LA PRIMA GUERRA PUNICA

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LA PRIMA GUERRA PUNICA (268-241 a.C)

L'impero di Cartagine, esteso sulle coste di Sicilia, Sardegna, Spagna, Portogallo e di tutto il Nord Africa dall'Atlantico alla Libia egiziana, era una accozzaglia di genti diverse, potente pel numero, ma debole di disciplina (preferivano pagare dei soldati mercenari) e di quel coraggio che si fonda sul rispetto e sulla difesa dello Stato (oggi si chiamerebbe patriottismo): questo in particolare li rendeva diversi dai Romani, che erano una Repubblica tanto rigida e disciplinata militarmente (tutti i cittadini erano soldati) quanto democratica, popolare e partecipativa nella difesa del bene pubblico, sebbene i ricchi e i nobili avessero la preminenza nel governo (oligarchia). Cartagine, che era anch'essa una Repubblica oligarchica, aveva comunque una legione sacra di cittadini, riccamente armati: anche la cavalleria era formata dei nobili di Cartagine, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta. Con Roma i Cartaginesi avevano conchiuso un trattato nell'anno della cacciata dell'ultimo re Tarquinio il Superbo

(509 avanti Gesù Cristo), patteggiando che i mercanti romani approdando a Cartagine sarebbero liberi da tasse. I Cartaginesi s'erano inoltre obbligati a non danneggiare alcuno de'popoli latini ch'erano in dipendenza di Roma: in cambio i Romani avevano promesso di non navigare al di là di un limite che fu segnato al capo Bon in Tunisia, presso Cartagine. Un secondo trattato aveva confermato quei patti nel

348, e vi fu aggiunto che i Cartaginesi se avessero presa qualche città latina non dipendente da Roma l'avrebbero ceduta a questa. I Romani invece si obbligarono a non porre colonie in Africa nè in Sardegna. Allorché Pirro invase la Sicilia, Roma e Cartagine strinsero una specie di alleanza, patteggiando che nessuna di esse avrebbe trattato col comune nemico senza concorso dell' altra. Ma quando lo stesso Pirro abbandonò la Sicilia è fama che esclamasse: <<Che bel campo di battaglia io lascio alle armi romane e cartaginesi!>>. Prevedeva egli ben a ragione che quelle due potenze cresciute fino a toccarsi, dovessero ormai venire a cozzo fra loro, per contendere prima del dominio dell'isola poi di quello del mondo. E la guerra scoppiò infatti e sì lunga e singolare in 28 anni per la varietà dei casi e per le grandi forze d'ambo le parti che non si trova nelle antiche storie l'uguale. Si chiamò nelle storie romane guerra punica dal nome dei Cartaginesi detti anche Punici. Il dominio della Sicilia era allora diviso in tre parti. I Cartaginesi ne tenevano la maggior parte; Gerone secondo, fatto re di Siracusa sette anni dopo la partenza di Pirro, regnava sovra essa città e sulle altre di Acra, Leontini, Megara, Tauromenio (Taormina), Elori e Neeto (Diodoro - XXIII. Framm. 4). Finalmente al capo Peloro e fino a Messina signoreggiavano i Mamertini. Costoro erano in origine soldati mercenari di Agatocle, di nascita Campani o Sanniti. Cacciati alla morte del tiranno, avevano formata una masnada di audaci banditi e andavano intorno mettendo a ruba il paese. Accolti amicamente in Messina avevano abusato crudelmente della ospitalità uccidendo di notte a tradimento i cittadini. Così si erano impossessati di quella città, delle donne e degli averi degli assassinati: e ponendo ogni lor fede nella spada, avevano preso il nome di Mamertini, da quello di Mamerte, che davano nel loro linguaggio a Marte dio della guerra. Da Messina passarono lo stretto in ajuto della legione campana, che uccidendo gli abitatori di Reggio si era impadronita di quella città. E cercavano di allargarsi nel paese siciliano, saccheggiando e uccidendo dapertutto ove giungevano a porre il piede. Gerone di Siracusa per liberar l'isola da quel flagello mosse contro ai fieri ladroni, e guerreggiando arditamente e con buona fortuna li sconfisse sul fiume Longano, e ne fece grandissima strage. Da quella disfatta furono ridotti all'ultima estremità perchè i Romani avevano già distrutti gli occupatori di Reggio loro degni alleati. Non rimaneva loro nulla più che Messina, e disperando di poterla mantenere stavano per cederla allo stesso Gerone. Ma quando questi andò per occuparla si avanzò Annibale generale de'Cartaginesi; il quale tenne a bada il re di Siracusa, e spedì i suoi ad invadere la città. Posti così fra due fuochi i Mamertini, mandarono un' ambasciata ai Romani, offrendosi di dare in loro potere la città, purchè mandassero un pronto soccorso. Posta in deliberazione al senato romano la domanda dei Mamertini, pensavano alcuni che non si potesse senza vergogna proteggere  in coloro il delitto punito poco prima negli occupatori di Reggio. Altri però osservavano che se i Mamertini non erano ajutati i Cartaginesi, già padroni di tanta parte della Sicilia, col possesso di Messina diverrebbero più formidabili, e avrebbero agio di porre il piede in Italia. Tuttavia il senato stava per il rifiuto, il popolo invece volle che si facesse la spedizione: e la vinse, poichè già la parte popolare aveva acquistata preponderanza nelle cose di Stato. Fu dunque deciso di accettare l' alleanza dei Mamertini e di accorrere subito in loro soccorso

(264 a.C.). Appio Claudio Caudice, figlio del cieco consigliatore della guerra con Pirro, ebbe il comando della impresa e imbarcò prestamente le legioni. Intanto un suo legato si recò a Messina ad annunziare le risoluzioni di Roma, e pose guarnigione romana nella fortezza. I Cartaginesi reclamarono; poi unite le loro milizie a quelle di Gerone cinsero d' assedio Messina; e in pari tempo posero una flotta nello stretto per impedire il passaggio di navi romane. Ma il console Appio Claudio passò di notte lo stretto ad onta delle navi africane : sbarcò con ventimila uomini, e con quelli corse subito ad assalire gli assedianti. Battè dapprima Gerone, e così presto, che quel re confessò di non avere nemmeno avuto il tempo di vederlo. Poi nel giorno seguente sbaragliò i Cartaginesi nei loro forti accampamenti; e corse il paese fin sotto Siracusa. Respinto da Egesta ritornò a Messina , e di là a Roma a narrare quanto aveva operato. Messina era libera dall'assedio : lo stretto era sgombrato dalle navi nemiche: i Cartaginesi si erano ritirati nelle loro città siciliane. Il re Gerone volendo amicarsi i Romani , restitui i prigionieri, pagò cento talenti per spese di guerra , strinse e serbò alleanza fedele coi Romani. Roma, che da ogni vittoria traeva fondamento a nuove e più grandi imprese, pensò allora a snidare i Cartaginesi dall'isola e a farla interamente sua. Spedì dunque in Sicilia nel

263 due nuovi consoli con quattro legioni; e questi in meno di diciotto mesi presero sessantasette villaggi e città, fra le quali Centoripa, Agirio, Alicia ed Egesta. I Cartaginesi fecero sforzi supremi, assoldando pei bisogni di quella guerra gran numero di mercenari nella Spagna, in Gallia e in Liguria. In fine ridussero tutte le loro forze in Agrigento, città fortissima per natura e per arte; i Romani vi posero l'assedio, e dopo lunghe e forti prove dell'una parte e dell'altra, i Cartaginesi, perduti gli elefanti, i bagagli e gran numero di soldati , fuggirono di notte dalla città, abbandonandola ai Romani. Questi, che avevano perduto ventimila uomini in quell'assedio se ne vendicarono fieramente , saccheggiando Agrigento. e vendendo come schiavi venticinque mila de' suoi cittadini. Ma non ostanti queste disfatte i Cartaginesi si mantenevano potenti in mare, e quindi riprendevano facilmente le città della costa; e correvano anche a devastare i lidi d'Italia (Polibio I,4). Per cui i Romani compresero che non avrebbero mai potuto conseguire l'intento di acquistare e conservare il dominio della Sicilia, se non si formava una forza navale adeguata a quella degli avversari. Rivolsero dunque ogni pensiero a comporre una flotta, e vi si posero con quel fermo volere che mettevano in ogni cosa; tanto che in breve Roma fu potenza marittima e riuscì tremenda all'antica dominatrice dei mari. Per lo innanzi i Romani non avevano usato se non che triremi da commercio e da sbarco. Una quinquereme cartaginese caduta per naufragio sul lido italiano offerse loro il modello delle navi da guerra. In due mesi cogli alberi dell'Apennino ne costruirono centoventi. Nel medesimo tempo raccolsero le ciurme e le istruirono ai movimenti dei remi : e senza altro indugio la flotta fu posta in mare. Quelle navi fatte in fretta, e con legno non stagionato erano goffe di forma e lente ai movimenti quindi poco atte alle battaglie navali, nelle quali tutto il successo dipendeva dalla rapidità delle mosse. Ma l'industria de'Romani trovò modo a compensare questi difetti con certe macchine che chiamarono corvi. Erano questi de'ponti, i quali dall' albero di prua si facevano piombare sulla nave nemica; nella quale si conficcavano con branche e arpioni di ferro, attaccandola al legno romano. I soldati saltavano allora su quel ponte, e per mezzo di quello nella nave nemica: così seguiva una battaglia simile a quella di terra: nella quale nulla valeva la destrezza dei piloti cartaginesì e tutto il vantaggio era pel valore de'legionari romani. Appena la flotta fu pronta il console Cornelio Scipione partì con diciasette navi alla volta di Messina, poi di quivi essendosi avviato incautamente verso Lipari, fu fatto prigione dai Cartaginesi. Questa prima perdita fu subito riparata dalla presa che fecero i Romani di alcune navi nemiche sulle rotte d'Italia. Dopo questi preludi l'intera flotta romana sotto il comando del console Cajo Duilio Nepote, si avanzò contro i nemici , e li affrontò, lungo la costa settentrionale della Sicilia in vicinanza di Milae (Milazzo)

(260 a.C.). Ai Cartaginesi comandava un Annibale, già difensore di Agrigento nell'ultimo assedio, il quale stava sopra una nave capitana a sette palchi di remi, e aveva cento venti vascelli sotto i suoi ordini. Si fecero innanzi con grande sicurezza, dileggiando l'inesperienza dei Romani. Trenta navi cartaginesi mossero per prime incontro al nemico; ma subito afferrate dai corvi romani, furono assalite dai legionari. Questi entrando per mezzo di quei ponti nei legni avversari vi combattevano con forza estrema e menavano strage grandissima dei nemici; tanto che in breve ne furono padroni. Inoltratisi allora i legni romani, nella stessa guisa presero la nave capitana, e con essa avrebbero preso anche Annibale se non fosse fuggito sopra uno schifo. Le altre navi cartaginesi si tenevano indietro volteggiando ma appena si avanzavano per assalire i Romani, venivano subito aggrappate dai terribili corvi. Cinquanta ne furono prese o affondate, le altre si salvarono colla fuga. Tremila Cartaginesi rimasero uccisi, e settemila prigionieri in quella battaglia. Fu questa la prima vittoria navale dei Romani , dopo la quale più che mai si affidarono di cacciare del tutto i Cartaginesì dalla Sicilia. Duilio sbarcate le sue legioni nell'isola, corse a liberare Egesta dall'assedio che vi avevano posto i nemici; poi prese d'assalto Macella, dove essi eransi afforzati. Dopo queste vittorie, avvicinandosi l'inverno, il console ritornò con preda ricchissima in Roma, dove ebbe uno splendido trionfo , e straordinarie dimostrazioni di onore. Gli fu inalzata nel foro una colonna adorna dei rostri delle navi nemiche e di una iscrizione ricordante la famosa vittoria. Di più fu decretato che per tutta la vita fosse accompagnato a casa ogni sera al lume delle fiaccole e a suono di trombe. Nessuno Stato seppe mai ricompensare i suoi grandi con gli omaggi e coi premi al paro di Roma. Essa sapeva premiare la vittoria, e consolare la sventura: Cartagine invece, ingrata co' suoi generali vincitori, li puniva severa mente quando erano vinti. Annibale temendo le leggi severe della sua patria, mandò dopo la sua sconfitta un uffiziale a Cartagine a riferire che si trovava di fronte a un' armata superiore alla sua , e chiedeva che cosa dovesse, fare. <<Combatta !>> rispose il senato cartaginese. <<Ebbene - disse l'uffiziale - Annibale ha combattuto, e fu vinto>>. Il senato non osò allora condannare un fatto ch' esso medesimo aveva ordinato. Ma poco dopo lo stesso Annibale, ritornando dall'Africa incontrò la flotta romana, e non osando affrontarla, si diede alla fuga. Gli stessi soldati, indignati della sua codardia, lo condannarono, e lo fecero morire sulla croce. Nei tre anni che seguirono continuò ostinata la guerra. 1 Romani perseguitarono le navi nemiche fino sui lidi della Sardegna e della Corsica, e fecero delle corse in quelle isole, traendone gran numero di prigionieri. Dopo aver vinto in uno scontro navale presso alla isole Lipari corsero anche in quelle: poi occuparono Malta. In pari tempo si combatteva fieramente in Sicilia. I Cartaginesi vi distrussero Erice e trasportarono a Drepano (Trapani) i suoi abitanti. I Romani presero _Mittistrato, ne rovinarono le case, e vendettero gli abitanti, presero con molta strage Enna nel centro dell' isola; poi Camarina non lungi dal capo Pachino. Il console Attilio Colattino essendosi poscia inoltrato incautamente negli stetti passi delle montagne siciliane, si trovò circondato dai Cartaginesi , e corse colle sue legioni un pericolo simile a quello delle Forche Caudine. Ma lo salvò l'eroismo del tribuno Calpurnio Flamma. Questo valoroso prende seco trecento uomini scelti, piomba d'improvviso sui nemici, s'impadronisce di un'altura, e riesce ad attirare su lui solo gli sforzi dell'esercito africano: tanto che in quel frattempo riesce al console di aprirsi una via e liberarsi dal mal passo. I trecento intrepidi Romani perirono tutti , dopo avere immolato un gran numero di nemici. Calpurnio, mortalmente ferito, fu fortunato abbastanza per sopravvivere alcune ore alla battaglia, e spirò, dopo aver goduto della sua gloria e della salvezza dell'esercito romano. Fu sepolto co' suoi prodi compagni nel luogo della pugna; e quivi fu elevato un monumento alla loro memoria. Dopo tante prove non si era ancora ottenuto un risultato decisivo; e Roma pensò d'imitare l'esempio di Agatocle, assalendo Cartagine sul suo proprio terreno. Fu dunque decretato uno sbarco in Africa con una flotta di trecentotrenta navi, con trecento soldati e centoventi rematori per ciascuna. Nel

256 a.C. i consoli Lucio Manlio Vulso e Attilio Regolo partirono colle navi e presso le coste siciliane in vicinanza del monte Ecnomo incontrarono la flotta cartaginese forte di trecento cinquanta navi e di di centocinquantamila uomini sotto il comando degli ammiragli Annone e Amilcare. Quivi accadde l'urto delle due armate; e fu l'atto di guerra più formidabile che il tempo antico avesse veduto mai: trecentomila uomini stavano a fronte per contrastarsi l'impero del mondo. I combattenti fecero prodezze e sforzi grandissimi d' ambo i lati. Le due armate erano divise in tre squadre ciascuna; e nello stesso giorno si diedero tre battaglie. La vittoria fu lungamente contrastata, ma anche questa volta il ritrovato dei terribili corvi, e l'impeto audace dei Romani guadagnarono la giornata. Trenta navi cartaginesi furono gettate a fondo e sessantaquattro caddero in mano dei vincitori. Dopo quella sconfitta Cartagine chiese la pace; ma Roma la negò, e mandò sue legioni a sbarcare in Africa. I soldati si mostrarono renitenti all'impresa , perchè temevano delle bestie feroci e dei mostri di cui si dicevano popolati i lidi africani: ma da minaccie e castighi furono costretti all'obbedienza. Le navi romane approdarono al promontorio Ermeo (Capo Bon), che formava l'estremità orientale del golfo di Cartagine. Radunatasi in breve tutta la flotta in quel luogo, proseguì poi lungo la costa africana fino a Clipea (Kabilia); e quivi sbarcarono le legioni prendendo subito la fortezza che Agatocle vi aveva edificata. Quel paese era bellissimo, ricco di messi e di frutti, pieno di città, di ville, e di giardini de' mercanti cartaginesi (Diodoro, XX, 8). Nel primo spavento della invasione improvvisa fuggirono gli abitanti, e i Romani poterono correre la contrada fino alle porte di Cartagine. Furono saccheggiate e arse le case: ventimila uomini rimasero prigionieri; e vi fu gran preda di bestie e di masserizie d'ogni maniera. Narrano alcuni storici che i Romani trovarono in quella terra feconda di mostri, e precisamente sulle rive del fiume Bagrada (oggi Mejerda), un enorme serpente, lungo centoventi piedi, che avvelenava gli uomini coll'alito, li soffocava colle spire tortuose, e li inghiottiva interi. I dardi non giungevano a trafiggerlo: non valeva contro lui valore e coraggio: e dopo la perdita di molti soldati che avevano cercato di vincerlo, convenne per ucciderlo adoprare le macchine da guerra dette baliste e catapulte. La sua pelle fu mandata a Roma e custodita in Campidoglio. Cartagine presa all'improvviso si credette perduta; essa avrebbe forse aperte le porte al vincitore cedendo alle più dure condizioni per ottenere la pace: ma Roma commise allora un grande errore. Volendo prima compiere la conquista della Sicilia, richiamò dall'Africa Manlio colla maggior parte dell'esercito, e ordinò a Regolo di rimanere come proponsole in Africa, lasciandogli solo quindici mila soldati con quaranta navi. Regolo pregò il senato di richiamarlo, dicendo che la sua presenza era necessaria per coltivare sette arpenti di terreno, che formavano tutto il suo patrimonio; dappoichè un cultore infedele aveva abbandonato quel campo portando via gli armenti e gl'istrumenti agricoli. Il popolo romano s'incaricò della cultura del campo di Regolo, e questi fu lasciato in Africa. Cartagine, dopo la partenza di Manlio col nerbo maggiore delle truppe romane, aveva ripreso animo. Radunò tutte le sue forze e le fece marciare contro l'esercito di Regolo. Ma il generale cartaginese scelse male il luogo della battaglia. Era un paese montuoso e frastagliato nel quale gli elefanti e la cavalleria che formavano il vantaggio maggiore degli Africani riuscivano inutili affatto. I Romani approfittando di quell'errore dell'inimico, lo sconfissero, e cacciarono in fuga con grandissima strage. Diciasette mila Cartaginesi rimasero morti in quella battaglia, nella quale i Romani presero cinquemila prigionieri e diciotto elefanti. Dopo la vittoria tutto il paese circostante rimase aperto alle legioni, le quali s'impadronirono di un gran numero di borghi e città, e in ispecie di Tunisi, città forte per la sua posizione dove Regolo pose il suo quartier generale. Cartagine si trovò di nuovo in pericolo estremo, poichè si ribellarono i popoli a lei soggetti, e i Nùmidi che formavano la sua temuta cavalleria disertavano per mettere a sacco il paese a gara coi Romani. La città, coi nemici alle porte, piena di fuggitivi, esposta alla fame e alle malattie non poteva più reggere. Pertanto il Senato cartaginese mandò degli ambasciatori a Regolo per chieder pace. Il proconsole romano, che non pensò abbastanza alle vicende della fortuna rispose superbamente al messaggio ponendo durissime condizioni. Disse che se i Cartaginesi volevano pace dovevano abbandonare del tutto Sicilia e Sardegna, pagare le spese della guerra, e di più un tributo annuale a Roma, rendere i prigionieri romani senza riscatto e ricomprare i loro, distruggere le loro navi, e infine sottomettersi a Roma in guisa da non potere senza sua licenza far guerra né pace. E alle rimostranze degli ambasciatori, cui sembravano inaccettabili quei patti fieramente rispose, dicendo che bisognava saper vincere, o saper obbedire. Cartagine non poteva accettare una pace tanto umiliante, e continuò la guerra, comprando altri mercenari in Grecia e in Spagna, e chiamando a comandare il nuovo esercito un capitano spartano di nome Santippo. Questi, educato alla disciplina austera della sua patria, ed esperto nelle cose di guerra mostrò che l'ignoranza dei capi era stata la causa delle passate sconfitte e promise ai Cartaginesi la vittoria. Così la speranza e il coraggio furono ridesti in tutti gli animi. Santippo, istruite poscia ed esercitate le sue truppe, uscì in campo, con dodici mila uomini, quattro mila cavalli e cento elefanti, e invece di andar sulle alture, si tenne nei piani dove poteva meglio spiegare le sue forze. I Romani, spregiando de' nemici che avevano vinto tante volte, e tenendo sicura la vittoria, si fecero innanzi con ardore grandissimo. Appiccata la battaglia, essi procedendo con impeto straordinario sfondarono dapprima le file degli Africani; ma subito dopo gli elefanti ruppero l'ordine delle legioni, e la cavalleria numida li attaccò di fianco. Posti cosi in disordine i Romani, furono del tutto sopraffatti dalle falangi greche che si avanzarono ordinate e compatte. L'esercito di Regolo fa interamente sconfitto; e il proconsole stesso, dopo aver combattuto eroicamente fu fatto prigione con cinquecento de' suoi. Soli due mila Romani giunsero a porsi in salvamento entro Clipea. Il generale spartano ricondusse l’esercito vittorioso in Cartagine, carico di spoglie nemiche, e trascinando dietro a sé Regolo incatenato con gran numero di prigionieri. I Cartaginesi celebrarono la insperata vittoria con feste religiose, e banchetti, e allegrie d'ogni sorta; e compirono la loro ebbrezza di gioia, insultando atrocemente il proconsole prigioniero. Ma Santippo non ottenne riconoscenza da quel popolo al quale aveva arrecato un tanto beneficio. Avendo a temere dell'invidia dei generali cartaginesi ch'esso aveva superati in bravura non domandò altro premio de'suoi servigi che di potere ritornarsene in patria. E ne ottenne il permesso; ma secondo la maggior parte degli storici antichi, lungo il tragitto di mare fu dagli ingrati Cartaginesi annegato. L'avversità abbatte i cuori deboli, ma ingrandisce le anime forti. I Romani si mostrarono sempre terribili dopo le sconfitte più che dopo le vittorie; e fu appunto sfidando l'incostanza della fortuna che meritarono l'impero del mondo. Appena fu nota in Roma la sventura di Regolo, subito si raddoppiò di attività per riparare al disastro. I consoli Emilio Paolo e Fabio Nobiliore partiti dalla Sicilia con trecento cinquanta navi assalirono la flotta cartaginese sulle coste d'Africa, e la disfecero completamente distruggendo cento e quattro legni, e prendendone trenta. Poi raccolsero la prode guarnigione di Clipea, e con quella fecero vela per la Sicilia. Ma non avendo bastante esperienza dei luoghi, e delle fortune dei mari, non seppero mettersi in sicuro da una furiosa tempesta che li colse presso il capo Pachino, e distrusse completamente quella flotta vincitrice del nemico: duecento navi furono sommerse e infrante contro gli scogli: nè si era mai veduto un naufragio così deplorabile. Tutta la spiaggia siciliana dal Pachino a Camarina apparve coperta di cadaveri romani, e degli avanzi delle navi sfasciate. Anche i consoli perirono annegati; pochi de'naufraghi scamparono, e questi, soccorsi umanamente da Gerone di Siracusa, trovarono rifugio a Messina. Non abbattuti da questo nuovo disastro, i Romani pensarono a rifar subito la loro flotta, e posti in mare duecento venti navigli spedirono i consoli Attilio e Cornelio in Sicilia. Cartagine era intanto rincorata dalle sventure di Roma, e raddoppiando di sforzi mandò nell'isola stessa il generale Asdrubale con cento quaranta elefanti. La guerra riarse dunque in Sicilia con varia vicenda. I consoli colla nuova flotta e cogli avanzi della prima trovati a Messina andarono per le coste settentrionali dell'isola, presero le città di Cefaledio, Solunto, Petrino, Tindaride e Panormo; vi posero presidio, vendettero migliaja di prigionieri, e posero tributi gravissimi al paese. D'altra parte il cartaginese Cartalone ripigliava Agrigento e costringeva i Romani a levar l'assedio da Drepano. La fortuna del mare seguitava a mostrarsi nemica alle navi romane. I nuovi consoli Sempronio e Servilio avendo fatta una scorreria sui lidi Africani, al loro ritorno furono colpiti dal naufragio sulle coste d'Italia, e perdettero cento cinquanta de' loro legni. Per lo che fu deciso dal senato di non rifare la flotta, e tener pronte sole sessanta navi per la difesa delle coste italiane, e pel trasporto delle legioni in Sicilia. Nell'isola furono poi spediti i consoli Cecilio e Metello; i quali si tennero per alcun tempo nella difensiva, senza venirne a battaglia campale, perchè i soldati dopo la disfatta di Regolo erano impauriti dagli elefanti. Da ciò presero maggiore ardimento i nemici; e il loro capo Asdrubale mosse da Lilibeo, e andò contro Panormo. Quivi stava il console Metello, il quale vedendo che i Cartaginesi s`inoltravano incautamente in un terreno frastagliato , nel quale gli elefanti potevano essere più di danno che di vantaggio, pensò di giovarsi del loro errore. Fece dunque assalire il nemico da alcune sue truppe, che poscia finsero di darsi alla fuga. Gli Africani le inseguono fin sotto le mura; ma quivi giunti, gli elefanti saettati dagli strali si rivolgono infuriati, e schiacciano le file dei Cartaginesi. _Metello allora esce colle sue legioni, piomba sui nemici, ne uccide ventimila; e s'impadronisce del loro campo. Tredici ufficiali cartaginesi seguirono a Roma il carro del console trionfatore , e trenta elefanti furono condotti nel circo massimo, dove si diede loro la caccia, perchè il popolo ne prendesse diletto, e nel tempo stesso si avvezzasse a non temere quegli strani animali. Questa sconfitta pose il colmo alle sciagure dei Cartaginesi, i quali in quattordici anni di guerra erano stati quasi sempre battuti e umiliati dai Romani. Si decisero dunque di mandare a Roma un' ambasciata a proporre la pace insieme allo scambio de' prigionieri. Pensarono di ottenere più facilmente l'intento adoprando l'opera di Attilio Regolo, il quale dopo la sua sconfitta da cinque anni stava prigioniero in Cartagine: stimando che la lunga prigionia e il desiderio di ritornare in patria lo avrebbero indotto a consigliare a'suoi concittadini la pace. Fu in tale occasione che Regolo porse il più bel l'esempio di abnegazione e di fede che si vanti nelle istorie. Invano la critica storica si sforzò di attenuare la sua fama: esso rimarrà sempre uno splendido modello della romana virtù. I Cartaginesi vollero dunque che Attilio Regolo accompagnasse la loro ambasciata, facendogli prima promettere che sarebbe ritornato a Cartagine, qualora la pace non si fosse conclusa. Giunto presso le porte di Roma, esso non volle entrare in città, perchè essendo prigioniero non era più cittadino romano. I1 senato che molto stimava le sue virtù uscì a trovarlo fuori dalle mura, e gli domandò il suo parere, circa la proposta della pace e del cambio de' prigionieri. Esso allora sacrificando con grande animo se stesso, consigliò che non si accettasse nè l'una nè l'altra offerta, perchè dannose agli interessi di Roma: e sostenne con tanto ardore il consiglio, che vinse il dubbio degli esitanti, e indusse il senato a mantenere gagliardamente la guerra. Invano alcuni cercarono di ridurlo ad aver compassione di sè stesso. Con sovrumana costanza resistè alle preghiere degli amici, all' affetto della moglie, alle lagrime dei figli. Ben sapeva che a Cartagine, per aver deluse le speranze di coloro che lo avevano mandato, lo aspettava una morte crudele. Pur tuttavia quel generoso volle mantenere la data parola; e con magnanima fortezza salutata la moglie partì. Ritornato prigioniero fra i Cartaginesi, questi lo premiarono della sua incrollabile fedeltà coi più atroci supplizi. Lo rinchiusero dapprima in una oscura prigione dove gli furono tagliate le palpebre: tratto quindi da quelle tenebre, fu esposto ignudo a tutto l'ardore del sole africano. Infine lo chiusero in una botte irta nell'interno di punte di ferro, e dentro a quella il grand'uomo morì fra i dolori più atroci. Per vendicarlo il senato romano consegnò a Marzia sua vedova i principali dei Cartaginesi prigionieri. Essa, furente di dolore e di sdegno, li chiuse in uno stretto camerino, e quivi li lasciò cinque giorni senza cibo. Uno di essi chiamato Amilcare resistè al digiuno e all' infenzione dei cadaveri da cui si trovava circondato (Valerio Massimo I,4,3). Il senato, venuto a conoscenza de'suoi patimenti, n'ebbe pietà; gli rese la libertà, mandò le ceneri degli estinti suoi compagni a Cartagine e trattò umanamente gli altri prigionieri. La guerra divampò più fiera che mai. Non rimaneva ai Cartaginesi in Sicilia se non che l'estremità occidentale dell'isola. i soli punti importanti che ancora tenevano erano Drepano e Lilibeo, e quivi essi concentrarono tutti i loro sforzi. Loro capitani erano Aderbale, Cartalone e Imilcone: i due primi custodivano Drepano : il terzo si rinchiuse in Lilibeo. Questa città, corrispondente alla moderna Marsala, sorgeva sul promontorio del medesimo nome di Lilibeo; era cinta di mura fortissime e da fosse profonde, e protetta dalla parte del mare da lagune per le quali non si poteva senza molta perizia entrare nel porto. Era dunque fortissima così per natura come per arte: e i Cartaginesi, che vi stavano in gran numero sotto il comando d'Imilcone, erano disposti a difendersi fino all'estremo. I Romani vi posero l'assedio con duecento navi e centodieci mila uomini; e usarono per abbatterla nuovi trovati e macchine nuove; gettarono dighe a traverso dei fossi; si sforzarono di chiudere con sassi l'entrata del porto; martellarono cogli arieti le mura e le torri. I difensori rispondevano con pari ardore,e vi furono lotte sanguinose e feroci. Un capitano cartaginese, che come tanti altri portava il nome di Annibale andò con cinquanta navi recanti nuovi soldati e viveri a soccorrere l'assediata città, e con audacia somma, e pari fortuna, riuscì a traversare la flotta nemica e ad entrare nel porto. Incorati da quel rinforzo gli assediati presero ardire a tentare una grande sortita. Uscirono infatti in ventimila, e combatterono a corpo a corpo coi Romani sotto le mura. Da una parte e dall' altra si fecero prove estreme di valore, ma infine gli assediati dovettero suonare a raccolta e rientrare in città. Ritornarono di lì a poco più fieramente all'assalto e questa volta, ottennero d' incendiare le macchine dei Romani. Continuando l'accanita difesa, gli assedianti si trovarono in gravi difficoltà; mancanti di vettovaglie e afflitti dai contagi , dieci mila n'erano già morti d'inopia e di malattia, e molti altri erano periti nei combattimenti. Roma allora raddoppiò i suoi sforzi, e mandò in Sicilia un altro esercito col console Claudio Pulcro. Costui animato da tutta la superbia de' Claudi, e bramoso di fama, volle assalire alla prima le navi cartaginesi che stavano nel porto di Drepano. Prima della battaglia gli auguri lo avvertirono che gli auspici erano contrari, poichè i polli sacri (portati in nave come rituale religioso) non volevano mangiare. - Se non vogliono mangiare bevano! disse il console, e' li fece gettare in mare. Grave errore fu questo , poichè quando la superstizione regna sulla moltitudine il duce deve valersene, e non sfidarla. I soldati, considerando quell'atto come un' empietà, ne rimasero più che mai scoraggiati, pensando ch'era impossibile la vittoria per chi aveva cosi audacemente offesi gli dei. Aderbale che comandava le navi cartaginesi non si lasciò sorprendere nel porto di Drepano; ma tiratosi al largo si fece incontro al presuntuoso Claudio. La linea dei' Romani fu rotta al primo scontro, e non potendo più rannodarla, essi andarono pienamente sconfitti. _Novantatre delle loro navi furono sommerse o prese dall' inimico, otto mila uomini perirono, e venti mila andarono prigionieri. Gli avanzi della flotta, scampati a mala pena da quella battaglia, si inibatterono nell' altro capitano cartaginese Cartalone che li disfece completamente. Né sorte migliore di Claudio ebbe l'altro console Giunio Pullo il quale s' affrettava con un altra flotta verso la Sìcilia. Avendo sprezzati i consigli dei piloti come il suo collega avea fatto con quelli degli áuguri fu assalito e sbattuto da tremenda tempesta: centocinque navi da guerra, e ottocento da carico , piene di vettovaglie furono gettate e rotte contro gli scogli di Camarina. Il console arrivò a Lilibeo con due soli vascelli. e poco dopo disperato si uccise. Roma, spossata da tanti disastri, rinunziò pel momento agli armamenti navali. Il senato permise solamente ai privati di armare dei vascelli a proprie spese, lasciando loro tutto il bottino che fosse provenuto dalle loro corse. Con tal mezzo fu assai danneggiato il commercio dei nemici senza aggravio del pubblico tesoro. L'enumerazione del censo mostrò allora che la guerra e i naufragi avevano diminuito i cittadini romani di più di cinquanta mila uomini. Poscia il senato mandò due nuovi consoli, Metello e Fabio, a continuare la guerra in Sicilia. E Cartagine vi spedì il più prode, il più sapiente di tutti i suoi capitani, Amilcare soprannominalo Barca, che significava fulmine, padre del più famoso Annibale, di cui vedremo in appresso le gesta. Amilcare Barca superava tutti i duci dell'età sua in ardimento del pari che in fortezza e in prudenza. Venne in Sicilia a prendervi il comando di tutte le forze cartaginesi dopo diciotto anni dacchè durava la guerra: e dapprima volse ogni suo pensiero a formare una fanteria che potesse tener testa alle legioni romane. Stabilì nell' esercito una severa disciplina, represse le sedizioni solite dei mercenari; e impegnandosi in piccoli fatti, ebbe cura di esercitare i soldati e farli confidenti in loro stessi e nel comandante. Tenevano i Romani parte di loro truppe intorno a Drepano e Lilibeo, delle quali città seguitava sempre l'assedio, e parte entro le piazze d'Erice e Panormo. Quest'ultima città, la moderna Palermo, aveva accanto a sè il monte Ercte, ora detto monte Pellegrino, che era allora più scosceso e ripido che oggi non sia. Amilcare si pose a campo sulla sua cima, la quale si allargava per cento stadi; e di lassù come da una fortezza osservava il paese e i movimenti nemici. Stette ivi più anni, durante i quali usò tutte le arti e gli espedienti di guerra. Bersagliava i Romani, soccorreva i Cartaginesi posti nei vari luoghi dell'isola, e ad ora ad ora faceva scorrerie fino sulle coste italiane come nella Locride, nel Bruzio, e in altri punti. Così intendeva a sfinire il nemico, tenendosi al sicuro da una sconfitta; e nel tempo stesso indurire col lungo esercizio i suoi soldati, perchè potessero poi vincere in una decisiva battaglia. Tornerebbe impossibile descrivere in tutti i suoi particolari questa lotta, nella quale gli avversari erano simili a due fortissimi atleti, i quali combattendo con gran valore e pari costanza mettessero in opera tutto quanto l'ingegno può suggerire d'insidie, audacie, sorprese e stratagemmi. In quel lungo conflitto avvenne un fatto che mostra la grandezza d'animo del grande capitano cartaginese. Dopo un combattimento esso aveva mandato un messaggio al console romano per chiedergli una tregua affine di seppellire i suoi caduti morti nella giornata. Il console rispose con dispregio ch' era meglio pensare a riavere i vivi piuttosto che i morti. Accadde poco dopo che in altro scontro, essendo periti molti Romani, fu il medesimo console che dovè mandare a chiedere al nemico il permesso di render loro gli ultimi onori. Amilcare_ che avrebbe potuto rimandare l'orgogliosa risposta al Romano, rispose invece ch'esso guerreggiava coi vivi, e che coi morti avea fatto la pace, e accondiscese alla domanda. Così si prolungava con varia vicenda la guerra; e Roma comprese che non avrebbe mai fine se ai Cartaginesi che stavano in Sicilia non si chiudesse il mare, di dove ritraevano sempre nuovi soccorsi di viveri e d'armati. Quindi volse nuovamente il pensiero ad apparecchiare un'altra flotta. Gli sforzi fatti più volte in ventiquattro anni dacchè durava la lotta con Cartagine avevano esaurito il pubblico erario: ma l' amore di patria provvide ai nuovi bisogni. I cittadini prestarono denari allo Stato, fabbricarono le navi , ed ebbero promessa che si rifarebbero loro le spese quando la guerra avesse buon esito (ZONARA. - VIII, 16). In tal modo si prepararono duecento navi da guerra, e queste unite a quelle degli alleati e a settecento legni da carico veleggiarono verso la Sicilia. Comandava quella flotta il console Cajo Lutazio, il quale cominciò felicemente la spedizione impadronendosi del porto di Drepano. A tal novella Cartagine allestì tutti i legni che aveva pronti, e mandò il capitano Annone con quattrocento navi verso le coste di Sicilia (anno

241 a.C.). Avvertito della sua venuta, Cajo Lutazio mosse innanzi coi navigli romani per chiudere il passo al Cartaginese, prima che potesse rannodarsi co' suoi compatrioti. Le due poderose armate che dovevano decidere delle sorti della Sicilia si cozzarono il 10 di marzo presso le isole Egadi. Il vento era contrario ai Romani, i quali inoltre avevano di fronte un nemico superiore di numero; ma il valore e l'ardimento romano vinsero le contrarietà della sorte. Lutazio ebbe piena vittoria, sommerse cinquanta navi cartaginesi, e ne prese settanta, con dieci mila prigionieri. Dopo quella battaglia i Romani divennero padroni del mare; e i Cartaginesi che stavano tuttora in Sicilia rimasero facile preda del nemico. In tanti anni di guerra continua Roma aveva perdute settecento navi, s'era diminuita di un sesto di abitanti, e si era trovata in tanta strettezza di danaro che aveva dovuto alterare le monete, riducendole a un sesto del loro valore. Ma con indomita perseveranza aveva sempre detto: Non cederò mai: la guerra alimenterà la guerra! Cartagine invece aveva perduto solo cinquecento navi , e scarseggiava di danaro: ma la costanza non v'era mantenuta dall'energico patriottismo dei Romani. I suoi cittadini calcolavano l'interrotti traffici, le spese esuberanti, e quindi piegavano ai consigli di pace. Cartagine chiese dunque la pace, e incaricò Amilcare di negoziarla nel modo che stimasse migliore. Nei preliminari fu convenuto che Cartagine pagasse a Roma per spese di guerra duemila e duecento talenti in venti anni. Ma ciò non fu approvato dal senato e dal popolo romano, e il trattato poi fu concluso alle condizioni seguenti: Cartagine abbandonava la Sicilia e le piccole isole circostanti, e si obbligava a non muovere guerra al re Gerone di Siracusa e ai suoi alleati; di più restituiva tutti i prigionieri senza riscatto e pagava in dieci anni tremila e duecento talenti. Volevano anche i Romani che i vinti rendessero le armi, ma Amilcare contrastò a quella condizione obbrobriosa con tutta l'energia del suo fortissimo animo, e ottenne d'imbarcarsi cogli onori di guerra al Lilibeo, ritornando a Cartagine. Tale fu il termine della prima guerra punica, la quale durò di continuo per ventiquattro anni. Per essa fu aggiunta al dominio di Roma la Sicilia, che col suo suolo fecondo divenne il granajo della repubblica, e spesso salvò dalla fame il popolo romano e i suoi eserciti. Lutazio, fratello e successore nel consolato al vincitore delle Egadi, fissò le condizioni dell'isola, che fu la prima provincia romana: in Sicilia per la prima volta fu messo in opera quel sistema di governo provinciale che in seguito i Romani estesero su tanta parte del globo. Più grande ancora fu l'altro effetto di questa guerra, di avere quasi abbattuta la potenza cartaginese, che prima era la più grande che fosse al mondo.

 

 

NOTE

 

LE BOHEC Y., Historie militaire des Guerres Puniques, Monaco 1996 (collana L’Art de la Guerre)

Pag. 90 battaglia 255

imperialismo economico, politico, strategico, ideologico.

Roma: TRE MOTIVI: egemonia, lucro, sicurezza (distruggere un nemico potenziale prima d’esser distrutto).

Le guerre puniche, “Uno dei maggiori conflitti nella storia dell’umanità” (pag.9)

navi di Bartoloni con didascalia italiana.

RAKOB F., Karthago, Darmstadt 1992, pianta di 1 e 2 metà del III sec. a.C., pag. 60-61

LA PRIMA PUNICA  pp. 67-105:

un solo console in Sicilia con 2 leg.di 4000R+4000S (Pol I,11)

1- DICHIARAZIONE DI GUERRA; MESSINA

IL PRETESTO

L’INTERVENTO DI ROMA

2-    LA GUERRA DANS LES ILES

LA PRESA DI AGRIGENTO   assedio di Agr.

LA NASCITA DELLA MARINA ROMANA

MILAZZO

L’ESTENSIONE DELLA GUERRA AUX ILES

RITORNO IN SICILIA; ECNOMO

3-    LA GUERRA IN AFRICA

L’OFFENSIVA DI REGOLO; LA BATTAGLIA DEL 255

LA REAZIONE ROMANA DOPO IL 255

MANCANZA D’ARGENTO A ROMA, MARCELLO, MORTE DI REGOLO

4-    RITORNO DELLE OPERAZIONI IN SICILIA

DIFFICOLTA’ DI ROMA; DREPANO

HAMILCARE IN SICILIA

L’ULTIMO SFORZO DI ROMA; LE ISOLE EGADI

5-    FINE DELLA GUERRA

LA SCELTA DI CARTAGINE

IL TRATTATO

IL BILANCIO.

 

 

FONTI DELLA I PUNICA   327-328

 

BIBLIOGRAFIA: BRISSON J.-P., Carthage ou Rome? Paris 1973, più letteraria che storica, e troppo filocartaginese.

GUILLERM A., La Marine de guerre antique, Paris 1993


TRIONFI DELLA prima PUNICA:

A DEGRASSI P.75-77  INSCRIPTIONES Italiae XIII,1, 1947

             VINCITORE                                              VINTI                                              PARTICOLARITA’

263 m valerius maximus                                          PUN+GERONE                      soprannome di Messalla al vincitore

260 c duilius                                                            SICILIA+FLOTTAPUN                  1° navale

259 l cornelius scipio                                                PUN+SARD E CORS.

258 c aquillius florus,                                               PUN
       c. sulpicius paterculus                                        PUN+SARD

257 a atilius calatinus,                                              PUN DI SICILIA
       c atilius regulus                                                 PUN                                                  navale

256 l manlius vulso                                                   PUN                                                 navale

254 ser fulvius paetinus,                                          PUN+COSSURENSES                      navale

       m aemilius paulus                                             PUN+COSSURENSES                      navale

253 cn cornelius scipio asina,                                    PUN
       c sempronius blaesus                                         PUN

252 c aurelius cotta                                                   PUN+SICILIA

250 l caecilius metellus                                              PUN

241 c lutatius catulus                                                PUN DI SICILIA                               navale


 

PRIMA GUERRA PUNICA- SINOSSI

MORGAN M. GWYN, Calendars and Chronology in the First Punic War, Chiron 7 (1977), pp.89-117

Roma nell'oecumene.

Il calendario romano e l'anno giuliano concorderebbero nel 255/254, nel 250, nel 249/248 e nel 242/241: la corrispondenza abbraccerebbe dunque il periodo dal 255 al 241. Uno o due mesi di differenza tra i due calendari vi sarebbero invece nel 262/261, 261/260 e 260/259. Tra la primavera del 258 e la primavera del 255 inserzione di due mesi intercalari. Prima un mese intercalare all'inizio del 259, rimediando la situazione calendariale solo in parte.

Citati principalmente: De Sanctis iii1, Broughton, Thiel, Walbank, Bung (Pictor), Heuss (Imperialismus)

Luterbacher F., Beitrage zu einer kritischen Geschichte des Ersten Punischen Krieges, Philologus 66, 1907, 396-426

Holzapfel L., Romische Chronologie, Leipzig 1885

LA BUA V., Filino-Polibio-Sileno-Diodoro, Palermo 1966.

MORGAN M.G., Polybius and the Date of the Battle of Panormus, CQ 22, 1972, 121-129.

SOLTAU W., Romische Chronologie, Freiburg 1889.

Reuss F., Zur Geschichte des Ersten Punischen Krieges,  Philologus 60, 1901, 102-148; Der Erste Punische Krieg, Philologus 68, 1909, 410-427

DEGRASSI A., Inscriptiones Italiae XIII 1: Fasti consulares et triumphales, Roma 1947

MICHELS K.AGNES, The Calendar of the Roman Republic, Princeton 1967

MORGAN- CRONOL.ROMANA                     GIULIANA                      AVVENIMENTI

262/61              1MAG                                       1 APR MASS           nuovi consoli in carica

                     1-15 LUG                     FINE MAG-INIZIO GIU                        inizio ass.agrig

                   15-29 GEN                                           META DIC                                 pres agrig

260/59             1 MAG                                             8-14 MAR                               nuovi cons

                  CA.8 MAG                                         CA.21 MAR             scipio asina catturato

                            MAG                                              1-14 APR sconfitta di C.caecilius (tr.mil.261)

                           ?GIU?                                                 ?MAG?          arrivo di c.duilius in sic

                 META DIC                                         META OTT    duilius leaves sic per roma

             1 INTERCAL.                                           META DIC            duilius celebra trionfo

259/58        NOV-GEN                                              OTT-DIC unrest among soci naval e schiavi

                          23 DIC                                            FINE NOV    l.scipio escapes shipwreck

                       11 MAR                                               1-15 FEB             scipio celebra trionfo

258/57     257=497 varr/496f.tr=258: c.atilio batt.nav. Tindari parità coi cart (pol.I.25), vittoria decisiva zonara viii,13

                         1 MAG                                           23-31 MAR                               nuovi cons

                CA.21 MAG                                         META APR caiatinus finds cart negli accamp invern

256 non in morgan:

eknomos: 27000 prig a roma con manlio (eutrop.ii,21,2)

255/54       MAR-APR                                                                              inizio campagna 255

                             APR                                                               regolo sconfitto da santippo

                META APR                                                               nuovi cons paullus e nobilior

                 INIZIO GIU                                                               consoli sconfiggono flotta pun a hermaeum e catturano sopravissuti a clupea, prima di razziare coste africane

                META LUG                                                               consoli perdono flotta in tempesta

                              GEN                                                                                    elezioni per il 254

                     FEB-APR                                                               nuova flotta costruita in 3 mesi

254/53       MAG-OTT                                                               operazioni combinate per la cattura di palermo

                   18-19 GEN                                                               paullus e nobilior celebrano trionfo nav

250                     FEB ?                                                               furius pacilus ritorna a roma per elezioni

                            MAG                                                               asdrub inizia offensiva contro palermo

                            MAG                                                               nuovi cons per 250-49 entrano in carica

                 INIZIO GIU                                                               metello proconsole sconfigge asdrubale

                     FINE GIU                                                               nuovi consoli da roma alla sicilia

                    CA.1 LUG                                                               metello lascia palermo e a roma in due mesi con i suoi elefanti

                         7 SETT                                                                          metello celebra trionfo

249/48             1 MAG                                                               claudius pulcher e iunius pullus assumono la carica

                     CA.1 GIU                                                                             claudius arriva in sic

                             AUG                                                               claudius sconfitto a drepana

              INIZIO SETT                                                               iunius pullus lascia roma per sic

              META SETT                                                               iunius loses sua flotta off capo pachynus

                  FINE SETT                                                               atilius caiatinus nominato ditt

                META OTT                                                               iunius cattura posizioni su monte erice da questa data

   OTT-MAR O MAG                                                               atilius caiatinus funge da ditt in sic

242/41   META MAG                                                               lutatius catulus lascia roma per sic

                     GIU-OTT                                                               esercizio equipaggi e sundry operations

              INIZIO MAR                                                               cart invia una flotta in sic dopo 6 mesi di preparaz; sperano che arrivi prima di sailing-season proper begins

                       10 MAR                                                               battaglia delle egadi vi idus mart 242 eutropio ii,27,3