CAPITOLO III – L’ESERCITO DEI GRECI

 

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Le unità militari delle città- stato e dei popoli greci ed ellenistici coinvolti nella Seconda Guerra Punica corrispondono al tipo e al numero di soldati delle formazioni della FALANGE GRECA (poi MACEDONE ed ELLENISTICA). Cercheremo di spiegare ed esemplificare in modo schematico ma esauriente [1].

1- LA FANTERIA GRECA.

Con Alessandro Magno e con l'esercito macedone si svilupparono e perfezionarono le migliori capacità belliche e organizzative del precedente esercito greco oplitico spartano e tebano.

Gli opliti (fanti armati pesantemente) erano l'arma decisiva e al tempo stesso l'estrinsecazione militare della qualità di polita ("polis di opliti") [2]. La fanteria leggera si arruolava negli strati più umili, che a volte non possedevano il pieno diritto di cittadinanza.

I cittadini delle città- stato greche arruolavano tradizionalmente i cittadini come opliti della falange ogni primavera, dai 18 ai 60 anni di età circa [3], dividendoli e organizzandoli più per affinità e parentele che non per età [4], come avveniva invece nel sistema manipolare romano; sebbene già tradizionalmente le prime 5, 10 o 15 classi di età delle 42 obbligate al servizio militare (e di cui 30 con più di trent'anni), e cioè i giovani tra i 18/22, 23/27 e 28/32 anni fossero principalmente impiegati in formazioni esterne alla falange per scaramucce a azioni di fanteria leggera. Anche Sparta arruolava i soldati dai 20 ai 60 anni, forniti da 6 tribù cittadine, ma in genere combattevano quelli occorrenti al momento (quelli dai 20 ai 35 anni, oppure anche quelli dai 35 ai 40, e così via fino all'utilizzazione estrema degli Iloti). In genere vi erano katàlogos di cittadini- opliti tra i 20 (o 18) e 60 anni, cioè per 40 anni [5]. E proprio per l'importanza dell'armamento pesante (oplitico) solo i cittadini che potevano procurarsi un'armatura pesante erano registrati, ad esempio ad Atene, nel katàlogos [6], e ne erano esclusi i Teti [7]. Ricordiamo che nell'età ellenistica e delle guerre puniche, nonostante il grande decadimento  militare che proprio città stato come Atene ebbero in quel periodo, gli opliti cittadini restarono importantissimi [8] a fianco al sempre più importante arruolamento mercenario. Al tempo di Aristotele i reclutabili ad Atene erano divisi in 42 classi di età, in servizio dai 19 ai 59 anni (Arist., Cost. Aten. 53, 4 e 7; P.G.G., cit., p. 162). Vi erano 10 corpi di opliti di 1300 uomini ognuno, cioè 10 taxeis divise in lochoi (o trittie) [9]. Anche ad Atene i Teti erano esclusi da cavalleria e fanteria oplitica (Ibidem, p. 165).

Universale e perfezionato in Grecia divenne lo schieramento di tre tipi di fanti organizzati nella FALANGE:

OPLITI armati pesantemente (per i Macedoni, da Filippo II e Alessandro Magno in poi, come vedremo, saranno i PEZETERI [10], falangiti e cioè sarissofori [11], letteralmente "compagni a piedi" del re [12], con lancia- sàrissa più lunga di quella tradizionale [13] e da tenere con due mani e con scudo a tracolla più piccolo- solo 60 cm.- e leggero di quello tradizionale oplitico); PSILITI o fanti leggeri con arco e dardi; PELTASTI (alla latina, CAETRATI), fanteria media fra le due precedenti, armati come gli opliti meno la corazza e con lancia (picca macedone o sàrissa)[14] più corta; il loro scudo era il "pelta", più leggero e a forma di mezzaluna, introdotto da Ificrate. In precedenza avevano in uso prima lo scudo argivo (hoplon [15]) degli opliti tradizionali e poi il sempre rotondo "parma".  La falange oplitica, nel suo insieme, avanzava sempre un po' sbilanciata verso destra (avanzava cioè obliquamente verso destra) perché il soldato che alla sua sinistra aveva lo scudo che lo proteggeva dalla spalla, sulla destra cercava di accrescere la copertura fornitagli dal compagno di avanzata. Ma non è esatto (come sostenuto ad esempio dal Garlan, Falange..., cit.) che lo sfondamento in battaglia era perciò cercato, essenzialmente, sulle ali e ancor più verso l'ala destra; il vero sfondamento oplitico fu al centro finché le sapienti tattiche di Epaminonda, di Alessandro Magno, di Annibale e infine di Scipione non favorirono lo sfondamento oplitico ai fianchi, come verrà altrove spiegato.

 

FIG.- Falange macedone ed ellenistica su 16 file. E' l'immagine più diffusa, ma davvero erroneo l'utilizzo di un'unica mano, anzichè le due indispensabili, per la sàrissa.

Gli HYPASPISTI ("portatori di scudo") furono la fanteria pesante- media presso i Macedoni, una fanteria di PELTASTI oplitici (cioè di fanteria pesante) che combatteva come se fosse leggera e che, schierata tra pezeteri e cavalleria delle ali, proteggeva con maggiore mobilità i fianchi della falange (avevano quindi ancora scudo tradizionale argivo più largo di quello dei falangiti, e lancia tradizionale oplitica)[16]. I battaglioni di hypaspistai si esercitavano assiduamente, con precisione di manovre [17], a raddoppiare i battaglioni dei falangiti, o sul dietro, o lateralmente, a gradini o a scacchiera.

Questi tre tipi diversi di soldati (a parte la cavalleria, importantissima dai Tebani e da Alessandro in poi, e di cui parleremo oltre) formavano la falange nei suoi raggruppamenti dal più piccolo al più grande, così molto brevemente riassumibili:

1) PICCOLA FALANGE

2) FALANGE SEMPLICE

3) FALANGE ELEMENTARE

4) TETRAFALANGARCHIA, o FALANGE COMPLETA.

La falange di opliti era tradizionalmente divisa in unità autonome (filai), che vedremo più avanti nella loro composizione.

Anche con la importante riforma macedone della falange il centro dell'ordine di battaglia è tenuto dalla fanteria oplitica [18], che rinforza e rende ancor più compatta l'organizzazione della falange a sarisse, "ma questo centro si inserisce in un inquadramento di personale appiedato dalle funzioni varie. L'ossatura degli eserciti ellenistici sarà questa stessa falange, che via via guadagnerà in capacità offensiva a detrimento della mobilità, sino alle 16.384 unità [19]". Con questa sintesi dell'Harmand (cit., p. 93) si evidenzia, proprio per la falange ellenistica dell'età delle guerre puniche, l'armonia tra il carattere complesso e vario dello schieramento e la sua manovra purtuttavia compatta, sofisticata e omogenea; con il sacrificio massiccio di ogni elemento dello schieramento rispetto al tutto e l'esatta disposizione di ogni singolo soldato [20] per l'azione coordinata di fanteria pesante, di formazioni leggere a piedi e di cavalleria, con complesse evoluzioni. Questa azione coordinata è stata così riassunta di recente dallo Zotti (cit.): "La scuola militare ellenistica nasce con la profonda opera riformatrice di Filippo di Macedonia e con le grandi imprese militari di suo figlio Alessandro. Ad essa si deve la prima applicazione in grande scala del concetto di "armi combinate": i successi delle armate macedoni sono dovuti allo stretto nesso di collaborazione che si era costituito tra le fanterie- che si distinguono tra pesanti (o oplitiche) e leggere- e le cavallerie- anch'esse pesanti (o catafratte) e leggere [21]". Ma queste innovazioni macedoni potenziarono comunque soprattutto il nerbo centrale dello schieramento: la falange greca e tebana in particolare, che diventò macedone proprio potenziando organici (densità e profondità- quest'ultima da 8 a 16 file) e armamento (lunghezza della sàrissa): affidando cioè allo spirito di corpo, al coordinamento di manovra dell'insieme e alla compattezza ciò che nella Grecia arcaica (con la "lyssa", o furia guerresca), nell'Occidente mediterraneo e ancora nella Roma repubblicana restò caratterizzato dal "furor" individuale (fosse esso libico, italico, romano o ispanico) e dal duello oplitico con la spada.

Tradizionalmente 6 o 7 erano i battaglioni della falange oplitica greca (TAXEIS, di 1500 uomini [22]), senza alcuna importanza data alla cavalleria fino a Filippo ed Alessandro Magno. 7 furono gli squadroni (ognuno di 256 cavalieri, formati da ILE, ognuno di 64 cavalieri) di cavalleria pesante macedone, oltre a una ile regia. La cavalleria pesante macedone nel suo insieme fu di 2000 giovani nobili proprietari terrieri più altri 6.000 cavalieri e 25.000 fanti per i tre corpi della falange (falangiti, peltasti- ipaspisti, psiliti).

Uno storico militare più tardo (ARRIANO, Tactica) ci ha fornito tutte le informazioni relative alla formazione e allo schieramento della falange ellenistica al momento della massima evoluzione (cioè quella dell'età delle guerre puniche), dalle unità più piccole alle più grandi. Ci pare però strano che Leveque (in P.G.G., cit., pp. 266- 267), ricostruendo le stesse cifre che noi riportiamo, arrivato alle formazioni maggiori (difalangarchia e tetrafalangarchia) attribuisca le cifre di 8.192 e 16.384 rispettivamente e non gli effettivi 16.384 e 32.768. Vale qui la stessa osservazione che abbiamo fatto in nota precedente ad Harmand: entrambi si riferiscono ai falangiti- opliti veri e propri della falange e non ai vari schieramenti (fanti leggeri e cavalleria) che rientravano anch'essi nella numerazione specifica dello schieramento. Noi reputiamo troppo importante, nella tattica della falange soprattutto tarda, proprio l'azione svolta dai reparti che affiancavano la falange, e consideriamo molto i non- opliti.

La formazione a falange fu il massimo e perfezionato sistema di battaglia del mondo antico (che valse quindi anche per i grandi "riformatori" Annibale e Scipione), secondo regole di sviluppo valse per millenni e che il massimo specialista tedesco di arte della guerra, Karl von Clausewitz, ha così sintetizzato nel XIX secolo: "Nei tempi antichi, tutte le disposizioni miravano ad un combattimento in rasa campagna, nel quale i due eserciti potevano misurarsi senza essere intralciati da alcun ostacolo; in pari tempo, tutta l'arte della guerra consisteva nell'ordinamento e nella composizione degli eserciti, e quindi nell'ordine di battaglia" (Vol. I, lib. IV, cap. VIII, p. 278). Pur sottendendo qui il massimo livello di evoluzione ma anche i massimi difetti della falange ellenistica, il Clausewitz non ha però approfondito nella sua opera (troppo preso dallo studio delle guerre moderne e napoleoniche a lui contemporanee) la strategia antica più complessa, la quale proprio con Annibale e con Scipione vide ulteriori, grandi rivoluzionamenti rispetto alle tattiche lineari della "rasa campagna". Harmand (cit., p. 123) ha ragione comunque dicendo che "in materia di tattica e strategia (del mondo antico) sarà spesso utile rifarsi, criticamente se occorre, ai due specialisti in materia, lo stesso Clausewitz e Ardant du Picq; con Clausewitz la fondatezza di un tale procedimento, nello studio delle guerre antiche, è stata dimostrata da H. W. F. Saggs a proposito della ottava campagna di Sargon d'Assiria". Lo schieramento oplitico a falange, oltre ad altre motivazioni storiche, sociali e geografiche che favorirono "tecnologicamente" il più massiccio e completo degli armamenti [23] , si basa su una generica regola militare valida fino ad oggi, e tanto più nel mondo antico: nell'antichità, nel confronto bellico diretto, qualsiasi sfondamento al centro dello schieramento nemico significava automaticamente la sconfitta per l'esercito che non avesse retto all'urto oplitico nel centro.

Vedremo poi che solo una seconda regola tattica (anticipata dal tebano Epaminonda alla battaglia di Leuttra, vinta contro gli Spartani nel 371 a. C.) poteva sormontare la prima, come avvenne con la riforma falangitica di Filippo II e del figlio Alessandro Magno di Macedonia e poi nelle principali battaglie di Annibale e di Scipione nella II guerra punica: un complesso, tatticamente ben studiato sfondamento oplitico (cioè della fanteria pesante) ai lati facilitava lo sfaldamento centrale dello schieramento nemico.

Per la prima di queste due regole si può risalire ad epoche davvero molto antiche, poichè al 2500 a. C. circa risalgono i primi schieramenti oplitici sumerici.

 

(2450 a.C.) FALANGE SUMERA ?

Di estrema "modernità" rispetto a successivi elmi oplitici è un elmo sumerico del 2500 a.C. ritrovato a Ur. Non è errato vedere con Harmand, cit., p. 93, una prosecuzione diretta dalla struttura militare oplitica delle città- stato sumeriche a quella delle città- stato greche. Interessantissimo, anche se non rimarca abbastanza questo aspetto, l'articolo di Giovanni d'Erme, docente all'Istituto Universitario Orientale di Napoli, sulla rivista trimestrale di polemologia e giochi operativi <<Panoplia>>, n. 0, 1989, pp. 3-7, "Orgoglio e pregiudizio: il caso dell'esercito achemenide". Criticando le varie Army List (soprattutto la più diffusa a livello internazionale, la WRG) a proposito dell'addestramento e del morale attribuito ai vari corpi militari dell'esercito persiano dal 550 al 465 a. C. (Medi, Persiani, Assiri, Saci, Ircani, Lidi, Ioni, Arabi, Caspi, Paricani, Indiani, Etiopi orientali, ecc.). d'Erme difende i livelli di addestramento, spesso poliennale (Ibidem, p. 4; e con tradizione assira nei vari corpi di arcieri, lancieri e cavalieri), e di armamento pesante non solo degli Immortali e dei Medi etnici. L'ottima qualità delle loro corazze viene sì subordinata al più "regolare" armamento oplitico delle truppe greche, sicchè gran parte dell'esercito persiano è non corazzato (MI nel gergo dei giochi di guerra); ma la qualità delle truppe persiane sia "regolari" che "irregolari" viene difesa anche per la maggiore agilità e duttilità di armamento. Considerare inoltre tutta la cavalleria etnicamente persiana, meda e sacia come "regolare" e con classe morale molto elevata rende giustizia degli antichi, tradizionali livelli di addestramento di questi corpi militari, già spesso catafratti [24].

Risalendo comunque a un'epoca relativamente meno antica osserviamo che a Canne e a Zama la somma abilità di Annibale (fortunata nel 1° caso, sfortunata nel 2°) fu impedire fino all'ultimo momento (cioè fino a che le cavallerie decidessero le battaglie) che il tremendo urto dei manipoli romani sfondasse del tutto il centro e i lati del suo schieramento; sebbene egli avesse, intenzionalmente, favorito in parte tale sfondamento al centro.

 

FIG. - LA BATTAGLIA DEL TRASIMENO nelle ricostruzioni tradizionali.

Se la massima disgrazia che potesse verificarsi per una falange dell'età ellenistica era quella di essere presa alle spalle, ciò successe per i Romani a Canne e per Annibale a Zama: nonostante che entrambi questi schieramenti fossero più duttili e mobili della tradizionale falange macedone. Al Trasimeno lo sfondamento centrale da parte di 10.000 [25] legionari romani non poteva determinare alcuna vittoria trattandosi di una imboscata; oltretutto su terreno scelto appositamente da Annibale per far prevalere le fanterie più leggere e con l'inseguimento persino sull'acqua da parte della cavalleria nei confronti dei Romani fuggiaschi [26].

 

FIG. - LA BATTAGLIA DEL TRASIMENO nella ricostruzione più attendibile (G. Brizzi, "A", n. 88, cit., 1992).

1. LA PICCOLA FALANGE.

Equivaleva a 4096 OPLITI in 16 file di profondità. Da una grandezza media di 256 OPLITI in un quadrato di 16 per lato (SINTAGMA di 256 OPLITI) si passava poi a:

2 SINTAGMI (512 OPLITI), cioé PENTACOSIARCHIA in 32 file (oggi diremmo colonne); 4 SINTAGMI (1024 OPLITI), cioé CHILIARCHIA in 64 file; 6 SINTAGMI (TAXIS di 1536 OPLITI) in 96 file; 2 CHILIARCHIE (2048 OPLITI), cioé MERARCHIA in 128 file; 2 MERARCHIE (4096 OPLITI), ovvero la PICCOLA FALANGE di cui si parla.

Ma la formazione era ulteriormente divisa, sotto il SINTAGMA, in TAXIARCHIA (128 OPLITI) in otto file; TETRARCHIA (64 OPLITI) in 4 file; DILOCHIA (32 OPLITI) in due file; LOCHOS (16 OPLITI), una fila; DIMERIE (8 OPLITI), 1/2 fila; 2 EMOTIE (4 OPLITI), 1/4 di fila, per cui ogni soldato portava un nome composto, che gli indicava il suo posto e le sue funzioni.

Le 16 file di larghezza e le 16 di profondità del SINTAGMA come unità di base della falange macedone [27] vedevano solo nelle prime cinque file l'abbassarsi della lunga lancia (sarissa) macedone di 5 metri (come testimonia Teofrasto, e non di più o meno come vedremo per le innovazioni di Ificrate o di Filopemene), mentre la selva di sarisse ancora sollevate delle retrostanti file oltre a scudi sulla spalla, elmi con creste e schinieri servivano ottimamente a riparare teste, corpi e gambe da frecce, giavellotti e proiettili nemici.

La PICCOLA FALANGE, di 4096 OPLITI, può anche essere descritta come 16 SINTAGMI di 256 OPLITI ognuno.

12 SINTAGMI è il punto medio di partenza scelto da John D. Kuhns, William H. Alpert e Mark Saha del "Lake Geneva Tactical Gamers Association" per la ricostruzione delle unità di falange per la Avalon Hill Game Company di Baltimora, USA, nel 1974, e che coincide, come DF- fattore di difesa da tergo (REAR DEFENSE FACTOR), con il rapporto privilegiato per una ricostruzione simulata delle varie unità di fanteria della falange.

Possiamo a questo punto anche citare da questi autori: "Come pietra di paragone si è presa l'unità falange formata da due TAXEIS ognuna di 1.500 uomini. Il falangita macedone era protetto da scudo, elmetto, corsetto e gambali; la lancia agli inizi era probabilmente più corta di quella di 18 piedi (5,50 mt.), comune in secoli successivi ad Alessandro Magno, così che l'armamento non era eccessivamente ingombrante. La falange era addestratissima, così che poteva muovere sia in ordine aperto che chiuso, obliquamente o anche indietro passo per passo in una lenta ritirata. Era dunque una forza d'urto anche assai flessibile. Che cosa poteva resistere di fronte ad essa? Nulla tranne una falange simile se si considerano le truppe di quel tempo. Il suo armamento la proteggeva dall'assalto frontale di qualsiasi altro tipo di truppe (e dagli elefanti e dalle cavallerie catafratte) e la sua armatura dava una buona sicurezza contro attacchi di arcieri e giavellottisti" (da qui, nelle simulazioni, l'immunità della falange anche verso il lancio iniziale di pila della legione romana e dei vèliti). "Gli uomini dalla 5° fila in giù ponevano i propri scudi sulle spalle di quelli delle file precedenti creando una buona protezione dalle frecce. Una volta fissato il valore basico di un battaglione della falange [28], fu facile usarlo per ricavare quello dei restanti contingenti Macedoni, inclusa la cavalleria pesante, i "Compagni" e le forze alleate Greche e Balcaniche. Fu più difficile valutare le unità 'lanciatrici' (associabili tutte negli PSILITI, NdR). Adcock, in "L'arte della guerra Greca e Macedone", ci dice che il giavellotto aveva una portata di circa 18 metri e la sua potenza di penetrazione non era grande. Ciò però non considera la mancanza di protezione di truppe "barbare", moltissime senza armatura. In realtà già Alessandro Magno ebbe sempre cura di disporre i suoi lanciatori di giavellotto nella prima linea di1 ogni battaglia perchè servivano bene (noi vedremo che i Romani con i pila e i vèlites e Annibale con la fanteria leggera nùmidica, balearica e cretese utilizzano al massimo queste tecniche, Ndr). Per questa ragione i lanciatori Agraniani e Balcanici sono valutati quanto gli arcieri. Oltre a ciò, le Unità di lanciatori di circa 1.000 uomini, erano spesso divise in due metà così che è stato necessario tenerne conto...". Queste osservazioni, valide per le falangi di Alessandro Magno, non lo sono di meno per tutte le successive falangi macedoni fino a Filippo V. Ma siamo già qui nel campo della valutazione e ricostruzione quantitativo- qualitative in rapporto all'uso della falange e dell'esercito greco-macedone nella simulazione, e si rimanda per questo alla ricostruzione dettagliata della guerra.

L'armamento più leggero dei Peltasti ("corazze di lino e non di ferro", C. Nepote, Excerpta Patavina, IX, UTET- Torino 1977, p. 418) non differisce eccessivamente da quello pesante oplitico. Nepote, parlando di grandi condottieri ateniesi teorici anche dell'arte militare (quali Ificrate, Cabria e Timoteo) (Timotheus, XIII, 4, 4), ricorda che Ificrate (Ificrate, XI, 1, 4) inventò i peltasti, facendo adottare il pelta di origine trace come scudo al posto del parma, e tessuto di lino a più strati (indurito in un bagno di aceto e sale) come corazza al posto di intreccio di lamine e bronzo, alleggerendo così la fanteria. Si ricorda infatti (Ibidem, 2, 3) l'episodio in cui la mora della falange degli Spartani (un corpo scelto di opliti- fanteria pesante- di 5.700 uomini) fu battuta dai più agili peltasti (armati più alla leggera) di Ificrate. E (Ibidem, 2, 4) Ificratesi divenne sinonimo di espertissimi soldati greci, così come Fabiani (da Quinto Fabio Massimo, temporeggiatore contro Annibale) [29] fu sinonimo di ottimi soldati romani. Sempre per la "graduatoria" in Nepote dei grandi condottieri e teorici militari dell'antichità (graduatoria che sembrerebbe sterile anche in Basil Liddell Hart, Scipione l'Africano, ed it. Torino 1987, pp. 217- 243, se non fosse per una validissima difesa di Scipione), in Timotheus, XIII, 4, 5, lo storico romano afferma che Datame cappadoce fu il più valente condottiero non greco nè romano dell'antichità dopo Amilcare e Annibale, con vittorie militari ottenute grazie a capacità tattiche e strategiche e non per superiorità di forze. Testimonianza che rimanda all'"apice" strategico militare di Scipione- Annibale, per il quale concordiamo con il Liddell Hart appena citato, soprattutto per la battaglia di Zama [30].

2. LA FALANGE SEMPLICE.

La FALANGE SEMPLICE, per un totale di 8192 soldati, vedeva oltre alla PICCOLA FALANGE di OPLITI anche i PELTASTI, i PSILITI e la cavalleria così ripartiti:

4096 OPLITI        = PICCOLA FALANGE
2048 PELTASTI      = EPIXENAGIA
1024 PSILITI       = PSILITI
1024 EFIPPARCHIA   = EFIPPARCHIA DI CAVALIERI

I PELTASTI avevano come unità media della loro formazione l'HECATONTARCHIA di 128 uomini (la metà del SINTAGMA oplitico e posto dietro questo a distanza, con uguale fronte e metà file di profondità); poi, con nomi uguali ai raggruppamenti oplitici, si arrivava alla EPIXENAGIA di 2048 PELTASTI  (definiti quindi in modo diverso dalla MERARCHIA OPLITICA), che vediamo comparire (come seconda fila dietro gli OPLITI e come terza fila di combattimento perchè innanzi a tutti, in ordine sparso, sono i PSILITI armati alla leggera e lanciatori) nella FALANGE SEMPLICE (che, come vedremo, è 1/4 della FALANGE COMPLETA di 32.768 soldati).

Lo schieramento più utilizzato in battaglia furono 2 FALANGI SEMPLICI unite, cioè la DIFALANGARCHIA di 16.384 soldati, cioè la metà della FALANGE COMPLETA di 32.768.

3. LA FALANGE ELEMENTARE.

La FALANGE ELEMENTARE era formata solo da tutti gli OPLITI della FALANGE COMPLETA, e cioè 16.384 OPLITI delle 4 PICCOLE FALANGI affiancate.

Essa può anche essere definita propriamente  FALANGE OPLITICA, a ranghi serrati e senza altri ordini di fanti o cavalieri; aveva 256 file divise in 4 CHILIARCHIE di 64 file ciascuna, cioè 2 MERARCHIE di 128 file ognuna. Era tipica di ogni popolo greco, e in particolare di ogni città- stato importante, in quanto la formazione superiore (falange completa o tetrafalangarchia) era possibile solo in lega tra vari Stati, come avvenne solo da Alessandro in poi.

La FALANGE ELEMENTARE SPARTANA aveva sullo scudo di ogni oplita (ovale e scantonato ai due fianchi) le lettere iniziali /\A (= LACEDEMONE, cioè Spartano). La comandava un POLEMARCA, scortato da 600 guardie a cavallo (SCIRITI). Questi Sciriti, cavalieri spartani, al tempo di Tucidide (V, 67-68) erano 600 fanti leggeri; erano comunque reclutati tra i Perieci della Sciritide (al confine della Laconia) e sempre schierati all'ala sinistra, da dove, in quanto avanguardia stabile dell'esercito, attaccavano battaglia. Nella battaglia di Mantinea del 418 a.C. il rischioso piano del re spartano Agide e il conseguente sbandamento iniziale degli Sciriti non impedì la vittoria spartana. Restarono sempre il settore più debole dell'esercito spartano, come si vide a Leuttra.


STRUMENTI MUSICALI E RITMI DI BATTAGLIA.

Ancora a proposito degli Spartani citiamo Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX: "...la città di Sparta, la più vicina per serietà a quella dei nostri avi;... Le truppe di quella nazione solevano prima di iniziare il combattimento essere infiammate dagli accenti del flauto e da canti su ritmi anapesti la cui cadenza energica e incalzante invitava all'assalto del nemico. Così pure, per nascondere e dissimulare le loro ferite, usavano in combattimento tuniche cartaginesi; non per timore che la vista del proprio sangue provocasse in loro terrore, ma perchè non facesse nascere qualche speranza nel nemico" (II, 6, 2).

Per spiegare queste parole dello storico latino (che subito dopo, II, 6, 3, parla di Atene: "Alle eccezionali virtù guerriere dei Lacedemoni fanno riscontro le istituzioni di pace degli assennatissimi Ateniesi...") diremo che anche Tucidide (V, 70) parlando della spedizione dei Lacedemoni contro Argo dice che questi, in battaglia, "avanzavano con lentezza al ritmo di numerosi suonatori di flauto, essendo regola che essi siano presenti fra i soldati non per ragioni religiose, ma perchè, marciando a tempo di musica, avanzavano tutti assieme senza rompere le schiere...".

La notizia è ripresa da Gellio (Noctes Atticae, I, 1), il quale riporta anche quanto dice Erodoto (I, 17) a proposito dell'invasione del territorio di Mileto da parte delle truppe della Libia: "marciavano al suono delle siringhe, delle arpe, dei flauti acuti e gravi". Tale usanza è rilevata anche da Plutarco (Lyc., 22): "era terribile vederli avanzare a passo cadenzato al suono dei flauti... tranquillamente e gioiosamente seguendo la musica" [31].

Gli antichi avevano molte varietà di flauti: fistula brevis era la zampogna, composta con parecchi pezzi di canna vuoti. Il doppio flauto era quello normalmente suonato dall' aulete nelle falangi oplitiche.

Questi strumenti musicali e la presenza dei flauti negli eserciti greci ed ellenistici sono importanti per il loro collegamento diretto con il mondo fenicio- punico. Presso i Greci il trieraùles era il flautista che sulle triremi (tiere), ma generalmente in tutte le navi da guerra, col suo suono regolava ritmicamente il battere dei remi; e così fu anche, come vedremo, nelle grandi flotte ellenistiche. Il frastuono di salpinx (tra il piffero e il flauto) di cui parla Eschilo alla battaglia di Salamina, denota sia la segnalazione e il ritmo dell'attacco che il ritmo di voga ai rematori. Il fatto che nella flotta cartaginese il flautista servisse a dare il ritmo di voga (al posto della piccola pertica tipicamente romana- portisculus in Ennio [32], pausarius in Seneca, celeusta come termine greco in seguito più diffuso tra i Romani- pertica più "osservata" che "udita" dai rematori, secondo il framm. di Ennio in precedenza citato) si ricollega all'uso dei flauti nell'esercito cartaginese.

Abbiamo detto che la piccola pertica del portisculus veniva osservata più che udita; tanto meno quindi era "provata fisicamente"- e come altrimenti, se i rematori erano dei liberi cittadini? Sia la piccola pertica che il flauto niente hanno a che vedere con la sferza, che non compare mai nelle navi da guerra a remi del mondo antico in generale e delle guerre puniche in particolare [33].

Il termine portisculus viene usato da Nonio Marcello, II, 637, col senso di "pertica" e in Silio, VI, 361, con pergula, per indicare la piccola pertica che serviva a dare il ritmo ai rematori: si ricordi il "portisculum" nella Asinaria di Plauto, atto III, scena IV, v. 15. Il Fabro (Fabrii, Thesaurus eruditionis, Lipsiae 1710, p. 1790) intende il termine innanzitutto come persona che dava il ritmo, con riferimento immediato al greco celeusès e al pausarius (Seneca, epist. 56), i quali però usavano essenzialmente la voce (cfr. anche Ovidio, Metam., III, v. 619, a proposito dell'"hortator animorum" con la voce, per dare requiem e modum ai rematori). Durante la seconda guerra punica i contemporanei Ennio e Plauto restano comunque la fonte d'informazione più affidabile [34].

Michele Straniero, in "I Fenici inventori", Torino 1988, p. 51, ricorda, oltre ai Kinnor (grandi arpe) dei Fenici e ai liuti che essi avevano in comune con la cultura e la musica egizia, anche i numerosissimi flauti ricurvi, "arrivati in Egitto con i commerci fenici", ritrovati nei tofet, tra i resti archeologici e "raffigurati nei dipinti egiziani a fianco ai due tipi tradizionali di flauto- a becco e traverso- e muniti di soli cinque fori: il che fa pensare a una scala a cinque o a sette toni, che gli Egizi (e i Fenici con loro) avrebbero posto a fondamento della loro pratica musicale" (Ibidem). Si potrebbe così "attribuire ai Fenici l'intera gamma degli Altaegyptischen Musikinstrumente descritti a suo tempo da Curt Sachs" (Ibidem).

 

FIG. Esempi di notazioni musicali greche dei sec. IV- III e II a.C.

Flaubert, nel suo "Salammbò" (cit., p. 56), crea un appropriato contrasto tra le bùccine dei mercenari di Cartagine ribelli e le "tube, cimbali, flauti d'osso d'asino e timballi" delle truppe cartaginesi di Annone e della Legione Sacra schierate contro i mercenari (Ibidem, p.101).

 

FIG. Organi idro- pneumatici da Cartagine (a, b), dalla Biblioteca Nazionale di Parigi (c) e dal British Museum (d). (B. FRAU)

I compositori Miklòs Ròzsa (Budapest 1910) e Alex North (Chester, Pennsylvania 1907) hanno utilizzato, per le colonne sonore di kolossal storici peraltro commerciali, ricostruzioni di strumenti antichi greci (gli stessi utilizzati, con nome diverso, a Roma e a Cartagine), privilegiando per le scene di battaglia trombe diritte corte (salpinx o tuba, in uso nella fanteria) o molto lunghe, a padiglione ricurvo (lithuus), che Etruschi e Romani utilizzavano per la cavalleria; oltre ai due principali Keras (cornu e bùccina), tipi diversi di corni militari.

 

FIG. LITUUS, BUCINA E CORNU

 Ma oltre ad aulos (tibia), syrinx (fistula), lyra o kitharis (testudo), kithara, psalterion, trigonon, magadis, barbiton, pectis e altri, questi musicisti hanno utilizzato soprattutto, dal punto di vista militare, percussioni, cioè tympanon (a corde percosse), tamburi, sistrum, krotalai, kymbalai, tamburi a legno percosso o di pelle sul tipo del tamburo basco (peraltro di origine orientale come i tabla e mridanga indiani e i zarb, tabla e darkouka arabi), strumenti cioè che, oltre alla comune origine mesopotamica e sumerica, si diffusero dal XV secolo a.C. in tutto il mondo antico mediterraneo.

La rivista di musica AMADEUS ha dedicato nel 1997 (marzo, n. 88) e nel 2005 (giugno, n. 187) due numeri agli strumenti a fiato e a corda nell’antica Roma, in riferimento a due pubblicazioni del progetto discografico del gruppo Synaulia di Walter Maioli, in collaborazione con il Museo della Civiltà Romana e in attesa, per ottobre 2005, del terzo volume. Per gli strumenti a corda si esaminano “lyra, cithara, sambuca, pandora e arpa angolare, diversamente combinati con la recitazione, il canto e il suono di altri strumenti a fiato e a percussione in modo da ottenere un ritratto a tutto tondo del loro avvicente e misterioso carattere sonoro”. Massimo Zegna ricorda a proposito che una forma di notazione scritta della musica nel mondo romano è attestata da Quintiliano e nella Quinta Bucolica di Virgilio, e che numerose fonti scritte, dipinti, mosaici, sculture e reperti di strumenti forniscono ampie informazioni sull’elaborato formulario di pratiche musicali che accompagnavano la vita degli antichi romani. La ricostruzione degli strumenti, un lavoro di ricerca sulle possibilità tecniche di ogni strumento e il confronto con una serie di modelli esecutivi archetipici ha permesso la scrittura di brani musicali seppure ipotetici e la realizzazione dei CD.

 

FIG.- Mosaico romano con orchestra di organo idro- pneumatico  e tromba (Treviri, Landesmuseum).

Per l'utilizzo (come strumenti musicali da battaglia da parte di eserciti orientali non propriamente ellenistici) non di flauti come presso i Greci e popoli grecizzati (anche secondo Plutarco, Vita di Nicia, 21, 1) nè di corni e di trombe come presso i Romani, bensì di particolari percussioni e tamburi, vedasi Plutarco, Vita di Crasso, 23, 9, quando riferisce di tale usanza dei Parti nella battaglia di Carre [35]. Anche riguardo a tali aspetti dell'uso militare, assimiliamo in tutto i Cartaginesi ai popoli militarmente ellenizzati, per i motivi spiegati più avanti nel capitolo IV e per il frequente inserimento di mercenari ellenici, di Magni Greci, Spartani e Macedoni negli schieramenti militari di Annibale sia in Italia che in Africa.

 

FIG.- Hydraulus (organum idraulicum) di Ctesibio di Alessandria (III sec. a.C.). (B. FRAU, citato)

Il modello di hydraulis (organo idraulico, invenzione di Ctesibio, greco di Alessandria del III sec. a. C., descritto da Erone di Alessandria e da Vitruvio) conservato al museo di Cartagine, si accomuna con gli aspetti solenni e rituali della Roma repubblicana e imperiale, che usava sistematicamente i più grandi di questi sorprendentemente moderni organi "in tutte le occasioni rituali" (de Candé, cit., vol. 1, p. 84). Ma a livello meno éclatant strumenti a fiato greco- ellenistici (flauti d'argento e di canna già di invenzione sumerica, liuto o pandora) erano strumenti militari prevalenti tra i Punici. Ci sembra che anche in questa meno radicata (o quanto meno poco pubblica) cultura del flauto dolce lidio presso i Romani e nella conseguente rudezza della loro musica militare risiedano le riserve che già Christian Friedrich Daniel Schubart aveva nel 1806 (Idee zu einer Ästhetik der Tonkunst, Leipzig 1977, p. 58) verso il preponderante "spirito guerriero romano" (p. 57) contrapposto alle considerazioni sulle varie qualità dei flauti greci lidii e del flauto dorico (il nostro oboe) che rilassano gli animi piuttosto che esaltarli (p. 57). Ma si trascura così l'elemento proprio ed essenzialmente militare di questo "rilassamento", come evidenzia C. Nepote, Vite, 1, 1 della Praefatio; esso è appropriato, secondo noi, all'avanzare composto e inesorabile della falange oplitica di contro al furor dell'assalto disciplinato, ma in definitiva individuale, del legionario manipolare [36]. Tra i popoli greci, comunque, solo la falange spartana si lanciava all'assalto in un assoluto, impressionante silenzio di voci tra il suono dei flauti, mentre gli altri Greci intonavano peana e inni di battaglia con grande frastuono durante l'assalto. La descrizione di Eschilo sull'assordare dei flauti duranta la celeberrima battaglia di Salamina tra Ateniesi e Persiani può riferirsi sia ai flauti della fanteria che a quelli, ben più importanti e decisivi, per il ritmo degli equipaggi di rematori durante gli speronamenti.

 

FIG.- Echeia (vasi di risonanza di bronzo) per l'acustica nei teatri antichi : loro collocazione.

LE TUNICHE CARTAGINESI

A proposito degli Spartani citiamo Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX: "...la città di Sparta, la più vicina per serietà a quella dei nostri avi;... Le truppe di quella nazione solevano prima di iniziare il combattimento essere infiammate dagli accenti del flauto e da canti su ritmi anapesti la cui cadenza energica e incalzante invitava all'assalto del nemico. Così pure, per nascondere e dissimulare le loro ferite, usavano in combattimento tuniche cartaginesi; non per timore che la vista del proprio sangue provocasse in loro terrore, ma perchè non facesse nascere qualche speranza nel nemico" (II, 6, 2).

Riguardo alla tunica di cui parla Valerio Massimo in questo passo (II, 6, 2), già citato a proposito dei ritmi di battaglia e dei flauti, tale tunica era sia una sottoveste, corrispondente alla nostra camicia, sulla quale si portava la toga, sia una giubba, che poteva essere portata senza indossare altra veste.

Poichè in Valerio Massimo si parla esplicitamente di "tuniche cartaginesi" per il combattimento, tuniche che sarebbero state più lunghe di quelle usate normalmente da Greci, Romani o altri popoli antichi, abbiamo trovato altri riferimenti a questo indumento nei periodi antichi più vicini alle guerre puniche.

Aulo Gellio (Noctes Atticae, I, 11) parla di questo problema delle tuniche anche nel Libro VI, 12, dicendo che "era considerato indecoroso a Roma e in tutto il Lazio l'indossare delle tuniche lunghe che coprivano tutto il braccio e la mano fino alle dita". Non si spiega se queste tuniche erano solo quelle cartaginesi (militari, ma provenienti da un uso senz'altro civile); si dice solo che "con un vocabolo di origine greca" venivano chiamate anche a Roma chiridotae. Si spiega poi che "nei tempi più antichi i Romani maschi erano vestiti di una semplice toga, senza tunica; poi ebbero tuniche strette e corte che finivano alle spalle, del tipo che i Greci chiamano exomides (letteralmente, che copre le spalle). Abituato a questo antico costume Publio Africano, figlio di Paolo, persona dotata di tutte le migliori capacità e di ogni virtù, fra le cose che rimproverara a Publio Sulpicio Gallo, oltre ad essere effemminato, comprese anche questa: che egli usava delle tuniche che arrivavano a coprire le mani". Si riporta poi testualmente il giudizio di Scipione [37]; infatti il motivo del passo di Gellio è la spiegazione della condanna di Scipione verso tali tuniche, considerate troppo femminee. Si riportano infine due versi di Virgilio (Eneide, IX, 616), che nella traduzione italiana suonano: "con le cotte a divisa e con le giubbe/ immanicate e coi fiocchetti in testa" e che sono anche essi una condanna del carattere femmineo di tali tuniche. E subito dopo Gellio conclude: "Quinto Ennio sembra dare un senso di disapprovazione quando parla della 'gioventù tunicata' dei Cartaginesi" [38].

Come si vede, possiamo addurre (nonostante le derisioni del carattere poco virile) il carattere non solo civile ma anche militare di queste tipiche tuniche cartaginesi. La gioventù atta alle armi a Cartagine e in Grecia certo le conosceva. Non escludono il loro uso anche in combattimento i riferimenti che abbiamo trovato nell'opera di Tito Maccio Plauto. Plauto visse tra il 254 circa e il 184 a. C., vale a dire proprio nel pieno della II guerra punica (anche se non vi partecipò direttamente come Quinto Ennio, nato a Rudiae e combattente in Sardegna fino al 204). Era dunque attivo e fedele testimone "linguistico" del periodo storico che qui ci interessa. Nella sua commedia "Poenulus" ("Il Cartaginese", letteralmente "Il giovane punico") troviamo infatti un riferimento, sicuramente allora attualissimo per il pubblico, già nel prologo: si tratta del conflitto "histricus" (istriano), cioè la guerra illirica del 221 a.C., alla vigilia della II guerra punica. Personaggi principali della commedia sono un ricco commerciante cartaginese (Annone) e un giovane cartaginese (Agoràstocle), che non sa di esserne il nipote e che viene alla fine felicemente ritrovato in Etolia. Nell'atto V, scena V, un altro personaggio, il greco Antamenide, militare vanaglorioso, irride al vecchio cartaginese- che non conosce- per l'effeminatezza della sua lunga tunica (ma usuale e normalissima, a Cartagine). Lo insulta in maniera comica ma non meno convinta, per quel suo abbigliamento (usa come offesa, tra l'altro, anche la parola manstruca, cioè una veste di pelle in uso tra i Sardi, i Siciliani e gli Africani)[39]. Sicuramente l'irrisione (o lo scandalizzarsi) delle fonti latine per queste tuniche cartaginesi va inserita in un più complesso contesto di provincialismo o di tradizionalismo, cioè di avversione alle novità (soprattutto greche) tipica del periodo storico delle guerre puniche. Ma niente ci distoglie da considerare quell'indumento come parte della divisa militare degli opliti punici (cartaginesi) e anche degli Africani (Libici e Nùmidi) dell'esercito di Annibale.

Per quel che riguarda la tipica comicità di rappresentazione non solo plautina sull'argomento dell'effeminatezza (e che il La Penna collega a una fantasia e scurrilità tipicamente campane su questi temi), vedasi appunto anche lo studio di Antonio La Penna, "Aspetti e momenti della cultura letteraria in Magna Grecia nell'età romana" (in "Fra teatro, poesia e politica romana", Torino 1979), in particolare nei riferimenti all'atellana, pp. 15- 20, e non solo con riguardo al fullo. Ciò è particolarmente interessante anche rispetto ai reciproci influssi romani, greci e campani proprio nel periodo tra la fine della prima e la fine della seconda guerra punica, non unicamente per le città più importanti quali Taranto, Crotone, Siracusa, Capua o Napoli. Il La Penna offre interessanti riferimenti anche bibliografici [40].


4. TETRAFALANGARCHIA O FALANGE COMPLETA.

La TETRAFALANGARCHIA si ottiene aggiungendo, alla FALANGE ELEMENTARE OPLITICA, gli altri due ordini di fanti (PELTASTI e PSILITI) e un ordine di CAVALLERIA (la quale ultima meglio sarà descritta nell'apposito paragrafo), per un totale di 32.768 soldati, così ripartiti:

16.384 OPLITI      +8.192 PELTASTI      +
 4.096 PSILITI     +4.096 EPITAGMA DI
                          CAVALIERI     =

FALANGE ELEMENTARE +4 EPIXENAGIE        +
PSILITI            +4 EFIPPARCHIE       =

1
/2 FALANGE        +1/4 DI FALANGE      +

1
/8 DI FALANGE     +1/8 DI FALANGE.

Essa era la somma di 4 FALANGI SEMPLICI, e fu usata per la prima volta nella sua interezza da Alessandro Magno in battaglia con l'aggiunta di PSILITI Cretesi (i migliori frombolieri e lanciatori del mondo greco), di veterani ARGIRASPIDI in una AGEMA di 2048 PELTASTI scelti e di cavalleria tessala [41] agile e veloce che affiancava quella pesante dei nobili di Macedonia.

Questo massimo livello raggiunto dall'esercito greco restò patrimonio in particolare dei Macedoni.

 

FIG.- GAUGAMELA (ARBELA): la disposizione della tetrafalangarchia di Alessandro Magno alla battaglia di Arbela contro i Persiani. ELENCO REPARTI-COMANDANTI: MACEDONI: 1 HETAIROI-PHILOTAS; 2 IPASPISTI-NICANORE; 3 PEZETERI,ASTHETAIROI-COENUS; 4 PERDICCA; 5 MELEAGRO; 6 POLIPERCONTE; 7 SIMMIA; 8 CRATERO; 9 CAV ALLEATA GRECA-ERIGIO; 10 CAV TESSALA-FILIPPO; 11 AGRIANI,ARCIERI, SARISSOFOROI-BALAKROS; 12 AGRIANI-ATTALO; 13 ARCIERI MAC-BRISONE; 14 FANT.MERC.GRECI-CLEANDRO; 15 PRODROMOI-ARETE; 16 CAV PEONIA-ARISTON; 17 CAV MERC-MERIDAS; 18 LANCIATORI GIAVELLOTTO TRACI-SITALCE; 19 ARCIERI CRETESI; 20 FANT MERC ACHEA; 21 CAV ALLEATA GRECA-CERANUS; 22 CAV ODRISIA-AGATONE; 23 CAV MERC-ANDROMACHUS; 24 FANT GRECA; 25 FANT TRACIA A GUARDIA ACCAMPAMENTO. PERSIANI: A ALA SINISTRA-BESSOS; 1 CAV BATTRIANA-BESSOS IN PERSONA; 2 CAV DAHAE; 3 CAV ARACHOSIA-BARSAENTES; 4 CAV E FANT PERSIANA; 5 CAV SUSIANA; 6 CAV CADUSIA; 7 CAV SCITA; 8 CAV BATTRIANA; 9 CARRI SCITI; B CENTRO-DARIO; 10 FANT MERC GRECA; 11 CAV KINSMENA; 12 MELOPHOROI?; 13 FANT MERC GRECA; 14 INDIANI; 15 COLONI CARII; 16 ARCIERI MARDIANI; 17 UXIANI; 18 BABILONESI; 19 UOMINI DEL MAR ROSSO; 20 SITACENI; 21 ELEFANTI SCITI; 22 CARRI SCITI; C ALA DESTRA-MAZAIOS; 23 SIRIACI E MESOPOTAMICI-MAZAIOS IN PERSONA; 24 MEDI; 25 ARCIERI A CAVALLO PARTI E SACI; 26 CAV TAPURIA E IRCANA; 27 ALBANI E SACESINIANI; 28 CAV ARMENA; 29 CAV CAPPADOCIA; 30 CARRI SCITI.

In precedenza la storia greca aveva mostrato per lo più falangi elementari (ad esempio le due di Milziade a Maratona) e al massimo difalangarchie come nelle guerre di Messenia e del Peloponneso. La DIFALANGARCHIA era, come già detto, la metà della falange completa, rispettando la metà di tutte le parti che compongono quest'ultima: corrisponde cioè a due falangi semplici. Quando Pirro portò in Italia la falange contro i Romani, le sue vittorie, dovute certo anche all'ausilio degli elefanti, derivarono dal nerbo del suo schieramento, cioè dai circa 16.000 falangiti greci che aveva con sè (Dionisio di Alicarnasso, Rom. Arch., XX, 1- 5).


LA FALANGE MACEDONE

Nell'esercito della Macedonia [42] al posto del termine PELTASTA compare per la fanteria medio- leggera della falange il termine HYPASPISTES (IPASPISTI). PSILITI rimangono gli arcieri e i lanciatori di  dardi e giavellotti, esterni alla formazione a falange. HYPASPISTES erano comunque una fanteria media, ricopiata per l'armamento dai PELTASTI di Ificrate ma con compiti ora di fanteria di linea con autonomia di manovra: era armata pesantemente quasi come gli opliti ma combatteva come la fanteria leggera, proteggendo in maniera quasi invulnerabile i fianchi della falange e la sua avanzata [43].

In Macedonia la falange di fanteria vedeva schierati tutti gli agricoltori liberi. Sfruttando la combattività di contadini e montanari, Filippo II aveva favorito e perfezionato questo schieramento, mentre la cavalleria pesante dei nobili hetairoi era stata fino ad allora l'arma- anzi la sola- veramente efficiente oltre alla cavalleria leggera dei Tessali. Rispetto a cavalleria e corpi scelti la massa incrollabile dei falangiti resta ancora relativamente secondaria in battaglia: essa è modellata su quella tebana di Epaminonda [44], ma è meno profonda, non per sfondare ma per impegnare il grosso della fanteria nemica mentre ipaspisti e cavalleria manovravano. Filippo II chiamò questa fanteria scelta (i falangiti) PEZETERI con nome onorifico, armandoli di sàrissa, una lancia (picca) di 4- 5 metri, più lunga di quella delle falangi greche tradizionali. La falange era poi divisa in CALCASPIDI e LEUCASPIDI, due reparti distinti nello schieramento anche se armati alla stessa foggia macedone e con pesante scudo di bronzo [45].

 

FIG. - Falangita macedone con sàrissa, la lunga picca di 5 metri (12 cubiti) secondo Teofrasto, e arrivata a 7 metri nel periodo ellenistico, in particolare negli anni della guerra di Annibale. Questa immagine del Brizzi va triplicata in larghezza per vedere l'effettiva sàrissa.

La cavalleria pesante viene quasi reinventata finalizzandone l'impiego esclusivamente all'urto risolutore: per questo motivo un corpo speciale (i sarissophoroi [46]) viene armato con una lancia lunga circa 4 metri, utile tanto contro la cavalleria quanto contro la fanteria. La cavalleria pesante si schiera alle ali- spesso in una sola- e sfrutta la propria forza d'urto [47] e la propria mobilità per colpire i fianchi del fronte nemico o eventuali punti deboli che si dovessero presentare nel suo schieramento [48], mentre la cavalleria leggera protegge, con armi da lancio, i fianchi della propria cavalleria pesante e disturba la pesante avversaria [49]. La cavalleria costituisce presso i Macedoni reparti di élite: tali sono già con Alessandro Magno gli hetairoi, "i compagni a cavallo" del re, la cavalleria pesante (catafratta); e la cavalleria leggera di Tessali, ma anche di Peoni e Traci, velocissima nell'azione per aggirare la falange nemica e prenderla ai fianchi mentre essa è immobilizzata al centro dalla incrollabile falange macedone (che ha quindi, dicevamo, più il compito di mantenere le posizioni e di "resistere" a quella avversaria che di risolvere con l'urto la battaglia; tattica che Annibale e Scipione appunto meglio erediteranno e perfezioneranno).

L'efficacia della falange macedone viene così riassunta in "Archeo", monografia su Alessandro Magno, marzo 1996:

"La falange era un corpo scelto, costituito da uomini liberi, perfettamente addestrati e affiatati. Dotati anche di una corta spada e di un maneggevole scudo, la loro arma letale era la sarissa, lancia lunga da cinque a sette metri. Disposti su più ordini, 18 nella formazione tipo, distanziati di circa un metro e mezzo durante la marcia, i soldati, quando avanzavano attaccando o si fermavano in difesa, serravano rapidamente i ranghi; le sarisse delle prime cinque file, disposte orizzontalmente, costituivano un cuneo irresistibile, rnentre quelle dei soldati successivi, disposte verticalmente, rappresentavano una cortina quasi impenetrabile ai dardi nemici. Era insomma una barricata che poteva essere aggirata, non sfondata. Con Alessandro questo formidabile strumento arrivo a livelli non raggiunti precedentemente dai Greci ne successivamente - per scelta, date le diverse condizioni operative - dai Romani. Era un meccanismo in cui ogni ingranaggio si correlava agli altri e le poche perdite non indebolivano l'insieme. La formazione operava come un sol uomo, e nessuno prima delle legioni romane (anch'esse addestrate alla mobilità più fluida, rapidamente convertibile in invalicabili muraglie) riuscì a decretare il declino della falange macedone. Per completezza dobbiamo citare, nella composizione della fanteria pesante, un altro corpo scelto che, formato anch'esso da uomini liberi e fidati, costituiva la guardia del corpo dei re. Dotati di grandi scudi, da cui il nome di ipaspisti, attorniavano Alessandro, quando non erano costretti a cercare di raggiungerlo, formando un anello protettivo intorno al condottiero.

Alessandro arricchì progressivamente l'esercito di fanteria leggera: arcieri, frombolieri (soldati armati di fionde), peltasti (cosiddetti per la forma dello scudo falcato di legno o vimini), giungendo infine a impiegare gli elefanti da guerra, di cui aveva visto fare uso durante la campagna d’India I "carri falcati" usati dai Persiani, invece, non vennero mai adottati dai Macedoni perché, ad onta della micidiale apparenza (le falci laterali incutevano terrore perche colpivano chi si trovava nei pressi del carro) si rivelarono piu macchinosi che efficaci. I cavalieri rivestivano il ruolo di arma tattica. Selezionati tra il fiore della nobiltà macedone, e protetti da elmo e corazza, anziché utilizzare i tradizionali giavellotti greci, avevano adottato anch'essi la temibile sarissa che, pur essendo più corta di quella dei fanti, permetteva di sferrare attacchi concentrati e incisivi. L'estrazione elevata del cavaliere era denotata dal privilegio di essere accompagnato da uno scudiero personale; lusso di cui i fanti non godevano, dovendo accontentarsi di condividere in 10 un unico aiutante".

Polibio (XVIII, 11-15) confrontando gli ordinamenti della legione e della falange nei loro pregi, osserva che i Macedoni di Filippo V avevano la stessa struttura militare seguita da tutti i re succeduti ad Alessandro. Inoltre Montesquieu osserva che nella II guerra punica Annibale armò presto i suoi soldati alla romana, ma i Greci non cambiarono nè le loro armi nè il loro modo di combattere, "non venne loro affatto in mente di rinunciare a usanze con le quali avevano fatto cose tanto grandi" (cit., p. 31). Per il riferimento ad Annibale il raffronto del Montesquieu fa torto al modo essenzialmente "ellenistico" (anche se frammisto di varie tattiche e notevolmente rinnovato) di Annibale di condurre la guerra. Polibio parla in un lungo passo (XVIII, 28-32) delle differenze nel combattimento tra manipoli romani e italici e falange macedone e greca, senza trascurare importanti riferimenti anche al tentativo di Pirro di integrare i differenti sistemi. Polibio sottolinea l'aspetto di "carro armato" (cioè di completo corazzamento contro frecce, lance e giavellotti, anche dall'alto) della falange fin dal tempo di Omero. E sottolinea la completa incredulità dei Greci alla notizia della sconfitta della falange a Cinoscefale non ad opera di un'altra falange, ma di un altro diverso ordinamento militare.

 

FIG. BATTAGLIA DI CINOCEFALE (CINOSCEFALE).

Può stupire che l'invincibilità in battaglia dello schieramento a falange restasse proverbiale e che i gloriosi sviluppi della legione romana, nonostante le vittorie su Pirro e su Filippo V a Cinoscefale (durante la II guerra macedonica), oltre che su Annibale, non bastassero ad aver ragione della falange fino alla battaglia di Pidna del 586= 168, trentatrè anni dopo la seconda guerra punica. Fino ad allora valeva ancora ciò che Vogt dice già prima per Cinoscefale, nel 557= 197: "(tra Macedonia e Roma) dopo che da ambo le parti furono chiamate sotto le armi tutte le forze disponibili, si giunse nel 197 a.C. ad una battaglia decisiva sulla catena di Cinoscefale, in Tessaglia: la tattica romana della divisione in manipoli dimostrò la sua superiorità sulla falange macedone, che fino ad allora era passata per invincibile" (cit., p. 183).

Riguardo all'invincibilità della falange, Livio nel suo libro XXXIII sottolinea le grandi difficoltà dei Romani a battere la falange macedone. In XXXIII, 10, 3- 5, elenca i vari contingenti di Filippo V e già in 17, 11- 17 aveva rimarcato uno smacco inziale dei Romani e l'invincibilità della falange. Sempre in XXXIII, 10, 3- 5 il console romano Quinto subito capisce di dover trattare da valentissimi soldati e da coraggiosi avversari, meritevoli di onore, i Macedoni; e prima, in 8, 9, si evidenzia come il console avesse dubitato di poter sconfiggere quell'esercito e la falange. In XXXIII, 19, 6, dopo aver sottolineato già nel libro XXXI, 7, 8- 9, la temibilità della potenza macedone, Livio non tralascia di notare il rango di grande potenza mondiale che la Macedonia (oltre che la Siria) ricopriva non meno dei Cartaginesi appena sconfitti [50].

A chi obietterà che la modernità di queste innovazioni nel combattimento (a falange o a manipolo) risale a più di 2.000 anni fa e che tempi brevi (cioè solo pochi secoli) sarebbero bastati al loro superamento, risponderemo con ciò che ha osservato di recente uno specialista, Jacques Harmand (cit., p.170): "I tempi moderni assegnano al fante un posto che richiama la guerra nelle condizioni greco-romane. Le idee dell'antichità esercitano nel secolo XVI, per il tramite degli umanisti, una sorprendente influenza sulla tecnica militare. Ancora a mezzo del XVII secolo la preponderanza del lanciere, sottolineata da Ardant du Picq (Etudes sur le combat. Combat antique et combat moderne, Paris 1914, pp. 283- 284), impone delle formule necessariamente poco diverse da quelle di Filippo o di Alessandro: basta gettare lo sguardo su un piano di battaglia dell'epoca. Poi la lancia scompare davanti alle armi da fuoco, ma sopraggiunge la baionetta. Suvarov dirà che "essa sola sa quel che fa". Al museo di Versailles la battaglia di Chiclana, dipinta da Lejeune, attore e testimone, mostra sino a qual punto, durante la campagna napoleonica di Spagna, uno scontro all'arma bianca tra Francesi e Inglesi uguagliasse l'agon oplitico, meno le armature. Sino ai primi del XIX secolo il combattimento si discosta dunque ben poco dalla maniera antica".

 



[1] "Le strutture e gli aspetti tecnici fondamentali dell'esercito macedone dell'epoca di Filippo II e di Alessandro Magno erano rappresentati da: 1) compresenza di fanteria, cavalleria, peltasti-mercenari; 2) organizzazione falangitica della fanteria; 3) presenza di una guardia di opliti e cavalieri indicata talora col vecchio nome di àgema; 4) carattere territoriale e regionale del reclutamento. Buona parte di queste caratteristiche permangono negli eserciti dei regni ellenistici. La possibilità di un collegamento del soldato alla terra, attraverso l'assegnazione di un kleros individuale, o la fondazione di colonie militari, è nota all'antico regno macedone, ma diventa una connotazione anche più caratteristica delle armate ellenistiche" (SCG VII, p.308). Tutti gli eserciti orientali e greci successivi ad Alessandro riproducono in larga misura il tipo di organizzazione militare macedone.

[2] V. Ehrenberg, Der Staat..., cit., p. 119. "I cittadini degli strati più poveri venivano impegnati in parte come armati alla leggera, in parte come equipaggi della flotta" (e rematori, NdR) (Ibidem).

[3] Sen., Hell. VI, 4, 17; Arist., Ath. Pol. 53, 4; Hanson, cit., pp. 101 sgg.

[4] Sen., Hell. VI, 1. 5. La lode dell'età media dei veterani scelti da Alessandro Magno per il corpo speciale degli Argiraspidi (scudi d'argento) (Diodoro, XIX, 41, 2; Giust., XI, 6, 4; Plut., Eum., 16, 4) indica quest'uso non solo per il periodo più arcaico di cui parla Hanson, cit., pp. 102 sgg.  E si veda più avanti sui legami anche parentali per tenere più uniti e compatti i nuclei della falange.

[5]   Ehrenberg, Ibidem.

[6] Lammert, in P. W., "Katàlogos"; Beloch, Bevölkerung... , cit., pp. 81 sgg.

[7] Il Gabba ha presupposto (Esercito..., cit., p. 534) che anche nell'antica Roma le liste di censo per il reclutamento dell'esercito, da una fase iniziale che prevedeva solo "gli armati alla pesante", si sarebbe estesa in un secondo tempo a tutto l'ordinamento centuriato (a tutti gli adsidui, e poi anche agli adsidui dei cives sine suffragio), cioè a tutti quelli forniti di un minimo reddito per gli armamenti anche più leggeri.

[8] P.G.G., cit., pp. 161- 181 a proposito di Atene.

[9] Vedere i dati del successivo paragrafo 4- b), 1), anche se specifico per Sparta.

[10] Pezhetairoi. Secondo Tucidide, organizzata solo dopo la cavalleria. Ciò è confermato (secondo G.Brizzi, "A" 88, cit., pag. 114-115) dal nome "compagni a piedi". Erano uomini liberi ma non nobili come i cavalieri. Avevano elmo bronzeo di tipo tracio o frigio e piccolo scudo rotondo, appeso al collo con una cinghia di cuoio, per lasciare le mani libere nell'impugnatura della sàrissa, picca con tallone d'acciaio di origine tracia o sarmatica.

[11] Da non confondere con gli equivalenti cavalieri pesanti macedoni armati di lunga lancia (sarissophoroi).

[12] E non è vero che non avessero corazza, perchè il corsetto di cuoio o stoffa pesante con lamine o scaglie metalliche era solo meno massiccio e rigido della corazza tradizionale di bronzo, ma sempre efficace nello schieramento più denso e più profondo. I contadini e montanari macedoni erano non meno bellicosi degli altri Greci e se, per la loro massa e l'armamento statale, non  potevano permettersi le pesanti e costose armature che equipaggiavano i guerrieri dell'Ellade, i re di Macedonia furono ben presto tanto ricchi da procurare al loro esercito, come vedremo, armi d'argento (ad es. gli argiraspidi) anche per le ricchissime miniere dal Pangeo alla Dardania, dalla Pieria alla Paeonia.

[13] Snodgrass, Macedoni, cit., pp. 114- 130. Si cita Teofrasto, Piante III, 12, 2, per la sarissa massima di 18 piedi, e Polibio XVIII, 29, 2, per i 21 piedi del nuovo standard (Ibidem, p. 118). Ma si tornerà su ciò, oltre la nota successiva, anche a proposito delle altre singole armi.

[14] Nel periodo ellenistico e punico che qui più ci interessa (dopo Filippo II, che già la porta a circa 5 metri) nel III- II secolo la lancia macedone o sarissa viene portata a 7 metri, misura mai più superata nella storia da quest'arma.

[15] Largo scudo rotondo (1 metro circa di diametro) a doppia imbracciatura (antilabé, impugnatura interna; porpax, imbracciatura), ricoperto di bronzo, che equipaggia l'oplita greco di epoca classica.

[16] Fauré (La vita quotidiana degli eserciti di Alessandro, cit., pag. 89) attribuisce loro, per l'età di Alessandro, piccolo scudo trace e una corta picca, ma la medesima funzione di protezione ai falangiti.

[17] E "sincronizzando le velocità" (Faure, Ibidem, pag. 89).

[18] "La fanteria pesante, protetta dagli attacchi degli schermagliatori nemici dalla propria fanteria leggera, occupa il centro dello schieramento, costituendo una sorta di piattaforma mobile sulla quale si basa l'azione tattica e avanza (o meglio, finge di avanzare, come avvenne a Cheronea, NdR) per impegnare il grosso del nemico" (N. Zotti, "L'esercito ellenistico, grande avversario della legione", in S&T , n. 1, marzo 1992, p. 12).

[19] E' questa la falange elementare, come vedremo più avanti, non la difalangarchia nè la tetrafalangarchia. Già Alessandro Magno schierò i 32.768 soldati della tetrafalangarchia, affiancando ai circa 16.000 opliti della falange elementare i circa 16.000 fanti e cavalieri degli altri corpi. Delbrück, Geschichte..., cit., pag. 178, conferma che Alessandro conquistò l'Asia con 32.000 fanti e 5100 cavalieri.

[20] "Ogni 'specialità' ha un suo preciso e rigido compito: la tattica ellenistica sembra ricalcare certi schemi filosofici astratti per la sua precisione ed il suo equilibrio formale. Tant'è, infatti, che essa si isterilirebbe se non intervenisse a rivificarla la persona di Pirro, re dell'Epiro" (Zotti, cit., p. 12- 13).

[21] Fondamentale la falange tebana di Epaminonda per l'introduzione di questa decisiva collaborazione tra cavalleria e fanteria (come sarà   poi per Annibale); anche perchè a Leuttra la cavalleria tebana, molto superiore a quella spartana anche se non agile come la tessala, potè avere ruolo determinante nel detronizzare la secolare egemonia spartana in Grecia.

[22] Speira era l'unità base ancora inferiore, di 256 uomini.

[23] Basti fra tutte ricordare a proposito l'opera di V. D. Hanson, L'arte occidentale della guerra, cit., Milano 1990.

[24] Anche se non sarebbe il caso di catafratti quello dell'ottima cavalleria dei Saci a Platea nell'elogio di Erodoto, IX, 68 e 71, elogio che Connolly definisce "a remarkable tribute to their training, discipline ad devotion, as in most ancient battles the horsemen were the first to flee" (P. Connolly, Greece and Rome at War, London 1981, p. 36a).

[25] Di 6000 legionari lo schieramento romano che, sfondato l'accerchiamento cartaginese, cercò scampo lontano dal lago. Brizzi ("A", cit., pag. 95) parla di "alcune decine di migliaia" di morti tra i Romani (attendibili per lui le "15000 perdite con i prigionieri" di Livio -Ibidem pag. 97). Il Brizzi attribuisce ai Romani 25000 uomini contro i 20000 Punici di Annibale più 20000 Galli. Egli considera gli scavi del 1958- 1961 per una prudente analisi della necropoli a incinerazione collettiva (118 ustrina, di cui 3 nùmidi). Conferma inoltre il passaggio di Annibale per il Passo Porretta (tra Pistoia e Fiesole, nel medio corso dell'Arno), mentre Flaminio era ad Arezzo.

[26] Una conferma teoretica che questi nostri assunti valgono anche per l'uso a falange della legione romana durante la seconda guerra punica può riscontrarsi facilmente in GDS III2, p. 156.

[27] Tradizionalmente, per secoli, su 8 o 12 file di profondità. Ma già nelle precedenti falangi spartana e tebana si erano viste talvolta anche più file di profondità, come le 50 del tebano Epaminonda a Leuttra. Da tale profondità (e dall'uso dello scudo "beotico" più comodo del tradizionale "argivo" e simile a quello successivo macedone), l'ipotetica attribuzione a Epaminonda di una prima sarissa più lunga da tenere con due mani.

[28] Quello che von Clausewitz definirebbe "brigata" (cit., vol. I, libro V, cap.V, 1- Ripartizione, pp. 348-351) e che nella legione o romana o di socii corrisponde di più alla cifra per lui ottimale di 4.000- 5.000 uomini per le aliquote in sottordine della ripartizione dell'esercito.

[29] Chissà che tale sinonimo non sia nato in ambito senatorio in polemica contro Scipione.

[30] Concorda pienamente anche il Brizzi, in "Archeo", n. 88, cit., p. 109.

[31] Cfr. anche Plutarco (Apoph. Lacon., 211 F), Senofonte (Const. Spart., 13, 8) e Cicerone (Tusc., II, 16).

[32] Cfr. il paragrafo relativo nel cap. V sulle flotte da guerra.

[33] Si veda il cap. V sulle flotte.

[34] Troppo sintetiche le notizie sugli strumenti musicali in Kromayer, Heerwesen... cit., IV, 3, vol. 2, pp. 323- 324.

[35] "Immediatamente la pianura si riempì di un suono cupo e di un rimbombo terrificante. I Parti infatti non si incitano al combattimento con corni e trombe, ma battono con martelli di bronzo, tutti insieme e da ogni punto, su dei tamburi di pelle tesa e vuoti, che producono un suono profondo e terribile, un misto di un ruggito selvaggio e di un brontolìo di tuono. Avevano probabilmente constatato che di tutti i sensi l'udito è quello che più facilmente sconvolge l'anima e rapidamente ne eccita le emozioni e, più di tutto, turba l'intelletto. I Romani erano paralizzati da quello strepito..." Plutarco, Vita di Crasso, XXIII, 9. Vera causa della sconfitta furono i 1000 cavalieri Parti (con corazzature a maglia) e i 10.000 arcieri a cavallo riforniti in continuazione di frecce di riserva grazie a un efficiente trasporto con cammelli. Nel finale della campagna intervenne anche (come noi ipotizziamo nel capitolo sui Partiti) il tradimento verso Crasso di quello stesso Cassio poi artefice del riuscito attentato a Giulio Cesare.

[36] Per i Romani si parla di 2 centurie di suonatori di corno e tuba per l'esercito già nella riforma militare di Servio Tullio (Livio, I, 42- 45). Polibio, IV, 20, accenna di sfuggita a questa sostanziale differenza nell'uso di trombe o di flauti tra Romani e Greci.

[37] Scipio Africano Minore, o Emiliano, secondo Plinio, Nat. Hist., VII, 59, 211.

[38] Il frammento di Quinto Ennio (tunicata iuventus) è inserito nel libro VII, framm. 126 dell'ed. Valmaggi, cit., e 162 dell'ed. Baehrens, cit., perchè riguarda l'indole e i costumi del popolo cartaginese in una descrizione che precede, appunto nel libro VII del poema Annales, la descrizione della terribile Prima Guerra Punica (alla Seconda Guerra Punica erano dedicati l'VIII e, per il Valmaggi e il Müller, anche il IX libro del poema).

[39] Plauto, Poenulus, UTET Classici Latini, Torino 1976, vv. 1296- 1320. Per "cum tunicis longis", v. 1298. Su "tunicis" al v. 1303, cfr. la nota critica e il riferimento a Orazio, Sermones, I, 2, 25. E per il v. 1312 la nota sulla tunica lunga e discinta tipica di Serapide presso gli Egiziani.

[40] Per altri aspetti di costume collegati al periodo del conflitto romano- cartaginese, U. E. Paoli, "Vita Romana", Firenze 1958, p. 56, afferma che il secolo delle guerre puniche segnò il trionfo del rasoio presso i Romani, fino ad allora (come testimoniano Varrone e Cicerone) con barba e baffi. Scipione l'Africano, favorevole ad ogni novità, fu iniziatore della moda di radersi ogni giorno, e Claudio Marcello, il conquistatore di Siracusa, è il primo grande romano che nelle monete sia effigiato con la barba rasa (dietro imitazione e influssi della cultura greca; del resto i barbieri a Roma venivano tutti dalla Magna Grecia).

[41] Parleremo più avanti dell'importanza della cavalleria di Tessaglia nelle falangi macedoni.

[42] Consideriamo i Macedoni come Greci, non interessandoci nè qui nè nei paragrafi relativi ai singoli Stati al problema, del tutto relativo, della effettiva nazionalità dei Macedoni. D. Musti, Storia greca, Bari 1989, p. 637, li riconosce come Greci periferici, accettando anch'egli Kalléris, Les anciens Macédoniens, 1954- 76.

[43] Delbrück, Geschichte..., cit., pp. 170- 171 e 173 sgg., espone sinteticamente la riforma macedone e la "tattica delle armi combinate".

[44] Adcock (Greek and Maced., cit., pp. 26- 28) ha sottolineato l'importanza di Epaminonda in rapporto allo sviluppo della falange macedone.

[45] Kromayer, Schlacht., cit., II, pag. 323, n. 1. Da respingere, in base all'evidenza di Livio XLIV, 41, 1- 2, la tesi di M. Daubier (in "Historia" 1971, pag. 688 e 687 n. 11) che non esistesse distinzione tra i due termini e che "leucaspidi" sarebbe termine più antico sostituito alla fine del III sec. da "calcaspidi". Etimologicamente è pur vero, come nota Daubier, che calcòs (bronzo) e leukòs (brillante) possono riferirsi allo stesso armamento (Ibidem, pag. 687).

[46] Sui sarissophoroi come corpo speciale di cavalleria macedone, vedasi Snodgrass, Macedoni, cit., p. 118. L'opera principale di Arnold M. Snodgrass (Wehr und Waffen in antiken GRiechenland, Mainz 1967; ora anche in ed. it., "Armi ed armature dei Greci", L'Erma di Bretschneider, Roma 1992; le nostre pagg. si riferiscono all' ed. tedesca) analizza la storia delle armi greche e macedoni con ottime tavole e riproduzioni di reperti archeologici: pp. 194- 202 per gli elmi; p. 206 per un interessante reperto di puntale di lancia greca e disegno a pag. 242 per un modello più macedone; pp. 234- 261 sui Macedoni.

[47] Pur mancando ancora, per tutta l'epoca greco- romana, della staffa. Ma si veda il nostro paragrafo finale sull'esercito romano (cavalleria) per la sella romana pienamente sostitutiva della staffa.

[48] N. Zotti, cit., p. 12.

[49] Cfr. anche F.GRANIER, Die makedonische Heeresversammlung, München 1931, specie sulla funzione della guardia reale macedone degli hetairoi e sulle cerimonie di lustrazione.

43 Cfr. su questi aspetti internazionali anche G. Giannelli, Roma nell'età delle guerre puniche, Bologna 1939.