CAPITOLO III – L’ESERCITO DEI GRECI

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8- GLI ELEFANTI DA GUERRA.

I Romani che lo vedevano per la prima volta contro Pirro chiamarono l’elefante “bue lucano”, perché lo videro in Lucania-Basilicata: (Lucam bovem - Cn.Naevii Bellum Punicum, ed. W. Strzelecki, Leipzig 1964, fr. 60 [63]: “boves quia nullum animal grandius videbant: Lucas, quia in Lucania illos primus Pyrrhus in proelio obiecit Romanis” Isid. Etym.12,2,14; “Luca bos elephans; ... cum nostri...in Lucanis Pyrrhi bello primum vidissent apud hostis elephantos, (+) idem non item quadripedes cornutas -nam quos dentes multi dicunt sunt cornua- ... Lucam bovem appellasse“ Varro, de l. Lat. 7,39). Ma il Bücheler (Rhein. Mus. XL 149), poco seguito, lo interpretò come bos louca (weiße Kuh, bue chiaro- bianco-).

 

In Cartagine vi erano stalle-caserme per 300 elefanti da guerra (Strabone XVII 832). L’ammiraglio cartaginese Annone all’inizio della I guerra punica portò con la sua flotta in Sicilia 60 elefanti (Diodoro XXIII 8). Dopo la vittoria presso Palermo sui cartaginesi nel 251 a.C. i Romani presero 120 elefanti (Plinio VIII 16)

 

Dopo il passaggio degli Appennini solo un elefante restò ad Annibale (Iuven. X 158).

 

I Romani per la prima volta con elefanti contro Filippo di Macedonia, ponendoli in prima fila (Livio XXXI, 36), “cercando così di scalfire la falange macedone” (PAULYS REAL-ENCYCLOPÄDIE, cit., p.2254)

 

Il satrapo Eudamo portò a Eumene dall’India 120 elefanti (Diodoro XIX, 14)

 

Le numerose battute di caccia (prima soprattutto per l’impiego in guerra, poi soprattutto per i giochi del circo) fecero scomparire l’elefante dal Nord Africa a partire dal IV sec. d.C.: il retore Themistios (X 140a) lamenta la scomparsa degli elefanti dalla Libia; Isidoro (orig. XIV 5, 12) testimonia per il VII sec. d.C. la totale scomparsa degli elefanti nel Nord Africa.

 

 

FIG. ELEFANTE DA GUERRA DI PERGAMO (ELLENISTICO)

Nella conquista dell'Impero Persiano da parte di Alessandro Magno compare per la prima volta nella storia l'uso di elefanti in battaglia: Dario ne aveva 15 ad Arbela (Gaugamela). Fu l'inizio dell'era militare degli elefanti [1], in tutto e per tutto rimasta ellenistica dalla Spagna all'India, che durò fino alla fine della Repubblica Romana: nella battaglia di Tapso Giulio Cesare catturò i 64 dei suoi nemici, e fu l'ultima volta che compaiono nelle battaglie antiche, se non nelle guerre dei Sassanidi, cioè nel loro suolo natìo. Poichè si trattava fin dall'inizio per lo più di elefanti indiani (più piccoli degli attuali africani e di 10/ 12.000 libbre = kg. 5.000 circa; oltre a essere alti fino a 3,5 metri[2]) sostenuti in battaglia da enorme forza muscolare e dall'incitamento della collera. Gli elefanti dell'Africa, oggigiorno più grandi ma un tempo forse [3], nella razza antica più utilizzata per la guerra, non maggiori di quelli indiani e al di sotto delle 5 o 6 tonnellate di media che hanno attualmente, erano invece serbati per lo più per parate e spettacoli. Per necessità logistiche furono utilizzati in gran numero oltre a quelli indiani in battaglia durante le guerre puniche. In realtà gli elefanti cartaginesi dell'Atlante e "della foresta" (razza cyclotis) erano più piccoli di quelli indiani ed è razza estinta da alcuni secoli. Ancora Pirro, il famoso principe ellenistico re dell'Epiro, portò in Italia 20 elefanti indiani e con quelli sconfisse in battaglia i Romani. Gli elefanti indiani erano infatti rinomati per la maggiore bellicosità e addestrabilità. Dionisio di Alicarnasso XX, 12, 3 e 1, 6- 8, riferisce che i 19 elefanti indiani di Pirro ad Ascoli erano guidati da Indiani: contro di essi i Romani schierarono in quella battaglia 300 carri da guerra che furono peraltro messi in difficoltà dai pachidermi e dalle truppe leggere di rincalzo (Ibidem, 2, 5).

Resterà costante l'utilizzo di "guidatori" indiani per gli elefanti, persino per quelli africani [4]. I "mahouts" indiani erano dunque costanti anche presso i Cartaginesi: Polibio I, 40 e III, 46, 1, chiama "indiani" i mahouts dei Cartaginesi nella battaglia di Palermo nella I guerra punica e al passaggio del Rodano e alla battaglia del Metauro nella II guerra punica. Vegezio III, 24 parla di "Indos per quos regebantur elephanti" come se gli Indiani avessero un monopolio sull'addestramento degli elefanti. L'elefante "indiano, guidato da un uomo di colore" delle monete di città italiane negli anni di Annibale, sarebbe l'unico rimasto dopo l'Arno, forse "acquistato da Annibale presso i Tolomei". La camera del consiglio della Capua passata con Annibale si chiamava "la Casa bianca" (Lane, cit. 338) [5].

FIG. Elefanti a Zama in fotogrammi del film Cabiria (1913).

Erano 50 gli elefanti del solo Tolomeo Cerauno prestati a Pirro in Italia nelle prime battaglie vittoriose contro i Romani (M. A. Levi, L'Italia antica, I, Mondadori 1968, p. 422). E' invece dalle guerre puniche che compare in Occidente soprattutto l'elefante africano: nella I guerra punica, in Africa, in una sola battaglia i Romani ne catturano 104. Vedremo come quelli che Annibale porta in Italia o che riceve di rinforzo da Cartagine o quelli che Asdrubale e Annone catturano in grandi battute di caccia (specie sull'Atlante) fino a 100/ 140 per volta, per la Spagna o per la difesa di Cartagine, non furono decisivi ma certo molto numerosi nella guerra (a Zama Annibale ne aveva 80).

 

FIG. PIATTO ROMANO -POCULUM- CON ELEFANTE DA GUERRA CON TORRE DEL PERIODO DI ANNIBALE

I pachidermi venivano addestrati alla zuffa e al macello, per scompigliare o sfondare le linee nemiche. E la loro utilità era soprattutto spaventare i cavalli dei nemici. Erano parati in modo bizzarro, li si tingeva e si coprivano di ferro sulla testa e sul petto; alle zanne si mettevano punte d'acciaio per rendere il colpo più micidiale; e prima della battaglia gli si davano liquori e droghe. Sulla schiena si poneva una specie di torre con quattro o sei uomini oltre al guidatore. (Ma sul problema degli "equipaggi", cioè dei soldati portati sul dorso dell' elefante, torneremo verso la fine del successivo paragrafo.

Per fare due rapidi esempi, in Spagna, nello schieramento per la battaglia di Baecula, "gli elefanti dei Cartaginesi offrivano l'apparenza di torri fortificate" (Livio, XXVIII, 14, 4); nel 217, a Raphia, le torrette degli elefanti africani e indiani di Egiziani e Siriani, che si combattevano, erano munite di "sarisse", le lunghe lance della falange macedone (Polibio, V, 85).

Tutto questo vale sia per l'"Elephas Indicus" che per la "Loxodonta Africana", che nell'organizzazione militare e nello schieramento avevano la stessa funzione e la stessa terminologia del mondo ellenistico [6].

Dopo le prime esperienze negative contro Pirro, i Romani addestrarono appositi reparti per neutralizzare gli elefanti, esercitandoli su animali catturati al nemico. In battaglia si spaventavano i pachidrmi con fiaccole e con pioggia di catrrame, resian e zolfo bollenti, o si agliavano i legamenti con le accette facendoli accasciare. ma gli attacchi si concentravano sulla parte più sensibile, la proboscide. Poichè allora l'animale poteva volgersi contro le sue stesse file, alla guida non restava che abbattere immediatamente l'animale. Le guide avevano sempre con sè gli strumenti per una simile eventalità. Livio descrive un indiano conficcare un cuneo tra le orecchie del suo animale impaurito "là dove la testa si salda al collo" con un colpo ben assestato.

Che gli elefanti autoctoni del Nord Africa, dal golfo della Sirti alla costa atlantica [7] (la specie Loxodonta Africana cyclotis), da tempo estinti come razza (VI sec. d. C. secondo Isidoro da Siviglia, Etymologiae XII, 2, 16), fossero più piccoli di quelli indiani dell'epoca, è suffragato da molte testimonianze antiche. E' attestato da Onesicrito di Astipalea (FGrHist 134 F 14) e confermato da Plinio, VIII, 11, 32 e dal passo di Livio, XXXVII, 39, 13, che più oltre citiamo. Calcolando che l'elefante africano attuale è alto anche 3,70 metri e pesa 7.000 chili, anche le dimensioni medie di 5.000 kg che possiamo calcolare per le due specie (indiana e africana) in considerazione delle più ridotte dimensioni del più antico esemplare di elefante africano "della foresta", restano ragguardevoli. Del resto, sotto il profilo bellico, le massime dimensioni non erano l'unico fattore determinante: l'alto addestramento e l' acuminatezza delle zanne (di cui già Plinio descriveva l'estrema, meticolosa cura nella manutenzione da parte dello stesso animale non ancora in cattività) erano elementi non meno fondamentali. Anche l'allenamento muscolare era decisivo più della stessa mole, come si desume dalle fonti antiche. Polibio riferisce che gli elefanti africani non potevano sopportare i barriti e l'odore dei più grandi cugini asiatici e spesso fuggivano prima dell'inizio della battaglia.

Il Glover (Elephant..., cit., pag. 267 sgg.), ha negato comunque che gli antichi elefanti africani della Mauritania (cioè quelli da guerra dei Cartaginesi e di Tolomeo a Raphìa) fossero una razza più piccola della attuale africana diffusa ("della macchia"). Egli, pur riportando i dati delle fonti, ha sottolineato la non identità tra l'attuale Loxodonta Cyclotis (elefante "della foresta") del Nord Africa e la specie antica, identità sostenuta invece da alcuni scienziati [8]: la differenza, nota obiettivamente il Glover, è evidente tra gli attuali "più piccoli" e la specie antica che compare nelle monete cartaginesi, sia riguardo alle dimensioni che alla posizione di testa e zanne. A differenza del moderno (postura più bassa della testa e zanne portate perpendicolarmente) l'antico Cyclotis appare con testa più alta e zanne portate orizzontalmente. Rifacendosi anche alle notizie di Polibio per la battaglia di Raphìa (217 a. C.) tra Tolomeo d'Egitto con 73 elefanti africani e Antioco di Siria con 102 elefanti indiani [9], constata la debolezza degli elefanti africani di Tolomeo (che vinse comunque la battaglia) in base non solo al miglior addestramento alla guerra da parte di quelli indiani ma soprattutto grazie alla forza concessa dal più basso centro di gravità. L'elefante africano, sebbene più alto, più pesante e con zanne più lunghe, regge perciò meno il confronto col più basso indiano [10]. Del resto l'uso degli elefanti era essenzialmente contro la cavalleria e per uno shock psicologico verso cavalli e uomini nemici.

Ma l'inferiorità bellica (di addestramento e tenacia) degli elefanti africani (cartaginesi) era relativa nell'opera di terrore verso soprattutto la cavalleria nemica. Inoltre nella specie africana anche le femmine posseggono lunghe zanne. Nell'attraversamento del fiume Rodano, durante la marcia di Annibale verso l'Italia e le Alpi, due elefanti femmine furono condotte per prime sulle larghe e lunghe zattere di legno (12 metri di larghezza ognuna, affiancate due a due, e per una lunghezza di 60 metri), poichè "dovevano attirare i maschi e indurli a seguirle come puntualmente avvenne" [11].

Adcock (Greek and Macedon., cit., pag. 56) ricorda come la paura di eserciti che non conoscevano questo pachiderma aiutò contro i Galli nella "battaglia degli elefanti" del 275, e Pirro contro i Romani. Il declino di questa arma declinò dopo Cesare e l'imperatore romano Claudio si recò in Britannia con elefanti solo per dar segno di prestigio alla sua vittoria (Ibidem). Il terrore su uomini e cavalli per la loro mole e i colori violenti con cui erano tinti non sarà trascurata neanche dopo Annibale, e Perseo di Macedonia, avversario di Roma, non possedendo elefanti ma volendo intimidire i nemici con la loro vista, fece montare dei falsi pachidermi dando ordine alle trombe di imitare i loro barriti [12].

J. Harmand, cit. p. 65, riporta che "una stele di Napata, al confine sud dell'Egitto, dice di Tutmosi III (terza metà del XV secolo a. C.) che nel corso di una delle sue spedizioni in Asia uccise 120 elefanti nella regione montagnosa di Niy, venendo dal Naharina". Questa città e questa regione appartengono alle terre del corso superiore dell'Eufrate. Là dove la Mesopotamia propriamente detta è contigua alla Siria, si trovava una regione di più bassa densità umana, in cui sopravviveva l'elefante selvatico sconosciuto sia nell'ovest che nel sud. Tre secoli e mezzo più tardi, nelle stesse zone, tra Harran e il Habur, l'assiro Tiglatpileser I abbatterà dieci di questi animali. La caccia di Tutmosi III fa vedere sino a qual punto questi passatempi avessero del combattimento per i loro rischi: l'iscrizione di uno dei suoi compagni, Amenemheb, ci informa che il re sarebbe allora perito senza l'intervento di quest'ufficiale". Citiamo ora, traducendolo dal tedesco, ciò che Ernst Samhaber, in un passo della sua "Storia del mondo" (Bertelsmann, Berlin- München- Wien 1976, p. 150- 151) dice sull'antica usanza indiana degli elefanti da guerra: "Nel Pandschab, Tschandragupta, che deve aver visto egli stesso il grande Alessandro, raccolse una grande massa di guerrieri (Persiani, Bactriani, Saken e anche fuoriusciti Greci) e iniziò, dapprima nelle zone dell'Indo, la guerra partigiana. Allorchè il suo esercito era divenuto più forte, egli si volse verso Oriente. Sconfisse il nanda e divenne il dominatore di Magadha, cioè del nord India. Con ciò egli portò nella bassa valle del Gange una idea di Stato, che fino ad allora   non era lì mai esistita. Questa dinastia Maurya fondò il primo importante, esteso impero dell'India. Il diadoco Seleuco riconobbe il nuovo pericolo. La sua spedizione oltre l'Indo (304 a. C.) non portò tuttavia a nulla di decisivo, cosìcchè egli si accontentò di ottenere dagli Indiani 500 elefanti da guerra [13]. Con questi elefanti Seleuco riuscì vincitore tre anni più tardi presso Ipsos su Antigono. A causa di rivolgimenti in Asia Minore egli rinunciò a spingersi più avanti in India. I Mauryas restarono così stabilmente in sella".

A seguito dell'importanza assunta sui campi di battaglia dagli elefanti da guerra (così importanti da rientrare tra le principali cose proibite dai Romani ai Cartaginesi dopo Zama, cioè con la pace seguita alla II guerra punica) [14], dopo Alessandro Magno le popolazioni marittime del Mediterraneo, come nota ancora Harmand (cit., p. 134) "che non potevano avere accesso agli allevamenti indiani, ricorsero agli elefanti africani, che allora vivevano sin nella fascia settentrionale di quel continente. Grandi centri logistici furono istituiti per il mantenimento e l'ammaestramento a Apamea dai Seleucidi, per la cattura a Tolemaide Theron, sul mar Rosso, dai Lagidi (Tolomei)". Abbiamo accennato, in un precedente paragrafo sulla Fenicia, a come, subito dopo la vittoria di Seleuco con 500 elefanti indiani da guerra, alleato a Tolomeo, contro Antigono nel 302 a Ipsos, l'Egitto tolemaico "cominciò la caccia degli elefanti (da guerra) nel Sudan (a Tolemaide, vicino Aqiq) e lungo le coste del Mar Rosso; i Tolomei non potevano essere inferiori in armamenti ai Seleucidi perchè la Coele- Syria restava un nodo vitale di contesa" (Glover, Elephant..., cit., pag. 257). E abbiamo definita questa, a nostro personale parere, la prima causa in assoluto che, all' inizio del III secolo a. C., porterà alla ribalta gli elefanti da guerra africani, così importanti subito dopo per Cartagine e nelle guerre puniche contro i Romani.

 

FIG. ELEFANTE DA GUERRA CON TORRE.   TERRACOTTA.

Il peso e la forza d'urto dell'elefante (che erano d'altronde prerogativa secondaria rispetto al timore che doveva incutere alla cavalleria avversaria) erano controbilanciati dalla sua instabilità psichica. Questo gigante neuropatico, ultimo rappresentante anacronistico di una specie terziaria, facilmente si atterriva in battaglia e, in tal caso, c'era pericolo che si rivoltasse contro il proprio campo. Il principale problema riguardò l'impiego della specie africana, sempre più diffusa perchè più comoda per i paesi del Mediterraneo, anche se le attitudini di questa varietà all'addestramento erano molto inferiori a quelle della varietà asiatica: comunque esse risultavano senz'altro superiori alle possibilità dell'elefante centro- africano moderno, il cui allevamento nell'ex- Congo belga è stato un fallimento. Secondo Harmand, non va comunque condiviso il parere negativo sull'arma degli elefanti prevalente tra i moderni. Osserva infatti anche F. Dal Pozzo (nel commento a Livio, XXX, Firenze 1944, cap. XXXVII, nota 8) che a torto si pensa che gli elefanti non rendessero alcun servizio in battaglia: da Pirro in poi l'esperienza romana ci dice il contrario, e la condizione del già ricordato trattato di pace del 201, riguardante la consegna degli elefanti domati e la proibizione di addestrarne altri, mostra chiaramente cosa ne pensassero i Romani.

L'unità di base era l'elefante singolo: ZOARCHIA. Ma lo schieramento terminologicamente più completo di elefanti in battaglia era una "FALANGE" di elefanti di 64 pachidermi (1 è la FALANGE presente a Zama più una ELEFANTARCHIA). L'EPITERARCHIA di 4 elefanti è la struttura tipo presa da noi [15] come unità media di combattimento. 2 EPITERARCHIE formano una ILARCHIA di 8 elefanti e così via, secondo questo schema riassuntivo:

 

Elefante  1   =   ZOARCHIA

Elefanti  2   =   THERARCHIA

Elefanti  4   =   EPITERARCHIA

Elefanti  8   =   ILARCHIA

Elefanti 16   =   ELEFANTARCHIA

Elefanti 32   =   CERATARCHIA (MEZZA FALANGE)

Elefanti 64   =   FALANGE

E' importantissimo considerare che gli elefanti, nel primo periodo ellenistico, erano usati soprattutto per neutralizzare la superiore cavalleria degli avversari, come a Ipsos nel 301, dove essi impedirono alla vittoriosa cavalleria di Demetrio di ritornare in battaglia (Adcock, Greek and maced., cit., pp. 53- 54). Antioco I nel 278 a. C. dovette la sua vittoria su un esercito di Galli, forte di cavalleria, soprattutto ad appena 16 elefanti [16]. Lo stesso Adcock (Ibidem, pag. 55) cita R. F. Glover (The tactical Handling... cit., pp. 1- 11 ; testo per noi molto importante) a proposito degli elefanti come i tanks (carri armati) delle guerre antiche; con la riserva che essi erano utili più per difendere da attacchi che per l'assalto, in cui, senza autocontrollo, creavano problemi ai loro guidatori.

L'uso militare dell'elefante, propagatosi dall'India, dalla Persia e nel mondo ellenistico creato da Alessandro Magno, è lì tornato durante l'Impero Britannico, e il Governatore Generale dell'India e gli eserciti inglesi nel Bengala li usavano per il trasporto di munizioni, armi e tende.

 

FIG. Elefanti nell’esercito britannico dell’India (1840)

Ma come arma offensiva erano ormai sostituiti dall'artiglieria [17]. Sul fatto che gli Indi fossero i primi a usare elefanti in guerra riferisce Plinio, Nat. Hist. VI, 66- 68. Abbiamo già ricordato che il primo a usarli in Africa fu Tolomeo II. Altri riferimenti precisi sugli elefanti nella I e nella II guerra punica vi sono in Diodoro, XXIII, 8, Polibio, I, 33, Plinio, N.H. VIII, 16 e in Livio particolarmente in XXVII, 14.

Sulla base di Antipatro, Plinio (VIII, 31) ricorda che Antioco III il Grande di Siria (242- 187 a. C.), che noi indichiamo spesso nella guerra solo come Seleucidico, perchè figlio del generale di Alessandro Magno, Seleuco, ebbe due elefanti da guerra famosi (Aiace e Patroclo). Tolomeo IV Filopatore d'Egitto usò anch'egli nel suo esercito molti elefanti, indiani ma soprattutto etiopici. Oltre a ricordarlo Plutarco ed Eliano, anche Plinio (VIII, 14) parla di elefanti per un certo Menandro di Siracusa (forse uno dei tanti mercenari e consulenti dell'esercito egiziano) nell'esercito di Tolomeo IV.

Secondo il Morus (Richard Lewinsohn), "Gli animali nella storia della civiltà", Torino 1956, p. 146, Alessandro Magno non copiò l'utilizzo militare degli elefanti [18] in Asia ma considerandosi principe anche orientale li impiegò per il trasporto rifornimenti. Il suo elefante personale, che portava i bagagli reali, si chiamava Aiace (un eroe folle? o neuropatico? Cfr. Karl Immermann, Sull'Aiace folle di Sofocle, in "Scritti sulla letteratura e sul teatro", a/c Giovanni Pollidori, Ist. di Germanistica dell' Università di Roma, 1977). Ma i Diadochi usarono ampiamente gli elefanti in battaglia. Nella I guerra punica i Cartaginesi condussero in Sicilia più di 100 pachidermi africani, che però nella battaglia presso Palermo fallirono completamente; furono portati tutti a Roma da Marcello come preda di guerra, per i giochi del circo. Il primo uso diretto di elefanti nello schieramento romano, con elefanti catturati alla fine della II guerra punica, si ebbe in Grecia contro i Macedoni nel 202= (Livio, XXXI, 36, 4). Evidentemente (lo diciamo con ironia) i Romani tentavano allora di tutto, ma inutilmente, per scalfire la falange macedone.

Abbiamo già ricordato la lunga tradizione orientale ed ellenistica degli elefanti in battaglia. Lo Scullard (The Elefant in the Greek and Roman World, cit., pp. 146- 147) attribuisce al 262 a. C. il primo attestato uso di elefanti da guerra presso i Cartaginesi. Egli si domanda se quello fu veramente il primo momento dello sviluppo di quell'uso. Ma 20 o 30 anni servivano comunque per catturare e addestrare unità di elefanti, per cui andrebbe comunque anticipata la data (Ibidem). Scullard ipotizza che dall'invasione dell'Africa contro Cartagine nel 310 a. C. da parte di Agatocle, tiranno di Siracusa, sarebbe cominciato questo uso (Ibidem, p. 147). Sir Gavin de Beer, Hannibal, cit., pag. 102, riferisce per Acragas (Agrigento) nel 262 a.C., nella I guerra punica, il primo uso cartaginese dell’elefante dell’Atlante in battaglia [19].

SURUS

Il più valoroso elefante di Annibale, Surus, di cui parla Plinio, Natur. Historia VIII, 5, 11, [20] è stato alquanto dimenticato e trascurato nei testi storici, sebbene potesse accendere nell'antichità probabilmente anche la fantasia e l'ispirazione di Quinto Ennio nel suo poema Annales, Libro VIII sulla II guerra punica.

Infatti il Wölfflin, in Archiv für latein. Lexic. VI, 508, collocando insieme col Müller (in "Q. Enni Carminum reliquiae - Accedunt Cn. Naevi Belli Poenici quae supersunt", Petropoli 1885) nel libro VIII, frammento 323, un verso poco chiaro di Ennio, lo intende: "unum Surus ferire, tamen defendere possunt", e cioè che Surus (l'elefante migliore di Annibale) colpì con la proboscide un Romano, e che questo potè essere salvato dai suoi.

Data la lezione incerta del frammento e l'insicura collocazione, esso suona anche in altri modi nelle edizioni di Ennio da noi seguite. Per cui nell'edizione Baehrens, cit., Lipsiae 1886, framm. 379, esso suona "unus/ dum quit surum ferre tamen, defendere possunt" e in quella del Valmaggi (cit., fr. 291, incertae sedis reliquiae, Torino 1945): "unum surum ferre tamen, defendere possunt", la stessa del Müller (ma non tra gli incerti, bensì nel libro VIII, collocazione cui consente appunto il Wölfflin citato) e in calce al frammento 322 "dum quidem unus homo Romanus toga superescit", che nel Valmaggi è frammento 290 tra gli incerti e nel Baehrens il 331. Ma l'insieme della ricostruzione metrica e della collocazione tra altri frammenti dà sempre più credibilità alla tesi del Wölfflin, che noi vogliamo rinforzare con l'osservazione che segue. Riguardo all'elefante di Annibale, si è obiettato che Surus (in italiano "picchetto", "paletto") è poco adatto come cognomen per una fiera cartaginese e sarebbe più verosimile che valga per "Sirio". Ma Plinio specifica che il nome deriva dal fatto che gli mancava una zanna. Del resto Plinio cita Catone, le cui "Origines", prima opera di storia romana in lingua latina, superando anche la traduzione di termini punici, tenevano certamente conto di notizie fedelmente contemporanee (Catone aveva 16 anni quando Annibale passava le Alpi) e, almeno dal terzo al settimo libro, con molti e precisi riferimenti militari.

Inoltre Polibio (XXXIV, 16, 1) a proposito del figlio di Massinissa in Nùmidia, Lucrezio (II, 537 sgg.) a proposito dell'India e Plinio (VIII, 31) per le zone di confine tra il nord Africa e l'Etiopia, riferiscono tutti dell'uso consueto delle zanne di avorio per fare steccati in case e stalle o stipiti di porte, al posto di paletti. Lo Scullard (The Elefant..., cit., p. 174- 176) non ignora la citazione pliniana (anche se su questo aspetto si riferisce solo a Plinio), ma stranamente non collega il termine punico a un nome "punico", ma al nome "siriano". Egli ricorda che in Plauto, Pseudolus, I, 637, compare un servo di nome Surus, che quindi "dovrebbe essere siriano". Ma questo servo è preso in giro ai versi 1218 sgg. con termini degni della mole, della grossezza (di ventre, di testa e di piedi) e di un (conducente?) negro ben adatti a un elefante africano quanto indiano o siriano): crassis suris e subniger sono tra gli epiteti a cui ci riferiamo. La dimostrazione dello Scullard, soprattutto con collegamento al conducente di colore di tante statuette di terracotta che avrebbero ricordato la fama di un importante elefante di Annibale (e che lo Scullard dice indiano- siriano perchè meglio di quelli africani avrebbe retto le intemperie delle Alpi e della maremma toscana) si capovolge quindi, secondo noi, in una conferma del carattere africano di quel surus restato epiteto proverbiale in scritti e manufatti, secondo lo Scullard, per un importante elefante di Annibale.

       Zama nel film “Cabiria”

Gli elefanti non furono di poco pericolo in battaglia per i Romani. Si ricordi che nella battaglia di Mediolanum contro Magone nel 550= 204 i 22 più illustri cavalieri romani della XIII legione (in pratica le perdite globali di cavalleria, secondo Livio) morirono "obtriti ab elephantis" insieme ad alcuni centurioni [21]. Tutto ciò per sottolineare l'indiscussa efficienza in battaglia di questi pachidermi da guerra, e di quelli indiani tradizionalmente e bellicosamente più addestrati. Nella guerra dei Romani contro Antioco Seleucidico di Siria, che era consigliato da Annibale, Livio (XXXVII, 39, 13) osserva che "gli elefanti d'Africa non resistono a quelli d'India neppure a parità di numero, perchè sia per "magnitudine"- i secondi sono infatti assai superiori- sia per coraggio non reggono il confronto". Si allude qui ai 16 elefanti d'Africa posti di riserva dai Romani contro i 54 indiani dell'esercito di Antioco. Cosa intende qui Livio per "magnitudine"? Certo la mole, come è tradotto nell'edizione UTET bilingue di Livio, vol. VI, 1980, poichè abbiamo già affermato che a quell'epoca la razza di elefanti africani usata (dell'Atlante o della foresta) poi estintasi, era forse più piccola di quella indiana e conferme vi sarebbero in Polibio, Livio, Plinio e in altre fonti antiche già citate. Ma soprattutto, a nostro parere, "robustezza e potenza", nel senso del peso muscolare e dello slancio nella battaglia, per i motivi già detti sulla superiorità di addestramento, di tradizione e di ferocia degli elefanti indiani su quelli africani. Questo aspetto è infatti rimarcabile anche nella battaglia di Rafia del 217, che vide 102 elefanti indiani di Antioco di Siria contrapposti ai 73 etiopici di Tolomeo d'Egitto. In questo caso la mole degli elefanti africani d'Etiopia era veramente, come oggi, superiore a quella degli elefanti indiani di Antioco, ma la maggiore preparazione e bellicosità di questi ultimi mise in fuga gli elefanti etiopici non soltanto per la superiorità numerica. Inoltre Livio forse comprende nella magnitudo anche il più sofisticato equipaggiamento in torretta, tanto elevata da richiedere sciabole orientali molto più lunghe e sottili per gli occupanti (come per le truppe montate su cammelli "dromadi") e dai 10 ai 15 uomini di equipaggio secondo Appiano (Syr., 32) e Philostrato (Vita Apoll., II, 12) [22].

Da tutte le varie fonti, 6 uomini nella torretta degli elefanti punici è la media desumibile (anche in correzione all' esagerazione di Plinio, VIII, 22; e noi intendiamo tutt' al più i 60 uomini su ogni torretta come 3 uomini per torretta in ognuno dei 20 elefanti schierati). "Torre" e non torretta la chiamavano gli antichi e i 4 uomini di equipaggio di cui parla Livio XXXVII, 40, è la media più accettata, anche in Glover (Elephant..., cit., pag. 258 sgg.). Secondo Sir Samuel White Baker (Wild Beasts and Their Ways, pag. 79)  tra i 12 e i 14 quintali (tra le 1344 e le 1568 libbre inglesi) è il peso massimo trasportabile da un elefante, e il Glover definisce "ambiziosa esagerazione" la notizia dell'autore del Libro I dei Maccabei, che parla per l'esercito di Antioco Eupatore di "32 forti uomini oltre all'Indiano" su ogni elefante (Maccabei, I, VI).

E' opinabile, secondo noi, ciò che afferma, riguardo al tipo di armamento e agli equipaggi, cioè riguardo alla mancanza di torretta per i Punici, Piero Bortoloni in "I Fenici", cit., "L'esercito..." a p. 136, almeno per gli scontri militari della seconda (e prima) guerra punica. E' pur vero che i principali studiosi e lo stesso Glover constatano la mancanza, nelle fonti antiche, di riferimenti a torri sugli elefanti dei Cartaginesi, prendendo atto di ciò [23] e sottolineando piuttosto l'importanza, oltre che contro la cavalleria, dello "shock" e della "concentrazione in massa" in un punto della battaglia come dei due elementi prioritari della buona riuscita in battaglia degli elefanti. Ma la mancanza di torretta ed equipaggio in qualche circostanza dell'utilizzo degli elefanti africani non può essere generalizzato, perchè contrasta con troppi dati delle fonti (Polibio, Livio, Appiano, Plinio, etc.) sull'uso ellenistico (cioè quello assolutamente prioritario) di tale arma ma soprattutto con le  raffigurazioni di reperti archeologici, compreso il poculum della Media Repubblica con elefante bardato a guerra, proveniente da Capena e proprio dell' età delle guerre puniche, conservato nel museo archeologico di Villa Giulia a Roma. Giovanni Brizzi avalla un disegno di elefante da guerra con torretta e soldati per il dossier “Le grandi battaglie”, in “Archeo” 88, giugno 1992, pag. 83.

Il conio con Asdrubale Barca in un verso ed elefante senza torre nell'altro, riprodotto in Caven (The Punic Wars, 1980) tra le illustrazioni, darebbe certo ragione alla tesi ribadita dal Bortoloni. E lo Zotti, riferendosi soprattutto a Zama (cit., p. 10), ha ben ragione di ipotizzare quest'uso senza torre e con solo mahout (guidatore) per gli 80 elefanti di Annibale a Zama. Ma nel maggior numero di illustrazioni nel volume del Caven e in quelle allegate a Scullard (The Elefant in the Greek and Roman World, cit.), oltre che nelle fonti letterarie, parrebbe usuale il contrario. La terracotta di Pompei (ill. del nostro paragr. precedente) di elefante africano (con cornac negro) con torre, è riferito dallo Scullard (cit., Illustraz. X, a) probabilmente ad Annibale; l'ill. X, b (patera di Cales in Campania), con torre, nello stesso volume è definito più africano che indiano e probabilmente di Annibale. La terracotta del Santuario di Apollo a Veio è riconosciuto dallo Scullard (Ibidem, p. 49) più africano che indiano, ed associabile più ad Annibale che a Pirro, come è per l'elefante in pietra di Alba Fucens (Ibidem).  Le efficaci illustrazioni di Sir Gavin de Beer (cit.) per gli elefanti da guerra, mostrano le monete d’argento cartaginesi dell’età di annibale, in particolare quella di Cartagena del 220 a.C. Egli ne conclude che “Hannibal’s elephants, as the coins show, were mostly African” (pag.106), nonostante il termine “indiani” usati per gli istruttori e i guidatori cartaginesi.

 

FIG. ELEFANTE DA GUERRA (in Giovanni Brizzi, "Dossier", citato)


 GRECI E REGNI ELLENISTICI COINVOLTI NELLA GUERRA.

[Per le flotte, vedere il capitolo V apposito, in particolare per gli alleati greco- ellenistici diretti o indiretti di Roma (Messene, Elide, Etolia, Rodi, Pergamo, Atene, Sparta, Egitto, etc.) e di Cartagine (Macedonia, Creta, Siracusa, Agrigento, Siria, etc.)].

 

MACEDONI

(Pella) Una tetrafalangarchia a Pella. Due falangi (divise in 4 piccole falangi)= 16.384 opliti della falange elementare oplitica.

2048 peltasti (epixenagia) veterani Argiraspidi in 1 Agema.

2048 Hypaspisti per 2 (2 epixenagie).

4096 cavalieri catafratti (epitagma = 8 ipparchie di 512 l'una) comprese 8 Isole di cavalleria pesante di "compagni reali" e lancieri; oltre alla cavalleria media tessala

TESSALI

2048 cavalieri (un telos =2 efipparchie = 4 ipparchie)

CRETESI

4096 psiliti (1024 per 4) arcieri e frombolieri.

MESSENI

(Messene)[24]  Falange semplice

ELIDE

(Elis) 4096 opliti (piccola falange per 2) 2048 peltasti (epixenagia),1024 psiliti cretesi mercenari, 1024 cavalieri catafratti (efipparchia)

ETOLJ

(Ambracia)    Falange semplice 3072 psiliti mercenari (tra cui arcieri e frombolieri cretesi).

SPARTANI

(Sparta)      (20.000 di Cleomene nel 221; 12-15.000 con Macanida) 2048 peltasti mercenari 1 telos di cavalleria mercenaria 600 cavalieri Sciriti reali 4096 opliti (piccola falange)

ATENIESI

(Atene)       2048 peltasti mercenari 1 ipparchia di cavalieri

PERGAMO

(Pergamo)     1 piccola falange di mercenari greci e 1 di mercenari veterani. 1 epixenagia (rinforzata) di peltasti di Tracia. 1 telos di cavalleria mercenaria.

1024 cavalieri (4 tarentinarchie di 256 cavalieri) + 2 ipparchie di cavalleria  alleata.

3072 psiliti mercenari.

32 elefanti indiani (ceratarchia)

APOLLONIA

2048 peltasti (epixenagia) per 4 =  8192 peltasti (hecatontarchia)

SELEUCIDI-SIRIANI

(Antiochia)   3 falangi semplici di siriano-persiani e mercenari greci.

2048 psiliti siriani.

18 chiliarchie di peltasti dell'Asia ellenistica.20 ipparchie di cavalleria catafratta. 4 squadroni di arcieri a cavallo (skirmisher) di Partia e Scizia. Carri falcati.  64 elefanti (falange).

EPIROTI

(a parte APOLLONIA, di origine dorica)

(Oricum)(dorica) 2 epixenagie di peltasti.

ILLIRI

(Scodra)         1 piccola falange.

GRECI DI SICILIA [25]

SIRACUSA [26]

2 falangi semplici (una difalangarchia)+[27]

8.000 peltasti (4 epixenagie)+

1024 psiliti + 4 ipparchie di cavalieri.

AGRIGENTO [28]

8000 fanti e 800 cavalieri (2 ipparchie).

Per Diodoro XXII 7,6 e La Bua V., oltre cit., pag.5, Siracusa aveva 10.000 soldati al tempo di Pirro; per Diod XXII 10,1 Agrigento con 8000+800k fu data da Sosistrato siracusano a Pirro. Sosistrato, del partito democratico, aveva però poi 10.000 soldati assoldati per proprio conto quando perse il potere a causa del partito aristocratico avversario (Ibid.). I partiti e i governi democratici di Sicilia erano tutti con Pirro nelle sue due spedizioni italiane, e prima fra tutte Agrigento (cfr. LA BUA V., cit., saggio 4. su AGRIGENTO, p.13 [LA BUA V., Miscellanea-II (12 opuscoli di varie edizioni, fra cui: 4. Agrigento dalla morte di Agatocle alla conquista romana, Palermo 1960, pp.3-14; 7. Cassio Dione-Zonara ed altre tradizioni sugli inizi della prima guerra punica, Roma 1981 pp.241-271; 12. Il Salento e i Messapi di fronte al conflitto tra Annibale e Roma, estratto da L'ETA' ANNIBALICA E LA PUGLIA, ATTI DEL II CONVEGNO STUDI SULLA PUGLIA ROMANA, Mesagne 1988, pp.43-69 - collocazione Deutsches Archaeologisches Institut Rom= DAI= X 1048-II)].

Riguardo già alla Prima Guerra Punica sempre il LA BUA V. (cit., saggio 4. su AGRIGENTO) osserva che solo i ricchi aristocratici e latifondisti avevano interesse a una politica ostile o di guerra contro i Mamertini di Messina e volevano l'intervento con Siracusa contro di essi. I "democratici" avrebbero invece avuto danno da questa guerra, Agrigento non partecipò alla politica antimamertina di Gerone di Siracusa e temeva la rottura dei rapporti d'affari con i Punici in caso di guerra contro i Mamertini; il governo di Agrigento guadagnava invece potenza e sicurezza dall'indebolimento dei proprietari terrieri agrigentini e siracusani (La Bua, Ibid., p.13). Lo storico Filino di Agrigento, in Diodoro XXIII 1,2, fa esplicito riferimento al potere democratico in Agrigento all'inizio della prima punica e ben si spiega l'alleanza con Cartagine stipulata a questo punto persino dalla parte aristocratica della città, i cui interessi in tale punto estremo collimavano con i democratici (Ibid. p.14).

 

ECKSTEIN A.M., Unicum subsidium populi Romani. Hiero II and Rome, 263-215 BC. Chiron 10 (1980), pp.183-203, pone l'importante questione: i 1500 fanti leggeri forniti da Gerone II a Roma nel 217 (Polibio 3,75,7) e i 1000 arceri e frombolieri forniti nel 216 (Livio 22,37,7-9) erano forniti per foedus sociale, cioè per tipo di alleanza formale che prevedeva fonitura di contingenti? Sicuramente no nel 216 (Gerone decideva spontaneamente anche il tipo di fornitura) e quasi sicuramente nemmeno nel 217. Nessun foedus sociale fu creato nel 248 con Siracusa, ma solo amicitia dal 263 al 215.

RIZZO F.P., La Sicilia e le potenze ellenistiche al tempo delle guerre puniche, in "Kokalos", Suppl. 3, Palermo 1973, osserva a p.23 che Egitto e Roma erano concordi sulla situazione siciliana nel 240, ma non così Siracusa; le tre epigrafi di Cos confermano ciò, con la potenza dei Tolomei riconosciuta in Sicilia e con Siracusa ormai molto più debole dopo la vittoria romana sui punici nell'isola.

 

MESSINA [29]

 

FIG.- ITALIA DEL SUD

CITTA' GRECHE DI SPAGNA E DI GALLIA COINVOLTE.

                              FANTI   CAVALIERI

AGUTHA (AGDE) (FOCESI)

ANTIPOLIS (ANTIBO) (FOCESI) [30]

EMPORIAE (AMPURIAS-EMPORIUM) (FOCESI)   2000 K

MASSILIA (MASSALIA-MARSIGLIA)[31] (FOCESI)

MALAGA (MAENACA)[32] (FOCESI)

MONOECUS (Portus Herculis Monoeci) (FOCESI)

NICAEA (NIZZA) (FOCESI)

RHODAE (ROSAS) (RODII/FOCESI)

SAGUNTO (ZACINTO) (ARDIEI?) [33] 10.000

STOECHADES (Isole d'Hyères) (FOCESI)

TARRACO (TARRAGONA) (FOCESI)

 

 

FIG.- LA CITTA' DI SAGUNTO E L'ASSEDIO DI ANNIBALE. 1) Arx Carthaginiensium (dopo la conquista); 2) Arx Saguntinorum (cittadella di S. Fernando); 3) Terrapieno, torre ed ariete cartaginese.

GRECI D'ITALIA - ITALIOTI.

Città magno- greche (cioè di origine greca) [34]  con la data di fondazione (a. C.), le origini e i contingenti desunti dalle fonti quando impegnati nella II guerra punica. I caratteri minuscoli nelle origini significano: derivata da...


                              NAVI     FANTI   CAVALIERI

URIA     (320)(CRETESI)          FORMULA SOCIORUM NAVALIUM

PAESTUM  (510)(ACHEI-SIBARITI)POSEIDONIA(675)
                                 FORMULA SOCIORUM NAVALIUM

NEAPOLIS (530)(CALCIDICA-JONICA)PARTENOPE(675)
                                 FORMULA SOCIORUM NAVALIUM

TARENTUM (707)(DORICA/LACEDEMONI)FORMULA SOCIORUM NAVALIUM

 

FIG.- LA CONQUISTA DI TARANTO DA PARTE DI ANNIBALE.

 

FIG.- LA CITTA' DI TARANTO CONQUISTATA DA ANNIBALE E L'ACROPOLI SEMPRE IN MANO ROMANA.

AKRAGAS [35](582 ) (DORICA-Rodiesi+Cretesi-GELANI) AGRIGENTO 

                               20 PENT.          4.000K

AKRE (663) (SIRACUSANI)

 

FIG. CAPUA (SILVESTRI)

CAPUA    (470 )  [36]                  30.000[37]  4.300K

 

FIG.- La città di origine etrusca di Capua in Campania (oggi, Santa Maria Capua Vetere). (Gaetano De Santis)

 

FIG.- La Campania  al tempo di Annibale

CASMENE (643) (SIRACUSANI)

CASMARINA (598) (SIRACUSANI)

CATANA   (730 ) (CALCIDICA-JONICA-Nasso)

CAULONIA (700 ) (ACHEI)                1.000     1.000K

CROTONE  (753 ) (ACHEI) [38]                        500K

CUMAE   [39](760)    (CALCIDICA-JONICA-Eubea)
                                       1.000       500K

ELEA     (536 ) (JONICA-Focesi) vedere VELIA            

DIKERACHIA (PUTEOLI-POZZUOLI)(531) (SAMII)

GALLIPOLI(500 ) (ACHEI)

GELA     (605) (DORICA-Rodii+Cretesi)

HERACLEA (433 ) (ACHEI-Taranto)

HERAKLEA MINOA (?) (CRETESI-Megaresi Iblei)

IMERA    (648) (JONICA-Eubei)

LAOS     (650 ) (ACHEI)

LEONTINOI(750)(CALCIDICA-JONICA-Eubei-Nasso) LEONTINI    
                                       1.000     1.000K

LIPARA INSULAE - AEOLIAE (580) (CNIDI+RODIESI)

LOCRI EPIZEPHIRIA (683) (LOCRESI-OZOLII)

MEGARA IBLEA (728) (ACHEI-Megaresi)

MESSANA  (667) (DORICA/MESSENI-Eubei) ZANCLE-MESSINA

METAPONTO(900-773)(680)(NESTORE-EPEO/ACHEI)      1.000K

MILAE (717) (Eubei) MILAZZO

NAXOS [40]  (757) (CALCIDICA-JONICA-Eubei) vedere TAUROMENIUM-TAORMINA. 

PARTENOPE (NEAPOLIS) (675) (Eubei)

POSIDONIA (PAESTUM) (675) (ACHEI)

PYTHECUSAE (775) (Eubei)

PUTEOLI= VEDI DIKEARCHIA

PYXUS    (650 ) (JONICA)

REGGIO   (723) (CALCIDICA-JONICA/MESSENI)         
                                      10.000     1.000K

SELINUS  (645 ) (MEGARESI IBLEI) SELINUNTE

SALAPIA  ( )    (RODII)

SIRI     (675) (COLOFONE)

SYBARIS  (725 ) (ACHEI)

SYRACUSAE(732)[41](CORINZII)         24.000     4.000K

                                       1.000 fromb.

TAUROMENIUM (736 )(CALCIDICA-JONICA) TAORMINA presso

                                     Naxos

THURII   (444 ) (ACHEI-ATENIESI)

VELIA    (536 ) (JONICA-FOCESI) vedere ELEA-HYELE

VIBO     (600 ) (LOCRESI) HYPPONIUM-MONTELEONE

 

FIG.- Il teatro di guerra siciliano al tempo di Annibale e il territorio di Siracusa.

 

FIG. LA CITTA' DI SIRACUSA CON I QUARTIERI PRINCIPALI E LE MURA RINFORZATE DA ARCHIMEDE.

ALESSANDRIA D’EGITTO

Anche se collegato direttamente solo alla guerra contro Antioco di Siria, il porto di Alessandria d'Egitto di Tolomeo IV, sede di una potente flotte e della 40 ordini (oltre certamente al porto di Pelusio), è da noi descritto in questa scheda:

 

Fondata da Alessandro nel 332 a.C., subito dopo la conquista dell'Egitto, per offrire alla sua nuova provincia un porto sul Mediterraneo e dunque un più vivace commercio, la città, costruita su progetto di Dinocrate, crebbe subito in importanza economica e culturale, divenendo centro spirituale dei nuovo mondo greco - orientale che il fondatore aveva vagheggiato. Alla morte di Alessandro fu preferita a Menfi e divenne capitale, a tutti gli effetti, del regno dei Lagidi, già sotto Tolemeo I Soter, che la congiunse con l'antistante isola di Faro.

 

 

FIG. I 16.000 chilometri percorsi a piedi da Alessandro Magno

Fu ultimata sotto Tolemeo II Filadelfo, quando, nel 280 a.C., venne consacrata la famosa torre luminosa sull'isola di Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico, capolavoro di tecnica, alto 120 metri. Articolato su tre piani, il faro aveva una base quadrata, una seconda torre ottagonale e una terza circolare. In cima svettava la statua di Posidone.

 

FIG. Il Faro di Alessandria

Nel Romanzo di Alessandro, la gestazione della città è lunga e prodigiosa. Tutto comincia con un oracolo di Ammone:

Febo ti parla che ha corna d'ariete,
Per infinite età, re rivivrai
se la gloria del nome affiderai
a una città, che tu devi fondare:
l'isola guardi dove Proteo ha quiete,
e il Plutonio Aiòn sieda signore,
che dalla cima delle cinque alture
l'infinità del cosmo fa girare.

Così Alessandro si mise in cerca dell'isola di Proteo e, dopo innumerevoli peripezie, vide Faro. Gli abitanti gli spiegarono che vi aveva abitato Proteo, la cui tomba era ancora venerata nell'isola. Alessandro allora si mise all'opera e diede ordine di segnare i confini della erigenda città con la farina, gli uccelli però mangiarono la farina e volarono via, un po' come nella favola di Pollicino.

Ma per Alessandro, che si affretta a consultare gli indovini sul significato di quel fenomeno, si tratta di un buon presagio. La sua città nutrirà il mondo intero e da lei nasceranno uomini che si propagheranno per tutta la terra. Subito fa gettare le fondamenta su un tracciato che seguiva il contorno di cinque lettere, in modo da formare le iniziali di una frase che, tradotta in italiano, suona così: «Il re Alessandro della stirpe di Zeus fondò questa inimitabile città».

 

FIG. Alessandria d'Egitto: la città e il porto.

La scelta della località era delle più felici: facilmente difendibile, con un buon clima, e in grado di controllare gli approvvigionamenti della Valle del Nilo. L'impianto urbano era innovativo e grandioso. Alessandria divenne ben presto non solo il centro del commercio mondiale, ma anche la capitale culturale, come è sottolineato dalla sua famosa Biblioteca; metropoli cosmopolita, che fin dall'inizio vide l'incontro di due grandi popoli, il greco e l'egiziano: un «melting pot» ante litteram, che avrebbe ospitato anche una rigogliosa comunità ebraica grazie alla parità di trattamento che la città assicurava. Sembra che la sua popolazione sia arrivata fino a 400.000 abitanti.

 

FIG. La capitale del Regno d'Egitto: i quartieri egiziano, greco ed ebraico governati autonomamente

FIG. L'impero di Alessandro.

 

 

 

FIG. CESARE ASSEDIATO IN ALESSANDRIA, CARTA DI KROMAYER- VEITH.

 

 



[1] Alessandro aveva 100 elefanti di ritorno dalla sua spedizione in India (Adcock, Greek and Macedon., cit., pag. 54). Il suo successore Seleuco porta 500 elefanti da guerra dell'India con circa 3.000 miglia di marcia, utilizzandoli (480- secondo Diodoro XX, 113- nei quartieri d'inverno in Cappadocia prima dello scontro; 400 nella battaglia- secondo Plutarco, Demetrio, 28) a Ipsos nel 302, alleato con l'altro pretendente all'impero Tolomeo contro il terzo pretendente, Antigono, che aveva 75 elefanti (Glover, The Elephant in ancient war, cit., pp. 257 sgg.). Seleuco costruirà subito dopo quartieri appositi per questi elefanti ad Apamea sul fiume Oronte (Strabone, XVI, 2, 10).

[2] G.Faber, Sulle orme di Annibale, cit., pag. 81.

[3] Si vedano più avanti le osservazioni del Glover, cit.

[4] Anche se G. Faber (cit., pag. 81) afferma che le guide, qualsiasi fosse il tipo di elefante che governavano, erano comunque dette "indiani".

[5] Glover, Elephant..., cit., pag. 269.

[6] Importante in questo senso W. W. Tarn, Hellenistic Military and Naval Development, Cambridge University Press, 1930.

[7] Strabone XVII, 3, 5; R. Glover, The Elephant in ancient war, in "The Classical Journal", XXXIX, 5, 1944, pag. 267.

[8] Cfr. Glover M. Allen, The Forest Elephants of Africa, in "Proceedings of the Academy of Natural Sciences of Philadelphia" LXXXVIII (1936), 15- 44.

[9] Il passo di Polibio è il seguente: "(in generale) la lotta tra elefanti si volge in questo modo: essi incrociano le zanne e spingono a tutta forza cercando di costringere l'avversario a cedere terreno, finchè il più robusto riesce a spostare lateralmente la proboscide dell'avversario; quando è riuscito a farlo ripiegare e a prenderlo di fianco, lo ferisce con le zanne come i tori fanno con le corna. La maggior parte degli elefanti di Tolomeo ebbe timore della lotta come suole capitare agli elefanti africani, che non resistono all'ardore e ai barriti degli elefanti indiani ma, temendo a quanto mi sembra la mole e la forza, fuggono non appena li vedono a distanza; così accadde anche nella battaglia di Raphìa" (Polibio V, 84).

[10] Interessante il raffronto col gioco del rugby: "...An elephant fight, then, begins as a pushing contest, like an English rugby football scrum..." etc., compreso il <<packs down>>. Polibio descrive la lotta tra elefanti nel 217 a.C. a Raphìa : "[era interessante vedere] la ferocia con cui le bestie lottavano tra loro, gettandosi con violenza l'una contro l'altra. Ed ecco il modo in cui lottano gli elefanti : si afferrano per le zanne e l'uno preme sull'altro a tutta forza, (...) finché uno dei due vince e riesce a piegare la proboscide dell'avversario e, appena ne coglie scoperto il fianco, lo ferisce con le zanne".

[11] G.Faber, cit., pag. 84.

[12] G.Faber, cit., pag. 83.

[13] Per la data, forse nell'anno 306 i 500 elefanti a Seleuco (probabilmente decisivi contro Antigono, mettendone in campo 480 contro 75) (D.Musti, Storia greca, Bari 1989, p. 715 sgg.)

[14] "After their victory in the Second Punic War the Romans adopted the elephant into their army and used him in the Macedonian and Syrian Wars" (Glover, Elephant..., cit., pag. 258; Livio XXXII, 27; XXXVI, 4; XLII, 62).

[15] Mutuandola dalla Avalon Hill. Sebbene non come rapporto numerico ma come regole tattiche per una ricostruzione bellica del periodo è più idoneo quanto indicato da Zotti e Affinati in "Zama 202 a. C.", cit.

[16] Luciano, Zeuxis and Antiochus 8- 11; Glover, Elephant..., cit., pag. 260.

[17] Cfr. a proposito Armandi, Historie militaire des elephants depuis les temps les plus reculés jusqu'à l'introduction des armes à feu.

[18] Ci pare eccessiva discrepanza con le usanze proprio dei dinasti orientali, oltre che con la tradizione immediatamente successiva dei diadochi (si pensi anche solo a Seleuco soprannominato l'Elefantarco).

[19] Sir Gavin DE BEER, Hannibal, London 1969, pp. 100- 107 a proposito degli elefanti nell'esercito cartaginese.

[20] Plinio riporta la notizia da Catone (Cato, Origines, ed. Les Belles Lettres, 1986 Paris, Fragmenta; per Surum, pp.39- 40). Cato, IV, 9 J = 88 P.

[21] Per l'importanza della spedizione di Magone e per il rilievo dell'apporto degli elefanti, erra il Liddell Hart (cit., p. 139) a considerare la battaglia di Mediolanum come una "battaglia di scarsa importanza"; e lo dimostreremo in seguito con le cifre e la tattica della battaglia stessa nella nostra ricostruzione.

[22] Cfr. anche H. Scullard, The Elephant in the Greek and Roman World, London 1974.

[23] Glover, Ibidem, pag. 259 sgg.

[24] Messene, capitale della Messenia, fu fondata da Epaminonda nel 370 a.C. come enorme campo trincerato più che come città (C.Nepote, Epaminonda, XV, 8, 5), con 10 chilometri di mura, resti visibili oggi presso Mavromati.

[25]  Vedere anche GRECI D'ITALIA- ITALIOTI, nel I capitolo di questa Introduzione; nonchè l'elenco delle COLONIE GRECHE di Sicilia nel paragrafo successivo sugli ITALIOTI.

[26] Contava 600.000 anime al tempo di Annibale, con 6 quartieri in una circonferenza di 36 chilometri (180 stadii).

[27]  Secondo Diodoro XIV, 47, 7, Siracusa aveva 80.000 fanti e 3.000 cavalieri: troppi, secondo Griffith (cit., p. 195 e nota 8), che pensa a 10.000 fanti mercenari. Ma se 500 dei 1000 mercenari greci di Cartagine catturati da Agatocle in Africa erano siracusani (ibidem, p. 201) e se 8.000 Siracusani furono espulsi tra i mercenari di Amilcare nel 309 a. C. per sospetto di diserzione, perchè non credere a cifre più elevate, specie in un momento di emergenza e di grandi armamenti come nella II guerra punica? Inoltre (ed è questione risolutiva) 19.000 erano i soldati di Siracusa nel 214 secondo lo stesso Griffith (ibidem, p. 206).

[28] Aveva 50.000 soldati al tempo della prima guerra punica (Polibio I, 17- 18). Durante la guerra annibalica era, più di Siracusa, la base di appoggio punica più importante per truppe sbarcate.

[29] Essendo la più importante base navale romana in Sicilia tra la prima e la II guerra punica, la consideriamo tra le piazzeforti romane. E non interessa qui che la sua rada poteva contenere 600 navi (Polibio I, 41- 46; Floro II, 2).

[30] Tra parentesi tonde, dopo il nome, il nome più antico o più moderno e infine le origini come colonia. Il segno / indica: ripopolata da...

[31] Con influenza commerciale molto all'interno della Gallia (con i trasporti fluviali di Senna, Reno, Saona, Rodano e Loira, ed essendo i Galli anche buoni marinai) e con banchi (società) commerciali a Siracusa e in altri porti del Mediterraneo. Per l'importante flotta, parleremo di Marsiglia nel capitolo sulle flotte.

[32] Menace, colonia di Focea in Spagna, 25 km. a est di Malaca fenicia (M. A. Levi, L'Italia..., cit., p. 235).

[33] Roma non aveva alcun trattato con Sagunto, ma la città iberica era nella fides romana da un anno tra il 224 e il 221 (Badian, Foreign..., cit., p. 48 sgg.) (cioè poco dopo il trattato dell'Ebro tra Punici e Romani del 226).Anche il Gabba (Esercito..., cit., p. 568) non crede a Polibio e attribuisce l'entrata della città nella fides di Roma in seguito a un arbitrato per discordie interne. "L'esitazione di Roma nel 219 mostra che gli obblighi morali derivanti dalla fides non erano vincolanti comne quelli derivanti da un trattato" (Ibidem).

[34] Le non greche Panormus e Drepanum  (Palermo e Trapani), con i loro notevoli arsenali, cantieri da costruzione e vasti porti, vanno considerate di nuovo sotto l'influenza cartaginese durante la guerra annnibalica. Lilybeum, altrettanto importante, fu base navale romana come Messina.

[35] Le città greche di Siracusa e di Agrigento erano le prime potenze militari siciliane (e internazionali) già molto prima della II guerra punica. Ci riconnetteremo in seguito ai problemi degli approdi e degli spostamenti marittimi durante la guerra. Parlando dell'importanza delle città- stato elleniche, fenicie e della federazione romana nel III secolo, il Toynbee (cit., I, p. 144) ricorda che la creazione in Sicilia di due signorie accentrate, rispettivamente attorno ad Akragas e Siracusa, era stata la ritorsione locale di città- stato alla confederazione di città- stato fenicie sotto la supremazia di Cartagine, che le aveva precedute nel bacino occidentale del Mediterraneo. Anche se quasi tutti gli episodi di alleanze tra le due città siciliane e di confronto- scontro con i Cartaginesi in Sicilia datavano da tempi antichi (almeno dal 480 a. C.) rispetto alla II guerra punica, rimarranno questi gli immediati precedenti delle alleanze e degli schieramenti in Sicilia nelle prime due guerre puniche, durante le quali Siracusa restava ancora "fra tutte le città- stato elleniche la più popolosa, la più forte e la più colta" (ibidem), e anche la più ricca, aggiungiamo, se le sue richezze soprattutto avevano permesso gli alti costi di ricerca e di produzione delle prime pentere, exere e delle macchine da lancio più sofisticate.

[36] La campana Capua fu fondata dagli Etruschi (cfr. J. Heurgon, Recherches sur l'historie, la religion et la civilisation de Capoue préromaine des origines à la deuxième guerre punique, Paris 1942), come Acerrae; essa sorgeva sulla strada che congiungeva direttamente l'Etruria e Sibari passando per Paestum. Cfr. lo stesso Heurgon per i Campani e le città campane.  Non meno di città greche ed ellenistiche, Capua aveva una "grande quantità di baliste e scorpioni che tenevano lontano i nemici con proiettili da lancio (Livio, XXVI, 6, 4); e Livio sta parlando in questo passo di ben 6 legioni romane complete che la assediavano. Le porte (uscite) di Capua che per noi sarebbero le più importanti sono la Porta Jovis verso il tempio di Giove, a metà tra Porta Diana (verso la via fluviale o Tifatina) e la Porta Albana (verso la via Appia). Queste tre porte erano le più direttamente coinvolte negli scontri verso i Monti Tifati e verso la Via Appia presidiata dalle suddette legioni. Cfr. anche L. Pareti, Storia di Roma e del mondo romano, II, Torino 1970, pp. 326- 396 su Capua. Quando Capua fu ripresa dai Romani, tutte le operazioni militari si spostarono sulla linea Capua- Telesia- Benevento- Sannio- Daunia- Apulia- bassa Irpinia.

[37] 1600 erano i cavalieri di Capua già intorno al 340. 20.000 i cittadini in armi durante la guerra annibalica secondo Beloch, St. di storia antica, I, p. 47.

[38] Su 8/10.000 anime che vi abitavano compresi bambini e schiavi (GDS III2 p. 242 n. 97, che compendia A. W. Byvanck). 2000 erano le persone adulte secondo Livio XXIII, 30, 6 e XXIV, 2- 3.

[39] Sull'importanza prioritaria del porto di Cuma in Campania, cfr. anche Bérard, cit., pp. 49- 66. Anche Dionisio di Alicarnasso (Rom. Arch., VII, 3) menziona, già per l'età più antica, gli ottimi porti di cui Cuma disponeva nella zona di Miseno. Pozzuoli e Napoli erano cumane (Strabone, V, 246). Interessante Hans von Hülsen, Funde in der Magna Graecia, Göttingen 1963, pp. 19- 46.

[40] Nella penisoletta siciliana di Schisò, Nasso, distrutta nel 403 da Dionisio di Siracusa e risorta nel IV se., è detta da Pausania (VI, 13, 8) non più esistente già ai suoi tempi (110- 180 d.C.). Ma gli scavi iniziati nel 1952 confermano, oltre alle mura, l'altare e la statua di Apollo Archegete (il Melqart di Tiro) esistenti ancora nel 36 a. C. (Appiano, B.C., V, 12, 109). E' quindi da noi considerata e segnata, anche se non più competitiva rispetto a Tauromenio- Taormina (Diodoro, XIV, 88, 1; Bérard, cit., pp. 86- 87). Sull'importanza in ogni caso, per la navigazione, dell'approdo di Nasso, ritorneremo più avanti.

[41] Secondo Livio "Siracusa è la più bella e la più nobile delle città greche". Il castello Eurialo, a 9 km. circa dalla città attuale, "è una straordinaria opera di ingegneria militare che risale al V sec. a.C., quando Siracusa era dominata da Dionigi il Vecchio. In pratica è una fortezza inespugnabile che difendeva la città da terra (i Romani conquistarono Siracusa predendola dal mare), e per completarla ci vollero più di due secoli. Si dice che gli ultimi lavori siano stati diretti da Archimede. Con le sue 5 torri alte 15 metri permetteva di controllare tutta la cinta fortificata di Siracusa, lunga 26 km. La fortezza era piena di trabocchetti, fossati, passaggi segreti, botole, bocche di lupo. Praticamente imprendibile, castello Eurialo non venne mai espugnato... Percorrendo oggi le gallerie, i passaggi, i camminamenti, i fossati, i bastioni si vede come gli antichi siracusani avessero studiato tutti gli artifici, tutti i trucchi, per impedire ai nemici l'accesso alla città" (Gianni Franceschi, Siracusa, A.P.T.A.C. Siracusa, 1989, p. 41). L'Esapilo aveva la porta che si apriva sulla via per Catania e Leontinoi (GDS III2 p. 272). A Siracusa era prospera, nel periodo tra le due prime guerre puniche, la fabbrica del papiro sul fiume Ciane, perchè nel 250 a.C. Ierone II ricevette in dono una pianta di papiro da Tolomeo II Filadelfo d'Egitto, trapiantandola ed stendendone la coltivazione. I buoni rapporti commerciali e culturali tra Siracusa ed Egitto erano tanto estesi che anche le invenzioni di Archimede si svilupparono spesso ad Alessandria e la nave maggiore di Archimede da commercio e da guerra, la Syracusia, fu donata da Siracusa all'Egitto per le sue eccessive dimensioni. Morto Ierone sopravvenne però lo schierarsi di Siracusa con Annibale e la guerra aperta con Roma.