macedonia di Pèrseo (sconfitto dai Romani a Pidna nel 168 a.C.) che vedremo più oltre. Ciò vuol dire, secondo noi, che le navi da guerra più diffuse,costruibili "in serie" per le grandi flotte e  (come documentato dalle fonti)  mobili e temibili in battaglie  OFFENSIVE, andavano dalle biremi alle triremi fino alla quindici e alla sedici ordini (di rematori) <![if !supportFootnotes]>[110]<![endif]>105 ellenistiche (principalmente le conosceremo come macedoni, siriane ed egizie).  Tutte le altre poliremi maggiori documentate tra i popoli ellenistici (20, 30 e 40 ordini di rematori; non esistono dalla 16 alla 20 e dalla 20 alla 30 modelli intermedi) saranno state modelli eccezionali, non costruibili in serie, quasi "unici" nel loro genere,e  con difficoltà di movimento, specie in battaglia, per le loro colossali dimensioni, pur essendo altamente "difensive" per armamenti e soldati imbarcati.

 

FIG. LA 40 ORDINI DI TOLOMEO (MAURIZIO ASCANI)

Essendo modelli unici avevano certo un elevatissimo livello ingegneristico proprio della più evoluta scienza greca ed ellenistica di quel periodo. Ma- mentre la fantasia ( e l'interpretazione iconografica) fino alle "16" ordini (sedecieres)  si può di meno sbrigliare oltre i tre livelli standard della trireme (sia per il numero di testimonianze sui due e tre livelli, sia per le difficoltà dei costi di costruzione in rapporto al maggiore numero di modelli prodotti) - per i modelli straordinari ed enormi (da poco meno a più di 100 metri di lunghezza)<![if !supportFootnotes]>[111]<![endif]>106 non ci sono limiti alle capacità ingegneristiche di quei popoli nè alla possibilità di singoli rematori per remo ad ogni livello sovrapposto. Solo quest'ultima ipotesi, financo per i 40 livelli, può tra l'altro confermare i 4000 rematori della tessaracontera, che su tre soli livelli non potrebbero materialmente entrare se i due scafi utilizzati contemporaneamente non sono tra loro distanziati nella maniera incredibile (e poco logica) proposta prima da Casson e poi da Foley e Soedel (i quali ultimi devono distanziare tra loro, ancora più del Casson, i due scafi a catamarano).

 

FIG. LA 40 ORDINI SECONDO CASSON

 

FIG.- Una "galeassa" della battaglia di Lepanto, 1571 (Fernando Bertelli, 1573).

Diciamo questo per inciso anche contro la poco razionale teoria (tipica dell'ultimo Medioevo italiano e delle tecniche elementari delle galere mediterranee nel XVI, XVII e XVIII secolo) di identificare le semplici galee con un unico livello di rematori- dalla trireme alla quinquereme fino alla otto ordini (galeazza) dell'età medioevale e moderna- come il massimo delle navi da battaglia dell'antichità.

Questa teoria, a me puro storico, pare poco razionale, perchè già per gli antichi (lo rivela anche l'iconografia) era irrazionale, almeno dal IV al I secolo a.C., una trireme con meno di tre livelli e una quinquereme con meno di due. Ciò vale infatti, persino secondo il Basch (che propende sovente per la teoria di un unico livello di rematori per le navi superiori alla trireme), per la quinquereme più diffusa nel Mediterraneo dal 250 a.C. in poi.

 

FIG. 1-3 PRIMITIVI ABBOZZI DI ASCANI NEL RICONOSCIMENTO DEL REMEGGIO DALL'ICONOGRAFIA E DAL SUO MONUMENTALE VOLUME DI TEORIA SULLA GEOMETRIA DEL REMEGGIO

Queste mie considerazioni precedevano la conoscenza diretta dell'architetto Ascani e della sua ponderosa ricostruzione del remeggio delle antiche poliremi dalla tre ordini alla 40. E del resto non potevo non attenermi, per completezza, a ciò che secoli di studi e di pubblicazioni avevano già detto sull'argomento. Ma proprio le inoppugnabili ricostruzioni dell'Ascani (per il "metodo" da lui scoperto, assolutamente scientifico oltre che confermato da tutta l'iconografia -bassorilievi, monete, ecc.- e da tutti i testi letterari) confermano ciò che gli antichi stessi ripetevano da millenni, non compresi o derisi da noi moderni. Abbiamo mostrato nelle precedenti pagine alcuni schemi di Ascani di ricostruzione di quinqueremi nelle molteplici varietà, molte segnalate anche dalle fonti. Va da sé che, dei 154 modelli diversi di quinquereme, non tutti venivano realizzati nell'antichità, in quanto si privilegiavano fattori di velocità, penetrazione dello scafo in acqua ed numerosi altri elementi costruttivi che rendono alcune navi molto più idonee ed efficaci di altre.

Una in particolare, tra tutte queste, è uno dei modelli di Rodi (tanto di Annibale Rodio, quanto delle monete dei Barca e dei monumenti in marmo della Nike di Samotracia e dell'isola Tiberina) prescelto e copiato dai Romani alla fine della I guerra punica per la sua efficienza in battaglia.

 

FIG. L'ANTICA ISOLA TIBERINA COME NAVE ED IL TEMPIO DEL DIO DELLA MEDICINA ESCULAPIO (IL PRIMO OSPEDALE PUBBLICO A ROMA)

La quinquereme sarebbe il tipo di ordine di remi con più varianti e possibilità di costruzione ; tutte le altre (e in particolare le più grandi, fino a una non impossibile cento ordini) riducono notevolmente e progressivamente le varianti, e quindi le possibilità di scelta in base alle attitudini e alla convenienza in battaglia.

 

 

 

XXXIII TITI LIVII LOCUS DE QUINQUEREME CONTRA QUADRIREMES -L'EPISODIO LIVIANO DEL 201 a.C.: QUINQUEREME CONTRO QUADRIREMI.

Un episodio inverso a quello della quadrireme del cartaginese Annibale Rodio non raggiunta dalle quinqueremi romane si ha in Livio XXX, 25,6, alla fine della seconda guerra punica (201 a.C.), quando una quinquereme romana con ambasciatori non è raggiunta da tre quadriremi cartaginesi anche perchè "sfuggiva davanti a loro per la sua celerità". Il passo completo di Livio suona "(le tre quadriremi) improvvisamente assalirono la quinquereme romana che stava doppiando il promontorio dal largo. Ma non potevano colpire col rostro quella che sfuggiva davanti a loro per la sua celerità (celeritate subterlabentem), nè balzare armati dalle navi più basse su una più alta di bordo (neque transilire armati ex humilioribus in alteriorem navem) e quella era difesa valorosamente finchè i dardi bastarono". Gli occupanti della quinquereme romana si salvano solo perchè lo slancio della spinta dei remi col maggior vigore possibile fa approdare la nave sulla riva vicino agli accampamenti romani.

Innanzitutto la maggiore velocità di questa quinquereme romana confermerebbe che queste quinqueremi, posteriori a quelle copiate all'inizio della prima guerra punica sempre su modello cartaginese e allora meno veloci della quadrireme punica di Annibale Rodio, sono sul modello di quest'ultima appunto più veloce, per cui la velocità delle quadriremi è ora eguagliata o solo leggermente aumentata dal maggior numero di rematori della quinquereme. Fin qui tutto bene.

Ma se il modello copiato (valido, pare, come struttura base, sia per la quadrireme che per la quinquereme) non comportava grandi variazioni nello scafo, essendo sempre due o tre i livelli sovrapposti di rematori per entrambi i tipi di navi, come mai la quinquereme avrebbe un  bordo sensibilmente più alto se non per contenere i rematori in un numero maggiore di livelli o distribuendo comunque il maggior numero di rematori della quinquereme non in lunghezza lungo lo scafo bensì in un piano aggiunto in altezza?

O forse si tratta della maggiore altezza della quinquereme comunque più grande, complessivamente, di una quadrireme?

Noi, a differenza dell'architetto Ascani, non possiamo permetterci di andare oltre nelle congetture offerte da questo passo liviano, anche se continueremo a esporre opinioni e dubbi in rapporto a millenari tentativi di ricostruzione delle poliremi.

Mentre Ascani può addirittura "ricostruire" i modelli, a noi interessa ora mettere in maggiore rilievo tutti i passi di storici (soprattutto inerenti la II guerra punica) completamente sottovalutati- finora- dagli specialisti.

Il THIEL (cit.) , che dedica al problema dei corvi all’inizio della I Punica enorme spazio (le pagg. da 101 a 128) osserva in conclusione che solo le prime 5 battaglie della guerra furono vinte grazie ai corvi (Mylae, Sulci, Tyndaris, Ecnomus, Hermaea), prima della gravissima e demoralizzante sconfitta di Drepana (Trapani) nel 249, la prima in cui i Romani abolirono i corvi (rinunciarono al loro uso), e termina dicendo che essenzialmente i corvi “servirono a dare loro quella confidenza e familiarità con il mare necessaria a portare avanti questa terribile guerra”. Noi possiamo ora aggiungere che la ricerca di “altri mezzi” (esperienza e carpenteria) furono comunque ricercati dai Romani fino alla fine.

Per non entrare in contrasto con i molti elementi delle fonti analizzate e con le connessioni logicamente possibili di tutti quegli elementi, consentendo quindi una coerente ricostruzione dei livelli di rematori, potremmo ipotizzare che le quadriremi puniche di cui qui si parla sono o sul modello di quella di Annibale Rodio, che noi supponiamo a due o tre livelli con scafo più stretto e veloce, o un modello comunque a due livelli di rematori, due per ogni remo, modello tradizionalmente punico,  con lo scafo più massiccio caro già precedentemente ai Romani e sicuramente più basso rispetto a navi con tre livelli di rematori. In tal caso, per la velocità della quinquereme romana, è indifferente se essa dipendeva dal modello nuovo (del Rodio) di nave più veloce oppure dalla velocità più elevata comunque derivante dal numero maggiore di rematori. E in quest'ultimo caso, lo scafo leggermente più grande e pesante in  una quinquereme  ben stabile  era solo di poco più veloce dello scafo di una quadrireme. Ma tra le varie possibilità, è credibile che la quinquereme avesse  due  o  tre  e mai un solo livello di rematori, data la sua maggiore altezza rispetto agli altri modelli di nave.

Anche in questo caso, solo i progetti scientifici di ricostruzione forniti da Ascani hanno dato una (ancora inedita) risposta risolutiva; o meglio "le risposte" risolutive, in rapporto alle possibilità di costruzione degli scafi e dei banchi di rematori proprio in rapporto a dimensioni dettagliate, velocità, altezza, ecc.

Al di fuori di tali risposte finalmente "scientifiche", molte ipotesi e varianti restano comunque possibili, per spiegare i due o tre livelli di rematori di  quadriremi e quinqueremi puniche e romane dal 264 a.C. fino a questo accenno di Livio per l'anno 201 a.C. Escludiamo in ogni caso il livello (piano) unico di rematori, perchè quando a manovrare ogni remo c'erano più di  due uomini, i rematori non potevano più remare stando seduti  (come già citato da vari autori),  cosa da noi esclusa per le flotte punico-romane sulla scorta di Polibio.

Del resto, ripetiamo, anche nell'ultimo episodio liviano da noi trattato, quinqueremi romane a 1 o 2 livelli soltanto di rematori sovrapposti non avrebbero avuto maggiore altezza rispetto a quadriremi da guerra a due o tre piani di remi.

 

RETRO --> BELLUM HANNIBALICUM

<class=MsoNormal style='line-height:150%'> V - CLASSES

PORRO --> II


 
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<![endif]>

<![if !supportLists]>1.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[1]<![endif]> Con equivalente possibilità di ricostruzioni simulate.

<![if !supportLists]>2.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[2]<![endif]> Gli scafi delle enormi navi dell'imperatore Caligola a Nemi, conservatici per 2000 anni grazie all'acqua dolce e al fondo fangoso.

<![if !supportLists]>3.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[3]<![endif]> Grande richiamo turistico e di prestigio per la Grecia, la nave fu collaudata da 170 rematori prima inglesi (dell'Università di Cambridge), poi americani (dell'Università di Yale). Per il grande impegno economico, fu creato un "Trireme-Trust".

<![if !supportLists]>4.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[4]<![endif]> Ricerche anche in ATTI DEL CONVEGNO DI ARCHEOLOGIA SUBACQUEA A GIARDINI NAXOS, 1991. Edizione Atti, dicembre 1994. Con un articolo di Basch su "La forma dei remi sulle antiche navi".

<![if !supportLists]>5.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[5]<![endif]> Con la cronologia accettata da J.S.Morrison e A.B.Lloyd.

<![if !supportLists]>6.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[6]<![endif]> Il Giannelli, Trattato di Storia Greca, Bologna 19837, pag. 399, osserva che "le 180 tetreri e penteri di Alessandro Magno erano poca cosa contro la flotta persiana".

<![if !supportLists]>7.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[7]<![endif]> Le prove iconografiche di Ascani dovrebbero anticipare queste date. E comunque, secondo noi, la notevole abilità e velocità con i  rostri da parte degli Ateniesi potrebbe spiegare questo "ritardo" cantieristico.

<![if !supportLists]>8.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[8]<![endif]> Dal punto di vista non ingegneristico navale (che è risolto in maniera epocale per il remeggio da Ascani) ma schematicamente storicistico, i testi di Viereck (cit., p. 66 e 68) e più recentemente del Beike (cit., p. 139 per la dekatera del Viereck) offrono illustrazioni chiare per l'armamento di queste navi: la hexeris aveva 4 macchine da lancio a torsione (cioè con cilindri a compressione; spiegheremo più avanti la potenza di questo più moderno sistema) sulle 4 torri elevate, altre tre su altrettante fortificazioni del ponte, di cui la macchina più potente a prua; la enneris aveva una grande torre circolare a prua con 4 macchine, 2 macchine sul ponte a prua e 6 torri girevoli coperte con feritoie per le macchine sui lati della nave.

<![if !supportLists]>9.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[9]<![endif]> "Possiamo supporre che già in quest'occasione i Macedoni abbiano impiegato delle truppe d'abbordaggio, come si userà poi nel III sec. a.C. sulle gigantesche poliremi degli stati ellenistici, concepite come fortezze galleggianti inaffondabili, in cui la tecnica di combattimento si fondava sui "pezzi d'artiglieria" a lungo raggio e sugli scontri tra migliaia di uomini delle fanterie di bordo" (AS, cit., p. 202).

<![if !supportLists]>10.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[10]<![endif]> Il Thiel, Storia della potenza navale romana prima della II guerra punica, cit., a p. 314 ricorda come tra le navi cartaginesi scampate alla sconfitta delle Egadi ad opera dei romani alla fine della I punica vi fossero anche tali navi, mai tramontate per la loro capacità di carico e trasporto truppe e già usate, come prestito di alleati, dai Romani per il loro primo sbarco in Sicilia contro i Cartaginesi.

<![if !supportLists]>11.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[11]<![endif]> La grande bibliografia a proposito vede ai primi posti il Morrison, che peraltro l'ha ricostruita al vero (con fondi anche americani e per la marina ellenica). Ma la sua è propriamente una ben determinata trireme: quella ateniese; e forse con i numerosi difetti imputati alla realizzazione. Noi seguiremo da un certo punto in poi essenzialmente le lunghe ricerche e ricostruzioni di Ascani (cit.) e altri autori e testi considerati anche nel CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLE POLIREMI DELL'ANTICHITA' organizzato a Roma nel 1990 dalla rivista della Marina Militare Italiana (in tale sede il Morrison in persona presentò come ospite i risultati della ricostruzione della sua trireme).

<![if !supportLists]>12.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[12]<![endif]> J. Harmand, cit., p. 100. Tale evidenza vi è in tutti i riferimenti da noi fatti nei capitoli precedenti sugli eserciti greci, punici e romani. Lo riconferma Beike (1992), cit., p. 109, che pure sottolinea ripetutamente il carattere "schiavistico" dell'epoca.

<![if !supportLists]>13.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[13]<![endif]> Tra i 5 e i 9 nodi (16,6 km/h) (AS, cit., p. 163).

<![if !supportLists]>14.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[14]<![endif]> Troppo schematica la ricostruzione della triera in DUCREY, cit., pp. 185- 193. Il quale oltretutto indica in 140 metri di lunghezza e 19 di altezza le dimensioni della tessaracontera (ma si veda il CASSON  e l'ASCANI  a proposito).

<![if !supportLists]>15.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[15]<![endif]> Aristofane, Le rane 364; Gli Acarnesi 97. J. S. Morrison, "La ricostruzione...", cit., relazione in AA.VV., Atti del Convegno sulle poliremi dell'antichità, cit., Roma 1990, pag. 17.

<![if !supportLists]>16.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[16]<![endif]> Vi sono indicazioni secondo le quali i remi talamiti erano muniti di tali accessori, sia nel bassorilievo Lenormant sia, più chiaramente, sul vaso di Ruvo, in una decorazione a figure rosse della fine del V secolo", Morrison, Ibidem.

<![if !supportLists]>17.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[17]<![endif]> "Più lunghi i remi superiori e descrescenti gli ordini inferiori e comunque di lunghezza maggiore di quella fino ad oggi indicata" (Ibidem).

<![if !supportLists]>18.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[18]<![endif]> Sulla cittadinanza relativa agli equipaggi, anche di vogatori, delle navi da guerra romane discutiamo nel capitolo I sull'arruolamento a Roma. Ad Atene Perieci ed anche Meteci fornivano i vogatori, come i cittadini più poveri, i Teti, e come i proletarii in Roma.

<![if !supportLists]>19.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[19]<![endif]> Specifichiamo meglio l'Harmand: nelle flotte imperiali provinciali e non pretorie, cioè non a Miseno (Pozzuoli) e a Ravenna, dove erano presenti soprattutto quinqueremi e quadriremi, e ammiraglia una sestera. Il Sander, cit., analizza dettagliatamente la composizione delle flotte imperiali in tal senso, identificando le liburne con le triere (pp. 356 sgg.). Le Bohec (cit., 1989, p. 166 sgg) sintetizza in una pagina e mezzo (a parte la mezza pagina 129 di riferimento agli ufficiali) la flotta da guerra dell'impero romano, sulla base di M. Reddé, Mare Nostrum, 1986. Molto più cospicui su tali flotte (soprattutto imperiali, e quasi mai repubblicane) gli autori meno recenti che citiamo (RODGERS, VIERECK, etc.). Vedere più avanti (parte III, paragrafo D- MATERIALE COSTRUTTIVO), in nota, la citazione di Vegezio IV, 32-37, a proposito.

<![if !supportLists]>20.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[20]<![endif]> I Dromoni ("corridori"), armati con la nuova invenzione del "fuoco greco " e posteriori al periodo storico che qui ci interessa, erano per lo più quadriremi più veloci del normale, in cui i 240 rematori erano anche soldati pronti a prendere le armi (i dromoni a due ordini di remi di cui parla Leone VI di Bisanzio nella sua Tactica riferiscono di una bireme o di una quadrireme, forse di tipo liburnico, troppo tarda rispetto all'età classica).

<![if !supportLists]>21.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[21]<![endif]> Tra cui, oltre a Lionel Casson dell'Università di New York, James F. Doyle della School of Aeronautical and Astronautical Engineering della Purdue University.

<![if !supportLists]>22.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[22]<![endif]> Anche il Sander, cit., pp. 356 sgg., riferendo del passaggio dalla Repubblica all'Impero, fornisce dati, oltre a Thiel, Tarn, Viereck e Beike più afferenti alle guerre puniche.

<![if !supportLists]>23.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[23]<![endif]> "Viandanti, asinai, mietitori e giovinetti della povera Ellade", rastrellati a forza dai trierarchi per colmare gli effettivi di rematori (Plutarco, Antonio, 62). Plutarco aggiunge che la qualità delle manovre (certo in navi meno importanti per la battaglia) fu enormemente compromessa.

<![if !supportLists]>24.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[24]<![endif]> P. Bartoloni, "L'esercito, la marina, la guerra" in "I Fenici", cit., p. 137.

<![if !supportFootnotes]>[25]<![endif]> BOLLINI MARIA, Antichità classiarie Ravenna 1969, p.99. Questo testo è interessante sia per la importante partecipazione dei classarii agli avventimenti romani da Nerone fino ai generali a lui ribelli (Vitellio, Galba, Otone), sia per le notizie su Miseno, sia soprattutto per le ricche notizie sugli equipaggi (purtroppo durante l’Impero).

<![if !supportLists]>25.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[26]<![endif]> Già le vecchie pentecontore- con 25 rematori per lato- dei Greci avrebbero avuto nella cala camerette ermeticamente chiuse a camere stagne, come le navi moderne, contro l'affondamento se battendo a uno scoglio si faceva acqua in un punto.  Ma questa tesi di autori dell'Ottocento trova del tutto in disaccordo M. Ascani, perchè renderebbe le più antiche navi greche poco più che delle giunche, poco compatte.

<![if !supportLists]>26.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[27]<![endif]> Ipotesi ottocentesca (riportata anche dal Cantù, cit.), che non tiene conto dei diversi tipi di quadrireme così come delineati da Ascani, cit.

<![if !supportLists]>27.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[28]<![endif]> Ma è quest'ultima una ricostruzione settecentesca destituita di fondamento, che non teneva oltretutto conto della documentazione iconografica.

<![if !supportLists]>28.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[29]<![endif]> Athenaeus 5. 203; Calliss. 1  (AT 203);  Plut., Demetr. 43; Scl. El., Tact. 234; L.Casson,  The super-galleys of the Hellenistic Age,  Mariner's Mirror 1969, 55, pp.185- 193; L.Casson, The oarage of Ptolemy's IV, ibid. 1980, 66, p. 265; W.Soedel- V.Foley, cit.,I, p. 108, con disegno variato di ricostruzione di L.Casson a pp. 110-  111; Casson, cit., SSAW p. 107 segg. e ill. 112- 113; BASCH, cit.,  p. 352.

<![if !supportLists]>29.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[30]<![endif]> E' precedente al V secolo il rostro di bronzo, sul tipo di quello del IV sec. ritrovato ad Athlit, in Israele, lungo due metri e pesante 600 kg., con una punta di lavoro formata da tre lame di sfondamento orizzontali (vedere più avanti la sua riproduzione grafica), sempre più saldamente fissabile, grazie alla sua forma particolare, al legno della prua.

<![if !supportLists]>30.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[31]<![endif]> Anche se l'Enciclopedia Italiana Treccani inverte il numero di rematori tra traniti e talamiti: vale a dire, per i nomi che ufficialmente vengono dati in marina, 54 rematori ai tranitici, 52 ai zigitici e 62 ai talamitici. In Taillardat (PGG cit., pag. 187) essi risultano: 62 traniti, 54 zigiti, 54 talamiti.

<![if !supportLists]>31.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[32]<![endif]> E anche in Casson, cit., SSAW pag. 134.

<![if !supportFootnotes]>[33]<![endif]> Per stagioni e tempi di navigazione p.35 sgg., per rotte e porti pp. 37-68. Sulla scorta di Casson, Rougé, De Saint Denis, Torr, Pomey, Duval ecc.

MEDAS STEFANO, De rebus nauticis, l’arte della navigazione nel mondo antico, Roma 2004, ricorda il mare clausum nel periodo 11 novembre- 9 marzo, aperto invece alla navigazione dal 27 maggio o 10 marzo fino 14 settembre o 10 novembre (le seconde date erano incerte dal punto di vista meteorologico).

<![if !supportLists]>32.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[34]<![endif]> Termine greco e fenicio.

<![if !supportLists]>33.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[35]<![endif]> Hippagogos, hippegos (Casson, cit., SSAW p. 93 e n. 86), trireme con 30 traniti per lato e 30 cavalli trasportati. La trireme hoplitagogos (trasporto truppe di fanteria pesante) aveva 85/90 "stratiotides" per nave.

<![if !supportLists]>34.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[36]<![endif]> Il ponto era di origine celtica (AS, p. 102).

<![if !supportFootnotes]>[37]<![endif]> 10000 modii era il minimo per le navi addette ai trasporti annonari di Roma (ma 50000 ne prevede un editto di Marco Aurelio).

<![if !supportLists]>35.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[38]<![endif]> Cfr. anche Casson, cit., SSAW pag. 94 sgg.

<![if !supportLists]>36.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[39]<![endif]> Ripreso da Foley e Soedel come anche in AS, cit., p. 155.

<![if !supportLists]>37.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[40]<![endif]> I prigionieri più validi ottenuti da Scipione con la presa di Cartagena in Spagna "furono scelti per farli entrare tra le file dei marinai, ottenendo così equipaggi per i vascelli catturati e aumentando la consistenza della flotta; anche a questi fu promessa la libertà" (Liddell Hart, Scipione, cit., p.41).

<![if !supportLists]>38.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[41]<![endif]> Cfr. anche AS pag. 163, che parla di una velocità media dai 5 ai 9 nodi (16,6 Km/h).

<![if !supportFootnotes]>[42]<![endif]> Ascani, oltre al suo articolo per la RIVISTA MARITTIMA sui remi perinei o di fortuna, ha notato che il rostro della trireme di Morrison, essendo ellenistico a tre lame sovrapposte, non corrisponde certo a una triera ateniese del V sec. a.C. Sui maggiori rostri ellenistici si veda oltre quello di Athlit. Gli studi più recenti e scientifici su di esso sono in ATHLIT RAM (THE), ed. LIONEL CASSON- J. R. STEFFY, principal investigator ELISHA LINDER, Institute of Nautical Archaeology, Texas University Press 1997, ma soprattutto in STEFFY J. R., Wooden ship building and the interpretation of shipwrecks, Texas University Press 1994, pp.59-62.

<![if !supportLists]>39.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[43]<![endif]> Cfr. la presentazione e gli articoli di MORRISON  e COATES in "Atti del Convegno sulle poliremi dell'Antichità" organizzato a Roma nel dicembre 1989 dal Ministero della Marina Militare Italiana, Rivista Marittima, Roma 1990, pp. 17 sgg., pp. 41 sgg.

<![if !supportLists]>40.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[44]<![endif]> W. Soedel- V. Foley, Le antiche catapulte, Scientific  American n.129, maggio 1979,pp.86- 95. Questo saggio sulla balistica e la abilità matematica e tecnica dei Greci nelle antiche macchine, qui definite "lanciamissili", riassume i più recenti studi dello storico britannico E. W. Marsden ed è corredato di interessanti ricostruzioni e disegni.

<![if !supportLists]>41.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[45]<![endif]> Tali tattiche specifiche potevano essere quelle delle  più piccole navi dei pirati illiri, o quella dei lembi e dei trulla da una parte  e delle grandi novares e dekares ad esempio nella battaglia di Chio del 201 a.C.  Esplicheremo più avanti le differenze tattiche connesse coi differenti tipi di navi.

<![if !supportFootnotes]>[46]<![endif]> Curiosità: delle 522 differenti monete di Traiano catalogate nei Musei, solo 6 contengono un evidente riferimento al porto dell'attuale Fiumicino.

<![if !supportLists]>42.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[47]<![endif]> Il GDS III2, pag. 388, si stupisce che nell'inverno del 217 Filippo faccia costruire 100 lembi illirici anzichè 100 grandi navi da battaglia che potessero veramente servire contro Roma. Il De Sanctis dimentica che 53 poliremi molto grandi aveva Filippo a Demetriade, ma non le usava perchè i lembi erano più adatti alle sue operazioni militari di scorreria.

<![if !supportLists]>43.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[48]<![endif]> A Drepano 240 quinqueremi romane contro 210 cartaginesi (ogni nave aveva circa 300 rematori, 20 marinai e almeno 100 soldati armati al completo e pronti anche per il combattimento navale, e non solo per lo sbarco). Ma prima ancora, a Capo Ecnomo, 100 navi da carico e 230 quinqueremi romane  contro 250 navi da guerra cartaginesi (100 quinqueremi e 150 triremi splendidamente manovrate). Anno per anno, ogni singola flotta romana in quella guerra fu di 180, 220, 350, 364, 300, 400, 300 navi da guerra, tralasciando le battaglie (non tra le più importanti) appena nominate, e così per i 23 anni di guerra.

<![if !supportLists]>44.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[49]<![endif]> Anche se non i 300.000 delle fonti (Polibio I, 26).

<![if !supportLists]>45.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[50]<![endif]> Se non nella qualità delle costruzioni, almeno nella quantità, con le enormi flotte statali (in modo che gli equipaggi più che le navi restassero onere degli alleati di Roma), a cui l'economia particolaristica cartaginese non poteva alla fine contrapporre una marina adeguata (e a questo punto dobbiamo pensare a una carenza cartaginese più di uomini che di navi).

<![if !supportLists]>46.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[51]<![endif]> La stessa paura si impadronì di Filippo di Macedonia nel 217 a. C. nello Ionio quando, non sicuro della consistenza della squadra romana di Puglia, fuggì con 100 lembi dinanzi a 10 quinqueremi. Il Walbank (Philipp V, cit., pag. 91) parla delle 5 navi achee [3 quadriremi e 2 biremi, specifichiamo noi] aggiunte alla flotta di Filippo nel 210 in attesa di ricevere gli aiuti di Bomilcare. Ma ancora nel 208 Filippo con 7 quinqueremi e 20 lembi  non fa in tempo a raggiungere a Oeniade Bomilcare, perchè questi si ritira per paura dei Romani che provenivano da Oreo (Ibidem, pag. 96).

<![if !supportLists]>47.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[52]<![endif]> "Un'armata quale i cartaginesi non avevano più messo in mare dopo i disastri della prima guerra punica", GDS III2, pag. 294.

<![if !supportLists]>48.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[53]<![endif]> Così il Bruni e Bontempelli, ibidem. Ma Livio XXVIII, 40; Plut., Fabio M., 25 e Schur, cit., pag. 84 sgg. sono ancora più espliciti sull'importanza <marittima> della riconquista di Capua, spina sul fianco per i porti romani in Campania.

<![if !supportLists]>49.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[54]<![endif]> Una spiegazione "fantapolitica" potrebbe anche essere un accordo segreto nel 205 tra l'oligarchia senatoria latifondista romana e l'oligarchia latifondista del Senato di Cartagine (il "partito della pace") per non squilibrare troppo a livello sociale e internazionale l'assetto interno del mondo punico (ma cfr. anche Schur, cit., pag. 97).

<![if !supportLists]>50.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[55]<![endif]> Dallo stesso verbo verbo stéllo, oltretutto, derivano molti altri termini come stolé, dor. stola e stòlos, che indicano parti importanti dell'armamento e dell'equipaggiamento navale, in composti riferiti a termini militari e della flotta. Ad esempio, stòlos kopéres era tutto il complesso dei remi (remeggio) di una nave da guerra, e stolos da solo era anche una parte della prora che sporgeva fra il rostro èmbolon e la parembolìs delle navi corazzate.

<![if !supportLists]>51.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[56]<![endif]> Clemente di Alessandria; Tucidide I, 13, 2.

<![if !supportLists]>52.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[57]<![endif]> Aristofane, ne "Gli uccelli",v.108, fa rispondere a dei viaggiatori ateniesi interrogati su quale fosse la loro patria : "Il paese da dove provengono le belle triremi".

<![if !supportLists]>53.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[58]<![endif]> Già prima, nel 351, 100 tra triremi e quinqueremi erano nella flotta della fenicia Sidone, in seguito porto dei Seleucidi (Diodorus XVI, 44, 6; Casson cit., SSAW pag.97).

<![if !supportLists]>54.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[59]<![endif]> J.D.GRAINGER, Hellenistic Phoenicia, Oxford 1991 sottolinea  anch'egli l'importanza delle navi fenicie dei Persiani contro Alessandro, da 300 a 500 (con alta precentuale di quinqueremi).  Ad Atene nel 330 a. C. vi erano 410 navi, di cui 18 quadriremi) (pp. 32- 33). Nel 330 Sidone aveva 100 navi circa, per lo più triremi e alcune quinqueremi, Cipro 120, Tiro 80, Arado e Biblo 80 ognuna (pp. 31- 32). Enorme infine l'importanza dei Fenici nella flotta tolemaica, specie dal 315, e stessa data per l'importanza delle maestranze navali fenicie per Antigono (pp. 43- 50).

<![if !supportLists]>55.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[60]<![endif]> "Cinquantaremi" le appella anche Adelmo Barigazzi in Favorino di Arelate, Opere, De Exilio, p.451, r.24 sgg.,Firenze 1966. Il Casson, cit., SSAW pag. 125, le considera generalmente a due livelli di rematori.

<![if !supportLists]>56.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[61]<![endif]> Mentre la triacontera, documentata a tre ma anche a due e un livello (Casson, cit., SSAW pag. 125 e n. 99) e con rematori- soldati, molto presente ancora nelle flotte di Alessandro Magno insieme a quadriremi e quinqueremi, scompare nell' età delle guerre puniche sostituita sempre più dai lembi.

<![if !supportLists]>57.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[62]<![endif]> La situazione bellica volle che non ci fosse un confronto diretto tra questi diversi tipi di flotte fino a dopo il 200 a.C., cioè dopo la conclusione della II  guerra punica. Tale confronto diretto si può dire anzi, paradossalmente, che mai ci fu, perchè il crollo del mondo ellenistico con lotte soprattutto interne fece confrontare tra loro le flotte orientali (anche prima di Raphìa nel 217 o a Chio nel 201), in maniera quasi decisiva, senza necessità per i Romani di utilizzare le enormi flotte impiegate contro Cartagine e usando Rodi, Egitto e Pergamo come graduali strumenti del proprio dominio sul Mediterraneo. Come ricordato, all'inizio della I guerra punica l'ammiraglio dei Cartaginesi usava la nave a 7 ordini di remi appartenuta a Pirro, il grande principe ellenistico dell'Epiro, e a metà della stessa guerra compaiono due sestere (exere) degli ammiragli (cioè consoli) romani, certo prestiti o tributi di alleati della Magna Grecia, magari proprio di Siracusa. Una exera userà occasionalmente anche Scipione, il futuro Africano, in Sicilia. Della contingente debolezza navale della Macedonia di Filippo V (che non usò poliremi maggiori fino al 201) abbiamo già discusso.

<![if !supportLists]>58.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[63]<![endif]> Come recita un importante frammento, nel 260 Caio Duilio contro i Cartaginesi "prese con la forza una nave a sette ordini di remi e 30 quinqueremi e triremi" (ILLRP 319).

<![if !supportLists]>59.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[64]<![endif]> Aelianus, Var. Hist. 6, 12, parla di 400 navi tra "6 ordini" e "5 ordini" (exere e pentere).

<![if !supportLists]>60.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[65]<![endif]> A parte naturalmente gli scontri diretti dei Punici con Siracusa.

<![if !supportLists]>61.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[66]<![endif]> Per i Romani è sostegno di questa tesi tutta la 2° parte del III volume della Storia dei Romani del De Sanctis (GDS III2).

<![if !supportLists]>62.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[67]<![endif]> Naturalmente eccezioni a questo (eccezioni che confermano la regola) vi furono anche in seguito, come nel 191 a.C. a Capo Corico, dove contro una flotta ellenistica (quella siriana di Antioco Seleucidico) i Romani usano la tecnica dell'abbordaggio con "mani di ferro" (Livio XXXVI, 44), tattica di emulazione terrestre che consente la cattura di 13 navi nemiche con intero equipaggio e rematori e l'affondamento di altre 10 navi. In uso dal V secolo, le "xeires siderai" furono usate in battaglie decisive dai Greci (Polyaenus I, 40, 9; Diodorus XIII, 50, 5).

<![if !supportLists]>63.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[68]<![endif]> Siracusa fornì a Pirro, per la seconda spedizione del greco epirota in Italia, "circa 200 navi con rostri di bronzo" (Dionisio Alic., XX, 8, 1). Le due flotte di 155 poliremi (per lo più quinqueremi) di cui disponevano a Siracusa Bomilcare e il siracusano Epicide ancora nel 212, quando Marcello conquista la città, non devono essere state prive di unità siracusane, pur congetturando che più grandi e lente poliremi erano solo adatte per la difesa del porto.

<![if !supportLists]>64.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[69]<![endif]> "Sambuca, ad similitudinem citharae", Vegezio IV, 21. La sambuca era una larga e alta scala che partiva dai lati agganciati di due quinqueremi congiunte. Tale scala con in cima una "coffa" con soldati e manovrata con argani, essendo alta quanto le mura di Siracusa assediata, permetteva un assalto ravvicinato alle mura (assalto contrastato però anche dalle "mani di ferro" di Archimede. Il console romano Marcello usò nell'assedio 4 sambuche su 4 coppie di quinqueremi (Polibio VIII, 6). La forma complessiva di scala con piattaforma e navi affiancate era quella appunto di una "sambuca", antico strumento musicale non dissimile dalla cetra.

<![if !supportLists]>65.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[70]<![endif]> Gli alleati orientali di Roma continueranno a fornire durante le guerre civili, e fino ad Azio e all'Impero, poliremi maggiori delle quinqueremi fino alle dekares, come per M. Antonio ad Azio. La sestera resterà comunque sempre l'ammiraglia della flotta imperiale romana, così come lo era stata di Augusto ad Azio (Dio Cassius, L, 19, 3) e prima ancora di Sesto Pompeo (Appian., Bel. civ., V, 71 e 73)

<![if !supportLists]>66.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[71]<![endif]> La nostra considerazione vale sia prima che dopo il 245 a. C., quando i Romani apportarono modifiche forse determinanti nella costruzione della flotta per quel che riguardava struttura dello scafo o livelli di rematori o un diverso rapporto stabilità- velocità, cose di cui si discute più oltre.

<![if !supportLists]>67.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[72]<![endif]> Questo riferimento, talmente esplicito ed esteso in Livio, merita di essere rivisto nella nostra trattazione dettagliata della seconda guerra punica, Vol. IV.  Schede sul movimento, 551= 203, XVII, 51, sulla battaglia di Utica in cui navi da guerra cartaginesi contro onerarie romane danno luogo a uno strano combattimento navale- terrestre a ridosso della riva.Scipione perderà solo 60 navi onerarie grazie alla sua astuzia tattica.

<![if !supportLists]>68.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[73]<![endif]> Il Walbank, cit., I, 47, 10, pag. 111, esclude la veridicità di Zonara VIII, 15, sul nome Hanno dato ad Hannibal (Rodio). Ma è vero che la sua quadrireme fu usata come modello dai Romani (Zonara VIII, 59, 8).

<![if !supportLists]>69.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[74]<![endif]> Walbank, cit., I, 47, 10, conferma filologicamente, per la quadrireme del Rodio, che il cartaginese ne vide una simile alla sua ("cuius structura adeo probe ei nota erat").

<![if !supportLists]>70.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[75]<![endif]> Invero le parole precise di Polibio riguardo alla "differenza" tra le più antiche flotte di triremi e quelle nuove di quinqueremi e tra queste ultime e le di poco precedenti e contemporanee flotte di poliremi maggiori orientali, possono essere intese in duplice senso: le flotte cartaginesi e romane a lui contemporanee sono enormi, per dimensioni di eserciti, non solo rispetto a quelle di più piccole triremi, ma anche ai numeri più "contenuti" di poliremi maggiori nelle flotte ellenistiche. Non erano certo nel numero di 250 o 300 navi per parte le poliremi a 8, 9, 10, 16 o 20 ordini delle battaglie ellenistiche; e le guerre puniche furono davvero colossali per numero di uomini.

<![if !supportLists]>71.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[76]<![endif]> Ibidem. Ma la stessa categorica affermazione ritorna in Polibio III, 41, 2, all'inizio della descrizione della II guerra punica e in III, 96, 10 durante il suo svolgimento. Il GDS III2, pag. 5, n. 7, dubita ingiustificatamente di questa "totalità di quinqueremi" sostenuta da Polibio per la flotta romana anche nel 217, dopo la battaglia del Trasimeno.

<![if !supportLists]>72.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[77]<![endif]> Stiamo parlando anche, ma non solo, delle chiavi di lettura di Maurizio Ascani e della geometria del remeggio.

<![if !supportLists]>73.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[78]<![endif]> Un testo specialistico come il Casson (cit., pag. 120, n. 82) non oppugna in alcun modo queste notizie, osservando solo che il materiale poco stagionato danneggiava la velocità, come anche in Caesar, Bel. civ. I, 58. E Casson conferma (Ibidem, pag. 136) la veridicità delle fonti antiche sullo smontaggio in sezione delle navi per il loro trasporto già molto prima di Alessandro.

<![if !supportLists]>74.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[79]<![endif]> La rinomanza del livello cantieristico e dei carpentieri della Grecia classica (Corinto  e Atene)  viene superata in età ellenistica (pur permanendo sofisticati questi cantieri come quelli di Creta e della Ionia)  non solo dai soliti Fenici, ma anche dalla Fenicia in quanto area della cultura navale ellenistico- macedone. Si veda Ateneo, V, 204c,  a proposito dell'ingegnere fenicio che ad Alessandria costruisce per Tolomeo la Tessaracontera.

<![if !supportLists]>75.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[80]<![endif]> J.S.Morrison (Long Ships and Round Ships. Warfare and Trade in the Mediterranean, 3000 BC-500 AD, London, Her Majesty's Stationery Office [NATIONAL MARITIME MUSEUM], 1980) a pag. 33, tavola 25, mostra la ricostruzione di Frost. Il ponte è solo centrale, ma è poco chiaro il resto. Mancano riferimenti ai livelli e al rostro. A p.35, tav.26- La 4 romana del graffito di Alba Fucentia; a p.39 tav.31-aflaston a 5 del rilievo di Ostia.

<![if !supportLists]>76.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[81]<![endif]> Già J. TAILLARDAT, in PGG cit., pp. 183- 205 (La triera ateniese e la guerra sul mare nel V e IV secolo) confermava fiduciosamente i dati delle fonti: nel 260 a. C., Caio Duilio fa allestire 160 navi in 30 giorni; nel 254 a. C., 220 navi vengono allestite dai Romani in 3 mesi.

<![if !supportLists]>77.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[82]<![endif]> Lo dimostrano soprattutto i decisivi studi di Ascani.

<![if !supportLists]>78.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[83]<![endif]> Anche Livio, per il 206 a.C., in  XXVIII, 30, 5,  parla della  "quinquereme romana più lenta di una trireme", il che ci pare ovvio. Ma non molto dopo, per il 201 (XXX, 25, 6) parla di una quinquereme romana molto più veloce delle quadriremi puniche, la qual cosa è logica, poichè la quinquereme "doveva", anche se di pochissimo, essere più veloce di triremi e quadriremi, dato il maggior numero di vogatori. Si tratta certo qui di fattori contingenti e di modelli diversi di navi. Ipotesi plausibile in XXX, 25, 6 è infatti che le quadriremi puniche sono del modello antecedente quello di Annibale Rodio, quindi più lente e inoltre "più basse" della quinquereme romana "più alta di bordo", come dice Livio.

<![if !supportLists]>79.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[84]<![endif]> Il modello superiore dimostrò le sue qualità soprattutto alle Egadi. Qui, senza vento favorevole, le quinqueremi, triremi e pentecontore cartaginesi che fuggivano non avrebbero potuto raggiungere Hiera (per tornare a Cartagine) e "i Cartaginesi avrebbero perso tutte le loro navi" (Thiel, Before..., cit., pag. 314).

<![if !supportLists]>80.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[85]<![endif]> Anche per la triera, 10 soldati e 41 ufficiali (?) (Ibidem).

<![if !supportLists]>81.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[86]<![endif]> Thiel, Studies on the history of the Roman Sea- Power before the II punic war, Amsterdam 1954, pp. 304- 305.

<![if !supportLists]>82.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[87]<![endif]> Ci sovviene a questo proposito anche ciò che Karl von Clausewitz, nella sua opera "Sulla guerra", cit., vol. II, libro VIII, 3, pag. 784, sintetizzava: "Questi Stati (le antiche repubbliche e Stati orientali, prima di Roma) sono in pari tempo troppo numerosi e troppo agglomerati per non trovare nell'equilibrio naturale (in cui,secondo una legge avente carattere generale si trovano sempre le piccole aliquote appartate) un ostacolo a grandi imprese. Le loro guerre si riducono dunque a devastazioni del paese aperto e alla conquista di qualche città per assicurarvisi una certa influenza per l'avvenire. Roma è l'unica eccezione a tale stato di cose, ma solo nelle epoche posteriori della sua storia. Per lungo tempo, infatti, essa ha sostenuto coi suoi vicini una lotta di tipo normale,per amore del bottino o per ottenere l'alleanza dei vicini. Essa si ingrandisce più per le alleanza che contrae,e mediante le quali assorbe ed assimila gradatamente le popolazioni vicine, che a mezzo di sottomissioni vere e proprie. Solo dopo essersi estesa con questo procedimento in tutta l'Italia meridionale, essa comincia a progredire mediante effettive conquiste. Cartagine cade, la Spagna e le Gallie sono conquistate, la Grecia viene sottomessa e la dominazione romana si estende in Asia ed in Egitto. A quest' epoca, la sua forza militare è immensa, senza che i suoi sforzi lo siano altrettanto."  Siamo, come si vede, già a quella fase cruciale e decisiva di rapida conquista romana del Mediterraneo che comincia con la II guerra punica e sfocierà nell'impero. Ma, vogliamo sottolineare, è un processo e un metodo che rappresenta un vero salto di qualità non rispetto al formarsi di imperi precedenti quali quello persiano, di Alessandro Magno o di Cartagine, ciascuno con proprie peculiarità, bensì rispetto ai tempi velocissimi in cui secolari equilibri internazionali e le matrici culturali e diplomatiche di tali equilibri verranno sconvolti con grandi, preordinate azioni di conquista, dal 205 a.C. al 168 a.C. Proprio l'enorme forza militare cittadina e alleata della Federazione romana dall'inizio della II guerra punica modifica le dimensioni della guerra in senso generale: già dalla prima guerra punica con le enormi flotte statali, tra la I e la II guerra punica con le due fondamentali riforme della legione manipolare, quella del 241 e quella di Scipione del 209 (vedere i nostri capitoli appositi).

<![if !supportLists]>83.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[88]<![endif]> Di centinaia di città con i loro abitanti, e con le campagne compromesse per decenni e oltre.

<![if !supportLists]>84.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[89]<![endif]> Più di 700 le unità navali romane distrutte da tempesta tra il 256 e il 253, nella I guerra punica, secondo Beike, cit., pag. 120. Ma, a parte l'imperizia romana, la mole degli scontri equiparava Romani e Punici.

<![if !supportLists]>85.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[90]<![endif]> W.W.Tarn,Hellenistic military and naval developments, Cambridge 1930, pp.142-152.

<![if !supportLists]>86.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[91]<![endif]> BASCH, cit.,  pag. 354, insiste su una "quinquereme" del Rodio, catturata da una consimile quadrireme già presa dai Romani.

<![if !supportLists]>87.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[92]<![endif]> Un fugace accenno di Casson, cit., SSAW pag. 121 e n. 86, conforta la nostra tesi. Anche AS, cit., pag. 29, così riassume questo aspetto: "Nel 260 a.C. a Milazzo i Punici rimasero disorientati dalla tattica d'abbordaggio dei corvi e dopo aver subìto gravi perdite dovettero ritirarsi. I legionari conquistarono 31 navi, tra cui l'ammiraglia a 7 ordini. In seguito sembra che i Punici abbiano trovato un rimedio, o forse Roma, dopo molte sciagure marittime dovute alle tempeste, mise fuori uso il "corvo", che appesantiva eccessivamente le navi. In ogni caso, dopo alcuni anni, di quest'arma già non si parlava più. Evidentemente la flotta romana poco alla volta raggiunse il livello di quella punica anche sotto l'aspetto tattico e cantieristico- navale... Tuttavia la perdita di intere flotte a causa del mare cattivo mostra che probabilmente anche in seguito l'esperienza nautica dei Romani lasciava a desiderare, nonostante il nuovo modello di nave rodia copiato". Nella I punica Roma perse più navi dei Punici, ma per le grandi riserve di uomini e mezzi poteva rimpiazzarli, mentre Cartagine si dissanguava e per questo si arrese dovendo rinunciare a molti possedimenti coloniali ma non alla flotta.

<![if !supportLists]>88.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[93]<![endif]> Vegetius, IV, 43, ricorda come sia diligenza del navarca (capitano) provvedere a che "navalis pugna tranquillo committitur mari liburnarumque moles non ventorum flatibus sed remorum pulsu adversarios percutit": il mare sia calmo ed i remi e non il vento (le correnti) del mare poco tranquillo guidino la nave allo speronamento.

<![if !supportLists]>89.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[94]<![endif]> Walbank, cit., I, 47.10.

<![if !supportLists]>90.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[95]<![endif]> E' chiaro che se Polibio ha presenti qui, ovviamente, navi puniche, e triremi e quinqueremi puniche e romane, di contro alla precedenti triremi greche,  che  erano già di per sè più piccole di quelle fenicio- puniche, il concetto di "dimensione" diversa acquista meglio il risalto che egli voleva certamente dargli.

<![if !supportLists]>91.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[96]<![endif]> Amilcare Barca (morto nel 229), padre di Annibale, fonda nel 237  un nuovo impero cartaginese in Spagna;  Asdrubale (morto nel 221), suo fratello, lo consolida;  Annibale  (246-183)  vi prepara la guerra contro Roma, aiutato dai fratelli Asdrubale e Magone.

<![if !supportLists]>92.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[97]<![endif]> In base alle grandi differenze, iconograficamente tangibili e riconosciute da tutti gli studiosi, tra triremi, quadriremi e quinqueremi  puniche e quelle greco-ellenistiche fino ad allora.

<![if !supportLists]>93.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[98]<![endif]> Gli stessi G.e C.Charles-Picard, La vie quotidienne  à Carthage au temps d'Hannibal, Paris 1958, p.196, citati dal Basch a proposito, constatano che il mercenariato cartaginese aveva sopravanzato quello  greco, ma solo fino a un certo punto, perchè anzi quello greco lo aveva preceduto cronologicamente e qualitativamente. Eppure i Greci non si sognarono in nessun periodo della loro storia antica di affidare il remo ai non cittadini.

<![if !supportLists]>94.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[99]<![endif]> Strabone XIV, 2-5, riferisce che i Rodi erano tanto gelosi del loro segreto di superiorità navale da interdire, pena la morte, l'accesso ai loro arsenali a persone non autorizzate.

<![if !supportLists]>95.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[100]<![endif]> Ennio (239- 169 a.C), nativo della colonia greca di Rudiae, in Puglia, militò nelle legioni romane tra i Socii (alleati) durante la seconda guerra punica, combattendo in Sardegna. Il famoso Catone lo portò a Roma, dove Ennio divenne il padre della poesia nazionale latina, introducendo nel ritmo latino l'esametro greco  e creando un poema di tipo omerico, gli Annales, in 18 libri; poema giuntoci purtroppo in frammenti slegatissimi. La II guerra punica e Scipione costituivano parte decisiva nel poema.

<![if !supportLists]>96.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[101]<![endif]> Il De Sanctis, GDS II2, pag. 41, n. 62, oppugna: "A questa battaglia (del Trasimeno) riferirei volentieri ENN.252 VAHLEN2, tramandato da FESTO nel libro VII, non potendo esservi ora difficoltà, dopo le ricerche del Norden, di cercare in quel libro il racconto della battaglia del Trasimeno". Ma è interpretazione isolata (quella del GDS, non certo quella del Norden) rispetto al resto della critica.

<![if !supportLists]>97.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[102]<![endif]> Il "fino alla 30 ordini" e "fino alla 40 ordini" (ad XXX...; ad XL...) non pare una svista della recente traduzione italiana UTET dell'opera di Plinio in 6 volumi,ma piuttosto una svista di Plinio che forse dimenticava che dalla 20 alla 30 e dalla 30 alla 40 non esistevano "modelli" intermedi.

<![if !supportLists]>98.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[103]<![endif]> Ulteriore conferma di questa nostra vecchia idea ci è poi venuta dallo studio del volume spesso citato del Basch del 1989.

<![if !supportLists]>99.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[104]<![endif]> Da cui anche un possibile ragionamento sul tipo di forza lavoro necessaria, tanto specializzata, come osservano Foley e Soedel, almeno nei capi voga di ogni remo, da rendere possibile l'estensione e lo sfruttamento di tale specializzazione non solo nelle poliremi maggiori (che erano proporzionalmente sempre meno numerose di quadriremi e quinqueremi anche nelle flotte ellenistiche più evolute), bensì anche nelle poliremi meno grandi di tali flotte ellenistiche.

<![if !supportLists]>100.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[105]<![endif]> Cfr. anche Casson, cit., SSAW pag. 138 sgg.; BASCH, cit.,  pp. 338-340, 342-352.

<![if !supportLists]>101.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[106]<![endif]> La nave fu ribattezzata "Alexandris". Se il trasporto fondamentale era quello del grano dalla Sicilia all'Egitto, il "regalo" non avrà compromesso gli investimenti e la fatica dei suoi costruttori. E gli armamenti erano utili se si pensa alla vitalità della pirateria, non solo cretese o illirica, in quel periodo. AS, cit., pag. 26, osserva invece che a Gerone II di Siracusa, che fece costruire intorno al 240 a. C. "il gigantesco mercantile", troppo grande per i porti del Mediterraneo occidentale,  "non restò altro da fare che inviare il dispendioso risultato del suo pessimo investimento come dono di stato a Tolomeo III ad Alessandria". Lo Höckmann loda comunque il mirabile capolavoro di ingegneria, che stazzava circa 1700 tonnellate, con 40 cabine passeggeri ben arredate e l'appartamento di lusso del "proprietario" (AS, pp. 92- 96); gli addobbi preziosissimi impressionarono Moschione, scrittore antico che ci fornisce notizie sulla nave e ne paragona lo scafo a quello di una "20 ordini" da guerra.

<![if !supportLists]>102.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[107]<![endif]> Essendo essa troppo pesante per essere collocata sul ponte della nave, Casson suppone fungesse da "tender autonomo" e da "rimorchiatore" in caso di bonaccia.

<![if !supportLists]>103.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[108]<![endif]> Date le dimensioni eccezionali, molte cose preziose o colossali furono importate: ad esempio l'albero maestro, o decorazioni preziose, o la pece per lo scafo, che fu importata dalla Francia meridionale.

<![if !supportLists]>104.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[109]<![endif]> Questa tesi del "remo grande"  è la meno seguita  dall'amico Ascani e la meno documentata dai testi e dalle raffigurazioni pervenuteci; essa è dominante nel Mediterraneo nell'ultimo periodo del Medioevo proprio perchè più semplice da ricostruire e utilizzare, ma in battaglia diede esempi di lentezza e scarsa manovrabilità sconosciute agli antichi persino nelle navi a 16 ordini di rematori di Demetrio Poliorcete.

<![if !supportLists]>105.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[110]<![endif]> Mentre i livelli indicano i diversi piani (e talvolta persino i diversi "ponti" della nave) su cui erano disposti i rematori, gli "ordini" di remi indicano il gruppo di rematori che, sulla stessa linea trasversale della nave in un lato -ad un remo, o a più remi se remi e rematori erano sovrapposti-, e anche assommati se stavano su più livelli,indicavano il "gruppo di rematori" che col suo numero (ad esempio 5 al primo remo di destra dalla poppa) dava il nome alla nave (nel nostro esempio, la quinquereme).E se ad esempio 6 rematori sovrapposti su tre livelli sul lato destro della nave menavano ogni due un remo, indipendentemente dal numero corrispondente di 12 rematori posti sulla stessa linea a destra e a sinistra e dal numero complessivo di 360 rematori sui due fianchi per 30 linee trasversali di remi sovrapposti, quella nave era una exera  (sestera).  Noi indicheremo talvolta,  come in uso già nell'antichità, col termine di, ad esempio,"una 7"(ordini) la nave che ad ogni fiancata aveva 7 rematori per gruppo di remi moltiplicati per le 30 linee di remi di quella fiancata (nave septera), e con "una 10" la nave con dieci rematori per 30 banchi uno dietro l'altro per ogni fiancata (nave deciera). Ma ci spiegheremo meglio nelle descrizioni successive.

<![if !supportLists]>106.  <![endif]><![if !supportFootnotes]>[111]<![endif]> In base alle ricostruzioni e agli studi più attendibili, convalidati anche dagli scafi del  lago di Nemi, uno lungo 71 metri e largo 24, l'altro 67 metri e largo 20, ricordiamo i circa 100 metri della Isthmia, i circa 89  della  thalamegos, enorme nave di rappresentanza e di svago sul Nilo, anch'essa di Tolomeo IV Filopatore  (Ateneo, secondo  Callissene, 203e- 206a); la ancora più lunga Syrakusia di Archimede,gli almeno 90 metri del Leontophoros; la Isis (probabilmente una "20" ordini) non molto inferiore alla tessaracontera, anche se quest'ultima era una "40" ordini. Inoltre i 124 metri (se in cubiti egiziani più piccoli, anzichè in cubiti greci) della tessaracontera. La nave porta- obelischi costruita dai Romani (sicuramente grazie a tecnici ellenistici, così come a tecnici fenicio-ellenistici si devono le altre poliremi maggiori) sotto Caligola, misurava circa 90 metri (Testaguzza, Portus, Roma 1970,pp.116-119).

<![if !supportLists]>1.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[112]<![endif]> Anche "perchè quando la nave veniva tirata in secco (da poppa), era sottoposta a una notevole pressione" (AS, cit., pag. 156).

<![if !supportLists]>2.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[113]<![endif]> Mauro Cristofani, Gli Etruschi del mare, Milano 1983.

<![if !supportLists]>3.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[114]<![endif]> Ma a più di 130 quinqueremi ammontarono, in singoli anni della guerra, le flotte cartaginesi e a più di 200 quelle romane.

<![if !supportLists]>4.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[115]<![endif]> Propendere per lo sviluppo di quadriremi e quinqueremi come dettato dalla necessità delle nuove macchine da lancio ellenistiche può sembrare esagerato. Di contro molti autori  vedono nella velocità degli spostamenti e degli speronamenti la vera esigenza di tali navi, e solo in quelle ancora maggiori il prevalere delle nuove tattiche dei lanci e antirostro. Ma a noi pare credibile una risposta intermedia. Il grande sviluppo commerciale di Siracusa e di Rodi non esclude che la maggiore qualità delle loro macchine da lancio proprio in tetrere e pentere trovasse la migliore applicazione in compiti di scorta e protezione delle rotte commerciali, nonchè di guerra. E analizziamo altrove in tal senso la composizione delle flotte di Rodi.

<![if !supportLists]>5.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[116]<![endif]> Nel 34 a.C. (tre anni prima di Azio) Ottaviano, a cui era toccato l'Illirico per il trattato di Brindisi, riprende la Dalmazia con Promona e Letula.

<![if !supportLists]>6.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[117]<![endif]> Casson, cit., SSAW pag. 134, pag. 141 n. 6 e pag. 142 n. 6 riporta le fonti Lucano 3. 534 e Appian., Ill. 3, per categorizzare l'identità di liburna e bireme sotto l'Impero. Di tali navi era la flotta romana ad Alessandria. Ma l'ammiraglia sestera al Miseno (Napoli) e molte 5, 4 e 3 ordini tra Miseno e Ravenna erano comunque il nerbo della flotta imperiale.

<![if !supportLists]>7.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[118]<![endif]> Sull'importanza delle liburne nella flotta imperiale romana, specie dopo la battaglia di Azio, già Vegezio, IV, 32-37, generalizzava questo aspetto, sorvolando su pentere e tetrere nelle flotte principali di Miseno e Ravenna.

<![if !supportLists]>8.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[119]<![endif]> AS, cit., p. 105.

<![if !supportLists]>9.        <![endif]><![if !supportFootnotes]>[120]<![endif]> Ateneo V, 206d sgg., riporta la descrizione dettagliata di Moschione; traduzione critica, con greco a fronte, del Casson in SSAW, pp. 191 sgg.  Una nave a remi di 78 tonnellate di stazza era tra le varie scialuppe di salvataggio della Syracusia (!) (AS, cit., p. 96).

<![if !supportLists]>10.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[121]<![endif]> Ateneo V, 203 e, riporta la descrizione della 40 ordini di Tolomeo. Ma vedasi meglio su questa nave l'articolo di M. Ascani, cit. nella bibliografia finale.

<![if !supportLists]>11.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[122]<![endif]> AS, cit., p. 104; SSAW, cit., pp.157 sgg.; WALLINGA, "Mnem.", 4, Ser. 17, 1964.

<![if !supportLists]>12.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[123]<![endif]> Ma anche SA, cit., "Porti e infrastrutture portuali", pp. 222 sgg.

<![if !supportLists]>13.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[124]<![endif]> G. Martinat, "I Fenici inventori", "Prua all'ignoto oltre il limite di Ercole" (Suppl. a La Stampa, marzo 1988), p. 27- 30, sulle "navi nere" dei Punici).

<![if !supportLists]>14.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[125]<![endif]> A parte altri riferimenti in Giovan Battista Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura di M. Milanesi, Torino 1980, anche  C. Capello, Viaggi dei popoli nordici, vol.III, Torino 1979, constata che i popoli del Nord Europa avevano rapporti frequenti con gli Arabi, come testimoniano le migliaia di monete arabe che gli archeologi hanno trovato in Irlanda, Germania, Russia, Scandinavia e Islanda. Gli interessi commerciali tra questi due popoli, così diversi per modo di vivere e così distanti, erano molto vivi. Ma si afferma che soprattutto le conoscenze in campo astronomico, geografico, scientifico e l'esperienza degli Arabi come navigatori erano molto apprezzati dai Vichinghi. Dagli Arabi, probabilmente, i popoli del nord erano venuti a conoscenza della sfericità della terra. Ne è testimonianza "Lo specchio del re", un libro destinato all'istruzione dei figli dei re scandinavi, scritto intorno al 1250, mentre ancora nel XV secolo non sono molti in Europa a conoscere questa tesi geografica.

<![if !supportLists]>15.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[126]<![endif]> La "Storia della Tecnologia" (cit., Oxford 1956, vol. II, pag. 582) afferma: "Quasi certamente è errata la supposizione che le navi romane fossero soltanto in grado di navigare col vento in poppa, ma è evidente che esse non avrebbero mai potuto bordeggiare contro vento se non nel senso più limitato della parola".

<![if !supportLists]>16.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[127]<![endif]> Sarebbe più giusto dire "conta- stadii"; era propriamente l'odometro. "La maggior precisione viene forse raggiunta negli strumenti di misurazione allora inventati, dall'areometro archimedeo all'odometro (non diverso da un moderno contachilometri e adattabile tanto alle vetture terrestri quanto alle navi), alla diòptra descritta da Erone, per la misurazione di angoli e altezze..." (SCG IX, pag. 130)

<![if !supportLists]>17.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[128]<![endif]> Cfr. la rivista "Archeo", n.4 (110), aprile 1994, articolo a proposito delle Isole Fortunate. "I Fenici di Lixus dovettero dunque scoprire quasi subito l'arcipelago canario, dopo di loro i Cartaginesi; e non sono pochi gli studiosi che ritengono che il mitico Atlante, il gigante che regge il cielo, si dovesse indentificare con il Teide piuttosto che con le montagne del Marocco" (Ibidem, pag. 99). "Ancora nel I sec. il geografo romano Stazio Sesobo conosceva una rotta che dalla costa africana in 40 giorni conduceva a certe 'Isole Esperidi' [cioè d'Occidente]" (Ibidem, pag. 101). Dal tempo di Augusto, una relazione sulle Isole Fortunate (Azzorre) richiesta al re Giuba II di Mauritania e confluita in Plinio, fece identificare tali isole con le Canarie. Poichè da allora, tramontate le esplorazioni fenicie e puniche, non ci furono più altre esplorazioni ufficiali (Ibid., pag. 103), si perse "l'immenso patrimonio di conoscenze della marineria fenicia e punica. Con la caduta di Cartagine bruciò anche l'isola dell'Ammiragliato, nella rada dove si conservavano i preziosi portolani e i segreti di secoli e secoli di dominio dei mari" (Ibidem); con il coinvolgimento di cartagine nelle guerre puniche e il conseguente abbandono delle rotte atlantiche". "Non è da escludere che la grande isola occidentale con fiumi navigabili [quindi non Madera] di cui parla Diodoro Siculo fosse la reminiscenza di terre d'oltreoceano, casualmente incontrate in uno dei viaggi atlantici di ritorno dalle regioni dell'Africa Equatoriale. E' proprio in questo modo che Alvarez Cabral scoprì, del tutto casualmente, le coste del Brasile" (Ibidem, pag. 101). Nella vita di Sertorio di Plutarco si dice che il generale romano aveva udito, a Cadice, che le isole Fortunate distavano dalla costa 10.000 stadi (circa 1700 km), esattamente la distanza che separa le Azzorre dallo stretto di Gibilterra.

<![if !supportLists]>18.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[129]<![endif]> "Le scoperte scientifiche non furono quindi applicate nella loro totalità per obiettivi economici. La nostra mentalità moderna può esssere turbata nel vedere scoperte fondamentali, come quella del vapore o dell'aria compressa, utilizzate per realizzare oggetti che servivano da passatempo o, al massimo, modelli di macchine da guerra forse non mai costruite. Stupisce vedere quanto fosse poco intressante, per gli uomini dell'ellenismo, la ricerca di nuove fonti di energia, dato che non si provò ad usare la nafta, che pure era nota, né qualità di carbone come l'antracite." (SCG IX, pag. 131). Si è pensato erroneamente (cosa che può valere al massimo per l'età di Vespasiano) che i governanti abbiano temuto di creare disoccupazione introducendo nuovi macchinari. "Il disinteresse venato di disprezzo di alcuni scienziati verso le realizzazioni tecniche... non avrebbe comunque potuto porre, da solo, un freno alle applicazioni pratiche delle nuove scoperte, se queste applicazioni fossero state possibili. Ma nell'ambito della società ellenistica e in particolare egizia... la mano d'opera umana (schiavi e liberi) e animale era abbondante e a buon mercato, in secondo luogo l'impianto di macchinari sarebbe stato estremamente costoso... e perciò insostenibile da piccoli agricoltori e medie imprese, nella generale scarsità di capitale... Latifondisti e grossi industriali" (pur avendo nelle grandi aziende le nuove fonti energetiche indicate dai fisici e dagli ingegneri) "non concepivano la possibile aplicazione pratica dei princìpi delle macchine giocattolo illustrate nei trattati tecnici, o non ne trovavano convenienza" (Ibidem, pag. 133).

<![if !supportLists]>19.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[130]<![endif]> Esauriente a proposito G. Aujac, La geografia nel mondo antico, Napoli 1984, soprattutto sulla precisione dei calcoli di Eratostene di Cirene sulla circonferenza terrestre.

<![if !supportLists]>20.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[131]<![endif]> "Si era capito come utilizzare alcuni princìpi della scienza avanzata: lo sfruttamento dell'aria compressa portò a creare, oltre ad ordigni bellici, anche lo spruzzatore automatico antincendio" (SCG, IX, pag. 131). Si scoprì il motore a vapore, che muoveva figurine di teatri meccanici e apriva le porte di un tempietto. "Anche la forza di espansione del vapore acqueo fu utilizzata, a quanto pare, solo per un giocattolo: una sferetta di bronzo rotante" (Ibidem, pag. 131). Si trattarebbe qui dell' eolìpila, sempre di Erone, esatto prototipo del moderno motore "a getto" (detto anche, erroneamente, "a reazione"). Parleremo in seguito dell' "effetto diesel", attribuita dalla rivista scientifica americana SCIENTIFIC AMERICAN allo scienziato ellenista Ctesibio (sempre per macchine belliche).

<![if !supportLists]>21.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[132]<![endif]> Le note più sintetiche sono in SCG IX, pag. 127 e 129.

<![if !supportLists]>22.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[133]<![endif]> Diodoro (I, 34,; V, 37) per l'introduzione nel Delta del Nilo ancora vivo Archimede.

<![if !supportLists]>23.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[134]<![endif]> A.Brancati, La scuola di Alessandria e i suoi apparecchi meccanici, Milano 1971; W. Tarn, La civiltà ellenistica, Firenze 1978; P.Levecque, Il mondo ellenistico, Roma 1980; G. E. Lloyd, La scienza dei Greci, Roma-Bari 1978. I testi moderni sottolineano che i grandi sviluppi della scienza ellenistica ebbero grande slancio negli strumenti di guerra (ad esempio catapulte e navi da battaglia) non solo perchè, come diceva Filone, i ricercatori in questi campi furono "massicciamente sovvenzionati da re ambiziosi", ma anche perchè la cultura ellenistica contraria al lavoro manuale e artigianale rese grandi invenzioni un equivalente di sporadiche curiosità. Archimede ai suoi tempi era d'altra parte più famoso per le sue macchine da guerra che per le sue opere matematiche, come constatano A. G .Drachmann dell'Università di Copenhagen e Derek de Solla Price della Yale University. Grandi finanziamenti per strumenti di guerra nei ricchi stati ellenistici, quali Egitto e Rodi, fecero raggiungere una "ottimizzazione del fascio di corde a forma cilindrica delle catapulte a torsione già intorno al 270 a.C.", soprattutto dal gruppo di ingegneri greci che lavoravano per la dinastia tolemaica.

<![if !supportLists]>24.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[135]<![endif]> L'odometro (odòs= strada,mètron= misura), dell'alessandrino Erone, o tassametro come diremmo oggi, misurava la strada percorsa da un veicolo. Era un contagiri da applicare a una ruota: si otteneva la misurazione moltiplicando i giri indicati dal contagiri per la circonferenza della ruota cui l'apparecchio era attaccato. Erone aveva inventato anche il solcometro per misurare il percorso compiuto da una nave: scorrendo lungo i fianchi dello scafo, l'acqua metteva in movimento una ruota a pale, la quale attraverso una serie di ruote dentate faceva muovere una lancetta, che segnava il numero dei giri su un apposito quadrante.

<![if !supportLists]>25.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[136]<![endif]> Non dimentichiamo che per l'occasione alcuni quotidiani nazionali parlarono di Archimede Pitagorico di Siracusa (qualche confusione con Walt Disney).

<![if !supportLists]>26.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[137]<![endif]> Frau, cit.

<![if !supportLists]>27.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[138]<![endif]> Derek De Solla Price, Gears from the Greeks, Yale 1975; Radiografie del Centro Nazionale di Ricerche Ellenico "Democritos", Atene. Solo le radiografie mostrano meccanismi troppo "miniaturizzati".

<![if !supportLists]>28.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[139]<![endif]> Gli ultimi due inventati rispettivamente da Erone di Alessandria e Eratostene di Cirene. Il TRAGUARDO sarebbe divenuto l'alidada con cerchio azimutale graduato, cioè una bussola fenicia, poggiata non più su colonnina o bastoncino come in Erone, ma su un cono per la maggiore stabilità richiesta a bordo delle navi. E' l'erede del moderno TEODOLITE.

<![if !supportLists]>29.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[140]<![endif]> M. Pincherle, in: Come esplose la civiltà, Armenia 1974; Frau, cit., 1987.

<![if !supportLists]>30.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[141]<![endif]> Flavio Biondo da Forlì, in: Italia Illustrata, prima metà del '400.

<![if !supportLists]>31.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[142]<![endif]> Vitruvio, De Arch., X. Sono il Polyspaston e il Pentaspaston, che "sollevava 6 tonnellate con la forza di due uomini", moltiplicabile (W. Sandermann, Das erste Eisen fiel von Himmel, München 1978). Gru e navi apposite servirono per portare a Roma molti obelischi (soprattutto per decorare il circo), tra cui quello oggi a piazza San Giovanni in Laterano che pesa 455 tonnellate, quello oggi a piazza del Popolo che ne pesa 235 e quello Vaticano che pesa 440 tonnellate.

<![if !supportLists]>32.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[143]<![endif]> Pollux Iulius, (Pollucis Onomasticon, voll. 2 + Index a/c Ericus BETHE, Lexicographi Graeci, IX, fasc. 1- 3,  Leipzig 1900 e 1931, Stuttgart 1966).

<![if !supportLists]>33.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[144]<![endif]> A questo, cioè solo a triacontore lasciate ad Antioco, crede stranamente il Casson, cit.

<![if !supportLists]>34.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[145]<![endif]> Con queste ragioni di mobilità si potrebbe forse anche rispondere al mistero del perchè novares e decares costruite nel 315 da Demetrio non figurino nell'importantissima battaglia di Salamina di Cipro del 306.

<![if !supportLists]>35.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[146]<![endif]> La nave regia macedone catturata dagli incursori Etoli nel 221 a.C. presso Citera (Polibio IV,6) non avrebbe rappresentato così grande bottino da mettere all'asta in Etolia, come imbarcazione e come equipaggio di manovra, se il numero dei vogatori e le dimensioni della nave non fossero stati considerevoli.

<![if !supportLists]>36.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[147]<![endif]> E chissà , forse calcolando il regno di Siria come contrappeso strategico- geografico alla vicina potenza tolemaica, per nulla intaccata nelle sue dimensioni territoriali, nelle ingenti ricchezze nè nella consistenza della flotta dalle vicissitudini di quei decenni. E ciò nonostante che certo i Romani si fidassero a tal punto dell'alleanza e della fedeltà egiziane da tralasciare di potenziare o salvaguardare ai confini dei Tolomei regni ancora militarmente apprezzabili.

<![if !supportLists]>37.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[148]<![endif]> Quel "minori" andrà però ben riconsiderato, alla luce degli studi di Ascani, in quanto all'efficacia in battaglia. E lo dimostrerà anche Augusto ad Azio con le "minori" liburne.

<![if !supportLists]>38.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[149]<![endif]> Tra l'altro già in occasione di operazioni di assedio di grosse fortezze marittime dell'Asia Minore, quale Abido. E' evidente la funzione delle grandi macchine da lancio imbarcate per tali attività di assedio.

<![if !supportLists]>39.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[150]<![endif]> Le controversie sull'interpretazione delle parole monere e monoxyle in Polluce, l'impossibilità di decifrare alcuni dei suoi termini e la nostra incapacità di proporre soluzioni personali a proposito non possono impedirci di esplicare le nostre perplessità riguardo questa parola di Livio. Lo stesso BASCH, cit.,  pp.420 sgg., usa i termini ambigui di cinqu-biremes e cinqu-uniremes (in francese) per distinguere quinqueremi a due e a un livello.

<![if !supportLists]>40.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[151]<![endif]> Le possibilità di retrodatazione di questa invenzione, offerte dagli studi di Ascani, hanno del soprendente, aiutando le nostre tesi sulle grandi capacità tecniche del mondo antico.

<![if !supportLists]>41.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[152]<![endif]> Casson, cit., SSAW pag. 119 sgg., crede veramente che la 16 ordini di Demetrio, varata nel 288 circa, sia la stessa presa a Filippo nel 197 e portata sul Tevere nel 167. Ma è ben difficile, e non fanno testo gli 80 anni della quadrireme descritta da Livio XXXV, 26, 5- 90. I 22- 25 anni di vita media (cioè non per affondamento in battaglia) delle quinqueremi romane nelle prime due guerre puniche (Casson, ibidem., pag. 120 n. 80) sono certo una media non triplicabile nè quintuplicabile.

<![if !supportLists]>42.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[153]<![endif]> BASCH, cit., p.350.

<![if !supportLists]>43.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[154]<![endif]> << MONERIS, moneres. Livio 38,38 monerem, antiqua lectio teste Gelenio, cod. Lov.4, minorem M?, codd. recc. plerique, minore B). >> Quest'unico riscontro nelle fonti antiche è così riportato alla voce corrispondente nel più recente THESAURUS ERUDITIONIS.

<![if !supportLists]>44.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[155]<![endif]> Venga inteso bene il mio pensiero: senza una flotta commerciale regioni popolose non potevano vivere a meno che non fossero "direttamente" mantenute dal popolo romano (il che non fu a tale livello); quindi ribellioni commerciali o addirittura alimentari sarebbero avvenute certo prima di un cinquantennio. Flotte di Numidia e di Libia non sono neanche da prendere in considerazione, e certamente gli appaltatori romani estesero lì completamente la loro intraprendenza.

<![if !supportLists]>45.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[156]<![endif]> Fino alle odierne soluzioni trovate per il remeggio in generale da Ascani; che pure esulano, per sua stessa intenzione, da questo aspetto così particolare, controverso e puramente filologico.

<![if !supportLists]>46.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[157]<![endif]> Polibio XVI,3.

<![if !supportLists]>47.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[158]<![endif]> La "triremis constrata" di Cesare, Bel. civ. 2, 23, non è, come pensa Casson, cit., SSAW pag. 124 n. 95, una "trireme pontata" ma ovviamente una trireme catafratta e con torri.

<![if !supportLists]>48.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[159]<![endif]> Anche Casson, già cit., pag. 134.

<![if !supportLists]>49.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[160]<![endif]> "L' ipotesi più verosimile sembra quella di compromesso, secondo cui questi giganti del mare avevano effettivamente due scafi- (ma non con possibilità di tenere uniti due scafi di dimensioni così gigantesche senza che questa costruzione gemellare si sfaciasse per le mareggiate o per l'impatto dei rostri- la "40" ne aveva cinque!)- ma senza remi nella parte interna, con scafi immediatamente agganciati l'uno all'altro grazie a una struttura interna" (Ibidem). Non tanto quindi una particolare disposizione di vogatori ma superficie del ponte di combattimento che era il doppio del normale, per truppe d'abbordaggio (che sappiamo molto numerose) e macchine.

<![if !supportLists]>50.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[161]<![endif]> Ci interessa di meno che per ST, cit., II, pp. 574- 575, "catafratta" sia solo la galea corazzata dalla 8 ordini in su.

<![if !supportLists]>51.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[162]<![endif]> Piccolo e veloce era anche il phaselos (gr.) o phaselus (lat.), da trasporto, principalmente di passeggeri.

<![if !supportLists]>52.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[163]<![endif]> Sulle due vele, principale centrale e secondaria anteriore più orientabile col vento contrario, estremamente sintetici Weissenborn e Müller nelle note a Livio XXXVII, 30, 7, Leipzig 1915, almeno per quel che riguarda i nostri più semplici riferimenti alla guerra punica. Ma è pur vero che le enormi navi a remi ellenistiche, esistenti proprio in quegli anni, erano triarmenos, cioè con tre grandi alberi maestri, come la stessa colossale SYRAKUSIA costruita in quel periodo da Archimede per Gerone II. La Syracusia era da trasporto ma anche da guerra, e sul suo ponte da combattimento si trovavano una catapulta, invenzione di Archimede, capace di lanciare proiettili di 180 libbre o giavellotti di 5 metri e mezzo a una distanza di circa 200 metri, e otto torri, ciascuna con 6 soldati di marina, sicuramente fornite di altre macchine da lancio e di "mani di ferro" (Ateneo, 208c ).

<![if !supportLists]>53.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[164]<![endif]> I Rodii che, ad es.,inseguono i "lembi" dei pirati illirici nel 220 a.C. (Polibio IV,19). Lo stesso termine di "polizia marittima" per Rodi in quel periodo ricompare im molti testi,  dal Mommsen alla Enciclopedia Treccani (vol. XXII, voce "MARINA").

<![if !supportLists]>54.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[165]<![endif]> Siamo sicuri che Polibio si riferisce qui alla pece liquida per rendere stagne le costruzioni navali (Plinio,  Natur. Hist. XVI, 21,52) e alla pece "zopissa", grattata via dalle imbarcazioni marittime perchè diventata, con l'acqua di mare, una sostanza durissima e resistente più di qualsiasi altra pece o resina  (Plinio, ibid., XVI, 23,56).

<![if !supportLists]>55.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[166]<![endif]> Con "catapulte" in genere (ma torneremo su questo problema), anche Werner Soedel e Vernard Foley (cit., II, pp.86- 95) intendono sia le baliste che le macchine lanciasassi. Questa automatica di Rodi era una balista così come la posteriore cheiroballistra o carrobalista su ruote romana (55 carroballistae in ogni legione romana -Vegezio II, 25). L'onagro era una catapulta vera e propria. La grande catapulta lanciasassi di Archimede lanciava pietre di oltre 78 chilogrammi.

<![if !supportLists]>56.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[167]<![endif]> Ibidem, pag. 229.

<![if !supportLists]>57.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[168]<![endif]> Ad esempio, Erone di Alessandria, "Trattato sulle macchine da guerra", di meccanica applicata; circa 100 a.C.

<![if !supportLists]>58.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[169]<![endif]> Secondo ricostruzioni di F. E. Winter, Greek Fortifications, Londra 1971, e R. Barnard, Fortificazioni e macchine da guerra ellenistiche, in "Atlanti", cit., Oxford 1984, pp. 136- 137.

<![if !supportLists]>59.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[170]<![endif]> Cfr. Livio XLVI, 23,6 , su Rodi come depositaria, ancora nel 168 a.C., della gloria marinara mediterranea.

<![if !supportLists]>60.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[171]<![endif]> G. Giannelli, Trattato di storia greca, cit., Bologna 1983 7, pag. 472.

<![if !supportLists]>61.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[172]<![endif]> Ciò conferma la tesi sulla pericolosità delle macchine da lancio per vogatori e fanti di coperta.

<![if !supportLists]>62.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[173]<![endif]> Polibio peraltro (XVI, 2, 9- 10; V, 62, 3) indica con catafratte tutte le navi da guerra in genere più grandi delle triremi.

<![if !supportLists]>63.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[174]<![endif]> "Le torri da combattimento facevano parte del normale armamento delle navi da guerra romane" (RF, p. 58; AS, p. 97). Casson, cit., SSAW conferma l'indentità di significato tra il termine greco e quello latino. Polibio peraltro (XVI, 2, 9- 10; V, 62, 3) indica con catafratte tutte le navi in genere più grandi delle triremi.

<![if !supportLists]>64.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[175]<![endif]> Cfr.C.Torr,Ancient Ships, ristampa Chicago 1964, pp. 108 sgg. (celoces), pp. 115 sgg. (lembi).

<![if !supportLists]>65.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[176]<![endif]> Vedere la bibliografia finale relativa a Basch e ad Ascani.

<![if !supportLists]>66.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[177]<![endif]> Dal provetto Annibale Rodio della I guerra punica a questi ammiragli, i Rodii erano davvero i più rinomati nella marineria dell'epoca. L'isola di Delo, così importante in seguito e sotto l'impero, era ancora un semplice scalo di Rodi.

<![if !supportLists]>67.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[178]<![endif]> Tucidide VII, 53, 4, sull'uso più antico, anche se Polibio ne parla per il 190 come decisiva arma nella flotta di Rodi e App., Syr. 27, come regolare equipaggiamento di quella flotta a partire da tale data.

<![if !supportLists]>68.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[179]<![endif]> Cfr. l'antico graffito riprodotto in Casson, cit., SSAW ill. 115, e quello più suggestivo e realistico, da Alessandria (Hypogeo d'Anfouchy, II sec. a. C.), in BASCH, cit.,  ill. 807 p. 386, con un braciere di materiale incendiario che sporge in avanti sulla prora da una torre.

<![if !supportLists]>69.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[180]<![endif]> Cfr. anche AS, cit., p. 203.

<![if !supportLists]>70.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[181]<![endif]> Si risolverebbero così, secondo noi, in base ad Appiano, i dubbi avanzati da Casson, Basch e Höckmann sulla data dell' utilizzo stabile dei trulla sulle navi di Rodi.

<![if !supportLists]>71.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[182]<![endif]> Si è osservato che i Rodii usavano le loro manovrabilissime quadriremi per speronare con la stessa perizia con cui gli Ateniesi avevano usato le loro triere, e che i Cartaginesi usarono allo stesso scopo le quinqueremi, mentre i Romani le usavano per l'abbordaggio (Casson, cit., SSAW pp. 100- 101). Ma lo stesso Casson parla (con Livio XXXVII, 32, 4) della quadrireme come nave rodia per eccellenza nel periodo tra il 200 e il 180 a. C. (Ibidem, pag. 102; AM, cit., pag. 152 e 168), mentre precedentemente la quinquereme, più che la quadrireme, ci risulta essere la nave più diffusa e pericolosa nella flotta rodia.

<![if !supportLists]>72.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[183]<![endif]> Höckmann (AS, cit., pag. 222) accenna alla convenienza comunque per gli stati greci di tornare all'uso quasi unico di triremi, quadriremi e massimo quinqueremi anche dopo l'introduzione dei modelli maggiori di poliremi.

<![if !supportLists]>73.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[184]<![endif]> La crisi della marina di Atene si ebbe già dall'inizio della supremazia macedone. Tra le varie testimonianze vi sono anche quelle meno esplicite, come il fatto che dal 299/298 a.C. Delo deve fortificarsi addirittura contro incursioni "tirrene" (cioè dei pirati etruschi nell'Egeo). Il declino di Atene fu rilevante  dal 322 al 280 a.C., cioè dalla sconfitta ateniese ad Amorgos ad opera dei Macedoni fino alle lotte dei Diadochi con la vittoria di Tolomeo II e il predominio egiziano nell'Egeo.

<![if !supportLists]>74.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[185]<![endif]> Considerati i riferimenti di Polibio in XII,5, i contingenti navali di Locri dovevano essere però tutt'altro che esigui. Per le triremi della colonia greca di Marsiglia (Massilia) si veda oltre.

<![if !supportLists]>75.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[186]<![endif]> Anche in seguito i lembi, più delle liburne, rimasero la nave tradizionale della marineria illira. 220 lembi furono catturati agli Illiri dal console Anicio nella guerra del 168 a.C., poco prima della conclusione della III guerra macedonica.

<![if !supportLists]>76.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[187]<![endif]> Casson, cit., SSAW pag. 131, n. 121 con bibliografia.

<![if !supportLists]>77.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[188]<![endif]> Nel Capitolo Primo, nei paragrafi dedicati alle forze navali  della Federazione Romana e alle Colonie Romane di Difesa Costiera.

<![if !supportLists]>78.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[189]<![endif]> Questi legami con Cartagine di città greche (e non solo fenicie) nella Sicilia occidentale durarono anche dopo che l'isola diventò la prima provincia romana,alla fine dalla I guerra punica. E vennero in luce particolarmente nel corso della II guerra punica. Essi erano dunque radicata; anche se meno diffusi della tradizionale avversione dei Greci di Sicilia verso i Punici.

<![if !supportLists]>79.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[190]<![endif]> Durante la conquista da parte dei Romani di Marcello, Siracusa ha ancora nel Porto Grande 55 poliremi.

<![if !supportLists]>80.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[191]<![endif]> Unica eccezione forse i Focesi di Marsiglia prima del dilagare punico.

<![if !supportLists]>81.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[192]<![endif]> Soprattutto per le operazioni degli Scipioni, cioè per 13 anni, dal 218 al 211 e dal 210 al 205. Disponevano, come già detto, per lo più di triremi.

<![if !supportLists]>82.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[193]<![endif]> Il frammento di Sosylus in F Gr Hist 176 F 1. Citato molto recentemente in MORRISON J.S., (a/c) The Age of the Galley- Mediterranean Oared Vessels, London 1995 (con contributi dei massimi specialistici mondiali sulle navi antiche delle Università di: Texas, New York, Illinois, Copenhagen, Utrecht, London, Sidney  e altre, e con bibliografia ragionata), pag. 60-61. Vi si espone molto bene la tattica del diekplous - prediletta da Fenici e Punici (i Fenici d'Occidente)- e soprattutto la "difesa tattica" contro il diekplous, difesa che Sosilo dice inventata da Eracleide di Mylasa (città della Caria tra Mileto e Alicarnasso) ed usata nella battaglia dell' Artemisio. La stessa tattica di difesa fu poi copiata dai Massalioti (Marsigliesi, alleati dei Romani contro Annibale) nella battaglia alle foci dell'Ebro del 217 a.C., sconfiggendo gli abili Punici.

<![if !supportLists]>83.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[194]<![endif]> Quella che abbiamo già definito 2° tattica, il rompere lo schieramento avversario con l'abilità e la velocità nell'uso del rostro. Il GDS III2, anche a pag. 160, loda la attendibilità e obiettività storica dei frammenti di Sosilo; eliminando ogni sospetto di parzialità e partigianeria nella descrizione della impostazione e dello svolgimento battaglia.

<![if !supportLists]>84.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[195]<![endif]> Del resto come navi minori di tal tipo vanno intese quelle che Livio XXVI,7,9, descrive come numerose sul fiume Volturno nel 211 a.C., utilizzate da Annibale per traghettare il suo esercito al di là del fiume.

<![if !supportLists]>85.     <![endif]><![if !supportFootnotes]>[196]<![endif]> Si pensi che nella sola città di Tolemaide, fortezza egiziana in Fenicia, a sud di Tiro, nel 219 a.C.,prima ancora del confronto diretto, in modo del tutto incruento Antioco si impadronì "di 40 navi; di esse 20 erano solidamente corazzate e disponevano tutte di almeno quattro ordini di remi,le altre erano triremi,biremi e navi veloci a un solo ordine di remi"(Polibio V,62, che fa capire come in nessun modo simili episodi potessero incidere sull'equilibrio delle forze). Nello stesso anno in cui nasce Annibale, nel 246, muore Tolomeo II, che aveva nella sua flotta, oltre alle triremi e alle altre navi minori, 17 quinqueremi, 5 sexteres, 37 hepteres, 30 novares, 14 navi con 11 ordini, 2 con 12 ordini, 4 "13", una "20" e due "30" ordini (Ateneo V, 203d e 203e-204b). Sulla "11" cfr. anche Teofrasto, Hist.Plant.,5.8.1; sulla "13" anche Plutarco, Demetr. 31.1.

<![if !supportFootnotes]>[197]<![endif]> Il frammento di Sosylus in F Gr Hist 176 F 1. Citato recentemente in MORRISON J.S., (a/c) The Age of the Galley- Mediterranean Oared Vessels, London 1995 (con contributi dei massimi specialistici mondiali sulle navi antiche delle Università di: Texas, New York, Illinois, Copenhagen, Utrecht, London, Sidney  e altre, e con bibliografia ragionata), pag. 60-61. Vi si espone molto bene la tattica del diekplous - prediletta da Fenici e Punici (i Fenici d'Occidente)- e soprattutto la "difesa tattica" contro il diekplous, difesa che Sosilo dice inventata da Eracleide di Mylasa (città della Caria tra Mileto e Alicarnasso) ed usata nella battaglia dell' Artemisio. La stessa tattica di difesa fu poi copiata dai Massalioti (Marsigliesi, alleati dei Romani contro Annibale) nella battaglia alle foci dell'Ebro del 217 a.C., sconfiggendo gli abili Punici.

<![if !supportFootnotes]>[198]<![endif]> E' quella che abbiamo già definito 2° tattica, il rompere lo schieramento avversario con l'abilità e la velocità nell'uso del rostro. Il GDS III2, anche a pag. 160, loda la attendibilità e obiettività storica dei frammenti di Sosilo; eliminando ogni sospetto di parzialità e partigianeria nella descrizione della impostazione e dello svolgimento battaglia.

<![if !supportFootnotes]>[199]<![endif]> E' ancora controverso se il greco parexeiresìa corrisponda al latino pàrodus per indicare questi ballatoi (e "corridoi") laterali sporgenti sui fianchi della nave per l'aggettito dei remi. Anche AS, cit., nella nomenclatura a  p. 237 non dubita dell'attribuzione del termine greco, bensì di quello latino (?). Ma il dubbio è inverso, come mi ricorda l'architetto Ascani.

<![if !supportFootnotes]>[200]<![endif]> Ascani ha spiegato quasi tutto sulle epotidi nella sua relazione al Congresso Internazionale di Archeologia Navale ad Atene nel 1989.

<![if !supportFootnotes]>[201]<![endif]> Si veda, nel volume sulle ISTRUZIONI PER LA SIMULAZIONE, la corrispondente regola degli scontri navali (anche in "I Fenici", cit., p.77) e anche altre regole, compresa quella secondo cui la nave catturata vale doppio, in quanto aumenta le forze del nemico.

<![if !supportFootnotes]>[202]<![endif]> Contro "il lancio di rostri di ferro" da parte dei Siracusani (Tucidide VII, 6, 2) si ricorse a coperture di cuoio sulle prore come contromisura (Ibidem, 6, 5).

<![if !supportFootnotes]>[203]<![endif]> Sul "taglio dei remi" abbiamo, non senza fatica, trovato questi riferimenti: Curzio Rufo, IX, 9, 16: collisione fra navi, con vicendevole infrangere- abstergere- dei remi; Caesar, Bell. Gall. I, 58: con impeto nel passaggio infrangere trasversalmente i remi della nave nemica; Columella, IV, 27, palmites detergere, spezzare i rametti dei tralci della vite.

<![if !supportFootnotes]>[204]<![endif]> La liburna rimase comunque la nave standard per le flotte delle provincie dell'impero, in cui ammiraglia ea una trireme, mentre a Miseno e a Ravenna rimasero a lungo quinqueremi e triremi e come ammiraglia una sestera (AS, cit., pag. 173).

<![if !supportFootnotes]>[205]<![endif]> Così l'Anonimo (ANONIMO, LE COSE DELLA GUERRA, MILANO 1989 (a/c A.Giardina): 17. EXPOSITIO LIBURNAE.): 1. Liburnam navalibus idoneam bellis, quam pro magnitudine sui virorum exerceri manibus quammodo imbecillitas humana prohibebat, quocumque utilitas vocet ad facilitatem cursus ingenii ope subnixa animalium virtus impellit. 2. In cuius alveo vel capacitate bini boves machinis adiuncti adhaerentes rotas navis lateribus volvunt, quarum supra ambitum vel rotunditatem exstantes radii, currentibus iisdem rotis, in modum remorum aquam conatibus elidentes miro quodam artis effectu operantur, impetu parturiente discursum. 3. Haec eadem tamen liburna pro mole sui proque machinis in semet operantibus tanto virium fremitu pugnam capescit, ut omnes adversarias liburna comminus venientes facili attritu comminuat. (pag. 30). Questa liburna, di cui viene ribadito due volte in poche righe la "magnitudine" e "la mole", cioè l'imponenza, ha coppie di buoi "nello scafo o stiva", azionando ruote che, come remi, producono il movimento. Inoltre questa nave, non solo per l'imponenza e la forza, ma anche "per le macchine che vi operano dentro, affronta la battaglia con tanto fremito di forze da fare a pezzi, con facile attrito, tutte le liburne nemiche che le si accostino". Cfr. anche De rebus bellicis, recensuit R. I. IRELAND, Teubner Leipzig 1984   (xvii - Expositio liburnae, pp.10-11).

<![if !supportFootnotes]>[206]<![endif]> Polibio (I,64) dichiara di volerlo fare meglio nell'ambito di una trattazione della Costituzione dei Romani. Ma nel libro VI., che tratta appunto dell'organizzazione civile e militare romana, in tutti i frammenti a noi pervenuti dal'1 al 58 non vi è accenno alla questione navale, per cui o essa veniva trattata in parti mancanti degli stessi capitoli (quali l'1 o il 12) oppure era parte aggiunta o separata nell'ambito dei 40 libri e a noi non pervenuta. E' ben difficile che Polibio, che dà così grande importanza all'exploit della potenza anche navale romana proprio a partire dalle guerre puniche, si sia dimenticato di trattare, dopo averlo promesso, un caposaldo concettuale delle sue "Storie", e riteniamo insufficienti gli accenni in VI, 52.

<![if !supportFootnotes]>[207]<![endif]> Harmand (L’armèe.. cit. p.89-98, capitolo dedicato all’artiglieria romana) indica in balista, catapulta, scorpione e onagro i quattro termini iniziali per macchine da lancio nel vocabolario romano. Con molti dubbi per l’attribuzione dei termini anche nel periodo da lui analizzato, quello più documentato dell’età da Caio Mario a Giulio Cesare. Per quell’epoca egli documenta lanci tra i 180 e i 740 metri di gittata, con più esempi tra 400/500 metri e i 305 e i 340 metri (“contro vento”), come per l’età macedone (p.94-95).

<![if !supportFootnotes]>[208]<![endif]> E' strano che AS, cit., pag. 205, riferisca soprattutto ad Ottaviano, ad Azio, "armi a lungo raggio" ed efficacissimi proiettili incendiarii contro le "più grandi navi, fino alle 10 ordini", di Antonio. Ma è comunque vero che la tattica delle piccole liburne di Agrippa fu certo superiore con le armi incendiarie.

<![if !supportFootnotes]>[209]<![endif]> Dione Cassio 50, 30. 8; 34, 2.

<![if !supportFootnotes]>[210]<![endif]> Per Viereck, Die römische Flotte (Classis romana), Herford 1975, pag. 37, la hexera (sei ordini) aveva 4 macchine da lancio a torsione nelle 4 torri elevate, altre 3 su fortificazioni del ponte, di cui la più potente a prua (Ibidem, pag. 66); la 9 ordini (enneris) aveva grande torre circolare a prua con 4 macchine, 2 macchine sul ponte a prua e 6 torri coperte girevoli (Ibidem, pag. 68). Dalla 10 ordini in poi aumentavano dimensioni e macchine, ma non le torri.

<![if !supportFootnotes]>[211]<![endif]> Non a caso "nel 225 a.C. Seleuco (di Siria, uno dei più potenti regni ellenistici), regalò a Rodi (dopo il terrribile terremoto che distrusse tra l'altro il Colosso) molte tonnellate di capelli di donna e tendini di animale per corde attorcigliate" (Storia della tecnologia, cit., vol. II, Oxford 1956, p.713)

<![if !supportFootnotes]>[212]<![endif]> ST, II, cit., pag. 723.

<![if !supportFootnotes]>[213]<![endif]> Prou, cit., pp. 63 sgg.

<![if !supportFootnotes]>[214]<![endif]> SCIENTIFIC AMERICAN, cit. Senza nulla togliere alla genialità del novello Ctesibio, l'ingegnere tedesco Rudolph Diesel. Quest'ultimo, molto orgoglioso della potenza del suo motore (che comprimeva le atmosfere di qualsiasi carburante, non era cioè "a scoppio"), sosteneva di poterlo alimentare anche con burro, margarina, olio d'oliva, ecc.

<![if !supportFootnotes]>[215]<![endif]> L'ufficiale di artiglieria tedesco Erwin SCHRAMM (citato per i suoi testi specialistici in una nota precedente) fece prove di tiro con catapulte fedelmente ricostruite alla presenza del Kaiser nel 1902: da 340 metri di distanza, un dardo di 60 cm. di lunghezza perforò una tavola di 2 cm. di spessore. Inoltre (a prova della precisione di tiro) una freccia divise in due una freccia andata precedentemente a bersaglio.

<![if !supportFootnotes]>[216]<![endif]> ROCHAS D'AIGLUN A. de, Traduction du Traitè des Machines d'Athénée (I sec. d.C.), in "Mélanges Graux", Paris 1884

<![if !supportFootnotes]>[217]<![endif]> in greco, "neoria"; Livio parla solo di navalia (anche XXXVII, 10,12). W.H.Gross, Navalia, "Kl. Pauly", IV, coll.20- 21

<![if !supportFootnotes]>[218]<![endif]> In “NAVALIA, ARCHEOLOGIA E STORIA”, a/c Furio Ciciliot, Savona 1996, si ricorda che almeno 6 erano di media le ancore per ogni nave nei relitti ritrovati risalenti al II e I sec. a.C. Parlando degli arsenali (dall’ arabo darsenale), serie di capannoni ognuno per una galea, men che minimi sono i riferimenti ad arsenali non medievali. Ma si ricorda che nel mondo romano l’antichissimo metodo a cucitura dello scafo (Egitto 2600 a.C., Omero nell’Iliade 700 a.C.) pare rimasto per lo più per le riparazioni.

<![if !supportFootnotes]>[219]<![endif]> GRNW, cit., pp. 270- 273.

<![if !supportFootnotes]>[220]<![endif]> Abbiano notato che stranamente in LE BOHEC Y., Historie militaire des Guerres Puniques, Monaco 1996 (collana L’Art de la Guerre pag. 84) tutta la flotta punica è  placés dos au rivage : con le spalle alla riva (anche nel disegno di ricostruzione della battaglia); la flotta romana punta così contro la riva siciliana. Non ci affidiamo all’intepretazione di questo autore (peraltro validissmo a proposito delle strutture militari dell’Impero Romano) neanche per ciò che concerne la riduzione delle cifre di Capo Ecnomo: egli dichiara “non 140000 romani e 150000 punici, les modernes pensent...qu’en tout moins de 100000 hommes ont pris part aux opérations”.

<![if !supportFootnotes]>[221]<![endif]> cfr. anche Polibio I,26, che intende certo per navi "rostrate" queste più veloci e più pericolese; come anche in Livio XXXVI, 42, 8, dove pare a noi che rostrate erano solo le più veloci e maneggevoli col rostro, e quindi al massimo triremi. Pare strano che l'apparato delle note all'edizione UTET bilingue di Livio trascuri queste considerazioni, pur citando giustamente McDonald-Walbank, The Naval Clauses, "J.R.S." 59, 1969, p.32. E nello stesso passo si fa addirittura l'errore di identificare le navi tectae con quelle constratae, mentre le prime erano solo coperte ed eventualmente catafratte, mentre le seconde avevano un equipaggiamento di torri e di macchine aggiuntive. Ma la nostra osservazione alle considerazioni  di  McDonald- Walbank e Foley- Soedel (cit., I, nella bibliogr. finale) ci spinge a considerare le rostrate come triremi con due rostri.

<![if !supportFootnotes]>[222]<![endif]> Quasi avessero -come risulterebbe invece solo dalle maggiori poliremi- più soldati oltre che più forza d'impatto di quelle romane.

<![if !supportFootnotes]>[223]<![endif]> La ricostruzione che segue rispecchia pressochè letteralmente, con minime precisazioni, la descrizione del Ferrero, cit., pp. 171 sgg.

<![if !supportFootnotes]>[224]<![endif]> Le torri della SYRACUSIA di Archimese, nave grande (equivaleva a una 20 ordini) ma mai quanto la 40 ordini di Tolomeo, portavano ognuna 6 soldati addetti alle macchine da lancio. Tale numero medio vale anche per le torri delle decares di Antonio.

<![if !supportFootnotes]>[225]<![endif]> Le fonti antiche riferiscono più rostri per le navi maggiori.

<![if !supportFootnotes]>[226]<![endif]> "I soldati di Antonio, insofferenti dell'indugio, e fidandosi dell'altezza e della grandezza delle proprie navi, quasi fossero inattaccabili, avanzarono dall'ala sinistra"... (Plutarco, Antonio, 65). "Sebbene la lotta cominciasse ad essere ravvicinata, non ci furono morti, nè alcuna nave andò in frantumi; perchè quelle di antonio, a causa del loro peso, non avevano slancio, ed è lo slancio che più di ogni altra cosa rende efficaci gli urti dei rostri; emntre quelle di Cesare si guardavano bene non soltanto dallo scontrarsi di prora contro gli speroni di bronzo solidi e irti degli avversari, ma neppure ardivano di sferrare assalti contro le fiancate: i loro stessi speroni si sarebbero infranti, andando a cozzare contro gli scafi costruiti con grandi travi quadrate e tenute insieme fdal ferro. Perciò la lotta era simile piuttosto a una battaglia di fanteria, o, per essere più precisi, all'assalto di una muraglia. Tre o quattro navi di Cesare insieme ne chiudevano in mezzo una di Antonio; i loro equipaggi combattevano con scudi di vimini, aste, giavellotti, lance e proiettili incendiari; gli uomini di Antonio li bersagliavano con catapulte azionate da torri di legno" (Plutarco, Ibidem, 66).

<![if !supportFootnotes]>[227]<![endif]> Catafratto, in greco e in latino, è termine militare che equivale a "corazzato".

<![if !supportFootnotes]>[228]<![endif]> "La battaglia, tuttavia, era ancora indecisa, e la vittoria possibile ad ambedue i contendenti, quando improvvisamente si videro le sessanta navi di Cleopatra alzare le vele per prendere il largo e fuggire passando attraverso il folto dei combattenti. Disposte com'erano dietro alle grosse, infiltrandosi in mezzo ad esse provocarono grande confusione. Gli avversari assistettero stupiti a quello spettacolo, vedendo che spiegavano le vele al vento e puntavano verso il Peloponneso" (Plutarco, Antonio, 66).

<![if !supportFootnotes]>[229]<![endif]> "Nelle acque di Azio la sua flotta, dopo aver resistito per molto tempo a Cesare, gravemente danneggiata dal mare grosso, che la urtava di prua, malgrado ogni sforzo che fece per resistere, all'ora decima del giorno cedette. I morti non furono più di 5.000, però vennero catturate 300 navi, a quanto scrisse lo stesso Cesare. Non molti dei combattenti si accorsero che Antonio era fuggito; quando ne furono informati, dapprima la notizia parve loro incredibile, se se n'era andato lasciando 19 legioni di fanteria intatte e 12.000 cavalieri: quasi non avesse provata già molte volte la buona e la cattiva sorte, e non conoscesse la mutevolezza della Fortuna..." (Plutarco, Antonio, 68).

<![if !supportFootnotes]>[230]<![endif]> Poichè la flotta orientale di Antonio doveva disporre in misura cospicua degli apporti di Rodi, che inventò e utilizzava precipuamente i trulla, il fatto che questi ultimi figurano per lo più nella flotta di Ottaviano è dovuto: 1) alla migliore abilità e agilità delle triremi (più o meno liburne) di Ottaviano per l'uso delle armi incendiarie e nella velocità per lo speronamento, momento in cui avveniva l'utilizzo dei trulla; 2) alla prevalenza, nella flotta di Antonio, di poliremi superiori alle triremi e molto meno agili e veloci nello speronamento (i trulla erano situati essenzialmente a prora mentre logicamente gli speronamenti più efficaci avvenivano sui lati e a poppa) (già Tucidide riferiva, 400 anni prima di Azio, come lo speronamento prora contro prora fosse una specie di "suicidio").

<![if !supportFootnotes]>[231]<![endif]> CT. (ct)= catafratte, corazzate.

<![if !supportFootnotes]>[232]<![endif]> Marinai principali= con armatura pesante, cioè opliti; marinai secondari= fanteria leggera; marinai lanciaproiettili= arcieri e frombolieri, cioè lanciatori.

<![if !supportFootnotes]>[233]<![endif]> Queste cifre tra parentesi tonde indicano il numero sostitutivo di navi per una simulazione in scala più ridotta, pressochè identica a quella della Avalon Hill, 1980.

<![if !supportFootnotes]>[234]<![endif]> Si veda la bibliografia allegata più avanti.

<![if !supportFootnotes]>[235]<![endif]> Le flotte provinciali erano di liburne con una "3" ammiraglia. Secondo Aelius Aristides, II sec. d.C., Roma ha un mare pieno di mercantili e non di navi da guerra. Zosimo, V sec.: Costantino con 200 triacontore ("nome arcaico per liburna" ???) contro Licinio con 350 triremi, e vince nell'Ellesponto con 80 sulle 200 di Licinio. Zosimo, (V,20,3-4). Vegetius: le sue liburne si evolveranno nel IX sec. nei dromoni bizantini di Leo, Tactica,XIX,7). p.46- da Memnon: "Una 8, il Leontoforo, con 800 rematori per lato, cioè 1600 in totale. 1200 combattenti sul ponte".

<![if !supportFootnotes]>[236]<![endif]> Gaetano Di Stasio, in Microcomputer n.161, aprile 1996, pagg. 158-173, presenta la fedele ricostruzione al computer dell'anfiteatro Flavio (progetto Infobyte, Banca di Roma, ENEL e CNR). Ma si dice (pag.172): "Il distaccamento di 100 marinai della Flotta di Miseno, che alloggiava in una caserma vicina all'Anfiteatro, doveva essere addetto soltanto alla sua manutenzione: per il montaggio e lo smontaggio ne erano necessari almeno mille, che dovevano arrivare su navi, due volte all'anno (in primavera e in autunno), sino alla foce del Tevere o al porto fluviale di Roma". Si ricordano i 24.000 mq. del velario di copertura degli spettatori, che doveva pesare almeno 7.200 chili. Le funi (tra 220 e 320) pesavano circa 80 chili ognuna. Si raggiungono le 30/35 tonnellate comprendendo anche anelli metallici e corde di manovra. Il frastuono del velo, in caso di vento forte, sovrastava  i rumori del circo con i suoi 58.000 spettatori circa. Un anemoscopio ritrovato vicino all'Anfiteatro doveva forse servire a valutare l'esatta forza dei venti per il montaggio.

<![if !supportFootnotes]>[237]<![endif]> In contrasto a ciò, Michael Grant (Cleopatra, 1974; ed.it. Newton Compton [1983], 1997, pag.236), pur ritenendo assennata la proposta di Canidio contro la superiorità di recente esperienza di Agrippa nella guerra di Sicilia e per le importantissime (anche per i rifornimenti) basi di Methone, Corcyra (Panormus); Leucade, Patrae e Creta, nota che anche a terra “i precedenti di Farsalo e di Filippi non erano certo incoraggianti” per Antonio, e difficile era convincevere Ottaviano a scendere in campo (cfr. anche Leroux, p.30).

<![if !supportFootnotes]>[238]<![endif]> Da quel momento in poi la nave da guerra ufficiale dell'Impero di Roma.

<![if !supportFootnotes]>[239]<![endif]> Con molta probabilità, le 300 navi che Ottaviano disse di aver catturato ad Antonio ad Azio (Plutarco, Antonius 68), parte delle 600 che si gloriava di aver catturato nelle guerre civili ed esterne, erano tutte almeno tiremi o superiori per grandezza ("praeter eas, si quae minores quam triremes fuerunt", Res Gestae Divi Augusti, 3, 4, a/c Th. Mommsen, Berlin 1895 e Roma 1984, a/c L. Canali, con nota 4 a pag. 35). Ciò in quanto solo le flotte di Sesto Pompeo e di Antonio potevano avere tante poliremi di tipo orientale superiori alle triremi, rispetto agli altri generali e popoli sconfitti da Augusto.

<![if !supportFootnotes]>[240]<![endif]> “Forse il numero complessivo delle navi che si arresero ascese a 130 o 140, mentre i soldati di Antonio caduti nel combattimento non furono più di 5000, anche se ben più alte devono essere state le perdite tra gli equipaggi di bordo” (Grant, p.240).

<![if !supportFootnotes]>[241]<![endif]> “Salvare anche 60 navi su 230 era un successo per un uomo imprigionato  contro una costa sottovento e surclassato per numero”; “Antonio aveva combattuto non per vincere la battaglia, ma per fuggire, ed era riuscito nel suo scopo... Una battaglia era perduta ma non necessariamente una guerra, che poteva essere riaccesa in altre terre e in altre acque”. Vi era ancora, secondo Grant, il grande esercito di Antonio e, soprattutto, l’enorme tesoro della regina per poter decidere ancora ogni cosa.

<![if !supportFootnotes]>[242]<![endif]> O. Cuntz, Legionäre des Antonius und Augustus aus dem Orient, Jahreshefte, XXV (1929), p. 70 sgg. Inoltre Plutarco fa questo elenco dei "re che in quel momento combattevano agli ordini di Antonio: Bocco di Libia e Tarcondemo della Cilicia superiore; Archelao di Cappadocia, Filadelfo di Paflagonia, Mitridate di Commagene, Sadala di Tracia, tutti presenti di persona nelle sue file. Invece Polemone mandò dal Ponto un esercito, e così pure Malco dall'Arabia, Erode dalla Giudea, nonchè Aminta dalla Licaonia e dalla Galazia; anche dal re di Media furono inviati soccorsi" (Plutarco, Antonio, 61). In pratica, come ben credibile, tutti i re d'Oriente dal Mar Nero alla Persia.

<![if !supportFootnotes]>[243]<![endif]> Questi gli aggettivi ricorrenti in Plutarco per le navi di Antonio: "alte", "imponenti", "estremamente stabili", "alte", "grandi", "inattaccabili", "grandiose", "di enorme peso", "come muraglie". E ciò sempre per far capire la differenza con le navi di Ottaviano.

<![if !supportFootnotes]>[244]<![endif]> Sul rifiuto della intera ala sinistra di Antonio di combattere (Orazio, Epodi 9, 19 sgg.) si sofferma W. W. Tarn, cit., XXI (1931), p. 173 sgg.

<![if !supportFootnotes]>[245]<![endif]> Si obietterà che anche l' Invincible Armada di Filippo II, con enormi e invincibili galeoni, fu sconfitta nel 1588 dalle più piccole e veloci navi inglesi di sir Francis Drake. Ma non è Azio il caso di un così evidente disastro navale. Inoltre la flotta spagnola non fu distrutta da "una" battaglia navale, bensì soprattutto da varie avversità atmosferiche, da azioni di disturbo e da terribili tempeste.

<![if !supportFootnotes]>[246]<![endif]> Interessante che l'inusuale ordine di Antonio (e che destò curiosità tra i suoi marinai) di portare comunque le vele piegate sulle navi (vele inutili in battaglia) potrebbe intendersi secondo noi come "autonomia di lungo viaggio" che, essendo comunque piano segreto, non poteva differenziare navi più o meno grandi nell'ordine impartito globalmente a tutta la flotta; o prevedeva comunque, in caso di vittoria, il trasferimento anche delle più lente decares.

<![if !supportFootnotes]>[247]<![endif]> Mutuata dalla Avalon Hill, California.

<![if !supportFootnotes]>[248]<![endif]> Almeno secondo le due più diffuse linee di interpretazione che vedono per la tesi a) il Kromayer e il Richardson tra i principali sostenitori e per la tesi b) il Tarn, che vede anche nel tradimento dell'ala sinistra di Antonio guidata da Sosio uno degli ostacoli a una vittoria risolutiva cercata in mare da Antonio e Cleopatra. I testi moderni più attendibili sulla battaglia sono infatti i seguenti: W.W.TARN, The Battle of Actium, JRS, XXI (1931), p.173 sgg.; Actium: a note, JRS, XXVIII (1938), p. 165 sgg.; Antony's Legions, CQ, XXVI (1932), p.75 sgg.; J.KROMAYER, Kleine Forschungen zur Geschichte des zweiten Triumvirats, Hermes, XXIX (1894), p.556 sgg.; XXXIV (1899), p.1 sgg.; LXVIII (1933), p.361 sgg.; G.W.RICHARDSON, Actium, JRS, XXVII (1937), p.153 sgg.; A.FARRABINO, Rivista di filologia class., LII (1924), p.433 sgg.; LIII (1925), p.130 sgg.; J.KROMAYER-G.VEITH, Schlachtenatlas zur antiken Kriegsgeschichte, Röm. Abt., taf.24, Leipzig 1924; G.FERRERO, Grandezza e decadenza di Roma, I-IV, Milano 1902- 1907, per Azio ora in "Le antiche civiltà del Mediterraneo", II, a/c D.Magrì, Palermo 1962, p.171 sgg.; R.SYME, The Roman Revolution, Oxford 1939, trad.it Roma 1974, pp.295- 299. Actium and Augustus, University of Michigan Press, Ann Arbor 1996.

<![if !supportFootnotes]>[249]<![endif]> Addirittura, per il Syme (cit., p.297), "la battaglia di Azio era già decisa prima di essere combattuta". Ciò per quel che riguarda i tradimenti e le defezioni che si accompagnavano a "una situazione militare disperata" di Antonio. Siamo convinti che questo, ancora fino al giorno della battaglia, non è in contraddizione con la notevole superiorità (sulla carta) delle legioni e della flotta di Antonio rispetto a quelle di Ottaviano (Ibid., pp.295- 296).

<![if !supportFootnotes]>[250]<![endif]> "Ma il primo a non avere speranze era lui (Antonio): costrinse i nocchieri che volevan lasciare a terra le vele, a imbarcarle e a portarle appresso, con la scusa che bisognava che nessuno dei nemici si salvasse fuggendo" (Plutarco, Antonio, 64).

<![if !supportFootnotes]>[251]<![endif]> Le più grandi e lente poliremi orientali privilegiavano le tecniche di lancio ellenistiche con armamenti più massicci e distruttivi e con più lunga gittata. Ciò non toglie che anche le triremi e biremi liburne privilegiassero le tattiche di lancio, soprattutto incendiarie, e si rivelarono anche più pericolose, se riuscivano ad avvicinarsi, infastidendo molto da vicino le navi più grandi, al di fuori della gittata di queste ultime.

<![if !supportFootnotes]>[252]<![endif]> Lo sosteneva Polibio, lo ha risostenuto nel nostro secolo Gaetano De Sanctis.

<![if !supportFootnotes]>[253]<![endif]> Si indicano con Punici i Fenici d'Occidente, quelli cioè conosciuti direttamente dai Romani in particolare nelle guerre contro Cartagine.

<![if !supportFootnotes]>[254]<![endif]> Tattica navale antica, che consisteva nel tagliare i remi sul fianco della nave avversaria passando rasenti col proprio scafo, dopo aver tirato momentaneamente dentro i propri remi.

<![if !supportFootnotes]>[255]<![endif]> Gli scafi delle enormi navi dell'imperatore Caligola a Nemi, conservatici per 2000 anni grazie all'acqua dolce e al fondo fangoso.

<![if !supportFootnotes]>[256]<![endif]> Grande richiamo turistico e di prestigio per la Grecia, la nave fu collaudata da 170 rematori prima inglesi (dell'Università di Cambridge), poi americani (dell'Università di Yale). Per il grande impegno economico, fu creato un "Trireme-Trust".

 

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