CAPITOLO III – L’ESERCITO DEI GRECI

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RETRO <-- BELLUM HANNIBALICUM

PORRO --> III

2- LA STORIA DELLA FALANGE

Sulla figura dell'oplite e sulla sua funzione nella falange greca si è soffermato lo Hanson [1]. Purtroppo la sua analisi è specifica soprattutto per l'oplite nella falange spartana e tebana, fino al V- IV secolo, e mancano i riferimenti alla falange macedone, su cui meglio si sono diffusi altri testi specialistici che citiamo, specie Adcock, Delbrück, Snodgrass, etc.[2].

I Macedoni copiarono comunque dai Tebani l'ordinanza della falange oplitica su 16 file di profondità nello schieramento frontale, seguita poco dietro dallo schieramento della falange di peltasti su 8 file di profondità e fronte uguale a quella oplitica.

Solo alcune generali linee di tendenza, alcuni particolari dell'armamento e le considerazioni tattiche avanzate dallo Hanson (meno che per la combinazione con la cavalleria) sono valide per tutto l'arco di tempo di invenzione e di utilizzo della falange, anche nelle sue modificazioni ellenistiche. Per altri aspetti bisogna meglio considerare le innovazioni propriamente macedoni dello schieramento a falange.

Riassume così Harmand: "Nel creare la falange, Filippo II di Macedonia dà vita ad un organismo che per molto non sarà privo di mobilità nonostante la notevole lunghezza delle sue lance; la prova della sua attitudine manovriera è data sotto lo stesso Filippo dai movimenti di ritirata a Cheronea" (cfr. Adcock, cit., p. 27), "sotto Alessandro a Gaugamela dalle brecce aperte e poi chiuse nelle sue file sull'attacco dei carri achemenidi. Nel corso del III secolo continuano a crescere sia gli effettivi che le dimensioni delle sarisse, al punto che, nel momento dello scontro del II secolo coi Romani, solo un urto frontale su un terreno senza il minimo ostacolo resta possibile. Si ritrova qui l'evoluzione di Sumer tra il 2600 e il 2500 a.C.  Era riservato a Roma di dare una risposta perfetta alle esigenze della fanteria pesante. La legione, sia con le sue suddivisioni manipolari di circa 120 uomini dal VI al II secolo, sia con la coorte che raggruppa 3 manipoli a partire dal I secolo, è nel tempo stesso agile, articolata, atta a tutte le formazioni e in particolar modo al ricambio dei combattenti imposto dal frantumarsi della battaglia in una serie di duelli. Sin dall'epoca manipolare, la terza linea, i triarii, introduce per la prima volta nella storia un elemento di riserva: innovazione che, dopo l'unificazione mariana delle legioni, Cesare e gli imperatori non lasceranno decadere. Dapprima in combinazione con la lancia e poi, a partire da Mario, da solo, il giavellotto (pilum), che ha una gittata di 30- 35 metri e può servire anche come arma d'asta, aggiunge un elemento originale a queste capacità combattive" (cit., p. 131). Più complesso il tema, accennato da Harmand, sulle truppe di riserva nei combattimenti dell'antichità, dagli esempi di colonne rinforzate a fianco alla falange, da Epaminonda ad Alessandro, fino alle autentiche coorti di riserva di Cesare nello schieramento legionario a quinconce delle coorti (come a Farsalo). Noi abbiamo l'anticipazione più lampante e potente di truppe di riserva, nella nostra ricostruzione, con i veterani di Annibale in formazione a falange a Zama. E' quasi certamente questo il primo vero esempio di anticipazione di riserva tattica nella storia militare. Come ricordano il Brizzi ( in "A", n. 88, cit., p. 71) e lo Hanson già citato, lo scontro con le lance nella tradizionale falange oplitica era sempre frontale e decisivo: la riserva tattica non esisteva e l'aggiramento o lo sfondamento sui fianchi serviva comunque a determinare lo sfaldamento delle ali o del centro nell'unico scontro decisivo. A Zama la riserva tattica di Annibale non poteva essere veramente tale (come ha spiegato il Brizzi, Ibidem, p. 112) data la grande consistenza di questa sua terza linea, i suoi veterani d'Italia appunto. Ma il loro intervento finale fu a tal modo decisivo che, senza l'anticipato ritorno della cavalleria romana alle sue spalle, Annibale avrebbe vinto (come Napoleone avrebbe vinto a Waterloo senza l'anticipato arrivo dei Prussiani).

 

FIG. LA BATTAGLIA DI WATERLOO.

Vogliamo evidenziare la tendenza, relativa all'armamento dell'oplite della falange dall'VIII al IV secolo (e messa accuratamente in risalto dallo Hanson, cit., pp. 66- 69), a ridurre progressivamente, ma parzialmente, il peso eccessivo della panoplia (armamento di pesante corazza di bronzo, scudo, elmo, gambali, lancia e spada) [3].

Donlan W.- Thompson J., The Charge at Maraton, I- II, in "Classical Journal", 71 (1976), 72 (1978), in particolare I, p. 341, hanno calcolato e ricostruito con tutte le risultanze archeologiche che la panoplia si aggirava comunque tra i 25 e i 35 chilogrammi [4]. Per la sola corazza (ibid., p. 341), si calcolano, ancora per il V secolo , 15/ 20 kg., e anche per il molto posteriore periodo ellenistico che qui ci interessa, Plutarco (Demetrio, 21) ci fa sapere che la sola corazza di Demetrio di Macedonia pesava 20 kg. mentre un suo ufficiale aveva l'intera panoplia di 50 kg., il doppio di quello da noi considerato come peso medio. Si consideri inoltre che il ferro, che nella storia umana ha rappresentato la grande novità rispetto al bronzo sopratutto per le armi almeno dagli Ittiti (1400 a. C. circa), se non fuso e temprato più che bene in buone fucine, è inferiore come forza e taglio al bronzo. Ciò spiega meglio la secolare sopravvivenza di questo materiale per le armi anche nell'età ellenistica.

E' comunque vero che il pesante e scomodo corsaletto a campana in piastre, cioè in lamine di bronzo per il torace e la schiena (lamine unite all'altezza delle spalle) dell'età spartana e tebana, fu sostituito progressivamente, a partire dal V secolo, per lo più da modelli più leggeri in bronzo, in cuoio e in lino indurito, nonostante che non si dovessero temere attacchi alle spalle (Hanson, cit., p. 88). Sebbene nell'età macedone il modello rigido di bronzo era già ampiamente sostituito da uno più anatomico, che richiudeva il torso umano fra due valve di bronzo, ferro o cuoio unite su spalle e fianchi da ganci e legacci, stranamente la corazza macedone di Vergina è di bronzo rigido, con guarnizioni in oro. Ma prevale nello stesso periodo (IV sec. a .C.) il robusto corsetto di stoffa pesante o cuoio con scaglie metalliche parzialmente sovrapposte le une alle altre e con ampi spallacci per sorreggere la parte a difesa del busto. La parte più bassa del busto e le cosce erano protette da strisce di cuoio e lamine metalliche. Per la corazza dell'età macedone vale però lo sviluppo già descritto per l'esercito romano del III secolo.

Lo scudo (hoplon, scudo rotondo a doppia imbracciatura, da cui oplite) [5], definito anche "argivo", di 1 metro circa di diametro, viene considerato di 8 Kg. ed essendo inizialmente di legno, con solo 2- 3 cm. di spessore, del diametro medio di un metro e ricoperto da una sottile lamina di bronzo, le variazioni nel tempo sono dipese sostanzialmente, più che dal peso in sè, dalla forma caratteristica e dalla concavità, più accentuata nella falange arcaica rasentando i 90° (gradi) sui bordi. Il peso infatti complessivo della panoplia più antica spingeva a renderlo così più facilmente sovrapponibile alla spalla sinistra, per alleviare minimamente gli sforzi prima e durante la battaglia. E Asclepiodoto, 5, 1, definisce lo scudo macedone meno concavo di quello oplitico arcaico, spartano o tebano. Inoltre, dovendo in età ellenistica gli opliti reggere la più lunga e pesante lancia (sarissa) della falange più moderna (macedone) con entrambe le mani, esse erano tenute libere grazie a uno scudo leggermente meno grande (60 cm. di diametro) e meno pesante appeso al collo con una cinghia, più larga della più rigida imbracciatura precedente che faceva sopportare lo scudo solo in modo isometrico all'altezza del torace.

 

FIG. SCUDI ELLENISTICI: dal clipeo oplitico meno concavo e meno pesante rispetto al precedente oplos rotondo, fino al pelta dei peltasti di Ificrate, vediamo qui i fondamentali tipi di scudo antichi (dello scutum ovale sannita- romano abbiamo parlato nel capitolo precedente).

Così come al tempo delle guerre puniche anche i Romani avevano in parte ridotto la consistenza delle originarie corazze di bronzo perchè lo scutum più lungo e ovale copriva meglio il corpo, così nel mondo ellenico lo scudo si ridusse perchè la formazione stessa a falange proteggeva meglio ogni singolo oplite dello schieramento.

I gambali in bronzo erano in età più antica (comunque post- micenea) "adattabili" alle gambe più per la conformazione da dare al metallo- le cui parti si univano dietro il muscolo del polpaccio, rendendoli comodi e aderenti- che per presunti legacci di cuio o fibbie posteriori, le cui asole nel bronzo servivano invece a fissare l'imbottitura interna di cuoio o feltro. E' in periodo ellenistico e romano che i lacci resero più agili e meglio utilizzabili questi gambali degli opliti, in formazioni (già dal tempo del macedone Filippo) più mobili e meno serrate rispetto alla meno estesa e più rigida falange arcaica. Comunque i ritrovamenti delle tombe reali di Vergina, in Macedonia, nel 1977- 78, hanno restituito gambali di bronzo dorato tanto robusti quanto adattabili alla gamba.

Agli inizi il falangita greco utilizzava una lancia lunga solo 2- 2,5 m, di durissimo corniolo o di frassino, del diametro di soli 2- 3 cm e pesante solo 1- 2 kg, per un utilizzo, nello scontro frontale tra falangi, estremamente pericoloso nell'immediato ma duttile successivamente anche nel facile spezzarsi ad opera delle spade nemiche. Oltre alla punta di ferro in alto aveva alla base un puntale acuminato di bronzo, per cui era utile ad entrambe le estremità, sia per la difesa da tergo che per proseguire l'uso dopo che la lancia era stata spezzata anteriormente dalla prima carica o dalle spade nemiche. Nella falange macedone successiva le due punte, anteriore e posteriore, erano di robusto acciaio. Polibio critica le lance romane che "mancando del puntale inferiore, potevano essere usate per il primo colpo di punta, poi si rompevano ed erano del tutto inservibili" mentre erano superiori quelle della falange greca e macedone (Polibio, VI, 25, 9). Si conferma con Polibio anche per la sarissa dell'età delle guerre puniche (lunga 6- 7 metri), come per quella più corta dei peltasti, la caratteristica strutturale tradizionale.

Lo Hanson, che sottolinea per la falange arcaica la minore necessità di addestramento e di esercitazione dei contadini- soldati, si contraddice un po' quando (nelle pp. 97- 99) precisa di contro il pericolo che le lance della falange rappresentavano per i compagni delle file posteriori e anteriori, richiedendo la massima precisione nei movimenti sia di avanzata che lateralmente, conservando la formazione e mantenendo il massimo di equilibrio di fronte all'attacco; per non parlare poi della delicatezza delle fasi di ritirata, conoscendo dalle fonti la capacità sovente delle falangi di indietreggiare compatte, e per Alessandro Magno e per lo stesso Annibale di effettuare le avanzate (marce) laterali e le manovre oblique. Anche se certo le lance mantenute sollevate (verticali) dalla terza fila in giù, oltre a difendere integralmente- insieme alle creste degli elmi (Snodgrass, cit., 1967, tav. 23)- dai lanci che piovevano sopra la falange, impedivano quegli inconvenienti; e anche se questa picca o sarissa variò dopo Alessandro, nel periodo ellenistico, dai 4,60 ai quasi 8 metri. E' probabile che lo Hanson accavalli valutazioni su epoche diverse della falange, quando la complessità e la precisione di manovra erano ormai divenute tanto sofisticate quanto i migliori strateghi richiedevano.  Del resto anche Faurè, nel suo "La vita quotidiana degli eserciti di Alessandro", cit., 1982, definisce più impegnativo l'addestramento della falange macedone (pp. 85-86) dalla preparazione per la spedizione di Alessandro in poi: "preparazione militare" e "costante allenamento" costituivano i due elementi fondamentali per la disciplina della falange, con un minimo di sei mesi di preparazione iniziale per poter far parte del corpo di spedizione (Ibidem, pag. 86) e poi con duri, costanti esercizi [6].

Polibio, da noi spesso citato, dice: "non è possibile opporsi in alcun modo a un attacco frontale della falange, finchè essa conservi la forza che le è caratteristica" (XVIII, 30, 11). E' stata sempre rimarcata l'invulnerabilità della falange da qualsiasi forma di attacco frontale (elefanti, macchine da lancio, cavalli). Neppure gli arcieri o i frombolieri meglio addestrati nel lancio delle micidiali palle di piombo costituivano una seria minaccia se gli opliti restavano su un terreno piatto e riuscivano ad avvicinarsi loro rapidamente. "Quando gli opliti coprivano gli ultimi 100 metri di terra di nessuno ed entravano nel raggio d'azione delle frecce e di altre armi da lancio, che potevano colpirli alle braccia, alle gambe, al volto e al collo e a distanza più breve penetrare nella corazza, 'la finestra di vulnerabilità' non durava più di un minuto. Gli attacchi con armi da lancio non fermavano affatto lo slancio di quegli uomini pesantemente corazzati, anzi, con ogni probabilità scatenavano la loro furia e garantivano un cozzo furioso a lance spianate. Per circa 3 secoli (650- 350 a. C.)", schematizza per la Grecia classica lo Hanson fino al trionfo macedone, ma noi sappiamo ufficialmente fino al 168 a.C. a Pidna, "nessun esercito straniero, per quanto numericamente superiore, resistette alla carica della falange greca" (Ibidem, p. 40).

 

 

FIG. BATTAGLIA DI PIDNA

La facilità delle lance di legno a spezzarsi al primo violento impatto tra falangi, almeno nelle prime file (ma certo dopo aver deciso sfondamenti ed eliminazioni di nemici grazie alla terribile punta di ferro) e la non grande facilità a usare le corte spade dell'oplite nell'impatto e nel confronto divenuto troppo ravvicinato, portano lo Hanson a fare questa pregnante e valida osservazione: "dopo che il soldato aveva perduto la lancia e la spada, la sua arma migliore diventava il suo stesso corpo rivestito di bronzo, poichè i suoi amici alle spalle cercavano di spingerlo a forza tra le file del nemico". In realtà tutto ciò era funzionale all'obiettivo tattico fondamentale sia della falange, anche nei più tardi sviluppi ellenistici, sia delle battaglie antiche in genere: sfondare lo schieramento nemico al centro, o alle ali per aggirarlo, dopodichè era decisa la battaglia dallo schieramento rimasto integro. La compattezza stessa della falange era favorita dall'avere i soldati, al proprio fianco, amici e parenti, con cui i legami affettivi e l'affiatamento nell'allenamento favorivano la precisione delle manovre, lo spirito di corpo e il sacrificio anche estremo [7]. Nell'età precedente le guerre puniche, gli Spartani si vantavano di essere gli unici opliti capaci di riformare la fila della falange pur avendo al fianco persone sconosciute.

 

FIG.- Elmo greco di tipo calcidico.

Fino al 500 a.C. l'elmo più utilizzato dagli opliti della falange greca fu quello corinzio di bronzo [8], che copriva notevolmente fino al collo e alla clavicola, proteggendo bocca e mascella dalle lance nel cozzo delle falangi, anche grazie all'imbottitura interna in cuoio o feltro. Ma, troppo pesante (più di due chili) e senza alcuna traspirazione nè comunicazione uditiva con l'esterno (si pensi alle temperature superiori ai 33° in Grecia nel periodo estivo, quello in cui avvenivano di regola gli scontri militari), fu modificato dal V secolo in poi, prediligendo copricapi conici o che lasciavano comunque la faccia scoperta. Il pennacchio di crini di cavallo, spesso supportato a una base di bronzo, che salvò letteralmente la testa da fendenti di spada a molti generali greci ed ellenistici (basti tra tutti Alessandro Magno in Plutarco, Alex.,16; Snodgrass 1967, tav. 23), aveva una funzione più difensiva che ornamentale all'interno della falange, almeno rispetto alle armi lanciate da lontano. L'elmetto del sarissoforo macedone, meno pesante, più agile per i volteggiamenti stessi della falange e per vedere anche meglio quel che succedeva sul campo di battaglia (cosa impossibile con il tradizionale elmo corinzio), era comunque per lo più senza cresta: tale copricato fu favorito dalla stessa protezione che le lunghissime sarisse ellenistiche più tarde offrivano alle teste dei falangiti. Era un elmo di ferro di tipo trace, con una cresta che imitava la forma del copricapo frigio (quello simbolo della Rivoluzione Francese, per intenderci), con un ridotto paranuca e ampie paragnatidi per le guance. Tale modello macedone- ellenistico compare nella tomba reale macedone di Vergina e, per la decorazione frontale, nell'elmo del busto marmoreo di Annibale che si trova ai Musei Capitolini di Roma.

 

FIG.- ELMO CORINZIO di bronzo ritrovato nella Sardegna punica, a S. Antioco. VI sec. a. C. (Museo Archeologico Nazionale di Cagliari).

GRUNDY G. B., in "Thucydides and the History of His Age" (cit., p. 244) fa una interessante osservazione riguardo all'elmo dell'oplite: "Ho provato a indossare un elmo greco trovato a Delfi e anche diversi elmi di armature autentiche che risalgono a vari periodi del Medioevo. Il ferro dell'elmo greco era straordinariamente spesso e direi che pesava circa il doppio dell'elmo più pesante del periodo medievale, perfino di quelli usati dai soldati semplici spagnoli del secolo XVI, che naturalmente erano fatti di un metallo di scarso pregio". Questa osservazione si ricollega alla funzione di sfondamento che la falange affidava, nei primi secoli della sua storia, più all'equipaggiamento massiccio del singolo oplite che alla poderosa massa d'urto di tutto lo schieramento nelle sue articolazioni e nella sua mobilità intrinseca.

 

FIG.- Elmo macedone da un bassorilievo in marmo.

Lo Hanson (cit., p. 60) evidenzia "le prove di una tendenza graduale, in un arco di circa 250 anni, ad adottare un armamento più leggero e meno ingombrante, a dimostrazione di una preferenza crescente dell'oplita per mobilità e capacità di manovra maggiori" (ibidem) e questo già prima delle radicali riforme macedoni di Filippo II. Abbiamo infatti detto della tendenza a ridurre almeno parzialmente, dal V secolo in poi, l'enorme peso dell'armamento dell'oplita. Cominciarono a non venire più usate le protezioni ausiliarie per le braccia, le cosce e le caviglie. Elmi, corazza e gambali divennero meno rigidi e più leggeri, anche grazie al materiale del lino in un bagno di sale indurito con l'aceto, corazza perfezionata da Ificrate. Il mezzo corsaletto, che proteggeva solo il torace- grazie alla vulnerabilità per lo più solo anteriore della falange contro altre falangi nel IV secolo- si diffuse insieme alla rinuncia all'elmo corinzio a favore del copricapo conico tipico ateniese (pilos) di bronzo o di feltro e alla corazza di rigido lino con leggera protezione metallica; poichè restando quasi pari l'effetto difensivo diminuiva il peso.

 

FIG.- Elmo del falangita macedone (Epiro, IV sec. a.C. Ioannina Museo Archeologico).

E' stato osservato come il numero spaventoso di morti in battaglia nel periodo ellenistico di certo rifletta la tendenza dei membri della falange ad abbandonare la completa, pesante armatura di bronzo. In ogni caso, Plutarco (Timol., 28. 1- 3) ci riferisce dell'armamento molto pesante delle truppe cartaginesi sul fiume Crimiso, in Sicilia, nel 341 (una settantina d'anni prima dell'inizio delle guerre puniche), contro i Greci di Timoleone: "Gli Elleni furono investiti da pioggia, vento e grandine della terribile tempesta che scoppiò... Ma più di tutto pare che i Cartaginesi fossero danneggiati dai tuoni e dal fragore che causavano la pioggia violenta e la grandine battendo sulle armature: essi impedirono alla truppa di udire gli ordini dei comandanti. Inoltre non avevano un armamento leggero, bensì, come ho detto, erano protetti da armature pesanti; quindi il fango li impicciava, le pieghe delle tuniche si inzuppavano d'acqua e li appesantivano, ostacolandoli nei movimenti durante la lotta. Gli Elleni li atterravano facilmente e, una volta caduti, essi non erano più capaci di rialzarsi dal fango con le armi indosso". Sia riferito agli opliti più arcaici che agli opliti precedenti e contemporanei all'età delle guerre puniche, questa citazione (evidenziata anche da Hanson, cit., pp. 92- 93) sottolinea le sofferenze degli antichi opliti chiusi in pesanti corazze che rendevano difficile anche il minimo movimento.

 

FIG. ARMATURA OPLITICA IN BRONZO (Siracusa, IV sec. a.C.)

Per la falange macedone di Filippo, ma anche in riferimento all'utilizzo tattico della cavalleria nei Macedoni ed in Annibale, che ricorderemo nel capitolo sull'esercito cartaginese, è riassuntivo questo passo del Toynbee: "L'arma che conquistò sia a Filippo che ad Alessandro la vittoria non fu però questo antiquato corpo scelto (gli ARGIRASPIDI, "scudieri" di tradizionale e costoso tipo ellenico, corps d'élite armato da Filippo con l'oro del Pangeo) e neppure la falange di astati, ma la cavalleria. E durante il secolo e mezzo intercorso fra la vittoria dei Macedoni sugli opliti tebani e ateniesi a Cheronea (338 a.C.) e la loro sconfitta a Cinoscefale per opera dei véliti romani (197 a.C.) la falange macedone come gli altri modelli che l'avevano preceduta, finì per diventare ingombrante e poco manovrabile. Le guerre tra i successori di Alessandro videro di fronte falange contro falange e ne nacque una gara per accrescere la lunghezza delle aste, finchè divenne quasi impossibile manovrare l'arma. Tuttavia le innovazioni apportate da Filippo ebbero durevoli conseguenze sociali e politiche! I contadini macedoni, arruolati e divenuti una efficiente forza militare, acquistarono coscienza di sè ed ebbero voce in capitolo negli affari pubblici. Come 'camerati a piedi' del re, essi occupavano ora lo stesso posto onorifico dei 'compagni' (eteri), nome dato per tradizione ai nobili che prestavano servizio nella cavalleria" (Toynbee, Il mondo ellenico, p.116). Che assonanze con la "democrazia militare" del Pisacane, basata sui cittadini- e contadini- soldati! E che continuità con la realtà agricola del sud della Grecia, da sempre alla base della struttura militare oplitica analizzata dallo Hanson (cit., I e II). Pisacane elogiava di questo i Romani, che lottavano nella città tra diritti dei piccoli contadini- soldati e lo strapotere dell'oligarchia. E se anche sarà una lotta molto lunga e con nuovi partecipanti (plebei ricchi, cioè cavalieri e finanzieri), il Pisacane non vedeva che già nella seconda guerra punica la Macedonia sarà portatrice (più o meno strumentalmente) di princìpi democratici antioligarchici antiromani.

 

FIG. ELMO CORINZIO (con dedica di Ierone, tiranno di Siracusa, a Zeus)(Olimpia, Museo Archeologico)

Per il reclutamento e la struttura militare al tempo della seconda guerra punica, le nostre analisi della falange tengono conto degli stadi più avanzati raggiunti nello sviluppo greco e macedone. Ma differenze vi erano con la falange tebana di Epaminonda e con quella spartana, presenti ad esempio a Leuttra nel 371 a. C.

Non solo il numero complessivo di opliti schierati in campo aumentò notevolmente nell'età ellenistico- macedone (a Leuttra Epaminonda aveva non più di 7000 fanti e 5000 cavalieri [9]) ma tutta l'organizzazione militare si evolse, sia sulla base delle innovazioni macedoni, sia anche grazie al contributo di strateghi greci non macedoni. Massimo contributo venne infatti da Ificrate prima della falange macedone e, proprio negli anni della II guerra punica, da Filopemene.

 

 

FIG. La battaglia di Leuttra in G. Brizzi.

Il primo, intorno al 390 a.C., fornì i soldati di una corazza di lino indurito con sale e aceto, di cui abbiamo già parlato, protettiva quanto la precedente corazza di ferro ma molto più leggera, fece lo scudo più piccolo rispetto a quello tondo molto largo del falangita, allungò la lancia di un terzo e la spada di metà; inventò inoltre calzari più agili. Tutte le innovazioni di Ificrate sono nel segno di una falange più mobile e agile, con grande importanza data ai peltasti, di contro alla tradizionale massa granitica degli opliti.

 

FIG. CORAZZA E SCHINIERI DI FILIPPO II MACEDONIA

Al tempo di Annibale, l'acheo Filopemene allungò ancora di più la lancia, ma tornò all'armatura di ferro e allo scudo grande che riparava tutto il corpo per resistere all'armamento alla romana. Probabilmente l'impeto straordinario di sfondamento messo in evidenza in quel periodo dalla legione romana e il terribile gladio spagnolo, oltre alla tradizionale invincibilità espressa ancora dalla falange macedone di Filippo V, spinsero Filopemene a queste contromisure.

 

 

FIG. ELMI DELL'ANTICHITA'

Pur senza arrivare alle innovazioni tattiche e alla mobilità delle formazioni di Annibale, Pirro aveva reso meno rigida, con ricambio di combattenti, la falange contro il sistema manipolare romano; il quale, pur restando prima di Scipione molto legato alla struttura falangitica greca, permetteva agile ricambio di soldati e di schiere. Perciò nella battaglia di Mantinea del =207 contro Macanida tiranno di Sparta, Filopemene dispose le due linee di opliti e peltasti a scacchiera (a quinconce), cosicchè se il nemico lo assaliva di fronte, la seconda linea colmava gli intervalli della prima e se l'attacco veniva di fianco la seconda linea rinforzava le ali. Macanida aveva anche preparato moltissime baliste e catapulte nascoste dietro la falange, ma gli arcieri di Filopemene ebbero la meglio e, pur battuto in un'ala che fu costretta alla fuga, quest'ultimo, con mirabili evoluzioni della falange, rubò la vittoria a Macanida che l'aveva quasi in pugno. Ma pur con le sostanziali modifiche che la falange ebbe nella sua lunga storia, gli elementi caratteristici di fondo restarono: la struttura essenzialmente oplitica e il fatto che si voleva decidere con un unico scontro, in una giornata campale, lo svolgimento della guerra. Da cui deriva anche questa constatazione dello Hanson: "Erano rari gli inseguimenti prolungati; i vincitori, diversamente dall'epoca di Napoleone, non miravano alla distruzione completa dell'esercito nemico. In effetti l'inseguimento degli opliti in fuga non era neppure decisivo: in genere gli eserciti greci vittoriosi non vedevano perchè non potessero riproporre la formula semplice del successo e ottenere una nuova vittoria, qualora il nemico si fosse ripreso in pochi giorni e avesse a torto ritentato la sorte" (cit., p. 47). Constatazione semplice; ma che è sfuggita fino ad oggi a tutti gli studiosi detrattori di Annibale, che lo accusano per il modo in cui, dopo Canne, non inseguì e catturò almeno gli ufficiali romani più vicini e più pericolosi, tra cui il suo futuro, mortale avversario: il giovanissimo Scipione.

I GRECI – STORIA CULTURA ARTE SOCIETA’ a/c Salvatore Settis, 2. Una storia greca III. Trasformazioni  Einaudi Torino 1998 compaino i saggi di SANTOS CARLO SOLìS Macchine tecniche e meccanica pp.705-740, BETTALLI MARCO L’esercito e l’arte della guerra pp.745-767.

Per la sintesi sulla storia dell’esercito greco fino all’ellenismo, consideriamo ora particolarmente il Bettalli:. Egli si sfferma sul mercenariato greco a partire dal IV sec. – soprattutto per le necessità di sostentamento per le continue lotte politiche interne alle città e alle crisi economiche (PARKE H.W. Greek Mercenari Soldiers (1933), Chicago 1981; MARINOVIC L.P.  Le mercenariat grec et la crise de la polis, Paris 1988).

Pur restando la milizia cittadina il nerbo e la base ideologica delle forze greche, la nascita di un ambito professionale specifico “militarista” è sottolineata anche da LENGAUER W., Greek Commanders in the 5th and 4th Centuries B.C. Politics and Ideology: A Study of Militarism, Warsaw 1979. Sulla nascita della manualistica militare (il primo esempio di manualistica militare è l’opera di Enea Tattico, databile agli anni 50 del IV sec.) cfr. BETTALLI M., Introduzione a ENEA TATTICO, La difesa di una città assediata Pisa 1990 e il canonico ANDERSON J.K. Military Theory and Practice in the Age of Xenophon, Berkeley- Los Angeles 1970. Anche per Bettalli L’oplite sempre più leggero e la corazza meno pesante hanno riscontro nell’uso dei peltasti, originari della Tracia col loro scudo a mezzaluna (pelta), armati “a metà tra l’oplite e l’armato alla leggera” (Arriano,Tattica 3.4.). Già impiegati nella guerra del Peloponneso divennero molto più importanti nel IV sec., grazie sopratutto al successo col generale ateniese Ificrate nei pressi di Corinto nel 390 contro una mora (mòra) spartana. Nello stesso periodo gli efebi ateniesi vengono istruiti non solo più come opliti, ma anche come arcieri, lanciatori di giavellotto e manovra delle catapulte (Aristotele, Cost. Aten. 42.3).

SPENCE I.G. The Cavalry of Classical Greece, Oxford 1993, illustra l’importanza modesta che la cavalleria (Tebe è forse una parziale eccezione) ebbe in subalternità alla falange, prima di Filippo e del figlio Alessandro Magno.

Il genio innovatore di Epaminonda (ordine obliquo, corpi di elite a sinistra e non a destra), riconosciuto in LEVEQUE P.- VIDAL-NAQUET P., Epaminondas pythagoricien ou le probleme tactique de la droite et de la gauche, Historia IX 1960 pp.294-308, è messo in discussione (le innovazioni hanno chiari precedenti dal V secolo o non sono così rivoluzionarie) da HANSON V.D. Epaminondas, the battle of Leuktra (371 B.C.) and the ‘revolution’ in Greek battle tactics, Classical Antiquity VII 1988 pp.190-207. WHEELER E.L. The generala s hoplite in HANSON V.D., Hoplites: The Classical Greek Battle Experience, London- New York 1991 pp.121-70

 

“L’eccezionale efficienza della falange ellenistica dipendeva da un duro allenamento e da una disciplina curata nei minimi particolari: ne abbiamo una testimonianza tarda ma di grande valore nei frammenti epigrafici del regolamento dell’esercito macedone risalenti all’età di Filippo V (MORETTI L., Iscrizioni storiche ellenistiche, II, Firenze 1976, n.114). La migliore descrizione tecnica della falange macedone resta comunque quella tarda di Polibio 18.29-32, per la bibliografia GRIFFITH G.T. Philip and the army, in HAMMOND N.G.L.- GRIFFITH G.T. A History of Macedonia, II, Oxford 1979, pp.405-449.” (Bettalli, cit.).

La lancia più lunga (sarissa di 5-6 metri, tre volte più della normale lancia) tenuta a due mani, lo scudo più piccolo (diametro di 60 cm. Contro i 90 tradizionali) e la scomparsa della corazza di bronzo, sono le maggiori novità con Filippo. Per la corazza più leggera (tendenza già diffusa nel mondo greco) si discute anche di aspetti economici, per i costi sempre più elevati di una panoplia per ogni falangita di eserciti sempre più numerosi (da 8000 a 32000 soldati).

I Poliorketicà di Enea Tattico dimostrano l’inadeguatezza delle vecchie poleis greche nel resistere agli assedi di eserciti di professionisti di Filippo di Macedonia, vero riformatore militare più del figlio Alessandro Magno (era già la denuncia di Demostene contro Filippo nella Terza Filippica 47-50 “…(con Filippo) la più grande modernizzazione è in campo militare. Gli Spartani.. solo d’estate, per 4 o 5 mesi, invadevano e devastavano con opliti, poi tornavano a casa: erano così all’natica, o meglio così civili, che non facevano ricorso mai alla corruzione, la guerra era palese e leale. Ora… nulla si risolve in campo aperto. Sentite dire che Filippo arriva dove vuole non perché abbia con sé una falange di opliti: l’armata che si porta dietro è fatta di truppe leggere, cavalieri, arcieri, mercenari. Quando alla testa di una tale armata piomba su una città indebolita dalla lotta civile e nessuno per diffidenza esce a difendere il paese, lui appresta le macchine e incomincia l’assedio”).

 Per le macchine da lancio, l’aspetto scientifico più rilevante è forse la scoperta della formula della calibratura, raggiunta probabilmente nel secondo quarto del III sec. a.C. dagli ingegneri di Tolomeo II, dopo una lunga serie di esperimenti. Tale formula permetteva di calcolare il diametro e l’altezza della molla di torsione in funzione del peso e della gittata dei proiettili (Bettalli, cit., p.737).

 

Dopo le parti iniziali molto efficaci e sapientemente sintetiche nel saggio di Bettalli, due perplessità ci sorgono per le sue considerazioni finali: la prima riguarda il suo scetticismo conclusivo sulla portata delle invenzioni delle macchine da lancio ellenistiche: prima ne esalta –data anche la portata delle citazioni bibliografiche- il carattere di straordinarietà e di importanza capitale nella storia della scienza, poi irride a Filippo II, Demetrio Poliorcete e Filippo V nel loro uso delle macchine di assedio più straordinarie (irride anche al record di 720 metri delle fonti per una macchina lanciafrecce). E’ vero che le fortezze ellenistiche più difese furono prese solo “a tradimento” (lo dimostriamo per Capua e Taranto con Annibale), ma solo perché macchine da lancio e mura ellenistiche le difendevano troppo bene, come avvenne a lungo per Siracusa contro i Romani. Date le sue osservazioni, il Bettalli poteva non citare SIMMS D.L. in “Technology and Culture” XVIII 1977 1-24 e XXVIII 1987 67-79 su Archimede di Siracusa ingegnere militare o come più grande matematico della storia  o non ricordare che il calcolatore astronomico ad ingranaggi di Archimede corrisponde all’ingranaggio di Antikythira descritto da de Solla Price (An ancient Greek computer, Scientific American CC 1959; Automata and the origin of mechanisms, Technology and Culture V 1964 9-23.

 

La seconda perplessità è per le sue conclusioni sull’esercito greco ed ellenistico: eserciti iniziali di 8000 uomini sono considerati di modestissimo valore alla stregua dei 40000 della media degli eserciti ellenistici successivi (cioè almeno i 32.000 uomini di una falange ellenistica completa): numeri, secondo lui, inefficaci a una reale sviluppo dell’arte della guerra e all’evoluzione delle capacità di conquista (anche l’impresa di Alessandro in Asia viene in questo senso ridimensionata). Sarebbe come se, oggigiorno, dato l’enorme sviluppo demografico, solo eserciti di milioni di uomini potessero risolvere le guerre meglio di reparti speciali di 5000/6000 uomini e meglio di armamenti e tecnologie sofisticate, dai carri armati (gli elefanti da guerra) ai missili (gli “scorpioni” dell’antichità). I più grandi esperti militari sostengono ancora che l’arma più terribile rimane l’uomo, professionalmente preparato (ciò spiega lo sviluppo del mercenariato all’apice della storia greca e di quella romana) e con un elevato morale (il cittadino- soldato restò importante nella sua fusione di specializzazione professionale e alti valori morali per secoli nelle polis greche e nello Stato romano, i Cartaginesi ebbero quasi solo mercenari, tranne che nella flotta). Criticare poi pesantemente la storiografia greca per l’importanza data ai capi militari, ai generali in battaglia, ci pare inadeguato: il tebano seguiva Epaminonda, il macedone Alessandro e il mercenario cartaginese seguiva con fiducia ed elevato morale Annibale così come il cittadino- contadino francese seguiva Napoleone, con valori ideali non piccoli: quelli legati alla rivoluzione francese, quelli economici del riscatto dalla miseria delle campagne e quello tenace del nazionalismo francese. In definitiva, oggi come ieri i grandi numeri non dicono tutto in guerra: dal 214 a.C. i Romani ebbero in campo circa 250.000 soldati contro Annibale, ma lo sconfissero 12 anni più tardi: ed è assolutamente falso –come conclude il Bettalli- che i Romani sconfissero in pochi anni il mondo greco per l’inadeguatezza dell’esercito avversario: al contrario, le legioni romane non sconfissero mai una falange greca nello scontro diretto, la costrinsero solo alla ritirata con aggiramenti, diversioni, stratagemmi e soprattutto grazie (come osservò già Machiavelli) agli “alleati” greci, soprattutto grazie alla cavalleria greca (tessala), l’unico reale avversario della falange ellenistica. Non a caso, nel medesimo volume del saggio di Bettalli, si trovano osservazioni su Polibio 18.28.5 e 18.32.13 e Plutarco, Sugli oracoli della Pizia II, che (il primo ancora dopo il 167 a.C.) a proposito della sconfitta della falange greca a Cinoscefale (come a Magnesia e a Pidna) insistono sulla superiorità della legione sulla falange proprio per smentire le voci insistenti, già allora, che tali vittorie (“del più debole sul più forte” o “del meno buono sul migliore) fossero capricci della Fortuna proprio perché incredibili (Ibidem, II***, FERRARY JEAN- LOUIS La resistenza ai Romani, pp.803 sgg.). D’altro canto, se la sola “casuale” e “momentanea” forza militare della legione romana era l’unico motivo, intorno al 200 a.C., per l’inizio dell’egemonia romana sul Mediterraneo, per i Greci allora si trattava di un fattore che, senza la “cultura greca”, era destinato a fallire e a svanire, o repentinamente (Metrodoro di Scepsi, in Troade) o con lento declino: Strabone (9.2.2 –C 401) osservava che i Romani avevano potuto sottomettere i barbari grazie al solo uso della forza ma non sarebbero stati in grado di imporre stabilmente il proprio dominio ai Greci senza aver familiarizzato con la cultura e l’educazione ellenica (Ibid., p.812). Già per Eforo la mancanza di educazione e cultura aveva impedito ai Tebani di esercitare durevolmente l’egemonia in Grecia dopo Epaminonda, e parliamo altrove di Dionigi di Alicarnasso, che nel primo volume della sua voluminosa opera volle dimostrare l’origine greca dei Romani per legittimarli all’impero.

GABBA EMILIO L’invenzione greca della costituzione romana pp.857.

Dopo Aristotele, che nella Politica non parla di Roma ma apprezza la potenza cartaginese per la sua costituzione “mista”, sarà Eratostene un secolo dopo a considerare Cartagine e Roma come organizzate politicamente in modo ammirevole anche per un greco. Forse già Teofrasto, ma certamente prima Timeo di Taorumenio, contro cui polemizza Polibio, e poi Polibio sono i primi veri “scopritori” di Roma da parte del mondo greco (Gabba, cit, p.858-859). Il libro VI di Polibio, che vuole esplicitamente spiegare con la costituzione romana le ragioni, non solamente militari, delle vittorie di Roma in 53 anni con le guerre puniche, non ha caso si cimenta con un continuo progresso romano, mal noto ai greci nelle tappe storiche più antiche ma che toccava “un altissimo grado di perfezione nell’età della guerra annibalica” (ibid., p.861, Polibio 6.11.1). Per Polibio 6.51.1-7 al tempo dello scontro con Roma la costituzione mista di Cartagine (monarchia dei due efori –i consoli a Roma-, aristocrazia del Senato e democrazia del popolo) piegava pericolosamente verso una preminenza del ruolo del popolo, mentre a Roma prevaleva ancora la parte aristocratica, cioè il Senato. Catone, che aveva parlato nelle sue Origines (4, fr. 6 Jordan= Srvio, ad Aeneida, 4.682; Cicerone De re publica 2.1.2.) delle tre forme politiche presenti nella costituzione di Cartagine, ha certo influito su Polibio. In Polibio e Cicerone la teoria della costituzione mista rappresenta un punto di arrivo, una condizione di staticità, eventualmente solo suscettibile di degenerazione, mentre Dionigi di Alicarnasso ne dà una dimensione dinamica, fin dalle origini, con un rinnovamento continuo legato all’assimilazione di forze nuove.

MILLAR F., The political character of the classical Roman Republic, 200- 151 B.C., in The Journal of Roman Studies, LXXIV 1984 1-19.

JEHNE M a/c, Demokratie in Rom? Die Rolle des Volkes in der Politik der roemischen Republik, Stuttgart 1995

GABBA E., Democrazia e Roma, in Athenaeum LXXXV 1997 266-271.

 

Nel capitolo 64 del libro VI Polibio rileva che allora (metà del II sec. a.C.) i padroni del mondo non erano più in grado di equipaggiare flotte paragonabili a quelle di un secolo prima: egli promette di darne la spiegazione, che non ci è giunta, durante la discussione sulla costituzione romana; dopo di che osserva che le grandi battaglie navali della prima punica erano state ben superiori a quelle combattute nell’Oriente ellenistico, per l’ampiezza dei mezzi navali impiegati dalle due parti.

 

Gabba, pag. 865 in nota, ribadisce la sua tesi- ragionevolissima (cfr. Esercito e società, cit., p.144)- che fa risalire con probabilità la descrizione delle istituzioni militari romane in Polibio 6.19-42 (in pratica, la descrizione e l’elogio della legione romana)- anche in base alla trattazione più “tecnico-descrittiva” rispetto al resto del libro VI- a un manuale romano (per gli ufficiali?) certamente in parte ormai desueto.

 

BONDI’ SANDRO FILIPPO, Interferenze fra culture nel Mediterraneo antico: Fenici, Punici, greci pp.369 sgg. Al tempo dello scontro di Cartagine con Roma, la punicità si stempera nella più generale cultura ellenistica (p.400)

 

 


FALANGE SPARTANA E TEBANA

Per Epaminonda e per la battaglia di Leuttra del luglio 371 a.C., Cornelio Nepote (Epaminondas, XV, 6, 4) accenna alla nuova tattica dell'ordine obliquo, poi così congeniale ad Alessandro Magno, e al rafforzamento dell'ala sinistra con il "battaglione sacro" di Pelopida, massa d'urto che non poteva essere nè arrestata nè infranta. Tecniche che avevano richiesto anni di addestramento individuale e di reparto, e comportavano un allenamento continuo e disciplina ferrea [10]. Quando Federico il Grande di Prussia, nella battaglia di Leuthen (1757), si trovò di fronte forze austriache di gran lunga superiori, decise di adottare lo schema tattico di Epaminonda e vinse. Il battaglione sacro di 300 uomini sceltissimi fu usato prima da Gorgida in piccoli drappelli sui vari fronti di una battaglia. Pelopida lo usò come massa d'urto (Nepote, Pelopidas, XVI, 4, 2), paragonata per i risultati ottenuti all'uso dei primi carri armati nella I guerra mondiale, secondo moderni critici militari [11]. Marce oblique e Legione sacra di tipo greco- macedone erano patrimonio ben vivo nell'esercito cartaginese di Annibale.

L'enomotìa della falange spartana (falange di 11000 uomini a Leuttra) [12] era il reparto più piccolo, di solito di 25 uomini; a Leuttra era invece di 36, per cui posta su tre file (noi diremmo colonne) era profonda 12 uomini. La profondità della falange (di 6000 uomini) di Epaminonda a Leuttra, dato lo schieramento obliquo, era minore al centro e all'ala destra, mentre l'ala sinistra rafforzata era profonda 50 uomini (Senofonte, Elleniche, VI, 4, 4- 16). Vi erano inoltre, nella falange tebana di Epaminonda, gli amippoi (soldati di fanteria leggera che, stando fra i cavalieri, fiancheggiavano l'azione della cavalleria, Senof., Ibid., VII, 5, 23); ben distinti dai peltasti (Ibid., VII, 5, 25). Riguardo a questa "fanteria portata" degli amippi, in Tucidide V, 57, i 500 cavalieri Beoti avevano altrettanti amippi che costituivano la fanteria portata: ogni cavaliere portava in groppa un fante che, al momento di combattere, scendeva e si disponeva di fianco o davanti al cavallo. Si veda in ciò (siamo ancora al 418 a.C.) un'anticipazione della tecnica romana dei vèlites contro Annibale, fanti leggeri portati dai cavalieri sul posto del combattimento e rapidamente smontati (ma cfr. le nostre osservazioni, nel cap. sull'esercito romano, I. 1. 2., per la peculiarità dell'uso romano- anche in tal caso- del giavellotto grasfo). Il migliore addestramento della cavalleria tebana e questa combinazione con la fanteria leggera la rendevano (come poi in Macedonia) un'arma più efficace e di livello superiore a quella spartana.

 

 

FIG. BATTAGLIA DI LEUKTRA

Se nel 390 a. C. Ificrate ateniese aveva innovato l'uso delle aste della falange (più lunghe, col nuovo modo di tenerle con due mani, anticipando cioè il sarissoforo della falange macedone, e con truppe più leggere degli opliti spartani), solo nel 371 a Leuttra tramontò il primato assoluto della falange spartana, superata da quella tebana. E se nel 338 a. C. la nuova falange macedone di Filippo e di Alessandro Magno acquisterà una supremazia incontrastabile nel mondo antico fino al 168 a. C. a Pidna (cioè per 170 anni), i 33 anni di primato della falange tebana sono certo importantissimi, ma davvero brevi, ed è molto più interessante, per la falange più antica, analizzare la struttura dell'esercito spartano, che con la sua tradizionale falange oplitica dominò la scena greca e mediterranea dal VII secolo al 371 a. C.

 

FIG. OPLITE GRECO

La regola da noi spesso riferita per Cartagine e Roma di arruolare schiavi per il servizio militare, in caso di estrema necessità, promettendo loro in cambio la libertà, vale anche per Sparta (i 6000 Iloti armati da Sparta nel 370 a.C. contro un'invasione tebana in cambio della libertà sono uno dei tanti esempi). Tali erano infatti i neodamodeis ("nuovi cittadini"), certo molto numerosi a Sparta, Iloti diventati cittadini dopo il servizio militare, ma non "eguali" ai privilegiati Spartiati, bensì tra i Perieci con servizio militare e gli Iloti senza. Vi erano poi gli hypomeiones ("inferiori"), cittadini a cui era tolta la piena cittadinanza per inadempienza verso le leggi di Licurgo. Questi ultimi, raramente soldati, militavano tra gli Spartiati; i neodamodeis erano frammisti ai Perieci in unità militari separate. Figureranno poi tra gli Spartiati (ma non di pieno diritto)  i mòzakes, figli di Perieci ma educati alla spartana. L'immissione dei mòzakes nella cittadinanza è evidente proprio negli anni della guerra annibalica (Plutarco, Cleomene, VIII, 1; FGrHist 81 F 43).

Se queste ora nominate erano le classi sociali di Sparta, esse sono legate ai princìpi del reclutamento.

I neodamodeis erano moltissimi, e spesso presenti, dicevamo, in unità militari separate, perchè quelle oplitiche erano dapprima di Spartiati e poi anche di Perieci. Nel tempo andarono aumentando gli hypomeiones, inseriti nei ranghi spartiati, ma in minimo numero tra essi, per cui l'esercito effettivo era di Perieci e Spartiati. A Platea vi erano 5000 Spartiati e 5000 Perieci e dal 371 l'esercito fu di 12 lochoi di Spartiati e Perieci. Già nel 418 Tucidide (parlando quasi certamente dei soli Spartiati dell'esercito) ci dà 6 lochoi di 3072 (512 ogni lochos inteso qui, secondo molti interpreti, come mora o metà mora: cioè ogni lochos= 4 pentekostyes di 128 ognuna, a loro volta in 4 enomotiai di 32 uomini ognuna). Altre interpretazioni di questo passo di Tucidide V, 66 e 68, danno per l'esercito spartano 6 reggimenti comandati ognuno da un polemarca; un reggimento equivaleva a 2 battaglioni, agli ordini di un locago; un battaglione equivaleva a 4 compagnie di 160 uomini ognuna, con un pentecontere; una compagnia erano 4 drappelli di 40 uomini ognuno (enomotìe con enomotarchi). In tutto dunque 7680 opliti. Ogni oplita aveva con sè un ilota, suo soldato d'ordinanza, che gli portava lo scudo.

Senofonte nel 403 nomina per la prima volta la mora di 600 uomini (900 in seguito per Polibio); ogni mora era formata da 4 lochoi, e se dal tempo di Licurgo la "oba" di cittadini, che forniva l'equivalente della mora, dava 640 soldati contro i 320 del lochos, in seguito i lochoi di 240 daranno morai di 720 soldati e ancora in seguito di circa 1000. La media di 6 morai dell'esercito spartano in Tucidide e in Senofonte, le 6 nel 394 a.C. a Nemea e le 4 su 6 impiegate a Leuttra corrispondono ai 6000 soldati dell'esercito e a 32 enomotiai (le 16 enomotiai di cui parla Senofonte in Lakedaimonion Politeia erano i soli Spartiati): vale a dire sempre Spartiati e Perieci, anche se all'inizio quasi solo Spartiati, poi fino al 50% ciascuno e in seguito con continua diminuzione di Spartiati e aumento dei Perieci schierati.

Se quindi, fino al 479 (o 465) a. C., gli Spartiati erano schierati a parte, davanti, e i Perieci separatamente, poi essi si unirono nelle morai e in seguito, con meno Spartiati e più Perieci (ma entrambi compresi nel termine "esercito lacedemone"), si arrivò ai casi limite delle rivoluzioni democratiche di Agide, Cleomene e Nabide al tempo delle guerre puniche per dare terre, cittadinanza e arruolamento ai Perieci e affrancamento agli Iloti e disporre così ancora di forze armate di cittadini spartani, a parte i prevalenti mercenari. Allo scopo di risolvere il problema della propria povertà, gli Spartani di tanto in tanto si offrivano essi stessi come mercenari. Molti re spartani, addirittura, si posero personalmente al servizio mercenario di stranieri in Egitto (Agesilao), Siria (Leonida II), Italia (Archidamo) e in molte altre occasioni. Ciò avveniva quindi a tutti i livelli sociali, e ancor più a quelli più bassi. "Il capo Tenaro (le cui rocce completamente grige non potrebbero servire a nulla di meglio) divenne il centro internazionale del mercato dei mercenari, fra le altre cose, perchè c'era a portata di mano una buona fonte di reclutamento" (Forrest, cit., p.205). Tale attività non fu di grande aiuto economico a Sparta, ma più che altro una via d'uscita per gli Spartani indigenti.

Il calo sociale, politico ed economico (nonchè demografico) degli Spartiati li ridusse, secondo alcuni calcoli, dai 5000 del 479 ai 2500 del 418, ai 1050 del 371 fino ai 700 che, secondo Plutarco, costituivano gli Spartiati nel 250 a.C., cioè durante le guerre puniche e poco prima di Agide, Cleomene e Nabide, che non portarono a termine in tempo le loro rivoluzioni sociali. In particolare, nel 206, morto Macanida (tutore del re Euripontide, minorenne) il nuovo capo di Sparta, Nabide, continuando la rivoluzione democratica di Agide e di Cleomene III (morti nel fallimento delle loro riforme) e vendendo tra l'altro la libertà a molti Iloti, assoldò numerosi mercenari (e Polibio lo accusa di popolare Sparta di mercenari). W. G. Forrest, cit., pp. 215- 216, ricorda come già nel 222, prima di essere sconfitto a Sellasia, Cleomene vendette la libertà di 6000 Iloti per assoldare altri mercenari e mettere in campo 10000 soldati (secondo Plutarco nella sconfitta solo 200 Spartiati si salvarono). Confiscò anche beni dei ricchi per pagare i suoi mercenari (Ibidem, p. 217) e liberò molti schiavi (Iloti). Con questi 10000 soldati si alleò alle altre città- stato greche contro la Macedonia e la Lega Achea, quando Roma era impegnata sia contro Annibale che contro Filippo V di Macedonia.

Ricapitolando dunque alcune cifre della falange spartana nei periodi storici più significativi, osserviamo come all'epoca di Licurgo si avevano enomotìe di 25 Spartiati (sopravviveva la rigida divisione degli "eguali" dalle altre unità militari) col massimo addestramento militare dai 6 ai 30 anni. Gli Spartani si vantavano di essere gli unici soldati greci capaci di ricostruire le proprie linee infrante combattendo anche a fianco di un estraneo [13].

Anche la vita comunitaria militare abituava ad essere individui annullati nel piccolo mondo del sissizio, e il sissizio subiva la stessa sorte insieme a tutti gli altri sissizi (da cui i lochos), "elementi intercambiabili di un rigido meccanismo militare" (Forrest, cit., p.75). "Dovevano imparare la musica e la danza perchè avevano implicazioni militari", dice Plutarco. Aristotele è ancora più severo: "Coloro che, al pari degli spartani, nell'educarsi non curano che un aspetto della vita civile, trascurando tutti gli altri, trasformano gli uomini in macchine a causa della loro incompletezza...".

Abbiamo in seguito enomotìe di 40 uomini, ogni 2 di esse formavano la triacade (in seguito pentecostia) di 80, 4 delle quali erano un lochos di 240 e due lochoi una oba (poi mora) di 720. L'esercito (stratos) era di 6.500 uomini. Secondo Aristotele (nella sua Costituzione) dapprima l'esercito combatteva in 5 lochoi: ma erano allora ancora quasi tutti Spartiati. In seguito (frammischiando Perieci che prima combattevano in schiere separate) abbiamo eserciti di 6 morai così ripartite, per i soli Spartiati: enomotia= 40; lochos= 320; mora= 640 soldati. Tale schieramento era affiancato da Perieci in numero sempre crescente. A Leuttra abbiamo: enomotia di 36 uomini; pentecostia di 72; lochos di 144; mora di 576. Ma quest'ultima cifra, differente dai 900 della mora di Polibio e dai 1000 circa della mora tradizionale, va intesa come Spartiati e Perieci insieme aumentati poi fino a più di 1000 con neodamodeis (ex Iloti) per le altre 4 morai da aggiungere alle 4 di Spartiati e Perieci. 2 morai di Spartiati e Perieci e 2 di non Spartiati non seguivano l'esercito in campagna di guerra, rimanendo a Sparta. Per la battaglia di Leuttra tornerebbe così la cifra di 1050 opliti della forza complessiva di Spartiati a Sparta (350 soldati) e a Leuttra (700 soldati), attestata in Senofonte e proposta dal Forrest. Del quale ultimo accettiamo le osservazioni alle cifre di Tucidide e Senofonte. Un lochos di Spartiati per ogni mora a Leuttra concorda inoltre con le sue ipotesi numeriche e con le fonti (Ibidem, pp. 189- 200 e 227- 229, con bibliografia).

 

 

FIG. FALANGE GRECA

 



[1] Cit. nella bibliografia finale.

[2] Qualche sintesi ora anche in Giovanni Brizzi, in "A", n. 88, giugno 1992, Dossier "Le grandi battaglie nell'antichità".

[3] Lo strano tipo della più antica corazza micenea di Dendra anche per la sua pesantezza sembra escludere ogni preoccupazione di mobilità (Courbin, tav. 7, 1).

[4] Lo stupore dello Hanson, cit., per tale peso non tiene conto che anche un eroe del poema sumerico "Gilgamesh, Enkidu e il mondo sotterraneo", quindi almeno un millennio prima della falange greca da lui analizzata, indossa una armatura il cui peso equivarrebbe a circa 25 chili (Kramer, "L'histoire commence à Sumer", p. 253 e n. 2). E questo indipendentemente dal metallo in uso, perchè dai secoli XII- XI in poi, con l'inizio dell'età del ferro, non si ebbe sostituzione globale del bronzo col ferro: durante quasi tutta l'età del ferro il bronzo rimase in voga per la fabbricazione delle armature.

[5] Lo scudo più piccolo di speciali psiliti addestrati alla formazione oplitica a falange si chiamava invece pelta, da cui appunto peltasta.

[6] "A differenza degli altri addestramenti militari, quello della falange... è metodico, razionale, progressivo... Non si può riuscire di colpo a maneggiare la lunga e pesante sàrissa di legno inflessibile o a lanciare il più lontano possibile il giavellotto (sigynnos). Mi richiamo qui all'esperienza di quanti abbiano partecipato a tenzoni con la lancia, abbiano studiato le giostre medievali e rinascimentali, o più semplicemente facciano parte di una squadra di tiro... In uno stadio ulteriore, e nei centri di raduno, le reclute fanno insieme manovra, o in formazione di marcia, o in formazione di combattimento. Il soldato... obbediva prontamente a ordini con la tromba...(Presentat'arm- ankharmon-, Serrate, Raddoppiate, ecc.), dal momento che l'irresistibile falange era una macchina di precisione, che ora attaccava e puntava un terzo o metà delle lance, ora si dispiegava per comporre figure rigorosamente geometriche... Bisognava sincronizzare le velocità con cui ci si schierava o si ripiegava. E quante ripetizioni, in generale o nei singoli dettagli, implica tutto questo! E tutti i giorni!" (Faure, cit., pp. 88- 89).

[7] "Le liste pubbliche delle vittime generalmente registravano i morti sulla base dell'appartenenza a determinati gruppi o clan, e ciò potrebbe indicare che i membri della falange non erano un gruppo qualunque di cittadini ma venivano invece allineati e organizzati sulla base dei rapporti familiari e parentali, affinchè tali legami più forti si estendessero al combattimento a ranghi serrati sul campo di battaglia" (Hanson, cit., p.62).

[8] La migliore armatura del capo dell'Antichità, insieme all'elmo di Weisenau, creato da Cesare per i suoi legionari su un modello celtico- germanico.

[9] Ma già si aumentavano proprio le capacità tattiche della cavalleria congiunta alla falange.

[10] Obietta a questo, per il periodo arcaico, lo Hanson (cit., p. 42); cita però contemporaneamente i passi delle fonti relativi a questo assiduo, esagerato allenamento degli Spartani.

[11] Riferimenti precisi dei curatori in NEPOTE, Opere, ed. UTET, p. 226 nota 4.

[12] Rivedere il dato generale del paragr. A nota 8, anche se riferito ad Atene.

[13] Lo Hanson sottolinea l'aspetto dei legami di parentela tra i falangiti nei singoli nuclei dello schieramento, con importantissime implicazioni sociali e di coesione in battaglia.