CAPITOLO III – L’ESERCITO DEI GRECI

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4- CATALOGHI DELLE FORZE.

In base a notizie e a cataloghi di forze che possediamo dei Greci nel periodo delle guerre puniche possiamo determinare le forze reclutabili e la loro organizzazione in generale, da una parte; più precisamente i contingenti impiegati nelle varie operazioni della II guerra punica, con tutte le cifre tramandate o rivalutate dalle fonti per le specifiche situazioni belliche che ci interessano, dall'altra. Abbiamo perciò distinto:

1) l'aspetto della tradizione militare di quei popoli, con tutte le fonti anche tutt'altro che contemporanee ma che permettono di ricostruire organizzazione e potenziale bellico di ogni Stato anche nel periodo delle guerre puniche;

2) l'elenco delle forze precisamente o presumibilmente utilizzate negli anni della II guerra punica, in base non solo alle fonti storiche il più possibile contemporanee a quella guerra, ma anche in base al vaglio di testi moderni e più recenti per la ricostruzione delle forze impiegate anche dove meno sono documentate dagli storici antichi.

1. LA TRADIZIONE.

Essendo il mondo greco- ellenistico dell'epoca delle guerre puniche estremamente esteso e variegato (dai regni sorti nell'ex impero di Alessandro Magno ai confini con l'India, fino all'Egitto ormai di tradizione militare macedone) abbiamo raggruppato e sintetizzato potenze militari, popoli e città- stato nei paragrafi che seguono; cercando di considerare, quando possibile- già nei raggruppamenti di questa prima analisi sulla loro tradizione militare conservata da periodi precedenti-, la loro alleanza più o meno dichiarata per Annibale e la Macedonia da una parte o per Roma e i suoi alleati orientali dall'altra. Massima è stata la nostra documentazione per datare gli avvenimenti precedenti a quelle alleanze. Ricordando tuttavia col Giannelli (Trattato..., cit., p. 506) che 80 anni di storia greca sono molto meno noti: cioè dai successori di Alessandro ai preparativi della II guerra punica, dal 302 al 220. Proprio quel 220 da cui Polibio comincia a descrivere i fatti d'Oriente e d'Occidente, per narrare la nascita della potenza mediterranea di Roma.

Altre importanti informazioni che possediamo sulle Leghe greche, anche se non di autore contemporaneo, provengono da Plutarco, con le Vite di Arato, di Agide e di Cleomene.

2. LE FORZE IN CAMPO.

Riporteremo nella seconda metà dell'analisi di ogni singola potenza greca ed ellenistica su nominata, notizie più dettagliate e ravvicinate cronologicamente per quel che riguarda la II guerra punica e gli scontri militari di un certo rilievo in quegli anni nel Mediterraneo sia occidentale che orientale. Riportando le effettive o in qualche modo ricostruibili forze in campo di tali popoli, le nostre considerazioni saranno valide per il periodo dal 219 al 201, pur se non tutte le potenze elencate presero parte diretta, in molti di quegli anni, ad operazioni belliche. Dobbiamo perciò evidenziare che furono per noi fuori della guerra (cioè dal confronto diretto con potenze strettamente alleate o nemiche di Roma) i seguenti popoli della Grecia e dell'Oriente ellenistico:

- la Lega Eolica dal 206 al 204;

- la Lega Achea sempre, per quel che ci riguarda, in quanto assorbita nel Peloponneso dal potente alleato macedone; tranne che con Filopemene dal 214 al 202 (gli Achei vanno quindi intesi per lo più nella lega della Grecia antimacedone);

- la Siria, con Antioco III, dal 216 al 203, perchè attuò solo enornmi conquiste ad Oriente, fondando città, arricchendosi e arruolando soldati: l'anno 208 fu il più ricco di tali conquiste;

- l'Egitto nello stesso periodo, perchè, essendo in diretta concorrenza con la Siria e non essendo attaccato dalla Macedonia se non in alleanza con Antioco III, l'Egitto fu coinvolto contro Antioco fino alla fine del 217 e contro Macedonia e Antioco dal 203. Nel 202 la Macedonia e la Siria si annetterono ampie regioni e città egiziane nell'Egeo e in Asia Minore. Ma già Rodi, Cizicum e Bisanzio si schieravano con l'Egitto, fino a chiedere l'intervento di Roma, cosa che Pergamo già aveva fatto. Nella primavera del 219 Antioco aveva già preso all'Egitto Seleucia in Pieria, Tolemaide, Tiro, Galilea e la costa della Palestina meno Sidone. Dopo aver passato il 218- 217 a Tolemaide, Antioco fu però sconfitto a Rafia e sgomberò tutta la Siria meridionale, restituendo tutte le annessioni meno Seleucia in Pieria.


LA MACEDONIA.

Ancora prima di cifre più dettagliate che possediamo di volta in volta, durante il corso della II guerra punica, per i popoli dell'Illiria, della Macedonia e della Grecia (popoli coinvolti in operazioni militari nel periodo della guerra annibalica), riguardo ai Macedoni abbiamo un elenco abbastanza ampio in Polibio, II, 65, riferito al 222- 221, prima che Annibale partisse dalla Spagna per attraversare le Alpi, e uno più ridotto in Livio, XXXI, 34, per il 201, esattamente alla fine della II guerra punica e all'inizio della II guerra macedonica tra i Romani e Filippo V.

Dal 243 al 241 Antigono di Macedonia aveva dovuto subire un ridimensionamento nel Peloponneso ad opera della Lega achea di Arato, che gli aveva preso le importantissime Corinto e Acrocorinto. Ma la Macedonia aveva sempre il controllo militare della Grecia continentale grazie ai tre punti strategici (sottolineati come "ceppi dell'Ellade" da Polibio II, 41) di Demetriade nel golfo di Volo, Calcide euboica sull'Euripo e quasi continuativamente Corinto sull'istmo [1]. Dopo Antigono, Demetrio II continuò la lotta contro le leghe etolica, achea, beota ed elide. Dal 228 Tessaglia e Lega tessalica furono di nuovo saldamente con Antigono Doson, fornendo come sempre il meglio della cavalleria leggera macedone. Il Doson fu però il primo a trascurare veramente la flotta (CAH, cit., p. 131), nonostante che da Delos e dalle Cicladi egli tentasse una spedizione in Caria contro l'Egitto [2]. La Macedonia presidiò dal 221 Orchomenos ed Heraia.

 

 

FIG. LA BATTAGLIA DI SELLASIA del 222 tra Macedoni e Spartani (da N.G.L. Hammond - F.W. Walbank, A History of Macedonia, III, p. 358).

Nel 222 a Sellasia, contro Sparta, anche se comandava i Macedoni ancora Antigono Doson, tutore del troppo giovane Filippo V dal 229 al 220 e anch'egli grande generale ellenistico, la macedonia alleò le leghe macedone, tessala, achea, beota, epirota, l'Acarnania, l'Eubea e la Focide non etolica per un totale di 28.000 uomini: 13000 Macedoni, 9000 della lega achea, 1600 Illiri di Demetrio di Faro oltre a mercenari; la falange vera e propria era di 10000 macedoni e 5000 mercenari  più 1200 cavalieri, anche Achei, e 1000 Megalopolitani, 1000 Acarnani più Illiri e 3000 argiraspidi macedoni. In altri termini, la Macedonia aveva in campo una falange di circa 10.000 Macedoni, 3000 peltasti e 300 cavalieri macedoni; oltre a 1000 Agriani (traci-macedoni molto abili col giavellotto), 1000 Galati mercenari più 3000 fanti e 300 cavalieri mercenari misti, 3000 fanti e 300 cavalieri Achei, 1000 Megalopolitani armati alla maniera macedone, 2000 fanti e 200 cavalieri alleati della Beozia, 1000 fanti e 50 cavalieri Epiroti, 1000 fanti e 50 cavalieri Acarnani e 1600 Illiri comandati da Demetrio di Faro, che collaborò sempre con Filippo V (Polibio, II, 5; seppure anche il principe illira Scerdilaida collaborò con i Macedoni in media con 5000 Illiri e con forniture indispensabili di navi lembi, cfr. il paragrafo sugli Illiri e il capitolo V sulle flotte). Già nel 224 Antigono era arrivato a Corinto con 20.000 Macedoni più 1300 cavalieri (Plut., Antigono). Nel 201 Filippo V, che aveva forze molto maggiori di cavalleria, soprattutto tessala, contrasta i Romani con 20.000 fanti e 4.000 cavalieri, ma ha molti presidii dislocati tra Demetriade e le Cicladi e alleati e presidii in Acaia, Acarnania e Tessaglia, nonchè in Illiria, che perciò figura per noi quasi sempre al suo fianco.

Anche in seguito, in Livio, XXXIII, 4, 4, Filippo V ha stabilmente 16.000 falangiti [3]("il nerbo delle truppe del suo regno"), 2000 peltasti, 2000 Traci, 2000 Tralli (Illiri), 1500 mercenari, 2000 cavalieri [4] (cavalleria tessala e macedone, idib., 7, 11). Un altro contingente di 5.800 uomini è allora contemporaneamente all'Istmo di Corinto: 1500 Macedoni, 800 mercenari, 1200 Illiri e Traci, 800 Cretesi, 1000 opliti Beoti, Tessali e Acarnani e circa 500 tra fanti e cavalieri di Corinto.

I reparti utilizzati da Filippo V per spedizioni macedoni minori in regioni più o meno vicine sono attestati nelle fonti quasi sempre di 2000 fanti e 200 cavalieri, vale a dire una merarchia di fanti e una tarentinarchia di cavalieri, al comando di luogotenenti.

Alla fine della II guerra punica, nel 201, dopo che dal 203 Filippo V era stato impegnato in Asia Minore (in Caria, contro possessi costieri di Rodi, dell'Egitto e di Pergamo e contro isole dell'Egeo, dalle Sporadi a Cnido a Samo) non senza rilevanti perdite terrestri e navali [5], le forze Macedoni non dovevano superare un massimo di 30.000 uomini [6].

Sebbene basato essenzialmente sulla fanteria pesante della falange macedone, con le lunghe sarisse (lance), l'esercito di Filippo V aveva una notevole mobilità e velocità, che in più di una occasione lo resero estremamente pericoloso per i Romani e per i nemici in genere e che spesso lo salvarono da conseguenze peggiori (anche nella fuga, come ad Apollonia, o come in Livio, XXXI, 39). Tale mobilità era dovuta non solo ai suoi peltasti scelti, ma anche alla fanteria leggera mercenaria illira, cretese e trace e alla cavalleria tessala. Tale mobilità sorprendente è messa in risalto, più che da Polibio, da Livio, XXXI, 33- 43.

 

FIG. MONETA DI FILIPPO V DI MACEDONIA

LA MACEDONIA- LE FORZE IN CAMPO.

Aggregata alla sua symmachia dopo il 222, con la battaglia di Sellasia contro Cleomene III di Sparta, anche la Laconia, la Macedonia comprese un territorio di 90.000 km2, con una popolazione di circa 4 milioni di abitanti [7].

Due erano le principali vie di collegamento tra la Macedonia, l'Illiria e l'Epiro, quest'ultimo con importanti basi romane alleate quali Apollonia, Durazzo e Oricum. Una via era quella di penetrazione dall'Iliria alla Macedonia, da Apollonia lungo la valle dell'Apso (Semeni) passando per Antipatria (Berat). Quando Scerdilaida illira, con intenzioni ostili verso la Macedonia, nel 216 occupò Antipatria, Filippo provvide immediatamente a rioccuparla e a precludere l'altra via più importante, quella che sarà la futura via Egnazia (la principale via romana nella Grecia, idealmente prosecuzione della via Appia verso Oriente). Essa partiva sia da Apollonia che da Durazzo, incontrandosi a circa metà distanza tra le due città e risalendo verso est la valle del Genuso (Scumbi); scavalcati i monti Candavii, ancora in Illiria, scendeva al lago di Lychnido (Ochrida) verso la Macedonia.

 

FIG. MONETA DI FILIPPO V (212 a.C.)

I Macedoni disponevano a Sellasia nel 222 di 28.000 fanti e 1600 cavalieri secondo Griffith (The Mercenaries..., cit., p. 70), che ne considera 13.000 come falangiti di cittadinanza macedone, 9.600 come vari alleati e 5.000 mercenari (di cui 1000 Galli, 1000 Agriani e 3000 mistophoroi "greci"; per sottolineare il grande numero di Greci anche mercenari presenti allora negli eserciti ellenistici). Nel 218 contro Licurgo di Sparta Filippo V aveva 6.000 macedoni e 1200 mercenari (300 Cretesi, i restanti Traci, Illiri e cavalieri Galli).

 

FIG. BASSORILIEVO CON SOLDATI MACEDONI

Per dati delle fonti durante la guerra (ad es., i 6.000 uomini e 120 lembi con cui Filippo prende Orico ai romani nel 214)  [8] e logiche deduzioni, i Macedoni dispongono mediamente di due falangi elementari per le operazioni di guerra ai confini, appoggiate normalmente da 8 ipparchie (cioè un epitagma) di cavalieri e da due divisioni di psiliti cretesi. Il re si riservava tradizionalmente una agema di 2048 veterani peltasti argiraspidi.

Una falange elementare tra Pella, Tessalonica e la Tessaglia difendeva la Macedonia. La ricchezza dell'armamento delle truppe macedoni sorpassava di molto quella degli altri eserciti. La falange leucaspis vestiva di scarlatto e portava armature dorate; la falange chalcaspis aveva scudi di finissimo bronzo (Livio XLIV, 41). Sugli altri armamenti e corpi militari dell'esercito macedone si vedano gli appositi paragrafi precedenti.

 

 

FIG. FALANGITA MACEDONE CON SARISSA (due fogli aggiuntivi a destra ne completerebbero la lunghezza)

A proposito della debolezza navale di Filippo V di Macedonia (che viene spesso da noi accennata nel capitolo IV sull'esercito cartaginese e nel V sulle flotte da guerra dei vari popoli), bisogna osservare che in molti testi storici si identificano spesso le veloci navi liburne dei pirati illirici al servizio di Filippo o da lui adottate come modello per due importanti costruzioni di flotte durante la II guerra punica con le più piccole e veloci navi "lembi", costruite anch'esse per la prima volta da pirati illirici (C. Torr, Ancient Ships, Chicago 1964, p. 108 celoces, p. 115 lembi). Sono modelli tra loro ben distinti (anche Viereck, RF, cit., sottolinea la differente disposizione dei rematori), ma le ricordiamo genericamente [9] per l'importanza che lembi e biremi liburne ebbero nella flotta di Filippo sebbene fossero teoricamente insufficienti (nonostante il loro elevato numero) contro le cospicue flotte romane, di Pergamo e di Rodi di quinqueremi e quadriremi, e sebbene Filippo disponesse nei suoi cantieri navali di oltre 50 grandi navi da guerra corazzate [10]. Polibio IV, 29, afferma che già nel 220= uno dei principi illiri sconfitti dai Romani per la loro pirateria adriatica, Scerdilaida, si unisce a Filippo fornendogli 30 lembi dei 60 che possedeva. Livio (XXXVIII, 16, 6; ma in genere Livio XXXVIII e Polibio IV) parla spesso dei numerosi lembi di Filippo fino al 201=, quando a Chio 150 di essi gli furono inaspettatamente più utili delle sue 53 grandi navi catafratte per arginare la grave sconfitta navale ad opera di Rodi e di Pergamo. Ciò grazie alla notevole velocità che era in comune con le biremi liburne.

Livio ricorda che "Filippo V era inferiore in fatto di forze navali" rispetto a Pergamo e ai Romani (Livio XXVIII, 7, 1) e che solo nell'estate 206 (Livio XXVIII, 7, 18) fece preparare a Cassandrea 100 carene di navi lunghe, cioè da guerra; ma non quinqueremi, bensì liburne e lembi, che compariranno, come detto, nel 202= tra i 150 lembi e pristi [11] che, oltre a 53 delle sue navi corazzate maggiori, Filippo aveva per l'assedio di alcune città costiere pergamee in Asia Minore (Polibio XVI, 2).

Ma siccome dal 220= al 216= i notevoli impegni militari di Filippo in Grecia furono per lo più terrestri, vedremo per allora questi lembi come sussidio di trasporto truppe occasionalmente. Nel 216= ne utilizza 100 nuovi a Cefallenia e Leucade, sempre con l'aiuto illira. Questo sussidio alle forze di terra rinsalderà comunque la superiorità che la falange macedone continuò a mantenere nel confronto in campo aperto con i suoi avversari (non negli assedi, come ad Apollonia, o nelle sortite e nei colpi di mano contro le legioni).

Tutto ciò può aiutare a spiegare il grande mistero storico che rimane:

a) sulla permanente inferiorità navale di Filippo, che pure aveva navi grandi e almeno una a 16 ordini senza utilizzarle (ma solo alleandosi ampiamente i suoi avversari navali ellenistici riuscivano a batterlo, e mai definitivamente: si pensi a Lade) [12];

b) sulla scelta di egemonia terrestre, e non marittima, della Macedonia già prima di Filippo [13] (Egitto e Rodi erano troppo tenaci avversari in mare, e il continente greco molto più importante per i re macedoni);

c) sull'eccessiva fiducia di Filippo nell'invio di aiuti navali dell'alleato cartaginese, controllato dai Romani con superiorità marittima [14];

d) il ruolo di supporto tattico e logistico che gli Illiri e i loro modelli di nave svolgevano adeguatamente per la strategia terrestre di Filippo V, in attesa di una alleanza anche navale più decisiva con Antioco di Siria e con Cartagine.

Colpisce gli storici lo smacco subito da Filippo V ad opera dei Romani con il loro primo, esiguo intervento in Grecia, cioè con la sortita ad Apollonia e Oricum. E. Meyer, in Kleine Schriften, II, Halle 1924, p. 418, sottolinea quanto poche fossero le forze usate allora dai Romani in Grecia. Inoltre solo 25 quinqueremi romane vi furono in Grecia fino al =210. E' certo che Filippo non si sentiva affatto inferiore per mare, anche se lo dimostrò nei fatti per tutti gli anni della seconda guerra punica con la sua indecisione. Egli inoltre si sentiva invincibile per terra con la sua falange per ogni scontro terrestre diretto e per ogni eventuale battaglia risolutiva, indipendentemente da qualsivoglia colpo di mano dei legionari. Questo scontro diretto e decisivo tra Macedoni e Romani non vi fu per tutti gli anni della seconda guerra punica, e degli scontri navali trattati da noi nel capitolo V, i due di Chio e di Lade nel 201 rappresentarono ancora un "pareggio" tra la Macedonia e i suoi numerosi e potenti avversari ellenistici.


TRATTATO TRA ANNIBALE E FILIPPO.

TRATTATO CHE IL GENERALE ANNIBALE, MAGONE MYRKAL E BARMOKAL, TUTTI I SENATORI CHE SONO CON LORO E TUTTI I CARTAGINESI CHE SI TROVANO NEL LORO ESERCITO, GIURARONO CON SENOFANE, FIGLIO DI CLEOMACO D'ATENE, SPEDITO AMBASCIATORE PRESSO NOI DAL RE FILIPPO FIGLIO DI DEMETRIO, PER LUI, I MACEDONI E LORO ALLEATI.

E lo giurarono in presenza di Giove, di Giunone e d'Apollo; del genio di Cartagine, d'Ercole e di Jolao; di Marte, di Tritone, di Nettuno e degli Dei che combattono con noi; in presenza del sole, della luna, della terra, dei fiumi, dei prati, delle acque; in presenza di tutti gli Dei che proteggono Cartagine e di tutti quelli che proteggono la Macedonia e la restante Grecia, e di tutti gli Dei dell'esercito che sono testimoni di questo giuramento.

Il generale Annibale, tutti i senatori di Cartagine che sono appo lui, e tutti i Cartaginesi che sono nel suo esercito, col consenso dei nostri e dei vostri, ci obblighiamo a giurare quest'alleanza d'amicizia e di pace, come amici, colleghi e fratelli.

Il re Filippo, i Macedoni e gli altri Greci alleati loro presteranno assistenza e soccorsi al popolo dei Cartaginesi, al generale Annibale, a tutti quei che l'accompagnano, ai sudditi di Cartagine che riconoscono le medesime leggi, agli abitanti d'Utica, alle città e popoli sottomessi ai Cartaginesi, all'esercito, agli alleati, a tutte le città e a tutti i popoli con cui siamo collegati, in Italia, nella Celtica e nella Liguria, o coi quali potremmo ancora in questi paesi stringer relazioni amichevoli ed alleanze.

Assistenza e pace sarà pure concessa al re Filippo e agli altri Greci alleati, dai Cartaginesi, dagli abitanti d'Utica, da tutte le città e popoli sottoposti a Cartagine, loro alleati e generali, ed alle città e popoli che in Italia, Celtica e Liguria sono o bramassero di venire alleati nostri.

Non tenderemo sorprese e agguati gli uni agli altri. Voi sarete nemici dei nemici di Cartagine, eccetto i re, le città e i popoli con cui aveste alleanza. E noi egualmente saremo nemici dei nemici di re Filippo, ad eccezione dei re, delle città e dei popoli coi quali avessimo stretto alleanze. Voi pure sarete nostri alleati nella guerra contro i Romani, finchè gli Dei non diano a voi e a noi la pace: voi verrete a nostro soccorso quando occorra e secondo che converremo. Se gli Dei favoriscono e voi e noi nella guerra contro i Romani, e che questi vengano a domandar pace, noi la faremo in modo che voi pure vi siate compresi; e non sarà permesso a loro di far guerra contro voi. Corcira, Apollonia, Epidaurum, Faro, Dimale, Partina e Atintania non potranno cadere sotto la dominazione romana. Essi renderanno pure a Demetrio di Faro tutti gli uomini di sua nazione che si trovano sul loro territorio. Ma se i Romani venissero ad assalire un di noi, ci assisteremo a vicenda come il caso esigerà: così se altri ci muovessero guerra, eccetto sempre i re, le città e i popoli coi quali viviamo in alleanza.

Se giudicassimo a proposito di togliere od aggiungere alcunchè a questo trattato, ci sarà libero di farlo di comune accordo [15].

Il tono sacrale e religioso delle formule di questo trattato non è molto diverso dalla religiosità che anche i Romani mostravano nei rapporti verso popoli alleati o vinti. Faccia fede tra tutto (oltre alle formule degli ambasciatori feziali nelle dichiarazioni di guerra ai popoli confinanti o al diritto di asilo tipicamente greco e romano in aree consacrate, su cui torneremo a proposito della religione romana e del tempio di Hera Lacinia in Calabria, presso cui Annibale dedicò l’incisione delle sue imprese di 16 anni in terra italiana) questa affermazione di Macrobio (Saturnalia III, 9, 2-8), che illustra l’usanza romana della EVOCATIO, invocazione a numi tutelari, romani o nemici che fossero. A parte l’aspetto enigmatico (ma ridibattuto e rispiegato di recente dall’architetto Lugli in incontri presso l’Istituto Archeologico Germanico di Roma, a proposito della Roma a forma di stella), è interessante che Macrobio, nel II secolo d.C., ricordi a quasi 300 anni di distanza ancora le formule valide durante le guerre puniche:

<<E’ noto che tutte le città sono sotto la protezione di qualche dio e che i romani avevano un rituale segreto e sconosciuto a molti con cui, quando cingevano d’assedio una città nemica e avevano la speranza di impadronirsene presto, chiamavano a sè gli dei tutelari. Facevano questo perchè credevano che non fosse possibile prendere altrimenti la città, oppure perché, anche nel caso fosse possibile, ritenevano sacrilego impossessarsi di divinità prigioniere. Proprio per questa ragione, infatti, i romani vollero che rimanessero segreti sia il dio sotto la cui protezione si trovava Roma, sia anche il nome latino della città. [...] Questo era ignorato anche dalle persone piu colte, poiche i romani temevano che, se si fosse risaputo il nome del loro protettore, avrebbero potuto subire essi pure, a seguito di rituali messi in atto dai nemici, quel che loro sapevano di aver fatto piu volte nei confronti delle città avversarie... Ecco la formula con cui gli dei vengono invitati a uscire quando una città è cinta d’assedio: <<Se c’è un dio o una dea che protegge il popolo dei cartaginesi e tu in particolare che hai assunto la tutela di questa città e di questo popolo, vi prego, vi scongiuro e vi supplico di abbandonare il popolo e lo stato cartaglnese, di lasciare il loro territorio, i loro templi, le loro cerimonie e le loro città, di andarvene via da loro, di gettare quel popolo nella paura e nel terrore e di venire propizi a Roma da me e dai miei, di trovare i nostri territori, i nostri templi, le nostre cerimonie, la nostra città piu graditi e piu accetti, di essere propizi a me, al popolo romano e ai miei soldati. Se farete questo in modo che noi siamo certi e convinti, io faccio voto di costruire templi e di allestire giochi in vostro onore>>. (Evocazio, in MACROBIO, Saturnalia III, 9, 2-8). Sul nome segreto della città di Roma, così come sulla sua planimetria a stella, si vedano nel capitolo "Roma" i riferimenti appropriati del Lugli.

TRATTATO DI ALLEANZA TRA ROMA ED ETOLIA.

Contro la Macedonia alleata di Annibale Roma si rivolse all'Etolia e, nel 212-211, negoziò  un'alleanza [16]. Parte delle disposizioni  del trattato è stata conservata da una frammentaria iscrizione rinvenuta a Thyrreion (Tirio):

"... i magistrati dell'Etolia dichiareranno immediatamente guerra a tutti questi [nemici], come il popolo etolico ritiene opportuno. Se i Romani prenderanno con la forza qualche città appartenente a questi popoli, tali città ed i loro territori, per quanto concerne il popolo romano, apparterranno al popolo etolico; qualsiasi cosa di cui i Romani si approprieranno, tranne le città ed i loro territori, apparterrà invece a loro. Se i Romani e gli Etoli operando congiuntamente conquisteranno qualcuna di queste città, le medesime ed i loro territori apparteranno, per ciò che concerne al popolo romano, agli Etoli; qualsiasi cosa di cui s'impossesseranno, escluse le città, diverrà di loro comune possesso. Se qualcuna di queste città passerà dalla loro parte o si unirà ai Romani o agli Etoli, gli Etoli potranno, quanto al popolo romano, accettare nella loro lega gli abitanti, le città ed i territori...

..indipendenti... !

..pace..." (IG IX, I2, 2, 241).

Nelle città conquistate, dall'Etolia fino a Corcira, suolo, tetti e mura, così come il territorio, saranno degli Etoli, tutto il resto del bottino del popolo romano [17].

 

I GRECI.

Contingenti ridotti, per eserciti che non fossero quelli degli Etoli (peraltro estremamente disorganici), sono confermati anche nel 220 per Sparta (2500 fanti e 250 cavalieri), Messene (2500 fanti, 250 cavalieri) e la Lega Achea (5000 fanti e 500 cavalieri) (Polibio, IV, 15). Tuttavia, che Sparta, anche prima della riforma di Nabida, fosse una città assai forte per uomini e armi, emerge chiaramente da Livio XXXIV, 33, 9- 10; e circa 20.000 soldati le sono attribuiti dalle fonti (cfr. Kromayer, Schlachtfelder I, pp. 280 sgg.) nel 222, 221, 207 e più di 18.000 nel 195. E' vero che i Lacedemoni (opliti Spartiati) erano nel 222 solo 4000 (Plutarco, Cleomene, XXVIII, 8), più 2000 iloti liberati e  arruolati per un totale di 6000 opliti Spartiati lo stesso anno a Sellasia. Ma discuteremo nel paragrafo sulle FORZE IN CAMPO la caratteristica di iloti o perieci o mercenari per questi 2000 (6000 iloti furono comunque liberati dal re di Sparta Cleomene, ed egli d'altra parte fu sempre benemerito presso i mercenari, soprattutto Cretesi, di Sparta)[18] e le forze complessive di Sparta in quegli anni.

Atene, per la quale si rimanda al paragrafo sul mercenariato e al capitolo sulle flotte, era molto decaduta militarmente, molto più di Sparta. Se secondo Delbrück (Geschichte..., cit., pag. 43) Atene aveva nel 431, su 28.800 reclutabili (in realtà 16.000 opliti in armi e quasi 32.000 reclutabili), 13.000 opliti, 1600 frombolieri e 1200 cavalieri, queste cifre, raffrontate 200 anni dopo con quelle di Sparta, fanno ridimensionare tale cifra (e a soli mercenari, di cui parleremo) per le truppe reclutate, non tanto per il potenziale democrafico. Atene non interveniva più nei conflitti e faceva tutt' al più tentativi di mediazione. Coinvolta nel fronte filo- romano ed etolico dal 219, ebbe con Roma trattato di amicizia e non di alleanza (già dal 229; amicitia e non societas). Si sbilanciava quindi poco e solo dal 210 intensificò rapporti di fiducia con Attalo di Pergamo, ben accettando la sua occupazione di Egina che durò poi fino alla fine della dinastia pergamena.

E' valida in generale per il periodo delle guerre puniche l'osservazione di Adcock (cit., p. 72) riguardo alla decadenza dei vari eserciti greci al di fuori della Macedonia. Ma non fa particolarmente testo la sua affermazione che l'esercito spartano fosse uno strumento così prezioso che uno degli obiettivi della diplomazia di Sparta fosse di evitare di servirsene. Tale osservazione ci sembra piuttosto riferibile (oltre al tradizionale conservatorismo spartano, che teneva in eccessivo conto il suo strumento militare) o alla mancanza di denaro a Sparta (cosa spesso sostenuta e spesso smentita), o al suo necessario utilizzo per ordine ed equilibrio interno (connaturato cioè con la rigida gerarchia sociale) e al non amplimento dei suoi ranghi per non addestrare cittadini non Spartiati e diverse classi sociali all'arte più preziosa. La stessa Roma, per secoli, considererà esclusivo e quasi tabù, rispetto a stranieri e persino alleati, l'addestramento e l'acquisizione delle tecniche e dell'arte propria della legione (in riferimento cioè sia alle evoluzioni che all'armamento specifico del legionario). Non ci dispiace in effetti che anche in un film kolossal e in certo modo di cassetta come "Spartacus", del regista Stanley Kubrick, i gladiatori (gli scelti e allenatissimi gladiatori della scuola di Capua) dicano testualmente, dopo buone vittorie sui Romani e ulteriori preparazioni militari, "non possiamo affrontare in battaglia i legionari perchè combattono in modo diverso dal nostro". La scena delle 20 coorti delle due legioni di Crasso è bella filmicamente; ma sarebbe stato eccezionale filmare le otto legioni che egli aveva nella realtà (due ricavate dai resti delle quattro legioni sconfitte nel Piceno e sei organizzate con una leva speciale dei giovani di tutta Italia) per un totale- comunque inferiore a un equivalente di legioni "normali"- di circa 50.000 uomini. 12.000, ci pare, ne schiera Kubrik, che fa intervenire alla fine confusamente nella battaglia le legioni di Pompeo e di Lucullo. Ma le legioni di Pompeo distrussero in verità i resti dello sconfitto esercito di Spartaco in Etruria, poichè dal nord (dalla Spagna) ritornava Pompeo. Anche nel film britannico dal Julius Caesar di Shakespeare con i famosi attori Lawrence Oilver e Marlon Brando la ricostruzione della battaglia di Filippi (non solo per esigenze cinematografico- teatrali o di comparse) non ha nessuna attinenza, nonostante l'idea molto "filmica" dell'imboscata, con la realtà dello scontro tra i triumviri e i cesaricidi e la si confronti con questo documento relativo a Philippi

 

FIG. LA BATTAGLIA DI FILIPPI: MARCO ANTONIO E OTTAVIANO CONTRO BRUTO E CASSIO.

Nell'autunno del 42 a.C. (ottobre) l'esercito dei vendicatori di Cesare (Marco Antonio e Ottaviano, perché il terzo triumviro, Lepido. rimase in Italia a mantenere l'ordine pubblico) inseguiva e fronteggiava davanti alla città di Filippi, nel centro della Grecia, l'esercito dei Repubblicani cesaricidi con Bruto e Cassio. Gli eserciti dei due capi repubblicani erano in ottima posizione, difesa da forti campi e trincee, da paludi sulla sinistra e alte colline sulla destra. Inoltre proprio fra i campi di Bruto (a nord) e Cassio (a sud) correva la via Egnazia, che li congiungeva comodamente, alle loro spalle, al mare, soprattutto per i rifornimenti, con la forte flotta repubblicana che aveva la base principale nella vicina isola di Taso (Taxos), nell'Egeo. Gli eserciti (veramente cospicui in rapporto a qualsiasi epoca storica) erano di 19 legioni romane per parte, ma i Repubblicani con effettivi assai ridotti, i triumviri con effettivi sovrabbondanti (circa 100.000 uomini). I Repubblicani avevano invece più cavalleria (20.000 contro 13.000). I campi e le trincee della linea dei cesariani permettevano sì un assedio (o guerra di posizione) verso Bruto e Cassio, ma i rifornimenti scarseggiavano.

Vi furono due battaglie a 20 giorni di distanza l'una dall'altra.

Nella prima. ad ottobre, si svolse una grande mischia generale in cui intervennero tutti i reparti, Cassio fu battuto e dovette ripiegare verso est sulle colline di Filippi, ma Bruto riuscì a rompere le linee di Ottaviano e a prenderne il campo. La giornata finì a favore dei Cesariani (pur con 8.000 perdite contro 4.000) perché Cassio, il più abile dei due capi repubblicani, ignaro del successo di Bruto sull'altra ala dell'esercito, si fece uccidere (in sostanza, si suicidò).

Bruto pose rimedio facendo riprendere e restaurare il campo di Cassio e aumentando le fortificazioni. Ma gli eserciti dei triumviri estesero sulla destra (la sinistra di Bruto), verso Filippi e verso la strada al mare, le loro linee, rendendo più difficili i collegamenti e i rifornimenti dei Repubblicani. Bruto avrebbe potuto comunque attendere con suo vantaggio ma alla fine di ottobre (20 giorni dopo la prima battaglia) si fece convincere dai suoi ufficiali e dagli alleati ad attaccare battaglia. La sua ala destra vince, ma l'ala sinistra cede permettendo ai triumviri l'avvolgimento. Bruto con 4 legioni superstiti si ritirò sui monti a nord; ma l'indomani i suoi soldati ricusarono di continuare la lotta ed egli si diede la morte.

 

 

 

Nella parte relativa alla forze in campo dall'anno 220, nel paragrafo sulle leghe e le città- stato del continente greco, dettaglieremo notizie relative alle forze greche filo- romane e filo- macedoni, pur con complicazioni relative alle connessioni cronologiche e politiche di quell'intricato periodo della storia greca: tanto che (osserva giustamente il GDS III2 p. 381- 82 n. 9 e n. 10) nessuno dei moderni, neanche il Beloch III 1, 751 sgg., ha tentato di darne una vera storia al di là della pur minuziosa analisi di Polibio, che era acheo e quindi non del tutto obiettivo. Il fatto che gli 80 anni delle lotte tra i successori di Alessandro Magno siano ancora oggi i meno noti e documentati della storia greca aveva fatto illudere che lo storico acheo bastasse a sanare qualsiasi vuoto successivo a partire proprio dal 220, con l'inizio delle sue Storie: il che è vero solo in parte.

Vedremo una per una nella guerra (e nel relativo quadro sinottico) cifre di soldati e navi di città e leghe greche già da noi spiegate nella 1° parte di questo capitolo. Anche perchè molto complesso è l'intreccio militare degli avvenimenti. Anche per la pirateria illirica ed etolica occorre vedere caso per caso. E' stato osservato che anche intorno al 220 a. C. "l'Etolia ha adottato un sistema seguito poi da Elisabetta d'Inghilterra: i privati cittadini facevano la guerra mentre il governo rimaneva in pace, pronto ad adottarne o sconfessarne l'operato a secondo della convenienza" (Cambridge Ancient History, cit., VI, p. 144). Dorimachos di Phigaleia e Skopas furono i Francis Drake etolici, contro un Filippo ugualmente potente (e aiutato qui dai pirati illiri). La pirateria etolica interessò tutto l'Egeo meno le isole e città "immuni" (immuni, per trattato, dall'Etolia), che elencheremo all'inizio della guerra.

Abbiamo descritto, sempre per gli anni che precedono la seconda punica, l'importante battaglia di Sellasia del 222 di Macedoni e Achei alleati contro gli Spartani, i quali ultimi avevano (armando Cleomene anche gli Iloti [19]) 20.000 uomini in tutto: 6000 falangiti più 5000 mercenari e fanti leggeri erano la falange vera e propria, oltre a 6000 perieci e altri 3000 uomini.

Non meno importante sarà negli anni della guerra annibalica la battaglia di Mantinea tra Achei di Filopemene e Spartani di Machanidas. Gli Achei non avevano molti ausiliari macedoni e mercenari contro i 15.000 spartani e mercenari di Macanida, che aveva oltretutto molte e grandi macchine da lancio. Ma le innovazioni tattiche e di armamento del grande Filopemene, l'eroica tradizione spartana, lo straordinario utilizzo di catapulte spartane contro la falange achea ("primo e unico impiego di artiglieria da campagna in battaglia campale", CAH, cit., VI, p. 337), nonchè la grande abilità di entrambi i generali, resero questo scontro molto importante e ne fecero l'ultima, grande battaglia tra eserciti ellenici [20]. Nonostante la sconfitta a Mantinea come nonostante quella a Sellasia, Sparta tenta di ridiventare militarmente molto importante in quegli anni soprattutto con riforme sociali radicali e rivoluzionarie (ved. parte 1°, paragr. sui Greci). Soprattutto su Nabide spartano, nel 204, è audace la critica della Cambridge Ancient History, cit., p. 348. Nabide era un vero "principe rivoluzionario". "Nel 204 formava una <<Guardia Rossa>> composta da Cretesi e mercenari reclutati fra gli avventurieri di tutta la Grecia". "...Essendo un nazionalista oltre che un comunista, si impegnò con successo a far rivivere la potenza militare di Sparta, fortificò la città, aumentò l'esercito arruolando gli Iloti affamati e molti Perieci". "Creò con navi di città costiere una flotta che con i Cretesi fece azioni di pirateria e creò arsenale a Gytheion e rifugi a Creta" (Ibidem). Nel 201 attacca Messene respinto da Filopemene.

 

 

FIG. LA GRECIA AL TEMPO DI ANNIBALE (copyright G.POLLIDORI, metri 16x8).

I GRECI- LE FORZE IN CAMPO.

Consideriamo qui principalmente i Greci filo- romani, cioè anti- macedoni, che possiamo sintetizzare nei seguenti popoli e città- stato: Etoli, Elide, Messene, Atene, Sparta, che si coalizzarono in una Lega Etolica contro la Macedonia sia a Nord dello stretto di Corinto sia nel Peloponneso contro la presenza e lo strapotere dei Macedoni affiancati inizialmente, a Nord del Peloponneso, dalla Lega Achea. A proposito di quest'ultima, a parte il caso evidentissimo di Atene, molte città del territorio acheo non risultano per noi spesso alleate di Filippo V di Macedonia, bensì della Lega Etolica, e per questo parliamo talvolta di Lega Etolico- Achea: anche per cercare di sormontare, in modo schematico, le enormi difficoltà relative ad alcuni anni di guerra per l'individualismo (tipicamente greco) delle città achee.

Molto complessi sono gli avvenimenti bellici sul territorio greco dal 219 al 202. In Tracia, lo stato celtico di Tylis dei Galati e i Dardani a est dell'Illiria minacciano dal nord la Macedonia. Filippo V ha comunque i suoi mercenari migliori tra i Celti di Tracia, che affiancano gli etairoi, "compagni e amici del re", e la prestigiosa agema (àghema), già nominati, analizzati anche da Jacob Burckhardt, Storia della civiltà greca, I- II, Firenze 1974, p. 622 sgg. La flotta macedone era composta in buona parte di navi degli alleati ellenici. Le fortezze principali erano Cassandria, Tessalonica, Stratonicea presso Stagira e tre città che portavano il nome di Antigono. Altra potenza greca era la Lega Etolica (capitali erano nell'ordine Termo e Delfi). Essa poteva armare normalmente 10.000 uomini. I soldati etolici (i peiratai etolici) erano rinomati più che altro per la specialità di scalare le mura di città assediate (Polieno, IV, 6, 18) ma anche per la loro cavalleria (al pari di quelle di Tessaglia e di Tracia). Ehrenberg (cit., pp. 182 sgg.) ha sottolineato gli inizi anfizionici delle leghe etolica (già dal 367, con Thermo non ancora polis) ed achea (prima di 12, poi di 10 città, col tempio di Zeus a Aigion); ma anche il pieno superamento di tali inizi, con oltre 60 poleis nella Lega achea di Arato, e con forme evolute di "stato federale" proprie dell'ellenismo, inaugurate già dalle leghe greche filo- macedoni con Alessandro Magno, con Demetrio Poliorcete, con Antigono Doson e con Filippo V (Ibidem, pp. 174- 175).

 

 

FIG. LE LEGHE GRECHE NEL 228

Intorno al 220, nonostante la perdita della Focide nei periodi di maggior forza di Demetrio di Macedonia e del suo successore Antigono Dosone, la lega etolica comprendeva, oltre l'antico territorio etolico, la fortezza di Ambraco, Ambracia [21], l'Anfilochia, la Dolopia, l'Estieotide, la Tessaliotide, l'Acaia Ftiotide, l'Eniania, l'Etea, la Malide, la Doride, parte della Locride orientale, vari distretti dell'Acarnania, la Locride Esperia, con Delfi, l'isola di Cefallenia e, nel Peloponneso, la città di Figalia: un 16.000 kmq. in tutto di territorio, meno di un quinto della symmachia macedonica. Ma un nemico temibile per la sua attività irrequieta, per i vigorosi ordinamenti militari e lo spirito brigantesco anche più che bellicoso della popolazione; avvantaggiato inoltre dalla posizione centrale del suo compatto territorio, perchè col possesso di Lamia ed Eraclea Trachinia, le chiavi del passo delle Termopile, gli Etoli controllavano il passaggio dalla Grecia settentrionale alla centrale. Certo dall'inverno 219 con la cosiddetta "guerra sociale" Filippo carpì agli Etoli Ambraco, che diede agli Epitori, Phoitia ed Eniade, che diede agli Acarnani, Tebe Ftie, che aggiunse alla sua Tessaglia, e Figalia, che passò a Filippo senza combattere. Ma la conclusione della pace di Naupatto nell'estate del 217, se giustificata dalla stanchezza degli Etoli e da quella degli Achei alleati di Filippo, che non avevano nessun vantaggio se non veder accrescere l'intromissione della Macedonia nel Peloponneso (dove già Antigono aveva preso Corinto, Orcomeno ed Erea), non trova spiegazioni ragionevoli per poter giustificare Filippo: che addirittura accettò il distacco di Sparta dalla symmachia macedonica. Una spiegazione della pace è forse nell'interesse di Filippo ai fatti della guerra annibalica, con la vittorie puniche alla Trebbia e al Trasimeno e la speranza di accrescere l'impero macedone in ben altra maniera, inserendosi nel conflitto tra Roma e Cartagine a fianco di Annibale. Comunque sia, l'Etolia mantenne tutta la sua forza militare per interventi sporadici fino al 212 e più massicci dal 211 in poi a fianco di Roma. Ma una concezione di diffidenza e di condanna verso i Greci i generale da parte dei Romani, politici e storici, si fa sentire anche verso gli importanti alleati Etoli: anche Livio li giudica spesso negativamente, ed essi risultano avidi in situazioni in cui i Romani sono pazienti e remissivi (XXXV, 33, 3). A parte la deformazione filoromana anche in Livio, è vero che la reputazione degli Etoli verso gli altri Ghreci non era buona: l'inesausta avidità di preda viene loro rimproverata spesso da Filippo (Polibio XVII, 5), dagli Achei (Livio XXXIV, 24, 2-4), e Livio riecheggia spesso ciò che il greco Polibio dice in XVIII, 5, 8: erano considerati dagli altri Elleni rozzi e neanche Greci, e avevano fama di latrones (ladroni) [22].

A capo della lega Etolica vi erano: uno stratego eponimo elettivo, il comandante della cavalleria, il comandante della flotta (che permetteva ampiamente la pirateria, tranne che contro gli Stati amici) e un cancelliere statale. Date le continue ostilità possiamo considerare come mobilitati alle armi, nel periodo della guerra annibalica (e quindi specialmente durante la I macedonica), tutta la popolazione etolica idonea: per citare un esempio, tutti gli Etoli furono chiamati alle armi dallo stratego Scopa nell'autunno 212 (Livio XXVI, 25, 9; GDS III2 p. 427).

A Sparta, Cleomene III nel 227 aveva tentato di mantenere sufficienti forze militari contro la Lega Achea alleata dei Macedoni, con un incremento agricolo delle sue fertilissime terre che desse sostentamento a un completo effettivo militare. Infatti le famiglie spartiate si erano ridotte a 700 [23], di cui solo un centinaio possedeva terre, e ciò aveva fatto decrescere il numero degli effettivi militari spartani [24]. Si sarebbe potuto dare terre agli Spartiati non possidenti e concedere la cittadinanza spartiata a una elite di perieci, dando terre anche a loro.

In realtà Sparta contava allora, oltre ai 700 spartiati di pieno diritto, 1.800/2.300 ipomeiones [25] e meno di un migliaio di mozakes (figli di perieci educati alla spartana) oltre a numerosi perieci naturalizzati: un totale quindi di circa 4000 opliti Spartiati (non tutti di pieno diritto)[26] indicati da Plutarco come risultato di un ampliamento della cittadinanza precedente il 222 a. C.

Il Marasco [27] contrasta le due interpretazioni tradizionali sull'arruolamento di 2000 nuovi opliti spartiati sotto Cleomene: la prima, che essi furono presi dai 6000 iloti appena liberati e ammessi nella cittadinanza [28]; la seconda, che 2000 perieci e non iloti furono arruolati, e furono armati alla macedone [29]. Smontando soprattutto la seconda tesi, Marasco avvalora non solo l'arruolamento di numerosi mercenari Cretesi presenti allora a Sparta (e in molte altre poleis ellenistiche), ma soprattutto la concessione della cittadinanza di Sparta ai mercenari, divenuti militarmente e politicamente essenziali (Ibidem, pag. 56 sgg. e nota 63, con menzione di altre città ellenistiche che concessero tale cittadinanza).

Comunque sia, per fare la sua riforma o rivoluzione sociale a Cleomene bastò sì la forza interna, ma non quella esterna contro la Lega Achea. E Sparta fu sconfitta a Sellasia nel 222 nonostante avesse rimesso in piedi un esercito di 20.000 effettivi (vedere illustrazione nel paragrafo C- 1. LA TRADIZIONE- MACEDONIA).

Vedremo però che i tentativi di questa riforma sociale e militare spartana continueranno anche all'inizio e durante la II guerra punica, pur restando soprattutto mercenario il suo potenziale bellico di 20.000 uomini ancora nel 221, di 18.000 con Nabida nel 195 e 12- 15.000 con Macanida. Tanto debole ormai, eppure temuta e temibile come fanteria ancora per i Romani dopo la guerra annibalica. E non è inutile rimarcare che in seguito alla sconfitta a Sellasia nel 222 "per la prima volta un esercito nemico entrava nella città di Sparta" [30]: cioè ben 150 anni dopo il tramonto della plurisecolare supremazia militare spartana.

Macanida nel 207 a Mantinea contro gli Achei di Filopemene aveva circa 15.000 soldati senza sussidi egizi nè mercenari cretesi o argivi. Già nella primavera del 219 Sparta, rigettando l'egemonia macedone e achea, stringe accordi con l'Etolia, nominando due re (il giovane Agesipoli e l'anziano Licurgo) e cominciando le ostilità contro la Lega Achea. Anche Sparta uscì così dalla symmachia macedone nel 217. Dal 207 alla guida di Sparta vi era Nabida (Nabis), che, arginando l'anarchia sociale e militare, portava avanti la sua riforma costituzionale democratica (Polibio, XIII, 6, 1 sgg), alleandosi con Creta, emporio di mercenari e di pirati, e conquistando intorno al 202 persino Messene (Mommsen, cit., III, 8, 6). Nabida era succeduto al morto Macanida, e si troverà coinvolto dal 200 nella II guerra macedonica, con suo massimo detrimento (sconfitto, al pari di Filippo V, da Roma).

Sempre nel Peloponneso, mentre l'Elide (Elis) era sotto l'influsso etolico, anzi era quasi una colonia etolica [31], la Messenia era indirettamente nella sfera etolica dal 240, con l'isopoliteia tra Messene e Phigalea, che apparteneva già all'Elis ed era in isopoliteia con l'Etolia dal 241.

La Messenia si manteneva nel 220 neutrale tra la Lega Etolica e quella Achea. Anzi, un conflitto interno tra i fautori dell'una e dell'altra lega spinse alla lotta aperta le due leghe (maggio- giugno 220). Per incorporare la Messenia alla federazione (symmachia) macedone- achea, Macedoni e Achei cominciarono nel 219 la guerra con l'Etolia (la "guerra sociale degli Achei"), che fu, più che una guerra, una serie di brigantaggi scambievoli, culminati con il saccheggio di Dion in Macedonia da parte degli Etoli e di Thermon in Etolia da parte dei Macedoni. Brigantaggi con molti danni per entrambi e pochi vantaggi.

Atene era stata nel III secolo sempre Macedone fino al 229- 228, allorchè cominciò a non essere più occupata stabilmente da un presidio macedone al Pireo e al Museo, restaurandola sua antica indipendenza e il regime democratico. La città, che come abbiamo già visto, sebbene fosse achea poco seguiva le tendenza filo- macedoni della Lega achea, aveva da sempre rapporti di amicizia con la Macedonia ma sempre più anche con quelle che in Oriente si rivelarono le più importanti potenze anti-macedoni: l'Egitto sempre "filo- romano" e Pergamo. A parte l' "amicitia" ufficiale con Roma già da prima della II guerra punica, nel 220 la città di Atene, oltre alle due tribù macedoni esistenti, crea la 13° Ptolemais, in onore di Tolomeo III d'Egitto. Militarmente, sebbene decaduta dall'inizio dell'egemonia macedone in Grecia, dobbiamo considerare per Atene circa 10 corpi di opliti di 1300 uomini ognuno (Griffith, cit., p. 165), ovvero 10 taxeis divise in lochoi (o trittie), ma dobbiamo pensare tra essi sempre meno cittadini e molti più mercenari, pur restando importantissimi per Atene anche in età ellenistica tanto gli opliti che i mercenari (Griffith, ibidem, p. 161- 181). Importante l'opera di W. S. Ferguson, Hellenistic Athens, per definire la posizione di Atene al tempo di Filippo V (pp. 265- 277), e particolarmente dal 229 al 200 a. C. Ma i suoi dati "militari" importanti si limitano alle 3 "navi aperte" di Atene e alle 4 "longae" date loro dai Rodii nel 200 a. C. (Ibidem, pag. 273; Livio XXXI, 15, 5; Polibio VI, 27, 2); per la qual cosa vedasi il nostro capitolo V sulle flotte. I dati del Delbrück citati per le forze di terra nei paragrafi su "LA TRADIZIONE", sono comunque ancora validi 200 anni dopo (in base al Griffith, cit.) almeno come potenziale dal punto di vista demografico.

La Lega Achea era una lega di città unite in sympoliteia (comune cittadinanza federale) e aveva una costituzione abbastanza democratica (CAH, cit., VI, p. 117). Era estesa su circa 20.000 kmq. (Ehrenberg, cit., p. 204), ma diremo fra breve quanto frazionata e divisa tra filo- macedoni e filo- etoli.

Arato a capo della lega achea diede un duro colpo al sistema macedone nel Peloponneso, prendendo ad Antigono Corinto e l'Acrocorinto nel 243 e consolidando dal 242 al 241 la lega con Megara [32] (con Pegai e Aigostena ora indipendenti), Troizon, Epidauro e Pellene. Ma Corinto, pur della Lega achea insieme all'Argolide e a Sicione, va considerata negli anni della II guerra punica una troppo importante base della Macedonia (a parte l'alleanza nevralgica, qui, tra Achei e Macedoni).

Per quel che riguarda i centri da noi indicati nella mappa (anche se non nell'elenco di questo capitolo), Sicione e Megara erano della Lega Achea insieme a Megalopoli, fortezza di Arato loro capo. La Lega achea fu ricostituita per la prima volta nel 281 dopo Alessandro Magno. Capitale della lega era Egio (Aigion), fortezze principali erano Dyme in Acaia, Megara e Sycion già nominate, oltre che Patrae e Aegilum. Corinto, già occupata da Arato, fu ridata ai Macedoni di Filippo nel 224 in cambio dell'aiuto contro Cleomene di Sparta a Sellasia nel 222. Dopo Sellasia la Lega Achea fu ripristinata [33] aggiungendo Tegea e Arato fonda una nuova Mantinea (Antigoneia).

L'esercito acheo contava 20.000 fanti e 1000 cavalieri nel 228 (Plut., Cleom. 4, 4; Griffith, The Mercenaries..., cit., p. 100): molto numerosi tra essi i mercenari. Nel 218 vi erano 8.000 mercenari, 500 cavalieri oltre alla guardia di truppe cittadine (epilektoi, 3.000 fanti e 300 cavalieri); e 3.300 cittadini risultano costanti dal 222 al 217 nella Lega achea (Griffith, ibidem, pp. 101- 102). Nel 204 troviamo Filopemene come "reclutatore" a Creta di Cretesi contro Sparta: Griffith lo sottolinea (Ibidem, p. 105) sempre nell'ambito dell'importanza che questi corpi mercenari greci avevano in tutti gli eserciti del mondo ellenistico.

Similmente che per la Lega Etolica, a capo della Lega Achea vi era uno stratego. Arato fu stratego fino al 214, poi Filopemene per tutto il tempo della II guerra punica. Filopemene fu un grandissimo stratego, che armò, come già ricordato, i suoi Achei con armi e divise nuove (cfr. anche Burckhardt, cit., II, p. 935 sgg.). Nel complesso gli eserciti Achei andavano dai 15.000 ai 20.000 uomini, anche nel 207 con Filopemene. Per la guerra in Grecia, o "guerra sociale", di Filippo contro la Lega Etolica, si consideri che la Lega Achea era per lo più con Filippo contro le altre città greche ma che la guerra sociale (o "degli alleati") in Grecia fu particolarmente complessa nelle alleanze. La si può ricostruire fedelmente anche in base a Polibio (libri IV e V), che in V, 91- 111, dà anche molto spazio agli Achei nel 217. Ma l'aiuto militare acheo a Filippo di Macedonia fu talmente limitato, e limitato soprattutto ai consigli di strategia (strateghi sia pure straordinari come Arato; mentre Filopemene sarà per lo più anti- macedone), che noi consideriamo questi strateghi, come fa spesso anche Polibio, più che altro quali ausiliari di Filippo, se non come mercenari (ad es., a Dyme). Gli Achei come regione sono quindi assimilati agli altri Greci anti- macedoni e spiegheremo ora come, negli anni della II guerra punica, ciò sia logico.

Quando nel 221 gli Etoli attaccano Achei e Messeni, Filippo V si allea coi Messeni contro gli Etoli. I quali ultimi si alleano con Sparta contro gli Achei. Dorimachos era nel 220 governatore etolico di Phigalea. Attacca con Skopas per mare la Messenia e brucia Kynaitha, dopo aver battuto a Kaphyai l'acheo Arato. Nel 219- 218 Filippo è nell'Elide per andare contro l'Etolia: occupa Termo, Corinto e minaccia Sparta, ma deve tornare a nord per difendersi dai Dardani. Dal 217 pensa all'alleanza con Annibale contro Roma e persegue per questo la pace con gli Etoli. Ma morto nel 214 il suo "amico" Arato, capo della Lega Achea, si ritrova i Greci uniti contro di lui in una lega di Etoli, Achei, Sparta, Elide e Messene. Ribadiamo così di considerare gli Achei militarmente secondari, nonostante la grande capacità bellica del loro stratego Filopemene, che sconfigge nel 207 gli Spartani di Macanida. I Greci nel loro insieme a sud e i Dardani a nord sono i veri nemici di Filippo fino al 205, dopo di che si aggiungeranno anche Pergamo e Rodi. Nel 205, oltretutto, Filippo fa la pace con Roma senza interrompere altri conflitti circostanti, e riporta subito vittorie in Tracia contro i Dardani, debellati, si può dire, solo nel 204. Nel 202 subentreranno le già ricordate spartizioni di territori egiziani e uno scontro più duro con i Greci, Pergamo e Rodi comprese.

Per le guerre in Grecia che precedono la II guerra punica, il Toynbee (cit., 1, p. 143) rimarca molto la secondarietà di conflitti quale quello tra Macedonia ed Etolia nel 219: "Le ostilità nel Peloponneso, terminate a Sellasia nel 222, non furono all'apparenza niente più che una guerricciola. Ma un conflitto maggiore si ebbe nel 221 quando Antioco III attaccò i possedimenti egiziani nella Celesiria... Nel 219 un'altra guerra locale scoppiò nella Grecia continentale tra la confederazione etolica e la Macedonia appoggiata dagli Achei e altri alleati. Nello stesso anno... Annibale... conquistava Sagunto... Questi incendi locali sarebbero ben presto confluiti in una conflagrazione panellenica", la II guerra punica, appunto, con i suoi riflessi anche nel Mediterraneo orientale, e che noi facciamo cominciare appunto in Spagna, eludendo per quell'anno l'intervento acheo a fianco della Macedonia nel 219.

Questo intervento della Lega Achea a fianco della Macedonia si svolse in effetti solo nel 219- 218, e solo le forze macedoni allora furono decisive contro gli Etoli che volevano attaccare gli Achei e Messene. A fianco di Messene, Filippo V entrò nell'Elide attraverso Stimphalus e l'Arcadia settentrionale. Criticato già nel 218 per l'eccessiva amicizia con Arato, capo della Lega Achea, solo Filippo V avanzò in Etolia partendo da Cephallenia e Acarnania e occupando Termo e Corinto; minacciò poi Sparta e la Laconia, ma dovette tornare in Macedonia per difendere il confine nord dai Dardani. L'anno dopo, nel 217, per le notizie sulle vittorie di Annibale al Trasimeno, Filippo lasciò perdere ogni cosa e preferì la pace con gli Etoli per preparare l'alleanza con Annibale. In tale pace Etolia e Filippo si divisero più o meno l'Acarnania. Quando nel 214 muore Arato, stratego acheo, e gli succede Filopemene, non solo i rapporti di questa lega greca non sono più buoni con Filippo V, ma addirittura Filopemene si schiererà contro la Macedonia, e se Sparta ed Elide si erano già schierate apertamente con Roma contro la Macedonia, anche gli Achei (nonostante le battaglie di Filopemene nel 207 a Mantinea contro Macanida e nel 202 contro Nabida spartani) erano col prevalente partito antimacedone di Sparta contro Filippo V.

Tale ambiguità bipolare della politica achea (pro e contro la Macedonia) è attribuibile in parte allo stesso stratego acheo Arato il Vecchio, consigliere di Filippo V, nella acutissima descrizione che della sua politica fa GDS III2 p. 399. E non disgiunta da questa ambiguità è la diceria dell'avvelenamento del suo migliore consigliere (cioè Arato) da parte di Filippo (Pol. VIII, 12; Livio XXXII, 21, 23).

Claudio Moreschini (Livio e il mondo greco, cit., pag.37 sgg.) ha osservato che il giudizio positivo di Livio verso la Lega Achea rispetta (oltre all'influsso dell'acheo Polibio) le qualità positve del loro principale stratego, Filopemene (vedere questo innovatore militare nei paragrafi sulla falange ellenistica). "Livio non ha dubbi sulle capacità militari di Filopemene negli scontri a terra, ma esprime forti riserve sulle sue qualità di ammiraglio (XXXV, 26,3)" (pag. 38). L'epitafio e il sincronismo della morte di Filopemene, accostata a quella di Annibale e a quella di Scipione (XXXIX, 50, 11), non ci permettono di dubitare che anche Livio considerasse Filopemene come l'ultimo dei Greci" (ibidem)[34]. La Lega Achea diventerà la più fedele e forte alleata di Roma in Grecia, anche se non instaurerà nel Peloponneso un dominio durevole a causa di una forma, dice Livio, di arroganza e di superbia (Livio, XXXVIII, 32, 10; Moreschini, cit., pag.39).

I Dardani occupavano una regione tra Tracia e Balcani, tra l'Illiria e la Tracia occupata dai Celti del regno di Tylis (gli stessi Celti che come Gallogreci o Galati si erano da poco stanziati in Asia Minore). I Dardani sarebbero stati illiri (secondo la "Cronaca di Lindos", C 127 sgg. e CAH, VI, cit., p. 126), con fanteria pesante armata come quella macedone e con schiavi armati alla leggera.

Per Singidunum come sede dei Dardani seguiamo, oltre all'atlante latino Baratta- Fraccaro spesso citato, anche Helmut Berve, cit., I- II, e Siegert Heinz, I Traci, Milano 1983. La città di Tylis non è ancora localizzata dagli archeologi, ma fu un regno decisivo anche contro la Macedonia solo fino al 212, allorchè questi Celti di Tracia furono sconfitti dalle tribù indigene e dai Dardani. Per cui, se nel 205, subito dopo la prima pace con Roma, Filippo V aveva riportato vittorie in Tracia contro i Dardani e contro i Celti di Tylis, questi popoli si identificavano poi essenzialmente con il pericolo dardanico che preoccupò Filippo V dal 218 al 205, sebbene dai Celti di Tracia egli prendesse i più valorosi dei suoi mercenari.

Della potenziale alleanza di Filippo V con i Bastarni (Celti dell'Europa centro- orientale) per un passaggio a nord contro Roma, abbiamo parlato nel paragrafo sulla "TRADIZIONE".

La federazione, militarmente poco importante, della Beozia, prima del suo scioglimento nel 171 e prima ancora della sua annessione da parte di Tebe, il Toynbee è molto riassuntivo delle peculiarità federative che riuscirono a resistere e a sopravvivere anche durante il predominio Macedone in Grecia: "Un sistema più promettente perchè potenzialmente più stabile di realizzare un'unione organica fra città- stato era la federazione senza l'impiego dell'stituto monarchico come cemento politico... Il più antico di tali esperimenti fu compiuto nella Beozia, dove la costituzione federale era un ovvio espediente per cercare di giungere a una soluzione delle divergenti forze politiche locali: la tensione fra il persistente senso di una comune nazionalità beota e il più ristretto sentimento di fedeltà alle singole città- stato in cui la Beozia si articolava, e un'ulteriore tensione fra la grande città- stato di Tebe, che aspirava ad assorbire il resto della Beozia, e gli stati minori decisi a resistere ai suoi tentativi di predominio" (Ibidem, p. 137). Tradizionalmente le forze della Lega beotica, riportate anche nelle "Elleniche di Ossirinco", 16, per il IV secolo, erano di 11.000 opliti e 1.100 cavalieri, forniti da 17 città, con in genere 500 o 1000 opliti e 50 o 100 cavalieri per città [35].

La Lega Beota fu particolarmente debole dopo la sconfitta a Chaironeia ad opera degli Etoli nel 241. Da allora fu alleata della Lega Etolica in particolare con le città di Limnaia, Gomphoi, Trikka, Pharsalos e controllando i passi dell'Othrys che conducevano alla regione della Malis.

Il controllo romano dell'Epiro era già in parte avvenuto all'inizio della II guerra punica, con gli interventi navali contro la pirateria illirica nel 229, con il controllo di Corcira [36] e con la symmachia (alleanza) delle città costiere di Apollonia, Epidamnos e Oricum [37] fino all'Atintania. Gli Epiroti, e specialmente i Molossi, erano montanari energici e bellicosi, ma politicamente disgregati e quindi non importanti se non durante il regno di Pirro [38], nel primo quarto del III secolo.

L'Acarnania va considerata unicamente come filo- macedone.

Vi era anche la Lega cretese con Cnosso e Gortina, ma senza esercito nè cittadinanza federali. La guerra interna a Creta durante la "guerra sociale" greca, che contrapponeva filo- e anti-macedoni, si risolse nell'agosto del 217 [39] con la pace di Naupaktos tra Macedonia ed Etolia [40], che abbiamo ricordato poco sopra: tutta l'isola di Creta passò con Filippo di Macedonia (e pur mantenendo alti i livelli della pirateria, così come gli Illiri, sempre con vantaggio macedone): dal punto di vista militare, la riserva di rinomati frombolieri Cretesi, tra i mercenari più richiesti in tutto il Mediterraneo, restarono un corpo cospicuo nell'esercito macedone. Anche nelle leghe greche anti- macedoni sono ampiamente presenti: il viaggio di Filopemene acheo a Creta per "reclutare" mercenari (Griffith, The Mercenaries..., cit., p. 105) contro Sparta nel 204 e la presenza di unità Cretesi a Siracusa all'inizio della guerra annibalica sono solo piccoli esempi di testimonianze ben più ampie in Livio e Polibio e da noi riportate nella ricostruzione della guerra.


IL MERCENARIATO.

Diciamo pure che i migliori combattenti di fanteria pesante esistenti tra Europa, Asia e Africa al tempo di Annibale erano i Macedoni e i mercenari greci, nonostante lo sfascio politico- militare documentato per quegli anni nelle varie città- stato greche. Infatti, per il periodo intorno al 549= 205 (ultima fase della II guerra punica e della I guerra macedonica, con l'alleanza tra Filippo V e Annibale), Polibio, V, 106, 8, osserva che la gloriosa Atene era rimasta senza forza propria e senza alleati. E sulla crisi di Sparta vedasi più avanti.

Essendo sempre più diminuito nelle città- stato greche l'elemento militare cittadino a causa delle incessanti guerre e della crescente professionalità di corpi specialistici, anche le leghe greche più forti arruolavano soprattutto mercenari nei loro eserciti. Nel nostro caso, ad esempio, mercenari furono arruolati da Dyme, Pharai e Tritaia della Lega achea (di cui non pagarono le tasse) contro gli Etoli nell'estate del 219 [41].

Il Giannelli ha osservato una volta di sfuggita che l'aumento del mercenariato nelle poleis greche già dall'età di Filippo II favorì la superiorità di quest'ultimo con le truppe di cittadini- e contadini- soldati [42]. Questa regola valse a lungo per tutta l'ascesa della potenza macedone fino al confronto con Roma, così come valse per la Federazione Romana, come abbiamo sostenuto, contro l'impero di Cartagine [43].

Nelle varie città stato (poleis) greche ed ellenistiche gli xenoi (stranieri) si identificavano ormai con "mercenari" e così è soprattutto al tempo di Annibale. Più complessa la differenza tra xénoi e misÚofòroi, che signifcano entrambi "mercenari" [44]. La tesi più recente di Marasco (cit., pag. 59) su una distinzione di carattere puramente "etico- politica" (all'interno della cittadinanza) spiegherebbe meglio certe confusioni ingeneratesi fino ad oggi. Launey (cit., I, pag. 26 sgg.) identifica invece i due termini ed E. Binkermann [45] distingue tra xenoi (mercenari assunti a titolo permanente) e misÚofòroi (ingaggiati solo per una campagna).

Tre erano in quel momento i popoli Greci militarmente considerevoli: gli Etoli, i più bellicosi del centro- sud della Grecia; gli Achei (comprendendo anche Atene), estenuati dalle continue guerre coi vicini e finora lleati dei Macedoni; i Beoti, una repubblica costituita da una lega di diverse città, che erano i meno interessati e partecipi alle lotte comuni per la difesa della libertà dall'egemonia macedone. Lotta per la libertà che fu del resto molto illusoria e solo a vantaggio di Roma.

La gloriosa Sparta e le sue vicine peloponnesiache Elide e Messene erano alleate con gli Etoli, così come gli Achei, quando questi ultimi videro che la Macedonia era allora il nemico principale (in realtà, solo il più vicino).

Rodi, repubblica di grande potenza marittima (anzi, ormai, la prima della Grecia) guardava anch'essa con grande sospetto alla Macedonia e manifestò da subito simpatie filo- romane. I suoi cittadini erano tutti coinvolti nell'armamento e nell'equipaggiamento della flotta, la più forte flotta greco- ellenistica dell'epoca insieme a quella tolemaica e pergamena, e superiore per qualità a tutte le altre, comprese la macedone e la siriana. Le truppe di fanteria erano quindi composte nella quasi totalità da mercenari, che potevano essere tranquillamente reclutati e pagati grazie alle floride casse statali dell'isola.

 

Tutti i popoli greci facevano dunque largo uso di mercenari o ne fornivano essi stessi all'Oriente e all'Occidente [46]. Fino alla II guerra punica compresa, anche in tutti gli eserciti ellenistici d'Oriente (oltre che per il mercenariato locale in Grecia) l'elemento mercenario greco resta determinante nell'organizzazione militare, sia per la possibilità economica di ben retribuirlo che per il suo inserimento come colono (soprattutto in Siria e in Egitto), legandolo con assegnazioni di terre al monarca che serve [47]. Ma non sarà più così dopo il 200. "Al contrario nel II secolo (negli eserciti ellenistici d'Oriente), con l'indebolimento dei re, la professione di mercenario perde molto del suo carattere lucrativo e quindi tutte [48] le sue attrattive: il Greco espatria di meno e i re arruolano i barbari, che si accontentano di una retribuzione minore, talora anche gli indigeni, come avviene in Egitto a partire dalla battaglia di Raphia nel 217" (SCG, cit., VII, p. 119). Questo primo caso sarà un'anomalia, ma esso si amplierà in tutto il mondo ellenistico e anche occidentale dal 200 in poi, cioè in una fase già di influenza espansionistica romana e di indebolimento economico e militare del mondo ellenistico [49].

Ma sia che diminuisca il mercenariato greco o che aumenti quello barbaro e indigeno, il notevole aumento numerico dei mercenari in genere caratterizza gli eserciti greci ed ellenistici del III secolo.

Abbiamo detto che le forze greche continentali erano ritenute comunque inattaccabili e invincibili, sebbene da tanto tempo dissanguate e decadute e sebbene le forze migliori fossero mercenarie soprattutto all'estero.

Plutarco (Vita di Flaminino, II) dice che nel periodo delle guerre puniche i re macedoni non potevano mantenere un gran numero di truppe e di mercenari, ma che restava loro sempre un nerbo militare temibilissimo e in teoria invincibile. Nel periodo della II guerra punica gli storici antichi evidenziano l'importanza degli ausiliari e mercenari greci per i re d'Asia e d'Africa. Per questo i Romani da allora in poi limitarono le alleanze delle città greche, allearono a sè ciascuna di esse e proibirono l'arruolamento di alleati dei Romani. Un frammento di Dione (LXXXII dell'ed. Bekker) dice che i Romani obbligarono anche i Cartaginesi a non servirsi di truppe ausiliarie greche.

Tra i corpi d'elite mercenari ebbero massimo rilievo, come fanteria leggera e lanciatori, i Cretesi (al pari dei frombolieri Baleari e Nùmidi). Essi erano un gruppo etnico equiparato, in Egitto come in Asia, almeno sul piano militare, a Macedoni e Greci [50]. Di essi abbiamo molto spesso parlato e parleremo ancora per la II guerra punica.

Tra gli alleati degli Etoli, gli Spartani di Macanida (che regnava in nome del re minorenne Pelope) avevano soprattutto mercenari (ma non Cretesi, ormai diventati propriamente "cittadini" Spartiati già da Cleomene III) e contavano come sempre quasi solo sulla fanteria di opliti (ancora trascurando la cavalleria ma con grande importanza data alle macchine da lancio ellenistiche) [51]: avevano quattro PICCOLE FALANGI oplitiche, cioè una FALANGE ELEMENTARE, ma ne usarono la metà nella guerra, conservando comunque in servizio i 600 cavalieri Sciriti del comandante spartano e rappresentando per tradizione i fanti tra i più esperti della Lega Etolica. Non a caso stavano per sconfiggere nel 207 in battaglia gli Achei di Filopemene, se non fosse stato per la genialità tattica dello stratego acheo.

Anche gli Ateniesi avevano molti mercenari (cfr. ad es. Livio, XXXI, 24, 6) e lo abbiamo ricordato nel paragrafo sulla "tradizione", accennando col Griffith (cit.) e col Leveque (cit., p. 161 sgg.) all'importanza degli opliti nel suo esercito anche in età ellenistica. Ma Atene aveva ormai un prestigio più morale che militare nel mondo greco [52].

Ricordiamo ancora che pochi anni dopo questo periodo che prendiamo in esame, nel 190, addirittura 6.000 fanti e 500 cavalieri Etoli partono tutti insieme come mercenari in Egitto, assoldati da Tolomeo ad Alessandria, sebbene in quel momento l'Etolia fosse in guerra aperta contro la Macedonia!! Non ci si può non unire alle continue critiche di Polibio sulla inefficienza della loro fanteria e sulla loro imprevidenza e trascuratezza, che li faceva per lo più considerare dai Greci dei predoni dediti alle scorrerie (cfr. anche Livio, XXXIV, 24, 4) [53]. Ma la loro forza militare persisteva anche nei momenti di massima frantumazione e lo constatò l'esercito macedone, vincitore mai definitivo.

Gli altri alleati filoromani più direttamente coinvolti nella guerra contro Filippo V, cioè Elide e Messene, disponevano, così come gli Etoli, di alcune ipparchie di cavalleria catafratta e le affiancavano a una comune difalangarchia, che non poteva però far fronte agli equivalenti 16.000 falangiti che erano il nerbo stabile delle truppe di Filippo V.

Nella Grecia continentale, solo gli Etoli e Atene avevano sia pur modeste forze navali da anteporre a Filippo V (ma si veda l'apposito capitolo V sulle flotte).

 

FIG. L'Illiria romana (protettorato romano) nel 220 a.C.

GLI ILLIRI.

Riguardo agli Istri e, verso sud lungo la costa adriatica fino a Scodra, agli Illiri, di cui Livio già parla in X, 2, 4; 40, 18, nomineremo questi popoli immediatamente all'inizio della ricostruzione dettagliata della II guerra punica, in riferimento alla guerra illirica appena conclusa dai Romani nel 219 contro la loro pirateria (specialmente dei pirati Liburni). Si tratta della sconfitta della regina Teuta (chiusasi a Rizone nelle Bocche di Cattaro nel 229) e del suo ex- consigliere, traditore e successore col beneplacito romano, Demetrio di Faro (Faro nell'Adriatico, cioè isola di Lesina), poi sconfitto ulteriormente dai Romani nel 219 ancora a causa della pirateria e fuggito come consigliere presso Filippo V di Macedonia all'inizio della guerra annibalica.

E cominciamo la descrizione bellica della II guerra punica proprio con la fine della guerra illirica a causa dell'enorme flotta di 220 quinqueremi che i Romani dovettero impegnare per snidare dalle loro numerose basi adriatiche i pirati illiri, estremamente mobili e pericolosi con le loro più piccole navi da scorreria, lembi e liburne [54]. Questo perdurante livello di ostilità con i Romani rese gli Illiri propensi all'alleanza con Filippo V di Macedonia, che oltre a tollerare la loro pirateria se ne serviva contro città costiere greche a lui ostili, specie della Lega Etolica.

L'Illyricum, nel periodo tra le due prime guerre puniche, era propriamente compreso tra gli Atintani a sud e il fiume Narenta (Neretva) a nord, ma vanno assimilati a questi popoli anche Istri e Dalmati più a nord. Tra le varie tribù illiriche, oltre a Iapudes e Liburni, vi erano gli Illiri Daisiati con a capo Bato. I Parthini prendevano nome dalla città di Parthus, vicino Durazzo. Gli Scordisci sarebbero (secondo A. STIPCEVIC, Illiri, cit., p. 48) Celti fusi con gli Illiri alla foce della Sava col Danubio [55].

Il Crawford (cit., p. 67), ricordando la pericolosità di Teuta, vedova di Agron, specie dopo la conquista di Fenice in Chaonia e l'assassinio dell'ambasciatore romano L. Coruncanio, bena fa a riportare le parole di Saint- Gouard nel 1572: "Chi è padrone di Kotor, dissi che è padrone dell'Adriatico e può scendere in Italia circondandola così per terra che per mare". La difesa vitale della marineria commerciale italica dalla pirateria illira non fu quindi la sola necessità a spingere Roma all'intervento extraitalico, alla vigilia del confronto con le potenze navali cartaginese e macedone [56].

A partire dal 219 le varie tribù e popolazioni istriane, liburne e illire, più volte ribellate e unite dal loro re Epulone nel corso della II guerra punica, continuarono a rappresentare una seria minaccia per i Veneti, alleati dei Romani, a Nord; a sud, a volte furono dei validi alleati, altre volte territori di conquista per Filippo V di Macedonia. Il quale oltretutto aveva dal 219 due loro principi (Scerdilaida con 40 lembi e 5000 fanti e Demetrio di Faro con 50 lembi e altrettanti fanti) al suo servizio: il primo fino al 217, il secondo fino al 205. Nel 206 muore Scerdilaida e gli succede nel comando il figlio Pleurato. Animandro, cognato di Scerdilaida e capo degli Atamani, restò invece sempre alleato di Filippo (Livio, XXXI, 28, 1; Polibio, IV, 16, 9). Gli Illiri Tralli, che pure vivevano in Asia Minore a Tralles, vicino Efeso (cfr. più avanti), furono contingenti stabili per Filippo anche nelle guerre macedoniche contro Roma. Tribù minore era quella dei Docleati, con il rifugio fortificato di Doclea. La fusione di molte di queste tribù illiriche con elementi traci e celti (questi ultimi soprattutto a nord, in Istria e nella Cisalpina orientale- abbiamo ricordato gli Scordisci) traspare anche da un vago riferimento di Livio, che in XXVI, 24, 9, nel pieno della II guerra punica, indica Pleurato e Scerdilaida come principi "di Tracia e di Illiria"; anche se in XXVIII, 5, 7, Livio distingue gli uomini di Pleurato dai Traci e dai Medi al confine con la Macedonia. La perdita dell'alleanza di Scerdilaida nel 217 significò per Filippo V solo la perdita del suo contributo diretto in lembi, ma molti altri lembi Filippo in parte si procurò e per lo più si fece costruire da tecnici illiri (la popolazione più importante erano gli Illiri Ardiei), oltre a liburne dei Liburni aggiunte alle sue grandi navi corazzate ellenistiche. Polibio, II, 2, definisce gli Ardiei genericamente Illiri, col re Agrone figlio di un Pleurato; e così è anche in Livio (XXVIII, 30, 13). Ma anche da Polibio, II, 11, appaiono confusi Ardiei confinanti coi Partini (Eordaei?) e Ardiei Illiri soprattutto della Dalmazia (a nord e a sud della foce della Neretva). Gli Ardiei erano comunque un ramo dalmata degli Illiri. Sulla loro importanza tra gli Illiri, cfr. GDS III1 p. 286 con nota bibliografica.

Il legittimo re illira Pinnes, figlio minorenne di Teuta e Agrone, non figura mai re unico e compare nel 217 come tributario imbelle di Roma. Già dal 230 e ufficialmente dal 211 (Livio, XXVI, 24, 9) Scerdilaida compare come re illira con sede nella Scodra di Pinnes, mentre Demetrio di Faro, con sede ad Alassio (Lisso), dominava anche a Faro e sulla costa e sulla marineria dell'attuale Albania. Sia Demetrio che Scerdilaida tra il 222 e il 218 e ancor più dal 217 sono, come già detto, alleati dei Macedoni.

Di Istri in particolare e di Illiri in generale con le loro suddivisioni parla anche G. Mansuelli in "I Cisalpini", Milano 1967, perchè Aquileia (colonia romana solo nel 181) era abitata da Illiri (lo confermano Pisone in Plinio, III, 131, e Livio, XXXIX, 55, 5; XL, 34, 2). Il re illira Pleurato fu sì alleato dei Romani dal 204 (così come Scerdilaida lo era stato  prima, talvolta, della Lega Etolica), ma la sua casata non fu mai un alleato stabile e fidato per i Romani, e non riusciva a tenere unite le tribù illiriche che, se talvolte alleate o talvolta sconfitte da Filippo, restavano dedite alla pirateria e fornitrici di lembi ai Macedoni anche dopo la II guerra punica. Da ciò il loro ruolo, nella nostra ricostruzione, di alleati effettivi o potenziali dei Macedoni e di nemici, per lo più con le loro scorrerie, di Romani, Etoli, Pergamei ed altri Greci, compresa Rodi.

I Bastarni, sulla riva sinistra del Danubio, sopra i Dardani, furono inutilmente ricercati da Filippo come alleati, anche per un eventuale passaggio in Italia, ma non furono coinvolti nella guerra e restano fuori da ogni operazione militare. Erano Galli (Celti) e non Germani (secondo Bauer A., Die Herkunft der Bastarnen, Wiener S. B., CLXXXV, 1918, Abh. 2, pp. 8- 27) [57].

Dell'alto livello di "ellenizzazione" raggiunto dagli Illiri in genere, nel periodo che qui ci interessa tra il III e il II secolo a. C., parleremo altrove, con accenni alle tecniche navali, alla composizione delle flotte e alla terminologia nautica. Accenna a tale ellenizzazione anche il Mommsen nella sua Storia Romana. E se il Mommsen, in opere successive sull'Impero di Roma, sottolineerà invece il carattere di frontiera culturale e linguistica rappresentato dal confine diretto tra la "latina" Dalmazia e la "greca" Macedonia, specie presso Scodra, ciò vale solo per i rapidi tempi di romanizzazione (ma neanche completa) della provincia dalmata sotto l'impero.

GLI ILLIRI- LE FORZE IN CAMPO.

Abbiamo già ricordato come solo gli Etoli e Atene avevano sia pur modeste forze navali da contraporre a Filippo V, ora di nuovo in buoni rapporti con gli Illiri.

Questo aspetto dell'importanza degli Illiri per la flotta macedone sarà approfondito nel capitolo apposito sulle flotte, ma possiamo anticipare che, sebbene a Filippo non mancasse una flotta cospicua con poliremi maggiori, le tipiche navi illiriche, principalmente lembi, più leggere, agili e manovrabili nel Mare Ionio e nello stretto di Corinto furono preferite, anche per la rapidità di sbarchi e incursioni sia di truppe macedoni che di contingenti degli stessi Illiri; contingenti riferiti dalle fonti, a più riprese, di volta in volta dal 219 al 205 con una forza di 1500 o di 5000 uomini.

Per la Prima guerra illirica (229-228) (Le Bohec, Storia militare…, cit., p.127) ricorda la forza romana di 200 navi con 20000 fanti e 2000 cavalieri. Fu una avanzata trionfale: Corcira, Apollonia, Epidamno, Issa e infine Faro cadono una dietro l’altra e nella primavera del 228 la regina Teuta domanda la pace. Secondo Zonara VIII, 19 nel 229-228 Roma avrebbe stipulato un trattato di alleanza con Atene.

 

Il legittimo re illira Pinnes, figlio minorenne di Teuta e Agrone, non figura mai re unico e compare nel 217 come tributario imbelle di Roma. Già dal 230 e ufficialmente dal 211 (Livio, XXVI, 24, 9) Scerdilaida compare come re illira con sede nella Scodra di Pinnes, mentre Demetrio di Faro, con sede ad Alassio (Lisso), dominava anche a Faro e sulla costa e sulla marineria dell'attuale Albania. Sia Demetrio che Scerdilaida tra il 222 e il 218 e ancor più dal 217 sono, come già detto, alleati dei Macedoni (in particolare Demetrio dal 220 e Scerdilaida dai primi del 219) [58]. Tranne che nella parentesi del 217, in cui Skerdilaidas andò contro Filippo con azioni di pirateria prima del giugno 217 e da allora in poi anche con azioni belliche di terraferma (gli prende Pissaion in Pelagonia e Antipatrea con la valle dell'Apsos) [59].

Fortezze principali di Demetrio nel 219 erano Dimale (Dimallum) (Polibio, III, 18; VII, 9, 13; Livio, XXIX, 12, 3) e Faro (GDS III2, p. 315, che giustamente smentisce Polibio e Appiano sulla sua distruzione); e a Faro Demetrio era con 6.000 uomini scelti. Sconfitte dai Romani, tornano subito città fortezze illiriche libere durante la II guerra punica.


GLI ISTRI.

Nelle regioni "illiriche" a nord- est della nostra penisola, tra Istria, Erzegovina e alto Friuli, risultano tra i ruderi più maestosi quelli dei Castellieri, grandiose fortezze preistoriche ancora oggi visibili in numero di almeno 500. Il popolo dei Castricoli pre- illiri (poi fusisi con gli Illiri) furono gli abili costruttori di queste "roccaforti inespugnabili, con megalitiche mura di pietra larghe 5 metri e alte 8, fortificazioni di carattere militare complesso con circonferenza di 2 o 3 chilometri  e con centinaia e centinaia di punti di difesa che coprivano anche un'intera regione" (U. Di Martino, cit., p. 123). Essi furono conquistati e distrutti con estrema fatica dai Romani, che spesso li conservarono e riutilizzarono "per le notevoli possibilità strategiche" che offrivano anche contro le successive invasioni barbariche. Quasi tutti i centri illirici da noi segnalati, come Nesazio, Albona, Parenzo e Pola, erano importanti castellieri anche nella guerra illirica. E' stata osservata l'influenza ellenica nella costruzione di alcuni importanti castellieri dei Castricoli in Friuli, Istria e Dalmazia, influenze non scomparse con l'utilizzazione e il potenziamento da parte degli Illiri, specie Japodes e Liburni. Essi potenziarono le fortificazioni e il controllo del mare, tanto che si parla giustamente di talassocrazia liburnica dell'Alto Adriatico- pari alla talassocrazia etrusca del Tirreno- durata fino alla loro cacciata dal Piceno ad opera degli Umbri e alla conquista romana dell'Illiria, che fu faticosa dal punto di vista sia navale che terrestre.

 

FIG. Esempio di fortificazioni megalitiche mediterranee: il nuraghe (complesso nuragico) Su Nuraxi di Barumini, in Sardegna.

Ricordiamo che nella stessa Puglia, Messapi e Japigi erano di origine illirica (cfr. in particolare HELBIG W., Über die Herkunft der Japyger, in "Hermes", 11, 1876 , col fitto elenco delle connessioni anche terminologiche tra le antichità apule e quelle illiriche).

Il controllo Romano sugli Istri con la guerra del 221-220 (guerra che Appiano, Illyr. 8, collega alle manovre antiromane di Demetrio di Faro; Orosio, IV, 13, 16; Zonara, VIII, 20) non impedì che, continuando da parte loro la pirateria (Livio, X, 2, 4; Eutropio, III, 6) restassero indocili. E sebbene fossero guadagnati all'alleanza coi Romani come i Veneti e i Cenomani, non avendo, come quesi ultimi, motivi profondi di rivalità coi Galli acerrimi nemici di Roma (Livio, X, 2, 9; Polibio, II, 23, 2; 224, 7) non resteranno sottomessi.

GLI ISTRI- LE FORZE IN CAMPO.

Il controllo Romano sugli Istri con la guerra del 221- 220 (guerra che Appiano, Illyr. 8, collega alle manovre antiromane di Demetrio di Faro) (Orosio, IV, 13, 16; Zonara, VIII, 20) non impedì che, continuando da parte loro la pirateria (Livio, X, 2, 4; Eutropio, III, 6), restassero indocili. Sebbene fossero guadagnati all'alleanza coi Romani come i Veneti e i Cenomani, non avendo, come quesi ultimi, motivi profondi di rivalità coi Galli acerrimi nemici di Roma (Livio, X, 2, 9; Polibio, II, 23, 2; 224, 7) non resteranno sottomessi [60]. Gli Istri, arresisi già ai Romani nel 222= e nel 220=, recuperano l'indipendenza dal 218=, durante la spedizione di Annibale nella pianura padana, e insieme ai Carni occupano stabilmente il territorio al confine con i Veneti e fin sotto Aquileia. Oltre a rimanere una minaccia per i Veneti (alleati dei Romani), osteggiano poi l'istituzione di Aquileia come colonia romana, istituzione che avvenne nel 181= : saranno debellati nel 178= con la campagna militare della guerra d'Istria (Livio, XLI, 1- 5 e 10- 11; Polibio, XXV, 4, che nomina anche gli Illiri Agrii= Agriani) e con la distruzione delle loro tre fortezze Nesazio, Mutila e Faveria.

 



[1] Su questa parte di storia macedone da Antigono Gonata in poi, più recente D. Musti, Storia Greca, cit., pp. 726 sgg.

[2] L'opposto di quanto avvenuto in Macedonia con Demetrio Poliorcete dal 301 al 291, quando la costruzione di grandi flotte e di navi con straordinario numero di ordini di remi permise all'antigonide di resistere alla sconfitta di Ipsos e di recuperare tutto il dominio marittimo e terrestre della Grecia (meno Sparta, Etolia ed Epiro) e dell'Egeo.

[3] Lo stesso nerbo di falangiti che il principe ellenistico Pirro portò in Italia contro i Romani (Diodoro Siculo, Rom Arch. XX, 1, 4).

[4] Secondo Diodoro Siculo, Rom. Arch. XX, 1, 4, Pirro ad Ascoli aveva uno squadrone reale di 2000 cavalieri. Rappresenterebbero, secondo la regola ormai invalsa in tutti gli eserciti ellenistici, la Efipparchia di 2048 cavalieri che affianca la falange (sia come cavalleria leggera tessala che come cavalleria pesante dei nobili dei singoli regni).

[5] Soprattutto con la sconfitta navale di Chio, dove Filippo avrebbe perduto 12.000 uomini, di cui 3000 Macedoni, e 28 navi catafratte, di cui 6 delle più grandi, e 72 navi minori (lemboi).

[6] E' la stima del Tarn, Antigonos Gonatas, cit., p. 424 sgg. Livio XXXIII, 3, 1- 3, accenna a tale ridimensionamento dell'esercito di Filippo.

[7] Beloch, G. G. III1 pp. 331, 333; GDS III1 pp.268, 311, III2 p. 375.

[8] Walbank, Philip V of Macedon, cit., p. 75.

[9] La tesi di questa identificazione, riassunta da AS, cit., p. 172, vede anche in molte liburne romane tra la fine della Repubblica e l'Impero lemboi illirici con due rostri (a prua e a poppa).

[10] Poca cosa le 5 navi prestate dagli Achei a Filippo nel 210 in attesa di contattare gli aiuti cartaginesi di Bomilcare (Walbank, Philip..., cit., p. 91), o le 7 quinqueremi e 20 lembi con cui egli nel 208 non fa in tempo a raggiungere Bomilcare a Oeniade (Ibidem, p. 96).

[11] Altra nave veloce (vedere il capitolo sulle flotte).

[12] "Sembra tuttavia che la prospettiva di doversi difendere da una nuova possibile invasione dell'Italia, dal mare, sia stata qualcosa di più che non un mero pretesto (in ogni caso molto significativo) messo innanzi per convincere i comizi centuriati riluttanti nel 200 a. C. a votare la nuova guerra contro Filippo V di Macedonia..." (GDS III2, p. 199). Tutto ciò, quindi, addirittura all'apogeo della potenza navale romana, subito dopo piegata Cartagine.

[13] E secondo CAH, cit., VI, p. 131, proprio con Antigono Doson dal 228, sebbene egli volesse addirittura fare una spedizione navale in Caria contro l'Egitto da Delos e dalle Cicladi.

[14] Non è forse vero il contrario: cioè una maggiore speranza di Annibale in aiuti di Filippo in sud Italia. Annibale sapeva che non occorreva un altro valido "stratega" in quel teatro di guerra e che Filippo non si sarebbe mai lì subordinato a un "comando supremo" cartaginese. Filippo del resto sapeva che l'alleanza della Macedonia con Cartagine creava una nuova realtà militare e diplomatica: la rinuncia a qualsiasi tradizionale aiuto della Grecia verso i Magni Greci per la loro indipendenza, neanche contro i secolari avversari punici.

[15] Il testo è in Polibio, VII, 9.

[16] In questo trattato compare per la prima volta nella diplomazia di Roma la clausola della maiestas populi Romani (Badian, Foreign..., cit., p. 85) e il concetto di libertas viene modificandosi sotto l'influsso di concezioni greche (Ibidem, p. 87).

[17] Conservatoci in Livio, XXVI, 24, 1- 15.

[18] Marasco G., Cleomene III, i mercenari e gli iloti, in "Prometheus" 5, 1979, pp. 45 sgg.

[19] CAH, cit., p. 141, non crede che fossero 6000. ma cfr. il saggio del Marasco citato in una nota precedente.

[20] CAH, Ibidem, p. 340. "L'ultima grande battaglia combattuta tra soli Greci" (GDS, III2, p. 414).

[21] L'antica reggia di Pirro, il possesso più importante della lega etolica sul mar Ionio.

[22] Sui giudizi romani verso Etolia, Lega Achea e Greci in generale, importante Claudio Moreschini, Livio e il  mondo greco, in GIF, cit., pp.27-39.

[23] Secondo Filarco, citato anche in CAH, VI, cit., p. 118.

[24] Restava comunque notevole la forza militare spartana. All'inizio della II guerra punica come durante la I le 4 principali potenze restavano la Macedonia, l'Etolia, la Lega Achea e Sparta.

[25] A. Fuks, The Spartan Citizen- Body... by Agis IV, in "Athenaeum" 40, 1962, pag. 246.

[26] Su ciò, e contro Daubies e Chrimes, cfr. Walbank ("Class. Rev." N.S. 1, 1951, pag. 99).

[27] Marasco G., Cleomene III, i mercenari e gli iloti, in "Prometheus" 5, 1979, pp. 45 sgg.

[28] Cfr. soprattutto Griffith, cit., pag. 95, Kromayer (Schlachfeld.) cit., pag. 208 n. 2, e Garlan, spesso citati; e Toynbee, Some Problems of Greek Histoiry, London 1969, pag. 389.

[29] Cfr. essenzialmente M. Daubies, Les combattants laconiens à Sellasie, Bruxelles 1975, pp. 383- 392 (ribadisce il precedente saggio comparso su "Historia" 1971, pp. 665- 695). Daubies identifica i 2000 perieci con i "diskilioi" (armati alla macedone, con armi di bronzo) contrapposti ai leucaspidi macedoni a Sellasia.

[30] Beloch, cit., IV, 2, p. 219; Giannelli, cit., p. 471.

[31] Cfr. CAH, cit., VI, p. 110.

[32] Che prima aveva demiourgoi anzichè strateghi o polemarchi.

[33] CAH, cit., VI, p. 131.

[34] Moreschini critica giustamente il pregiudizio di De Sanctis IV, 1, p.248, che accusa Filopemene di angustia e miopia politica verso i Romani solo perché non corrispose a un nazionalismo greco che si contrapponesse a quello romano. R.M.ERRINGTON, Philopoemen, Oxford 1969, pp.216 sgg., ha invece rivalutato i giudizi positivi di Plutarco e Livio perché l'Acheo, da buon Greco, mise l'indipendenza della sua città- stato al primo posto.

[35] Dettagliato in Musti, St. greca, cit., p. 530, con cartina particolareggiata della Beozia antica.

[36] Da allora città provinciale libera (sine foedere immunis et libera), ma con diretto controllo romano, base principale della flotta e di guarnigione.

[37] Da allora alleate con foedus aequum (forse anche Issa). Da allora Epidamnos compare sempre col nome di Dirrachium (Durazzo).

[38] "Il tattico più valente tra i successori di Alessandro" (G. Giannelli, Trattato..., cit., p. 466).

[39] Particolari e datazione in CAH, cit., VI, p. 149.

[40] L'ultimo accordo stipulato fra soli Greci (Bengtson e Musti, Storia greca, cit., rispett. II, p. 204 e p. 742).

[41] CAH, cit., VI, p. 144.

[42] Trattato di storia greca, cit., p. 399.

[43] Tra i testi fondamentali sull'importanza dei mercenari nell'esercito ellenistico vi sono il Leveque, La guerre a l'epoque hellénistique, in P.G.G., cit., pp. 261- 287, e 262- 263 in particolare; Griffith, The Mercenaries of the Hellenistic World, cit., importante per alcuni nostri riferimenti sulle "forze in campo"; Launey, Recherches sur les armées hellénistiques, cit., particolarmente vol. II.. Infine AYMARD, Mercen., cit., pp. 487- 498.

[44] Contro H. Berve (Das Alexanderreich..., I, München 1926, pp. 144 sgg.), il Griffith (cit., pag. 29 sgg.) oppugna che in Arriano i primi indichino mercenari con Alessandro Magno fin dall'inizio, ed i secondi quelli arruolati in seguito.

[45] E. Binkermann, Institutions des Seleucides, Paris 1938, pag. 69.

[46] Di Rodi erano numerosi ammiragli delle flotte ellenistiche siriane o egiziane.

[47] "Il maggior numero di mercenari è offerto dalla Grecia centrale e settentrionale (anche se i principali centri di reclutamento sono nel Peloponneso, NdR), paesi poveri in cui le tradizioni militari sono forti. Presto l'elemento greco diminuisce negli eserciti ellenistici d'Oriente, per scomparire quasi del tutto alla fine del III secolo. I Macedoni, artefici per eccellenza dell'espansione ellenistica, durano più a lungo. I barbari prendono il sopravvento: si conosce il ruolo delle bande galate, largamente utilizzate dai sovrani ellenistici dopo aver costituito una terribile minaccia per la Grecia e l'Anatolia; si sa anche che i Semiti si arruolano sempre più numerosi, soprattutto in Egitto" (SCG, cit., VII, p. 118).

[48] Non si dimentichi neanche la cultura, diffusa nel mondo orientale ellenistico dai successori di Alessandro Magno (che aveva utilizzato in massima parte mercenari greci) in poi, del soldato vittorioso assieme al suo re con carisma divino, con gli aspetti ideologici e mitici legati alla figura del soldato di mestiere, analizzati da P. Léveque in PGG, cit., p. 278 e in SCG, cit., VII, p. 85 sgg.

[49] Si ha tra il 235 circa e il 210 la prima svalutazione e inflazione monetaria dell'età ellenistica, che colpirà soprattutto l'Egitto (per l'argento; ad es. SCG, cit., VII, p. 178, p. 180 sgg.; VIII, p. 418).

[50] Ehrenburg, cit., p. 215.

[51] Appositi paragrafi nel nostro capitolo V sulle flotte.

[52] Cfr. R. MERKELBACH, Griechische Papyri der Hamburger Universitäts- Bibliothek, Hamburg 1954, n. 129, per la lettera di Annibale ad Atene con l'annuncio della vittoria di Canne. G. Brizzi (Studi di storia annibalica, Faenza 1984), fa considerazioni attinenti a questo falso papiro (probabilmente della metà del II sec. a. C., quindi non troppo dopo l'esperienza annibalica) alle pp. 87- 107, derivandone la notevole influenza che i filo-punici ebbero a lungo nella storiografia e nella politica greca, nonostante gli sforzi degli annalisti romani e dello stesso Polibio di leggere la storia in chiave filo-romana e greco-romana.

[53] Nel 212 vi fu l'alleanza tra Roma e la Lega Etolica (clausole in SEG, XIII, 382; Livio, XXVI, 24, 11). I Romani scesero al livello degli Etoli in un accordo che dava loro diritto di razzia e agli Etoli il controllo delle città catturate.

[54] Si veda nel capitolo sulle flotte la peculiarità dei diversi tipi di navi da guerra a remi.

[55] Ibidem, pp. 46- 62 per una storia degli Illiri. Pp. 49- 51 su Dardani e Ardiei.

[56] La "debolezza" navale di Filippo V verso i Romani non deve far dimenticare: a) la pericolosità della sua enorme flotta di grandi poliremi, tra le maggiori del Mediterraneo, e su cui torniamo in altra sede; b) la sua alleanza con gli Illiri che gli fornivano flotte e la lunga anche se vana attesa di aiuti navali dell'alleata Cartagine.

[57] Il saggio del Bauer è interessante come conferma dei rapporti con Filippo V per eventuali azioni contro la Feerazione romana (pag. 8) e per il commento a Polibio e Livio a proposito (pp. 8 sgg.). Egli sostiene che i Cimbri furono la prima popolazione germanica a venire a contatto col mondo romano.

[58] GDS III1 p. 316, III2 pp. 379- 380.

[59] Ma alla fine dello stesso autunno perde tutto per l'intervento energico di Filippo, che conquista l'alta valle del Panyasos (Genusus). Ma tutto questo fa già parte della nostra trattazione dettagliata della guerra.

[60] Cfr. anche GDS I p. 153; GDS II p. 152; 173 sgg; GDS III1 p. 297.